Mafia Capitale e politica: il trionfo culturale della destra

egemonia culturale destraNon stupisce che da destra vengano tanti esempi di menefreghismo e di prevalenza degli interessi privati rispetto a quelli della collettività. La destra ha sempre significato mettere l’interesse individuale davanti a tutto.

Colpisce che anche a sinistra si siano affermati questi comportamenti senza trovare  seri ostacoli. È un fatto che, rispetto al vecchio PCI (casa madre di tante sinistre), nel quale la sorveglianza interna era ferrea e faceva degli iscritti un gigantesco centro di osservazione dei comportamenti e perfino degli stili di vita dei dirigenti, abbia preso il sopravvento un atteggiamento culturale e una prassi che hanno sollevato capi e capetti da ogni controllo e da ogni responsabilità.

Tutto iniziò quando il partito rinunciò al sistema di selezione interno delle candidature  per le elezioni che coinvolgeva i militanti organizzati nelle sezioni territoriali e che prevedeva una campagna elettorale organizzata direttamente dal partito e lasciò ad ogni candidato la libertà di condurre la propria campagna con i soldi che riusciva a mettere insieme.

Piano piano si è fatta strada la caccia forsennata alle preferenze che in Italia mai hanno significato trasparenza e pulizia. La corsa al seggio, fosse pure in un modesto consiglio comunale o circoscrizionale, ha significato campagne elettorali il cui costo non era giustificato da quello che si sarebbe potuto recuperare con le successive indennità di carica. Puro idealismo? In qualche caso sì, ma nella maggioranza è lecito dubitarne.

caccia alle preferenzeCerto, nel caso del federalismo truffaldino all’italiana impiantato nelle regioni contava molto che fino a un paio d’anni fa un consigliere potesse guadagnare anche più di 10mila euro al mese perfino in una regione finta come il Molise (300mila abitanti). A quei livelli tanta gente di scarse capacità professionali, ma senza scrupoli e di grande furbizia, poteva vedersi proiettata in un mondo di guadagni impensabili per le persone normali e con in più un potere di controllo sulla spesa pubblica quasi senza limiti.

Ma è evidente e lo si è scritto e detto tante volte che la corsa a conquistare un seggio a tutti i livelli è diventata così importante non solo per i guadagni diretti, ma anche per quelli indotti ovvero per il controllo sulla spesa e sugli apparati pubblici (finanziamenti, assunzioni, consulenze, appalti). Possibile che nessuno a sinistra si fosse accorto di questa mutazione genetica nella politica? Non solo non è possibile, ma la sinistra, anzi il centro sinistra, ne ha approfittato costruendoci su un proprio sistema di potere innestato su quello che nasceva dal vecchio clientelismo democristiano e socialista.

longa manus della politicaLa longa manus della politica sottratta al controllo dei militanti (quando c’erano) e allo sdoganamento della prevalenza degli interessi personali rispetto a quelli generali (caccia alle preferenze, cura dell’immagine personale separata da quella del partito di appartenenza) ha prodotto il mostro del sistematico assalto alla più grande attività economica del Paese: la spesa pubblica.

D’altra parte quando si antepone l’interesse del partito a quello dello Stato cosa si può sperare? Per tanti anni è stato così e il culto della fazione è prevalso.

Il tempo remoto delle finanziarie (anni ’80 e primi ’90) costruite sul mercanteggiamento degli interessi elettorali di tutti i partiti (il famoso “assalto alla diligenza”) rispondeva ad un consociativismo di fatto che ha scassato le finanze pubbliche portando al raddoppio del debito in un decennio. Quel metodo è la madre di tutte le degenerazioni successive perché ogni parlamentare portava le sue esigenze di finanziamento e queste venivano accolte senza alcun quadro di programmazione.

Nelle regioni e nei comuni si è fatto lo stesso e di più. Vogliamo ricordarci delle famigerate “manovre d’aula” ancora in vigore fino a poco più di un anno fa? Soldi pubblici a disposizione di ogni consigliere per soddisfare esigenze da lui stesso decise al di fuori di ogni logica politica. Clientelismo puro e legalizzato che è rimasto in vigore per molti anni nel silenzio-assenso di destra, centro e sinistra.

consociativismo destra sinistraIl consociativismo e la conquista culturale della sinistra si sono tradotti anche nella truffa del finanziamento pubblico dei partiti (un referendum lo aveva cancellato ed è stato reintrodotto “più forte che pria”) e in quello dei gruppi regionali che hanno portato agli scandali degli ultimi anni. Anche qui tutti d’accordo senza remora alcuna.

Vogliamo andare a vedere il sistema delle municipalizzate a totale controllo pubblico in cosa si è tradotto? Tanto invocate dalle anime belle di sinistra che addirittura le vorrebbero trasformare in enti pubblici obbligatori per tutti i servizi locali (vedi la proposta di legge dei movimenti per l’acqua pubblica) si sono trasformate, senza che si levasse una seria opposizione, in macchine mangiasoldi pubblici a disposizione di clan di qualunque colore.

La cupola mafiosa romana non ha fatto altro che sviluppare quelle premesse aggiungendoci la forza di un apparato criminale che assicurasse un controllo ancora più forte sulla politica e sull’amministrazione secondo lo schema tipico della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra.

Ciò che preoccupa è l’omologazione della sinistra e la sua immunizzazione rispetto alla degenerazione che si è sviluppata nel corso degli anni. Perfino i movimenti cosiddetti antagonisti non hanno sentito il bisogno di mettere al centro della loro battaglia la lotta contro il sistema di potere clientelare e mafioso limitandosi a rivendicare propri spazi di manovra e di controllo. L’ennesima tribù senza senso dello Stato. D’altra parte quando nelle varie tornate elettorali personaggi di dubbia fama o mediocri esponenti locali, a Roma come altrove, arrivavano ad ottenere migliaia e migliaia di preferenze qualcuno si è mai chiesto come facessero ad ottenerle? Per niente, anzi, a queste persone si aprivano tutte le porte perché ciò che contava era esibire il consenso degli elettori comunque ottenuto. Primarie comprese.

Ora dovremmo essere arrivati per merito dei magistrati e non dei partiti a scoprire i giochi. Speriamo che stavolta si vada fino in fondo e che non ci si ritrovi, passata la tempesta, le solite facce a far finta di essere rinati. Comunque spetta alla sinistra adesso dimostrare di avere una sua capacità di egemonia culturale. Se ne ritrova le basi ovviamente

Claudio Lombardi

Notizie dalla Capitale: la mafia c’è e comanda la città

cittadini romani arrabbiatiUn’operazione degna dei tempi di Falcone e Borsellino quella in corso a Roma. 37 Arresti per “associazione di stampo mafioso” e sequestri di beni per 200 milioni. Ma, soprattutto, la scoperta di un “ramificato sistema corruttivo” finalizzato all’assegnazione di appalti e di finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate.

L’elenco delle accuse è impressionante: associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e ancora altri reati. Il tutto degno della malavita organizzata in forma mafiosa.

Secondo il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone “Con questa operazione abbiamo risposto alla domanda se la mafia è a Roma. La risposta è che a Roma la mafia c’è. Nella capitale non c’è un’unica organizzazione mafiosa a controllare la città. Ci sono diverse organizzazioni mafiose”. Ha detto ancora Pignatone che “alcuni uomini vicini all’ex sindaco Alemanno sono componenti a pieno titolo dell’organizzazione mafiosa e protagonisti di episodi di corruzione”.

corruzione in manetteI nomi degli arrestati e degli indagati ci raccontano di un sistema di potere trasversale in grado di comprare la complicità di politici di ogni schieramento e di mischiare criminalità pura con pezzi delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche. Uno schema mafioso già visto nel quale i pubblici poteri sono progressivamente assorbiti in un potere nascosto suddiviso tra bande criminali che diventano la vera sede delle scelte politiche.

Da anni ci chiediamo come mai l’Italia, un paese che produce comunque tanta ricchezza e che è retta da una spesa pubblica enorme, funzioni così male.

Da anni ci interroghiamo sulle cause di tanta inefficienza, di una burocrazia ottusa e spesso nemica dei cittadini, della distruzione di risorse e di beni comuni. Ci domandiamo dove vadano a finire i soldi che entrano nelle casse pubbliche e come mai l’evasione fiscale continui a pesare per somme enormi sui bilanci pubblici (in questi giorni la Corte dei Conti ha valutato 120 miliardi sottratti al fisco).

cupola mafiosa a RomaDa anni assistiamo all’esplosione di scandali che hanno sempre gli stessi protagonisti: politici, funzionari e manager corrotti; affaristi più o meno collusi con la criminalità che riescono ad arrivare dappertutto.

Ogni volta pensiamo di aver toccato il fondo e che ormai nessuno avrà più il coraggio di riprovarci.

E invece scopriamo che succede ancora. Scopriamo che i politici continuano a costruire rapporti basati sulla corruzione e sulle tangenti. Scopriamo che gli appalti vengono pilotati e che le carriere nelle pubbliche amministrazioni e nelle aziende pubbliche dipendono spesso dalla disponibilità a vendersi non dalla capacità di amministrare nell’interesse della collettività.

Leggiamo gli stralci delle intercettazioni dell’inchiesta sull’organizzazione criminale romana, vediamo con quanta facilità i politici si fanno avvicinare e accettano rapporti amichevoli con gente di cui dovrebbero conoscere la storia e intuire gli obiettivi. Leggiamo come sia facile comprare un segretario particolare, un alto funzionario, un consigliere.

Adesso è già partito il coro dei lamenti e i politici coinvolti nell’inchiesta si affrettano a smentire indignati ogni sospetto di coinvolgimento. Qualcuno si dimette e viene pubblicamente lodato per un gesto che in qualunque paese civile sarebbe obbligatorio.

cacciare i corrottiIl politico più importante coinvolto nell’inchiesta è, però, l’ex sindaco Gianni Alemanno che la banda si vantava di poter manovrare a suo piacere e che non più tardi di una decina di giorni fa si metteva a guidare la protesta contro il sindaco Marino Il sindaco Marino, il sindaco responsabile di non aver capito il disastro delle periferie e di non aver compreso che Roma è più grande del suo centro storico. Responsabile di non aver capito cosa fosse il sistema di potere romano e fin dove arrivasse. Ma anche pericoloso per quel sistema e responsabile, agli occhi della cupola mafiosa, di aver trascurato i suoi interessi, di aver emarginato i suoi fiduciari e di aver compiuto scelte nelle municipalizzate e negli apparati dipendenti dal comune che hanno reso molto più difficile il controllo dei soldi pubblici che con Alemanno era totale.

Ora capiamo meglio che chi lo voleva abbattere, forse anche all’interno del Pd, aveva a cuore ben altro che i problemi della città. C’era un sistema di potere da proteggere. Ora l’operazione della Procura di Roma lo sta distruggendo. E speriamo che vada fino in fondo

Claudio Lombardi

La pentola a pressione della rabbia sociale

frammentazione socialeCi sono posti dove si vive male. Perché sono trascurati, emarginati, un po’ abbandonati. Che si chiamino Tor Sapienza o Scampia o con qualunque altro nome è la stessa cosa.

Ci sono persone che vivono male. Perché sono trascurate, emarginate, un po’ abbandonate. In più, le persone hanno bisogno di ascolto e di aiuto.

I luoghi sono fatti dalle persone, innanzitutto. Poi, ma solo poi, anche i luoghi fanno le persone. Ci sono quartieri popolari di periferia con una pessima reputazione, ma se li vedi non sono poi così terribili: palazzi non tanto alti e ben distanziati, strade spaziose, aree verdi. Eppure incutono timore e vengono bollati con il marchio di quartieri dormitorio degradati. Purtroppo sono le persone che li fanno così, che li vivono così. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Così come bisogna avere il coraggio di andare oltre la lamentazione che affida sempre a qualcosa di strutturale che dipende dal potere la soluzione di tutti i problemi. Già dire che un quartiere è un dormitorio predispone alla lamentazione chi ci vive perché si sente svantaggiato in partenza e giustificato se lo maltratta.

Bisogna avere il coraggio di andare oltre i luoghi comuni.

Prendiamo le occupazioni di case. Ora che se ne parla in televisione si “scopre” l’illegalità che c’è nel mondo delle case popolari. A Milano. Qualcuno parla di guerra tra i poveri. Stupisce lo stupore. Questa guerra tra poveri c’è sempre stata, fin da quando le case passavano da una mano all’altra con l’accompagnamento di qualche milione di lire. Non c’erano, allora, Rom e migranti, ma italiani che sapevano come saltare le graduatorie. C’era chi aspettava per dieci anni l’assegnazione della casa e chi ce l’aveva subito. Non l’abbiamo sempre saputo che la prima arte degli italiani è quella di arrangiarsi?

peso dell'illegalitàNo, qui non si tratta di una guerra tra poveri, ma di una catena di illegalità che viene da lontano e che ha marchiato la cultura civile di generazioni di persone. Qui c’è la vera assenza dei poteri pubblici che tradiscono la loro funzione. Sappiamo fin troppo bene che l’esempio viene dall’alto. Ma anche da un poco più in basso. Scandagliando più a fondo possiamo trovare l’ordinaria illegalità che raramente si trasforma in scandalo, non si conosce, non si vede, ma è quella che risolve i problemi e aiuta a superare norme astruse e inique scritte in ossequio a burocrazie autoreferenziali e sottoscritte da politici disinteressati o ignoranti. Norme fatte apposta per essere aggirate con la furbizia e con l’inganno. Il formalismo, il bel compitino dei laureati in discipline giuridiche e umanistiche desiderosi di fare carriera elevandosi al rango di unici depositari di una tecnica ostile al cittadino.

uffici pubblici Così siamo cresciuti e oggi stupisce entrare in un ufficio che funziona (ce ne sono sempre più). Ma l’equilibrio è delicato per la gente che sta ai piani bassi della società. Fino a che, bene o male, le cose funzionano, si regge. Quando mancano i soldi e le immondizie restano per strada, le buche non si tappano, l’illuminazione pubblica manca, il lavoro non c’è nemmeno con i favori e le raccomandazioni allora l’equilibrio salta. Ed  è subito rabbia e sfiducia. Senza vie di mezzo, verso tutti quelli che lavorano nelle istituzioni innanzitutto anche se sono brave persone. (Anzi, di più se sono brave persone che si oppongono alle scorciatoie dell’illegalità). E verso quelli che ricevono un po’ di assistenza e che non appartengono al nostro mondo. Cosa dice la Lega? I Rom e i migranti ricevono uno stipendio, alloggi, luce e gas gratis e agli italiani niente. Falso, ovviamente, ma la gente con qualcuno deve sfogare la sua rabbia e quale bersaglio migliore di chi è più debole? Si può urlare e non si rischia nulla, dopotutto. Ma i Rom vivono in condizioni che abbrutirebbero chiunque. Una politica di integrazione forse costerebbe di meno di quella dei campi organizzati e permetterebbe di mettere un limite agli insediamenti intorno alla città che finiscono per gravare solo sulle zone periferiche.

reati immigratiL’assenza dei poteri pubblici sta anche nella somma ipocrisia di lavarsene le mani lasciando che sia la gente a sbrigarsela da sola. Per anni abbiamo “risolto“ il problema dei migranti con il reato di clandestinità rifiutandoci di vedere cosa stava succedendo dall’altra parte del Mediterraneo. Quando le guerre civili nei paesi arabi hanno ingigantito la spinta dei migranti ci siamo trovati soli, senza una politica degna di questo nome. Ne abbiamo salvati tanti con Mare Nostrum, ma per farne che? Per parcheggiarli nei centri di accoglienza creando degli incubatori di tensione e di violenza. Che hanno dato l’immagine di un assalto al nostro paese e agli italiani. E così il reato commesso da un immigrato ha sempre pesato di più di quello di un “indigeno”. Per certi reati commessi da italiani si parla di ragazzate, se si tratta di immigrati si trasformano in una sfida intollerabile agli italiani.

I reati commessi dagli immigrati valgono di più e, soprattutto, forniscono alla gente dei colpevoli contro cui scagliarsi. Perché la gente vuole dei colpevoli, vuole sapere che c’è una spiegazione al male e che c’è un modo per liberarsene. Nella guerra a un nemico la gente, per un momento, si riconosce e si ritrova come comunità. Se riuscissero a sentirsi comunità anche “per” qualcosa sarebbe un bel guadagno per tutti

Claudio Lombardi

Un caso di resistenza corporativa: la polizia municipale di Roma

Si parla tanto di resistenze corporative. Eccone un esempio tratto dal sito di Carteinregola (https://carteinregola.wordpress.com). L’antefatto è la decisione del comandante del Corpo di attuare una rotazione di agenti e funzionari tra i vari gruppi operativi e tra i municipi. Immediata è stata la reazione di condanna da parte di CGIL, CISL e UIL che lamentano una “gratuita quanto generalizzata offesa collettiva rivolta soprattutto alle migliaia di uomini e donne che appartengono al Corpo”.

Ecco il commento di Carteinregola:

“ a noi sembra che l’offesa sia quella inferta alla collettività da questa ennesima  battaglia  corporativa, contro un Piano che non penalizza nessuno ma prevede semplicemente che dopo 5 anni (per i funzionari) o 7 (per gli agenti) si cambi gruppo o municipio. E ci chiediamo come possano i sindacati allontanarsi così tanto dall’interesse pubblico generale per difendere “a prescindere” i privilegi dei propri iscritti. E’ venuto il momento che anche  i cittadini facciano  sentire la propria voce”

Il commento prosegue ricordando i casi di corruzione che hanno coinvolto singoli appartenenti al Corpo della polizia municipale di cui hanno parlato tante volte le cronache cittadine. Già nel 1995 a seguito della decisione di far ruotare i vigili addetti ad una zona commerciale ad alta densità, scoppiò quasi una rivolta nel Corpo. Allora era sindaco Rutelli e vice sindaco Walter Tocci; insieme decisero di mettere mano ad una riforma della Polizia municipale di cui – ricorda Carteinregola – si sono da tempo perse le tracce.

Del caso si è occupato anche Raffaele Cantone, presidente dell’Authority nazionale Anticorruzione, con parole semplici e chiare: “la rotazione è un meccanismo a tutela delle persone per bene. Chi lavora in modo corretto in un municipio continuerà a farlo anche altrove. Chi invece delinque, avrà maggiori difficoltà a proseguire nel comportamento illecito. È come dire all’operaio di indossare il casco: è una misura a sua difesa, non significa che tutti gli operai sono imprudenti. Non mi pare che sia una criminalizzazione di tutti i vigili, ma un provvedimento a loro tutela“.

Il commento di Carteinregola si conclude con un’amara considerazione valida in tanti altri casi simili: “oggi, nel 2014, in un paese dove dilagano corruzione e mafie, ci tocca ancora sentire  discorsi sul “danno d’immagine irreversibile” quando si mettono in atto normative che sono addirittura previste da tempo nella legislazione nazionale”.

Ecco, bisognerebbe che i sindacati si ricordassero che per tanti anni chi parlava di mafia veniva accusato di offendere la dignità del popolo siciliano. Se vogliono possono dimostrare con i fatti la loro volontà di combattere la corruzione, ma lasciassero stare le retoriche dichiarazioni di orgoglio corporativo che non hanno alcun senso e suscitano solo diffidenza tra i cittadini

I risparmi di oggi = gli sprechi del passato. Cosa frena lo sviluppo

sprechi soldi pubbliciCi sono notizie che fanno piacere, ma nello stesso tempo spaventano. Nei giorni scorsi il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha annunciato i risultati della revisione della spesa per l’anno ancora in corso. Lo ha fatto parlando dei tagli che saranno imposti dalla legge di stabilità per invitare il governo a colpire solo le regioni che sprecano e non quelle che già stanno risparmiando. Il Lazio lo ha fatto con risparmi di 382,5 milioni per il 2014 e di ben 697 milioni sul 2015. Il risparmio maggiore viene dalla Centrale unica degli acquisti che dà 246 milioni di risparmi nel 2014 e ne darà 327 nel 2015. Altri 200 milioni nel biennio verranno da tagli a stipendi, vitalizi, rimborsi e a 500 poltrone di dirigenti e cda regionali. Segue la spesa farmaceutica (-38 milioni sui due anni) e quella sulle consulenze e gli atti sanitari (-23 milioni sul biennio). Zingaretti annuncia altri risparmi che verranno con l’attuazione dei Piani operativi sanitari e, quindi, taglio di 400 primariati e attacco ai ricoveri inappropriati. Ma non finisce qui perché arriverà il Magazzino unico regionale digitale della sanità.

Benissimo, bravissimo. Ma perché queste notizie spaventano un po’? Perché stanno a significare che per decenni abbiamo convissuto con sprechi immensi. Si dice sprechi per non infierire, ma, in realtà, dietro ad ogni spreco ci sono interessi personali o di gruppo o scambi che hanno rubato risorse alle casse pubbliche per mettersele in tasca nelle forme più diverse o per trarne vantaggio in qualsiasi modo (voti, posti di lavoro, privilegi, retribuzioni ecc).

centri di spesaLe cifre sopra riportate si riferiscono ad una sola regione e a due anni (2014 e 2015). Proviamo a moltiplicare quei dati per tutti i centri di spesa italiani e per tutti gli anni che abbiamo alle nostre spalle e avremo la spiegazione del debito pubblico italiano e della fine che hanno i soldi incassati e spesi dallo stato, dalle regioni, dalle province, dai comuni, dagli enti pubblici e da qualunque altra entità che ha vissuto (e vive) direttamente o indirettamente grazie alle risorse pubbliche.

Con i soldi che sono stati dilapidati dovremmo avere le strade d’oro e, invece, stiamo come stiamo. E abbiamo anche imparato a lagnarci della nostra condizione cercando un capro espiatorio lontano da noi – in Europa, nella finanza internazionale, nella globalizzazione – senza voler riconoscere che abbiamo vissuto, come nazione, in un modo indifendibile.

basta sistema clientelare mafiosoCiò non significa che chi perde il lavoro o chi porta a casa uno stipendio di mille euro o meno ha colpa di ciò che è accaduto. Significa che il sistema Italia è stato costruito sul parassitismo che ha garantito alle classi dirigenti di restare al potere prendendosi la parte più grande della torta e comprando con le briciole distribuite dal sistema clientelare (e mafioso) milioni di italiani.

Il debito pubblico serve e non è possibile pensare ai conti dello stato come a quelli di una famiglia. Ma serve se è investito per far crescere l’economia, i servizi e la qualità della vita complessiva in un paese. Se viene usato per alimentare il sistema clientelare e mafioso che dominava e dura ancora in Italia allora è un crimine perché stronca ogni possibilità di sviluppo consegnando le ricchezze del Paese alla guerra delle bande. Gli scandali che si sono succeduti nel corso degli anni hanno fatto emergere una realtà delinquenziale nella politica e nelle istituzioni che è un vero attentato alla convivenza civile.

Continuare così è impossibile ed è anche una follia pensarlo. Ma cambiare è doloroso e molto difficile. Ne siamo consapevoli?

Claudio lombardi

Due casi esemplari sui problemi dell’Italia

crisi sistema ItaliaNo, non è l’art 18 il problema. È, piuttosto, un dettaglio che ha senso in un quadro generale. Sì bisogna proprio dire che i problemi, quelli veri, sono ben altri.

Per elencarli tutti sono più adatti i libri e i dossier, ma alcune “perle” spuntano qua e là nelle cronache. Prendiamo il caso dei fondi europei.

L’Italia ha bisogno di soldi? L’Europa ci obbliga ad uno stupido rigore che ci impedisce di spendere quanto sarebbe necessario? Sì e ancora sì. Tutto chiaro? No.

Chi spende e come spende? Se prendiamo il caso dei fondi che l’Europa mette a disposizione del nostro paese la richiesta di poter spendere di più appare infondata e non credibile perché da anni l’Italia non riesce nemmeno ad utilizzare i finanziamenti europei. Certo non servono per pagare stipendi e pensioni, ma per fare quegli investimenti di cui tutti invocano l’estrema necessità.

Ebbene, dei 28 miliardi di euro stanziati da Bruxelles per l’Italia, per il periodo 2007-2013 per la realizzazione degli obiettivi di occupazione, competitività ed eliminazione del divario sociale, sono stati spesi appena la metà. SPESI LA META’ cioè 14 miliardi e 390 milioni di euro non sono stati finora neanche impegnati e saranno persi se non saranno utilizzati entro il 31 dicembre 2015. E non solo, perché c’è anche il rischio che saranno riviste (cioè abbassate) le stime delle somme necessarie all’Italia per le manovre strutturali fondamentali quali appunto investimenti, occupazione, infrastrutture per il periodo 2014-2020.

utilizzo fondi europeiDunque le regioni meridionali, alle quali sono destinate la maggior parte di quei fondi, non hanno saputo spenderli. Eppure specialmente al Sud c’è fame di lavoro e di investimenti e non passa giorno che non si invochi l’intervento pubblico. Ma per fare che se poi quando i soldi ci sono non si riesce a spenderli o li si spende nei mille rivoli del clientelismo?

Cosa è questo se non il fallimento di un intero sistema che sceglie i dirigenti che amministrano e i politici che governano con meccanismi di selezione nei quali il nepotismo e la corruzione si rivelano sempre presenti e vincenti? E questi sarebbero quelli ai quali consegnare una maggiore capacità di spesa in deficit e il potere di aumentare il debito pubblico? Ma se con il debito che ci troviamo non hanno nemmeno pagato i fornitori delle pubbliche amministrazioni che devono ancora ricevere decine di miliardi dallo Stato!

Si potrebbe dire che loro, questa classe dirigente fatta di migliaia di eletti e di migliaia di dirigenti e manager di aziende pubbliche, loro sono il problema. Sbagliato: il problema sono anche i cittadini. Dal Rapporto sull’evasione fiscale presentato in questi giorni emerge il dato incredibile (ma vero) che l’evasione fiscale ha sottratto alle casse dello Stato nel 2013, 91 miliardi di euro. Una montagna di soldi con i quali, nonostante le ruberie e gli sprechi della spesa pubblica, sarebbe azzerato il deficit e avanzerebbe anche qualcosa da investire.

no evasioneOra, che l’evasione fiscale sia un peso intollerabile che costringe da decenni lo Stato ad indebitarsi è cosa ovvia. Che i governi di ogni parte politica abbiano proclamato di voler lottare contro questa sottrazione di risorse è risaputo. Ebbene siamo ancora qui a meravigliarci di quanto pesi sul bilancio pubblico. Nessuno chiede miracoli anche perché l’evasione fiscale è una cosa complicata, radicata e diffusa ad una miriade di casi particolari (anche molto piccoli). Ma, insomma, dopo tanti anni di proclami sulla lotta all’evasione, quei 91 miliardi sono troppi.

Due esempi che forse non fanno nemmeno più notizia tanto appartengono al modo di essere del “modello” italiano. Ci rendiamo tutti conto che questi sono ostacoli veri allo sviluppo, non simboli e dovremmo anche renderci conto che o li rimuoviamo o non ci salverà nemmeno la flessibilità che stiamo chiedendo all’Europa. E non ci salveremmo nemmeno se avessimo la lira perché il mondo è cambiato e lo sviluppo buono per noi non è più quello che ha funzionato negli anni ’50 e ‘60 quando bastava una svalutazione per rimediare ad un momento critico. Forse è arrivato il tempo di non sperare più sulla fortuna

Claudio Lombardi

Debito e sistema Italia: meglio dire la verità

crisi sistema ItaliaUn botta e risposta tra un pensionato e Michele Serra tratto dalla sua rubrica sul Venerdì di Repubblica

<<Ho 77 anni, sono pensionato dopo 55 anni di lavoro ben sodo come collaboratore esterno, traduttore e revisore dei testi, per le più note case editrici di Milano……

La lettrice parla di “debito creato da loro (notabili, boiardi…)”. Non è proprio così. “Loro” ne erano, certo, gli ideatori e i registi. Ma non gli unici beneficiari. Dell’esplosione del debito pubblico anch’io, ad esempio, ho beneficiato e, dunque, di quelli sono stato involontario complice……

“Loro”, alcune migliaia di imprenditori (?) furbi quanto basta e con la complicità di politici la cui principale preoccupazione era quella di comprarsi vagonate di preferenze elettorali, attingevano a piene mani (centinaia di miliardi di lire) dal pozzo di San Patrizio delle casse dello Stato. “Noi”, parecchi milioni, li intascavamo (non tutti si intende: prima c’erano le loro capaci tasche da riempire…)….. Corresponsabili, quindi, di quello scempio? Oggettivamente sì, anche se lavoravamo per guadagnarci la pagnotta…. Questo nel privato.

Nel pubblico, le cose andavano ancora peggio (i forestali del Pollino, i ponti lasciati a metà, gli ospedali mai utilizzati, le tante Salerno-Reggio Calabria). A mettere insieme il macigno che oggi grava sulle spalle dei nostri figli e nipoti abbiamo contribuito in tantissimi.

Solo una piccola minoranza l’ha fatto con colpevole consapevolezza. Io e milioni di altri italiani siamo stati la manovalanza, spesso mal retribuita. Giusto quanto bastava per sbarcare il lunario (ma anche, nella maggior parte dei casi, per comprarsi la macchina, rinnovare l’armadio, concedersi vacanze non proprio proletarie).>>

La risposta di Michele Serra  

nascita debito pubblico<<Abbiamo vissuto, come comunità nazionale nel suo insieme, al di sopra delle nostre possibilità? E lo abbiamo fatto grazie a un patto scellerato tra una politica corruttrice e un popolo immaturo e profittatore, che si è lasciato corrompere piuttosto volentieri, fino a ritrovarsi entrambi (lo Stato e i cittadini) con le casse vuote e il futuro (dei figli) compromesso?

Già sento le obiezioni indignate contro questa tesi: c’è chi ha sgobbato duro ed è rimasto con un pugno di mosche e c’è chi ha vissuto a scrocco; chi ha sfruttato e chi è stato sfruttato; chi ha rispettato le regole e pagato le tasse, chi ha derubato la collettività frodando il fisco. Non abbiamo dato tutti allo stesso  modo e non abbiamo preso tutti allo stesso modo. ……

Sì, fatte le debite e rilevanti differenze, noi italiani abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e ne stiamo pagando le conseguenze. Il balzo economico febbrile e ingegnoso che ci ha permesso, specie nel Nord del Paese, di uscire dalla guerra e dalla miseria, si è giovato anche di un lassismo fiscale che fino agli anni Ottanta permetteva di considerare le tasse quasi un obolo facoltativo; parallelamente un mostruoso assistenzialismo moltiplicava assunzioni e clientele, non solamente al Sud, distruggendo l’idea stessa del merito, del “lavoro ben fatto”, ossificando l’idea che si abbia diritto a molto a fronte di ben pochi doveri.

tasche vuote ItaliaSparute minoranze liberal-calviniste (penso a Ugo La Malfa, ma anche al Berlinguer dell’austerità) hanno provato ad alzare la voce contro l’andazzo; ma va riconosciuto che quell’andazzo ha avuto il merito di spalmare il benessere su aree molto vaste del Paese. Era una tendenza irresistibile. Faceva comodo a troppi: ai boiardi e ai sudditi, alla “casta” e ai suoi milioni di beneficiati.

Ora, di quel sistema, stiamo consumando fino all’osso il grasso accumulato. I risparmi. Le residue protezioni offerte da un welfare sempre più sfilacciato. … Nessuno ha il coraggio di dire apertamente che un’era è chiusa, che la coperta è troppo corta, che parlare ossessivamente di crescita è solo un modo per illudere oggi e alimentare nuova frustrazione e nuova rabbia domani. Cambiare testa, cambiare abitudini, ovviamente a partire da chi ha maggiori responsabilità e maggiore reddito: ce la faremo mai? Disperare è vietato. Ma sperare è diventato veramente arduo>>

La battaglia da fare contro la corruzione (di Gilberto Muraro)

CINQUE FATTORI DI CORRUZIONE

cause corruzione ItaliaAl di là delle cifre con poco fondamento diffuse dalla Commissione Europea, perché la corruzione è maggiore in Italia rispetto agli altri paesi occidentali? Michele Polo ha risposto su lavoce.info indicando come responsabile del triste primato la malavita organizzata, che in Italia ha un peso senza uguali tra gli stati occidentali e che ovviamente ha bisogno di protezioni o omissioni in campo pubblico sia quando commette reati sia quando ne investe i frutti. Risposta convincente ma non esaustiva. La malavita organizzata è solo il primo di una lista di fattori altrettanto rilevanti.

Il secondo è la più elevata inefficienza della macchina giudiziaria italiana, che rende probabile la prescrizione prima della sentenza finale, così diffondendo un senso di impunità di fatto tra i corruttori e i corrotti.

Il terzo è il maggior professionismo politico italiano, cui si deve la formazione di una casta inamovibile fatta in buona parte da personaggi che fuori dalla politica sarebbero destinati a più umili mestieri, come ha scritto Eugenio Scalfari. Per restare nella politica, devono dispensare favori e hanno ampia possibilità di farlo grazie alle connivenze che si creano tra burocrati e politici di lungo corso.

Il quarto è la maggiore complicazione del rapporto tra cittadini e settore pubblico, che deriva sia da una legislazione farraginosa e ambigua sia da una burocrazia inefficiente. Questo fattore crea un duplice effetto. Da un lato, produce l’humus in cui prosperano le vere e proprie intese criminali. Dall’altro, produce quella che il senso etico comune considera la “corruzione indotta”, quel sistema di pagamenti o favori cui spesso anche il buon cittadino deve ricorrere per ottenere in tempi ragionevoli il riconoscimento dei suoi diritti.

diffusione corruzioneLa piccola e diffusa corruzione indotta è forse un peccato veniale in se stessa ma ha un impatto micidiale sul costume sociale, che tende a essere assolutorio o almeno rassegnato anche verso forme di corruzione più gravi. Viene così ad affievolirsi il meno costoso e più efficace antidoto alla corruzione, ossia la condanna della comunità verso chi non rispetta le regole. E sotto il profilo del costume, si può additare come ultimo fattore specifico italiano il soverchiante peso della Chiesa cattolica, che rispetto alle Chiese protestanti è molto più attenta alla morale sessuale e molto meno attenta a quella sociale; e ciò vale specialmente in Italia, dove nella gerarchia continua a operare l’eredità moralmente avvelenata del potere temporale, esercitato senza più base territoriale ma attraverso una pervasiva rete di relazioni privilegiate con il potere politico.

LE COSE DA FARE

Cosa si può fare, allora? Gli esperti potranno indicare alcune proficue misure specifiche, come positiva è stata la recente introduzione della disciplina contro la corruzione in campo privato. Non è da escludere che pure l’Autorità ad hoc creata per la battaglia contro la corruzione nel settore pubblico, l’Anac (ex Civit), dia a tempo debito buoni risultati, anche se ora si vede solo il costo di un appesantimento burocratico. Ma l’entità delle cause indicate – la malavita, la casta politica, la confusa e sovrabbondante legislazione, l’inefficienza della burocrazia e della giustizia in particolare, lo scarso supporto morale da parte del magistero cattolico – fa dubitare dell’efficacia di una politica specifica contro la corruzione.

via d'uscita corruzioneDi sicuro, non è la cura giusta l’aumento a dismisura dei controlli e delle sanzioni. Perché i controlli costano. Perché un paese civile non può mai abbandonare il principio di proporzionalità tra reato e pena. E soprattutto perché una società con scarsa etica e abbondante corruzione non può fidarsi ciecamente neanche dei controllori, ai quali consegna un “valore di corruzione potenziale” tanto maggiore quanto più alta è la sanzione che possono infliggere o togliere. Insomma, la battaglia contro la corruzione coincide in gran parte con la quotidiana e faticosa battaglia generale per aumentare il livello di efficienza e di etica dello Stato.

Conclusione disperante? Non è detto. In contrasto con l’opinione prevalente, sostengo, con il peso della mia età, che una volta era peggio. La gente è oggi molto più reattiva su questo tema. Anche il comportamento della gerarchia cattolica ha forse toccato il vertice della compromissione e promette, con papa Francesco, di diventare un fattore di moralizzazione. E soprattutto i controllori – Corte dei conti, magistratura ordinaria, uffici fiscali e Guardia di finanza – hanno ampiamente innalzato il livello di competenza e di credibilità rispetto ai primi decenni del dopoguerra. Ecco perché allargare il fronte della battaglia non significa necessariamente dichiararsi sconfitti. E comunque, ogni più ristretta e facile politica contro la corruzione rischia di essere illusoria.

Gilberto Muraro da www.lavoce.info (25.2.20014)

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie (ma bisogna reagire)

Italia albero spoglio“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Così scriveva il grande Ungaretti . Lui parlava dei soldati e della precarietà della loro vita. Dopo lo scandalo del Mose possiamo estendere la metafora alla società italiana, ai valori della convivenza civile e della legalità che esprime in forma giuridica il patto che la rende possibile. Anche questi sono come foglie morte o moribonde pronte a staccarsi e a cadere. Questo è il rischio che corriamo, che, di scandalo in scandalo, l’albero Italia rimanga spoglio e rinsecchisca senza più energia e linfa.

Lo scandalo del Mose è l’ennesimo, ma, proprio perché copre un lungo arco temporale e proprio perché arriva fino ad oggi è anche quello che colpisce di più. La preda è un’opera pubblica in costruzione da anni il cui costo è triplicato. Come al solito bisogna dire perché non c’è un appalto in Italia che si concluda nei tempi e con i costi previsti. Ma questo scandalo pesa di più.

Intanto il contesto, il nord est sviluppato e ricco di imprese. Poi i protagonisti: dal governatore della Regione al sindaco di Venezia, al generale della Guardia di Finanza, al magistrato della Corte dei Conti, fino ai soliti imprenditori che vivono di illegalità e di corruzione e ai politici che li accompagnano. La fotografia è quella di una classe dirigente scoperta a rubare, a imbrogliare, a truffare. E tutto a danno dell’economia nella quale le imprese malavitose scacciano quelle buone e dei soldi pubblici con lo Stato trattato come il bancomat delle bande di delinquenti che usano ogni sia pur piccolo potere per estorcere e arraffare.

malgoverno italianoChe il male sia penetrato in profondità lo dimostrano gli innumerevoli episodi che hanno accompagnato gli ultimi decenni nei quali ciò che si è scoperto a opera di una Magistratura sotto attacco politico e istituzionale e bastonata da leggi ad personam che hanno reso più difficile il suo lavoro, è sempre meno di ciò che si intuisce sia accaduto.

Volendo immaginare una sintesi di un lungo periodo di storia dell’Italia l’impressione che se ne ricava è di una lotta continua tra la forma istituzionale e legale dello Stato e della società civile e la sostanza di un potere reale profondamente diversa se non opposta.

Fin dall’inizio della storia repubblicana la ricerca della raccomandazione e della protezione è servita come alternativa e integrazione delle soluzioni legali e dei diritti riconosciuti dalla legge. Il sistema era già degenerato quando ancora i partiti erano macchine politiche forti e popolari perché ognuno aveva una propria area di influenza e aveva diritto a un pezzetto di potere arbitrario cioè fuori dalla legge. La protezione del politico o dell’alto burocrate era il cardine del potere reale e l’esempio seguito a tutti i livelli per consentire l’accesso alle scorciatoie negate con la semplice applicazione delle norme.

da tangentopoli in poiCome tutti sanno con Tangentopoli si scoprì che esisteva un “sistema” che governava i lavori pubblici. Lo scopo era farsi dare i soldi per finanziare la politica. Ma quello era solo una parte del tutto, di un vero potere parallelo o simulacro di quello legale in grado di arrivare dovunque: a nominare i primari negli ospedali, ad assegnare le cattedre universitarie, a far vincere un concorso pubblico, ad ottenere ricche consulenze, ad avere finanziamenti a fondo perduto, a distribuire gli appalti, e poi giù giù fino ad ottenere il permesso di spostare un muro in casa. Politici e burocrazie hanno avuto il potere assoluto di governare una spesa pubblica enorme e il potere di condizionare tutto il resto.

E adesso? La politica faccia appello ai tanti onesti che ci sono in ogni settore e nelle istituzioni, faccia pulizia tra le sue file senza più sconti e coperture cominciando con il concedere sempre l’autorizzazione all’arresto di parlamentari quando ne fa richiesta la Magistratura, adotti misure urgenti sulle opere pubbliche e contro la corruzione, modifiche le norme sulla prescrizione, introduca il reato di autoriciclaggio e ripristini il falso in bilancio. E’ il minimo dopo anni di scandali, non c’è più pazienza nè tempo. Se non farà questo Renzi perderà la faccia questo è sicuro. E anche le prossime elezioni.

Anche i cittadini però possono fare qualcosa aprendo bene gli occhi e rifiutando ogni tentazione di abbandonare la legalità e pretendendo il rispetto delle regole. Non sarà facile cambiare qualcosa, ma non abbiamo altra possibilità perché continuando così siamo condannati all’impoverimento e all’emarginazione

Claudio Lombardi

80 euro e complotto

Una notizia buona e una cattiva. La buona: i famosi 80 euro di restituzione irpef andranno anche a cassintegrati, lavoratori in mobilità o con indennità di disoccupazione. Non sarà il paradiso, ma è meglio di niente.

La cattiva: torna alla ribalta la teoria del complotto contro Berlusconi spacciato dai suoi tirapiedi in campagna elettorale per punizione contro la sua autonomia dalla Germania, dalla Francia e dai vincoli europei.

Una doppia scemenza in una sola notizia. L’unico complotto che c’è stato è stato quello di un governo fondato sulle cricche del malaffare dedito alla rapina dei soldi pubblici e incapace di aumentare la forza economica dell’Italia. Il governo Berlusconi è quello che ha portato il paese allo sfascio dopo un quindicennio di declino passato ad inseguire i processi del capo del governo, le sue balordaggini con puttane e orgette notturne, i suoi affari opachi in Italia e all’estero. Nel frattempo la produttività calava e i guai del sistema Italia peggioravano senza freni. Che in Europa si sperasse di sostituirlo era ovvio, che qualcuno potesse spingerlo a farlo è irrilevante perché il tracollo noi italiani ce lo siamo voluto con la nostra superficialità e la nostra tolleranza nei confronti di chi ci assicurava “un altro giro di giostra” spensierato ed irresponsabile.

Circa l’autonomia di Berlusconi nei confronti delle politiche liberiste europee bisogna dire che era così grande che in un batter d’occhio lui e Tremonti si piegarono all’impegno di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 e di inserire il fiscal compact in Costituzione. Come al solito trovarono un’opposizione fasulla e frastornata che acconsentì a tutto e mise la propria firma su quelle decisioni autolesioniste. D’altra parte, come gli innumerevoli scandali hanno dimostrato, la vera intesa bipartisan era sulla spartizione del potere e assicurava ricchi proventi a tutti gli attori politici in campo. Da qui l’arrendevolezza verso un rigore a spese degli italiani che non intaccasse, però, i privilegi di chi viveva all’ombra del potere.

Se proprio vogliamo denunciare un complotto pensiamo a quello per il quale stiamo pagando un conto salatissimo ai tanti farabutti che hanno occupato lo Stato e vergogniamoci di questo (e ricordiamo che i farabutti sono ancora all’opera come il caso expo dimostra)

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