Riflessioni sul salario minimo

Se la maggioranza di governo regge, il prossimo terreno di scontro sarà forse il salario minimo. Al netto di immigrati, sbarchi, fidanzate (dei viceministri), cannabis legale e negozi che la vendono il salario minimo è pronto a diventare il prossimo tormentone estivo.

Per i 5 stelle sembra che il salario minimo sia il nuovo vessillo da sventolare dopo il reddito di cittadinanza (e il suo parziale flop), contro la povertà. Alcuni pensano sia giunto il momento di  elaborare ed approvare un provvedimento che in qualche modo intervenga a gamba tesa sul lavoro, per alzare in fretta  le retribuzioni più basse e mettere soldi in tasca ai “lavoratori poveri”. Peccato che così si rischi di colpire allo stomaco aziende e sindacati creando più problemi di quelli che si vogliono risolvere.

Salario minimo dovrebbe essere quell’importo da erogare al lavoratore dipendente fissato direttamente dalla Legge e sotto il quale non si può andare. Un importo, dunque, che sarà definito dal  Legislatore e dal quale non si potrà prescindere nei rapporti di lavoro, un limite, quindi, non derogabile nemmeno dalla contrattazione collettiva.

In apparenza tutto semplice e chiaro. Ma se si ragiona un po’ non è così e diversi dubbi ci frullano nella testa: come definire l’importo minimo? Con quale criterio? Sarà dentro una legge, ma chi sarà l’Ente o l’organo che lo dovrà quantificare? Ogni quanto tempo dovrà essere aggiornato? Sarà valido per tutti i settori? Sarà uguale per tutti i lavoratori? Sarà applicabile dalle Alpi a Trapani? E i contratti collettivi con le loro tabelle salariali che fine faranno? Come si vede le domande non sono poche.

Di sicuro è un tema intrigante, di grande effetto mediatico e facilmente cavalcabile politicamente. Al momento ci sono già due disegni di Legge: uno del M5S e uno del PD. I sindacati, invece, sono schierati decisamente contro, temendo un forte ridimensionamento della loro funzione base che è quella di stabilire nella contrattazione collettiva la retribuzione per i lavoratori dipendenti. In Italia, infatti, spetta alla contrattazione collettiva definire le retribuzioni anche se la validità erga omnes dei contratti non è mai stata realizzata per la mancata attuazione dell’art.39 della Costituzione.

È quindi possibile che i datori di lavoro non applichino il CCNL. Da qui la proliferazione di altri contratti sottoscritti da sigle sindacali minori e altri ancora concordati a livello aziendale. Una situazione piuttosto complessa ed articolata che comunque riesce a toccare la stragrande maggioranza dei lavoratori.

Diverso l’approccio delle due proposte di legge. Il M5s vuole fissare la retribuzione minima a 9 euro (lordi) l’ora. Il Pd punta anch’esso alla stessa cifra (al netto però), ma non vuole scavalcare la contrattazione collettiva. Entrambe le posizioni tuttavia non sembrano tenere conto adeguatamente delle problematiche che una norma del genere avrà sulla gestione delle aziende e sullo stesso trattamento retributivo dei lavoratori.

Se si considerano anche le altre voci che compongono il costo del lavoro oltre alla retribuzione oraria l’aggravio di costi per le aziende potrebbe non essere indifferente. Infatti in molti settori (pulizie, ristorazione, fattorini, operai dei primi livelli, colf, badanti) le retribuzioni di fatto sono inferiori ai 9 euro l’ora proprio per quanto stabilito dalla contrattazione collettiva e non per una volontà sfruttatrice delle aziende. Si calcola che circa il 25% dei lavoratori avrebbe un aumento della propria retribuzione, ma i costi per le aziende sarebbero ovviamente più elevati.

Se si considera il periodo di crisi (Pil quasi a zero), la forte disoccupazione, una diffusa presenza di lavoro nero, un costo del lavoro tra i più alti al mondo, si capisce che l’impatto di una misura drastica come l’aumento delle retribuzioni per legge sarebbe molto pesante per l’economia.

Come minimo occorrerebbe alleggerire il costo del lavoro per le aziende attraverso la decontribuzione e insieme introdurre benefici fiscali per i lavoratori.

Il Jobs Act  con la Legge Delega 183/2014 aveva già tentato all’epoca di aprire con un “esperimento” la strada ad un salario minimo di Legge da introdurre solo nelle aziende  dove non c’era o non veniva applicato il CCNL. Questo tentativo all’epoca molto criticato abortì dinanzi alla fortissima opposizione sindacale e agli scontri interni alla maggioranza di governo. Già allora però fu evidente la reale difficoltà applicativa della proposta.

In questa situazione lanciare slogan per un salario minimo europeo risulta quanto meno azzardato. In Europa 6 Paesi non applicano un salario minimo per Legge, ma questo, invece di rafforzare la proposta di una misura unica a livello europeo, conferma la presenza di visioni diverse che non possono essere sottovalutate. Oltre all’Italia anche Svezia, Finlandia, Danimarca, Cipro e Austria affidano le tariffe salariali alla contrattazione collettiva, mentre in Belgio il salario minimo legale si affianca alla contrattazione collettiva e in altri Paesi come la Germania il salario minimo è stato approvato da poco (dal 2015), mentre altri si muovono con regole di intervento diverse e variegate. Insomma diversità ce ne sono e anche un po’ di confusione; nessuno sembra avere una soluzione chiara e una risposta efficace. È quindi evidente che il salario minimo, nazionale o europeo, è, per ora un’idea vaga più utopica che reale

Alessandro Latini

Tirati per i capelli parliamo di art 18

scontro art 18Siamo quasi tirati per i capelli a parlare di art. 18. E allora parliamone visto che tutti ammettono la sua marginalità quanto a numero di casi trattati, ma nessuno rinuncia a considerarlo fondamentale. I difensori dicono che corrisponde ad un principio di civiltà giuridica e a diritti intoccabili dei lavoratori. Per chi vuole modificarlo è un intralcio da eliminare.

Meglio mettere subito da parte la disputa sulla civiltà giuridica e sui diritti che non convince. Su questa strada il rischio abbastanza concreto è di approdare ad una nozione di immutabilità dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato fuori dai casi previsti dalla legge che, oggettivamente, non può certo incoraggiare le assunzioni.

Se si sta su questo piano lo scontro diventa, infatti, senza sbocco. Si possono infatti escogitare mille tutele per chi viene assunto con contratto a tempo indeterminato, ma non si può obbligare un datore di lavoro ad assumere. A meno che il datore di lavoro non sia lo Stato e non si tratti di attuare una decisione politica.

D’altra parte la tutela dell’art 18 oggi (ma fino al 2012 era molto più vasta) prevede che il lavoratore licenziato da qualunque azienda (meno e più di 15 dipendenti) possa sempre ricorrere al giudice il quale può valutare i motivi del licenziamento e disporre la reintegrazione nel posto di lavoro in una serie di casi previsti tassativamente dalla legge e in altri che conseguono alla valutazione del giudice stesso.

assunzioni a contrattoÈ un problema serio? Non è un problema? È abbastanza facile comprendere che un datore di lavoro, magari piccolo, voglia poter decidere chi mantenere in azienda e chi no perché il rapporto di lavoro è un rapporto dinamico che è difficile inquadrare nelle maglie strette di una legge. E soprattutto è un rapporto indirizzato ad un risultato – l’attività produttiva – senza il quale non ha motivo di esistere l’azienda. Ma i pochi casi nei quali si ricorre alla reintegra testimoniano del fatto che l’art 18 non è il problema principale con il quale un datore di lavoro si trova a combattere.

Come già detto tante volte il problema è il sistema Italia e i suoi limiti tanto che l’art 18 con la sua reintegra nel posto di lavoro può apparire persino irrilevante.

Tralasciando (basta nominarli e si capisce quanto siano determinanti) i problemi infrastrutturali e di contesto (criminalità, ferrovie, strade, telecomunicazioni, energia, burocrazia, accesso al credito) e limitandosi al lavoro il problema è che i contratti a tempo indeterminato danno accesso a tutele sia giuridiche che economiche che tutti gli altri tipi di contratto non consentono. Contratto collettivo nazionale, cassa integrazione, malattia, maternità, disoccupazione ecc ecc.. Poiché queste limitazioni riguardano oltre la metà dei lavoratori (e non calcoliamo quelli in nero) il problema più urgente è dare qualche copertura a  anche a loro cercando di uniformare i trattamenti a prescindere dal tipo di contratto.

Intanto è urgente limitare i contratti truffa per arrivare a due sole tipologie: tempo determinato e tempo indeterminato. Già la riforma che ha portato a tre anni la durata dei contratti a tempo determinato ha stabilito che, per ogni azienda, questi non possano eccedere il 20% del totale dei dipendenti pena sanzioni economiche. Significa che l’80% deve essere di contratti a tempo indeterminato. È già qualcosa no?

ammortizzatori socialiAltro punto, questo sì fondamentale, è l’estensione dell’indennità di disoccupazione a tutti, lavoratori autonomi compresi. Già oggi l’Aspi e la mini Aspi hanno aperto la strada ad un nuovo regime degli ammortizzatori sociali. Vogliamo considerarla una priorità?

Il diritto ad avere una copertura per la maternità è importante oppure no? È ovvio che sì, ma anche questo va stabilito per legge e anche di questo si discute nella riforma del lavoro all’esame del Parlamento.

Bisogna valutare se una riforma che unifichi le tutele per tutti i contratti di lavoro sia in grado di creare le condizioni più favorevoli affinché sia più facile assumere con un contratto di lavoro regolare e sia più facile per i lavoratori ottenere retribuzioni più elevate che è la vera urgenza di oggi.

Basti pensare che un’indennità di disoccupazione generalizzata può aiutare a resistere alle offerte di salari di fame. Ovvio che da sola non basta. Ci vogliono anche le “famose” politiche attive del lavoro che puntino su una formazione vera e collegata con le esigenze delle aziende magari mettendo fine allo scandalo di miliardi di euro spesi in una formazione fasulla.

La questione del lavoro non può stare tutta nella disciplina legale dei contratti. Se non funziona l’economia e se lo Stato non promuove l’avvio di attività produttive e di servizio innovative e più efficienti non c’è tutela in grado di fermare il declino. E da qui il discorso dovrebbe cominciare

Claudio Lombardi

Miti illusioni realtà

ritorno alla liraTorniamo alla lira, la svalutiamo come vogliamo e diventiamo competitivi sui mercati così si creerà più lavoro.

Facile no? Basta crederci e se poi va male si può sempre trovare qualche speculatore cui dare la colpa. Chi ci crede fa finta di poter tornare agli anni ’60 quando la Cina d’Europa era qui in Italia e milioni di lavoratori producevano merci ad alta componente di lavoro con salari di fame e senza diritti. Oggi quelle produzioni sono tutte spostate ad oriente con costi di produzione ed economie di scala inarrivabili per noi. Tornare ad una nuova lira per poi svalutarla significherebbe una drastica riduzione dei salari dei lavoratori e dei risparmi di decine di milioni di italiani. Ma si recupererebbe in poco tempo? Falso perchè i prodotti importati costerebbero di più e così il credito sui mercati internazionali e, quindi, quello interno.
Ma nel passato stavamo meglio e abbiamo avuto periodi di boom economico e poi potremmo sempre stampare tutta la moneta che vogliamo. Vero, ma la nostra moneta sarebbe carta straccia se non fosse sostenuta da una forte economia. L’Italia del boom economico stava in un mondo diverso che non esiste più. L’Italia di oggi ha un calo di produttività che dura da vent’anni, ha perso interi settori nei quali era all’avanguardia dalla meccanica alla chimica. Come si presenterebbe nella competizione internazionale? Vogliamo scatenare una guerra commerciale contro la Cina, l’India e l’intero Oriente? La verità è che senza Unione europea Francia, Spagna, Germania ecc ecc sarebbero i primi nostri acerrimi concorrenti. Se l’Europa è mal gestita va cambiata la gestione non distrutta l’Europa.

lavoro precarioIl lavoro è un diritto tutelato dalla Costituzione

Basta leggere la Costituzione per capire che il riconoscimento del diritto al lavoro si traduce in promozione delle condizioni che rendano effettivo il diritto cioè in politiche pubbliche che favoriscano l’occupazione. Ma non sta scritto da nessuna parte che lo stato possa imporre ai privati di dare lavoro. L’interminabile discussione sui contratti di lavoro rischia, infatti, di nascondere la semplice verità che nessuna legge può obbligare qualcuno a dare lavoro nè a mantenere un rapporto di lavoro che non serve più. Sarebbe meglio, quindi, spostare il discorso sulle condizioni per creare lavoro e per tutelare i lavoratori magari abbandonando l’idea che i contributi pubblici possano fare miracoli. Decenni di uso del denaro pubblico distorto dai favoritismi e guidato dalle pressioni corporative dovrebbero essere sufficienti. Per tanti anni un fiume di denaro pubblico è andato a sostenere attività impreditoriali che, forse, non se lo meritavano ed ha aiutato a mantenere in attività imprese che dovevano essere chiuse. Insomma la ricchezza era privata e i debiti pubblici. Oggi tutto ciò non deve più essere possibile e la creazione di un sussidio di disoccupazione generale che sostituisca alcuni degli attuali ammortizzatori sociali (che nascondono la realtà di aziende finite) è la cosa più sensata che si possa fare. Lo sarebbe anche chiudere la storia dei finanziamenti pubblici alle imprese hanno senso se aiutano le start up e non se tengono in vita aziende in fin di vita o per scopi politici. I 4 miliardi buttati per mantenere italiana Alitalia dovrebbero pur insegnare qualcosa…..

Ha senso intervenire sui contratti a tempo determinato per renderli più costosi di quelli stabili semplicemente perchè l’incertezza e la temporaneità si devono pagare. Ma finchè si discute solo di contratti non si va lontano. Ciò che si può fare di più va oltre e sta in primo luogo nel creare le condizioni che rendano più facile offrire lavoro eliminando innanzitutto quelle inefficienze di sistema che penalizzano l’Italia nel confronto internazionale (giustizia civile, infrastrutture, servizi, burocrazia, criminalità organizzata). D’altra parte basta girare un pò in Europa per rendersi conto del divario che c’è tra noi ed altri e che è fatto innanzitutto di un approccio culturale diverso che chiama in causa milioni di cittadini e non solo chi sta al vertice.
Far finta che non sia così significa cullarsi in un’ulteriore illusione e nel mito che i responsabili del declino siano sempre altri e non anche noi stessi.

spesa pubblicaBasta aumentare la spesa pubblica e l’economia andrà meglio.

Falso, la spesa pubblica può creare sviluppo su grandi progetti come l’elettrificazione, le autostrade, i collegamenti ferroviari oppure indirettamente attraverso i servizi che hanno effetti di sistema (istruzione, sanità, welfare), ma pensare che la distribuzione di soldi a pioggia possa aumentare la ricchezza è un tragico equivoco che nasconde clientelismo, sprechi, corruzione, puri e semplici interessi corporativi. Per capirlo basta aprire i giornali che ogni settimana ci mostrano un caso di cattivo uso del potere e della spesa pubblica. Pensiamo che si possa tornare a ripetere il passato senza cambiare nulla? Non si può e chi lo pensa sta imboccando un vicolo cieco. Meglio capirlo prima che dopo

 

Claudio Lombardi

Riflessioni sul modello Germania alla vigilia del voto (di Salvatore Sinagra)

Germania elezioniSettembre 2013, la Germania ritorna al voto dopo quattro anni di crisi e di disordini per il mondo.  Le elezioni di domenica secondo molti analisti politici e finanziari saranno importantissime per l’Europa. I democristiani della signora Merkel sembra cresceranno di oltre 5 punti rispetto alle ultime elezioni federali sfiorando il 40%, ma tanto non basterà se i liberali dovessero sparire dal parlamento; alla “cancelliera” allora servirà un nuovo partner di governo e dovrà trattare con almeno un partito di sinistra.

La crescita dei consensi di “Angie” può essere considerata un segnale della soddisfazione dei tedeschi per come vanno le cose nel loro paese? Difficile dirlo; forse il premier uscente vola nei sondaggi perché i tedeschi non vedono alternative o perché ritengono che tutto sommato Angela Merkel sia la persona migliore per difendere l’interesse tedesco in Europa e nel mondo. Il quadro è complicato dalla circostanza che in Germania la sinistra ha fatto riforme di solito care alla destra quali il riordino dei sussidi e adesso i democristiani sembrano voler correggere il sistema impostato dalla coalizione rosso-verde con misure care alle sinistre quali il salario minimo ed interventi volti ad arginare la crescita degli affitti.

globalizzazioneIl paese di Goethe, almeno visto da fuori, è il vero vincitore della globalizzazione: gli Stati Uniti appaiono appannati, sul Giappone vi sono tanti dubbi, i paesi mediterranei soffrono e i paesi emergenti sono abbastanza sotto le attese. Eppure, alla vigilia di uno dei confronti politici più importanti della storia moderna, alcune testate tedesche enfatizzano i costi sociali del “nuovo modello renano”, basato sulla piena occupazione, ma anche su salari bassi e precariato. Dal 2007 in avanti, nonostante la crisi mondiale e nonostante i  problemi dell’area euro, l’andamento del Pil tedesco è stato sorprendentemente positivo; e però il Pil ci dice come sta un paese, non come stanno i suoi abitanti. Certo, la sua contrazione di solito produce devastanti aumenti della disoccupazione, ma della sua crescita spesso non ne beneficiano tutti.

E’ innegabile che dall’approvazione delle leggi con cui il governo di centro sinistra tedesco è intervenuto sul mercato del lavoro la disoccupazione è calata sensibilmente: si è ridotta in tempo di crisi dal 12 al 6% in circa dieci anni (la coeva legge 30 del 2003, approvata dal parlamento italiano, di certo non ha avuto gli stessi risultati).

Germania lavoroIn Italia non si fa altro che parlare di modello tedesco, e non solo con riguardo al mercato del lavoro. Dal nostro (a mio parere disinformato) dibattito sul lavoro mi pare di capire che è diffusa in Italia la tesi secondo cui i pregi del modello tedesco sarebbero elevati salari, un mercato del lavoro non troppo frammentato, tutele per tutti lavoratori, mentre i costi sarebbero orari di lavoro più lunghi che in Italia e maggiori possibilità di licenziare. La realtà tedesca, forse molto più frastagliata di quella italiana per via di  un maggiore ricorso alla contrattazione aziendale e dell’autonomia dei lander, è probabilmente diversa. Le retribuzioni, ancora abbastanza alte se comparate  a quelle di molti paesi europei, sono ormai da molti anni in contrazione in termini reali; mediamente in Germania si passa meno tempo al lavoro che in Italia. La disoccupazione è scesa di continuo per un decennio nella sostanza traducendo in realtà lo slogan dei sindacati “lavorare meno, per lavorare tutti”; tuttavia, se i costi di tale approccio secondo i sindacati sarebbero dovuti ricadere sui ricchi e sulle imprese, almeno in parte sono stati pagati dai lavoratori. Abbondano i contratti atipici, ma licenziare chi ha un indeterminato sembrerebbe sia più difficile che in Italia, almeno così affermano alcuni studi dell’OCSE. Non è vero che in Germania non esistono normative analoghe al nostro articolo 18 dello statuto dei lavoratori, anche se vi sono incentivi e sistemi che spingono al patteggiamento per evitare il ricorso al giudice ordinario.

modello tedescoInsomma ci sono abbastanza elementi per dire che in Germania molte cose funzionano, forse non per affermare che gira tutto alla perfezione.

La Germania non di certo il paese dei balocchi. Per esempio, la sensazione è che le buone retribuzioni tedesche siano ottenute mediando quelle relativamente alte dei lavoratori qualificati e dei dipendenti delle aziende che presidiano le filiere produttive più ricche e  quelle molto basse di chi svolge lavori ritenuti a “basso valore aggiunto” o lavora per imprese traballanti. Per esempio nello stabilimento Volfsburg della Volkswgen un operaio non specializzato guadagna 2.800 lordi al mese, mentre nel settore della distribuzione vi sono macellai pagati 5 euro l’ora .

lavoro GermaniaDa un recente e lungo articolo di Die Zeit emerge che in Germania mediamente in un anno si lavora per meno di 1.400 ore. Se si ipotizzano 200 giornate lavorative (forse anche qualcuna in  meno di quelle che un lavoratore full time fa in Italia) si arriva ad un orario giornaliero di meno di sette ore. Tuttavia anche questo dato è ottenuto mediando realtà molto diverse, e, secondo il quotidiano tedesco, la gran parte del “popolo del part time” in Germania non è fatto di madri che vogliono più tempo per i loro figli, ma di soggetti deboli che vorrebbero lavorare di più e spesso si fa fatica a ritornare all’orario pieno quando cambiano le priorità. In sostanza il mondo del lavoro tedesco sembrerebbe generare grandi disparità. Il welfare, rimodulato nei primi anni del nuovo millennio, con una spesa compresa tra i 10 e i 20 miliardi l’anno in sussidi  e politiche attive del mercato del lavoro, riesce ad alleviare i costi sociali del modello tedesco grazie al fatto che i disoccupati sono relativamente pochi e la bassa evasione fiscale non solo rende sostenibili i conti dello Stato ma facilita la corretta allocazione della spesa pubblica.

lavoratori tedeschiNonostante qualche limite, non convince certa stampa e certo web che vuole dipingere la Germania come un treno su un binario morto.  Per esempio, qualcuno racconta dell’intollerabile  disparità tra due operai che fanno lo stesso lavoro, il primo con un contratto a tempo indeterminato guadagna oltre 2.500 euro al mese, il secondo, un lavoratore interinale guadagna circa 1.500 euro. Qualcuno potrebbe chiedersi che differenza c’è con l’Italia. La risposta è semplice. Nel nostro paese il lavoratore tutelato ed il precario lavorano fianco a fianco come in Germania, tuttavia il lavoratore tutelato italiano guadagna quanto il precario tedesco e il precario italiano guadagna una cifra che somiglia più a un sussidio di disoccupazione che a uno stipendio.

Altri casi molto citati nella narrazione dei paesi più solidi dell’area euro, Germania e Francia soprattutto, sono quelli delle famiglie mono-genitoriali o dei padri separati. Un padre separato in Germania fa fatica ad arrivare a fine mese, un padre separato in Italia se non è veramente benestante rischia di non potersi permettere una casa e di dover passare le sere in fila alla mensa della Caritas. Insomma i problemi oggi sono gli stessi sia nei paesi forti che in quelli deboli, ciò che cambia in modo vistoso  è la lor intensità.

Certo sarebbe una follia pensare di potere risolvere tutti i problemi dei paesi mediterranei copiando dalla Germania senza ragionare. Le politiche volte al contenimento della crescita degli stipendi volute dal governo Schroeder in Italia avrebbero effetti drammatici, e le coeve riforme del welfare in Italia sono difficili da replicare: molto di quello che in Germania dieci anni fa è stato riformato in Italia deve essere costruito da zero. La Germania non è il modello perfetto, soprattutto perché non è facilissimo da replicare, ma è pur sempre per molti aspetti un modello da studiare nel suo complesso e nelle sue complessità e criticità.

Salvatore Sinagra