Proprietà pubblica delle aziende sì o no? Dal referendum sull’acqua a Cottarelli

Grande interrogativo se sia meglio la proprietà pubblica delle aziende che gestiscono i servizi oppure se sia meglio quella privata. Fermo restando che compito dei poteri pubblici è porre delle regole nell’interesse generale (con particolare attenzione all’uso delle infrastrutture di rete) la questione se sia meglio il pubblico o il privato si ripropone periodicamente.

Chi propose il referendum cosiddetto sull’acqua pubblica una sua risposta la diede. (Cosiddetto perché il quesito referendario non riguardava la proprietà dell’acqua bensì la gestione di tutti i servizi locali tornando molto utile sbandierare l’acqua pubblica per raccogliere voti). Oltre al referendum elaborò una sua proposta secondo la quale i servizi avrebbero dovuto essere esercitati non più attraverso aziende, bensì tramite enti pubblici sotto il completo controllo degli enti locali.

Benissimo, questa può essere una soluzione. Ma a quali problemi?

L’indagine di Cottarelli per la spending review ci porta proprio in questi giorni interessanti notizie che, in parte, si conoscevano già, ma in parte sono vere sorprese. Per esempio che buona parte delle aziende locali sono in passivo oppure che molte si occupano di attività non proprio riconducibili a un servizio pubblico (tipo gestire il Casinò di Venezia) oppure che hanno meno dipendenti che consiglieri di amministrazione (a che servono? A far guadagnare politici e clientele varie è ovvio). Una delle star delle aziende peggio gestite (per esperienza degli utenti e bilanci alla mano) è l’ATAC di Roma che gestisce il trasporto locale e che è balzata nelle cronache per assunzioni clientelari, traffici di biglietti falsi, ruberie e amenità di questo genere oltre che per l’incapacità di far viaggiare i romani.

Ebbene ATAC al pari di tantissime altre aziende è interamente di proprietà pubblica sicchè dovrebbe soddisfare la condizione che i paladini del “tutto pubblico” pongono come fondamentale. Eppure è conciata come i romani sanno benissimo.

È un caso, ma il discorso potrebbe continuare con mille altri esempi. La domanda di fondo però è questa: perché una parte della sinistra non riesce mai ad affrontare le cose con schemi non ideologici, ma pragmatici? Perché non pone come prima condizione di fare piazza pulita di ogni genere di ruberie, clientelismo, spreco chiunque siano i beneficiari (categorie di lavoratori e sindacati o politici di sinistra inclusi)?

Continuando a far finta che non siano quelle le priorità darà l’impressione non solo di una posizione ideologica astratta, ma anche di una sostanziale connivenza con chi sfrutta nel suo interesse privatissimo la proprietà pubblica. Che poi sarebbe il problema dei problemi ben più importante della proprietà delle aziende

Il caso Aldrovandi e il corporativismo ottuso

caso AldrovandiOvazione al congresso di un sindacato di polizia per i condannati responsabili della morte di Federico Aldrovandi. Il corporativismo è molto diffuso in Italia ed è sempre ottuso perché travisa la verità e copre privilegi, vergogne e inefficienze; l’unico metro di misura diventa l’interesse di categoria e di ognuno dei suoi appartenenti trasformando qualunque comportamento in una prerogativa che appartiene ai membri della categoria e distingue i suoi membri dai comuni cittadini. I fatti però parlano chiaro e dicono che un giovane è stato ucciso a botte da chi rappresentava lo Stato. Eccesso colposo nell’uso delle armi e non omicidio volontario? Va bene, ma c’è di che vergognarsi e i colpevoli dovevano essere cacciati dalla polizia non rimanere in servizio e, meno che mai, essere applauditi e difesi dai colleghi. Pubblichiamo la foto di Federico Aldrovandi non perchè lui sia un eroe da celebrare, ma perchè dimostra più di tante parole la verità dei fatti. Vediamoli

I fatti

La notte del 25 settembre 2005 Aldrovandi si fece lasciare dagli amici in una via vicino a casa per tornare a piedi dopo aver trascorso la serata al locale Link di Bologna[2]. Durante la nottata il giovane assunse sostanze stupefacenti e alcol, seppur in minime quantità[1]. Il primo incontro è con la pattuglia “Alfa 3” con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri. Quest’ultimi descrivono l’Aldrovandi come un “invasato violento in evidente stato di agitazione“, sostengono di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente” e chiedono per questo i rinforzi. Dopo poco tempo arriva in aiuto la volante “Alfa 2”, con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il giovane diventa molto violento (durante la colluttazione due manganelli si spezzano e non certo per mancanza di robustezza) e porta quest’ultimo alla morte, sopraggiunta per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti[2].

All’arrivo dell’ambulanza il personale sanitario trovava il paziente “riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena […] era incosciente e non rispondeva”. L’intervento si concluse, dopo numerosi tentativi di rianimazione cardiopolmonare, con la constatazione sul posto della morte del giovane, per “arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale”.[3]

federico aldrovandiLa famiglia venne avvertita solamente alle 11 del mattino, quasi cinque ore dopo la constatazione del decesso. I genitori, di fronte alle 54 lesioni ed ecchimosi presenti sul corpo del ragazzo, ritennero poco credibile la morte per un malore.

Il 20 febbraio 2006 vennero depositati i risultati della perizia medico legale disposta dal Pubblico Ministero, secondo la quale “la causa e le modalità della morte dell’Aldrovandi risiedono in una insufficienza miocardica contrattile acuta […] conseguente all’assunzione di eroina, ketamina ed alcool”.[5]

Di tutt’altra voce un’indagine medico–legale, depositata il 28 febbraio 2006 dai periti della famiglia, secondo la quale dall’esame autoptico la causa ultima di morte sarebbe stata “un’anossia posturale”, dovuta al caricamento sulla schiena di uno o più poliziotti durante l’immobilizzazione.

Per quanto riguarda l’assunzione di droghe, la quantità di sostanze tossiche assunte dal giovane era la medesima rilevata dai periti della Procura, ma assolutamente non sufficiente a causare l’arresto respiratorio: in particolare l’alcol etilico (0,4 g/L) era inferiore ai limiti fissati dal codice della strada per guidare, la ketamina era 175 volte inferiore alla dose letale e l’eroina assunta non poteva essere significativa, stante lo stato di agitazione imputato ad Aldrovandi. Essendo la sintomatologia dell’abuso di oppiacei caratterizzata da uno stato di sedazione e torpore, la morte di Aldrovandi, correlata al suo stato di euforia ed agitazione, è logicamente incompatibile con una forte overdose di eroina.[3] Inoltre sia la perizia che i risultati delle indagini avrebbero evidenziato un contesto di gravi violenze subite dal giovane durante tutto l’intervento delle due pattuglie di Polizia.

Il processo

Il 10 gennaio 2007 venivano formalmente rinviati a giudizio, per omicidio colposo, gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, per aver ecceduto i limiti dell’adempimento di un dovere, per aver procrastinato la violenza anche dopo aver vinto la resistenza del giovane e per aver ritardato l’intervento dell’ambulanza. Il 26 giugno 2007 vengono per la prima volta interrogati durante il processo i quattro imputati, i quali si dichiarano stupiti della morte della vittima, che “stava benissimo prima dell’arrivo dei sanitari“, mentre la registrazione della centrale operativa riporta chiaramente: “… l’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto“. Gli agenti raccontarono che i due sfollagente si sarebbero rotti per un calcio di Aldrovandi e per una caduta accidentale di un poliziotto. Sempre secondo la deposizione, l’ambulanza fu chiamata immediatamente, mentre non fu utilizzato il defibrillatore semi-automatico di cui era dotata la volante poiché Aldrovandi non aveva “mai dato segni di sofferenza“.

Ulteriori perizie

Il 10 ottobre 2008 i periti della difesa fornirono una versione opposta alle perizie di parte civile, ribadendo la rilevanza delle sostanze assunte dal giovane, in quantità sufficienti a causarne la morte, ed escludendo che la colluttazione o il mantenimento della posizione prona abbiano “avuto effetto nel processo che ha portato alla morte del ragazzo“. Sommando gli effetti analgesici delle droghe si sarebbe compreso come il ragazzo avesse potuto ferirsi ripetutamente senza sentire dolore. L’agitazione psicomotoria “intensissima […] ha innescato un meccanismo che ha portato a perdere il controllo del cervello e quindi a non rendersi conto del fabbisogno di ossigeno che il suo organismo richiedeva“, cosa che sarebbe dipesa “dall’assunzione delle droghe, indipendentemente dalle quantità ingerite“. Nemmeno il mettere la vittima in posizione seduta, conclusero i periti, le avrebbe salvato la vita, in assenza di una specifica terapia d’urgenza.[9]

Secondo una nuova perizia di parte civile del 6 novembre 2008 venne invece riportato che “alla base del cuore, lungo l’efflusso ventricolare sinistro, in particolare in corrispondenza del setto membranoso situato fra cuspide aortica non coronarica e coronarica destra, si osserva un cospicuo ematoma. Questa è la sede del fascio di His […]. Il coinvolgimento del fascio di His da parte dell’ematoma è vistoso e con grande verosimiglianza è di origine traumatica […] oppure ipossico da insufficienza respiratoria prolungata“. La perizia conclude che “con probabilità molto elevata questa complicanza è stata la causa di morte“.[10] Il 9 gennaio 2009 il perito di parte venne sentito in udienza, il quale concluse affermando la morte per causa violenta di Aldrovandi.

Corte di cassazione e condanna definitiva

Il 21 giugno 2012 la corte di cassazione ha reso definitiva la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione per “eccesso colposo in omicidio colposo” ai quattro poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri[18][19]. In particolare la quarta sezione penale ha respinto il ricorso presentato dalla difesa dei quattro agenti contro la condanna che era già stata emessa dalla Corte d’Appello di Bologna. I poliziotti però beneficiano dell’indulto, che copre 36 dei 42 mesi di carcerazione previsti dalla condanna. In ogni caso, dopo l’attuazione di quest’ultima, scattano i provvedimenti disciplinari.

Per Amnesty International si è trattato di “un lungo e tormentato percorso di ricerca della verità e della giustizia. Solidarietà e vicinanza ai familiari di Federico Aldrovandi, che in questi anni hanno dovuto fronteggiare assenza di collaborazione da parte delle istituzioni italiane e depistaggi dell’inchiesta[20].

In cassazione i famigliari di Federico Aldrovandi non si sono costituiti parte civile dopo aver raggiunto una transazione con il Ministero dell’Interno e dopo aver ricevuto le scuse del capo della polizia Antonio Manganelli che ha incontrato i genitori del giovane durante una visita privata.[21

Decorso

Il 29 gennaio 2013 il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha decretato il carcere per la pena residua di 6 mesi (dato che 3 anni erano stati condonati dall’indulto) nei confronti dei poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri. Il provvedimento del Tribunale giunge dopo la richiesta avanzata dal Procuratore Generale[22].

Tre dei quattro poliziotti (eccetto Forlani, a causa di una cura per “nevrosi reattiva”) ritornano in servizio nel gennaio 2014, destinati a servizi amministrativi.[27]

Aldrovandi Bis

Il 5 marzo 2010 tre poliziotti sono stati condannati nel processo Aldrovandi bis sui presunti depistaggi nelle indagini mentre un quarto è stato rinviato a giudizio. La decisione sui depistaggi conferma l’ipotesi accusatoria dell’intralcio alle indagini fin dal primo momento. Le condanne sono state per:

  • Paolo Marino, dirigente dell’Upg all’epoca, a un anno di reclusione per omissione di atti d’ufficio, per aver indotto in errore il PM di turno, non facendola intervenire sul posto.
  • Marcello Bulgarelli, responsabile della centrale operativa, a dieci mesi per omissione e favoreggiamento.
  • Marco Pirani, ispettore di polizia giudiziaria, a otto mesi per non aver trasmesso, se non dopo diversi mesi, il brogliaccio degli interventi di quella mattina.

Conclusione

Il corporativismo è una brutta bestia sempre, ma qui non ci troviamo di fronte a privilegi di carattere sindacale,  bensì alla morte di una persona a causa del pestaggio fatto dai poliziotti condannati. Sono stati condannati con sentenza passata in giudicato, hanno pagato con pochi mesi di carcere, non dovrebbero più far parte della polizia perché hanno mostrato di non essere all’altezza del lavoro per il quale sono pagati e perché hanno disonorato la polizia. Incredibilmente, invece, diventano degli eroi per molti loro colleghi. Contro tutto ciò la battaglia è culturale e politica ed è tutta da fare

La mobilità all’ATAC è un tabù

L’ATAC è la capofila delle aziende di trasporto pubblico di Roma, 100% di proprietà pubblica. Da anni compare sulle cronache dei giornali per l’inefficienza del servizio, per gli scandali su appalti e acquisti, per lo scandalo dei biglietti falsi e per le assunzioni clientelari.

L’ATAC ha circa 12mila dipendenti con una forte componente di impiegati effetto dei favori fatti, chiesti e ottenuti da chi è proprietario dell’azienda cioè il Comune e dai politici che lo dirigono.

Ebbene ora finalmente l’azienda, con 850 milioni di deficit e non in grado di assicurare un livello adeguato di servizio, si è decisa ad individuare 323 impiegati e dirigenti in eccesso ed invece di licenziarli ha pensato di utilizzarli in modo produttivo facendogli svolgere altre mansioni più utili tipo controllori sui bus.

Una decisione quasi ovvia per chiunque, ma non per i sindacati aziendali (la CGIL in primo luogo) e per qualche politico (per il consigliere Onorato la mobilità è una misura estrema ed iniqua).

Ecco la fotografia di uno dei problemi italiani: quando si combinano i guai come le assunzioni clientelari ben pochi reagiscono, quando si cerca di rimediare in tanti si sollevano a criticare come se si usasse violenza a poveri lavoratori indifesi.

Agli interessi della collettività che paga il conto per tutti nessuno ci pensa

I roditori intorno ai soldi pubblici (di Claudio Lombardi)

spreco denaro pubblicoLe notizie di oggi sono desolanti: le inchieste della magistratura in Lombardia mettono sotto accusa un’intera classe politica, dai consiglieri al presidente della regione; le multinazionali del farmaco si accordano per saccheggiare i fondi pubblici con una diretta conseguenza sulla salute di tante persone; all’ospedale Umberto I di Roma viene alla luce un sistema omertoso dominante da oltre un decennio che stringe in una comunanza di interessi vertici, dipendenti, alcune organizzazioni sindacali.

Nel primo caso l’ex presidente della regione, Formigoni, viene rinviato a giudizio per associazione a delinquere e corruzione cioè per aver permesso che un fiume di soldi passasse dalla regione alle tasche di alcuni privati che operavano nel campo della sanità. I danni recati dal sistema Formigoni-Daccò?  Milioni di euro ovviamente.

I consiglieri regionali della Lombardia, così come tanti loro colleghi di ogni parte d’Italia hanno avuto la faccia tosta di usare i contributi pubblici per i gruppi consiliari per le loro spese personali (di tutto, dal cappuccino al prosciutto ai soliti ristoranti di lusso).

corruzioneSono anni che queste “rivelazioni” fanno luce sull’etica pubblica di tanta gente impegnata in politica. Al di là dei danni che hanno prodotto direttamente ciò che deve preoccupare è che il potere nelle mani di questi qua significa spreco e ruberie certi che, infatti, sono una presenza costante nelle azioni delle amministrazioni pubbliche a tutti i livelli negli ultimi decenni.

Due multinazionali del farmaco, Roche e Novartis, sono accusate di essersi messe d’accordo per far pagare il servizio sanitario nazionale 900 euro un farmaco che ha la stessa efficacia di uno da 50 euro. Nessuna autorità pubblica competente è riuscita a scoprire il trucco e ci ha pensato l’antitrust a rivelare la truffa. Scommettiamo che le due aziende avranno erogato generosi finanziamenti a qualcuno per mascherare l’imbroglio? Quanto ci è costato il giochetto? I giornali dicono 600 milioni di euro.

Un articolo in cronaca di Roma su Repubblica di oggi a firma Carlo Picozza illustra bene il  caso esemplare e niente affatto isolato del Policlinico Umberto I.

policlinico umberto IScrive Picozza “Promozioni senza concorso (né copertura finanziaria) per 1.606 dipendenti; gare d’appalto (per pulizie, vigilanza, ristorazione ed energia) annunciate e mai eseguite; proroghe decennali dei contratti di affidamento dei servizi; acquisti milionari, senza bandi, di farmaci e protesi”. È la sintesi delle irregolarità che l’attuale direttore generale ha ritrovato nelle gestioni passate dal 1999 ad oggi. Irregolarità che costituiscono l’oggetto di una denuncia trasmessa alla Corte dei Conti.

Bisogna precisare che l’ospedale è gravato da debiti pesanti e da un deficit annuo che si aggira intorno a cento milioni di euro. Come tutta la sanità pubblica, insomma, non naviga nell’oro, ma è in crisi. Colpa del destino? Non proprio, seguiamo l’analisi di Picozza, sapendo che qui non si parla di casta bensì di qualcosa di ben più pericoloso che caratterizza il caso italiano.

Il primo passo fu fatto alla nascita dell’azienda ospedaliera quando tutto il personale fu inquadrato in una qualifica superiore a quella con la quale era stato assunto. 1.606 persone  “promosse” alla qualifica superiore sulla base della “sola dichiarazione di svolgimento di mansioni superiori”. Per essere chiari: un medico diventò primario, un impiegato dirigente. Evidentemente non bastò questo regalo perché “con un altro accordo” fu aggiunta alla retribuzione un’altra quota variabile, “proporzionale alla qualifica di provenienza”. Il regalo costò alle casse dell’ Umberto I 3 miliardi di lire all’anno. “Moltiplicati per 14 (dal 2000 a oggi), fanno 42 miliardi che, tradotti in euro, sono 21 milioni. Un terzo del deficit annunciato per il 2013 dall’azienda Policlinico”.

assalto soldi statoMa, continua la ricostruzione di Picozza, “non finì lì. Gli ospedalieri insorsero dopo il trattamento riservato ai loro colleghi universitari. E, sostenuti dai sindacati, ottennero, con “l’equiparazione“, la corresponsione della stessa quota aggiuntiva”. Seguì “un altro inquadramento a dirigente del personale non medico passato dall’ateneo all’Umberto I”. E così “venne riconosciuta la qualifica di dirigente al personale universitario non dirigente: centinaia di persone, la maggior parte delle quali senza laurea”.

Nel mentre si svolgeva questo “grazioso” scambio di favori tra Direttori generali, dipendenti e sindacati ovviamente la gestione ordinaria andava avanti a ruota libera tanto che il nuovo Direttore generale autore della denuncia fatica oggi a capire l’intreccio di contratti e di oneri che gravano sull’ospedale cioè sui fondi per la sanità cioè sui soldi pubblici. Ecco, forse chi legge ha già capito a cosa serve distribuire favori a destra e a manca a spese dei bilanci pubblici: serve a comprare l’omertà (magari involontaria) di tanti.

Sarebbe bene che i dati del debito pubblico e dell’arretratezza italiana nelle infrastrutture e nei servizi fossero messe in relazione al lavorio di questi roditori che, però, non sono solo all’interno di una casta ristretta.

Se l’Italia se la passa male e risorse enormi sono state dilapidate non è solo perché la politica è in mano ad una casta che straguadagna e sgraffigna soldi pubblici a palate, ma perché esiste da decenni un blocco sociale che vive sulle spalle delle risorse pubbliche e che tiene insieme chi sta al vertice (qualunque vertice) e chi sta dentro un gruppo organizzato che tutela i suoi interessi. Una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso dice un vecchio proverbio

Claudio Lombardi

L’Economist dossier Italia: privilegi e corporazioni

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

 

I privilegi delle corporazioni

L’Italia è una giungla di piccoli privilegi, rendite e mercati chiusi. Ognuno ha la sua lobby di riferimento, con cui contribuisce a rendere quasi impossibile qualsiasi riforma. Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore dei servizi e l’accesso a professioni che potrebbero attirare lavoratori immigrati è ostacolato da enormi barriere. In Gran Bretagna il personale delle farmacie è costituito in buona parte da brillanti giovani di origini asiatiche. In Italia la legge imponeva fino a poco tempo fa una distanza minima tra due farmacie, garantendo un enorme vantaggio a quelle già avviate, impedendo che se ne aprissero di nuove. Quando il titolare di una farmacia moriva, i suoi eredi avevano il diritto di gestire l’attività per dieci anni anche senza le qualifiche necessarie.

pericoloUn altro mercato chiuso è il settore dei taxi, in cui di solito gli immigrati sono la forza lavoro principale. A New York è difficile trovare un tassista di origine statunitense. A Milano, la città più dinamica d’Italia, è difficile trovare un taxi. Secondo un sondaggio informale condotto nell’arco di una settimana nel capoluogo lombardo, tutti i tassisti della città sono italiani e hanno sborsato una cifra consistente per entrare in una corporazione che, limitando il numero di taxi in circolazione, fa crescere i loro guadagni.

Il principio secondo cui a pochi individui sono garantiti dei comodi privilegi a discapito di tutti gli altri non è circoscritto al mondo del lavoro. In Italia manca un sistema di sussidi di disoccupazione universale: le persone che lavorano nella stessa linea di produzione ma svolgono operazioni differenti possono ricevere indennità diverse e per periodi diversi quando perdono il posto. Potrà sembrare un sistema ingiusto, ma metterlo in discussione è politicamente sconveniente e nessun partito è seriamente intenzionato a farlo. Inoltre, i gruppi di privilegiati sono da tempo un elemento distintivo della stessa politica italiana.

giovani e lavoroIn questi sistemi chiusi i perdenti vanno a ingrossare le fila dei disoccupati, di cui i giovani rappresentano una percentuale davvero troppo alta. Più di un quinto degli italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni non studia né lavora. Dopo una riforma introdotta nel 2003, i giovani con un lavoro in regola sono spesso costretti ad accettare condizioni svantaggiose (licenziamenti più facili e niente sussidi di disoccupazione). Di conseguenza la precarietà nel mercato del lavoro colpisce soprattutto una minoranza formata da giovani. Forse anche per questo gli italiani preferiscono un posto di lavoro difficile da trovare ma anche difficile da perdere e per questo motivo il sistema è bloccato.

I sistemi chiusi si prestano ad essere penetrati dalle organizzazioni mafiose come accade nei campi dell’edilizia e della movimentazione terra. Persino al nord le cosche mafiose sono riuscite a controllare diversi consigli comunali con il sostegno di poche centinaia di meridionali che si sono trasferiti dal sud.

Ma l’avversione alla concorrenza non è circoscritta alle piccole imprese. Nel 2008, quando Air France- Klm presentò la sua offerta d’acquisto per Alitalia, ormai in bancarotta, Berlusconi definì la proposta “offensiva”. Il governo ha deciso invece di scaricare 1,2 miliardi di euro di debiti di Alitalia sul bilancio dello stato (oltre ai tre miliardi già versati dai contribuenti) e di vendere la compagnia a una cordata di imprenditori italiani, garantendole per tre anni il monopolio della tratta Roma-Linate (l’aeroporto più comodo per raggiungere Milano).

televisioniNon è facile smantellare sistemi così convenienti. Dopo il successo delle reti di Berlusconi nel settore della tv commerciale, in Italia si è creato un duopolio televisivo formato da Rai (l’emittente di stato) e Mediaset. Il sistema è stato turbato nel 2003 dall’arrivo di Sky Italia, la pay tv di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch. Sky Italia è cresciuta in fretta: nel 2010 ha raggiunto quasi cinque milioni di abbonati. Il suo successo, tuttavia, gli ha creato dei problemi. È stata raddoppiata l’iva per le pay tv e Sky è stata inoltre penalizzata da una legge che abbassa i tetti di raccolta pubblicitaria per i canali a pagamento e li alza per i canali in chiaro, che costituiscono la principale fonte di guadagno di Mediaset.

Forse per questo il tasso di investimenti diretti esteri negli ultimi vent’anni sono sempre stati (in rapporto al pil) ben al di sotto della media europea.

Gli italiani di orientamento liberale criticano questo sistema, ma non sono abbastanza numerosi da esercitare un’influenza politica. Se sono così pochi è a causa di un ambiente ostile. Dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte degli elettori italiani si è diviso per 50 anni tra la Democrazia cristiana, che aveva ereditato dalla chiesa cattolica l’avversione al libero mercato, e il Partito comunista. Anche gli attuali partiti di destra – il Popolo della libertà di Berlusconi e la Lega nord – sono chiaramente ostili alla concorrenza.

Invece in questi ultimi anni la sinistra ha fatto di più per aprire i mercati. Pier Luigi Bersani, un ex comunista che oggi guida il Partito democratico, il principale partito d’opposizione, ha avviato una serie di riforme durante l’ultimo governo di centrosinistra, tra il 2006 e il 2008. (fine seconda parte)

Spending review ? sì grazie, ma seria (di Claudio Lombardi)

Con un debito pubblico che si avvicina ai 2000 miliardi di euro una vera revisione della spesa pubblica è inevitabile. Per due motivi: 1. Perché non avrebbe senso non chiedersi se il livello attuale della spesa pubblica corrisponde a risultati concreti, visibili e percepibili dai cittadini in livello e qualità dei servizi nonchè misurabili in termini di efficienza del sistema-paese; 2. Perché, appunto, i risultati del debito pubblico cioè come sono stati spesi i soldi finora, non sono visibili in alcun modo.

Questo secondo punto rinvia a due aspetti cruciali di come si sono strutturate le decisioni politiche e la loro attuazione in Italia: 1. La politica con i suoi meccanismi decisionali ha espresso un tipo di rappresentanza che ha usato le risorse pubbliche o i beni comuni controllati dai poteri pubblici (non solo soldi, ma anche territorio e ambiente e persino legalità) per premiare gruppi sociali o imprenditori o procacciatori di voti o raggruppamenti di interessi. Più che di disegni strategici di governo e di sviluppo del Paese si è trattato di redistribuzione di redditi (comunque ottenuti) in base alle convenienze del momento; 2. I cittadini sono stati in gran parte coinvolti in questo sistema di gestione del potere ricavandone vantaggi grandi e piccoli, leciti e illeciti. La gamma di tali vantaggi è vasta ed è giunta anche al mercanteggiamento dei diritti trasformati in moneta di scambio con la quale acquistare pace sociale o smorzamento delle pressioni rivendicative. L’opera corruttrice è arrivata dappertutto e ha permesso la costruzione di piccole e grandi rendite di posizione che facevano parte della coscienza collettiva che non è mutata in maniera radicale negli ultimi anni, anzi, forse, si è fatta anche più cinica . C’è stato un tempo, immortalato persino in alcuni film con protagonisti i “mostri sacri” della commedia all’italiana (Sordi, Manfredi, Gasman), che persino ottenere un certificato all’anagrafe richiedeva una raccomandazione.

Senza prendere atto di questo retroterra sul quale si è formata la convivenza civile degli italiani e il loro rapporto con lo Stato è difficile capire come siamo arrivati fin qui, è difficile cambiare strada, è impossibile risolvere la crisi con una nuova stagione di sviluppo.

I nostri problemi non giungono dagli USA o dall’Europa o dalla speculazione finanziaria o, meglio, arrivano anche da lì, ma sono ingigantiti dalla sclerosi di cui soffre l’Italia da decenni.

Per questo una revisione della spesa pubblica dovrebbe essere l’occasione di una presa di coscienza collettiva degli italiani che li porti a rifiutare il modello di sistema del passato e che faccia avanzare quelle opzioni politiche che propongono una rivoluzione civile che dia vita e spazio ad una nuova rappresentanza, ad una revisione della democrazia, ad un cambiamento drastico della politica.

L’opera del governo Monti può solo essere l’avvio di una transizione verso quel tipo di trasformazione, ma non può guidarla.

Per questo tutti i provvedimenti adottati dal governo in questi mesi stanno in bilico fra soggezione al vecchio sistema di potere e apertura ad un nuovo corso. Anche la spending review si colloca su questo crinale: alcuni elementi di novità, tanta prosecuzione di politiche vecchie. Fissare un obiettivo di pareggio di bilancio, decidere la cifra che serve per arrivarci e, quindi, rivedere la spesa per tagliarla di quel tanto che basta è uno schema ben conosciuto e praticato che non ha mai risolto niente; al massimo ha permesso di svoltare il momento di crisi rinviando l’aggressione ai problemi di fondo e ai meccanismi malati che si sono, infatti, riattivati sempre creando le condizioni per nuovi interventi.

L’Italia è un paese ricco che produce reddito e che, nonostante il suo sistema di potere, nonostante la mancanza di una cultura civile unificante, nonostante la lontananza fra cittadini e Stato e il rapporto degenerato che ha fatto di quest’ultimo il bancomat per ogni genere di spinta corporativa, nonostante una presenza pervasiva di poteri criminali in grado da tempo di controllare parte dell’economia e della politica, nonostante tutto ciò è riuscito a restare una delle potenze economiche mondiali. Quasi un miracolo.

Ma oggi il sogno è finito, l’incantesimo non si può più ripetere. L’ex terzo mondo ha sviluppato una potenza economica e un dinamismo incomparabili con la paralisi di un paese come il nostro. Non c’è più spazio per svalutazioni competitive e non ci sarà più un surplus di ricchezza da redistribuire. Al massimo si potrà tirare a campare accettando una riduzione del nostro tenore di vita tutto incluso (capacità di spesa, redditi medi e bassi, servizi pubblici) e una lotta ancora più feroce dei gruppi privilegiati per ritagliarsi fette di ricchezza.

Che fare allora? In democrazia l’unica cosa sensata è che avanzi quella parte dei cittadini più cosciente dell’urgenza di un cambiamento e sappia generare una nuova classe dirigente cominciando ad aggregarne pezzi da subito sia a livello territoriale sia nelle sedi di comunicazione e di formazione delle opinioni. Questo è il grande compito che spetta ai movimenti che animano la società italiana. Ed è il terreno sul quale bisogna incontrare il meglio della politica sopravvissuta a decenni di corruzione. Bisognerebbe riuscire a far diventare l’Italia un gigantesco laboratorio politico e civico per il cambiamento. Allora si potrebbe ricostruire su nuove basi.

Claudio Lombardi

Capipopolo urlanti, populisti, complottisti, sognatori non servono, basta fare i cittadini (di Claudio Lombardi)

In nome dei cittadini ! Piace a tutti indossare questa veste: parlare per i cittadini, interpretare i loro interessi, indicare la via giusta da seguire. Tutto ciò che può trasmettere l’idea della “purezza” viene utilizzato e la cosa migliore è evitare i contrasti fra interessi diversi, tralasciare di individuare qual’è il terreno comune sul quale questi possono incontrarsi per poter riconoscere un interesse collettivo, mettere da parte ogni ricostruzione della nozione di cittadinanza e la faticosa ricognizione della posizione del cittadino di fronte allo Stato. La cosa migliore è alzare la voce e indirizzare le urla contro un nemico sperando che l’estrema semplificazione mascheri un vuoto di analisi e di proposta.

Un interessante articolo di Curzio Maltese sul Venerdi di Repubblica del 27 gennaio aiuta a mettere a fuoco la questione. L’articolo parte da un’affermazione fatta dal comico-capopolo Beppe Grillo durante la presentazione di un suo libro così come riportata dal “Il Fatto”.

“Il governo Monti sta facendo questo sporco lavoro schifoso di mettere le categorie dei cittadini l’una contro l’altra; per esempio gli evasori contro chi paga le tasse”.

Scrive Curzio Maltese: “ Risulta difficile capire perché non bisognerebbe contrapporre chi paga le tasse a chi non le paga, il che sarebbe un reato, ammesso che interessi a Grillo. È schifoso come contrapporre i derubati ai ladri che, in fondo, sono anche loro una “categoria di cittadini”. I ladri, gli evasori, i corruttori, i mafiosi: tutte categorie di cittadini che avrebbero, forse, diritto a un sindacato se non ci pensassero già le lobbies  parlamentari ed extraparlamentari. È la solita storia. In Italia puoi urlare alla rivoluzione, ma se provi semplicemente a far pagare un po’ più di tasse agli evasori, come nei Paesi civili, i “rivoluzionari” con la barca al molo diventano belve.”

Continua Curzio Maltese. “Il piccolo episodio è significativo di come funziona il populismo all’italiana. Alza la voce contro entità lontane, i poteri forti, la finanza e, naturalmente, l’orrido ceto politico. Ma quando si tratta di condannare il malcostume e l’illegalità di massa allora scatta la reazione feroce”.

Conclude l’articolo: “ Non bisogna contrapporre gli uni agli altri, i furbi ai fessi, i ladri ai disonesti. Dobbiamo essere tutti uniti nel combattere questo ceto politico, mandarlo a casa ed eleggerne subito dopo uno anche peggiore, più disonesto e incapace. Come si fece dopo Tangentopoli”.

Si tratta di un’analisi impietosa, ma profondamente vera e non legata soltanto all’attualità perché tocca un nodo cruciale del modo di essere Stato che si è realizzato in Italia e del modo di essere cittadini. Un coacervo di interessi in competizione per accaparrarsi una fetta di risorse e di opportunità alla ricerca del gruppo o del legame personale più forte che possa garantire il risultato. Questo ha fatto la politica per decenni e questo modo di essere ceto dirigente è fotografato nei numeri del debito pubblico cresciuto inesorabilmente dal 40% del 1970 al 126% sul Pil di adesso. È come se, esaurita la spinta della ricostruzione post bellica e del passaggio da economia prevalentemente agricola ad economia industriale, si fosse esaurito anche ogni altro progetto di sviluppo e le classi dirigenti avessero ripiegato sull’utilizzo delle risorse pubbliche per smorzare i contrasti sociali e per assorbire gli svantaggi competitivi emersi in campo internazionale.

Si è creata una situazione basata su equilibri di interessi gestiti dal sistema dei partiti, ma non unificati da un’idea di società e di Stato. Essere cittadino per molti anni ha avuto meno significato che appartenere ad un sindacato, ad un partito o ad un gruppo di interessi coalizzati. Ciò che abbiamo rivisto in questi giorni nelle città italiane con la “rivolta” dei taxi esemplifica bene la scelta che è stata fatta: un servizio di trasporto pubblico, svolto con licenze concesse da autorità pubbliche risulta, di fatto, privatizzato da una categoria che lo ha trasformato in un mercato protetto dove ogni decisione è negata alle autorità pubbliche. Il fatto da tutti accettato che le licenze siano vendute e comprate (a cifre vicine ai 200mila euro) è la clamorosa dimostrazione della sconfitta dello Stato cui non viene più riconosciuto il potere di decidere sui propri atti e di effettuare scelte diverse da quelle gradite alla categoria dei tassisti.

Non si tratta di un caso isolato perché è l’espressione di una delle modalità di comportamento più diffuse che si sono tradotte nelle più svariate richieste di sussidio e di assistenza. Il compito della politica è stato esattamente questo: gestire la raccolta e la distribuzione delle risorse pubbliche in base a calcoli di convenienza mutevoli, ma sempre improntati a una negoziabilità estrema dei diritti e dei doveri, dei poteri e delle responsabilità che sono scomparsi per essere sostituiti dai meri interessi. Per questo l’evasione fiscale si è diffusa ad interi ceti sociali e non è stata contrastata, ma, anzi, incoraggiata; per questo la distribuzione di sussidi di vario tipo è diventata una piaga sociale che ha tacitato le tensioni delle zone più svantaggiate educando le persone a non essere cittadini e a non impegnarsi in un progetto di sviluppo, ma ad essere clienti di questo e di quello; per questo gli aiuti statali alle imprese hanno colmato i vuoti di politiche industriali, energetiche, urbanistiche, territoriali; per questo le rendite di posizione hanno avuto campo libero in ogni ambiente sociale e in ogni settore.

Il disastro viene oggi quantificato nei 2mila miliardi di debito pubblico, ma, in realtà, è di dimensioni maggiori e diverse. Non bastano i numeri a descrivere lo sfascio delle istituzioni ridotte troppo spesso a rifugio di briganti e malfattori, l’assenza di una coscienza civile che faticosamente tanti italiani stanno tentando di ricostruire, la separazione fra cittadini e Stato con intere zone del Paese sotto il controllo della criminalità organizzata, l’asservimento dell’economia alle erogazioni di denaro e di favori dei politici.

Tutto ciò non si misura, ma si constata con l’osservazione dello stato del Paese. Da qui può partire una gigantesca opera di autocoscienza collettiva come ci richiamava a fare il Presidente della Repubblica quando sottolineava pochi mesi fa l’esigenza di dire la verità.

Per questo non servono i capipopolo urlanti, né serve “abbaiare alla luna” puntando il dito contro la speculazione internazionale o contro fantomatici complotti massonici come estrema risorsa per non mettere in discussione noi stessi e per evitare di guardare in faccia la realtà. È comprensibile che le persone desiderino sognare e che ognuno abbia la propria semplice ricetta per risolvere ogni problema o che tanti amino descrivere un mondo fantastico nel quale, finalmente, all’ombra di una nuova società nata miracolosamente da un nuovo modello inventato a tavolino, il 99% possa godersi la felicità avendo isolato e sconfitto l’1% che è causa di tutti i mali.

La realtà, purtroppo, è molto diversa e senza un impegno serio che scavi in profondità per capire le cause e individuare una traccia da seguire con azioni concrete, coerenti e concatenate, non si andrà da nessuna parte e il cambiamento resterà un miraggio. Allora sì che di manovra in manovra finiremo per impoverirci tutti.

Prendere coscienza significa ricollocare la propria posizione rispetto alla collettività e allo Stato perché il primo passo è abbandonare la logica della protezione per gruppi di interessi e per legami personali. I diritti descrivono meglio degli interessi la posizione del cittadino. E questi non possono sussistere separati dai doveri e si completano con i poteri e le responsabilità. Queste sono le basi soggettive per ricostruire una oggettività nuova che metta da parte l’ormai logora competizione corporativa.

Ce la possiamo fare e non abbiamo bisogno di capipopolo urlanti né di sognatori astratti o di esperti in complotti. Abbiamo bisogno di cittadini organizzati che partecipino alla politica e se ne assumano la responsabilità. Ci vorrà molto tempo, ma è l’unico modo per crescere.

Claudio Lombardi

Fatta l’Italia facciamo gli italiani (di Antonello Marasco)

Quale’ il più grande problema dell’Italia?

Ho riflettuto a lungo e poi, purtroppo, mi sono dato questa risposta: gli italiani!

150 anni di unità nazionale non hanno prodotto nel popolo italiano un senso di appartenenza nazionale, un attaccamento al bene comune. In parte siamo ancora legati a un sentire di tipo medievale dove le corporazioni, intese come gruppi di interesse slegati dall’interesse generale, impediscono lo sviluppo socio-economico di una nazione moderna.

Così il Paese non sa dove vuole andare perchè non ha un sentire comune, la “ barca” non viene spinta da tutti in una unica direzione, ma e’ tirata a sinistra e a destra con divisioni che si radicano nel popolo suddiviso in una miriade di categorie apparentemente in competizione l’una con l’altra. La divisione più grande, tuttavia, è quella fra lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, professionisti e imprenditori) e lavoratori dipendenti (operai e impiegati). Ora se ne sarebbe aggiunta un’altra, forse trasversale, quella dei pensionati il cui peso (e il cui numero) è così aumentato da farli apparire quasi l’ago della bilancia per le sorti dell’Italia. Conta molto, però, che all’interno di queste macro aree sussistano altre divisioni che rendono sempre difficile stabilire quanto ognuno debba ricevere e quanto debba contribuire al benessere nazionale. Purtroppo l’effetto di queste fratture e della ricerca dei bilanciamenti che funzionano meglio, spesso porta all’immobilismo. E questa è una caratteristica del nostro Paese unanimemente riconosciuta dagli osservatori stranieri.

Ecco cosa succede quando gli interessi particolari sono sentiti superiori al bene comune.

Intanto il mondo va avanti, ci sorpassa e siamo trascinati da correnti molto più grandi del nostro “piccolo” paese che poi tanto piccolo non sarebbe visto che riesce ad essere la settima (o ottava) potenza economica del mondo e che potrebbe porsi a livello mondiale come punto di riferimento culturale anche più di quanto non sia già oggi.

Mentre i giovani, le nostre menti migliori, troppe volte abbandonano il paese, non dobbiamo dimenticare di quanto siamo fortunati a essere nati su un suolo cosi bello e ricco che ha partorito menti eccelse e che ha prodotto opere non solo artistiche che le altre nazioni  guardano con ammirazione.

Purtroppo l’ammirazione non è destinata tanto agli italiani di oggi quanto all’Italia per ciò che ha saputo esprimere nel corso dei secoli. A volte sentiamo proprio il bisogno che qualcuno ci ricordi che siamo nipoti di Leonardo, Michelangelo, Galileo Galilei, Machiavelli, Dante, Leopardi, Garibaldi, Mazzini, Guglielmo Marconi e tanti altri che arrivano quasi ai giorni nostri.

Tanti altri talenti italiani hanno trovato all’estero la strada per esprimersi e non è questa la sede per indicarli. Basta sottolineare che dobbiamo liberarci dell’immagine che ci vuole tutti “figli” o imitatori di Berlusconi. E questo anche oltre la fine dei suoi tristi anni di governo.

Torniamo alla sostanza, a ciò che conta oltre le apparenze qui e altrove: la sola vera ricchezza sono i giovani con la loro intelligenza e vitalità. Loro hanno i mezzi e le capacità per scardinare il sistema; bisogna solo allevarli con cura, dare loro strumenti e occasioni, mentre la classe dirigente attuale per paura e miopia non fa altro che togliere risorse alle scuole, alle Università e alla ricerca.

Come cittadini italiani dobbiamo ancora  metabolizzare il fatto che le tasse non sono un sopruso dello stato che viene a metterci le mani nelle tasche, ma il giusto contributo che ognuno di noi versa nelle casse comuni per realizzare le opere e sostenere i servizi che mandano avanti la vita della nazione e di noi tutti.

Per questo ci vogliono buoni amministratori a tutti i livelli e la legalità come cardine della vita pubblica. Se pensiamo agli anni passati, gli anni delle cricche e dei festini, già questa sarebbe una rivoluzione. Un’altra la potremo fare noi tutti sentendoci cittadini cioè elemento fondante dello Stato.

Cosi, fatta l’Italia, faremo anche gli Italiani.

Antonello Marasco