Verso il BIG BANG dei conti pubblici

Tanta aria fritta occupa il dibattito politico e i due soci di maggioranza, Lega e M5s, sono bravissimi a creare diversivi che distraggano l’opinione pubblica dai problemi veri nei quali stiamo immersi. Di conti dello Stato si parla solo per accapigliarsi sulle spese da fare. C’è una gara a chi promette di spendere di più e si trasmette agli italiani il messaggio che è arrivato un carico pieno di regali e che bisogna solo distribuirli. Ah, se non ci fossero quegli ottusi burocrati europei che ci sorvegliano! La spesa pubblica è un fiume che raggiunge quasi la metà del Pil. Dentro ci sta di tutto e sembra alimentarsi da una fonte inesauribile. Nessuno immagina che possa arrivare il BIG BANG dei conti ovvero l’esplosione di un deficit incontrollabile che può far saltare ogni compatibilità. Con chi? Con la ragione e con i limiti oggettivi che non possiamo ignorare.

Con quali soldi pensiamo di far fronte alle spese già decise e a quelle che derivano dalla promesse che giorno dopo giorno i due soci del governo aggiungono a quelle iniziali? Come sappiamo fin troppo bene le entrate non bastano mai e senza i prestiti che vanno ad aumentare il debito pubblico lo Stato non avrebbe letteralmente soldi in cassa. Il nostro debito è molto elevato, il più elevato in Europa dopo la Grecia in rapporto al Pil e ogni anno deve essere parzialmente rinnovato con nuovi prestiti. Che costano perché gli interessi, pur enormemente calati dai tempi della lira, sono pur sempre ai livelli più alti rispetto a quelli pagati dagli altri paesi europei. Perché? Per il semplice motivo che i prestatori non si fidano dell’Italia e chiedono interessi più elevati di quelli di Germania, Francia, Spagna, Portogallo. Ormai lo spread è con loro e non più soltanto con la Germania. È probabile che gli italiani non l’abbiano ancora capito, ma la fiducia un governo la conquista con le parole e con le azioni. Non a caso, su entrambi i fronti, i soci che formano il governo con il loro contrattino che sembra un compromesso di vendita immobiliare, non ne hanno azzeccata una da un anno a questa parte. E sono punti in più di interessi che scattano.

I cosiddetti sovranisti di casa nostra (sia Lega che M5s fino alle elezioni erano schierati chiaramente per l’uscita dall’euro), una soluzione al problema ce l’hanno. O, meglio, ce l’avevano, perché oggi sono molto più cauti nel parlare col linguaggio di prima. E quale sarebbe? Ma ovviamente il ritorno ad una moneta nazionale stampata su ordine del governo. Basta con i parametri da rispettare, basta con la Commissione europea che sorveglia i nostri bilanci e basta anche con i tassi di interesse decisi dai mercati finanziari. È lo Stato che mette in circolazione la moneta che gli serve e, se proprio deve vendere titoli di debito, lo fa con gli italiani sui quali esercita la piena sovranità (cioè: ti rimborso quando e se voglio).

È una favoletta da piazzisti di provincia che pensano di parlare a persone ignoranti delle regole che governano il mondo. Molti italiani si erano infervorati quando i nostri sovranisti esibivano con baldanza e con orgoglio l’intenzione fermissima di rompere con l’Europa. Ora quei molti forse si sono messi paura. A volte anche la massa sa intuire la fregatura. Ed è forse per questo motivo che Lega e M5s hanno smesso di agitare l’uscita dall’euro come una possibilità reale. Sanno che la gente teme che accada veramente e così si mostrano europeisti. Ma è un’apparenza. Nei fatti stanno spingendo l’Italia su un piano inclinato verso il BIG BANG dei conti e lo scontro con le regole europee facendo finta di niente e spergiurando sulla loro intenzione di non uscire dall’euro. Mentre dispensano assicurazioni di buona volontà spingono verso il basso il carro Italia che sta prendendo velocità. Con il Pil quasi a zero hanno aumentato il deficit e il debito per mettere in atto le loro promesse elettorali che non portano alcun beneficio alla competitività dell’Italia né sono in grado di spingere l’economia.

Quando a ottobre arriverà la resa dei conti non ci saranno più scappatoie: o si troveranno i soldi per coprire le spese o si sforeranno tutti i parametri di bilancio dell’euro. Salvini e Di Maio continuano a dire no all’aumento dell’IVA (che è già legge e scatterà in automatico l’anno prossimo). Tria ministro dell’economia e delle finanze dice che l’aumento sarà inevitabile. A legislazione vigente cioè per le sole spese introdotte con la legge di bilancio 2019. E come si farà se Salvini rilancia e pretende la flat tax? Inoltre nulla si sa della richiesta di autonomia delle regioni del nord dietro la quale c’è la chiara intenzione di tenersi una quota maggiore delle entrate fiscali. È molto probabile che l’autonomia non sarà a costo zero per il bilancio dello Stato.

A ottobre quindi il bilancio 2020 partirà con un buco di oltre 30 miliardi da coprire, più la flat tax, più l’autonomia regionale per non parlare degli investimenti. Insomma lo spettro di un BIG BANG dei conti è piuttosto reale. A quel punto le possibili vie d’uscita saranno tre: 1. Chiedere il sostegno dell’Europa (lo hanno fatto sia Spagna che Portogallo negli anni passati) sottoscrivendo un piano di rientro; 2. Sforare i parametri di deficit e debito (come fecero Germania e Francia nel passato) confidando nella lunga durata della procedura di infrazione prima di arrivare alle sanzioni; in pratica 2-3 anni di deficit libero e un rientro in extremis a prezzo di duri sacrifici; 3. Uscire dall’euro invocando l’impossibilità di rimanerci cioè attuando il famoso “piano B” che proprio questa eventualità prevedeva.

Salvini ripete che dopo il 26 maggio cambierà tutto in Europa. Infatti i sovranisti amici suoi sono i più acerrimi nemici di ogni aiuto a chi non tiene i conti in ordine. Salvini e Di Maio stanno giocando una partita nella quale l’unica carta che sta rimanendo loro in mano è la minaccia del fallimento di un Paese con un gigantesco debito pubblico. L’Italia però è troppo grande per fallire, ma anche troppo pesante per essere salvata. E non si vede poi da chi dovrebbe esserlo. Forse da Putin amico di Salvini? Chissà cosa sperano di fare. L’impressione è che non lo sappiano nemmeno loro. Vanno avanti alla giornata con arroganza e sicumera, ma, in realtà, stanno in alto mare e non possono far altro che agitarsi ed esibirsi nei loro spettacolini per distrarci dal naufragio.

La cortina fumogena delle polemiche di queste settimane serve a distrarre gli italiani che non devono riflettere su questa realtà. Ciò che conta per Salvini e Di Maio è che loro possano dare la colpa a qualcun altro di ciò che accadrà spacciandosi come intrepidi condottieri che hanno combattuto per il bene di tutti. Prima gli italiani dice sempre Salvini. Infatti: gli italiani pagheranno la demagogia e l’irresponsabilità. Primi e unici. Questo è certo

Claudio Lombardi

Conte, il liberoscambista protezionista

Ieri a Davos il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha tenuto il suo “atteso” discorso, davanti ad una platea non particolarmente folta. L’evento non resterà negli annali della storia ma è stato l’occasione per ribadire alcuni assai logori luoghi comuni che fanno ormai parte della cultura mainstream di questo paese, e che ne garantiranno il declino.

Tralasciamo le note di colore su quanto detto da Conte prima ed ai margini del suo speech. Ad esempio, sulla possibilità che il Pil italiano cresca quest’anno del famoso 1,5%, che era apparso in sogno ai nostri eroi a fine estate, e che già allora pareva frutto dei postumi di una sbornia o dell’uso di sostanze, pure tagliate male.

Non è dato sapere su quali motivazioni fattuali e razionali poggi il convincimento di Conte. Forse trae alimento da altre dimensioni, più fideistiche, che per un seguace di Padre Pio potrebbe pure starci. Il premier ha poi bacchettato le intese tra Francia e Germania sul seggio permanente all’Onu, rivendicandolo per l’intera Ue. E questo direi che è punto condivisibile, a grandi linee.

Ha poi fatto seguito la ormai abituale lamentazione contro la Francia, esercizio stucchevole di programmazione neurolinguistica per titillare il popolo straccione e qualche principe della penna e della lingua, che su concitata base giornaliera narra queste sceneggiate italiane attraverso canoni di lettura manco fossimo prossimi allo scoppio della prima guerra mondiale. Ma transeat.

Conte esalta il tipico nazionalismo asimmetrico dei somari arruffapopolo di casa nostra. Del tipo: “ehi, ora mettiamo i dazi per proteggerci ma se voi non ci aprirete i vostri mercati, saranno guai!”. Che accadrà, se questa Italia verrà considerata inaffidabile per partnership economiche da altri paesi europei? Semplice: Che le verranno preclusi i maggiori deal, e che quelli in essere verranno smontati, per logoramento.

Il caso Fincantieri-STX promette di essere la prova-costume di questa realtà, e dubito che strepitare contro il cattivone Macron serva, visto che anche Marine Le Pen ha già detto esplicitamente che, se fosse per lei, STX andrebbe nazionalizzata o comunque resa francese al 100%.

Per farla breve, non mi pare che un paese come l’Italia, che ha un avanzo commerciale bilaterale con la Francia di 11 miliardi (ammesso che questa metrica valga realmente qualcosa), possa permettersi di suicidarsi insolentendo i francesi (e non solo Macron). Ma attenzione, perché nazionalismo chiama nazionalismo.

Il discorso di Conte a Davos è soprattutto un gran mischione di temi globali e locali. Nel senso che finisce ad imputare alla globalizzazione (e soprattutto all’euro) quelli che sono stati esclusivamente errori nel percorso di crescita italiano, da molto tempo a questa parte. Qualche esempio?

Il popolo italiano è stato paziente e disciplinato per molti anni. Ha avuto fiducia nelle istituzioni italiane ed europee, politiche e tecniche. Per anni, gli italiani hanno fatto propri i principi economici fondamentali predicati dal cosiddetto ordine liberal-democratico: l’integrazione nel mercato globale, la libera circolazione di persone e capitali, la disciplina di bilancio, l’adozione incontrollata di nuove tecnologie e la crescita senza limiti della finanza globale”.

Signora mia, gli italiani sono stati pazienti verso la globalizzazione e l’ordine liberal-democratico, vivendo in un paese devastato dal corporativismo e da una corrosiva mentalità socialista ed antimercatista, che coinvolge pressoché tutte le cosiddette élite di casa nostra, quelle che da sempre spolpano lo stato per preservare le proprie rendite parassitarie. Ma ora basta: fermate il mondo, il Popolo (italiano) vuole scendere! Altrimenti proveremo con “l’ordine illiberal-antidemocratico”, è una promessa.

E come finì che Conte scambiò cause ed effetti, confermandosi ultimo bardo di quel socialismo surreale che è alla base del fallimento di questo paese? Con questa profonda lettura delle vicende dell’euro:

Il prezzo da pagare per avere una moneta stabile e una bassa inflazione è stato un debito pubblico crescente, nonostante si richiedesse continuamente di stringere la cinghia per mantenere la spesa pubblica primaria (al netto della spesa per interessi) costantemente al di sotto delle entrate fiscali. La disciplina di bilancio ha frenato la crescita del PIL. Nel terzo trimestre del 2018, il PIL è ancora 5 punti percentuali al di sotto del picco massimo di questi anni, registrato nel 2008”.

L’Avvocato del Popolo non pare avere grande dimestichezza con la logica. Il che è strano, per un avvocato. Ma forse non per un avvocato italiano. Come che sia, l’avanzo primario è stato la corda a cui si è impiccato un paese che non riusciva a crescere con riforme strutturali e doveva rassicurare i creditori: non è certo figlio dell’euro e men che mai della globalizzazione, quella cattiva e con tante b.

Fantastica, poi, le lettura keynesiana all’amatriciana sulla “disciplina di bilancio che ha frenato la crescita del Pil”. Affermazione demenziale che postula che unico motore della crescita sia il deficit pubblico. Ma certo, certo. E tuttavia, in questo concetto di Conte c’è davvero l’essenza del mainstream italiano: basta “austerità”, signora mia. Un paese ed un popolo che non riescono a comprendere che ripetere ossessivamente la stessa cosa attendendosi ogni volta un esito differente è l’anticamera della follia, non può che finire ad avere al governo gente come Di Maio, Castelli, Toninelli e compari. Ma anche i leghisti, il cui motto primigenio localistico era “evasione fiscale & sussidi pubblici”, ed ora tentano di esportarlo in tutto il paese, con lusinghiero successo di pubblico.

E dopo tutte queste pippe mentali sui massimi sistemi, in cui globalizzazione ed euro sono i cattivi che ostacolano il Popolo italiano nel raggiungimento della felicità, premesse che aprono di fatto la strada a teorizzazioni molto ardite e quasi inedite, del tipo “protezionismo & spesa pubblica”, narrano le cronache che il buon Conte abbia avuto un bilaterale col neo presidente brasiliano, Jair Messias Bolsonaro. Con richieste di quest’ultimo che subito metteranno alla prova l’Avvocato del Popolo ed i suoi intimi convincimenti.

Scrive oggi Marco Bresolin su La Stampa, riguardo al programma di vendita di corvette italiane al Brasile, per cui sono in corsa Fincantieri e Leonardo:

“Conte promette al suo interlocutore che farà lobbying a Bruxelles per aprire le porte del mercato europeo alla carne e ai prodotti agricoli in arrivo dal Brasile. Per superare le resistenze francesi – assicura – si farà promotore di un «gruppo di pressione» per sbloccare i negoziati sull’accordo Ue-Mercosur. Lo stesso accordo che secondo la Coldiretti «affosserà il Made in Italy» e porterà a una «invasione di prodotti stranieri a dazio zero». Ma il capo del governo sembra pronto a sacrificare le rivendicazioni degli agricoltori sull’altare dell’industria militare. Sempre che il suo vice Matteo Salvini non si metta di traverso”.

Che mondo difficile, avvocato professor Conte: essere al contempo liberoscambisti e protezionisti, per servire il Popolo.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Chi paga i conti pubblici? Il fisco e noi

Si avvicina la legge di bilancio, il Pil non cresce e i soldi mancano. Si conferma che la questione fiscale è la questione vitale. Non è una rima baciata, bensì il primo pezzo del patto che tiene insieme una comunità: da chi si prende o, anche, chi paga i conti pubblici. Poi c’è anche il secondo pezzo: per cosa e come si spende. Ma restiamo al primo e parliamo di fisco. Scriveva Vincenzo Visco in un articolo sul Sole 24 Ore di qualche mese fa: “oggi l’Irpef è formalmente un’imposta con cinque scaglioni ed aliquote, ma in realtà, se si tiene conto dell’effetto delle detrazioni decrescenti, le aliquote effettive risultano sostanzialmente tre: 27,5% fino a 15.000 euro; 31,5% fino a 28.000 euro; 42-43% oltre 28.000 euro. Fino al 2013 le aliquote effettive erano solo due: 30% fino a 28.000 euro e 41% oltre”.

irpefPensando all’entità dei redditi degli italiani è piuttosto evidente che le aliquote più che progressive sono proporzionali ovvero crescono un po’ all’aumentare dell’imponibile, ma si fermano quasi subito su una fascia media. In altre parole somigliano molto ad un’imposta piatta.

Osserva Visco che “non è sempre stato così. Fino agli anni ’80 del secolo scorso, infatti, l’Irpef come tutte le imposte sul reddito dei principali paesi era caratterizzata da un elevato numero di piccoli scaglioni (32) e altrettante aliquote che andavano da un minimo del 10% ad un massimo del 72% (in altri paesi l’aliquota massima poteva superare l’80 o il 90%), con una escursione di ben 62 punti rispetto ai 20 dell’imposta attuale”.

Dunque dopo gli anni ’80 più che semplificate le aliquote vengono ridotte fortemente sui redditi più alti alzando nel contempo l’aliquota base. Praticamente una rivoluzione che modifica in maniera sostanziale la prima parte del patto sociale – chi paga – per favorire molto i contribuenti ad alto reddito.

ceti-mediChi ci rimette? Le classi medie, quelle sulle quali si svolge la progressività residua delle aliquote. Non sarà mica che la pressione fiscale grava soprattutto su di loro?

Osserva Visco che “i due modelli rispondono sostanzialmente a due diverse visioni socio-politiche: l’imposta tradizionale postula un interesse particolare e quindi un’alleanza per i ceti inferiori e i ceti medi secondo il tradizionale modello socialdemocratico, mentre l’imposta piatta sottintende un’alleanza tra ricchi e poveri, e non a caso è stata ed è la soluzione preferita dalle destre in tutto il mondo”.

In Italia però non ci si può limitare a queste considerazioni perché c’è un problema in più: che non tutti pagano le imposte o le pagano solo in parte.

Scrive Alberto Brambilla sul Corriere della Sera che “dalle dichiarazioni dei redditi 2015 ai fini Irpef degli italiani emergono dati preoccupanti per la sostenibilità della spesa pubblica e del nostro welfare. Su 60,79 milioni di abitanti quelli che presentano una dichiarazione dei redditi sono 40,7 milioni, ma solo 30,72 milioni spesa-pubblicadichiarano almeno un euro di reddito. Il 46% dichiara solo il 5,1% di tutta l’Irpef pagando in media 305 euro l’anno; solo per garantire la sanità a questi 28 milioni di connazionali gli altri cittadini devono sborsare ben 43,3 miliardi. Il successivo 15%, altri 9 milioni, paga il 9% dell’intero ammontare Irpef, per una imposta media di 1.665 euro l’anno; per questi servono altri 1,7 miliardi per la sola sanità”. Cioè se sommiamo quelli che non dichiarano e quelli che dichiarano poco abbiamo qualche decina di milioni di persone che sono a quasi totale carico dei contribuenti che pagano tutto il dovuto.

E chi sono questi benefattori? Sul totale di Irpef versata, 167 miliardi, i lavoratori dipendenti ne pagano ben 99 cioè il 60% . Sarebbero la metà dei contribuenti, ma pagano più della metà. Anche quelli che guadagnano tanto non sfuggono e i 19mila soggetti con redditi oltre i 300 mila euro pagano, essendo lo 0,09% dei contribuenti, più tasse del 36,5% dei contribuenti con redditi fino a 15.000 € (il 5,26% contro il 3,41%)”. Lo stesso accade per quelli che stanno oltre i 100 mila euro (sono l’1,17% e versano il 17,5% dell’Irpef). E infine “tra i 20 e i 55 mila euro troviamo il 43,2% dei lavoratori dipendenti che versano il 55% di Irpef.

lavoratori-autonomiL’analisi di Brambilla prosegue con i lavoratori autonomi. “Se ne stimano circa 7,5 milioni ma i dichiaranti sono 5,457 milioni di cui i versanti con redditi positivi solo 2,8 milioni. Il primo gruppo di cittadini autonomi (pari al 77%), dichiara redditi tra 3.500 e 11.000 euro lordi l’anno. Il successivo 15,90% di autonomi con redditi tra i 15 e i 35.000 euro, paga un’Irpef media di circa 1.500 euro, insufficiente per coprire i costi della sola sanità. Solo il 6,45% degli autonomi (351 mila) paga imposte sufficienti mentre il restante 93,55% è a carico di altri lavoratori. Il totale Irpef pagata da questi lavoratori è pari a 9,6 miliardi cioè il 5,7% del totale”.

E veniamo al capitolo pensionati. Tutti insieme pagano 58,581 miliardi di Irpef (il 35% del totale Italia). Però “il 46,1% paga un’Irpef media di circa 350 euro” e poi c’è la no tax area e sulle prestazioni assistenziali (invalidità, accompagnamento, pensione e assegno sociale e pensioni di guerra) e sulle prestazioni con integrazione al minimo e maggiorazione sociale non si paga l’Irpef salvo che il pensionato possegga altre rendite. Inoltre bisogna “tener presente che gran parte dei pensionati assistiti non ha pagato i contributi sociali nei 65 anni di vita attiva e neppure l’Irpef; tra questi una buona parte sono ex lavoratori autonomi”.

conti-pubbliciE quindi? “Se i contributi pensionistici pareggiano le uscite per pensioni occorre che i circa 205 miliardi (112 miliardi per la sanità e 93 miliardi per l’assistenza), siano coperti dall’Irpef e dall’Irap che però assommano a soli 190 miliardi”.

Et voilà il pasticcio è fatto. Se mettiamo insieme le due analisi è chiaro che il “chi paga” del patto sociale grava in Italia sulle classi medie e, in particolare, sui lavoratori dipendenti. Se non si affronta questo problema anche la seconda parte del patto “come si spende” ne risulta fortemente condizionata e il debito pubblico sarà destinato per sempre a coprire queste anomalie e non allo sviluppo del Paese

Claudio Lombardi

Il ventennio perduto dell’Italia: le cause profonde del declino

Una delle tante ricostruzioni delle cause del divario fra Italia e paesi europei più avanzati è quella comparsa su La Stampa.it , autore Marco Alfieri. Ne riassumiamo i contenuti perché brilla per chiarezza e ricchezza di dati.

L’Europa, che inchioda i cittadini a pagare per scelte su cui non possono decidere, è diventata l’alibi comodo dei nostri fallimenti, anche se la sua sovranità è sempre ciò che gli stati nazionali lasciano che sia.

Dalla crisi del 92-93 ad oggi sono 20 anni. Se confrontiamo i principali indicatori del sistema paese (debito, spesa pubblica, Pil, redditi, evasione, pressione fiscale, produttività, Borsa, dualismo nordsud e commercio mondiale) scopriamo che l’Italia del 2011 ereditata dal governo Monti è messa uguale, se non peggio, di quella del terribile 1993, quando nasce in emergenza la Seconda Repubblica e, da Maastricht, comincia il lungo viaggio verso la moneta unica.

Debito pubblico

La crisi mondiale ci restituisce un paese con un debito pubblico che a fine 2011 ha toccato il 122% del Pil, 6,5 punti sopra il livello del 1993. A parte l’incasso delle privatizzazioni realizzate a partire da quella data (che assommano alla bella cifra di 146 miliardi di euro nel periodo 1993-2007) soprattutto, è stata gettata al vento la grande occasione dei bassi tassi di interesse. Infatti, per quasi 15 anni, fino alla prima metà del 2011, grazie all’euro abbiamo pagato tassi ‘tedeschi’ il che ha significato più o meno 60 miliardi di minori interessi l’anno che fanno ottocento miliardi in 15 anni. Se li avessimo usati per ridurre il debito pubblico oggi avremmo un rapporto debito/Pil del 70% invece che del 120, e non saremmo nel mirino della speculazione. Viene spontanea la domanda: che fine hanno fatto tutti quei soldi?

Pil e redditi

L’Italia, nord produttivo compreso, nell’ultimo ventennio ha perso per strada un punto e mezzo medio di crescita strutturale, passando dall’1,5% allo «0 virgola» degli anni duemila. La distanza accumulata rispetto agli altri paesi dell’eurozona vale circa 300 miliardi di minor ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2010 il Pil italiano era appena il 3,8% sopra il livello del 2000. Significa che in rapporto alla popolazione, nel frattempo salita del 6,2% grazie all’immigrazione, è sceso in termini reali del 2,3%. Si tratta della peggior performance tra i paesi avanzati: ha fatto +7,6% il Giappone (in deflazione da 20 anni), +9,5 la Germania, +11,8 la Francia, +16,7 gli Usa, +18,1 la Gran Bretagna. Se dunque la crisi mondiale, la speculazione e la dittatura dello spread cominciano dal 2008, la stagnazione italiana è precedente. Lo dimostra anche la serie storica del Pil pro capite: nel 1990 era del 2% inferiore a quello dei tedeschi, nel 2010 il solco si è allargato al 15%, nonostante i pesanti oneri dell’unificazione tedesca. Quello con la Francia si è ampliato dal -3 al -7%. Con Londra si è addirittura passati da un vantaggio del 6% a un delta negativo di 12 punti. Il risultato è che nel 1990 il nostro Pil per abitante valeva il 107% della media Ue, nel 2011 è sceso al 94%. «Il reddito medio annuo delle famiglie italiane nel 2010, al netto delle imposte e dei contributi sociali, risulta pari a 32.714 euro, cioè 2.726 euro al mese, una cifra inferiore in termini reali del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991», conferma Bankitalia.

Nord-Sud
In termini di reddito prodotto, quello meridionale resta inchiodato al 59-60% di quello del nord Italia. Un divario cresciuto nell’ultimo ventennio (nel 1993 si attestava intorno al 63%).
Quel che invece non è cambiata è la spirale spesa pubblica buona/ spesa pubblica cattiva. Quella cosiddetta discrezionale, cioè per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, cioè per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In sostanza nell’ultimo ventennio non solo si è riallargato il gap Nord-Sud nelle risorse prodotte, ma si sono perpetuati i vizi nei trasferimenti dallo stato centrale al mezzogiorno: più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture.

Economia sommersa

L’Italia del Dopoguerra è un paese che fonda il proprio accumulo di benessere su una costituzione materiale distorta: un settore pubblico sterminato e inefficiente usato da ammortizzatore sociale; un settore privato e di piccola industria spina dorsale del paese a cui si concede, quasi a compensazione, il vizietto dell’evasione. Col tempo la prassi degenera: il piccolo «nero» si fa grande evasione, coinvolgendo fette sempre più larghe di popolazione. Finchè il patto improprio ha funzionato ha prodotto ricchezza per tutti, ma da fine anni 90, con l’ingresso in Europa e la concorrenza globale, il Bengodi è finito. Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil. Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario. Una cifra simile a quella di 20 anni fa, quando il sommerso oscillava tra il 15 e il 18% del Pil. Se poi guardiamo i redditi dichiarati da imprenditori e liberi professionisti, si scopre che in Italia il peso delle loro tasse sul totale delle imposte riscosse è sceso dal 13,2% del 1993 al 5% del 2010 per i primi, dal 7,6% al 4,2% per i secondi.

Borsa e made in Italy

La globalizzazione ha stravolto la mappa economica planetaria, trasferendo a Oriente ricchezza, potere e commerci. Nella classifica del commercio globale l’Italia è scesa dal 4,8% del 1993 al 3,1% del 2011, dal quinto al settimo posto. Certo la nostra forza rimane l’export. Ma secondo l’Ocse stiamo rallentando. Nell’ultimo ventennio quello italiano è cresciuto del 113% contro il 260% della Germania e il 152% della Francia. Nel 1990 le nostre esportazioni valevano il 54% di quelle di Berlino e il 96% di quello di Parigi; l’anno scorso siamo scesi rispettivamente al 32 e all’81%.

Se poi guardiamo alla Borsa, la foresta rimane pietrificata: il 40% delle aziende di Piazza Affari mantiene un’azionista di riferimento pubblico. Lo stesso numero di società quotate al 2011 (271) è fermo da un decennio. Nel 1993 erano poco meno: 222. Non basta. Tra le cosiddette multinazionali tascabili del «Quarto capitalismo», meno di 20 sono quotate. La Borsa nell’ultimo ventennio è dunque servita a fare cassa in vista dell’euro, non a creare un moderno mercato dei capitali. Il risultato è che a fine 2011 Piazza Affari, con una capitalizzazione pari al 20,7% del Pil, si colloca al 20esimo posto al mondo, preceduta anche dai listini dei mercati emergenti: Brasile (64,9% del Pil), Russia (72,8%) e Sudafrica (207%). E dire che ancora nel 2001 la piazza milanese era ottava al mondo, con una capitalizzazione pari al 50% del Pil.

Tasse

La progressione delle tasse in Italia comincia negli anni 80, quando la pressione fiscale era del 30%, per salire al 35% a metà decennio, in parallelo all’esplosione del debito pubblico. Nel ’92, sull’orlo della bancarotta, sfonda la soglia del 40% per non tornare più indietro, anzi. Il record del 43,9% del 1997 verrà infranto alla fine di quest’anno quando le tasse saliranno all’astronomico 45,1% (+2,1% sul 2011). E ancora di più nel 2013, quando la proiezione è di un insostenibile 45,4% nominale, perché depurato dall’evasione schizza al 55% per chi le imposte è costretto a pagarle fino all’ultimo centesimo.

Solo negli ultimi 7 anni, tra il 2005 e il 2012, la pressione fiscale è salita di 4,7 punti di Pil. In media un punto di tasse in più ogni 532 giorni. Altro che aliquota unica Irpef al 33%, la mitica «flat tax» annunciata dal Berlusconi del 1994, scritta a chiare lettere nel programma economico firmato Antonio Martino che tanto fece sognare gli italiani. Se analizziamo la speciale classifica del salasso, calcolata sull’arco temporale 1995-2011, le rispettive coalizioni che si sono alternate al governo, si sono praticamente equivalse: una media pressione fiscale del 42,6% per i governi di centrosinistra, una media pressione fiscale del 42% per i governi di centrodestra.

Spesa pubblica

Nell’ultimo decennio la spesa pubblica primaria, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di 141,7 miliardi di euro (+24,4%). Toccando, nel 2010, quota 723,3 miliardi (46,7% del Pil), pari a 11.931 euro spesi per ciascun cittadino (1.875 in più rispetto al 2000). Nel 2011 lo stato ha invece speso il 45,5% del Pil, superando il livello del 1993 (43,5%).

La cruda verità è che nella Seconda Repubblica si è fatto pochissimo per intervenire sui flussi di spesa pubblica. Tranne il governo Ciampi (-0,54% nel biennio 93-94) e il primo Berlusconi (-1,20% nel 94-95), tutti gli esecutivi l’hanno aumentata: +6% il Prodi 96-98, addirittura +16,9% il Berlusconi 2001-2006, intaccando l’avanzo primario, fondamentale nei paesi ad alto debito per garantire la sostenibilità dei conti. Non solo. In questo ventennio la forte riduzione della spesa per interessi si è accompagnata ad un’esplosione delle uscite correnti, per quasi 2/3 fatte da stipendi della Pa e prestazioni sociali. In un raffronto impietoso 1995-2012 fatto dall’Eurostat, l’Italia è il paese che ha registrato la maggior crescita cumulata di spesa corrente primaria: +5,9% contro il 3,6% della Francia, il 3,3% della Spagna, il -0,8% della Germania e una media dell’Eurozona pari al 2,2%. Troppe cicale al governo e troppo poche formiche.

Sintesi dell’articolo di Marco Alfieri su www.lastampa.it

Il vero spread dell’Italia (di Claudio Lombardi)

Un’interessante analisi comparsa sul Washington Post in questi giorni e ripresa dalla stampa italiana merita di essere presa come riferimento in tempi di tagli di spesa e di appelli al rigore di bilancio.

L’Italia viene definita la grande malata dell’euro e la sua malattia si chiama crollo di competitività. In generale e verso la Germania in particolare. Non è cosa da poco ovviamente e ben poco possono fare i provvisori (perché soggetti ad attuazione particolareggiata) risultati del Consiglio europeo di Bruxelles.

Certo, lo scudo anti-spread può allentare la pressione sulla spesa pubblica e mettere a disposizione dello Stato più soldi sottratti ai detentori dei titoli del debito pubblico. Purtroppo, però, questo lascia inalterati i problemi strutturali sia dell’economia che della stessa spesa pubblica cioè dello Stato. Se è vero come osserva la Corte dei Conti nell’ultimo documento sul rendiconto del bilancio dello Stato che la corruzione porta ad un aumento del 40% del costo delle opere pubbliche, se è vero, per fare un solo esempio, che le differenze di costi nei soli acquisti di materiali e medicinali delle ASL e delle aziende ospedaliere portano a “sprechi” (in realtà anticamera o rivelatore della corruzione) di denaro pubblico. Se questo (e molto altro) è vero non sarà uno spread più basso a risolvere il problema.

Nello stesso modo e a maggior ragione l’economia trarrà poco giovamento dalla sola diminuzione dello spread. E non perché gli italiani lavorano poco, ma per l’inefficienza complessiva che grava sul sistema economico.

Ecco i numeri del paradosso riportati dal Washington Post: gli italiani lavorano, in media, più di tutti i loro concorrenti: 1.744 ore all’anno contro le 1.705 degli americani, 1.480 in Francia, 1.411 in Germania. Ma la produttività reale di questo lavoro è rovesciata. Campioni mondiali di produttività sono gli Stati Uniti con 60,9 dollari all’ora, seguono Germania e Francia sopra quota 55, poi la Svezia a 52 e l’Inghilterra a 47,8. L’Italia è in fondo alla classifica, con 45 dollari di Pil per ogni ora lavorata. Osserva l’autore dell’analisi che «da anni l’Italia continua a perdere terreno. Le zone improduttive della sua economia si espandono, prevalgono sulle parti migliori». Tutto ciò spiega perché dall’introduzione della moneta unica ad oggi, abbiamo perso il 30% di produttività nei confronti della Germania.

È interessante leggere come spiega il giornale USA questo paradosso. Al centro viene messo il modello culturale fatto di evasione fiscale record, di mancanza di spirito civico, di nepotismo, di mortificazione del merito.

Praticamente un bel campionario di disvalori che generano e, contemporaneamente, si alimentano con l’inefficienza dello Stato, la corruzione, lo stato pietoso della giustizia (civile in particolare).

In questo modo è l’intero sistema Paese che genera sprechi e scarsa produttività. Per quante risorse ci vengano immesse i risultati saranno sempre mediocri e la qualità della vita dei cittadini ben poco soddisfacente.

D’altra parte l’enorme massa del debito pubblico sta lì a testimoniare, con l’immenso spreco di denaro che non ha generato sviluppo né servizi né infrastrutture all’avanguardia, di un fallimento storico delle classi dirigenti italiane. Detto semplicemente: i soldi non bastano mai se vengono sistematicamente dilapidati fra inefficienze, ruberie e spreco generato dall’individualismo anarchico delle mille frammentazioni in cui si suddivide la società.

Qui c’è un problema serio perché il vero spread fra l’Italia e altri paesi europei sta qui. Che l’Europa sia il nostro futuro dovrebbe stare a cuore a tutti, ma non ci si può stare con tali differenze di produttività di sistema. I saldi della finanza pubblica non sono il Vangelo, ma solo la risultante finale di problemi strutturali più profondi. Quindi, è inutile che ci affanniamo intorno ai puri dati finanziari se non riusciamo ad affrontare le cause. La conseguenza sarà sempre un aumento dell’imposizione fiscale su chi le tasse le paga e una diminuzione dei servizi in quantità e in qualità.

Questo è il vero abisso in cui rischia di precipitare l’Italia.

Claudio Lombardi

Il problema siamo noi (di Claudio Lombardi)

Dunque i problemi non erano risolti, la solidita’ dell’Italia non era quella sbandierata dal Governo, i conti dello Stato non mettevano al sicuro i portafogli degli italiani nei quali gia’ poche settimane fa si era deciso di mettere le mani e che adesso ci si prepara ad alleggerire in maniera decisa.
Ripensare adesso alle rassicuranti dichiarazioni degli anni passati quando si affermava con sicumera che la crisi non ci riguardava e che era, addirittura, un problema psicologico fa rabbia e dovrebbe portare ad una immediata ribellione nei confronti di chi ci ha preso in giro. Se cio’ non accade non e’ strano tanto e’ vero che, senza alcun pudore, si riparla ora di sacrifici dolorosi, ma necessari esattamente come se ne parlava in tutte le crisi precedenti. Il problema non e’, infatti, che il Governo ancora in carica ci ha presi in giro perche’ questo e’ cio’ che e’ accaduto molte altre volte nella nostra storia con l’eccezione di quei pochi momenti nei quali la politica e i governi si sono messi alla testa della nazione producendo risultati straordinari.
Il problema e’ che gli italiani si sono sottomessi a gruppi politici che sempre piu’ somigliano e si manifestano come associazioni a delinquere o di affaristi, parassiti, imbroglioni, sfruttatori e sabotatori delle risorse pubbliche.
Esagerazione? Non sembra proprio viste le continue inchieste della magistratura che coinvolgono esponenti politici di primo piano come e’ accaduto nei giorni scorsi con le cosiddette P3 e P4 e con i casi Papa e Milanese e, da ultimo, Tedesco. Sono tutti cosi ? No ovviamente, ce ne sono tanti che fanno del loro meglio, ma non prevalgono sugli altri. E poi: quanti mettono le istituzioni e i cittadini al primo posto e il partito all’ultimo?
Pensate un po’, tutto quello che si sa oggi lo si deve ai magistrati; proprio a quella magistratura che Berlusconi, pluriimputato di svariati reati comuni, vorrebbe mettere a tacere e privare di essenziali strumenti di indagine. Come si fa a negare che gente di malaffare si e’ impadronita di una parte della politica e delle istituzioni e lotta contro i poteri dello Stato che devono far rispettare la legalita’?
Non si puo’ perche’ questa e’ l’evidenza dei fatti.
E questo viene prima della crisi mondiale perche’ non c’e’ sacrificio bastevole a rimediare gli effetti di una politica al comando che agisce come un aggregato di bande criminali. Parole forti? Si’ certo, ma come definire in altro modo cio’ che da molti anni accade in Italia?
Si parla tanto e giustamente di costi della politica in un momento in cui stanno decidendo che noi cittadini pagheremo il conto della loro incapacita’, dei loro errori, del loro affarismo. Ma i costi della politica non sono solo quelli riportati sui giornali. I costi piu’ pesanti sono quelli di dover mantenere un sistema di potere che assorbe risorse e non funziona. Chi viaggia in Europa torna sempre con la sensazione che gli altri stanno comunque piu’ avanti perche’ li’ i servizi funzionano, le regole sono rispettate e lo spazio pubblico tutelato. Sembra che lo Stato ci sia e faccia la sua parte. Da noi no, la sensazione e’ che nulla sia affidabile e tutto incerto.
Ecco i veri costi della politica, di una politica che non e’ nemmeno piu’ tale, perche’ ci sarebbe bisogno di tanta politica, diffusa, partecipata e condivisa. E ci sarebbe bisogno di partiti in grado di guidare la societa’ civile non perche’ le stanno sopra, ma perche’ ne sono espressione. E ci sarebbe bisogno di una societa’ civile che faccia politica cioe’ si occupi dell’interesse generale e non pensi solo ai propri problemi particolari.
In definitiva una politica come quella che comanda in Italia costera’ sempre troppo perche’ non svolge il suo compito.
In questi giorni sapremo quanto ci costera’ l’incapacita’ della nostra classe dirigente e ascolteremo le solite litanie di politici ed esperti che ci spiegheranno come siano necessari i duri sacrifici di fronte all’emergenza. Ovviamente si guarderano bene dallo spiegare come mai le condizioni dell’Italia rendano piu’ pesanti questi sacrifici e di quale sia la loro responsabilita’. Saremo presi in giro di nuovo e, salvo sorprese, lo accetteremo. Almeno, questo e’ il copione di sempre.
Senza rabbia e con amarezza ne parlava su Repubblica il 7 agosto Ilvo Diamanti in un articolo che andrebbe letto e riletto e dal quale traiamo la seguente citazione:

“Poi, soprattutto, è da vent’anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant’altro. E dal Partito Personale dell’Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che “tutto va bene”, l’economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell’informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente – certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra – la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori – cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri “fondamentali”, solidi e forti.

Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l’abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi come fai a credergli?

Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore – e viceversa – in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l’occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani… Basta che paghino gli altri. Peccato che domani – anzi: oggi – sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi. L’arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.”

Ecco: il problema siamo noi. Se abbiamo pazienza superemo questa crisi in attesa della prossima quando ancora ci diranno “emergenza, sacrifici”. E intanto la spazzatura sara’ tornata nelle strade di Napoli e i politici gestiranno ancora gli appalti e le consulenze senza problemi, ovviamente impegnadosi a completare la Salerno-Reggio Calabria entro la data improrogabile del…….

Claudio Lombardi

Manovra: ancora una volta gli italiani pagano il conto (di Claudio Lombardi)

Difficile dire qualcosa di originale sulla manovra finanziaria presentata dal Governo. Difficile perché i commenti sono, come sempre in queste occasioni, così tanti da coprire tutto ciò che è possibile dire; difficile perché la manovra ripete uno schema “classico” che ormai è lo stesso da molti anni.

In due parole: con decreto-legge o con procedure rapide si approvano le norme in grado di portare risultati certi e in tempi brevi; con strumenti di più lunga durata (proposte di legge, leggi delega, differimenti di attuazione alla prossima legislatura) si definiscono le norme delle quali i risultati non sono né immediati né certi.

Come sempre la ricetta prevede che le due categorie di norme siano tenute strettamente vicine, anzi, che quelle di non immediata attuazione siano presentate come la vera novità per oscurare le misure che si attuano subito.

Nel rincorrersi delle anticipazioni, per esempio, l’accento è caduto sulla riforma fiscale e sui tagli ai costi della politica; due tipologie di intervento che si realizzeranno in tempi lunghi, se si realizzeranno.

Anche sull’entità della manovra si è utilizzato lo stesso effetto deformante: la dimensione pubblicizzata ha dato l’impressione di un intervento deciso di correzione dei conti; la scansione temporale ha mostrato la realtà di un rinvio degli interventi più sostanziosi alla prossima legislatura.

Certo l’Europa si accontenta e dice che, fino al 2012, i conti possono andar bene. Il problema, però, è che i conti li dobbiamo fare con la situazione oggettiva del Paese e con le esigenze pressanti della maggior parte degli italiani. L’Europa si può accontentare, noi no. Semplice.

Un Governo che vuole fare sul serio lo fa comunque e presto. Cosa, però? Una politica economico-finanziaria che migliori la situazione dell’economia e delle persone puntando a superare croniche debolezze infrastrutturali e la frammentazione del tessuto produttivo forte di tante piccole e piccolissime imprese, ma debole su tutti gli altri fronti.

Economia e società si tengono strettamente ed è un’illusione pensare che l’una possa basarsi sullo schiacciamento dell’altra. Il collegamento è dato dalle politiche pubbliche cioè dal ruolo dello Stato e dalla politica che lo fa muovere. Da decenni si parla di “sistema Paese” per sottolineare una dimensione che tiene unite queste facce della stessa medaglia. Eppure ancora siamo qui a romperci la testa su misure che servono a “passà ‘a nuttata” e non a costruire il futuro.

Pensate, torna il superbollo! E si blocca per la ennesima volta (decima, quindicesima?) il turn over degli statali. Ma come? Dopo tutte queste volte che li bloccano ce ne sono ancora di statali? Sì perché la norma si approva, si scrivono i risparmi che assicura, si coprono le spese con quelle entrate virtuali e poi… e poi fatte le spese (vere) si fa altro debito pubblico per coprirle perché i risparmi non c’erano veramente.

Come nella moda quando uno stile del passato viene riportato alla ribalta, anche dagli uffici del Governo provengono idee e proposte che già sono state fatte e sperimentate nel passato e che non hanno funzionato. Però le ripropongono lo stesso. E chissà la fantasia degli esperti e consiglieri, dei ministri e dei parlamentari cos’altro produrrà nelle prossime settimane.

Per quale obiettivo? Raddrizzare i conti dello Stato. Come già detto ci sono i tagli certi che producono minor spesa (ne fanno le spese enti locali, regioni con la sanità in testa, i pensionati), ci sono un po’ di entrate di piccolo taglio (tassa di proprietà oltre i 225Kw, tassa sui treni alta velocità) e una miriade di interventi sparsi che vanno visti uno per uno. Tanti saranno pure giusti, ma il fatto è che tutti insieme, buoni e cattivi, veri e falsi, mischiati alle politiche nelle quali è impegnato il Governo, conditi con la sua autorevolezza nazionale e internazionale (bassissima), accompagnati da una maggioranza che non si capisce cosa la tenga unita (a parte gli interessi personali e di gruppo) e con la ciliegina sulla torta degli scandali che hanno mostrato agli italiani e al mondo chi sono veramente tanti di quelli che hanno preso il potere e come lo usano a proprio vantaggio; tutti insieme non sono credibili e suscitano diffidenza e un senso di rabbia che si sta diffondendo sempre più.

Rabbia per la sfrontatezza e l’arroganza di chi ha ricevuto il mandato di governare ed ha perso tempo a farsi gli affari suoi (magari raccontando barzellette); rabbia per l’incapacità di guidare lo Stato in un Paese con una delle più forti economie mondiali reso debole proprio dall’incapacità delle sue classi dirigenti che hanno sperperato ricchezze immense senza costruire nulla di solido.

Non sono solide le infrastrutture, non lo è il sistema dell’istruzione, non lo sono i servizi. Al contrario tutto appare precario e inaffidabile e gli italiani si meravigliano quando capita loro di imbattersi in qualcosa che funziona come dovrebbe. E questo mentre la forza dell’economia c’è, ma deve fare a meno di uno Stato che marci come dovrebbe.

Soprattutto ne devono fare a meno gli italiani che si trovano ogni anno a saldare il conto e non riescono a sapere e a vedere dove vanno a finire i loro soldi.

Per il futuro è preferibile che ci siano meno manovre e più lavoro quotidiano fatto con le politiche giuste che costruiscano il futuro ogni giorno.

Claudio Lombardi