La montatura del caso Boschi

Si riparla di conflitto di interessi. Viene invocato per mettere sotto accusa Maria Elena Boschi, ma si tratta di una pura montatura politica e mediatica che ha costruito dal nulla il caso Boschi. Vediamo perché. Innanzitutto la Boschi ha dichiarato più volte di non aver sollecitato interventi di favore per Banca Etruria che portassero benefici a lei stessa e a membri della sua famiglia. D’altra parte nessuno ha potuto menzionare un solo atto che smentisse questa affermazione. Il governo di cui faceva parte, invece, ha commissariato la banca e ciò ha provocato l’esautorazione del padre montatura falsitàdella Boschi colpito da più sanzioni pecuniarie da parte di Bankitalia e oggi indagato dalla magistratura. Lei stessa ha ricordato che la sua famiglia ha perso nella vicenda l’investimento che aveva fatto nelle azioni della banca (peraltro di bassa entità). Questi i fatti. Ma quali sono le regole in caso si presenti un conflitto di interessi?

Secondo le norme attuali c’è una diversa configurazione se si tratta di dipendenti pubblici o di politici che rivestono cariche di governo. Nel primo caso la legge (DPR n. 62 del 2013) prevede l’obbligo di astenersi:

«Dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi con interessi personali, del coniuge, di conviventi, di parenti, di affini entro il secondo grado. Il conflitto può riguardare interessi di qualsiasi natura, anche non patrimoniali, come quelli derivanti dall’intento di voler assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici»

montatura mediaticaUna più puntuale spiegazione della norma è contenuta in una deliberazione dell’Anac  del 2015. Il conflitto può insorgere quando il soggetto “è portatore di interessi della sua sfera privata, che potrebbero influenzare negativamente l’adempimento dei doveri istituzionali” per cui il soggetto deve astenersi ogni volta che si presenti “un collegamento tra il provvedimento finale e l’interesse del titolare del potere decisionale”.

Ciò che conta, sottolinea l’Anac, è che il conflitto di interessi non pregiudichi il principio di imparzialità. In ogni caso anche per i dipendenti pubblici si parla sempre di partecipazione all’adozione di provvedimenti amministrativi ovvero il conflitto di interessi deve manifestarsi non nella staticità di una situazione personale, ma collegandosi ad un’attività specifica del proprio ruolo.

Per i politici cui vengono attribuiti incarichi di governo la normativa è diversa. Si tratta della legge (cosiddetta “Frattini”) n. 215 del 2004. Si dispone l’astensione del soggetto in conflitto di interessi dagli atti che implichino l’adozione di provvedimenti. In particolare la norma prevede che sussista conflitto di interessi quando il titolare di cariche di governo partecipi all’adozione di un atto ovvero ometta un atto dovuto  purchè l’atto abbia un’incidenza “specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate …. Con danno per l’interesse pubblico “.

Banca EtruriaIn conclusione in tutta la vicenda Banca Etruria non emerge alcun atto di governo al quale Maria Elena Boschi abbia partecipato o che abbia omesso di compiere che possa aver arrecato un qualche vantaggio di qualche tipo ai suoi familiari. E dunque il caso Boschi si può qualificare come una gigantesca montatura politica e mediatica messa in piedi per colpire il Pd e favorire altre forze politiche, M5S in primo luogo. In particolare si tenta di mettere sotto accusa i governi Renzi e Gentiloni ai quali va, invece, il merito di aver tamponato le conseguenze più disastrose dei fallimenti per i risparmiatori.

A questo punto bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi va questa gigantesca opera di depistaggio mediatico che, come effetto indiretto, produce anche un disorientamento dell’opinione pubblica attirata in una polemica molto accesa, ma basata sul nulla. Tutto ciò oggettivamente, distrae l’attenzione dalle responsabilità gravissime già conosciute, ma emerse con chiarezza nella Commissione parlamentare di inchiesta. È appena il caso di ricordare che per qualcuno questo effetto indiretto è una manna dal cielo.

Claudio Lombardi

Mal di banche o crisi del sistema produttivo?

Come stanno le banche italiane? Al di là dei casi di Monte Paschi e delle quattro banche fallite quali sono le ragioni che fanno parlare di situazione critica per il sistema creditizio? C’è un’altra spiegazione oltre a quelle più semplici che vedono complotti o le attività frenetiche di bande di disonesti alla guida delle banche? Ci aiuta a capirlo Salvatore Rossi Direttore Generale della Banca d’Italia con un suo recente intervento del quale pubblichiamo alcuni stralci.

La crisi finanziaria globale ha radicalmente mutato il contesto nel quale operano le banche di tutto il mondo; fare banca oggi è assai più difficile di quanto non lo fosse prima della crisi. (…)

sistema-creditizioPer fare banca oggi occorre più capitale di un decennio fa e di una qualità tale da meglio assorbire le perdite che possono emergere durante la normale vita della banca. Questa non può più espandere la dimensione del proprio bilancio ricorrendo liberamente all’indebitamento, data l’introduzione di un limite al grado di leva finanziaria (…..)  Il secondo fattore di cambiamento, quello tecnologico, ha radici lontane, che precedono lo scoppio della crisi finanziaria globale. Ma è indubbio che proprio negli anni della crisi quei progressi, sulla spinta della diffusione esponenziale di internet, dell’incessante processo di digitalizzazione, del ricorso via via crescente alla moneta e agli strumenti di pagamento elettronici, abbiano registrato una formidabile accelerazione.

Nel caso dei servizi di pagamento – è l’esempio più evidente – fare banca oggi significa soddisfare la domanda dei clienti ovunque si trovino (nelle loro abitazioni, in treno, al bar, per strada), ovvero nei loro personal computer, nei loro tablet, nei loro telefoni. Tra il 2003 e il 2015 la quota dei bonifici disposti per mezzo di canali telematici (per telefono o via internet) è più che raddoppiata, dal 20 al 42 per cento. Viene così eliminato il limite all’offerta di questi servizi posto dalla distanza fisica tra la banca e il cliente: un modo completamente nuovo di competere. (…)

banca-onlineL’impatto dello sviluppo tecnologico sul mercato dei prestiti è per il momento meno forte (….) la stipula del prestito avviene ancora in quasi tutti i casi allo sportello. Tuttavia è solo questione di tempo: i progressi inesorabili nell’identità digitale e nella firma elettronica consentiranno ben presto di informatizzare interamente l’erogazione di un prestito (…) La reazione che ci si aspetta dall’industria bancaria, quindi anche dagli intermediari italiani, può essere riassunta da una metafora sanitaria: fare esercizio fisico e perdere peso al fine di recuperare agilità. Tradotta in linguaggio bancario, questa reazione si articola in diverse azioni. Accrescere, innanzitutto, la capacità di resistere a shock esterni, a turbolenze sui  mercati finanziari, in modo da continuare a sostenere l’economia anche in fasi avverse.

Ma anche dismettere le attività che non sono strettamente funzionali al mestiere della banca, così da concentrarsi sul core business; accrescere i livelli di efficienza e di produttività; utilizzare i risparmi di costo per aumentare gli investimenti, sia in tecnologia sia in formazione delle risorse. Si tratta, in altri termini, di cambiare il modello di attività (….) Un buon governo societario, che promuova efficaci sistemi di controllo dei rischi, assicuri efficienza nel processo di allocazione del credito, gestisca attentamente i conflitti di interesse, è condizione necessaria per intraprendere le misure che ho appena menzionato.

mercato-dei-capitaliSoprattutto, rende possibile un rapido accesso al mercato dei capitali nel momento in cui vi sia bisogno di reperire risorse fresche. In Italia negli scorsi anni sono stati adottati importanti provvedimenti di riforma della governance delle banche, in particolare di quelle cooperative. Con la trasformazione delle grandi popolari in società per azioni vengono meno le disfunzioni spesso associate all’eccessiva autoreferenzialità del management, conseguenza dell’uso distorto del voto capitario. La riforma delle Banche di Credito Cooperativo va pure nella direzione di consentire ove occorra il tempestivo ricorso al mercato dei capitali (….)

L’esperienza di questi ultimi anni, per molti versi dolorosa, non ha fatto altro che confermare l’ineluttabilità del processo di riforma. Che cosa succede ora? Il problema dei problemi delle nostre banche è la bassa redditività. Le banche italiane lo condividono con gran parte degli intermediari europei, per via delle deboli prospettive di crescita economica, dell’incremento della concorrenza, dell’eccezionale, ancorché temporanea, discesa dei tassi d’interesse. In Italia, tuttavia, il problema è particolarmente acuto e riflette anche l’elevato livello dei crediti deteriorati, lascito della lunga e profonda fase recessiva (….)

Occorre accelerare la razionalizzazione delle strutture organizzative centrali e della rete delle dipendenze sul territorio, in modo da riassorbire l’eccesso di capacità produttiva che si è determinato in questi lunghi anni di crisi. In non pochi casi saranno inevitabili interventi sul personale: si potranno utilizzare gli ammortizzatori sociali esistenti, ovvero il pensionamento anticipato finanziato dal fondo di solidarietà di settore, per il quale è stata recentemente ampliata la possibilità di utilizzo; ma, se necessario, occorreranno interventi ad hoc (….)

dimensione-impreseL’ammodernamento delle banche italiane non può essere valutato isolatamente dal resto dell’economia. Occorre tenere conto anche della struttura produttiva. Questa è, come è ben noto, estremamente frammentata. Secondo i dati dell’Eurostat relativi al settore privato non finanziario l’Italia, con 3 milioni e 800 mila imprese, supera di oltre mezzo milione di unità la Francia, di 1 milione e 500 mila la Germania. Secondo l’Istat – che arriva a contare in Italia 4 milioni e 300 mila imprese – il valore aggiunto complessivo proviene per circa il 30 per cento da microimprese e lavoratori autonomi, per un altro 30 da grandi imprese e per il restante 40 da aziende di media dimensione. In Germania e in Francia è assai minore il numero e la rilevanza economica delle piccole imprese e dei lavoratori autonomi e maggiore la quota di valore aggiunto prodotta dalle imprese più grandi. La predominanza di imprese molto piccole, che pure in passato sono state un importante elemento di flessibilità produttiva, limita oggi la capacità di innovazione, di internazionalizzazione, di adozione di pratiche manageriali moderne.

La quota di imprese che svolgono continuativamente all’interno attività di ricerca e sviluppo è inferiore al 20 per cento tra le piccole, sale al 50 per cento tra le grandi (….) Nel confronto con gli altri principali paesi europei l’Italia spicca per la percentuale molto elevata di imprese in cui tutto il management – e non solo l’amministratore delegato come accade altrove – appartiene alla famiglia proprietaria: in queste imprese prevalgono metodi gestionali tradizionali che non incentivano l’innovazione tecnologica e organizzativa e soprattutto all’internazionalizzazione produttiva (….)

produttivita-italiaDi tutto questo risente la produttività aggregata dell’economia, misurata dal valore aggiunto per addetto: prima di tutto per un mero effetto di composizione, visto che, per ovvie ragioni tecnologiche e organizzative connesse con la possibilità di sfruttare economie di scala e di scopo, è naturale che l’efficienza produttiva aumenti con la dimensione aziendale. In Italia la produttività delle microimprese è, in termini nominali, pari a poco più di un terzo di quella delle grandi. A frenare ulteriormente la produttività concorre un altro aspetto assolutamente degno di nota: le nostre numerosissime piccole imprese sono mediamente molto meno efficienti delle analoghe aziende europee, mentre ciò non accade per le imprese medio-grandi. Un problema specifico concerne le start-up, che in molti paesi avanzati sono il motore fondamentale della crescita. Le imprese che nascono nel nostro paese non sono solo mediamente più piccole che altrove – la media è leggermente inferiore a 5 dipendenti nella manifattura e a 3 nei servizi, contro valori doppi in Francia e nel Regno Unito – ma faticano ad espandersi.

Quando hanno successo crescono a tassi molto bassi e per un periodo limitato, in media inferiore ai due anni. Negli Stati Uniti continuano invece a crescere in media per dieci anni, raggiungendo così dimensioni che le mettono presto in grado di competere alla pari con le imprese mature più grandi. Questa fotografia del sistema produttivo italiano è fonte di grande preoccupazione. Può rivelarsi una leva per innalzare il potenziale di crescita della nostra economia, ma allora occorre abbandonare la prospettiva statica e ragionare in chiave dinamica, comprendere che cosa freni la crescita dimensionale delle imprese e cercare di rimuovere gli ostacoli. E’ un dibattito fatto mille volte. La conclusione oscilla fra l’addossare la responsabilità principalmente agli imprenditori e al loro ritardo culturale e il darla invece ai vincoli esterni, “al sistema” come si usava dire un tempo: il fisco, la burocrazia, l’istruzione, le banche, e così via. Ognuno di noi ha il suo colpevole preferito, ma nessuno può negare che tutti questi fattori siano compresenti. Bisognerà agire su tutti se si vorrà salvare la nostra economia da un destino di progressiva perdita di rilevanza nel mondo delle produzioni.

prestiti-alle-impreseLa struttura produttiva e quella finanziaria sono in Italia adeguate l’una all’altra? Si, ma per la ragione sbagliata. Entrambe sono troppo sbilanciate a favore del credito bancario. La finanza delle imprese fa troppo conto sul debito, e troppo di questo è bancario. Il rovescio della medaglia è che la struttura finanziaria italiana è dominata dalle banche, che sono comunque frammentate anch’esse. Poche evidenze servono per mostrarlo. In tutte le categorie dimensionali le imprese italiane sono più indebitate che nella media dell’area dell’euro, in misura crescente dalle grandi alle piccole e piccolissime. Nella composizione dei debiti finanziari delle nostre imprese si nota l’assoluta anomalia italiana, con i prestiti bancari di gran lunga prevalenti, più che in qualunque paese o area del mondo avanzato. Il capitale di rischio latita da noi.

Ma per espandersi, per conquistare nuovi mercati, per innovare, le imprese hanno bisogno di capitale di rischio, che è lo strumento principe per finanziare investimenti dal rendimento elevato ma incerto (….)

Almeno per le imprese di più grande dimensione c’è un ovvio strumento di finanziamento esterno diverso dal prestito di una banca: emettere obbligazioni. Dallo scoppio della crisi finanziaria, in effetti, la quota di debito delle grandi imprese italiane rappresentata da obbligazioni è salita. Da questo punto di vista l’Italia non si discosta eccessivamente dagli altri paesi dell’area dell’euro. Il discorso è radicalmente diverso per quanto riguarda le imprese di media dimensione: per esse il debito obbligazionario resta del tutto marginale. Potrebbero esserci margini di miglioramento, anche in questo caso legati a politiche pubbliche (….)

piccole-impresePer le imprese di piccola e piccolissima dimensione il problema di trovare un’alternativa al credito bancario è ancora più intricato. Per molte di loro la piccola dimensione si associa con una più elevata rischiosità. (…) Alla frammentazione delle nostre imprese, fenomeno antico, la crisi di questi anni ha aggiunto in Italia una notevole polarizzazione del sistema produttivo, anche se questa in parte riflette la scala dimensionale. A un estremo vi è un gruppo di buone, in qualche caso eccellenti, imprese, molto profittevoli, collocate sulla frontiera tecnologica mondiale, fortemente esportatrici se sono manifatturiere. Hanno dimensione varia, anche piccola, ma sono prevalentemente medio-grandi. Anche quelle più grandi hanno comunque una dimensione aziendale piccola nel confronto internazionale. All’altro estremo troviamo aziende che la crisi ha messo in seria difficoltà; molte sono fallite, molte lo sono quasi. Anche in questo caso la loro dimensione è varia, ma la piccola o piccolissima scala prevale; quindi le aziende in questa categoria sono tante, anche se producono una quota men che proporzionale di valore aggiunto. In mezzo c’è una zona grigia.

La dimensione prevalente è quella media. Sono a volte aziende in difficoltà ma non prossime al fallimento, con un potenziale almeno in parte inespresso. In altri casi sono aziende di successo, anche su scala internazionale, ma che mancano della capacità manageriale e delle risorse finanziarie per fare un salto di qualità significativo: cambiare assetti tecnologici, adottare le migliori pratiche manageriali, ampliare la gamma dei propri prodotti, allargare lo spettro di azione verso i mercati mondiali più dinamici. Le imprese al primo estremo cominciano a voler fare a meno delle banche, o almeno fanno valere la propria buona reputazione e, anche quando vogliono seguitare a servirsi delle banche, fanno agire pienamente la concorrenza servendosi della pratica ultradecennale del multiaffidamento. Le banche spesso le inseguono. Le imprese all’altro estremo si vedono oggi rifiutare il credito. Giustamente, aggiungo, anche se con preoccupazione.

fallimento-aziendeQuando le vacche erano grasse e i legami localistici o politici delle banche con la clientela erano più forti e più opachi, era più facile occultare la cattiva gestione di alcuni intermediari nel selezionare i debitori; ora è sempre più difficile. Il punto dolente sono le imprese della categoria intermedia, la zona grigia. Sono capaci le banche di intravedere il potenziale inespresso di molte di queste imprese, andando al di là delle loro temporanee difficoltà? Sono capaci, una volta che lo abbiano individuato, di aiutare le imprese a esprimerlo, questo potenziale? E anche se ne sono capaci, le nuove regole e i nuovi supervisori a cui le banche sono assoggettate consentono questo mestiere di investigazione e di supporto o si affidano esclusivamente e meccanicamente ai rating, esterni o interni? Ogni perplessità è lecita

La crisi delle banche e i salvataggi bancari

A dicembre la crisi di quattro banche regionali dell’Italia centrale è stata risolta facendo pagare il prezzo ad azionisti ed obbligazionisti; in questi mesi un fondo finanziato da banche private e con garanzia statale sta cercando di traghettare due banche venete alla quotazione. Tali interventi recepiscono la nuova normativa europea che vuole limitare se non vietare l’iniezione di denaro pubblico nel settore bancario, ma sono anche dettati dal fatto che lo Stato italiano non può regalare un paio di centinaia di miliardi al settore bancario come hanno fatto Gran Bretagna, Germania e altri paesi europei qualche anno fa .

vigilanza banche BCELa ricetta di Bruxelles per le banche si fonda si tre capisaldi: 1) la vigilanza da parte della BCE e non delle banche centrali nazionali sulle banche commerciali europee o almeno di quelle più grandi; 2) il cosiddetto bail in, ovvero la limitazione dell’impiego di risorse pubbliche nei salvataggi bancari, con l’imposizione di far pagare il conto ad azionisti,  obbligazionisti e grandi correntisti prima di usare soldi dei contribuenti; 3) una garanzia europea dei depositi fino a centomila euro. Il principio che le banche siano vigilate dalla BCE è stato quasi universalmente accettato, è  quasi universalmente contestato il fatto che non esista ancora una garanzia europea sui depositi. E’ invece il bail in a dividere l’opinione pubblica e gli esperti.

Quando fu votata la nuova normativa europea sui salvataggi bancari (per essere precisi il provvedimento parla di risoluzione di crisi bancarie) la politica e gli economisti italiani sollevarono ben poche obiezioni. Oggi diverse figure con ruoli istituzionali, come il governatore di Bankitalia Visco affermano di avere lanciato per tempo allarmi circa gli effetti perversi del bail in. Io non ricordo prese di posizione nette sul tema. Mi sorprende molto il fatto che qualche anno fa ci furono poteste contro un prestito pubblico a Monte Paschi ed oggi ci sono proteste perché si minimizza l’impiego di risorse pubbliche. Credo che molti non hanno ancora compreso che i rischi bancari, ed ancor di più i dissesti, non possono essere fatti sparire con un provvedimento di legge, la legge se fatta bene può al massimo stabilire chi deve accollarsi rischi e debiti. Non esistono in merito cure prive di controindicazioni.

approvazione bail inQualcuno etichetta il bail in come un provvedimento punitivo imposto dai tedeschi, illogico e antisociale. In realtà i tedeschi sono stati i primi ad utilizzarlo con il salvataggio di Commerzbank ed economisti con posizioni assai diverse come il liberale Raghuram Rajan, governatore della banca centrale indiana ma con una lunga esperienza negli Stati Uniti o il socialdemocratico Stiglitz, affermano che spesso è necessario salvare banche, per questioni di stabilità del sistema economico, ma che, per le stesse ragioni (oltre che per equità) non è opportuno salvare il management, gli azionisti e gli obbligazionisti delle stesse banche. Il drammatico tracollo di Lehman Brothers e di altri giganti della finanza è stato causato anche dall’assunzione di grossi rischi nella convinzione che il governo non avrebbe mai lasciato fallire una grande banca.

Il bail in per ragioni di efficacia non può essere limitato a titoli di nuova emissione, ma è giusto che vengano perseguiti i professionisti e le istituzioni che hanno venduto titoli rischiosi ad investitori non professionali alterando la percezione del rischio di tali titoli.

educazione finanziariaDa più parti leggo che serve investire in educazione finanziaria. Certo è bene spiegare ai piccoli risparmiatori almeno i concetti base della finanza, bisogna per esempio far capire a chi negli anni settanta portava a casa tassi del 20% che con l’inflazione zero anche un tasso del 6% implica l’assunzione di un certo livello di rischio e bisogna vietare le pubblicità che in un mondo a tasso zero promettono rendimenti senza rischi, ma i consumatori non possono certamente giocare una partita alla pari con chi per professione si occupa di finanza. Un risparmiatore per valutare il profilo di rischio di un investimento dovrebbe essere in grado di comprendere le caratteristiche di prodotti finanziari anche complessi, avere pieno accesso ad informazioni che, soprattutto se riguardano società non quotate, non sono pubbliche, verificare la veridicità delle affermazioni e la plausibilità delle previsioni del management. E’ chiaro che l’educazione finanziaria non basta.

Più realistico è pensare di limitare i rischi che possono assumere sia i piccoli risparmiatori che le banche.

piccoli risparmiatoriSul fronte piccoli risparmiatori da anni con diverse direttive (Mifid e Mifid 2) le istituzioni europee impongono alle banche una profilazione degli investitori sulla base delle loro competenze. L’assegnazione di un profilo basso limita la possibilità di una banca di vendere ad investitori poco qualificati titoli rischiosi. Si tratta di validi principi che però devono essere attuati con più efficacia. Dopo i recenti tracolli non pochi hanno invocato il divieto di vendita al dettaglio di obbligazioni subordinate. Non ho nulla in contrario a limitare determinati prodotti ad investitori qualificati, è bene fare attenzione però che questi prodotti non vengano poi impacchettati in strumenti finanziari considerati meno rischiosi come avveniva con i mutui subprime. Non bisogna fare grandi esercizi di ingegneria finanziaria, se la soluzione pensata è quella di vietare la vendita di titoli complessi allo sportello, vi è una facile via di elusione: creare un’istituzione finanziaria che si riempia di titoli complessi e poi emetta azioni e obbligazioni semplici. Infine bisogna tener presente che limitare i rischi che un risparmiatore assume significa necessariamente limitare il rendimento atteso.

rischi bancariRimane quindi il fronte della regolamentazione dei rischi che una banca può assumere, fermo restando che il fallimento di quattro banche locali italiane è ben diverso da quello di Lehman Brothers, che le banche italiane sono orientate verso attività tradizionali e che qualche media banca italiana è finita in dissesto non per speculazioni su derivati, ma per un management inadeguato e per il collasso del tessuto economico del loro piccolo bacino di riferimento. Occorre riaprire il cantiere delle riforme del settore bancario, perché la risposta europea alla crisi del sistema finanziario dello scorso decennio è stata ampiamente sottodimensionata e limitata all’allentamento dei legami tra rischio bancario e rischio sovrano. Occorre tornare a parlare del difficile equilibrio tra concorrenza e stabilità nel settore bancario; le banche non possono essere troppo grandi per fallire, ma nemmeno troppo piccole per pagare lo stipendio ad un amministratore delegato ed ad un consiglio di amministrazione. Occorre poi rimodulare la blanda normativa varata dalla Commissione Europea e integrata da Bankitalia sui compensi dei manager, occorre trovare una soluzione ai conflitti d’interessi delle agenzie di rating, occorre riaprire il cantiere dalla Volcker rule, ovvero arrivare ad una normativa che stabilisce quali rischi può assumere una banca commerciale che in ogni caso  beneficia di una garanzia statale implicita, perché chi da’ i soldi ad una banca commerciale sa che se le cose vanno male lo Stato correrà a salvarlo.

Salvatore Sinagra

Europa e Stati Uniti di fronte alla crisi

Un interessante articolo sul Sole 24 Ore a firma di Alberto Quadrio Curzio mette in luce le grandi differenze nella risposta alle crisi finanziarie e bancarie tra Europa e Stati Uniti. Di seguito ampi stralci. “Le Istituzioni della Ue e della Uem … progettano per la crescita, ma operano per il rigore. Gli Usa hanno fatto l’opposto operando in velocità con interventi pubblici dalle grandi conseguenze economiche……

crisi EuropaRecessione e ripresa
La ripresa degli Usa è nata dalla rapidità e dall’entità del contrasto alla crisi con due interventi associati al quantitative easing. Il primo,varato già il 3 ottobre 2008 dal Governo Usa, è il Tarp (Troubled Asset Relief Program) per acquistare i titoli “spazzatura” dalle banche ripulendone i bilanci. Il programma di iniziali 700 miliardi di dollari consentì al sistema bancario Usa di riprendersi presto e di erogare credito. Al contrario nella Uem, i salvataggi e le pulizie bancarie sono state frammentate nazionalmente (talvolta occultamente tramite salvataggi a Stati come Irlanda, Portogallo e Grecia anche per soccorrere banche tedesche e anche francesi) e lentamente. I Paesi grandi più fragili sia pure per ragioni diverse (la Spagna per la bolla immobiliare, l’Italia per il debito pubblico) si sono trovati di fronte ad una scelta: entrare in un programma di risanamento bancario finanziato dal fondo europeo Esm a condizione di essere vigilati dalla cosiddetta ”troika”(scelta, giusta, della Spagna); cavarsela per conto proprio (scelta, sbagliata, dell’Italia). Ciò accadeva nel 2012-13 (cioè quattro anni dopo il Tarp Usa) quando la crisi aveva già colpito l’economia reale fiaccando molte imprese e quindi banche che le avevano affidate. Quando l’Unione Bancaria ha cominciato a funzionare nel novembre 2014 (cioè due anni dopo l’annuncio datone nel Consiglio del giugno 2012!) per sciogliere il legame banche-debiti sovrani, la situazione del sistema bancario europeo era diventata molto disomogenea svantaggiando nettamente soprattutto l’Italia ma anche tutta la Uem le cui banche andavano ripulite e ricapitalizzate in modo equilibrato.

recovery act UsaIl secondo intervento per contrastare la crisi americana è il “Recovery Act” adottato dal Governo nel 2009 con 850 miliardi di dollari investiti in infrastrutture materiali e immateriali e per sgravi fiscali a cui è seguito un altro piano da 500 miliardi di dollari per opere pubbliche lanciato nel 2015. Non è dunque solo il mercato del lavoro più snello e la maggiore flessibilità della economia Usa che ha facilitato l’uscita dalla crisi ma anche un potente intervento pubblico (Tarp e Recovery) che ha portato il debito sul Pil dal 64% del 2007 al 104,8% del 2015 ma anche la disoccupazione che dal 4,6% del 2007 è balzata al 9,6% del 2010 ma è già ridiscesa al 5,2% nel 2015

Nella Ue il Piano Juncker per gli investimenti ,annunciato più di un anno fa, incomincia a muoversi adesso. Parte sei anni dopo il “Recovey” Usa con cifre minime e cioè 21 miliardi di euro che a regime dovrebbero mobilitare 315 miliardi di investimenti delle imprese e nelle infrastrutture …… Intanto la Uem non si può rallegrare per un debito sul Pil che dal 65% del 2007 è salito solo al 93,6% del 2015 perché i 10 punti in meno rispetto a quello Usa sono pagati dalla disoccupazione che dal 7,5% del 2007 è salita all’11% del 2015.

Il Governo europeo
La democrazia europea ……… è diversa da quella americana …. ma non può reggere senza un Governo dell’Eurozona. A questo mira il progetto dei “quattro presidenti” (del Consiglio e della Commissione europea, dell’Eurogruppo e della Bce ai quali si è aggiunto ora il Presidente del Parlamento) per «Completare l’Unione economica e monetaria». Il progetto, presentato nel giugno del 2012, è stato revisionato in molti Consigli Europei. Qualche parte è stata attuata. Il più rimane da fare per una governance economica e di bilancio più efficace per stimolare la competitività, la convergenza e la sostenibilità; per la rappresentanza esterna della zona euro per rispecchiare meglio il suo peso nell’economia mondiale; per l’Unione bancaria per aumentare la stabilità finanziaria nella zona euro”.

Tratto dal Sole 24 Ore del 20 dicembre 2015