I mostri delle periferie

Le periferie rischiano di diventare gli incubatori di un ribellismo acefalo, di una rabbia generale e generica che si nutre dei problemi della vita che non trovano soluzione, della frustrazione di persone che si sentono abbandonate, dell’angoscia per un futuro incerto. I mostri nascono al suo interno, nella piccola delinquenza che cresce di livello e impara a sfruttare gli interstizi della cattiva amministrazione per costruirsi una propria base sociale e persino un proprio profilo politico dei quali farsi forte per alzare un muro di consenso a protezione dei propri traffici.

ostia malavitaQuesta è la situazione di Ostia. Ora ci si domanda a chi andranno i voti controllati dal clan degli Spada. Già il fatto che ci si ponga la domanda dimostra che il processo di generazione dei mostri è andato molto avanti. Che a Ostia fossero attivi dei gruppi criminali lo si sapeva da anni. Che si occupassero di droga, estorsioni e usura pure. Il salto di qualità arriva con il controllo del territorio che si traduce non solo nell’uso sistematico della violenza per imporre le proprie decisioni, ma anche taglieggiando le attività commerciali e, soprattutto, assumendo il controllo degli alloggi di proprietà pubblica. Decidere a chi assegnare una casa e chi estrometterne ha conferito al clan una proiezione sociale che una semplice banda criminale non avrebbe potuto avere.

L’ascesa dei clan di malavitosi che hanno messo sotto scacco il Lido di Roma è avvenuto in lunghi anni di intrecci di interessi e di convenienze alle quali alcuni politici locali hanno partecipato consapevolmente. Per questo è stato sciolto il Municipio nel cui territorio ricade Ostia. Come è avvenuto in altre parti d’Italia si è tollerato che il territorio cadesse sotto il controllo di bande criminali facendo perdere di senso le parole “legalità”, “ordine pubblico”, “Stato di diritto”. Mettiamoci nei panni di quelli che sono stati costretti a chinare il capo e a stendere la mano di fronte ad uno Spada per chiedere il permesso di abitare in una casa di proprietà pubblica o per qualche altro favore. abbandono periferieCosa devono pensare? Che lo Stato sia una pura finzione che copre una realtà di soprusi e di violenza e che la vera autorità sia rappresentata dai malavitosi. È la logica del bandito che si crea il suo popolo. In altri tempi gli Spada sarebbero diventati feudatari e poi nobili. Oggi, più modestamente, si mettono a contrattare con alcuni politici i voti che riescono a controllare. Ma, soprattutto, contrattano l’impunità.

Di fronte a questo spettacolo di degrado certo che si può parlare di abbandono. È l’abbandono e il conseguente degrado che servono ai malavitosi per imporre il loro potere e per erogare quelle elemosine che lo consolidano. Estromettere lo Stato dal territorio significa trasformare in carità e in favori ciò che dovrebbe e potrebbe essere dato con gli atti politici e applicando le regole. Per questo i pacchi di viveri distribuiti da una formazione politica che compete alle elezioni sono un ritorno a tradizioni antiche del sottosviluppo italiano e non sono accettabili. La destra cosiddetta sociale che si esprime oggi col movimento di Casapound è lontana anni luce dagli slogan della destra che inneggiava alla maggioranza silenziosa all’inizio degli anni ’70. “Legge e ordine” si diceva allora. Oggi Casapound somiglia al fascismo delle origini che aveva la faccia della protesta sociale e quella dello squadrismo. Niente “legge e ordine” fino alla conquista del potere. Questa è la logica.

partecipazione dei cittadiniDi fronte allo spettacolo delle periferie si resta sgomenti. La situazione è compromessa e non si sa da dove cominciare. Eppure la strada della rinascita si può definire in un solo modo: ristabilire il controllo del territorio da parte dello Stato cominciando dalle case di proprietà pubblica con un’opera di bonifica e di pulizia anche nelle amministrazioni che dovrebbero gestirle e che hanno lasciato fare le bande di occupatori per anni. Questa però è solo condizione di base; bisogna poi fare ricorso a tutti gli strumenti di cui l’intervento pubblico nel territorio e nel sociale dispone. È anche una questione di spesa pubblica, ma sarebbe un errore pensare che basti questa a cambiare una situazione compromessa. I soldi si devono accompagnare ad una presa di coscienza e all’assunzione di responsabilità. Non bastano se i cittadini non si rendono conto di esserlo e se abitano i luoghi come fossero predatori di passo. I luoghi sono lo specchio di chi ci abita e nessun intervento dello Stato può sostituire ciò che possono e devono fare i cittadini e le organizzazioni della società civile, da quelle che praticano l’assistenza a quelle che organizzano la partecipazione.

Per questo però ci vuole uno sforzo anche culturale da parte di tutti per capire e per imboccare la strada della rinascita. Alla politica spetta il compito cruciale di progettarla e guidarla cominciando a dare il buon esempio

Claudio Lombardi

Strage di Parigi: la guerra dell’occidente

Hanno portato la guerra nella nostra vita quotidiana. Cosa vogliono da noi i terroristi che hanno colpito il popolo di Parigi e che minacciano di fare lo stesso a Roma e in altre città europee? Bella domanda. Probabilmente non si tratta di persone arrivate qui dalle zone di guerra in Siria o in Iraq, ma di cittadini francesi o di immigrati che vivono e lavorano in Francia da anni. E, dunque che vogliono? Sfogarsi con un terrorismo fine a sè stesso?

terroristi IsisPurtroppo no. Vogliono fare la loro parte nella guerra scoppiata nel mondo islamico tra sunniti e sciiti che ormai si è trasformata nel tentativo di far nascere un nuovo stato arabo. Questa è l’idea del califfato che l’Isis ha proclamato e che sta perseguendo con la guerra ai governi e agli stati esistenti nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Oltre i vecchi confini, con una forte identità religiosa e in grado di raggiungere l’estensione territoriale e la popolazione necessari per farne una vera e propria potenza.

E noi che c’entriamo? C’entriamo perché è una guerra di conquista contro gli equilibri raggiunti nel secolo scorso e derivanti dalla sconfitta dell’Impero Ottomano, dalla fine del colonialismo e dalle guerre combattute in zone cruciali per il controllo delle fonti energetiche e i paesi occidentali hanno deciso quali stati far nascere e in quali confini, hanno appoggiato governi amici, hanno stabilito rapporti economici come prosecuzione del dominio coloniale.

califfato isisMa tutto ciò non può giustificare ciò che sta accadendo. Bisogna che l’occidente affermi di non volere la nascita di una potenza araba islamica basata sull’ideologia del fondamentalismo e orientata alla guerra. Non vuole per il petrolio? Ma non diciamo stupidaggini! Non siamo più negli anni ‘50. Ormai i produttori non stanno più solo nel mondo arabo, i giacimenti che dovevano esaurirsi sono invece aumentati e la crisi ha pure ridotto la domanda e diversificato le fonti energetiche in maniera inimmaginabile nel passato. E poi chi ha solo il petrolio a qualcuno lo deve vendere e se alza troppo il prezzo non trova compratori. Dunque se il califfato significasse solo controllo del petrolio non sarebbe una minaccia per nessuno. Il problema è che una potenza economica e militare araba nata da una guerra di conquista e basata su un’ideologia di espansione attraverso la guerra non si fermerebbe in Siria o nel nord dell’Iraq, ma tenderebbe ad allargarsi in altri paesi per imporre la supremazia in tutto il mondo arabo e islamico.

L’espansione non si fermerebbe ai nostri confini, ma continuerebbe con una strategia di respingimento in direzione dei paesi europei con il terrorismo. Il motore dell’espansione è infatti la ricerca di una nuova identità del mondo arabo islamico che fa della religione una ideologia capace di riempire il vuoto di valori e di ideali che si avverte da noi come dall’altra parte del Mediterraneo e non si può fermare alle nostre frontiere oltre le quali vivono milioni di persone di religione islamica la cui conquista è nei piani dell’Isis.

Lo scontro con l’occidente sta qui ed è inevitabile. D’altra parte ciò che proclama l’Isis è proprio questo e la strage di Parigi significa che fanno sul serio.

E dunque anche noi dobbiamo fare sul serio nella lotta al terrorismo.

controllo comunicazioniPrima di tutto dobbiamo controllare il nostro territorio perché il pericolo non viene dall’esterno, ma è già qui. Questo è il momento di scatenare una controffensiva su più fronti. Se abbiamo una supremazia tecnologica dobbiamo farla valere innanzitutto sul terreno dei controlli e della prevenzione. Che fine ha fatto il mitico sistema di controllo su ogni tipo di comunicazione di cui si favoleggiava anni fa? Ora è il momento di farlo funzionare perché i terroristi o aspiranti tali comunicano sui social network apertamente oppure si tengono in contatto con internet. E il controllo sui passeggeri degli aerei che vanno e vengono dalle zone vicine a quelle dove si combatte dove sta? Perché non sono ancora tracciati? Dobbiamo anche controllare chi migra perchè un’accoglienza indiscriminata e disordinata favorisce le infiltrazioni di combattenti dello stato islamico.

difesa della libertàCi vuole però anche una battaglia culturale perché i nostri valori non sono quelli del denaro di cui racconta a volte la nostra timida coscienza intrisa di sensi di colpa, ma quelli della libertà, della dignità dell’individuo e dei diritti. Sono questi i valori che ci hanno permesso di costruire un sistema di vita che i poveri di mezzo mondo vengono a cercare perché è il più avanzato e vantaggioso per le persone. E dunque diciamolo apertamente e difendiamolo perché la conquista delle coscienze è un’arma che può essere decisiva.

Rivendichiamo la nostra diversità e la nostra identità e raccontiamola anche bene perché è il frutto di secoli di evoluzione, di guerre, di stragi, di disastri immani. Noi siamo liberi di andare dove ci pare, di mangiare ciò che ci piace, di ascoltare la musica e di ballare, di vivere la sessualità e i rapporti sentimentali come vogliamo, di credere in un dio o in un altro o di non credere con la coscienza che nessuno potrà mai imporci con la violenza le sue scelte. Chi ci attacca vuole distruggere questa nostra libertà e noi non possiamo rinunciarci e la dobbiamo difendere

Claudio Lombardi

La legalità dei cittadini e la lotta alle mafie (di Adriano Amadei)

“Quando voi venite nelle nostre scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Nelle parole del boss Pietro Aglieri  (u signurino) – citate da”I dieci passi” di Flavio Tranquillo e Mario Conte – abbiamo un illuminante compendio. Infatti, il boss appare disposto ad ammettere che la legalità – ma intesa come? – comunicata ai giovani, abbia un’attrazione, in sé, e, forse, ancora di più in certe situazioni di degrado, che noi potremmo definire “totale”. Ma vuole anche insegnarci che le “belle teorie” tramontano, quando non hanno una coerenza pratica, mentre intende insinuare che la vera soluzione dei problemi sono … loro, i delinquenti mafiosi.

Tale dichiarazione deve essere attentamente considerata perché ci parla della pervasività delle realtà mafiose e del fatto che nessuna (pur doverosa e indispensabile) repressione per quanto vasta – da sola: e cioè, senza essere accompagnata da sistemiche misure economiche e culturali – è mai riuscita, né riuscirebbe a debellare la mala pianta: né la repressione di Cesare Mori (1925-28), né quella, a cavallo degli anni ’90, ascrivibile a Falcone e Borsellino.

È naturale, quindi, domandarsi cosa sia la legalità.

Legalità – per me – si sostanzia di quei principi che, presenti e attivi nelle coscienze dei cittadini, hanno  informato la nostra legge fondamentale ed orientano (o dovrebbero orientare) norme ordinarie, che, praticate e fatte osservare da legittime e riconosciute istituzioni, concorrono ad una civile, rispettosa e ordinata convivenza. Lo dice con una bella immagine Pietro Grasso:  “Legalità è la forza dei deboli, delle vittime dei soprusi e delle violenze dei ricatti del potere.” E aggiunge che  “La mafia è eclissi di legalità.”

La “convivenza di tipo mafioso”, in cui – indipendentemente da manifestazioni di volontà – sono coinvolti, in qualche modo, anche i non mafiosi (non fosse altro che per vivere nei territori dove le mafie spadroneggiano), nega radicalmente la legalità.

Tale negazione non compromette apparentemente, né norme, né tantomeno le istituzioni, quanto piuttosto tende a svuotare le norme e ad adeguarle agli interessi mafiosi; a condizionare ed occupare le istituzioni. Infatti, “Non possiamo fare la guerra allo Stato, con lo Stato dobbiamo convivere.”: così, catechizzava Gaetano Badalamenti, uno dei capi storici della mafia siciliana, prima dell’avvento dei corleonesi.

E Giovanni Falcone sosteneva: “Cosa nostra non è un antistato … La mafia si alimenta dello Stato e adatta il proprio comportamento al suo.

Silvestro Montanaro e Sandro Ruotolo (1995) spiegano che la penetrazione delle mafie nello Stato si estrinseca in “ … una politica di infiltrazione occulta ed orizzontale nei segmenti vitali del tessuto politico-istituzionale mediante la costruzione di una rete di complessi e variegati rapporti, ora di collusione, ora di cointeressenza, con esponenti della politica e delle Istituzioni.

E, si deve aggiungere, il clientelismo rappresenta il varco, mentre la corruzione ne costituisce il prosieguo ed il brodo di coltura.

Che in tanti se ne rendano conto è confermato dal dato calcolato dal Rapporto Censis 2010 che stima nel 26,2% la parte degli italiani che ritiene possibile lo sviluppo del paese solo passando dalla lotta alla corruzione.

Il motivo è ovvio: le mafie uccidono la concorrenza e sottomettono tutti ad uno stesso regime di comando piegando qualsiasi attività ai loro propri interessi. Che non sono mai di sviluppo, ma di sfruttamento forsennato di tutto e di tutti. Valga, per tutti, l’esempio della Campania il cui territorio è stato trasformato in una discarica velenosa con conseguenze sulla vita e sulle attività economiche.

Come combattere le mafie? Il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino diceva che, per combattere la mafia, era necessario un esercito di insegnanti. Ma non basta.

Diceva Pietro Grasso, nel suo “Per non morire di mafia” (2009):

“L’antimafia diretta alla repressione della criminalità mafiosa deve essere accompagnata dall’antimafia della politica e del mercato, dall’efficienza della pubblica amministrazione, dal buon funzionamento della scuola.”

E aggiunge:

“Le istituzioni e la società civile devono fare un salto di qualità … Il problema è unire valori e interessi, unire la lotta alla mafia a un progetto di sviluppo economico, rafforzando l’economia legale, e a un progetto di partecipazione democratica.”

“I processi di liberazione non avvengono attraverso la delega a un liberatore ma attraverso un impegno corale, quotidiano.”

È quello che può fare qualunque cittadino, sia singolarmente conducendo la propria vita con onestà e impegno, sia unendosi ad altri per svolgere attività che si prendano cura dei beni comuni e dell’interesse generale, sia rivendicando che la politica torni ad essere cura della collettività e dello Stato e che sia affidata ai migliori e non agli affaristi e ai profittatori.

Adriano Amadei segretario Cittadinanzattiva Toscana

La guerra dei rifiuti nel sud e il fallimento della politica (di Claudio Lombardi)

Si può chiamare emergenza una situazione che dura da più di 16 anni? Chiunque risponderebbe di no e sottoscriverebbe la dichiarazione di fallimento di tutti i poteri che potevano e dovevano decidere e amministrare la gestione dei rifiuti in Campania e che non sono stati capaci di risolvere il problema. O che non hanno voluto risolverla.

In realtà, ormai l’hanno capito tutti, l’emergenza rifiuti è stata il pretesto per un enorme e sistematico saccheggio di risorse pubbliche. Su queste si è costituito o consolidato un blocco di interessi che hanno tenuto insieme interessi politici, aziendali e camorristici. Il dato che caratterizza questa vicenda è che in questo blocco di potere ci sono entrati anche parte dei lavoratori che hanno ottenuto un posto di lavoro molto spesso senza dover effettivamente lavorare e parte della popolazione che è stata costretta ad accettare la legge malavitosa della camorra e dei politici corrotti e che ha finito per aderire al contropotere antistato che si è insediato in molte zone della Campania. Questo è il “capolavoro” che è stato realizzato a Napoli e dintorni.

Che il controllo del territorio non ce l’abbia lo Stato appare evidente da ciò che sta accadendo (e che è già accaduto negli anni precedenti in altre località) a Terzigno. La miscela esplosiva di scelte tanto emergenziali quanto scientificamente preparate da decenni di incuria e di ruberie ha prodotto l’esplosione della collera popolare a capo della quale si è messa la delinquenza che, da quelle parti, non può esistere senza il consenso della camorra.

Scientifica preparazione del fallimento della gestione dei rifiuti. Questa è la definizione più adatta per una situazione che non è una calamità naturale, ma il prodotto di scelte sciagurate contro l’interesse generale che sono state effettuate nel più assoluto disinteresse di tutto ciò che rappresenta il bene comune. Non si vuole dire che tutti i politici sono uguali, però, ciò che conta, è che quelli che hanno prevalso senza incontrare una valida resistenza sono i peggiori ed è difficile separarli dal mondo della delinquenza che rapina le risorse pubbliche e i beni comuni. Poi ci sono stati gli incapaci, quelli deboli perché non sostenuti dall’opinione pubblica e quelli onesti e combattivi come il sindaco Vassallo che è stato eliminato dalla camorra.

Oggi si è alla disperata ricerca di una cava perché per anni non si è voluto costruire un sistema di raccolta differenziata e di trattamento dei rifiuti. Si è puntato tutto sulle discariche, sugli inceneritori (e ne funziona solo uno), sulla finzione delle eco balle avendo come obiettivo il controllo e il dirottamento dei finanziamenti verso aziende e gruppi che hanno prosperato sulla spazzatura: più ce n’era per le strade e più saliva l’allarme per l’inquinamento più loro rapinavano il denaro dello Stato in nome dell’emergenza.

Di nuovo, come due anni fa, assistiamo alle sceneggiate del Governo che “decide”, che risolve in dieci giorni ciò che non è stato risolto in 16 anni. Adesso, però, sono di più quelli che capiscono quanto cinismo ci sia dietro questi annunci. Purtroppo l’interrogativo “come se ne esce” è sulle bocche di tutti e non esiste soluzione se non si impone una netta inversione di rotta a partire dalla rinascita della politica sequestrata dai malavitosi e dagli affaristi e dal coinvolgimento dei cittadini ai quali occorre restituire un potere pubblico che non sia lo specchio della debolezza, della corruzione e della soggezione agli interessi criminali.

Dire che la partecipazione dei cittadini e la loro educazione all’esercizio dei diritti democratici ( che vanno ben oltre il voto), è una delle chiavi per risolvere la gestione dei rifiuti così come lo è per affrontare qualunque altro problema di gestione dei servizi pubblici e dei beni comuni sembra scontato. Ma è la pura, semplice, evidente verità.

Quello che non vogliono assolutamente i politici corrotti e i delinquenti che controllano il territorio è che i cittadini decidano come parte di una collettività unita su valori comuni e che sa riconoscere l’interesse generale come cosa distinta dall’interesse personale di ognuno eppure con questo strettamente intrecciato. Non vogliono che ci sia una politica che unisca le persone e migliori la dimensione pubblica. Vogliono solo essere i padroni di quei territori e i padroni delle persone che ci abitano con diritto di vita e di morte su chi non accetta questo potere e anche su chi subisce le conseguenze della devastazione dell’ambiente e delle scorribande e scontri a fuoco delle bande armate. E non vogliono che nessuno controlli i loro affari.

La trasparenza e la partecipazione costituiscono il miglior deterrente per le opacità che hanno accompagnato tutta la gestione dei rifiuti in Campania. Si legge sui giornali che ci sarebbero discariche non utilizzate e che gli impianti di trattamento e selezione dei rifiuti non sono utilizzati oppure vengono sabotati dagli stessi addetti al servizio così come la raccolta differenziata sarebbe osteggiata da una parte dei lavoratori. Sciogliere questo intreccio di interessi è molto difficile senza un’estrema determinazione di imporre la legge basandola sul buon esempio dei responsabili e dei vertici istituzionali e sul coinvolgimento degli abitanti.

Se non si parte da qui non si risolve il problema e non c’è futuro per Napoli e la Campania.

Claudio Lombardi