La ritirata pentaleghista dal Global Compact for Migration

Pubblichiamo un articolo di Vitalba Azzollini comparso sul sito https://phastidio.net

I politici pro tempore al potere possono fare sostanzialmente ciò che vogliono, nel rispetto dei paletti dell’ordinamento, com’è ovvio. Quindi, può anche capitare che decidano di sovvertire l’orientamento espresso da chi li ha preceduti, annullandone le decisioni, perché in disaccordo con le idee che ne erano alla base. Se, invece, accade che le forze al potere facciano retromarcia rispetto a quanto da esse stesse affermato solo poche settimane prima, e senza che nel frattempo siano mutati elementi del contesto, allora la questione diventa più imbarazzante. Ancor più imbarazzante è, poi, il cambio di indirizzo giustificato da motivazioni prive di concreto fondamento. Non sembra, invece, provare alcun imbarazzo nessuno degli attori dell’attuale legislatura, dopo che il governo italiano ha annunciato che non firmerà il Global Compact for Migration (GCM) l’accordo in tema di migrazioni elaborato in sede Onu.

Eppure, solo il 26 settembre  scorso, di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente del Consiglio Conte  aveva affermato che:

«Da anni l’Italia è impegnata in operazioni di soccorso e salvataggio nel Mar Mediterraneo (…) spesso da sola” e che  “i fenomeni migratori con i quali ci misuriamo richiedono una risposta strutturata, multilivello e di breve, medio e lungo periodo da parte dell’intera Comunità internazionale. Su tali basi sosteniamo il Global Compact su migrazioni e rifugiati»

E aveva ben ragione di affermarlo, considerato che nel GCM è scritto espressamente e testualmente quanto detto da Conte stesso, e cioè che il patto promuove la cooperazione internazionale tra tutti i principali attori in materia di migrazione, riconoscendo che nessuno Stato può affrontare da solo il fenomeno migratorio (“fosters international cooperation among all relevant actors on migration, acknowledging that no State can address migration alone”). E invece, qualche giorno fa, le forze di governo hanno deciso che “è opportuno parlamentarizzare il dibattito e rimettere le relative scelte all’esito di tale discussione”.

Intanto, una premessa: appare singolare la decisione del governo circa la necessità che, trattandosi di “temi e questioni diffusamente sentiti anche dai cittadini”, sul GCM si esprimano rappresentanti dei cittadini stessi in Parlamento. Questa affermazione avrebbe senso se non provenisse da esponenti di un governo che hanno spacciato come necessario e urgente un decreto in tema di sicurezza e immigrazione – il cosiddetto decreto Salvini – pur di non rinunciare alla pretesa di disciplinare la materia, anziché rimetterla al Parlamento; che non hanno esitato a porre sul provvedimento il voto di fiducia; che, con questi due strumenti – il decreto-legge e la fiducia – hanno reputato che non fosse rilevante il ruolo del Parlamento come luogo di dibattito e di ponderazione delle diverse istanze politiche in tema di migrazione.

La contraddizione è palese. Se poi si considera che la calendarizzazione del dibattito è al momento fissata per sabato 22 e domenica 23 dicembre, mentre l’incontro per la sottoscrizione del patto a Marrakech sarà l’11 e il 12 dicembre, la farsa è ancora più evidente. A questo punto, può andarsi oltre e dimostrare l’infondatezza delle motivazioni addotte per non firmare il GCM.

Nella risoluzione presentata in commissione esteri dal Formentini, capogruppo della Lega, si dice che sarebbe assurdo dare all’ONU, organismo non eletto che non risponde direttamente ai cittadini, una competenza propriamente statale, quella di dettare decisioni in tema di immigrazione. Ma il Global Compact non attribuisce affatto all’ONU tale competenza, essendo un accordo non vincolante – come scritto espressamente nello stesso (“This Global Compact presents a non-legally binding, cooperative framework…”) – che non scalfisce la sovranità degli Stati, come pure ribadito nel testo (“…upholds the sovereignty of States”).

Anche altre affermazioni, alla pari di quella sopra riportata, riconoscono al GCM un carattere cogente di cui non è provvisto. Ad esempio, secondo Giorgia Meloni, il Global Compact stabilirebbe “il diritto fondamentale di ciascun individuo a emigrare o a essere immigrato, indipendentemente dalle ragioni che lo portano a muoversi”: ma un atto non vincolante qual è quello in discorso, come detto, non può modificare l’ordinamento interno e, di conseguenza, non può introdurre ex novo nell’ordinamento un “diritto” (che è un interesse tutelato dall’ordinamento, appunto). Quindi, ciò che dice Meloni è un assurdo.

Parimenti assurdo è quanto sostengono quelli – il senatore Bagnai tra gli altri – che, riprendendo il discorso fatto da un politico olandese al Parlamento europeo, Marcel de Graaff, hanno affermato che col GCM la critica alla migrazione diventerà reato di hate speech. Ma se il patto non può introdurre nuovi diritti, non può neanche introdurre dei reati. Sulla stessa linea, Luciano Barra Caracciolo, Sottosegretario agli Affari Europei al governo, ha affermato che “non si può ignorare che il Global Migration Compact è applicativo di dichiarazioni Assemblea ONU, onde rafforza formazione del diritto internazionale generale che, ai sensi art.10 Cost., finirebbe per essere assai vincolante, portando alla dichiarazione di incostituzionalità delle leggi italiane contrastanti”. Ma le Dichiarazioni ONU non sono fonte di norme internazionali (l’Assemblea ONU non ha poteri legislativi), dunque non hanno carattere cogente. Peraltro, la categoria delle norme “assai vincolanti” non esiste: o lo sono o non lo sono.

Ma le giustificazioni alla mancata firma sono inconsistenti anche per altri versi. Esponenti della maggioranza criticano l’accordo perché metterebbe sullo stesso piano migranti economici e rifugiati. E’ vero che nel punto 3 del preambolo del GCM si dice che migranti e rifugiati hanno “vulnerabilità simili”, ma al punto 4 si fa una precisazione chiara: essi hanno uguali “diritti umani universali e libertà fondamentali (…), tuttavia migranti e rifugiati sono gruppi distinti, regolati da sistemi legali differenti. Solo i rifugiati hanno diritto a una specifica protezione internazionale definita dalle norme internazionali sui rifugiati”. Dunque, anche in questo caso l’affermazione che induce a non firmare non regge.

In una dichiarazione a margine del G20 a Buenos Aires, il Presidente del Consiglio Conte ha espresso la volontà italiana di “contrastare il traffico degli esseri umani”, e ciò è esattamente quanto scritto nel GCM (obiettivo n. 10: “Prevent, combat and eradicate trafficking in persons in the context of international migration”): allora, perché non sottoscriverlo? E, ancora, il ministro degli Interni Salvini ha sempre affermato di essere a favore dell’immigrazione regolare: a tale riguardo, l’obiettivo n. 5 del GCM promuove i canali regolari di immigrazione; l’obiettivo n. 11 prevede di mettere in sicurezza i confini degli Stati, contrastando l’immigrazione irregolare e favorendo quella legale; l’obiettivo n. 21 è relativo agli accordi di rimpatrio dei migranti.

Ma soprattutto nel Global Compact è scritto espressamente ciò che il leader leghista predica da sempre: “Ridurre al minimo i fattori negativi e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro paese d’origine”, vale a dire “aiutiamoli a casa loro”. Non serve aggiungere altro per dimostrare che le polemiche sulla sottoscrizione del Global Compact sono basate sul nulla.

I politici possono decidere ciò che vogliono, come detto. Parimenti, possono affermare anche ciò che è senza fondamento. Ma ci sarà sempre qualcuno che vaglierà le loro affermazioni: almeno finché sarà concesso.

Tratto da https://phastidio.net/2018/12/05/global-compact-for-migration-pagare-lelettorato-con-moneta-falsa/

Ancora su Greta e Vanessa

Sì ancora su Greta e Vanessa perché la loro storia è esemplare, in negativo però. Il fondatore dell’associazione in nome della quale erano andate in Siria dichiarò mesi fa: “Chiariamo una cosa: Horryaty non è un Organizzazione Governativa o una Onlus. E’ semplicemente un gruppo di tre persone che hanno a cuore un paese e hanno deciso di fare qualcosa per aiutarlo”. E quali scopi si proponeva questa organizzazione? Svolgere corsi di pronto soccorso e garantire continuità nell’assistenza ai malati cronici.

Dunque, un gruppo di tre persone, due delle quali erano le ventenni Greta e Vanessa, si proponeva scopi evidentemente sproporzionati all’organizzazione e alla competenza di cui poteva disporre. Per di più pensava di farlo senza alcun collegamento né col Ministero degli esteri né con altre organizzazioni dotate di mezzi, personale e contatti.

Che un riscatto sia stato pagato è ovvio. A meno di pensare che al-Nusra, gruppo islamista combattente che notoriamente si finanzia con i rapimenti, si sia trasformata, solo per le due italiane, in un ente di beneficenza. Un riscatto di quel tipo significa tanti soldi (fonti arabe hanno indicato 12 milioni di euro) perché il ricattato non è un privato, bensì uno stato.

Alcune domande e tanti dubbi sono legittimi perché se due ventenni credono in buona fede di poter organizzare corsi di pronto soccorso ed aiutare nell’assistenza di malati cronici senza avere alcuna competenza né personale né mezzi adeguati, ma riescono comunque ad arrivare in una zona di guerra qualcosa non torna. Specialmente se a capo dell’organizzazione c’è un 47enne che dovrebbe avere molta più saggezza delle due ventenni. Chissà se la magistratura ha pensato di fare due chiacchiere con il tizio, così, per capire se anche lui ha la testa nelle nuvole o ben piantata in terra. In particolare non è assurdo pensare che qualcuno abbia aiutato Greta e Vanessa fiutando il buon affare che si andava profilando. E non è fantascienza pensare che, di fronte ad un affare milionario, qualcuno abbia organizzato la cosa fin dall’Italia. Assurdo? Se pensiamo ai sequestri nostrani mica tanto. D’altra parte la situazione in Siria era ed è così complessa che non è possibile fidarsi di amicizie (magari strette su facebook) con gruppi di oppositori al regime.

Mettiamo da parte il problema che i soldi del riscatto finiranno a finanziare non si sa chi che comprerà armi con cui continuare ad uccidere. Resta che con tutta questa vicenda si è stabilito un precedente molto pericoloso perché ogni italiano che arriverà da quelle parti sarà visto come un ottimo investimento per gruppi combattenti o malavitosi in cerca di facili guadagni. La conseguenza è che l’azione delle vere organizzazioni di cooperazione e assistenza sarà resa più difficile e rischiosa.

Leadership ed etica

Da un articolo di Luca Massacesi su http://www.officineeinstein.eu:

etica pubblicaLeadership ed etica due parole che nella nostra esperienza è difficile coniugare insieme. Pensiamo un po’: qual è l’ultimo leader politico che consideriamo una figura etica? Quanti imprenditori etici ci vengono in mente? Probabilmente dobbiamo scavare un po’ nella memoria.

Dobbiamo invece scavare assai meno per farci venire in mente i numerosi scandali che riguardano i leader aziendali, politici, religiosi, si pensi al caso Lewinsky per Clinton, a Colin Powell che illustra all’Onu le false prove contro l’Iraq, al caso Ruby (tra i tanti) per Berlusconi, a Scaloja che non si accorge di essere proprietario di un appartamento, all’Expo di Milano, alla ricostruzione dell’Aquila, ma anche più semplicemente ai numerosi esempi aziendali, casi come quello dei Monti dei Paschi, o dell’Ilva.

Tuttavia è bene non generalizzare, anzi questi esempi servono proprio a differenziare i leader etici da quelli assolutamente non etici. La domanda allora diventa: quando un leader è etico?

L’etica è un ramo della filosofia che, ci spiega Wikipedia, studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico, ovvero distinguerli in buoni, giusti, moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

valori etici«L’etica può anche essere definita come la ricerca di uno o più criteri che consentano all’individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri. Essa pretende inoltre una base razionale, quindi non emotiva, dell’atteggiamento assunto, non riducibile a slanci solidaristici o amorevoli di tipo irrazionale … essa ha come oggetto i valori morali che determinano il comportamento dell’uomo».

Essere etici, paga!

C’è un aspetto che è intrigante. Che la leadership etica non è solo qualcosa “che è giusto fare”, “che si deve fare perché è giusto essere etici ed integri dal punto di vista morale”, ma per un’antica legge della natura umana, per fortuna, quando ci si comporta in modo etico alla fine, anche se spesso in prima battuta non sembrerebbe, se ne trae un beneficio personale, oltre che, ovviamente, sociale. Insomma, alla fine, andando alla sostanza, la razza umana è sostanzialmente onesta e sociale, anche se molti comportamenti e il sistema mediatico economico fa di tutto per non farcelo capire.

Una leadership etica, ovvero il rispetto delle regole da parte di un leader, con condotte normativamente appropriate, ha effetti benefici sui “seguaci” (che siano elettori, dipendenti, credenti). Certamente la legge deve aiutare, con regole concrete, aggiornate, semplici, oneste.

In realtà la leadership etica è un concetto relativamente recente e sicuramente relativo ….. che risente moltissimo delle condizioni storiche, culturali, giuridiche ed economiche che caratterizzano un determinato contesto in un certo momento.

Questa definizione di etica ha dunque una contraddizione interna: dovrebbe essere oggettiva e razionale ma, allo stesso tempo, essendo valori e cultura-dipendente, non può che risentire della cornice storica, contestuale e culturale entro cui parliamo di etica.

comportamento eticoScopo dell’etica è la felicità

Etica, abbiamo visto, deriva da ethos, che vuol dire “comportamento”, ma anche “costume”, “abito”, “velo”, ciò che copre. …..Viene da chiedersi quale è il fine travestimento dell’etica.
Per cercare di rispondere può essere utile ritornare ad Aristotele. Nel suo libro l’”Etica nicomachea”, infatti tratta ampiamente del concetto di felicità, intendendolo essere il Fine a cui tende l’uomo che agisce eticamente; felicità dunque come fine dell’individuo che è altro dalla collettività. In questo senso una vita etica è una vita felice. Scopo dell’etica è di portare all’uomo la felicità.

Nell’Etica di Aristotele, però, ciò che porta alla felicità un individuo non porta necessariamente alla felicità anche altri individui, in quanto ciascuno individuo avrà modo di concepire la felicità come ciò verso cui tendere secondo il proprio essere, che non può essere il tendere di tutti.

Secondo Aristotele non esiste un concetto di etica per tutti ….. Esiste tuttavia un “fine supremo” che è comune a tutti, appunto la felicità. …..

Se diamo valore a queste premesse allora un’etica imposta come legge per tutti è solo un tentativo di dominio dell’uomo sull’uomo. In altre parole, diremo che una legge dell’etica non è etica. E non è etica una legge che porti ad una sola felicità, la stessa per tutti. Non può esistere un’etica imposta come non può esistere un tribunale etico. Possono esistere comportamenti etici, che conducono l’uomo, singolo individuo alla felicità.

Ma la regola fondamentale dell’essere sociale è che la tua libertà e i tuoi diritti non possono ledere la libertà e i diritti degli altri. Il leader opera in un gruppo sociale che è tale se ha comportamenti sociali. E questo ci riporta alle condotte normative, altrimenti dette “regole”. …..

cooperazioneAvere, dunque, condotte normativamente appropriate, ad esempio, tramite onestà, fiducia, parità e cura, è la base per rappresentare un modello da imitare ….

La letteratura sul tema della leadership, in generale, è assai  ampia e quella sulla leadership etica individua diversi di questi ritorni positivi:

  1. Aumenta la soddisfazione e il benessere lavorativo …. Quando una persona sta bene ed è soddisfatta del proprio lavoro, migliora anche la performance e la produttività aziendale ….
  2. Non c’è fiducia se non c’è etica. La fiducia è fondamentale per la relazione leader – dipendente, in quanto solo se il dipendente dà fiducia, legittima la posizione del leader, legittima le sue decisioni, e dunque le facilita, le appoggia e le rende più efficaci. ….
  3. Le persone, percependo di  essere in un’organizzazione giusta, si aiutano di più, vicendevolmente, compiendo più spesso i comportamenti di cittadinanza organizzativa, ovvero tutti quei comportamenti prosociali e di altruismo non esplicitamente richiesti né pagati nel contratto di lavoro, ma che giovano in modo determinante all’organizzazione (ad esempio: aiutare i colleghi, introdurre le new entry, …). In un’azienda dove c’è altruismo, la performance e la produttività migliorano.
  4. Migliora la significatività del compito con ripercussioni positive sulla performance lavorativa….. I dipendenti considerano il compito più importante quando ad esso si associano i valori giusti e le credenze condivise. Questo porta a farli lavorare meglio e ad avere performance migliori.
  5. Diminuiscono i comportamenti di mobbing e bullismo lavorativo …. Il leader, per i suoi collaboratori è un esempio di come ci si comporta, se il leader è etico, per rispecchiamento, scoraggia comportamenti di mobbing e bullismo lavorativo, comportamenti che  spesso danneggiano la vita lavorativa non solo dal punto di vista psicologico ma anche dal punto di vista economico e produttivo …. Le aziende in cui si riscontrano condotte non etiche perdono valore
  6. I leader etici vengono valutati più positivamente dai propri subordinati.

comportamenti non eticiPerché i leader non sono etici

Perché, allora, così spesso i leader adottano comportamenti non etici? Cosa spinge i leader ad intraprendere azioni non etiche? I motivi sono vari.

  1. Un mondo degli affari regolato da leggi sotterranee, generalmente decise in accolite ristrette che si spartiscono la ricchezza del pianeta, e che non rispettano quelle ufficiali diventa un vincolo difficile da ignorare. Insomma se un appalto passa attraverso una tangente per un capo azienda rifiutarsi di dare tangenti vuol dire vedersi ridotto in modo significativo il mercato di riferimento.
  2. Se delle leggi sbagliate o delle leggi generate dal “politicamente corretto” comportano dei costi insostenibili o vengono applicate in modo assoluto e rigoroso o introducono sul mercato aziende indifferenti a questi vincoli che competono con notevole vantaggio competitivo, rendendo ancora più ristretto il mercato abbordabile.
  3. Ci sono poi le cause legate alla persona. …. Uno degli antecedenti principali delle condotte non etiche è l’enfatizzazione del sé del leader, che porterebbe alla prevalenza degli interessi del leader, e dunque alla conduzione di azioni volte al soddisfacimento dei propri interessi ….

Il testo integrale su http://www.officineeinstein.eu

La ribellione del noi (di Gianluca Carmosino)

Per molti anni la fabbrica, il partito, il sindacato ma anche la parrocchia e soprattutto la piazza sono stati i luoghi dello stare insieme. Il cortocircuito che li ha svuotati o eliminati dalla scena è ancora in corso. Tuttavia, il bisogno di spazi per il «noi» è sempre alla ricerca di soddisfazioni. «L’egoismo è finito» (Einaudi) di Antonio Galdo cerca di individuare le nuove forme con le quali le persone mettono in discussione il dogma dell’«io», sperimentando cose comuni diverse.noi

L’indagine, perché di questo si tratta, comincia in modo sorprendente. «Questo è un libro sull’amore – scrive l’autore – Su quella parte di noi, di ciascuno di noi, che ha bisogno dell’altro, di una relazione che unisce laddove la solitudine separa». Non siamo abituati a utilizzare la categoria «amore» come valvola del cambiamento. In questo caso, in modo leggero viene subito indicato senza nominarlo il problema: il neoliberismo ha frantumato i legami sociali. Comincia allora un lungo elenco che secondo l’autore costituisce la «nuova civiltà dello stare insieme», ricco di analogie con il lavoro di Roberta Carlini, «L’economia del noi» (Laterza).

L’elenco di Galdo include esperienze e spazi piuttosto noti ai lettori di Comune-info. Si citano, ad esempio, città dove comincia a diffondersi il co-housing, la condivisione di alcuni spazi abitativi, oppure gli orti urbani che in molte luoghi, Roma in primis, vengono riscoperti per avere cibo buono e sano a prezzi accessibili e per limitare la cementificazione, ma anche perché uniscono le persone nella quotidianità. La mappatura di Zappata romana, di cui ci siamo occupati, richiamata da Galdo, dimostra come a Roma esista ormai un vero movimento di orti autogestiti, accanto al quale si diffondono le azioni di guerrilla gardening (leggi il reportage «Il suono dei tulipani»).

orti urbaniL’elenco comprende le città nelle quali sono stati avviati importanti progetti di conversione ecologica e sociale. A Vauban, quartiere di Friburgo, Germania, l’ex mensa ufficiali della zona militare è stata trasformata per ospitare il mercato contadino a chilometro zero, l’asilo nido, la palestra per lo yoga, la caffetteria e, una volta a settimana, il barbiere con i suoi servizi a prezzi popolari. Intanto, il villaggio è diventato noto per essere car free, in pratica puoi possedere l’auto ma non puoi lasciarla in strada e devi sistemarla nei parcheggi pubblici (piacerebbe ai promotori della campagna Salvaiciclisti). Un altro condominio di venti appartamenti, a Follonica (Grosseto), sfrutta materiali isolanti e una piccola centrale geotermica collettiva per ottenere dal sottosuolo il calore d’inverno e il raffreddamento d’estate. Sono le «case passive». A Follonica, la condivisione del progetto ecologico ha superato individualismi e litigiosità.

Il «noi» è il protagonista di altre pratiche di condivisione conosciute con i loro nomi inglesi, come il car pooling (l’autostop organizzato), il baratto via web, il couchsurfing (letteralmente, navigare sul sofà, cioè lo scambio di un posto letto o di un appartamento), il crow-founding (la raccolta fondi on line per un progetto attraverso piccole somme) e il co-working (la condivisione di luoghi e servizi di lavoro), oppure eventi come lo Swap day negli Stati uniti, quando migliaia di persone riempiono cinema, teatri, piazze e strade per scambiare qualsiasi genere di oggetti, e l’analogo Swap in the city promosso in Germania, o la Settimana del baratto tra i proprietari di B&B sparsi per l’Italia.

Nel momento in cui l’indagine tenta qualche osservazione più teorica il quadro appare meno convincente. In alcuni paragrafi si parla di capitalismo collaborativo, in altri si richiamano i punti di vista della cosiddetta economia civile (Zamagni), in altri ancora del «welfare» promosso da alcuni padroni in diverse fabbriche-comunità, fino a includere la Nestlé come buon esempio di azienda attenta ai lavoratori (sottovalutando le denunce di cittadini, reti, lavoratori, ad esempio quelli raccolti nella Guida al consumo critico, Emi). Ma un’economia alternativa con tutte le sue varianti, «civile», «solidale», «altra», «green» oscura un elemento: il fare diverso che risponde alla logica del noi è prima di tutto un atto di ribellione più o meno esplicita (John Holloway parla di «contro-e-oltre»). Se questa rottura viene negata, l’economia alternativa viene assorbita e resa priva di senso dalla produzione capitalista. Qualsiasi economia alternativa, inoltre, è basata sulla separazione tra ciò che sarebbe economia e ciò che non lo sarebbe, vale a dire la vita vera, le attività quotidiane, il mangiare, il fare, l’amare. Se il cambiamento profondo è la non subordinazione ai dettami del denaro, del profitto e della crescita, allora per trasformare la società in modo radicale dobbiamo uscire da quella subordinazione e non risconoscere quella separazione.

cooperazione1Dal nostro punto di vista, la «civiltà del noi» ha senso soltanto se non separa l’atto di ribellione dal fare sociale creativo e concreto con il quale smettiamo di creare nella vita quotidiana il capitalismo, che resta prima di tutto un tipo di relazione sociale. Vivere adesso il mondo che vogliamo creare, sperimentando mutuo soccorso, autodeterminazione, solidarietà, cooperazione, gratuità, significa che la società del noi non è un’astrazione ma una possibilità con cui costruire relazioni sociali differenti.

In una intervista di Comune-info, Serge Latouche spiega perché rifiuta l’espressione green economy e perché l’obiettivo  dovrebbe essere «uscire dall’economia». «Il problema è la parola “economia”, vale a dire il capitalismo – dice Latouche – Naturalmente questo significa che si deve ancora produrre e consumare ma non più nella logica economica, utilitarista e quantitativa. È un discorso complesso e spesso lascio parlare i miei amici di “altra economia”, lo accetto come un compromesso. Ma in fondo tutto il mio lavoro, la mia ricerca, il mio pensiero, comincia dal contestare l’invenzione dell’economia, un’invenzione teorica, storica e semantica, dalla quale dobbiamo uscire».

L’intuizione di «L’egoismo è finito» resta comunque preziosa e andrebbe portata avanti fino in fondo, non rinunciando a indagare i limiti della nozione «noi», come il localismo e il suo carico di esclusione sociale di cui il fenomeno Lega è stato per anni uno dei simboli. Ma ci sono altri esempi importanti di spazi del «noi» che hanno cominciato a cambiare la vita di migliaia di persone e di molte città: le occupazioni e il recupero di spazi abbandonati (dal Cinema Palazzo al Teatro Valle e Scup di Roma, passando per l’ex colorificio di Pisa e il teatro Pinelli di Messina, solo per fare alcuni nomi), i Gruppi di acquisto solidale, le fabbriche autogestite. In «NowUtopia» (shake edizioni), Chris Carlsson tra le esperienze di quella che definisce «antieconomia», include anche altre attività che si sviluppano oltre il lavoro salariato, pratiche che richiedono tempo e fatica, condivisione e aiuto reciproco, come l’orticoltura comunitaria e la permacultura, l’universo delle ciclofficine e della critical mass e la galassia del creative common.

Qual è il tratto distintivo di questa società del noi che comincia a fiorire ovunque? È la convinzione generale dei suoi protagonisti, che sentono di non poter più delegare ad altri le proprie capacità e responsabilità nel condurre il cambiamento.

Gianluca Carmosino da http://comune-info.net

La città greca di Volos sperimenta un sistema economico alternativo (di Antonio Cuesta)

I tempi di crisi offrono spesso soluzioni ingegnose per superare le difficoltà. Nel caso della città greca di Volos, una piccola città di 100.000 abitanti, l’attuazione della cosiddetta Rete di interscambio e solidarietà, nata due anni fa, non ha tanto cercato di contrastare gli effetti della situazione economica che ha di fronte il paese, quanto di rispondere alla necessità di articolare una alternativa che permetterebbe di affrontare l’attuale sistema capitalistico.

L’idea di base viene dalle numerose esperienze di comunità di baratto, lo scambio di beni e servizi senza l’utilizzo di qualsiasi valuta. Nel caso di Volos l’idea è stata perfezionata con la creazione di un modello di commercio, «Tem» (Unità alternativa locale, in greco), e un avanzato sistema informatico semplice nel suo funzionamento ed efficace nei risultati.

Quando qualcuno entra a far parte della rete riceve un numero di conto e 300 Tem (un Tem equivale a un euro, soltanto come riferimento quando si imposta il valore di vendita), per favorire in tal modo fin dall’inizio la possibilità di acquistare oppure vendere prodotti o servizi. Il maggior numero di scambi si svolge il sabato al mercato delle pulci di aspetto tradizionale, ma nel quale è escluso l’uso del denaro. Una vasta gamma di prodotti che comprende frutta, verdura, vestiti, libri, artigianato, ecc. ma anche materiali elettrici e idraulici. Inoltre, il sito dell’associazione offre un elenco completo di tutti professionisti (medici, insegnanti, elettricisti…, ma anche le officine meccaniche, le panetterie, le macellerie …) che fanno parte della rete locale e che consentono il pagamento in Tem per tutta la settimana nel normale orario di lavoro. La pagina web include anche una sezione riservata dove ogni iscritto offre oppure richiede quello che gli serve. Più di mille persone finora utilizzano questo sistema economico alternativo e il loro numero sta crescendo.

«Con l’aiuto iniziale – racconta Emilia, una ceramista di quarantasette anni –, ho potuto comprare frutta e zucchero per preparare marmellate per poi venderle il sabato. Ho cominciato tre settimane fa e già ho ottenuto 800 Tem», ma confessa di aver speso 500 Tem per parrucchiere, il cibo e alcuni piccoli elettrodomestici necessari. Alexandra ha venduto insieme al padre Iraklis le uova fresche delle «galline che abbiamo nel cortile; in un primo momento è costato di più il mangime che abbiamo pagato in euro, ma ora ho trovato un fornitore che vende alimenti per animali in Tem» ci dice. Per questa ragazza di venticinque anni l’iniziativa «è una filosofia per cambiare le cose senza soldi. Io non sono contro l’euro, mi serve per pagare certe cose ma per le altre, per quanto possibile, cerco di non usarlo. Io preferisco il Tem perché è qualcosa che possono usare tutti, l’euro soltanto coloro che hanno il lavoro». E assicura convinta che «con il Tem è possibile accedere a molte opzioni, in molti modi, decidi tu. Ognuno ha qualcosa da dare o da offrire».

L’utilizzo di internet ha facilitato lo scambio e soprattutto il controllo del debito. Christos, un ingegnere appassionato di software libero e cofondatore del progetto, è il responsabile per lo sviluppo informatico  del sistema progettato grazie al software open source. La Banca d’Inghilterra ha dato un riconoscimento al sistema per la forma e la sicurezza con le quali vengono effettuati i trasferimenti. Meglio e più velocemente di qualsiasi banca on line, i movimenti tra venditori e acquirenti vengono immediatamente segnati, non ci sono commissioni o ritardi, permettendo anche uno scoperto fino a 1.200 Tem per ogni utente. Poiché il Tem non esiste fisicamente, il pagamento viene effettuato in tre modi: con un «assegno» dotato di un marchio di sicurezza, tramite bonifico on line, con un semplice Sms. Inviando un messaggio ai numeri del pagatore e del beneficiario con l’importo, il sistema restituisce immediatamente i messaggi inviati confermando il trasferimento, mostrando il saldo dopo l’operazione eseguita.

Anche se il volume degli scambi non è ancora molto elevato, Christos ha stimato che durante il mercato del sabato si raggiungono 3.000 o 4.000 Tem, anche se questo dato scende durante la settimana. Prodotti alimentari, frutta e verdura sono di gran lunga i più popolari insieme ai servizi professionali (idraulici, avvocati…). In ogni caso, «la cosa più importante è che le persone si conoscono e hanno fiducia reciproca, Internet è importante, ma il contatto diretto è fondamentale – Christos ci illumina – la nostra iniziativa non è stata motivata dalla crisi economica, ma dalla necessità di applicare i nostri valori e cambiare l’attuale sistema economico. Contro questo sistema la Rete è stata progettata come una forma alternativa di scambio economico».

Un’altro dei fondatori di questo progetto è Marita Hupis, fortemente influenzata dalle esperienze avviate in Argentina e Uruguay da oltre un decennio. Marita presenta i principi alla base della rete di scambio: l’uguaglianza, la parità, la trasparenza, la solidarietà e la partecipazione. «Tutti i membri allo stesso modo decidono durante le assemblee periodiche sulle questioni relative al funzionamento della rete. Le  decisioni collettive, hanno un carattere sociale, e sono orientate verso la formazione della società che desideriamo».

La crescita dell’organizzazione li ha portati a considerare la creazione di un «centro assistenza presso  l’Università di Tesalia. «Il centro comprenderà visite mediche, naturopati, massaggiatori… tutto ciò di cui qualcuno potrebbe aver bisogno nel campo della salute», racconta. E c’è anche un caffè dove lavorano persone senza impiego. Edifici da tempo abbandonati sono stati recuperati grazie all’aiuto di tecnici e anche di artisti locali. Tutti i membri dei gruppi di lavoro (segretario, pubblicità, infrastrutture, pulizia…) sono uguali: sei Tem per un’ora di lavoro. «Questi gruppi sono aperti e coinvolgono molte persone, quelle che servono momento per momento», spiega Marita.

Il successo della rete attraversa i confini e sta incoraggiando altre città greche a seguirne l’esempio. «È una buona scelta per cambiare le cose e in un certo senso è un cambiamento rivoluzionario», dice Alexandra orgogliosa.

Antonio Cuesta da www.rebelion.org

(Traduzione del testo originale in lingua spagnola da http://comune-info.net)

Ricostruire la rappresentanza per ricostruire il sistema politico (di Pinuccio Spini)

I due temi, quello della riforma elettorale e quello della riforma dei partiti, sono collegati dal fattore comune della maggiore trasparenza e partecipazione alla vita politica da parte dei cittadini, esigenza ormai riconosciuta come improrogabile da uno schieramento trasversale.

Nella loro improcrastinabile attuazione si intravvede dunque l’importante possibilità di riannodare il rapporto, oggi fortemente compromesso, tra Parlamento e cittadini, tra i parlamentari e il loro territorio, tra la politica e la vita comune.

Oggi infatti, insieme ad una nuova legge elettorale che ridia di nuovo ai cittadini/elettori prima di tutto il diritto di selezionare le candidature, i partiti per non essere spazzati via hanno l’urgente necessità di ritornare a fare proprio lo spirito previsto dalla Costituzione (i cittadini sono i soggetti considerati dall’art. 49, mentre i partiti sono solo lo strumento) e per questo devono saper di nuovo adeguare la propria forma e la propria struttura al contatto vivo con la società.

Soprattutto è arrivato il tempo di completare la dizione dell’articolo citato e considerare i partiti non più come “associazioni non riconosciute, prive di personalità giuridica” bensì come “associazioni riconosciute, dotate di personalità giuridica” così che rispondano “responsabilmente” (e quindi “pubblicamente”) del proprio operato: non esiste infatti vera ‘libertà’ senza ‘responsabilità’. Questo dovrebbe implicare da parte dei partiti, principalmente quattro aspetti:

1. l’obbligo di depositare un proprio Statuto nel quale venga esplicitata la propria ispirazione originale e i propri valori fondanti;

2. previsione, nello Statuto, di un “Codice etico” che permetta sul piano pratico di stabilire prima di ogni altra cosa un rapporto di lealtà: con se stesso, nei confronti dei propri membri, degli elettori e perfino con gli stessi avversari politici. Che inoltre contempli seri criteri di selezione delle candidature, volti ad escludere coloro che abbiano pendenze giudiziarie gravi, al fine di tutelare la credibilità delle Istituzioni che essi dovrebbero rappresentare;

3. previsione, nello Statuto, di regole certe di democrazia interna, fra le quali l’eventuale obbligatorietà di elezioni primarie per la scelta dei candidati;

4. l’obbligo di presentazione di un bilancio pubblico e trasparente delle entrate e degli impieghi, che è prioritario rispetto alla previsione di norme che prevedano finanziamenti pubblici ai partiti.

Come si vede dunque diventa allora davvero fondamentale ricostruire la rappresentanza per ricostruire il sistema politico. C’è un paradigma capace di vincere questa impegnativa sfida? Sì, c’è, ed è la fraternità come categoria politica, come principio e metodo dell’agire politico: vivere infatti l’alterità attraverso la fraternità non significa omologare le differenze, non è questo il futuro dell’umanità, ma rendere possibile la loro convivialità, il loro reciproco riconoscersi e accettarsi, sul fondamento comune della dignità assoluta di ogni persona umana.

Siamo quindi ben lontani da una proposta buonista che si accontenta di moderazione e di attenuazione dei contrasti, che assume la virtù del compromesso e ricerca la via di mezzo. La fraternità diventa possibilità concreta di coniugare le legittime distinzioni con quella unità di intenti e di impegno per il bene del Paese che per essere realizzato ha bisogno proprio del concorso di tutti. Come si intuisce, ciò non significa solo favorire lo scambio delle idee, ma cercare una condivisione ben più profonda: la vera sfida infatti è rendere anche le visioni più divergenti tra loro funzionali e, ove possibile, anche complementari, specie nella fase di attuazione delle politiche.

In un tempo lacerato dalla frammentazione, la quale genera continuamente conflittualità, la reciprocità cioè l’unità nella diversità diventa dunque un metodo davvero vincente proprio perché in grado non solo di ridare credibilità alla politica ma anche di elevare la qualità stessa della democrazia: amare il partito altrui come il proprio diventa allora un’esigenza insopprimibile se si vuole essere davvero all’altezza degli epocali cambiamenti in atto e la cui tensione spinge verso la fratellanza universale.

Pinuccio Spini aderente al Movimento politico per l’unità

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi