Due notizie: Lodo Alfano e corruzione. Un fatto: i soldi sono finiti. L’Italia bloccata (di Claudio Lombardi)

Ogni giorno porta le sue novità. Oggi sono negative. La commissione giustizia del Senato, sensibile ai problemi degli italiani e alle loro richieste pressanti, ha deciso che ”i processi nei confronti del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio, anche relativi a fatti antecedenti l’assunzione della carica, possono essere sospesi con deliberazione parlamentare”. Questo nell’ambito del cosiddetto “Lodo Alfano” cioè del disegno di legge costituzionale che dispone la sospensione dei processi per i massimi vertici delle istituzioni. Siamo nel 2010 e, nel corso di più di 60 anni di vita della Repubblica, nessuno aveva mai sentito il bisogno di una norma così sfacciatamente dalla parte di chi ha qualcosa da temere perché ha grossi guai con la giustizia. Certo, prima c’era l’immunità parlamentare, che proteggeva i membri del Parlamento. E di quella si abusò a tal punto che dovette essere cancellata. Però è anche vero che mai l’Italia ha avuto un capo del Governo imputato o indagato, nel corso degli anni, per reati comuni che vanno dalla frode fiscale, all’appropriazione indebita, alla corruzione di magistrati e di ufficiali della Guardia di finanza, alla corruzione di testimoni ecc ecc. e che conduce da anni una sua guerra personale contro la magistratura inseguendo la sua personale immunità.

Non spetta a noi giudicare se Berlusconi sia entrato in politica per salvare se’ stesso dai processi e per accrescere i suoi guadagni o per assolvere una missione nell’interesse del Paese. I fatti dicono che quest’ultima non sembra essere stata la motivazione principale visto che i problemi degli italiani sono lontani anni luce da quelli di Silvio Berlusconi e che di questi il nostro Presidente del Consiglio si occupa molto poco tutto preso come è dai problemi che ha con la giustizia e dalla cura dei suoi affari economici. In effetti oggi è più ricco che mai e più che mai presente nelle cronache per i reati nei quali sarebbe implicato. Sta di fatto che da troppo tempo abbiamo un capo del Governo che passa il suo tempo ad aggredire la magistratura, che pretende dal Parlamento leggi sempre più astruse per la sua sicurezza personale e che è più famoso per le barzellette e per le avventure con ragazze di tutti i tipi che per il suo impegno nel guidare il Paese. Sicuramente si tratta di una situazione che ci allontana dai paesi più evoluti e ci avvicina ai sistemi fondati sul dispotismo di un capo che fa della sua volontà la legge suprema.

Da anni Berlusconi e la sua maggioranza parlamentare sono ossessionati dal tema giustizia. Ma cosa hanno fatto finora? Niente per gli italiani; tutto il possibile per i processi di uno solo. Questo è un fatto dato che l’Italia è stata collocata da una statistica della Banca Mondiale al 155° posto su 178 per l’affidabilità della giustizia civile. Cioè quasi all’ultimo posto su 178 nazioni! E cosa c’è di più distruttivo per la convivenza civile e per le attività economiche di una giustizia civile inesistente? Questa è una vera emergenza, ma il Governo di questo non si occupa perché il tema urgente è sempre ottenere l’immunità per Silvio Berlusconi.

L’altra notizia è che il nuovo Presidente della Corte dei Conti ha denunciato l’invasività della corruzione e la dissipazione delle risorse pubbliche che questa determina. Veramente non è una novità perché sono anni che regolarmente proviene questa denuncia dai vertici della Corte dei Conti e sono anni che la corruzione ruba denaro allo Stato. Qualcuno si ricorda dello scandalo Protezione civile e delle collusioni con affaristi e faccendieri? Ed è lecito mettere in relazione quelle ruberie con la scarsità di risorse che affligge gli interventi dello Stato nell’istruzione e nei servizi? Sembra proprio di sì perché non sono mondi separati: sempre di Italia si parla e di soldi degli italiani.

La nuova finanziaria, che adesso si chiama legge di stabilità, sembra confermare tutti i tagli della manovra di luglio e la risposta del ministro dell’economia è sempre la stessa: i soldi non ci sono.
Si tratta di una constatazione e non serve scaricare le responsabilità sulla cosiddetta prima Repubblica perché il debito è aumentato anche in questi ultimi anni e così la spesa corrente.

Ciò che colpisce, però, è che, a fronte di questo fiume di denaro, non si vedono i risultati. Le scuole cadono a pezzi come denuncia ogni anno Cittadinanzattiva con il suo rapporto sulla sicurezza scolastica, la polizia deve ridurre le sue attività di prevenzione e controllo del territorio, le opere pubbliche, piccole e necessarie, si rinviano sempre (tranne il Ponte sullo Stretto magnificamente superfluo oggi e qui in Italia), di riduzione della pressione fiscale e del costo fiscale e contributivo del lavoro non se ne parla nemmeno, l’inefficienza dei servizi in ampie zone del Paese è impressionante (in Sicilia il problema è ancora avere l’acqua tutti i giorni e in tutte le case!). È ovvio domandarsi dove sono andati i soldi e che gente è quella che li amministra.

Non solo, bisogna anche domandarsi perché non si va a prendere i soldi da chi ne ha di più, invece di inventare scudi e condoni che servono per premiare i furbi e i disonesti.

E bisogna domandarsi cosa vuole fare e dove vuole andare chi ha avuto il voto per governare e sembra vagare nel nulla delle polemiche e degli scandali.

Lo stato dell’Italia preoccupa per l’evidente incapacità dello Stato di far funzionare la società. Si sommano troppe crisi: crisi della convivenza civile che porta all’individualismo aggressivo; crisi del lavoro che si trova solo quando è sottopagato e senza diritti; crisi dei servizi essenziali alla vita della società (istruzione, assistenza e sanità, giustizia, tutela dell’ambiente e mobilità); crisi della capacità di sostenere le attività economiche all’interno e all’esterno; crisi della democrazia sempre più inquinata dalla corruzione e dalla criminalità organizzata.

Come se ne esce? La base per ripartire è in una nuova politica che rinnovi il sistema delle decisioni, delle loro applicazioni e dei controlli. E il motore sta nella partecipazione dei cittadini.

Claudio Lombardi

La sicurezza degli italiani: dallo stadio di Genova alle aggressioni di Roma e Milano, alla politica (di Claudio Lombardi)

Dopo diversi mesi passati ad interrogarsi sul modo migliore di allontanare i temutissimi ROM, dopo anni di allarmi per l’aumento dell’immigrazione che è stata sempre abbinata alla criminalità, dopo che la clandestinità è stata dichiarata reato, improvvisamente balzano in prima pagina notizie che rimettono con i piedi per terra la questione della sicurezza degli italiani e smascherano l’ipocrisia e l’opportunismo dei tanti che hanno agitato il problema sicurezza solo per farsi propaganda politica.

È opportuno partire dall’ultima notizia che non riguarda nessun fatto di sangue, ma è oltremodo significativa. Il Presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu, ha dichiarato che le liste dei candidati alle ultime elezioni amministrative erano zeppe di persone indegne di rappresentare nessuno perché colluse con la criminalità organizzata, quella vera (e tutta italiana e feroce) delle mafie che spadroneggiano in intere regioni del Paese e che espandono il loro dominio, con il riciclaggio dei capitali “sporchi”, dovunque, Roma e Milano in testa (ed anche all’estero come ci ricorda la strage di Duisburg di tre anni fa). La pressione sulla vita delle persone oneste è intollerabile e si esprime con ricatti, taglieggiamenti e violenza fisica che giunge fino all’assassinio di quanti si oppongono al suo predominio. Il sindaco Vassallo ucciso un mese fa testimonia dell’esistenza di una classe dirigente degnissima che rappresenta la parte migliore della popolazione, ma che è esposta, indifesa, ai criminali che agiscono per mantenere il controllo del territorio e delle attività economiche. È noto, d’altra parte, e fa parte addirittura dell’immagine nel mondo del nostro Paese, che le mafie non sono state sconfitte dallo Stato perchè le complicità a tutti i livelli della politica hanno sempre impedito che si colpissero i mandanti oltre che, sporadicamente, qualche esecutore.

Pensiamo o no che l’esistenza delle mafie cioè di forme di criminalità organizzata che mirano al controllo del territorio e alla conquista delle istituzioni locali, regionali e nazionali attraverso politici complici, siano un serio problema di sicurezza per gli italiani? Se la risposta è sì perché le prime pagine dei giornali non sono occupate tutti i giorni dalle notizie relative alla “guerra” con la criminalità? Perché al primo posto nei programmi di governo non compare la legalità e la riconquista del controllo del territorio e della libertà nelle regioni invase dalla delinquenza?

La risposta sta nei fatti che ci parlano di un Presidente del Consiglio imputato di reati comuni che da anni conduce una sua personale battaglia contro i magistrati per sfuggire ai processi e che è riuscito a costruire una maggioranza di governo intorno a questo suo programma e ad avere il voto degli italiani su programmi che somigliano ad illusioni. Italiani che hanno capito benissimo, però, la sostanza che c’è dietro, ma ne condividono lo spirito, quel “lasciate fare” che in altre società e culture indicava la libertà di iniziativa privata, ma che da noi significa un becero “fate quel che vi pare e fregatevene della legge e degli interessi generali”. Il sostanziale consenso intorno a questa parola d’ordine nasconde anche l’ulteriore illusione che sia possibile per tutti farsi spazio calpestando la libertà e i diritti degli altri pur di fare i propri interessi senza trovare altro limite che la forza che si riesce ad esprimere.

E, invece, tutti dovrebbero comprendere che questa strada è quella che getta tutti nella più profonda insicurezza. Se i disonesti rivendicano, urlando, il loro diritto a fare come gli pare, se riescono a conquistare posti di potere nelle istituzioni e a mettere sotto accusa i magistrati che perseguono i loro reati, se la criminalità riesce addirittura a darsi una rappresentanza politica, allora siamo tutti più insicuri.

La pratica di compiere reati di ogni tipo e di farlo con l’arroganza di chi sa quanto è difficile per lo Stato punire i responsabili dilaga. Anche all’estero si è diffusa questa convinzione, come già fu rivelato dalle inchieste giornalistiche sulla scelta dei delinquenti romeni di venire in Italia attratti dalla relativa facilità di sfuggire alle sanzioni penali. Se non fosse così non si comprende come mai i teppisti serbi siano venuti a compiere le loro azioni da noi, a Genova, senza aver timore di rischiare di pagare un prezzo molto elevato. La stessa cosa, d’altra parte, si potrebbe dire di quegli pseudo tifosi nostrani che da anni scatenano violenze dentro e fuori gli stadi senza rischiare granché visto che poi le ripetono regolarmente.

Si percepisce nella vita quotidiana la diffusa irresponsabilità di chi non si fa scrupolo di violare ogni regola pur di affermare se’ stesso. Il ragazzo che quasi uccide con un pugno una donna per un banale diverbio e il gruppo di teppisti che manda in coma il tassista che ha invaso il “loro” territorio dimostrano che in Italia c’è un serio problema di sicurezza per i cittadini che chiama in causa lo Stato, le forze di polizia e la magistratura insieme con le forze politiche che dirigono le istituzioni, approvano le leggi e le fanno applicare. Sarebbe ora di dire chiaramente che in uno Stato democratico, proprio perché ci devono essere le massime tutele per i diritti e le più valide politiche sociali, ci deve anche essere la massima severità nella punizione dei reati, la sovranità della legge e l’imparzialità nella sua applicazione.

È ovvio che se dal mondo politico viene l’esempio di disonestà cui siamo abituati ormai da anni non si può pensare che l’applicazione della legge, la certezza della pena e la severità delle sanzioni siano la preoccupazione principale di chi rappresenta il potere esecutivo e la maggioranza di quello legislativo.

Ha detto Sergio Marchionne “Hanno aperto lo zoo e sono usciti tutti”. Bella metafora che restituisce l’immagine di un paese non governato da una classe dirigente lungimirante e che vuole bene all’Italia, ma da gruppi di potere che tentano di usare i poteri pubblici e gli apparati per i propri interessi privati anche a costo di sfasciare la società e le istituzioni.

Questo è il vero problema della sicurezza degli italiani che, sempre più, si sentono soli e pensano di doversi difendere da soli perché lo Stato è in mano agli incapaci e ai profittatori.

Per fortuna non è sempre così, ma quelli sono ai posti di comando.

Che fare? La via giusta è riconoscersi fra persone oneste, organizzarsi e far vivere nei territori una realtà diversa da quella delle bande e degli sbandati che li occupano. La cittadinanza attiva può essere un deterrente e un’alternativa, base di un altro modo di vivere e di essere, se diventa qualcosa di più di una testimonianza isolata e sporadica. Il compito spetta a tutte le realtà che già esistono, ma che faticano a darsi un indirizzo preciso e a capire quale sia oggi il loro ruolo. La costruzione di una nuova classe dirigente passa anche da qui.

Claudio Lombardi

Meno si investe in formazione meno si conterà in futuro (di Claudio Lombardi)

Il titolo di questo articolo è preso dal messaggio che riassume il senso del rapporto OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull’educazione pubblicato nei giorni scorsi e basato sui dati 2007-2008.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha insistito in tutte le cerimonie per l’apertura dell’anno scolastico alle quali ha partecipato sul valore prioritario dell’istruzione, della formazione e della ricerca chiarendo che su questo occorre investire non tagliare la spesa.

Le diffuse proteste causate dall’attuazione della riforma Gelmini (taglio di cattedre, diminuzione degli orari, incremento degli alunni per classe, taglio di fondi) hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica non meno delle numerose situazioni nelle quali i cittadini hanno dovuto intervenire per finanziare le scuole non in grado di provvedere ad elementari spese di cancelleria e di gestione. È, ormai comune, la notizia di alunni che devono portare da casa persino la carta igienica, ma non è raro che i genitori debbano provvedere direttamente alla riparazione di porte e finestre e alla tinteggiatura delle aule. Dappertutto giungono notizie di problemi ai quali le singole scuole non possono far fronte per mancanza di soldi.

D’altra parte, come dimostra Cittadinanzattiva, nell’ultimo rapporto sulla sicurezza scolastica, la situazione degli edifici è preoccupante e costituisce una costante minaccia alla sicurezza di chi frequenta la scuola sia che si tratti di alunni e studenti sia che si tratti di insegnanti e personale amministrativo.

Ma cosa dice l’OCSE nel suo rapporto?

Il primo dato è la spesa pubblica destinata all’istruzione. Ebbene l’Italia, fra i paesi industrializzati, ha speso il 4,5% in rapporto al PIL (prodotto interno lordo), mentre la media è del 5,7%. Anche il dato della spesa pubblica nella scuola (inclusi prestiti agli studenti e sussidi alle famiglie) colloca il nostro Paese agli ultimi posti della graduatoria. Ciò si riflette, in particolare, sulla spesa per l’istruzione universitaria e la ricerca dove l’Italia spende 8.600 dollari l’anno in media contro i circa 13.000 della media OCSE. Altro dato significativo: gli studenti che completano gli studi universitari sono il 45% contro il 69% degli altri paesi e la quota di studenti stranieri è il 2% contro il 20% degli USA, l’11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania e l’8% della Francia. Ciò significa, evidentemente, che la scuola italiana attira e accoglie meno privandosi della possibilità di selezionare fra un numero maggiore di talenti.

Altre riflessioni sono suscitate dal numero di ore di lezione che sono tante, ma non producono risultati proporzionati. Infine la questione delle retribuzioni degli insegnanti che sono fra le più basse dei paesi indagati nel Rapporto, dalla scuola elementare a quella superiore.

A conferma del valore prioritario dell’istruzione sta la decisione della Commissione europea di mettere l’educazione al centro della strategia “UE 2020” per la crescita e l’occupazione nella convinzione che anche in periodi di recessione economica gli investimenti per l’istruzione sono indispensabili.

Se riflettiamo su questi dati e sullo stato delle scuole pubbliche italiane non possiamo che essere colpiti da quanto le azioni del Governo appaiano preoccupate solo per la diminuzione della spesa pubblica e non per il funzionamento e l’efficacia del sistema scolastico. I problemi sono seri, come sanno i genitori e tutti coloro che devono far funzionare gli istituti scolastici. L’autonomia di gestione sembra aver scaricato sui presidi e sui singoli istituti le responsabilità, ma non i mezzi per farvi fronte. Ancora non si è risolta la questione dei crediti che le scuole vantavano verso il ministero e che sono stati azzerati nel passato anno scolastico e che sembra proprio non saranno più restituiti. Così le scuole, private di gran parte dei fondi destinati al funzionamento, devono rivolgersi alle famiglie per tirare avanti.

Ora, non si vuole adombrare l’ipotesi che il Governo stia sabotando la scuola pubblica per indirizzare le famiglie verso quelle private, però si ha forte l’impressione che l’istruzione sia considerata un peso e non una priorità. Che senso ha mettere gli istituti scolastici in ginocchio per risparmiare soldi che potrebbero arrivare da una seria azione di contrasto dell’evasione fiscale o da una diminuzione delle spese per armamenti di cui l’Italia non ha bisogno facendo parte di un sistema integrato di difesa (NATO) e di una Unione europea che si avvia ad agire concordemente sul piano internazionale ?

Per non parlare degli innumerevoli sprechi generati da una politica che si è trasformata in casta e che non ha più freni nell’espandere il suo potere su una spesa pubblica fuori controllo. Gli scandali dovrebbero far riflettere su cosa è costato e sta costando agli italiani un sistema politico e una gestione delle istituzioni che ha messo al centro il dispotismo del comando di chi si ritiene un capo che risponde solo al popolo e che, quindi, si sente autorizzato a fare quel che gli pare. Il costo della corruzione è stato valutato in più di 50 miliardi di euro dalla Corte dei Conti. Da ogni parte giungono le conferme del degrado delle amministrazioni pubbliche e della facilità con la quale si utilizzano le risorse dello Stato senza criterio. La vera priorità di chi gestisce il potere sembra questa, altro che quella, invocata da Napolitano, dell’istruzione, della formazione e della ricerca.

Di fronte a questo quadro desolante è sperabile che ci sia una rivolta dei cittadini che vogliono vivere in un Paese che abbia un futuro. Ed è sperabile che si affermino e si diffondano nuovi modelli di gestione che vedano la partecipazione diretta di chi è interessato alla gestione dei beni pubblici e comuni.

Ben vengano le esperienze di intervento dei genitori nelle scuole, ma non in sostituzione del ruolo dello Stato bensì come parte di un nuovo modo di concepire il “pubblico” verso una concezione che lo renda “comune”. E in cambio lo Stato deve rendere ai cittadini quel che risparmia, aprirsi ai controlli e farsi giudicare da chi, a buon diritto, è il padrone di casa della Repubblica. Insomma meno deleghe e meno burocrazie in cambio di maggiori benefici per i cittadini, di servizi più efficienti e di poteri che dall’alto devono arrivare in basso.

Claudio Lombardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 1a parte (di Claudio Lombardi)

E anche agosto è passato. Ora siamo alla cosiddetta ripresa che ci porterà in autunno e poi verso il nuovo anno. È cambiato qualcosa? Non sembra, in verità. Le preoccupazioni degli italiani sembrano sempre distanti da quelle che occupano gran parte del Governo e dei politici di professione. Chi ha viaggiato in altri paesi europei (o anche più in la’) forse conosce quella sensazione di disagio che si avverte quando si riprende contatto con la nostra realtà. Nello spazio pubblico disorganizzazione e trascuratezza, mancanza di fiducia nel rispetto delle regole e degli impegni, scarso impegno (anche soggettivo) affinché i servizi abbiano al centro il soddisfacimento delle esigenze per le quali sono stati organizzati.

Se poi si acquista un giornale si rimane colpiti perché le prime pagine che si occupano delle vicende politiche non sono quasi mai dedicate alle questioni centrali che abbiamo davanti. Il quadro è desolante: potere, denaro, affari e processi. Questo sembra essere l’asse intorno a cui ruota il mondo di una buona parte di coloro che si dedicano alla politica. E di tutto si parla urlando, con tensione e faziosità senza badare ad insulti e calunnie sull’esempio del Presidente del Consiglio che vede complotti dappertutto e continua a fuggire di fronte ai processi nei quali è accusato di gravi reati. Si è indotti a pensare che lo spirito di fazione, che è stato creato con anni di martellamenti nella comunicazione di massa, serva per creare una cortina fumogena dietro la quale chi può continui a farsi gli affari propri a spese dello Stato.

In realtà, agli urlatori di professione spetta il compito di far credere che c’è uno scontro fra idee e strategie e che il Governo è sempre ostacolato da nemici giurati (i magistrati in primo luogo). Si tenta così di inventare e trasmettere l’emozione di una politica che vorrebbe occuparsi del Paese, ma i nemici non glielo fanno fare. Ovviamente non tutti fanno così, ma quelli che prevalgono sì, purtroppo e da essi prendono esempio i tanti che, dappertutto, non pensano a fare bene il proprio lavoro, ma a sfruttare le situazioni senza badare a reati come corruzione, truffa, peculato ecc.

Non resta che sperare che gli affaristi, i corrotti, gli sfruttatori della democrazia siano, prima o poi, cacciati dalle istituzioni e vadano ad occuparsi dei loro affari altrove e che siano chiamati ad assumersi le loro responsabilità anche nelle aule dei tribunali come avviene nel mondo civile.

Per quelli che hanno a cuore le sorti dello Stato e che vogliono vivere in una società che sia in grado di dare ad ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità l’agenda delle questioni e degli impegni da affrontare è un’altra.

(continua….)

Claudio Lombardi

Referendum sull’acqua 1.401.000 firme: cosa dicono i cittadini (di Claudio Lombardi)

Il Comitato promotore del referendum per l’acqua pubblica ha depositato in cassazione 1.401.000 firme. Già questo dato è un fatto politico che dovrebbe far riflettere. Un comitato composto da tante associazioni e organizzazioni della società civile è riuscito a raccogliere il maggior numero di adesioni mai raggiunto per un referendum. Come si spiega? Cercando di capire, dal punto di vista di chi ha firmato, con molti timori e con il desiderio di affermare qualche punto fermo.

Piuttosto facile capire quali sono i timori che hanno mosso tanti cittadini a mettere la loro firma.

Timore che la gestione dell’acqua cada in mani private. Timore che questa gestione sia improntata (giustamente trattandosi di imprese private) ad esigenze di profitto. Timore che, pur rimanendo un bene pubblico però del tutto dipendente dalla sua estrazione e dalla sua erogazione, la gestione finisca per diventare simile al possesso. Timore di dover dipendere dalle regole e dalle tariffe fissate da imprese private. Timore che i poteri pubblici non sappiano e non vogliano limitare quelli dei privati nella gestione dell’acqua. Timore che la corruzione diffusa tra i politici faccia pagare ai cittadini, più di quanto già possa accadere oggi, il prezzo della collusione con le imprese private. Timore che la qualità, essendo un costo, non sia curata dai privati meglio di quanto si faccia adesso. Timore che un sistema vitale per la vita delle persone e per tutte le attività che si svolgono in un territorio sfugga al controllo di autorità sottoposte al controllo dei cittadini.

Se questi sembrano i timori principali non è difficile capire quali possano essere i punti fermi.

Da troppi anni si parla di servizi pubblici solo per denunciarne i costi a carico delle finanze pubbliche. Dai servizi idrici alla scuola alla sanità ai trasporti è tutto un coro che lamenta inefficienze e sprechi. Che ci sono sia chiaro, insieme alle ruberie nelle quali si trova impigliato sempre qualche politico magari in combutta con dipendenti pubblici infedeli e imprenditori privati senza scrupoli. Il fatto è che la soluzione principale che viene indicata o, meglio, invocata, per finirla con questo andazzo è sempre la privatizzazione e l’affidamento al mercato. In secondo piano vengono gli strumenti della regolazione (Autorità di settore che fissino regole e tariffe). In ultimo la partecipazione dei cittadini e la trasparenza. Ovviamente non sono gli stessi quelli che indicano queste tre soluzioni: la maggior parte si limita alla prima, qualcuno ricorre alla seconda e ben pochi alla terza.

Sembra evidente che i cittadini abbiano voluto dire, con le loro firme, che sono stufi di sentire parlare di servizi pubblici come un peso a carico delle finanze pubbliche che loro stessi alimentano. E magari quelli che ne parlano in questi termini poco hanno da dire sulle ruberie all’ombra della Protezione civile ed invocano la privacy a tutela delle associazioni a delinquere che rubano i soldi dello Stato !

Bisognerebbe smetterla con i mantra che si ripetono dal 1992 che mischiano esigenze giuste di apertura dei mercati con dogmi che affidano all’ingresso dei privati la soluzione di tutti i problemi. Per i servizi pubblici non si dovrebbe, forse, partire dalla ricerca di modelli e modalità di gestione efficienti e trasparenti, aperti alla partecipazione dei cittadini e fondati sul confronto con le esigenze che dovrebbero soddisfare ? non si dovrebbe mettere al centro l’onestà dei comportamenti e la responsabilità per le azioni che vengono compiute? Le cronache sono piene di notizie di indagine e inchieste sugli abusi che sono stati compiuti con la collusione fra chi dispone delle risorse pubbliche e detta le regole, chi ha il compito di controllare ed erogare le sanzioni e chi opera per il suo profitto. Perché mai la semplice privatizzazione dovrebbe porre termine a questi abusi? Eppure il Governo con la riforma dei servizi locali ha compiuto questo atto di fede: si venda il controllo, si facciano entrare i privati e….basta, non c’è altro. Ah sì, c’è anche la soppressione degli ATO che, per quanto carenti, rappresentavano, comunque, una autorità pubblica composta dagli enti locali che doveva vigilare su acqua e rifiuti. Via, tutto passa alle Regioni che, però, già hanno tanti compiti da svolgere e alle quali sono stati tagliati i finanziamenti dalla manovra. E poi sono anche più lontane dal territorio dove si svolge un servizio. Dunque quale è il disegno? Cosa dobbiamo capire?

Ecco perché il milione e 400mila firme dicono qualcosa di affermativo. Indicano la volontà che la questione servizi pubblici sia affrontata come uno dei compiti importanti che spettano allo Stato (centrale, regioni, comuni ecc) e che se si tratta di spendere ebbene si spenda: si tratta, in fin dei conti, di soldi dei cittadini che, magari, preferiscono un treno marciante e puntuale (e non lercio) ad un aereo militare di ultima generazione (in Germania hanno fatto così e tagliato molte spese militari). Per non parlare delle enormi quantità di soldi spesi dal Governo per gli appalti segreti della Protezione civile o di quelli per il Ponte di Messina.

Insomma non si tratta mai di impossibilità oggettiva, ma di scelte politiche. E se si dice che vanno tagliate le spese per il trasporto locale questa è una scelta non un comandamento.

I cittadini hanno voluto dire con le loro firme anche che sono stufi di essere presi in giro.

E il referendum è l’occasione per rimettere in discussione le scelte del Governo. Adesso bisogna lavorare perché abbia successo.

Claudio Lombardi

Chi paga la manovra: meno soldi e meno diritti per chi non può decidere (di Claudio Lombardi)

Ormai sulla manovra del Governo è in pieno svolgimento il dibattito pubblico ed è già iniziato l’esame del Parlamento. Sul perché si è arrivati alla manovra si è espresso su civicolab con chiarezza Gabriele Silvestri. Ciò che si può aggiungere è che l’Italia, come tutti i paesi con un alto debito pubblico, è stata sempre a rischio di manovre speculative. La fragilità del nostro Paese non nasce con la crisi finanziaria portata dai mutui subprime né inizia come conseguenza della crisi greca, ma risale a molto più tempo fa, a quando i governi degli anni ’80 ci regalarono il raddoppio del debito pubblico, l’incremento dell’inefficienza della macchina statale, l’aumento della corruzione a tutti i livelli e una spesa pubblica fuori controllo. Dovremmo ricordarci tutti che nel ’92 in Italia si dovette prelevare i soldi dai conti correnti dei cittadini tanto le cose si erano messe male. Praticamente fu una situazione di economia di guerra quella che dovettero sopportare gli italiani e la scoperta di tangentopoli fece capire a tutti quali ne erano le cause e quali i responsabili.

Negli ultimi anni siamo tornati alla spesa pubblica fuori controllo con le spese correnti che hanno superato, per la prima volta da un decennio, le entrate tributarie (e senza calcolare gli interessi da pagare sui titoli di Stato). La corruzione è dilagata e si è trasformata sfacciatamente nel dominio di una classe di faccendieri senza scrupoli che ha messo insieme politici, imprenditori e alti funzionari dello Stato. Grazie all’opera della magistratura e delle forze dell’ordine si è iniziato a scoprire la verità sui traffici che si sono svolti all’ombra delle vere e finte emergenze e del maneggio di denaro pubblico. Si è iniziato e non si continuerà perché la legge contro la magistratura voluta a tutti i costi da un Governo e da una maggioranza piena di corrotti veri e presunti sta mettendo il bavaglio all’informazione e sta legando le mani ai giudici. E questo mentre il Presidente del Consiglio, a capo di un Governo che ha emanato più di 50 decreti legge e che ha chiesto 34 voti di fiducia avendo una maggioranza di voti strabordante, si permette di dire che la Costituzione non gli permette di governare. Che si tratti del tentativo di cambiare la natura del nostro Stato democratico trasformandolo in stato autoritario dominato da gruppi di intoccabili autorizzati a violare le leggi e ad usare ciò che è pubblico come fosse patrimonio personale è evidente. Ciò che non si vede abbastanza è la reazione dei cittadini, forse, lentamente abituatisi ad accettare la natura autoritaria e classista del potere.

Che anche di una nuova forma di supremazia di classe si tratti è dimostrato dalla manovra finanziaria presentata dal Governo. Dopo anni di finanza allegra servita per conquistare la fiducia degli elettori e dopo aver inutilmente speso somme enormi con la politica economica attuata nel primo periodo di governo (valutata in più di 10 miliardi) adesso si scopre che i conti pubblici vanno male e che ci vogliono un bel po’ di soldi per tentare di raddrizzarli. E dove si prendono? Dai servizi erogati dalle regioni e dagli enti locali, dal pubblico impiego e dai pensionati. I numeri dicono questo. Poi, certo, ci sono altre misure che dovrebbero colpire l’evasione e ridurre un po’ le retribuzioni più elevate. Ma intanto bisogna dire che di misure contro l’evasione ce n’erano anche anni fa e che sono state abolite. E poi che non si tratta di strumenti scoperti adesso, bensì conosciuti da tempo ed accuratamente evitati da buona parte dei governi che si sono succeduti nel tempo. La mala fede e la cattiva coscienza è di chi conosceva lo stato dei conti pubblici e i suoi punti critici da anni e non ha agito per rimediare.

Perché? La risposta è semplice: poiché le risorse dello Stato si sono ridotte, ma la spesa gestita da chi comanda nelle istituzioni è aumentata, qualcuno doveva pagare il conto. Se il debito pubblico al 103,5% del PIL nel 2007 è salito nelle previsioni del 2010 al 117% e se la spesa per beni e servizi è cresciuta dal 2000 al 2009 del 59% ( gli scandali ogni tanto ci informano su cosa si nasconde dietro queste cifre ). Se la capacità dei governi di aiutare l’economia è crollata e l’Italia ha fatto passi indietro rispetto ai principali paesi europei in termini di PIL e di produttività, se non si investe in Italia perché il contesto è poco affidabile (specie al sud) con diffuse inefficienze nelle infrastrutture e nella sicurezza pubblica a fronte di risorse preziose dirottate su opere inutili come il Ponte sullo stretto di Messina.

Se questa è la situazione, chi paga? I responsabili? No, la risposta del nostro Governo è chiara: i ceti più deboli e quelli intermedi. Tutti coloro che hanno accumulato patrimoni magari residenti all’estero non sono chiamati a pagare nulla: nessuna tassa patrimoniale, nessuna aliquota fiscale straordinaria sui redditi altissimi, nessun provvedimento straordinario su quelli che hanno legalizzato (non rimpatriato) circa 100 miliardi di euro nascosti all’estero pagando il 5%, nessun adeguamento dell’imposizione fiscale sui guadagni finanziari sempre ferma al 12,5%, nessuna tassazione sui beni di lusso, nessun taglio vero ai costi della politica.

Più chiaro di così: il denaro vero viene preso a chi non può sfuggire e il resto si basa su impegni e promesse dei quali tra un po’ nessuno si ricorderà.

Basta leggere i giornali per sapere che le manovre in altri paesi europei sono diverse: lì, perlomeno, si tassano anche i ricchi e si pensa anche allo sviluppo ( Regno Unito, Germania e Spagna).

Ad esempio quale logica c’è nel tagliare i servizi di enti locali e regioni? Si peggiora la qualità della vita delle persone comuni e si impedisce lo sviluppo di interventi locali che possono anche aiutare  l’economia.

In conclusione, i diritti dei cittadini sono gravemente minacciati perché su un fronte il potere politico si sta costruendo l’impunità e mostra di voler impedire persino la diffusione dell’informazione mettendo al bando trasmissioni televisive scomode e impedendo ai giornalisti di fare il loro lavoro; su un altro fronte si comprime il tenore di vita di gran parte dei cittadini tagliando la base materiale su cui si garantiscono e riconoscono i diritti per migliorare un bilancio pubblico compromesso dalle politiche del Governo e senza far pagare nulla ai ceti più ricchi. Tutto ciò senza investire sullo sviluppo dell’economia e senza rafforzare la democrazia attraverso la partecipazione dei cittadini che, anzi, in questo quadro, sono trattati alla stregua di mandrie senza cervello da dominare e bastonare.

E se non è così è disposto il Governo a cambiare le misure proposte e ad abbandonare la legge-bavaglio e contro i magistrati?
Sembra proprio di no, per ora. Per questo i cittadini attivi devono far sentire la loro voce. 

 Claudio Lombardi

Intercettazioni, libertà di informazione, cittadini e sudditi (di Claudio Lombardi)

La legge sulle intercettazioni prosegue il suo iter fra proteste e tentativi di resistenza dell’opposizione in Parlamento. Sui suoi contenuti si è detto e scritto molto producendo anche una relativa assuefazione all’idea che si tratti di importanti questioni che interessano i cittadini e di atti di buon governo, magari un po’ dolorosi, ma che si rendono necessari perché corrispondono ad un interesse generale. Cosa dicano le norme in discussione è abbastanza noto e basta ricordare che vengono posti freni procedurali (i casi nei quali vi si può ricorrere, le modalità) e temporali (la durata limitata a 10 settimane) allo svolgimento delle intercettazioni e viene duramente colpita la pubblicazione e divulgazione di notizie relative ai procedimenti in corso e al contenuto delle intercettazioni anche se non coperte dal segreto poiché note alle parti del processo. Ulteriori ostacoli vengono posti alle intercettazioni di agenti dei servizi segreti per le quali si dovrà informare preventivamente la Presidenza del Consiglio e alla installazione di apparecchiature di intercettazione per le quali si dovrà avere la certezza dello svolgimento di attività delittuose.

Si tratta, nel complesso, di un gigantesco freno ad attività di indagine dirette a colpire reati che vanno dalla corruzione, all’associazione mafiosa e camorristica, al traffico di droga, alla pedopornografia. E di un ulteriore freno alla possibilità che l’opinione pubblica sappia cosa sta accadendo. Da cosa deriva il freno? Dai limiti di ogni tipo che vengono posti alla decisione di effettuare intercettazioni innanzitutto e dalle sanzioni con cui si colpiscono giornalisti ed editori qualora diano notizia dei contenuti dei procedimenti in corso.

A questo punto bisogna porsi una domanda: cosa abbiamo capito dei problemi di questo Paese e dei motivi per i quali avvertiamo tutti di essere mal governati? La maggioranza di governo evidentemente ha dato una sua risposta mettendo al primo posto i problemi dei procedimenti giudiziari. Nel senso di dare alla magistratura uomini e mezzi, di adottare procedure più incisive e veloci per rimediare allo scandalo di una nazione dove pare impossibile ottenere giustizia? No, nel senso di diffondere sfiducia nei giudici, di togliere mezzi al sistema giudiziario, di rendere più difficile la scoperta e la punizione dei reati.

È giusta questa risposta?

Prima di giudicare rispondiamo noi e vediamo se in Italia c’è un problema di criminalità organizzata che si allea con settori della politica e delle amministrazioni pubbliche. C’è questo problema e si chiama, per caso, mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita? Risulta a qualcuno che queste organizzazioni controllino militarmente il territorio in ampie zone del sud e che commettano ogni genere di reati servendosi anche del controllo dei soldi pubblici che dovrebbero servire per lo sviluppo economico, per i servizi (sanità, scuola, acqua, rifiuti) e per le opere pubbliche? Riteniamo questa una priorità o no?

Altra risposta: c’è forse in Italia un problema di corruzione che si realizza con il furto di denaro pubblico attraverso l’associazione a delinquere fra imprese, esponenti politici, dirigenti e funzionari delle amministrazioni pubbliche? Qualcuno sa che la Corte dei Conti ha stimato in decine di miliardi di euro il costo di questa corruzione? E sa che i soldi che i cittadini pagano con le tasse vanno in parte nelle tasche di farabutti che utilizzano la politica e le istituzioni come fosse roba di loro proprietà? Qualcuno ha sentito parlare di Tangentopoli? E del sistema Anemone impiantato e nascosto anche grazie alle emergenze vere e finte gestite dalla Protezione civile e volute dalla Presidenza del Consiglio? Qualcuno si è domandato se questa possa essere ritenuta la vera autentica emergenza che schiaccia le possibilità di sviluppo del Paese perché trasforma lo Stato nella cassa privata di bande di ladri?

Ognuno dia le risposte che crede a questi interrogativi. Se la vera emergenza è tutelare la privacy di quelli che sono intercettati perché sospettati di commettere reati allora questo è il problema che va risolto e vuol dire che tutto il resto (mafie, corruzione, ruberie ecc) o non esiste o non è importante. D’altra parte una illustre esponente del Governo, Daniela Santanchè, lo ha proclamato: va tutelata anche la privacy dei boss mafiosi! Bravissima, finalmente una parola chiara sulla mafia, verrebbe da dire e sinceramente, perché riflette il vero pensiero di una parte della classe dominante (non dirigente che sarebbe riconoscere un livello e una dignità che questa gente non ha).

Se, invece, quelle indicate sotto forma di domande sono le vere emergenze il problema è colpire ancora di più i delinquenti inasprendo le pene e aumentando i poteri e gli strumenti di indagine della magistratura e delle forze di polizia.

Invitiamo tutti a riflettere sui motivi per i quali con la legge che vorrebbe il Governo (sarà un caso che molti suoi esponenti e molti della maggioranza sono accusati di gravi reati e hanno processi che durano da molti anni e ai quali riescono continuamente a sfuggire?) si favorirebbe OGGETTIVAMENTE (questo lo si capisce facilmente, basta leggere e riflettere) il crimine colpendo la magistratura impedendo altresì all’opinione pubblica di sapere cosa sta accadendo. Di fatto ci si troverebbe in un sistema nel quale i reati di chi ha buoni avvocati e riesce a godere di protezioni politiche potrebbero essere commessi con la quasi certezza di farla franca. In quel caso sentiremmo dagli uomini del Governo, come in questi giorni, continui appelli all’ottimismo, ma  insieme saremmo colpiti dai tagli alle prestazioni e dagli aumenti delle tasse da pagare senza alcuna possibilità di sapere come sarà gestito veramente lo Stato e il denaro pubblico. In compenso potremo metterci davanti alla TV (tutta, ovviamente, controllata dalle forze, politiche ed economiche, che dominano lo Stato) e goderci la favola di un Paese che non esiste nella realtà contenti di essere sudditi e non cittadini.

Claudio Lombardi

Elezioni regionali: il diritto della forza o la forza del diritto? (di Claudio Lombardi)

Legge 23 agosto 1988, n. 400  “Disciplina dell’attività di governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri”
Articolo 15, comma 2:
Il Governo non può, mediante decreto-legge:
a) conferire deleghe legislative ai sensi dell’articolo 76 della Costituzione;
b) provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione.”

Costituzione della Repubblica
Articolo 72, comma 4:

“la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Non occorre aggiungere altro per descrivere l’anomalia della situazione che si è creata con il decreto-legge n. 29/2010 (“salva liste”). Il Governo ha evidentemente violato una norma di legge che discende da principi costituzionali mascherando da interpretazione autentica una innovazione sostanziale della normativa per le procedure che regolano lo svolgimento delle elezioni regionali. Ne ha, persino, disposto la retroattività in modo da consentirne l’applicazione ad atti procedurali già conclusi e sotto giudizio della magistratura. La forzatura del sistema costituzionale e dell’ordinamento giuridico è evidente e non è possibile camuffarla.

Da buoni cittadini dobbiamo chiederci: perché? E anche: ci riguarda oppure per noi non cambia niente?

Il perché è noto e va ricondotto ai problemi causati dagli incaricati del PDL per la presentazione delle liste che non hanno tenuto conto delle norme esistenti e le hanno violate in più modi fino a giungere all’incredibile abbandono degli uffici di Roma al momento della presentazione della lista e in coincidenza con il termine ultimo previsto per questo adempimento.

Di fronte ad una responsabilità così palese immediatamente si sono levate voci di protesta, da parte del partito escluso, che denunciavano la sottrazione del diritto di voto per una parte consistente dell’elettorato. È fin troppo facile osservare che se non ci si presenta in tempo conoscendo perfettamente le scadenze che vanno rispettate si tratta di un’autoesclusione. D’altra parte il responsabile di tale decisione ha ammesso con la propria voce di essersi allontanato dagli uffici volontariamente (esattamente: per mangiare qualcosa). Di fronte ad un comportamento così assurdo e gravemente scorretto nei confronti degli elettori del PDL, innanzitutto, i comportamenti dei dirigenti di quello schieramento sono stati di oggettiva scomposta agitazione con dichiarazioni confuse e al limite dell’irresponsabilità (“vogliamo la prova di forza”, “siamo disposti a tutto”). L’unica richiesta che poteva legittimamente essere fatta, partendo dalla presentazione delle scuse nei confronti degli elettori e degli organi preposti allo svolgimento ordinato delle elezioni, non è stata fatta. Si poteva semplicemente chiedere il consenso di tutte le forze politiche per il rinvio della data delle elezioni e, solo dopo averlo ottenuto, formulare una richiesta al Governo perché rinviasse, d’accordo con le Regioni interessate, la data del voto.

Se accompagnata da provvedimenti sanzionatori nei confronti degli autori dei pasticci procedurali questa richiesta sarebbe stata credibile poiché nessuno aveva interesse ad escludere una buona fetta di elettorato che si sarebbe trovato privo delle proprie liste.

Le cose, però, non sono andate così e, in un crescendo di agitazione e di confusione (sempre accusando non si sa bene chi di voler escludere il PDL dalle elezioni), si è giunti al decreto-legge n. 29. La rabbia non ha trovato un suo sfogo naturale nei confronti degli esponenti di quel partito che hanno fatto il pasticcio e si è, invece, indirizzata alla ricerca di ipotetici complotti rispetto ai quali si è affermato di poter violare tutte le norme in nome di una sostanza (la forza numerica) che prende il posto della forma cioè del diritto.

Nella storia non è una novità questo atteggiamento perché si tratta né più e né meno che di un comportamento rivoluzionario che si prepara a rovesciare un ordine in nome del diritto della forza in un confronto che si prevede possa e debba svolgersi solo su questo piano.

Ma torniamo alle domande iniziali: perché e quanto ci riguarda.

Il perché sta nella descrizione dei fatti e delle norme che, disciplinando un momento essenziale della vita dello Stato, corrispondono ad una sostanza vera fatta degli elementi di base che consentono la vita della collettività. Non si tratta né di burocrazia, né di forme inutili, ma di qualcosa che ci riguarda da vicino perché sostanza non sono solo i numeri, ma anche gli accordi fra cittadini che decidono, attraverso il lavoro delle istituzioni, le regole della convivenza. Senza questi accordi la vita insieme non sarebbe possibile e diventerebbe un rischio continuo perché nessuno potrebbe mai essere sicuro dei propri beni e della propria stessa vita esposti ad ogni genere di prepotenza in nome della forza. Non è un caso che caratteristica essenziale delle democrazie sia la limitazione dei poteri delle maggioranze nell’ambito delle regole fissate nelle leggi.

Però il Governo ha deciso lo stesso di prendersi un potere che non gli spetta scrivendo norme che non poteva scrivere e imponendole con un atto di forza (perché tale è un decreto-legge emanato al di fuori delle regole). Tutti i cittadini devono essere molto preoccupati perché questo atto non è l’unico che è stato compiuto forzando la lettera e lo spirito della Costituzione, ma è l’ultimo di una serie di comportamenti, di decisioni e di forzature che sono diventati un problema serio per gli italiani.

Avremmo bisogno tutti di stabilità e di comportamenti costruttivi perché il nostro Paese ha bisogno di essere ben governato e di rinnovarsi per costruire il proprio futuro. Sono tante le cose che andrebbero fatte per migliorare la nostra situazione e, invece, vediamo il succedersi di vicende giudiziarie che scoprono un mondo di soprusi, di corruzione e di menefreghismo per i problemi dell’Italia. Il nostro Stato è visto, da tanti che hanno o hanno avuto in mano le leve del potere, come un deposito di denaro a cui attingere liberamente per i propri comodi e da altri come un terreno di incursione di bande armate che tentano di impadronirsi di singoli pezzi delle istituzioni. Nella lotta per finirla con questa situazione vorremmo veder impegnati tutti i partiti e i loro rappresentanti nelle istituzioni e, invece, questo non accade.

Sarebbe arrivato il tempo di una vera grande riforma: rinnovare il sistema democratico mettendolo sulle basi solide della partecipazione alla vita politica ed amministrativa da parte dei cittadini intesa come modalità strutturale per concorrere al governo della cosa pubblica. Se una rinascita dell’Italia è possibile questa passa per uno Stato più forte ed autorevole perché espressione di una società capace di rinnovarsi e di stabilire un nuovo patto di convivenza civile basato sul riconoscimento della dimensione pubblica come l’unica che può dare ad ognuno la possibilità di sviluppare le sue capacità e che può garantire l’intreccio fra diritti, doveri e responsabilità.

Claudio Lombardi

Corruzione, Protezione civile e diritti dei cittadini (di claudio lombardi)

Ancora corruzione, ancora i soldi degli italiani rubati. Grazie ai magistrati e ai mezzi di indagine di cui dispongono (fino a che il disegno del Governo che mira ad annullarli non si realizza) noi cittadini veniamo a conoscenza di un altro pezzo del nostro mondo. Ora tocca alla Protezione civile. Una struttura destinata a fronteggiare calamità naturali con interventi di emergenza e da tutti per questo conosciuta, è coinvolta in un’inchiesta che, per ora, ha già rivelato comportamenti dei quali il magistrato accerterà la rilevanza penale, ma che agli occhi del cittadino appaiono da subito moralmente ripugnanti. Ma bisogna capire prima di giudicare. Partiamo da alcune informazioni su cosa è la Protezione civile.

Nasce nel 1992 il Servizio nazionale per la protezione civile che opera attraverso il Dipartimento appositamente costituito ed incardinato nell’ambito della Presidenza del Consiglio.

Nel 1999 viene prevista l’istituzione di un’Agenzia di protezione civile ente di diritto pubblico indipendente dalla Presidenza del Consiglio che, però, non vedrà mai la luce per le resistenze dei governi in carica in quegli anni.

Nel 2001, appena nominato Presidente del Consiglio, Berlusconi sciolse l’Agenzia e ripristinò il Dipartimento per la protezione civile alle dipendenze della Presidenza del Consiglio estendendone le competenze alla gestione dei cosiddetti “grandi eventi” e nominando Guido Bertolaso direttore del Dipartimento. Da quel momento qualunque evento ritenuto rilevante dal Governo poté essere affidato per la sua realizzazione alla Protezione civile con una semplice Ordinanza di protezione civile emanata dal Presidente del Consiglio che prevede la nomina di un Commissario del Governo e la deroga a tutte le leggi vigenti in materia di appalti (italiane ed europee), ambiente e contabilità pubblica.

Negli ultimi 9 anni si può stimare che siano state emanate oltre 600 ordinanze di protezione civile nelle materie più varie dalle vere emergenze ad una molteplicità di eventi che non si capisce come siano potuti entrare nelle competenze della protezione civile (summit internazionali, manifestazioni sportive, incontri di preghiera, lavori pubblici per manutenzione e riparazione vari). Ciò che va sottolineato, però, è che tutti questi eventi hanno richiesto la realizzazione di opere pubbliche con una spesa complessiva (mai dichiarata) valutata in oltre 10 miliardi di euro (circa 20.000 miliardi di lire) tutti erogati e spesi, va ricordato ancora, senza il vincolo del rispetto delle leggi vigenti e senza alcun controllo.

Recentemente la Commissione europea ha stabilito che solo gli interventi strettamente collegati alle emergenze e alle calamità naturali (per questi fu creata la Protezione civile che nel nome stesso richiama le ragioni della sua esistenza) possano derogare alle regole europee per le gare di appalto. Ne consegue che il non rispetto delle leggi per i lavori pubblici non potrebbe in alcun caso riguardare la ricostruzione successiva alle calamità e meno che mai i cosiddetti “grandi eventi” che non hanno, evidentemente, niente a che vedere con gli interventi di protezione civile.

È ancora in discussione in Parlamento (15 febbraio 2010) la proposta del Governo di dar vita ad una SpA di proprietà della Presidenza del Consiglio che svolga gli interventi che oggi effettua il Dipartimento della protezione civile. In quanto società per azioni questa sfuggirebbe ai controlli sia della Corte dei conti (ma questo si verifica, di fatto, anche oggi per le spese della Protezione civile) sia a quelli della UE.

In pratica con la proposta del Governo si avrebbe una SpA di proprietà non dello Stato, ma di un suo organo – la Presidenza del Consiglio – destinata ad effettuare tutti gli interventi che la stessa Presidenza del Consiglio (con l’avallo del Consiglio dei Ministri) ritenesse necessari in qualsivoglia settore. E tutto senza rispettare nessuna regola in materia di appalti, contabilità pubblica, tutela ambientale, paesaggistica e artistica.

Questo è il quadro. Facciamo qualche considerazione partendo da quanto affermato da Guido Bertolaso in un’intervista al Sole24ore del 14 febbraio. Dice Bertolaso: “dire che in Italia la protezione civile deve occuparsi solo di terremoti, vulcani e alluvioni è facile, ma è pura demagogia. In un Paese come il nostro, dove non ci sono regole funzionanti e ci sono procedure arrugginite, alla fine tutti chiamano noi, da destra e da sinistra, per fare un’autostrada o una ferrovia, per aprire una discarica, per riattivare un termovalorizzatore, per fare un intervento di bonifica ambientale. E noi cosa dovremmo rispondere, che affrontiamo le emergenze naturali, ma non i problemi di questo Paese? “

Ecco descritta in maniera chiara la nascita di uno Stato parallelo, autoritario, in mano a poche persone che dicono di fare tutto nell’interesse generale, ma che si sono ritagliate un potere immenso lontano dalle regole e dai controlli e vorrebbero espanderlo e consolidarlo. Il perno di questo stato parallelo che stanno cercando di costruire è la Presidenza del Consiglio che, però, non avrebbe alcun titolo per esserlo visto che non è la depositaria della sovranità popolare, bensì una delle istituzioni che discendono da questa e che ha senso solo come parte di un sistema democratico che si articola in diversi poteri e funzioni. Finchè è in vigore la nostra Costituzione non ci possono essere da nessuna parte “i padroni dello Stato” liberi di non rispettare le leggi e di usare come vogliono i soldi dei cittadini. E, invece, con la scusa delle procedure arrugginite chi ha il compito e i numeri per cambiarle e per far funzionare meglio la macchina amministrativa non lo fa, ma coglie il pretesto delle arretratezze per prendere il potere al di fuori della lettera e dello spirito della Costituzione. E Bertolaso, che si dice al servizio dello Stato, afferma candidamente che la Protezione civile si dovrebbe occupare, in generale, dei problemi del Paese. Di quale Stato è al servizio Bertolaso? Conosce la Costituzione della Repubblica italiana o pensa che anche quella possa essere superata per decreto del Presidente del Consiglio? E poi chi ci pensa veramente ai problemi degli italiani? Tutto deve essere nelle mani della Presidenza del Consiglio e della Protezione civile? E le Regioni, i comuni, le province che fanno? E il Parlamento che ci sta a fare? E poi come viene speso il denaro dello Stato cioè di tutti noi ?

Pensiamo allo scandalo scoppiato in questi giorni intorno alla Protezione civile e pensiamo ai genitori cui spesso viene chiesto un contributo per le spese di funzionamento della scuola perché lo Stato non da’ i soldi in misura sufficiente e ha buttato, con la scusa dell’autonomia scolastica, sulle spalle dei presidi e dei genitori l’onere di tenere aperte le scuole. Come mai, invece, i soldi ci sono e ne vengono spesi tanti quando si tratta di gestire lavori pubblici senza regole o di finanziare gli sprechi di troppe amministrazioni dove i corrotti detengono posizioni di comando? E allora quali sono i “problemi del Paese” di cui parla Bertolaso se lo Stato manda a picco la scuola pubblica che forma le generazioni future? Anche per questo vogliamo chiamare la Protezione civile e i suoi imprenditori di fiducia?

Domandiamoci, però, cosa significa tutto ciò. Sembra che stia avanzando un progetto autoritario di tipo nuovo che non ha bisogno di ricorrere all’esercito per affermarsi perché la sua forza sta nella passività dei cittadini e nella conquista di tutte le posizioni di potere progressivamente piegate ad un progetto eversivo che si fonda anche sulla possibilità per molti di arricchirsi con i soldi di tutti. L’uso delle istituzioni legittime per imporre un regime diverso è un’esperienza già fatta varie volte in Europa e sempre con conseguenze catastrofiche per i popoli. Ma da noi l’incapacità dello Stato di costruire il futuro degli italiani si esprime sempre in due modi: non si raggiungono i risultati (istruzione, efficienza, servizi pubblici, assetto del territorio ecc) e si sprecano le risorse pubbliche che continuano ad affluire nelle casse dello Stato grazie al lavoro di tutto il Paese. Se queste risorse non vengono spese bene e non si investe sulla crescita non c’è futuro. Dove stanno le classi dirigenti che dovrebbero guidare la soluzione dei problemi strutturali dell’Italia in un mondo dove tutti cercano di progredire per vivere meglio?

Dice il Presidente del Consiglio che i magistrati si dovrebbero vergognare di aver rivelato la corruzione che si nascondeva dietro gli interventi della Protezione civile. E che ci stanno a fare i magistrati se non proteggono i cittadini, le istituzioni e lo Stato contro i malfattori che violano le leggi e derubano tutti noi? E un Presidente del Consiglio dice che si dovrebbero vergognare? Ma allora cosa si nasconde dietro lo stesso Berlusconi? È legittimo domandarcelo. Siamo ancora in Italia, esiste ancora lo Stato democratico o siamo tornati al regime feudale e non ci siamo accorti che siamo tutti sudditi delle bande che hanno conquistato il controllo del territorio?

La realtà è che si sta chiarendo un disegno che calpesta i diritti dei cittadini e vorrebbe cambiare la natura del nostro sistema costituzionale mettendo il comando al posto della rappresentanza con la scusa che tutto sarebbe deciso più rapidamente. Sì, anche il bandito che rapina una banca è molto veloce se lo si lascia fare. Ma a noi cittadini serve veramente essere comandati in questo modo?

La risposta è, ovviamente, no visti i risultati, gli sprechi, le ruberie, e le associazioni a delinquere che fioriscono con questi sistemi di governo. E non ci serve perché è impossibile governare nell’interesse dei cittadini pensando di affidare tutto il potere ad uno solo al comando. Se l’Italia vuole sperare di risolvere i suoi problemi e guardare al futuro non ha bisogno della Presidenza del Consiglio che prende il potere e usa la Protezione civile come suo braccio operativo: ha bisogno che si mobilitino le energie migliori di ognuno e che queste vengano inserite in un sistema-Paese che funzioni e che utilizzi e valorizzi le capacità. L’Italia deve crescere, deve produrre più ricchezza che si traduca, innanzitutto, in una migliore qualità della vita per le persone. E per questo ha bisogno di uno Stato democratico dove le bande di sfruttatori, di ladri e le associazioni a delinquere, e tutte le mafie siano messe al bando e neutralizzate perché loro sì costituiscono da sempre il problema dei problemi di questo nostro sfortunato Paese.

Claudio Lombardi

Le vie della partecipazione sono finite? (di Claudio Lombardi)

C’era una volta la partecipazione…così potrebbe cominciare una favola e, invece, comincia un discorso ben più fondato sull’osservazione della realtà di questi ultimi anni.

Basta seguire i vari talk show televisivi o scorrere le prime pagine dei giornali o anche leggere i discorsi degli uomini politici più influenti e i documenti programmatici dei partiti maggiori per avere una conferma che la partecipazione è quasi scomparsa come elemento fondativo, distintivo, identitario del nostro sistema democratico.

Che il ruolo del cittadino si fosse ridotto a quello di elettore e di spettatore lo si era già constatato in più circostanze e, forse, era nei piani (e nei desideri) di quelli che non hanno mai digerito la nostra Costituzione e lo Stato democratico che è stato fondato 60 anni fa e che tanto hanno fatto per allontanare il popolo dalla politica.

Come ognuno può vedere, quando si affrontano i temi politici, l’attenzione dell’opinione pubblica è costantemente attirata dalle problematiche dei rapporti fra i partiti e all’interno dei partiti fra diverse componenti; problematiche che ruotano intorno a parole e concetti dei quali non si comprende più bene il significato dato che, spesso, sono branditi come bastoni da lanciare addosso agli avversari politici, ma non oggetto di spiegazione e di riflessione.

Uno dei temi dominanti già da anni è costituito da quello che viene definito il “conflitto” fra magistratura e politica. Questo “conflitto” è diventato, nel dibattito politico, una creatura misteriosa che si aggira, si occulta e poi colpisce all’improvviso.

Anche in questo caso la nebbia avvolge concetti e parole e non si capisce quali siano gli elementi che dimostrerebbero l’esistenza del “conflitto”. Poiché la magistratura è stata creata per perseguire reati bisognerebbe spiegare, piuttosto, come mai ci sono politici sui quali pendono accuse pesanti che non sono fatte di calunnie lanciate sui giornali, ma da capi di accusa che discendono da indagini lunghe e complesse. È come se si accusasse la previsione meteo della pioggia che cade.

E invece parlare di “conflitto” annebbia la vista e non si riesce a vedere la sostanza che sta dietro le parole.

Così il legittimo diritto di sapere se chi ci rappresenta o, addirittura, ci governa esercitando poteri e disponendo di soldi e di apparati pubblici, sia una persona onesta e affidabile rimane insoddisfatto perché si alzano le urla di chi, accusato, risponde: congiura, conflitto, assurdità ecc ecc.

Qualcuno, in realtà, pensa che anche il rapinatore preso con le mani nel sacco, se potesse, direbbe che la polizia e i magistrati ce l’hanno con lui e che non se ne parla proprio di farsi processare per vedere se, prove alla mano gli riesce di dimostrare la propria innocenza.

Ma non può farlo. Questo privilegio è riservato ai pochi che hanno il potere e dispongono del denaro e delle strutture di comunicazione (giornali e televisioni) per dare la loro versione dei fatti, nella migliore delle ipotesi, oppure, semplicemente, per sottrarsi ai processi.

Questo è il punto di vista del cittadino comune, diciamo pure di chi ragiona con il comune buon senso.

In questo clima come sperare che molti pensino alla partecipazione dei cittadini come la ricetta migliore per far funzionare lo Stato, le istituzioni, la vita sociale e anche, persino, gli stessi partiti politici?

Eppure, non saremo in tantissimi, ma noi ci crediamo che sia possibile vivere in una società più coesa, ordinata, ben governata perchè fondata sulla partecipazione dei cittadini.

Come dice una bella canzone di Giorgio Gaber la “libertà è partecipazione”.

Per altri la libertà è quella di (tentare di ) fare il proprio comodo fino a che non ne sono impediti da altri più forti. Ed è quello che abbiamo visto in tante parti del mondo già innumerevoli volte. Ma le conseguenze non sono mai state buone nel medio e lungo periodo per i popoli: guerre, violenze, distruzione dell’ambiente, sopraffazione dei più deboli sono solo alcuni dei prezzi pagati da tutti per il tornaconto di pochi.

Purtroppo c’è sempre qualcuno per cui la libertà è solo quella sua da esercitare contro gli altri. Per questi asociali ci vorrebbe quell’antica sanzione in uso nel mondo greco e romano che escludeva dallo Stato chi ne violava le leggi diventando un pericolo per gli altri.

La sanzione più adatta a quest’epoca, invece, è costruire un sistema fondato sulla partecipazione che limiti il potere di chi usa la democrazia per sé e contro la collettività.

La partecipazione va considerato uno dei caratteri fondanti di un regime democratico avanzato che non si limita a mettere nelle mani degli specialisti della politica il governo di una società, ma si affida ad un sistema di pesi e contrappesi nel quale le diverse componenti si bilancino senza che nessuno possa mai disporre del potere di prevaricare gli altri.

La partecipazione, inoltre, rende più scorrevoli e autentici i processi decisionali e di applicazione delle decisioni creando le condizioni per il superamento delle chiusure corporative e degli egoismi individuali.

Solo in questo modo, infine, è possibile migliorare la validità e la veridicità delle decisioni degli organi rappresentativi e l’efficacia del sistema di governo basandole su una coesione sociale non statica, ma dinamica che si adatta alla mutevolezza degli sviluppi culturali, economici e sociali.

Le virtù della partecipazione sono indubbie, ma non si trovano già belle pronte in un pacchetto di interventi che devono solo essere applicati per funzionare.

Occorre costruire la cultura della partecipazione ed inserirla nelle prassi di vita quotidiana.

Non bastano, insomma, le manifestazioni esteriori della partecipazione come sono stati tradizionalmente considerati comizi, cortei e simili.

È necessario che la partecipazione sia una delle modalità con le quali si governa in senso lato la società e lo Stato.

Non si è fatta, sin qui, menzione delle elezioni che, pure, costituiscono la principale forma della partecipazione alla politica dato che servono a comporre gli organi istituzionali rappresentativi.

Non se ne è fatta menzione perché quel momento di partecipazione ha senso se si inserisce in un sistema partecipativo; se isolato e lasciato a sé stesso si presta facilmente ad essere preda di chi dispone di capacità e di poteri di influenza sull’elettorato.

Tornando alle diverse forme della partecipazione bisogna precisare che non siamo all’anno zero: nel passato molto è stato fatto anche in assenza di riconoscimenti legislativi e di discipline specifiche. Oggi ci sono normative che consentono e prevedono la partecipazione, ma spesso non sono applicate o perché boicottate oppure perché chi dovrebbe utilizzare quelle possibilità non ha le idee chiare o le capacità o la forza per farlo.

Il problema, a questo punto, si traduce nella necessità di individuare percorsi di partecipazione che stimolino la nascita e il rafforzamento di forme associative fra i cittadini che sappiano utilizzare le norme esistenti e che, inoltre, creino la “necessità” della partecipazione per far funzionare meglio le cose.

Per non fare discorsi astratti ecco un esempio: il comma 461 dell’art. 2 della legge n. 244/2007 sarebbe una bella occasione per realizzare questo disegno, ma, a distanza di due anni dalla sua approvazione, non se ne conosce ancora alcuna applicazione.

Vale la pena dedicare a questa norma un’attenzione particolare, ed è quello che faremo nel prossimo articolo dedicato a definire un percorso di attuazione del comma 461.

 

Claudio Lombardi Cittadinanzattiva Toscana, Marche, Umbria

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