Legge di stabilità: l’equilibrio che manca

È indubbio che, per come è stata presentata e sul piano della dimensione, la manovra finanziaria del governo è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. Ma sul piano della distribuzione del carico fiscale, e su quello della crescita economica, la valutazione è meno ottimistica

abolizione ImuVi è un pregiudizio sfavorevole verso chi esprime dubbi sull’atteso impatto espansivo della legge di stabilità 2016. Ed esiste un secondo pregiudizio, altrettanto negativo, verso chi si interroga sugli effetti positivi dell’azzeramento delle imposte sulla prima casa, architrave, per le famiglie, dell’attuale manovra finanziaria del governo. Il fatto è che ogni azione di bilancio pubblico va valutata avendo due stelle polari come riferimento: l’impatto sulla crescita economica, da una parte, e la distribuzione e dunque l’equità del carico fiscale dall’altra. È l’ago della manovra posto tra questi due estremi che dà la misura di quanto un intervento di finanza pubblica privilegi l’uno o l’altro capo del binomio, oppure una loro combinazione economicamente e socialmente sostenibile.

Detto ciò, è indubbio che nei termini in cui è stata presentata, la manovra finanziaria è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. È una manovra di complessivi 27 miliardi, di cui 13 incideranno sull’aumento del deficit, da 1,4% al 2,2% del Pil. E potrebbe arrivare a 30 miliardi, se Bruxelles autorizzerà l’anticipo dei 3,2 miliardi della clausola migranti (da utilizzare per ridurre l’Ires già dal 2016). Ma se sul piano della dimensione è formalmente espansiva, su quello della distribuzione del carico fiscale, e dell’impatto complessivo determinato dall’intreccio tra il moltiplicatore dei saldi e la distribuzione del carico, la valutazione è meno ottimistica. Dunque, come valutare?

disuguaglianzaÈ una comune eredità dell’economia del benessere e della politica sociale l’opinione secondo cui entro i limiti del possibile in un mercato i punti di partenza degli individui debbano essere ravvicinati per evitare distorsioni nella disuguaglianza e per scongiurare avvitamenti verso il basso nella crescita economica. Già le recenti pagine di Thomas Piketty su crescita e disuguaglianza hanno contribuito a rilanciare, e chiarire, il ruolo della distribuzione della ricchezza nella crescita. Distribuzione della ricchezza e del reddito, aggiungiamo noi, che – per usare un’immagine di Luigi Einaudi – deve essere governata con equità distributiva attraverso l’abbassamento delle “punte” e l’innalzamento dal “basso”, affinché la produzione di ricchezza ne tragga complessivamente vantaggio. Un tema cioè, quello dell’equità, che coinvolge non solo quello della distribuzione e del contrasto alla povertà, ma anche il tema della crescita economica. Insomma, questioni cruciali che non rappresentano solo il punto di vista delle socialdemocrazie (“Noi non combattiamo la ricchezza, ma la povertà”), ma anche quello di una moderna visione liberale dell’economia e della società.

benefici legge di stabilitàAlla luce di queste considerazioni, quale valutazione possiamo dare dell’attuale legge di stabilità? Come accennato sopra il piatto forte è il taglio di Tasi e Imu sulla prima casa (pari a 3.700 milioni di euro). Certamente, sul piano mediatico, la percezione della riduzione del carico fiscale per le famiglie è immediata se paragonata ad altre forme di riduzione di imposta. Tuttavia, anche secondo la Banca d’Italia, l’eliminazione di Imu e Tasi “potrebbe avere effetti circoscritti sui consumi”, in quanto non contribuisce ad accrescere il reddito disponibile da cui dipendono i medesimi. Non solo. L’abolizione dell’Imu-Tasi sulla prima casa rende esente anche le abitazioni di grande valore e, dunque, i grandi patrimoni a cui afferiscono. Per evitare ciò, si sarebbe potuto valutare una rimodulazione dell’imposta sulla prima casa, che mantenendo la no tax-area per quelle meno pregiate (ed eventualmente i redditi più bassi), e rimodulando l’incidenza sugli immobili di medio valore, avesse lasciato inalterato il contributo “delle punte”.

L’imposta sulla casa è difatti una delle poche forme di imposta patrimoniale effettivamente applicate e ha una sua giustificazione economica molto forte in tema di corrispondenza con i benefici derivanti dalla fornitura dei servizi. È in questo modo che la fiscalità generale dovrebbe agire per spostare risorse verso i servizi universali, dalla sanità all’educazione, all’innovazione. A ciò si aggiunga che in Italia la propensione al risparmio delle famiglie si è fortemente ridotta negli ultimi venti anni (dal 21% al 13% del Pil) e che, quindi, il maggiore reddito disponibile potrebbe essere trasformato dal ceto medio in risparmio, vanificando gli effetti espansivi attesi sulla domanda, mentre quello dei ceti redditualmente più elevati potrebbe avere, come tradizionalmente accade, un impatto molto limitato sui consumi e di conseguenza sulla domanda aggregata.

luci e ombre finanziariaMa l’abolizione dell’imposta sulla prima casa (per un totale di 3 miliardi e 100 milioni) è accompagnata da altre luci e ombre. Si prenda il caso delle attività produttive. Abolire l’Imu sui terreni agricoli (400 milioni) e sugli imbullonati (500 milioni) significa alleggerire il carico fiscale sulle attività produttive e renderle relativamente più competitive. Similmente, effetti positivi sull’economia saranno determinati dalla possibilità per le imprese di portare fino al 140% l’ammortamento degli investimenti effettuati entro il 2016. Infine, l’ipotesi di riduzione dell’Ires al 2017, e se possibile già al 2016, accrescerebbe la redditività. Ma perché non vincolare questi risparmi a nuove forme d’investimento, magari rendendo fiscalmente più favorevoli quelli innovativi e ad alto contenuto tecnologico, per favorire non solo la creazione di ricchezza, ma anche per rilanciare la produttività del lavoro da cui dipende anche il salario?

occupazioneLo spostamento verso l’investimento di risorse della fiscalità potrebbe essere unito al bonus sull’occupazione, che per i contratti firmati entro il 2016 avrà una durata massima di due anni, e per una somma che scende dall’attuale tetto di 8.060 a 3.200 euro. Perché non prevedere che il beneficio fiscale sia ricondotto a forme di riqualificazione del lavoro e alla formazione continua, a spese innovative di processo e di prodotto o a investimenti qualificati? Negli ultimi venti anni in Italia si è assistito a un costante deterioramento della produttività e degli investimenti, alla caduta degli indici di progresso tecnologico, a una perdita di quote di valore aggiunto nel manifatturiero (e particolarmente nei comparti più tecnologicamente avanzati, come la meccanica, che rappresenta il cuore dell’industria italiana). Perché non tracciare già nel quadro complessivo delle spese e delle coperture della legge di stabilità l’impegno per le imprese ad ampliare la loro capacità produttiva e tecnologica, finanziando questa trasformazione attraverso quelle risorse fiscali che la manovra rende disponibili? La competitività internazionale, come il nostro recente mancato sviluppo economico ci insegna, non passa per il costo del lavoro e per la svalutazione interna, ma per la crescita della produttività.

crescita economicaTroppo lunga e dettagliata sarebbe l’analisi complessiva delle misure particolari previste nella manovra (tra cui spicca, per le perplessità che genera, l’innalzamento dell’utilizzo dei contanti fino alla soglia di 3.000 euro). Ma per dare un giudizio equilibrato non basta dire che l’azione economica sarà espansiva in quanto finanziata in deficit. Il sottofinanziamento di settori strategici come la scuola, l’università, la sanità, i deboli segnali sul tema della produttività (che riguarda il cuneo fiscale, ma non i dispositivi atti alla creazione di nuova produttività) lasciano dubbi sulla capacità della manovra di segnare un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. Certamente, la ripresa economica, da cui dipende anche il rispetto degli impegni europei, deve essere sostenuta nell’immediato dall’effetto volano dei maggiori consumi e investimenti interni (anche necessari per compensare il motore internazionale della domanda mondiale attualmente in fase recessiva), ma deve essere principalmente spinta verso l’alto attraverso politiche attive (industriali, del lavoro) che mirino al rilancio stabile del progresso tecnologico e della conoscenza.

È un percorso lungo da avviare ora, senza ulteriori ritardi, per mantenere l’equilibrio dinamico tra crescita economica ed equità fiscale. Il rischio è che manovre finanziarie che non coniughino la crescita con la tassazione e la sua distribuzione, finiscano per ricadere negativamente sulla capacità produttiva del Paese e sulla sostenibilità dei suoi conti pubblici.

Giuseppe Travaglini tratto da www.rassegna.it

Disuguaglianze, spesa sociale e crescita (di Massimo D’Antoni)

Lultimo quarto del XX secolo è stato segnato da una crescita marcata della diseguaglianza del reddito e della ricchezza, che ha investito, seppure in misura diversa, tutti i paesi; un’inversione di tendenza rispetto ai quattro decenni precedenti in cui, con l’affermazione ed espansione dei sistemi di protezione sociale e di welfare e l’ampio ricorso a sistemi fiscali progressivi, la diseguaglianza era andata diminuendo. Nel clima culturale dominante negli anni 1980 e 1990, l’opinione prevalente tra gli economisti era che le diseguaglianze fossero l’effetto inevitabile dei processi in atto: lo sviluppo tecnologico che aumentava il valore relativo del lavoro; la globalizzazione che colpiva soprattutto il lavoro meno qualificato. Contemporaneamente, la riflessione accademica più influente poneva l’accento soprattutto sui costi della redistribuzione. Veniva enfatizzato il dilemma tra l’esigenza di aumentare la ricchezza complessiva e il costo, in termini di incentivi, di una sua più equa redistribuzione.

L’aumento delle diseguaglianze era tollerato politicamente nella convinzione che queste avrebbero stimolato il desiderio di arricchirsi e quindi promosso una crescita di cui alla lunga avrebbero beneficiato tutti quanti. Più che sulla diseguaglianza tout court, l’accento veniva semmai posto sulla necessità di intervenire rispetto alla povertà, cioè alle situazioni di marginalità, con interventi mirati e selettivi.

La crisi del 2008 sta determinando anche su questo aspetto un ripensamento negli orientamenti e nelle parole d’ordine. Tra economisti, in modo anche trasversale rispetto alle diverse impostazioni teoriche, si sta affermando l’idea che la diseguaglianza vada riconosciuta come una delle cause, se non la causa principale, del terremoto finanziario: è stata la concentrazione dei dividendi della crescita nelle mani di pochi ricchi e super-ricchi, unita a una progressiva esposizione al rischio delle classi medie, a determinare in paesi come gli USA una convergenza di interessi a favore dell’espansione incontrollata del credito. Il finanziamento dei consumi determinato da questo fittizio effetto ricchezza è riuscito a far temporaneamente da traino alla domanda mondiale, ma ci ha condotti su un sentiero che come abbiamo visto non era sostenibile.

Che un’equa distribuzione sia condizione per una crescita equilibrata e duratura è una conclusione ben nota agli studiosi di economia dello sviluppo; in paesi caratterizzati da maggiore diseguaglianza larghi strati della popolazione vedono limitata la possibilità di effettuare i necessari investimenti in capitale umano, e una forte concentrazione della ricchezza e del controllo delle risorse è spesso un impedimento allo sviluppo.

Ma anche nei paesi economicamente più avanzati ci sono solide ragioni per assegnare al tema della distribuzione un ruolo maggiore di quello che esso ha avuto nei decenni più recenti, e che non è limitato ad un appello a pur fondamentali ragioni di giustizia sociale. Numerosi studi concordano infatti sull’esistenza di una significativa e solida correlazione tra la diseguaglianza e una cattiva performance rispetto ad importanti indicatori di qualità sociale: il tasso di mortalità, la salute (es. l’incidenza di malattie mentali), la frequenza di omicidi e violenze, la diffusione di sentimenti di ostilità e razzismo, gli abbandoni scolastici, si presentano con maggiore frequenza in paesi caratterizzati da livelli più elevati di diseguaglianza. Si noti che tali studi non si limitano a confermare che in società più diseguali tali fenomeni sono più diffusi perché ci sono più poveri; il dato rilevante è che in società più diseguali la qualità della vita è peggiore lungo l’intera distribuzione, cioè anche per coloro che hanno un reddito medio o medio-alto, quando li si confronti con individui di pari reddito in società più egualitarie. Una conclusione che è del resto confermata dalle analisi sugli indicatori “soggettivi” sulla felicità percepita. Anche se correlazione non è sempre interpretabile come causalità, ci sono buoni argomenti per ritenere che società più eguali siano società in cui si vive complessivamente meglio. Meno concorrenza posizionale, meno preoccupazione di ottenere il riconoscimento e il rispetto altrui, maggiore possibilità di cooperare e maggiore fiducia e reciprocità sono spiegazioni plausibili.

Da cosa dipende il diverso grado di diseguaglianza?

Cause profonde sono la natura delle risorse su cui si fonda la ricchezza di un paese, nonché il tipo di tecnologia prevalente nel suo sistema produttivo. Ma anche e soprattutto le istituzioni

del mercato del lavoro. I paesi più egualitari, quelli del Nord Europa, sono caratterizzati da una ridotta variabilità dei salari, effetto della legislazione sul lavoro e del ruolo centrale svolto dai sindacati. Viceversa, la liberalizzazione del mercato del lavoro e l’indebolirsi dei sindacati portano ad una maggiore dispersione nelle remunerazioni: non stupisce dunque che tra i paesi con maggiore diseguaglianza nelle retribuzioni troviamo Stati Uniti e Regno Unito.

Purtroppo l’Italia ha un posto di rilievo in questa graduatoria, risultando un paese estremamente diseguale (ci riferiamo qui alla distribuzione prima di imposte e trasferimenti pubblici). Si noti tuttavia che nel nostro paese la varianza nelle remunerazioni individuali non è elevata, almeno tra i lavoratori dipendenti; la diseguaglianza si manifesta semmai riguardo ai redditi familiari, e dunque la ragione della cattiva performance va ricercata in fattori quali la scarsa partecipazione femminile al lavoro (e quindi l’alta incidenza di famiglie monoreddito); pesa inoltre l’incidenza di lavoro atipico caratterizzato da elevata discontinuità e mediamente più basso di quello stabile nonché l’elevata concentrazione di redditi non da lavoro.

Oltre che attraverso la regolazione del mercato del lavoro, un importante canale attraverso cui le politiche economiche possono incidere sulla diseguaglianza è l’intervento redistributivo che lo stato realizza attraverso la fornitura di beni e servizi, i trasferimenti e le imposte: la redistribuzione è l’effetto combinato di accesso a condizioni di eguaglianza a beni e servizi e contributo crescente al reddito (meglio ancora se progressivo). I moderni stati del benessere forniscono gratuitamente o a prezzi sussidiati cure sanitarie, istruzione, servizi alla persona e beni collettivi, sottraendo alla logica della disponibilità a pagare e garantendo quale “diritto” di cittadinanza l’accesso a un insieme ampio di beni ritenuti “essenziali”.

La responsabilità pubblica rispetto alla distribuzione si giustifica per la natura di “bene collettivo” di questa. Anche in presenza di una diffusa preferenza per l’eguaglianza, l’apporto

volontario risulterebbe infatti inferiore a quanto sarebbe ottimale dal punto di vista sociale. L’espansione del ruolo pubblico nella sicurezza sociale è del resto l’effetto d’interventi resisi necessari per superare l’insufficienza, sia in termini d’insostenibilità finanziaria che di frammentarietà, delle precedenti forme volontaristiche e mutualistiche.

Riconoscere il ruolo centrale dell’iniziativa pubblica nel garantire equità di accesso a un insieme di beni a vario titolo essenziali non significa naturalmente ignorare né le disfunzioni

di una gestione spesso burocratica né i costi che comporta il finanziamento di tali servizi tramite imposte che hanno raggiunto livelli in alcuni casi molto elevati. Tale consapevolezza non arriva tuttavia a farci concludere che l’alternativa privata sia preferibile, visto che essa risulta spesso più costosa (è il caso della sanità: basti confrontare la spesa sanitaria procapite italiana con quella americana, molto più elevata a fronte d’indicatori sanitari che sono complessivamente più favorevoli per il nostro paese) e certamente distribuita in modo più diseguale.

Un aspetto importante, che aiuta forse a ridimensionare la rilevanza della contrapposizione tra redistribuzione ed efficienza, riguarda il fatto che la funzione redistributiva dello stato sociale è inestricabilmente collegata a una funzione assicurativa. Ciò che costituisce un trasferimento (dal sano al malato, dal lavoratore attivo all’anziano o all’invalido o al disoccupato, da chi ha avuto successo e ricchezza a chi non ha realizzato il proprio progetto di vita) rappresenta anche una forma di assicurazione contro il rischio che un domani io o qualche mio familiare ci troviamo in una situazione di bisogno.

La spesa pubblica e in particolare la spesa sociale è un formidabile strumento di assorbimento di rischi che non troverebbero copertura sui mercati assicurativi. Lo stato sociale dell’Europa continentale è insomma figlio più delle forme assicurative del cancelliere Bismarck che delle poor law britanniche. Più simile a una polizza assicurativa che a un’associazione di dame per la carità. Tale funzione assicurativa, oltre che ridurre i costi diretti dell’esposizione al rischio, consente agli individui di intraprendere con maggiore tranquillità quegli investimenti rischiosi che sono alla base del processo di sviluppo capitalistico.

Il rilancio della nostra economia passa dunque non tanto per una compressione dell’attuale livello di spesa sociale (peraltro già contenuto rispetto agli altri paesi europei), ma semmai per un rafforzamento di quei programmi, e non ne mancano, che possono al tempo stesso migliorare l’equità distributiva e stimolare la crescita. Penso all’estensione dei servizi di cura, sia quelli rivolti all’infanzia che agli anziani, e all’effetto che ciò avrebbe sulla partecipazione femminile al lavoro. Un aumento delle possibilità di lavoro per le donne porterebbe a un tempo a un aumento nell’eguaglianza dei redditi familiari e a una maggiore crescita. Penso al sostegno all’accesso alla casa e agli effetti sulla possibilità di lavoro giovanile. Penso infine (allargando l’attenzione rispetto alla spesa sociale in senso stretto) alla scuola, che può rappresentare insieme investimento capace di aumentare la dotazione di “capitale umano” e fattore di mobilità sociale.

Una parte rilevante della spesa pubblica, opportunamente orientata e calibrata, lungi dall’essere freno e impedimento, o magari un lusso che l’attuale fase di difficoltà non ci consentono di sostenere, rappresenta perciò un’opportunità, se non una vera e propria condizione necessaria, per riattivare la crescita.

Massimo D’Antoni da www.tamtamdemocratico.it

Consumatori o cittadini? Riflessioni sulla crisi a partire dal consumo (di Pierluigi Musarò)

Il dibattito sui temi posti dalla crisi economica globale, inaugurato da Aldo Bonomi e proseguito da Lapo Berti sul sito www.lib21.org  e ripreso da civicolab (http://www.civicolab.it/?p=2085 e http://www.civicolab.it/?p=2097) vede ora il contributo di Pierluigi Musarò, sociologo dei processi culturali e comunicativi.

Più che di crisi finanziaria e recessione economica dovremmo parlare oggi di crisi di paradigma, di un modello che fino a ieri non è stato in grado di coniugare crescita con equità, e che con l’attuale spostamento dell’asse mondiale della ricchezza verso i nuovi Paesi svela l’inadeguatezza teorica dell’economia dominante e della forma di governo che s’illude di gestirla. La crisi del rapporto tra capitale e democrazia, evidente nella stridente accumulazione di ricchezza e potere in poche mani private, ci costringe a ripensare sia l’idea di uno sviluppo appiattito sulla crescita, sia il ruolo del pubblico e delle attuali forme di gestione della cosa pubblica. Per quanto gli occupanti di Liberty Square a New York possano essere etichettati come massa senza coscienza di classe, un merito bisogna riconoscerglielo: l’aver messo in agenda il tema della disuguaglianza e la necessità di un cambiamento culturale. Quale? “New paradigm under construction, perdon the mess“, recita uno degli slogan in cui il sedicente 99% si riconosce.

A proposito dunque del tema sollevato da Bonomi su green economy e sobrietà dei consumi, inizierei col sottolineare che se ai tempi di Feuerbach l’uomo era ciò che mangiava, ai tempi di Bauman siamo quello che consumiamo. Ovvero, ciò che acquistiamo, usiamo e buttiamo via. Il consumo è divenuto l’elemento trainante e unificante che permea di sé luoghi e culture, socialità e bisogni individuali. Sotto la sua pressione la libertà individuale viene anteposta alla felicità pubblica, la città diventa una merce, la politica viene asservita all’economia. La modernità diventa «liquida», come scrive Bauman, secondo il quale la società attuale forma i propri membri come consumatori. Ma cosa significa oggi essere consumatori?

Dietro le merci che vengono vendute sul mercato e che riempiono la nostra esistenza quotidiana si celano valori e significati in grado di influire sul nostro immaginario, sulle relazioni sociali, sulla formazione dell’identità individuale e collettiva, sulla stessa organizzazione del territorio, che si struttura come luogo di consumo e di produzione. Le merci sono un concentrato del pianeta intero: provenienza delle materie prime, diritti dei lavoratori che le hanno estratte o lavorate, politiche messe in atto dall’azienda produttrice, l’insostenibilità dello smaltimento. Attraverso la biografia delle merci potremmo analizzare il processo di globalizzazione, al di là del vetro trasparente che le rende protagoniste scoprire ciò che l’uomo è capace di fare all’uomo stesso e alla terra che lo ospita. Dovremmo prenderne atto e rivedere i confini che hanno storicamente distinto il consumatore dal cittadino, l’acquirente dall’utente, il cliente dall’elettore. Se infatti fino a qualche decennio fa erano i mezzi di produzione a predominare, oggi la supremazia è passata ai mezzi di consumo, al punto che il centro commerciale ha rimpiazzato la fabbrica come struttura caratteristica dell’epoca. Il che non ci deve portare a condannarlo in toto riducendolo al consumismo, né a stigmatizzare i consumatori come soggetti passivi e facilmente manipolabili dai potenti strumenti del marketing. Piuttosto occorre comprendere che il consumo è un fenomeno diffuso della società globale, un’area esperienziale in cui convergono interessi diversi, prendono forma i conflitti, si agitano le passioni sociali. Per quanto rimanga funzionale alla produzione che, almeno in parte dirige e sostiene, occorre cogliere la dimensione culturale e politica del consumo, riconoscere a esso un ruolo fondamentale nel processo intersoggettivo di costruzione della realtà. In questo modo si riuscirà ad adottarlo come lente per un’osservazione delle interdipendenze planetarie a livello sociale, culturale, politico ed economico.

Il consumo, per dirla con Mary Douglas, è un’attività di produzione congiunta, con gli altri consumatori, di un universo di valori. Per quanto spesso condannate, le cose, come sostiene Bodei, ci inducono agnosticamente, ad innalzarci al di sopra dell’inconsistenza e della mediocrità in cui cadremmo se non investissimo in loro – tacitamente ricambiati – pensieri, fantasie e affetti. Ma per riuscire in ciò dovremmo amare di più le cose. Coscienti del fatto che nell’aldilà non potremo portarci dietro niente, perché come dice un proverbio tedesco «l’ultimo vestito non ha tasche», dovremmo fare dell’amore un antidoto al consumo rapido e momentaneo. Solo in questo modo, conoscendo di più le cose e riconoscendo in ogni cosa un nodo d’infiniti rapporti con l’intera natura sarà possibile apprezzare e amare di più il mondo. Già Heidegger descriveva La cosa (1976) esaltando la convergenza di relazioni all’interno della natura: «Nell’acqua che viene offerta permane la sorgente. Nella sorgente permane la roccia, e in questa il pesante sonnecchiare della terra, che riceve la pioggia e la rugiada dal cielo. Nell’acqua della sorgente permangono le nozze di cielo e terra. Questo sposalizio rimane nel vino, che ci è dato dal frutto della vite, nel quale la forza nutritiva della terra e il sole del cielo si alleano e si congiungono». Ma quanti di noi sono consapevoli di questa fitta trama di relazioni, di azioni e retroazioni? Quanti di noi identificano nelle cose intorno lo strumento per conoscere meglio se stessi e per prendersi cura del pianeta che ci ospita?

Tratto peculiare dell’attuale «modernità liquida» è la tendenza ad affidare il controllo sociale al mercato dei beni di consumo, sostituendo la repressione tipica della prima modernità con la nuova strategia della seduzione, ovvero di un controllo basato sul perenne stato di eccitazione che il mercato offre al consumatore. Un essere intrappolato nella spirale del capriccio che prende il posto del desiderio, che aveva a sua volta sostituito il bisogno. Sempre alla ricerca di una soddisfazione istantanea, il gioco del consumo accelera i ritmi della partecipazione, spingendo le attenzioni dei consumatori verso nuovi oggetti in arrivo.

Il consumo, e con esso la felicità, assume sempre più una natura «paradossale», dove la seduzione dei beni non solo non è più legata alla loro funzionalità, ma ineluttabilmente comporta una crescente indifferenza verso il bene comune. Siamo parte della civiltà usa-e-getta, la cui fuga in avanti avvicina sempre più l’impianto di produzione a quello di smaltimento, senza però preoccuparsi mai di metterli in contatto. L’uno non parla, l’altro non sente: noi tutti non vediamo. Al punto che il cosiddetto «secolo dei consumi» potrebbe benissimo essere rinominato «secolo dei rifiuti». Con l’aggravante che la civiltà moderna ha un vero e proprio rifiuto del rifiuto, giacchè tendiamo a rimuovere i rifiuti, fisicamente come mentalmente.

Per quanto possa suonare apocalittico o fuori moda, la mercificazione e l’eccesso appaiono le dimensioni che più caratterizzano l’attuale società. Al vuoto lasciato dalla crisi delle ideologie e dei valori si sostituiscono modelli sociali legati al consumo. Gli stessi principi del marketing e del consumo diventano le norme della società lasciando che settori tradizionalmente estranei a questa logica – scuola, sanità e politica – ne siano progressivamente coinvolti. Con l’avanzata della logica del consumo, il tema degli spazi pubblici e dei beni comuni diviene centrale, anche in vista del fatto che vengono oggi a ridefinirsi nel consumo le stesse categorie borghesi di pubblico e privato. Basti pensare a come l’espandersi del mercato provochi una crescente sostituzione della cultura pubblica da parte della cultura commerciale, al punto che il consumismo sembra essere il solo tipo di cittadinanza offerto. Che fare?

Dato che nel «biocapitalismo», come lo definisce Codeluppi, è la nostra intera vita che viene messa a valore, mi chiedo se, piuttosto che contrapporre la figura del consumatore a quella del cittadino, non sia più utile valutare la persona nella sua totalità, in quanto consumatore e al contempo produttore di valore, da non ridurre alla sola accezione economica. In altre parole: nel momento in cui il biocapitalismo ci trasforma tutti in “consumatori produttivi” o “lavoratori immateriali”, non permettendoci più di distinguere in modo netto il dentro dal fuori, il pubblico dal privato, l’interesse particolare da quello generale, non è proprio in questo momento che occorre coltivare la consapevolezza di quanto la funzione economica del consumatore coincida con la funzione etico-politica del cittadino?

Eppure, per quanto di questi tempi liberalizzazioni suoni come una parola magica, consumatore e cittadino restano due facce che difficilmente tendiamo a collocare sulla stessa medaglia. Probabilmente perché fatichiamo a capire il valore sociale e politico dei nostri atti di consumo. Non ci rendiamo conto che ciò che è possibile al singolo individuo non è più possibile per la collettività, poiché quando il livello del consumo medio aumenta, una porzione crescente del consumo stesso assume un aspetto sociale oltre che individuale. Come sottolineava oltre 40 anni fa Fred Hirsch, i limiti allo sviluppo sono sociali prima che fisici. Molti beni comuni sono infatti «beni posizionali», caratterizzati da un’offerta sostanzialmente rigida, che non può essere aumentata più di tanto nel tempo, perchè o essi scarseggiano in senso assoluto oppure in senso sociale, o ancora perchè il loro godimento è deteriorato dall’eccessivo affollamento nella loro fruizione (si pensi ad una spiaggia incontaminata o ad un bel paesaggio). Si tratta di beni e servizi a cui non tutti possono accedere, o almeno non tutti assieme, senza cioè contenderseli e privarsene a vicenda. Sarebbe dunque più opportuno esprimersi in termini di «valenza ambientale» o di «impronta ecologica», oltre che di PIL o valore economico, per comprendere il valore di una merce, la sua capacità di reintegrarsi nella comunità e nella biosfera, dopo la fase meramente antropica della sua produzione e del suo consumo.

Incapaci di trasformare i beni di consumo in opportunità di vita sembriamo destinati ad esser vittime di quel «paradosso dell’opulenza» secondo cui più cose consumiamo e meno siamo felici. Paradosso che vede un aumento dei beni posizionali allocati secondo la logica della commercializzazione e del privatismo, e una crescente diminuzione di quei beni che Donati definisce «relazionali», cioè di quei beni che possono essere prodotti soltanto insieme, che non sono frazionabili e neppure concepibili come somma di beni individuali. Sono questi i beni che più vengono intaccati dal neoliberismo attuale e dal consumismo individualizzante. Eppure sono proprio questi ad aumentare il nostro benessere. Se infatti distinguiamo tra utilità (proprietà della relazione tra le persone e le cose) e felicità (frutto del complesso di relazioni che intercorrono tra gli esseri umani), ci rendiamo conto di come quest’ultima non dipenda esclusivamente dalle merci e dai servizi che il denaro è capace di comprare, ma comprende altri beni (fiducia, amicizia, cultura, solidarietà, giustizia) che non sono in vendita, non transitano attraverso il mercato. Vi è dunque la necessità di rimettere in discussione il tipo di sviluppo che caratterizza la nostra economia e attivare, a partire dal territorio, quelli che Paltrinieri definisce «circoli virtuosi della responsabilità», ispirati da una sussidiarietà per il bene comune.

Se è vero che Respublica non indica una semplice proprietà comune, bensì l’essenziale di ciò che riguarda tutti, che merita di essere discusso in pubblico e, di conseguenza, fonda il senso di appartenenza dei cittadini alla propria comunità, occorre prendere atto che l’attuale società dei consumi implica il passaggio dalla prima cittadinanza (basata su diritti e doveri nei confronti dello stato) alla seconda cittadinanza (più incentrata su poteri e responsabilità all’interno di un mercato pervasivo). Passaggio che vorrebbe la tutela dei beni comuni alla base di una società più giusta e democratica, e soprattutto la necessità di un nuovo paradigma, con una visione planetaria dei problemi e un’attenzione lungimirante al futuro, privilegiando la biosfera anziché la geopolitica come terreno di analisi e come spazio reale entro cui contenere i consumi. Un paradigma capace di riconoscere come le nostre pratiche di consumo rappresentino più un atto politico che una scelta privata: uno strumento attraverso cui rispettare il pianeta e solidarizzare con quanti lo abitano, promuovere la democrazia e partecipare alla costruzione di un futuro più sostenibile. Green, appunto.

Pierluigi Musarò da www.lib21.org