Strani problemi dello sviluppo cinese

sviluppo cinese

La globalizzazione ha diverse facce. Una di queste è il miglioramento delle condizioni relative di vita e lo spostamento verso l’alto nella scala sociale di milioni di persone. Abituati a pensare la Cina come il serbatoio di mano d’opera a bassissimo costo del mondo può sorprenderci scoprire che nel corso degli anni molte cose sono cambiate. Un interessante articolo di Rita Fatiguso sul Sole 24Ore del 1° settembre si occupa proprio di questo e la realtà di cui parla suona strana alle nostre orecchie.

lavoratori cinesiSull’economia cinese pesano sia il costo del lavoro che la penuria di lavoratori. Addirittura nel GuangDong pagano ai lavoratori metà salario per stare a casa pronti a riprendere il lavoro quando arrivano le commesse. Soluzione semplice con la quale l’operaio non perde il lavoro e il datore non perde l’operaio.

Tutto rose e fiori? Evidentemente no. Il fatto è che la Cina è una realtà difficile da conoscere e comprendere in tutti i suoi aspetti e la crescita tumultuosa degli ultimi venti anni non si è svolta in un paese bloccato nel sottosviluppo del passato. Lo spostamento di centinaia di milioni di persone dalle campagne alle zone produttive e alle città ha avuto effetti importanti sulla composizione sociale. Si è formato un ceto medio e il numero degli imprenditori si è moltiplicato così come quello dei ricchi.

economia cineseLo sfruttamento forsennato dei lavoratori non è riuscito ad impedire l’incredibile aumento dei salari che si è verificato nell’ultimo decennio. Se nel 2003 il salario medio mensile era di circa 14.000 yuan, nel 2013 era arrivato ad oltre 50.000. Certo, i livelli di partenza erano molto bassi, ma un processo si è messo in moto ed è coerente con un cambiamento strutturale che sta emergendo . Infatti, uno degli aspetti delle turbolenze in atto nell’economia cinese è la spinta a sostituire le esportazioni con una maggiore quota di domanda interna. E questa ha bisogno di persone in grado di spendere e senza salari adeguati ciò non è possibile. E così capita che adesso la delocalizzazione verso paesi a più basso costo del lavoro colpisca anche la Cina, ma una parte dell’economia cinese risponde con l’aumento della produttività con l’uso dei robot e spostandosi verso le produzioni di maggior complessità tecnologica. Nel campo delle energie alternative per esempio la Cina è ai primi posti per il fotovoltaico.

Tornando al GuangDong l’articolo mette in evidenza che in quella regione mancano tra i 600mila e gli 800mila lavoratori e il governo locale ha previsto di investire qualcosa come 152 miliardi di dollari per sostituire gli umani con i robot nelle fabbriche fino a progettare la prima fabbrica a zero lavoratori (tranne che per il controllo del sistema di gestione).

Nel continente Cina succedono cose che a noi occidentali possono sembrare strane, ma accadono

Claudio Lombardi

Robot al posto degli operai

È già stato fatto, i robot già oggi sono parte integrante della forza lavoro delle grandi fabbriche, ma l’annuncio del capo del personale della Volkswagen, Horst Neumann, è lo stesso scioccante. L’idea è quella di sostituire parte degli operai che vanno in pensione con robot lasciando comunque una parte di assunzioni di persone in carne e ossa.

La motivazione è semplice: i robot possono svolgere sempre più lavori e possono farlo a un costo enormemente inferiore a quello del lavoro umano. Secondo Neumann il costo di un operaio negli stabilimenti in Germania è di 40 euro l’ora (nell’Europa dell’est 11 euro e in Cina 10 euro) mentre un robot costerebbe meno di 5 euro.

Considerando che il progresso tecnologico darà vita a robot sempre più perfezionati è evidente che la fabbrica del futuro sarà un luogo con pochi lavoratori e tante macchine.

Il problema del lavoro si porrà in maniera diversa da come lo stiamo vedendo adesso. Certo non si può pensare di abbassare le retribuzioni al livello dei costi di una macchina, ma nemmeno vietarne l’utilizzo per mantenere le persone al lavoro per forza. Bisognerà trovare altre soluzioni partendo da quei lavori che ci aiutano a vivere meglio e che le macchine non possono fare (cultura, arte, spettacolo, attività del ben vivere), ma arrivando anche ad una diversa distribuzione della ricchezza che oggi è accaparrata da gruppi sociali ristretti. Lotta alla disuguaglianza, redistribuzione della ricchezza e del carico fiscale e creatività. Questa la nuova frontiera

Il governo da solo non basta

Renzi preoccupatoAnche la baldanza di Renzi deve frenare di fronte alla durezza e alla complessità della situazione e le battute non bastano a nascondere le difficoltà. Il fatto è che l’Italia arretra e non ci sono più i soldi per tappare i buchi di uno sviluppo sbagliato. Prima c’erano però e ci sono stati per tanti anni non solo al tempo della lira quando potevamo “allegramente” raddoppiare il debito in dieci anni, ma anche dopo. Grazie all’euro abbiamo avuto un bel periodo di tregua proprio sul fronte dei tassi di interesse. Però non ne abbiamo approfittato.

C’è chi dice che il debito pubblico è cresciuto per colpa degli speculatori che hanno incassato montagne di denaro con gli interessi. Sì vabbè…  Come se fosse semplice imporre a chi ti presta il denaro per pagare gli stipendi e le pensioni il tasso di interesse che vuoi tu. (A parte il fatto che i Bot sono stati il principale investimento per i risparmi delle famiglie..)

Il fatto è che l’Italia vive a debito e i soldi presi in prestito sono stati spesi male. Ciò che conta, oggi più di ieri, però, è la competitività del sistema – paese. No, non si tratta dell’articolo 18 o del costo del lavoro. Si tratta di un insieme di condizioni che rendono preferibile investire e vivere in un luogo piuttosto che in un altro. E l’Italia se la passa proprio male se è vero che il saldo tra “cervelli in fuga” e “cervelli che arrivano” è negativo perché qui poca gente ben preparata e qualificata ci vuole venire.

crisi sistema ItaliaD’altra parte pensare che criminalità, arretratezza delle infrastrutture di comunicazione e di trasporto e dei servizi, degrado del territorio siano poco influenti sullo sviluppo dell’economia è un po’ assurdo. Allora va bene dire che bisogna difendere il lavoratore e non il posto di lavoro, ma non per lasciare le persone in mezzo ad una strada. Oggi concentrare tutta l’attenzione sui contratti di lavoro alimenta l’illusione che basti imitare la Germania di Schroeder (con le sue riforme del lavoro) per imboccare la via giusta. Ma quella era la Germania di un welfare fenomenale e persino troppo generoso! Era la Germania dell’efficienza dei servizi e delle infrastrutture! E noi vogliamo imitarla solo per i minijob (che in Germania vengono pure integrati dallo Stato)?

No, non ci siamo. Competitività del sistema significa che una start up, per esempio in provincia di Catanzaro, ha la banda larga subito disponibile, apre in poche settimane perché non c’è burocrazia, vive in un territorio organizzato e sicuro e dispone di una vasta scelta tra giovani diplomati e laureati. Significa che le imprese corrono ad aprire le proprie sedi qui certamente perché il clima è buono, il cibo pure, ma anche perché i servizi sono eccellenti e nessuno chiede tangenti e “pizzi”. Significa anche che ogni controversia è risolta in poco tempo da un sistema giudiziario ( o di conciliazione) efficiente e semplice.

riforme in ItaliaCe l’abbiamo queste condizioni? No. Eppure siamo bravi lo stesso perché ci sono tante imprese che esportano e ci sono zone nelle quali l’economia funziona bene (nonostante i fallimenti) e si vive bene. Figuriamoci come potremmo stare senza la palla al piede di un sistema di governance (che non è governo, ma è politica, economia e società insieme) che non funziona!

Il problema dell’Italia – è stato detto tante volte – è un problema di classi dirigenti e di alleanze tra queste e i gruppi sociali che godono di rendite di posizione quasi sempre a spese del denaro pubblico e sempre dell’efficienza del sistema paese.

È chiaro che adesso abbiamo un nodo scorsoio intorno al collo perché se non possiamo sforare il 3% di deficit e se dobbiamo soggiacere al fiscal compact rischiamo di farci molto male. Perché comunque la spesa pubblica è così grande che bloccarla significa bloccare un po’ tutto. Bisogna andare per gradi e la cosa più sensata è sforare e non rispettare il fiscal compact, ma dimostrare di saper cambiare qualcosa. Farlo, però e non solo dirlo.

Di qui le aspettative sull’azione del governo, finora un po’ sopravvalutato, perché di cose Renzi ne ha dette molte e tante ne ha avviato. Ora deve puntare a farne alcune giuste subito riconoscibili che dicano in che direzione si va. Perché se si va a vedere nel dettaglio fra i tanti provvedimenti adottati, si può ricavare l’impressione che la sostanza non sia cambiata e che i ricatti o i favori, il peso degli interessi di sempre nonché quello delle burocrazie ministeriali siano sempre gli stessi, come i finanziamenti alla Salerno-Reggio Calabria.

Insomma la strada è per forza in salita e non ci si deve aspettare rabbiose accelerazioni. Già sarebbe molto un andamento regolare che trasmettesse fiducia. Ma per questo il governo da solo non basta e se Renzi avesse alle spalle anche uno o più partiti, associazioni, comitati insomma cittadinanza attiva e organizzata a spingere e a sorvegliare sarebbe meglio

Claudio Lombardi

Dare un futuro al lavoro (di Sergio Bologna)

lavoro giovaniLa discussione che si è aperta in questi giorni sulle politiche del lavoro del governo Renzi ci ha dimostrato una volta di più l’ottusa resistenza che gli ambienti politici, accademici e sindacali – tranne alcune eccezioni – continuano ad opporre ad una visione moderna del lavoro. Mentre il Parlamento Europeo, che non è l’istituzione più vicina ai cittadini, dichiara a larga maggioranza che i freelance hanno gli stessi diritti sociali dei lavoratori dipendenti, le nostre classi dirigenti ripropongono uno schema che riconosce come “lavoro” solo il lavoro dipendente oppure le varie forme in cui il lavoro dipendente può essere reso “flessibile”. Deplorevole di questo atteggiamento non è tanto – o non solo – il disconoscere l’esistenza di altre forme di attività lavorativa quanto il persistere di una politica di flessibilizzazione del lavoro dipendente che ha portato al declino del nostro paese ed a una disoccupazione giovanile del 42%. Non è vero che il nostro paese è fatto di garantiti e non garantiti, di tutelati e non tutelati, magari fosse così!

E’ fatto di non tutelati e di lavoratori che stanno perdendo gradatamente le loro tutele, se non di diritto, certamente di fatto. E’ dai tempi del “pacchetto Treu” che si professa il dogma della flessibilità all’entrata come rimedio alla disoccupazione. Dopo vent’anni che questo assioma ha prodotto i disastri che sono sotto gli occhi di tutti, il governo Renzi rincara la dose, eliminando ogni causale dalla ripetizione dei contratti a tempo determinato (Forti critiche a queste misure sono state espresse da molte parti, tra gli altri da Tito Boeri su la voce.info e da Chiara Saraceno su ingenere.com).

investimenti aziendeSono vent’anni che Confindustria, contrastata flebilmente dal sindacato (per usare un eufemismo), ci dice che il costo del lavoro per unità di prodotto è il più alto d’Europa e quindi la produttività del lavoro in Italia è al penultimo posta nella UE. Ma la produttività del lavoro dipende dagli investimenti, soprattutto nell’epoca delle nuove tecnologie informatiche. La percentuale costituita da investimenti tecnici del capitale delle società italiane quotate in Borsa, secondo lo studio di Mediobanca sui conti economici di 2035 imprese italiane, è pari al 28,0%, la percentuale destinata ai dividendi è pari al 30,9% e la percentuale destinata gli investimenti finanziari è pari al 25,4% (Indagine Mediobanca 2013 “Dati cumulativi di 2035 imprese italiane”, su www.mbres.it).

Quasi un terzo del capitale disponibile se lo sono mangiato gli azionisti, un quarto i signori della finanza (leggi le banche), solo un residuo è stato investito nell’azienda. Le imprese non quotate, in mezzo alle quali si nasconde la parte più “sana” dell’imprenditoria italiana, hanno destinato un’eguale quota agli impieghi finanziari, ma poco meno del 20% ai dividendi e il 59,6% agli investimenti tecnici. Da vent’anni la grande impresa italiana non assume, da qualche anno ha smesso di assumere anche la media impresa. Chi crea lavoro è la piccola e la microimpresa, spesso forma, quest’ultima, di “lavoro autonomo con un minimo di organizzazione”, così definito da una giuslavorista acuta e brillante come Orsola Razzolini.

capitale impreseMa non basta. Le grandi imprese non solo si sono mangiate i soldi invece di reinvestirli, ma la quota maggiore del loro fatturato, addirittura il 61% (dato del 2012), lo hanno realizzato estero su estero, grazie ad un’attività sfrenata di delocalizzazione cui si sono dedicate soprattutto le industrie del made in Italy. Queste sono le imprese, è bene notarlo, che maggiormente hanno goduto della Cassa Integrazione, sono le imprese che più di altre intrattengono stretti rapporti con il mondo della finanza, da queste imprese nascono le lobbies che dettano ai governi le politiche del lavoro.

Ora, io mi chiedo: sono solo i lavoratori autonomi, i professionisti con partita Iva ai quali si sputa in faccia con un disprezzo pari all’ignoranza della loro condizione oppure sono milioni di lavoratori dipendenti e di precari che vengono trattati al pari di un bagaglio ingombrante?
Occorre avere la consapevolezza di parlare a nome di tutti coloro che vengono bistrattati da questo capitalismo di cafoni, un capitalismo fatto di gente tanto più miserabile quanti più soldi ha, accozzaglia di pseudo-manager, di cialtroni abituati a dettare legge a un ceto politico e sindacale, a una cultura, accademica o giornalistica, che non riescono a staccarsi un millimetro da stereotipi maturati negli anni di Craxi e di Larini. Questi stanno distruggendo il mercato delle competenze. Della conoscenza, dell’esperienza non sanno che farsene, cercano solo schiene piegate e lingue ingessate.

Produzione di valore non vuol dire immediatamente produzione di ricchezza, vuol dire innanzitutto produzione di un habitat dove si ricostituisce un comportamento collettivo, collaborativo. Guardiamo a quelli che dalle politiche del lavoro perseguite negli ultimi vent’anni sono stati e continuano ad essere danneggiati. Guardiamo soprattutto a quelli che hanno trovato nell’innovazione il modo di costruirsi un’esistenza meno frustrante, sicura di sé, dignitosa, anche e soprattutto dentro la crisi.

Parte di un articolo di Sergio Bologna pubblicato su www.lib21.org

Un governo c’è e deve lavorare (di Claudio Lombardi)

Ormai la storia è nota: per sfuggire alla paralisi politica e istituzionale si è formato un governo composto da forze politiche che stanno su fronti opposti. Anche se si fosse trattato di un governo tecnico o del Presidente i voti dovevano comunque arrivare da Pd, Pdl e Scelta Civica. Il M5S si è tirato fuori da qualunque soluzione che non fosse l’assurda proroga del governo Monti o la ridicola proposta di un governo targato Grillo sostenuto non si sa da chi. L’alternativa era tornare a votare senza alcuna garanzia che i risultati sarebbero stati diversi, ma con la certezza di uno sbandamento lungo fino alla fine dell’estate. Uno sbandamento che avremmo pagato noi ovviamente.Italia in fuga

L’alleanza fra centro destra e centro sinistra non è scandalosa di per sé; in Germania si è fatta diverse volte e con risultati importanti. Formare un governo e far lavorare le istituzioni e gli apparati dello stato è un dovere non un’opzione a disposizione delle convenienze degli eletti. Quindi che adesso ci sia un governo è un fatto positivo e l’unico problema che si dovrebbe porre è come farlo lavorare per ottenere i risultati più utili agli italiani in attesa di tempi migliori per alleanze più coerenti.

Dunque un governo c’è e deve produrre dei risultati. Per quanto tempo? Non si misura in mesi il tempo di questo governo, ma in obiettivi da raggiungere. Cassa integrazione, trattativa in Europa per l’allentamento dei vincoli di bilancio, provvedimenti contro la disoccupazione e la povertà, debiti da pagare alle imprese, riduzione del cuneo fiscale sul lavoro cioè diminuzione del costo senza incidere sulle buste paga. E poi legge elettorale, riduzione dei costi della politica e riduzione della pressione fiscale tra cui anche quella sulla casa. Il punto centrale non è l’abolizione dell’IMU che non serve a nulla se non a mettere in tasca a tutti i proprietari di case e solo a loro una manciata di euro. Il problema è la pressione fiscale e i servizi che vengono forniti e le politiche pubbliche che vengono fatte. Se elimino l’IMU non faccio nulla contro la disoccupazione. Se taglio il costo del lavoro aiuto chi vuole assumere a farlo. Cosa conta di più?giovane e crisi

Il fatto è che sul governo pesa la strategia del Pdl di farsi forte della crisi del centro sinistra, dello stato confusionale in cui è precipitato il Pd e dell’incapacità del M5S di andare otre la protesta per riconquistare la maggioranza alle prossime elezioni.

I processi di Berlusconi e le prime condanne rendono tutto più complicato perché mettono a nudo che ad allearsi sono due “incompiute” di centro destra e di centro sinistra. La prima coincide ancora con un partito personale completamente dipendente dal suo capo; la seconda corrisponde ad un partito nato da poco e che già si deve rifondare perché è soffocato dalla stretta di fazioni avverse disposte anche a distruggere il partito pur di sbarrarsi la strada l’una con l’altra.

L’anomalia italiana ha molte facce, ma sicuramente chi tiene in ostaggio l’Italia da molti anni è quel groviglio di poteri che si riconoscono in Berlusconi e che gli consentono ogni trasgressione come se si trattasse di un sovrano.

chiacchiere BerlusconiMa Berlusconi vive anche dell’incapacità dei suoi avversari di dare risposte credibili che convincano più di quelle finte che lui sta propinando agli italiani da quasi venti anni. Berlusconi è forte se chi gli si oppone non è capace di presentare un progetto politico forte. Ci stupiamo ancora dei suoi attacchi alla Magistratura che rimarrebbero grida nel deserto se qualcun altro fosse riuscito a prendere la guida dell’Italia e portarla fuori dalla crisi.

Così non è stato ed è arrivato il momento di concentrarsi su questo.

Lo sbandamento e la confusione che c’è nel campo della sinistra e del centro sinistra e che dura da molti anni è il problema. La soluzione non è proclamare la necessità di più sinistra come se fosse una pozione miracolosa, ma partire dalle proposte concrete e da un progetto politico credibile che rendano evidente a tutti la maggiore chiarezza di idee e la loro validità di chi si ispira agli ideali di sinistra. Dimostrare con i fatti che si è migliori nel governo della collettività, questa è la sfida che può emarginare un centro destra incapace di andare oltre Berlusconi.

Per farlo occorre certo rifondare il Pd, ma dimostrando di conoscere i limiti che hanno avuto finora le culture di centro sinistra e di sinistra. I diritti e i doveri, i poteri e le responsabilità, l’uguaglianza delle opportunità e la concretezza di una ridistribuzione di ricchezza che deve avere come sua premessa la produzione della ricchezza stessa. Per essere sinistra non basta sventolare le bandiere rosse e poi lasciare ad apparati politici e sindacali il monopolio della rappresentanza. Questa è una strada già percorsa e assolutamente inadatta ai tempi di oggi.

Se la rifondazione del Pd saprà andare oltre farà un gran bene anche a tutta l’area della protesta antagonista e di stampo populista perché metterà tutti di fronte ad un progetto politico forte adeguato ai bisogni di questa Italia.

Claudio Lombardi