Il Presidente della stabilità. Che non basta più

Napolitano e la stabilitàNapolitano si dimette e conclude nove anni nella carica di Capo dello Stato. Tanti i giudizi finali e molte di più le polemiche che hanno accompagnato il suo mandato. L’accusa più infondata e, tutto sommato, stupida è che egli abbia abusato dei suoi poteri andando oltre i limiti costituzionali. Ciò, semplicemente, non è mai avvenuto dato che le scelte di sciogliere oppure no le Camere, di nominare un Presidente del Consiglio piuttosto che un altro, di firmare le leggi ed altro sono sempre avvenute nel rispetto delle prerogative costituzionali del Capo dello Stato.

Napolitano non ha mai nascosto la sua preferenza per le larghe intese e per la stabilità che evitasse elezioni anticipate e traumi per un Paese fragile ed esposto agli attacchi dei mercati finanziari, ma non avrebbe mai potuto imporre la sua volontà contro i partiti. È singolare che le critiche lo colpiscano per scelte che sono sempre state sostenute da maggioranze parlamentari. Fu così, per esempio, col governo Monti quando Pd e Pdl innanzitutto accettarono di far parte della maggioranza parlamentare e nessuno chiese nuove elezioni. Sarebbe bastato che il Pd si fosse impuntato e il governo Monti non sarebbe mai nato. E fu così per il governo Letta che seguì la sciagurata vicenda delle votazioni per il Presidente della Repubblica. Qualcuno si spinse, allora e lo va ripetendo anche adesso, a dire che Napolitano avrebbe tramato per farsi rieleggere. Una fesseria colossale. È proprio vero che lo stupido guarda il dito e non la luna che sta indicando.

attacchi a NapolitanoContro Napolitano si sono scatenati attacchi esagerati e persino isterici che, stranamente,  si sono rivolti con toni più moderati alle forze politiche protagoniste delle scelte di governo la cui responsabilità veniva scaricata quasi per intero sulle spalle del Presidente.

Napolitano è diventato, a un certo punto, il parafulmini su cui scaricare tutte le frustrazioni di un sistema malato e di partiti incapaci di assolvere alla loro funzione.

Che lui sia sempre stato per una stabilità fatta di diplomazia, prudenza, conservatorismo degli equilibri raggiunti nello status quo è cosa arcinota. La figura di Napolitano è sempre stata quella dell’uomo di stato e non di partito. Più che leader politico è stato uomo delle istituzioni e ha rappresentato nel percorso del comunismo italiano un approccio riformatore lento, progressivo, rispettoso delle compatibilità e delle gerarchie. Il medesimo approccio che ha portato nei suoi incarichi istituzionali. Inoltre, sia come leader politico che come uomo di stato, ha sempre avuto ben presenti le molteplici dimensioni della presenza italiana in Europa e nel mondo che dovevano fare i conti con un’arretratezza storica ed un’immaturità di lento recupero. Forse per questo ha sempre diffidato dai “salti” e dai traumi per superare gli ostacoli e abbreviare i tempi preferendo la lentezza alla velocità, la cautela all’azzardo.

ruolo dei partitiCome Presidente della Repubblica avesse avuto intorno forze politiche determinate e in grado di assumere la guida del Paese avrebbe svolto con più serenità la sua funzione di riequilibratore e di moderatore. Gli è toccato, invece, supplire all’incapacità dei partiti e lo ha fatto nell’unico modo possibile per la sua storia e per le funzioni che svolgeva. Non si può imputare a lui ciò che è andato storto in questi anni di vuoto di leadership politica. Per questo chi se la prende solo con lui non si rende conto di coprire i veri responsabili dei guai che stiamo passando.

Ciò detto bisogna anche dire che la stabilità non può più essere il progetto politico su cui basare il cambiamento. E la prudenza e l’equilibrio che può esprimere un Capo dello Stato non possono diventare l’orizzonte in cui si chiude il governo dell’Italia. E’ sperabile che non sia eletto un nuovo Napolitano o che, almeno, i partiti riprendano a svolgere la loro funzione di guida politica del Paese senza ripresentarsi in stato confusionale a rimettere le scelte politiche nelle mani del Presidente della Repubblica chiunque egli sia.

Napolitano si dimette non solo per l’età eccezionalmente avanzata, ma anche perché ha compiuto la sua funzione, ha fatto il suo tempo ed oggi occorre un cambiamento

Claudio Lombardi

La forza riformatrice della cittadinanza attiva (di Angela Masi)

riforme tappabuchiLa parola “riforme” è diventata un tappabuchi per politici in fuga o a corto di idee. Per ogni difficoltà la risposta è sempre “riforme”; quando poi si aggiunge “costituzionali” allora si raggiunge l’apoteosi dei riti misterici perché non si capisce quale magia debbano portare queste benedette riforme costituzionali. Ci sono riforme (o meglio cambiamenti) che procedono nei fatti con poco clamore e tanta sostanza. Quella della cittadinanza attiva è fra queste ed è già partita.

“Negli ultimi anni assistiamo a sempre maggiori manifestazioni di indignazione e protesta contro gli abusi e la corruzione di tanti esponenti della politica. Dietro la degenerazione morale e culturale dei partiti risiedono, in quasi tutti i Paesi dell’Occidente, ragioni profonde, strutturali di crisi degli istituti della rappresentanza politica” […]Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi che, da 25 anni a questa parte, stanno lavorando per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione”.

intreccio di partecipazioneApre così il suo ultimo libro (“La forza riformatrice della cittadinanza attiva”) Giuseppe Cotturri, docente di Sociologia della politica e di sociologia giuridica dell’Università di Bari, già presidente onorario di Cittadinanzattiva onlus e direttore di “Democrazia e diritto”, pubblicazione del Crs (Centro per la riforma dello stato).

Un intento politico-culturale preciso anima il libro:

  • mostrare che i soggetti sociali “minori” (le organizzazioni del terzo settore) non sono irrilevanti per la politica e la storia del Paese;
  • far apprezzare le tante innovazioni istituzionali e giuridiche che, grazie al loro agire, sono intervenute nella nostra democrazia;
  • rompere il muro di autoreferenzialià che si sono costruiti i partiti e spezzare la loro convinzione di poter disporre come meglio credono della Costituzione;
  • dimostrare la distruttività dei tanti tentativi di riforme “dall’alto” (ultimo espediente, le commissioni di “saggi”, che certificano solo l’espropriazione del Parlamento).

democrazia dei cittadiniUno dei paradossi del trentennale dibattito italiano sulla riforma della politica è che, nel declino e nella deriva del sistema dei partiti, la crescita umana e la partecipazione in forme molecolari di autonomia dei cittadini hanno assicurato la tenuta del Paese in crisi (sostituendo il sistema di welfare al collasso) e per questo possono essere un punto di riferimento per la ripresa e lo sviluppo.

Secondo Cotturri “…nella Costituzione italiana la parola Repubblica è la più estesa e comprensiva. Non identifica solo lo Stato, o l’insieme degli apparati pubblici. Con essa si richiamano anche tutti i soggetti che animano la vita collettiva e concorrono a costituire la organizzazione economica sociale e politica della comunità nazionale: le famiglie, le associazioni, i sindacati, le imprese, i partiti. I cittadini e il popolo. Gli “enti intermedi” e le istituzioni. Tutte le persone e tutti i poteri sono chiamati a impegni di solidarietà. […] Coralità e partecipazione, pluralismo e interazioni, responsabilità diffuse e condivise, ciascuno al suo livello e secondo le sue possibilità: un universo ricco di identità tradizioni e speranze di futuro”.

coinvolgimento cittadiniIl 2001 rappresenta, dal punto di vista della partecipazione civica, un anno di svolta e di legittimazione costituzionale. “Ha fatto ingresso nella costituzione, con revisione del Titolo V (art. 118) poi confermata nello stesso anno da referendum popolare, una inedita nozione di cittadinanza attiva, diversamente “irruenta” e ottimista: è stato riconosciuto alle soglie del nuovo millennio che i cittadini hanno capacità e potere di realizzare per autonoma iniziativa l’interesse generale. La lingua degli obblighi è stata dunque affiancata e sopravanzata da formule appartenenti al linguaggio delle libertà. Libertà positiva, di fare. Gruppi minoritari, o addirittura singoli cittadini, possono quindi produrre o preservare beni comuni, realizzare interessi generali.[…]L’espressione cittadinanza attiva dunque ha acquistato in Italia il preciso significato di un fare utile alla comunità cui le istituzioni devono prestare attenzione e sostegno, portando a compimento un percorso di empowerment di iniziative civiche dal basso, da cui sono derivati revisione costituzionale e già prima le tante misure giuridico-politiche che dagli anni Novanta leggi nazionali e regionali hanno rivolto al cosiddetto Terzo Settore. La tendenza è comune ad altri paesi democratici. Ma in Italia ci sono peculiarità che non sono da sottovalutare: anzi per certi aspetti l’esperienza civica del nostro paese ha fatto da battistrada in Europa per la conquista di poteri della cittadinanza organizzata”.

Insomma, c’è un cambiamento in atto e i cittadini ne sono protagonisti. Se il sistema partitico, in profonda crisi, non sembra più offrire efficaci soluzioni ai problemi di interesse generale, la spinta rinnovatrice viene dalla cittadinanza attiva. Un cambiamento che, per come si presenta non è sicuramente una situazione di passaggio, ma una nuova forma di democrazia.

Angela Masi

Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (prima parte)

Dall’antipolitica alla partecipazione. Ne parliamo con Andrea Ranieri già assessore al comune di Genova, senatore, dirigente sindacale e ora animatore di Left.

andrea ranieriAltro che antipolitica: alla fine si è dovuto ammettere che il dato cruciale di questi anni è la fortissima spinta alla partecipazione che è emersa in tanti modi e che si esprime oggi anche con la mobilitazione di militanti ed elettori del Pd che si battono per il rinnovamento di quel partito. Quando si parla di partecipazione, però, si abbraccia uno spettro di rapporti e di soggetti diversi perché c’è una partecipazione che riguarda i militanti di un partito verso i vertici, c’è la partecipazione rivendicata da associazioni e movimenti che vogliono essere coinvolti nelle scelte politiche e c’è un ulteriore livello che tocca i singoli cittadini nei confronti delle amministrazioni ed istituzioni pubbliche. Ci aiuti a dipanare questa matassa?

In realtà i tre aspetti che tu citi sono molto interconnessi fra loro. E anche ciò che sta accadendo nel Pd ha risvolti che interessano tutti. In generale la discriminante che emerge dal dibattito è tra quelli che pensano che il problema fondamentale di questo paese sia la carenza di autorità (di qui la concentrazione sui diversi modi – il presidenzialismo per esempio – per abbreviare i processi decisionali e per dare stabilità alle strutture di potere) e quelli che pensano che il problema fondamentale dell’Italia sia una crisi di democrazia e di partecipazione. Io sostengo che questa sia la vera spiegazione e vedo che lo sostengono anche Barca e Civati (unico a dirlo tra i candidati alla segreteria del Pd!).intreccio di partecipazione

Ora, ci saranno da fare anche cose per rendere più spedite le decisioni e la loro attuazione, ma noi viviamo in un mondo in cui nessuno può pensare di avere le conoscenze e il sapere per decidere da solo anche se siede al vertice delle istituzioni. Nelle realtà sociali, dentro alle esperienze di cittadinanza attiva c’è anche il sapere necessario per governare. Il problema della governabilità del Paese o si pone in questi termini cioè utilizzando le competenze e i saperi che sono diffusi nella società in forme associative e in forma individuale (cioè tra le associazioni e tra i singoli cittadini) oppure questo Paese non è governabile.

democraziaQuesta discriminante va a toccare tutti i tipi di partecipazione ed io affermo che il dibattito interno al Pd (che poi tanto interno non è) ha immediatamente un risvolto nel tipo di stato e di democrazia che si pensa per tutti.

Io penso, quindi, che sia necessario cominciare ad elaborare proposte serie di democrazia partecipativa e mettere a punto strumenti di democrazia deliberativa. Per fare un esempio concreto: io trovo incredibile che sulle grandi opere in Italia non ci sia una legge come quella francese che rende obbligatorio il dibattito pubblico (le débat public alla francese). Io quando ero assessore a Genova l’ho fatto sulla Gronda autostradale pur in assenza di una legge. Noi come comune abbiamo nominato solo il presidente di una commissione neutra e abbiamo scelto una personalità che non fosse genovese e che non avesse competenze urbanistiche, bensì sulla democrazia deliberativa. Abbiamo scelto Luigi Bobbio che poi ha formato una commissione assolutamente in autonomia. Questo è un piccolo esempio delle possibilità e delle difficoltà perché non c’era e non c’è una legge a cui far riferimento.

democrazia dei cittadiniTra le difficoltà ci metto un solo esempio: l’opzione zero non era possibile metterla nel dibattito perché l’opera era già stata approvata dal governo, dal Cipe, dalle istituzioni locali precedenti. In questo caso il dibattito pubblico lo puoi fare solo se il soggetto che ha già ricevuto l’incarico di realizzare l’opera è disponibile a farlo.

Molto meglio sarebbe se ci fosse una legge che rendesse obbligatorio il dibattito prima di deliberare l’opera, prima che il progetto parta. Probabilmente se ci fosse stata una legge così la discussione sulla Tav sarebbe stata un’altra cosa. Ecco io credo che su questo ci possa essere un primo impegno delle forze politiche. Avere una legge eviterebbe che la partecipazione diventasse un optional delle attività delle amministrazioni secondo il noto schema “chiamo le associazioni, le informo e poi ce ne andiamo tutti a casa contenti”.

crisi politicaContenti perché ci si è legittimati a vicenda. L’ultima fase della concertazione è stata così: strutture in crisi di rappresentatività, Confindustria e sindacati, venivano legittimate dal fatto che venivano sentite dal governo e il governo si sentiva legittimato a decidere dal fatto che le aveva sentite. Bisogna superarla ‘sta cosa e davvero costruire modalità diverse e articolate che diano la parola ai cittadini. Questa è una cosa difficile. Io che ho fatto l’esperienza del dibattito pubblico le ho conosciute le difficoltà.

Per esempio i partiti in un dibattito pubblico in cui l’amministrazione non prende una posizione a priori sono assolutamente spiazzati perché gli levi la possibilità di accreditarsi come quelli che portano verso le amministrazioni le istanze dei cittadini. Spesso questo spiazzamento è sentito anche dai militanti, magari perché sono amici dell’assessore o del consigliere comunale. Molto più difficile è dire “andiamo al confronto con i cittadini senza avere una posizione politica predefinita”. Quando ci ho provato da assessore mi trovavo continue richieste di fare riunioni di partito per decidere quale era la linea del partito.

È difficile rendersi conto che questa cosa annulla il dibattito pubblico e trasforma la partecipazione in qualcosa di pilotato o di concesso e si rimane sempre dentro ai circuiti della vecchia politica in cui i cittadini non diventano mai protagonisti.

(A cura di Claudio Lombardi)

A cosa serve un partito secondo Fabrizio Barca (di Andrea Declich)

Della memoria di Barca intitolata “Un partito nuovo per un buon governo” si possono dire molte cose. Tra le tante, quella sicuramente sbagliata è che il testo non è innovativo. Si può essere o meno d’accordo con Barca, infatti, ma la sua è stata la più importante riflessione sul ruolo dei partiti – specie se di sinistra – che si è sentita negli ultimi tempi. Ovviamente, se non si fabrizio barcaconsiderano tutte le riflessioni e gli studi sul passato – a cui pure Barca fa riferimento -, oppure le discussioni e gli interventi non sistematici che non sono mai mancati sui giornali. Non che non ci siano stati interventi anche molto interessanti sull’argomento. Un’eccezione è il bel saggio di Tocci “Sinistra senza popolo. Ma in genere, queste riflessioni nella pratica politica della sinistra non hanno cambiato gran ché le cose. Nel complesso, nonostante il confronto politico anche aspro, dalle primarie alle ultime elezioni, la discussione su come organizzare un partito di sinistra (o di centrosinistra, poco cambia), è stata piuttosto povera, con pochi effetti pratici, al punto che ancora oggi non si sa esattamente per quale motivo il PD si chiami “Democratico”.

Il testo di Barca è interessante perché dice chiaramente a che cosa serve il partito: a promuovere la mobilitazione cognitiva, termine con il quale si intende il fatto che le proposte di soluzioni ai problemi della vita pubblica vengono individuate, non solo scoperte ma anche inventate, a partire dal confronto dei diversi saperi di cui sono portatori i diversi soggetti attivi nella scena politica ed interessati ai suoi sviluppi.

coinvolgimento cittadiniIl tutto parte dall’assunto, tanto incontrovertibile quanto misconosciuto, che il governo della realtà (al livello locale, nazionale, ecc.) impone una dialettica continua tra governanti e governati, una messa in opera di soluzioni, uno sperimentalismo democratico che deve essere implementato continuamente. Non si può certo pensare che basti la discussione sul programma durante le elezioni e poi lasciare indisturbato il manovratore. Non basta, almeno, se si vuole pensare alle grandi riforme di cui avrebbe bisogno il nostro paese, siano esse una riforma seria della pubblica amministrazione, o la difesa dei beni culturali, oppure, per parlare di questioni che riguardano il territorio, dell’efficientamento dei trasporti locali o la lotta contro il consumo di suolo. Il mondo è più complicato, la lista dei problemi e delle grane da risolvere non si compila in occasione delle campagne elettorali.

Le politiche promesse richiedono tempi lunghi per la loro applicazione, aggiustamenti, ripensamenti, conflitti. Non si può pensare a super-uomini in grado di affrontare tutto questo, per quanto battezzati dal voto popolare espresso durante le primarie e le secondarie. La memoria di Barca ha, quindi, questo merito: spiega quale debba essere il ruolo di un partito di sinistra nel contesto delle necessarie – e anch’esse spiegate – riforme dell’azione pubblica (quello che viene chiamato lo “sperimentalismo democratico”). Nonostante lo stile del testo sia quello del saggio teorico, da esso si evince anche perché un cittadino qualsiasi, di sinistra, possa sentirsi attratto dalla partecipazione a un’associazione partitica che abbia queste caratteristiche.

dialoghiNonostante questi meriti – ovviamente si rinvia alla lettura del testo – i problemi aperti dalla memoria di Barca sono tanti. Chi scrive, per esempio, nota il fatto che centrare l’identità del partito sulla mobilitazione cognitiva, per quanto giusta e affascinante questa scelta possa apparire, non spiega come poi gli stessi militanti cognitivi si possano mobilitare per la propaganda – attività tipica di un partito -. Le due azioni sono diverse, a tratti possono anche risultare in contraddizione. E’ questo a cui sembra, peraltro, far cenno Tocci nel saggio menzionato sopra, quando ricorda che “un partito è sempre in una lotta per il potere animata da forti passioni collettive e questa dimensione non va nascosta”. Tocci, inoltre, ricorda che il passaggio dallo stato attuale in cui versa il partito allo stato auspicato implica una discontinuità che non è chiaro come possa essere risolta.

Ma il punto veramente interessante, ben argomentato da Barca, è che un partito è una cosa seria: serve a strutturare un’azione complessa che coinvolge migliaia di persone e per farlo c’è bisogno, evidentemente, di strutture. Tutto ciò non ha niente a che vedere con la vecchia forma partito, tantomeno con il ritorno, temuto da alcuni, alla particolare forma togliattiana del partito (basterebbe, peraltro, guardare i riferimenti teorici citati nel testo). Niente di tutto questo. I suggerimenti di Barca, in realtà, fanno pensare a qualche cosa di profondamente diverso sia dalle vecchie pratiche identitarie che animavano la militanza comunista (già in declino da prima del ‘92), sia da quelle forme di partecipazione federata che consentivano il passaggio dall’associazionismo cattolico alla militanza democristiana. La proposta di Barca è semplicemente onesta, e si basa sul riconoscimento che la partecipazione richiede un organismo capace di facilitarla.

Pd dispersoL’esempio di quanto l’una cosa dipenda dall’altra è dimostrato dalle vicende del M5S: un’organizzazione leggera, senza un’anima ideale e una leadership diffusa degna di questo nome che non riesce a far altro che vedere nell’attività del Parlamento una sorta di chat non virtuale, una specie di Blog in carne ed ossa. Sancendo definitivamente, in questa maniera, il degrado della politica. Barca, insomma, fa giustizia di tante speculazioni fatte sulla contrapposizione – nella realtà dei fatti del tutto ipotetica – tra partito pesante e partito leggero. I partiti vincenti sono stati, fin qui, solo quelli pesanti, con diverse forme di radicamento nella realtà. La stessa vittoria fulminea di Berlusconi nel ’94 fu resa possibile dall’uso delle strutture aziendali. In realtà, un partito che mobilita le conoscenze e le coscienze – di una parte e non di tutti –non può essere inteso come il partito-fede che decide per tutti, come quello paventato in un post di questo blog la scorsa settimana. Piuttosto, dopo anni di sconfitte della sinistra e di partiti voluti deboli, o indeboliti dalla loro scarsa autorevolezza – sarebbe bene interrogarsi, come fattivamente sta facendo Barca – su che cosa significhi parlare di partito forte. E verificarne la praticabilità. Senza inventare steccati antropologici.

Andrea Declich da www.gazebos.it

I miei dubbi sulla revisione costituzionale (di Walter Tocci)

Sono trent’anni che parliamo di riforme istituzionali. È cambiato il mondo ma l’agenda è rimasta sempre la stessa. L’elenco delle cose da fare si è sfilacciato e rimpicciolito, ma campeggia in tutti i programmi di governo. Certo, non c’è più l’entusiasmo iniziale delle tante Bicamerali. In compenso si è tramutato in ossessione.ossessione riforme istituzionali

Il dato saliente del trentennio è il fallimento dei partiti, dei vecchi e dei nuovi, della Prima e della Seconda Repubblica. La classe politica, però, ha oscurato questa causa della crisi di governabilità e l’ha attribuita alle istituzioni. È riuscita con una sorta di transfert psicanalitico a spostare il proprio trauma sulla forma dello Stato. Ha rimosso la propria responsabilità per attribuirla alle regole. In nessun altro paese europeo si è manifestata una simile ossessione, per il semplice motivo che i partiti, pur in difficoltà per ragioni generali, non hanno mai perduto la legittimazione.

“Se non si decide, non è colpa mia ma dello Stato che non funziona”. Questo è il motto del politico, a tutti i livelli, dal governo nazionale all’ultimo dei municipi. Di questo alibi è riuscito a convincere i giornalisti e i politologi – grandi esperti di semplificazioni – e tramite loro l’intera opinione pubblica. Quando la politica è in crisi non perde affatto la capacità di convincimento del popolo, bensì si ritrova ad applicarla alle divagazioni invece che ai problemi reali.

L’equivoco ha alimentato l’accanimento a cambiare le regole, e quando è stato raggiunto lo scopo l’esito si è rivelato negativo. Si fatica a trovare un caso di successo: tutte le regole modificate sono state anche peggiorate.

La divagazione non è stata innocua. Mentre ci occupavamo dell’ingegneria istituzionale, avanzava un pauroso degrado dell’amministrazione statale. La burocrazia, l’inefficienza e l’incompetenza hanno raggiunto livelli inimmaginabili solo trent’anni fa. Le decisioni ormai si prendono solo tramite norme e incentivi, perché non esistono più gli strumenti efficaci per attuare vere politiche pubbliche, come ha denunciato autorevolmente Sabino Cassese.

italiano arrabbiatoIl malessere dei cittadini nasce proprio dalla fatica del rapporto quotidiano con la macchina statale, sempre più incomprensibile e bizzosa. Qualcuno si illude ancora che il cittadino allo sportello sentirà giovamento dalla riforma del bicameralismo. La vera priorità sarebbe una profonda riforma dell’amministrazione, che invece è addirittura scomparsa dall’agenda di governo e affidata a un modesto ministro.

Così, l’esaurimento della Seconda Repubblica ci consegna una forma istituzionale sfilacciata e una classe politica disprezzata se non rifiutata dalla metà del popolo. Alla lunga la rimozione della causa politica della crisi non ha funzionato; l’alibi è stato scoperto, e i cittadini hanno attribuito tutte le responsabilità alla Casta.

Eppure, torna all’esame del Parlamento la vecchia agenda di riforme istituzionali. E stavolta si vuole fare sul serio, cambiando prima di tutto l’articolo 138 che è la chiave di sicurezza dell’intera Costituzione. Mi pare incredibile che una decisione di tale rilevanza storico-giuridica sia presa qui frettolosamente, senza neppure conoscere il testo. Chiedo almeno un rinvio perché si possa esprimere la Direzione del partito, già convocata per la prossima settimana, o ancora meglio l’Assemblea nazionale. E su un argomento tanto importante – per la procedura e ancor di più per i contenuti – sarebbe davvero utile ascoltare il popolo delle primarie con una consultazione ben organizzata.

La vecchia agenda resiste perché appartiene alla mitologia politica, cioè a quelle fantasie che durano nel tempo proprio perché evitano di fare i conti con la realtà. Due miti sembrano i più resistenti alla smentita dei fatti.

Il primo è il futurismo legislativo: bisogna fare in fretta, il mondo cambia ed esige velocità nelle decisioni. Sembra una cosa di buon senso, ma nella realtà le leggi più brutte sono anche quelle approvate in fretta: il Porcellum in poche settimane, le norme ad personam di gran carriera, le leggi Fornero sotto lo sguardo ansioso dei mercati (mentre ora tutti vorrebbero correggerle), e così via molte altre.

Approvare una legge è diventata forma di rappresentazione mediatica che prescinde dall’utilità dell’amministrazione: quasi tutte le norme assunte per motivi propagandistici sulla sicurezza, sul fisco e sulle promesse per la crescita si sono rivelate inutili o dannose non appena spente le luci dei riflettori della scena televisiva.  rappresentazione mediatica

C’è una pericolosa tendenza alla riduzione dei concetti e delle parole. La riforma è ridotta a una congerie di norme, senza alcuna attenzione per i processi organizzativi e sociali della fase attuativa. La decisione è ridotta alla mera approvazione di una legge, senza la profondità culturale e concettuale di una vera innovazione politica.

Il decisionismo si è ridotto a iper-normativismo. Gli snellimenti delle procedure che promettevano un’amministrazione più efficiente in realtà hanno aperto gli argini all’alluvione normativo-burocratica che soffoca la vita quotidiana dei cittadini. Tutti i campi dell’amministrazione – la scuola, i tributi, la giustizia – sono travolti da continui cambiamenti delle regole. Si approva una legge, e prima di attuarla già viene modificata; si accumulano micronorme disorganiche e improvvisate che spargono confusione e contenziosi nell’ordinamento.

La vera riforma dovrebbe, al contrario, rallentare la procedura legislativa: poche leggi l’anno, magari in forma di Codici unitari che regolano organicamente interi campi della vita pubblica, delegando funzioni gestionali al governo e aumentando i poteri di controllo e di indirizzo del Parlamento. Si dovrebbe introdurre l’innovazione della policy analysis rinunciando a legiferare su un argomento prima di aver verificato i risultati della legge precedente.

Ci sono oggi tanti sedicenti liberali; ma fu un liberale vero come Einaudi a fare l’elogio della lentezza parlamentare: meno leggi si fanno – diceva – meglio è per il paese.

Il secondo mito che resiste ai fatti è l’uomo solo al comando. Eppure i guasti della Seconda Repubblica derivano proprio dall’esasperata personalizzazione politica. Sembrava ormai acquisita tra noi questa consapevolezza, e invece vedo crescere una nuova infatuazione. Si confonde la malattia con la terapia. Ho già detto che introdurre il presidenzialismo in Costituzione è come curare l’alcolista con il cognac, se vi piace il modello francese. Oppure curarlo con il bourbon, se vi piace il modello americano. Noi non abbiamo i contrappesi civili degli americani né quelli statuali dei francesi. L’uomo solo al comando si è sempre presentato come una patologia nella nostra storia nazionale, soprattutto oggi nella crisi della politica. Solo in Italia sono potuti diventare protagonisti le due figure opposte e simili del tecnico e del comico, questa addirittura in doppia versione. Tecnocrazia e populismo sono malattie endemiche in Europa. Le cancellerie europee si preoccupano non per noi ma per loro, perché sanno che l’Italia anticipa le innovazioni maligne e hanno paura del contagio del nostro virus.leader al comando

No, non si tratta della svolta autoritaria paventata da un certo refrain di sinistra. Ma il presidenzialismo non è neppure il semplice emendamento di un articolo, poiché implica la riscrittura di parti intere della Carta. È un’altra Costituzione. Non sappiamo se alla fine avremo ancora la più bella Costituzione del mondo.

Non voglio dire che sia un tabù il cambiamento della Carta. Anzi, ci vorrebbe una policy analysis delle modifiche apportate nell’ultimo decennio. Quasi tutte si sono rivelate se non sbagliate almeno controverse: il Titolo Quinto, approvato in fretta prima delle elezioni del 2001, che oggi tutti vorrebbero modificare; lo ius sanguinis, che abbiamo introdotto per consentire a un figlio di emigranti di votare alle elezioni politiche, molto diverso dallo ius soli che oggi invochiamo per dare lo stesso diritto ai figli degli immigrati che ancora non possono chiamarsi italiani; l’obbligo di pareggio di bilancio, approvato sotto il ricatto dei mercati e dell’establishment europeo, che oggi vorremmo derogare senza sapere come liberarci dalle nostre stesse macchinazioni.

chiacchiere sulla CostituzioneD’altro canto basta leggere il testo costituzionale per notare la discontinuità. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi e articoli, come nello stile di un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte dalla nostra generazione. Dovremmo prenderne atto con un certa umiltà, con quel senso del limite di cui parla Papa Francesco. Non tutte le generazioni hanno la vocazione a scrivere le Costituzioni. Che la nostra sia inadeguata al compito è ormai evidente. Lasciamo alle generazioni future il ripensamento dell’eredità costituzionale.

Tanto meno questa ambizione può essere affidata al governo PD-PDL, che si dovrebbe occupare di altre priorità, su tutte quella di creare lavoro per i giovani. Qui si misurerà la sua efficacia, e anche il risultato politico del PD. Al governo Letta servirebbe molto pragmatismo. Non ha bisogno di cercare la santificazione con la revisione costituzionale. E allo stesso tempo non può pretendere di condizionare con la lealtà di maggioranza la discussione sulla Costituzione. Sarebbe la prima volta nella storia repubblicana.

Questo rischio è intrinseco alla mozione sull’articolo 138 che si spinge a “impegnare il governo” nella proposta di revisione costituzionale. E ancora più preoccupante è la correlazione che il testo stabilisce tra la riforma elettorale e il nuovo assetto istituzionale. Il Porcellum, dopo essere stato riconosciuto incostituzionale dalla Cassazione, rischia di essere costituzionalizzato dalla mozione parlamentare, poiché qui c’è scritto che non si potrà approvare una nuova legge elettorale prima di aver concluso il lungo processo di riforme istituzionali. È un assurdo giuridico: la legge elettorale è ordinaria e segue procedure più semplici di quella costituzionale. Ma ancor di più si tratta di un autolesionismo politico per noi del PD, dal momento che cederemmo di nuovo a Berlusconi il pallino della partita. Quando avrà esigenza di staccare la spina, non dovrà far altro che portarci a votare senza alcuna modifica al Porcellum. Già una volta, la scorsa estate, ci siamo fatti gabbare accettando di discutere la legge elettorale insieme al pacchetto istituzionale. Sappiamo come è andata a finire. Siamo rimasti col cerino in mano.

Temo che in casa nostra i professionisti della sconfitta siano ancora nella plancia di comando. Per tutte queste ragioni, non ritengo possibile votare la mozione che apre la strada al cambiamento dell’articolo 138 della Costituzione.

Discorso all’assemblea dei senatori Pd del 28 maggio 2013 (Tratto da http://waltertocci.blogspot.it)

Intervista sulla cittadinanza attiva a Giuseppe Cotturri

libro cotturriOgni fìcatu ‘i mùsca è sustanza”. Il detto popolare, in uso fra Calabria e Sicilia, potrebbe indicare in modo appropriato quanto siano rilevanti, nella crisi, le iniziative che singoli cittadini, associazioni del terzo settore e volontariato compiono per i beni comuni. Ne parliamo con Giuseppe Cotturri, professore ordinario all’Università “Aldo Moro” di Bari, ove insegna Sociologia del diritto e Sociologia dei fenomeni politici, già presidente di Cittadinanzattiva ed autore del libro appena edito da Carocci “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” (2013, pp.160).

Non ci offendiamo a sentirci fegatuzzi di mosca?

La verità e che non siamo più un Paese retto solo dalla classe politica, oppure, volendo usare una espressione positiva: il futuro è in un altro equilibrio. Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi. Altro che quattro gatti, altro che brave persone che raccolgono cartacce nei cortili o assistono i malati negli ospedali. I cittadini stanno lavorando, da 25 anni a questa parte, per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione. Forze sociali diffuse, ma poco organizzate e indicate come minori, quindi per definizione politicamente deboli, hanno conseguito un effettivo empowerment  e alla lunga appaiono le sole portatrici di una riforma, avendo indotto una lenta ma significativa e non contrastabile trasformazione della nostra democrazia.

Nel libro spieghi che la cittadinanza attiva non solo ha limitato le ferite più profonde alla Costituzione, ma in alcuni casi ha anche operato per uno svolgimento “creativo” della Carta costituzionale coerente al suo disegno originario. In che senso?

La revisione della Carta del 2001 contiene all’art.118 (Cotturri ne è stato fra i promotori, ndr) una norma proposta dalla cittadinanza attiva: si tratta del riconoscimento che i cittadini possono prendere autonome iniziative per realizzare interessi generali e, se lo fanno, vincolano le istituzioni a perseguire tale indicazione. Tale rapporto nuovo tra cittadini e istituzioni si chiama sussidiarietà orizzontale, che svolge quanto già gli art. 2 e 3 indicarono fin dal 1948 e ne porta il significato fino a concretare una sovranità pratica dei cittadini, una possibilità delle forze civiche cioè di assumere ruolo e responsabilità tradizionalmente riservate agli apparati amministrativi. E’ molto di più che limitarsi a proteste e rivendicazioni, e ottiene risultati sorprendenti: le amministrazioni sono “messe in mora” circa il perseguimento e la tutela dei beni comuni. I costituenti, che pure avevano voluto la partecipazione e la autonomia delle forze sociali, non avevano pensato a sviluppi così concreti e stringenti della cittadinanza attiva.

Il titolo del saggio “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” è, a mio parere, una chiara critica alle posizioni di Grillo, ossia al Vaffaday, al “mandiamoli tutti a casa”. Parli di riforma, infatti, non di rivoluzione.Grillo rottura

Mi pare che Grillo pensi alla rottura, non a “rivoluzioni”: queste hanno bisogno di un disegno e di una volontà di muovere in tal senso. Può così capitare che il cambio di persone non migliori ma peggiori le cose. C’è ormai da anni uno stato diffuso di malessere dei cittadini, per l’arroganza del ceto politico e i ripetuti episodi di corruzione, spreco abuso delle risorse pubbliche. Indignazioni e protesta sono sacrosante. Ma ottenuto un consenso popolare così rilevante, come quello che s’è raccolto nelle ultime elezioni attorno al M5S, è un peccato che si perda l’occasione per cambiare l’indirizzo politico del paese. Grillo ha la responsabilità non solo di aver respinto più indietro il PD, che pure s’era incamminato su una strada di rinnovamento, ma di aver rimesso il paese alla mercé del potere di Berlusconi, che non a caso appare in rimonta di consensi, quando invece pareva ormai sulla soglia di una sconfitta definitiva.

Ci sono alcuni esempi di leggi o strumenti che i cittadini hanno nelle proprie mani per cambiare il Paese?

Il servizio civile, la costituzione del sistema integrato di assistenza, il 5 per mille. Sono solo tre esempi, che tra l’altro non godono oggi di buona attuazione. Ma sicuramente sono provvedimenti dal cui uso accorto e congiunto potrebbe decollare la politica della sussidiarietà. Ben oltre quanto avviene ora. Dal 2006 al 2011 i volontari del servizio si sono ridotti di un terzo (da 46 mila giovani a 16 mila, nel 2013 un piccolo passo in avanti con un bando per circa 19mila volontari). Sull’attività sociosanitaria e socio assistenziale pesano tagli indiscriminati e disastrosi alla spesa pubblica, che hanno portato i fondi a carattere sociale da oltre i 2 miliardi e mezzo del 2008 ai 271,6 milioni di euro del 2013. Riguardo al 5 per mille, poi, ci sono notevoli incongruenze: numerose le organizzazioni che possono beneficiarne, ma ben risicato il numero di quelle che ottengono un contributo rilevante o comunque significativo.altruismo

Occorrerebbe pensare ad una politica organica e permanente per lo sviluppo del capitale sociale e l’incremento della sussidiarietà orizzontale. Occorrerebbe che si attivasse un circolo virtuoso per cui il 5 per mille fosse destinato a progetti coordinati di più attori, con forti ricadute anche locali e con la possibilità per questo di attirare volontari per il servizio civile fin dalle scuole. A questi riaccorpamenti e ai coordinamenti tra attori che operano nel medesimo ambito dovrebbero lavorare anzitutto gli stessi soggetti del Terzo settore, invece che farsi concorrenza a suon di costosissimi spot pubblicitari in TV e sui giornali.

Insomma, ora più di prima spetta a noi, cittadini attivi, continuare a lavorare per la tenuta della democrazia. In che modo?

Le forze della cittadinanza attiva, le organizzazioni del terzo settore, associazioni, volontariato, cooperative sociali: dovrebbero indicare con più forza di quel che ora non facciano quali sono i beni comuni irrinunciabili e quali le priorità  da rispettare per trarre il paese fuori dalla crisi. Questo vuol dire fare politica al loro modo, non appiattirsi su posizioni di collateralismo a questo o quel partito, questa o quella coalizione. Nostro compito è arricchire una intelligenza diffusa di quel che in un quarto di secolo si è prodotto: la democrazia è stata tutelata e arricchita per la presenza e le iniziative di soggetti civici, e sotto questo profilo la loro alterità al sistema dei partiti non consente che, a ogni turno elettorale, le associazioni siano chiamate solo a “donare il sangue” ai partiti (fornire credibili candidati, portare voti). La forza di questo universo sarebbe tanto maggiore se tenesse ferme le proprie autonome prerogative e interloquisse con determinazione sulle cose da fare, sugli obiettivi di governo, cui di fatto già collabora positivamente.

Pensi a un “Manifesto” della cittadinanza attiva?cittadini attivi

Qualcosa del genere ora serve. Non per guadagnare titoli di preferenza per chi, come il nostro movimento, è più avanti in questa ricerca. Ma per dare a tutti i soggetti del Terzo settore consapevolezza del loro comune ruolo generale, dei titoli di merito già accumulati nei confronti della democrazia del paese, e della necessità e possibilità di una iniziativa comune, larga e inclusiva, per portare al centro degli sforzi di cambiamento le politiche socialmente utili, e non solo il contrasto ai partiti e la riduzione dei costi della politica. Certo, è necessaria la “riforma della politica”, ma la vera differenza tra quella che caratterizza sistemi di interessi organizzati nei partiti, e quella che potrebbe sgorgare assai più copiosa da iniziative non profit diffuse e autonome per beni comuni, sta nei contenuti delle politiche perseguite, non nelle persone elette per deciderle e attuarle.

(intervista a cura di Aurora Avenoso)

Tratto da www.cittadinanzattiva.it

Un tranquillo week-end di primavera? (di Angela Masi)

Un giorno come tanti ma non certo per qualcuno… qualcuno come me che nonostante i miei 30 anni e nonostante non abbia vissuto il tempo della lotta partigiana sento forte il senso e il significato del 25 aprile….

resistenzaTempo addietro, il governo Berlusconi aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Tra queste il 25 aprile…. Effettivamente per la maggior parte dei cittadini italiani è una buona occasione per riposare dal lavoro, un giorno in più di ferie pagate. Magari la primavera affacciandosi consente una bella gita fuori porta, un’occasione per rivedere amici e parenti, vicini e lontani senza neanche pensare a che cosa significa “liberazione” e quanto di questa parola abbiamo bisogno ancora oggi.

Un presidente, vecchio e stanco ma con grande senso di responsabilità ne sceglie un altro (quello del Consiglio) perché il popolo sovrano non ha saputo scegliere fra un saltimbanco, un indeciso e un comico: questi sono stati i pensieri del mio 25 aprile.

Non ha forse bisogno di libertà un popolo schiacciato dalla pressione fiscale? Si è vero, dobbiamo risparmiare tutti, per il bene dei nostri figli e per quello dei nostri nipoti, ma non è un po’ una forma di violenza una classe dirigente che soffoca i suoi cittadini con le tasse e che consente, comunque, gli stipendi d’oro, le pensioni e i tanti privilegi di chi sta sotto la protezione del potere?

Possibile non sentire l’esigenza di contare qualcosa nei giochi di palazzo, nelle stanze dei bottoni dove si spartiscono le poltrone di governo e di tutto ciò che dal governo dipende?… e speriamo che questa volta qualcosa non tocchi pure ai grandi manager per gli appalti e alle mafie che, nonostante succhino (con buona pace delle istituzioni) i soldi ai cittadini onesti credono pure di farti un favore se lavori in una delle loro aziende o in un centro commerciale costruito da loro per controllare gli scambi del posto.

Insomma questa è la realtà nella quale viviamo o, almeno, la sua parte più odiosa, quella sulla quale i cittadini non riescono ad intervenire. (Forse anche molti perché ne sono parte?) Tutti la conoscono, tutti si indignano, ma questa realtà esiste e non penso che fosse questo che avevano in testa quelli che combatterono per liberare l’Italia mettendo le basi della nostra Costituzione che è ancora un modello da realizzare.

Nelle prossime ore inizierà a lavorare il governo Letta. Una strana alleanza Pd-Pdl, strana, ma l’unica soluzione possibile per diverse ragioni.

bilico ItaliaLa prima ragione è che il popolo italiano, nonostante la dura sostanza dell’esperienza vissuta, vota ancora PdL. Il PdL è Berlusconi e così il massimo esempio di disprezzo delle istituzioni e della legalità, il massimo esempio di corruzione che sia mai salito ai vertici della politica riesce ancora una volta a diventare il rappresentante di oltre il 25% dei voti. Insomma un bell’esempio  per tutti noi: chi ha i soldi e ha il potere può tutto. Il 25% degli italiani ne sono convinti evidentemente.

Un Pd che arranca, che supera di poco i voti del PdL e che, piuttosto che essere all’altezza del governo di un Paese in crisi è impegnato a nascondere lo sfascio del partito in preda a gruppi e sottogruppi in lotta fra loro.

E’ difficile riconoscere che, a distanza di oltre 50 anni la democrazia, nei fatti, è ancora molto debole ed ecco che la furbizia di un comico fattosi capo politico smaschera i giochi e prende di mira il sistema dei partiti. Bisogna aver paura dell’attacco di Grillo?

Solo se gli italiani non riescono a raccogliere la sfida del cambiamento per poter dare alle generazioni future qualcosa in cui riconoscersi e di cui non vergognarsi.cambiare strada

Così le mie riflessioni postume sul 25 aprile non vogliono ripetere le chiacchiere di cui è circondata la battaglia politica. Oggi anche l’indignazione sembra diventata una moda mentre anche le novità che escono dalle cabine elettorali sembrano girare a vuoto intorno a scontri verbali, ripicche, polemiche che sembrano diventati lo scopo principale di chi sta in politica.

Sembrerà strano, ma il mio 25 aprile è quello di chi non vive di solo pane; è il 25 aprile di chi non vuole più tornare indietro, portare il cuore via da una realtà marcia e spingerlo verso un nuovo giorno, un nuovo momento che prende vita dalla sofferenza e si rigenera; è il 25 aprile di chi è nauseato e la stessa minestra non vuole più neanche assaggiarla. Di chi ha fame di chiarezza, di solidarietà, di nutrimento per la mente, di rispetto dell’altro e dei diritti.

Ecco, il pane e i diritti. Forse è questo il senso del mio 25 aprile.

Angela Masi

L’ideologia dell’antipartito. Intervista a Salvatore Lupo

Pubblichiamo stralci di un’intervista di Simonetta Fiori a Salvatore Lupo

«L’antipartito? Non è la soluzione ma il problema. Sono convinto che molte tendenze degenerative non siano state conseguenza di “un eccesso di partito”, ma al contrario della presa sempre più debole dei partiti sulla società italiana»

partito e antipartito“Un’ideologia” – l’antipartito – che sin dal fascismo si estende prepotentemente nel sottofondo della storia nazionale, fino a esplodere nel 1993 con la retorica della nuova politica contrapposta alla vecchia – vedi Lega o Forza Italia – ora ripresa quasi in fotocopia dal Movimento 5 Stelle. Un fiume sotterraneo che invade luoghi inaspettati, come la destra eversiva e la P2, le mafie e la nuova camorra organizzata, ma anche – su un versante opposto – il movimento del Sessantotto e più di recente il «partito dei giudici». Con conseguenze talvolta simili, nell’arco degli ultimi vent’anni, «perché i propugnatori del cambiamento hanno dimostrato analoghi se non maggiori difetti della tanto detestata partitocrazia: partiti personali o neopartiti che – sventolando il vessillo della novità e della società civile – sono stati assai meno incisivi dei partiti tradizionali».

Nostalgia per i vecchi partiti? « No, nessuna nostalgia. Però dobbiamo levarci gli occhiali con cui negli ultimi vent’anni abbiamo guardato la storia repubblicana. Non solo nei primi decenni le forze politiche furono in grado di rappresentare davvero l’Italia reale, ma anche negli anni Settanta – a dispetto delle tesi storiografiche prevalenti – fecero cose fondamentali come la riforma delle pensioni, della sanità, della psichiatria, il nuovo diritto di famiglia, e molto altro ancora. E aggiungo: non è forse un caso che tra le rovine fumanti dell’attuale scena pubblica il massimo leader morale, il presidente della Repubblica, sia figlio di quella storia, una personalità cresciuta nel “partito più partito” di tutti».

grillo vaffaLei rintraccia un’analogia con i 5 Stelle. «Grillo porta all’esasperazione i toni dell’antipartito, riprendendo la retorica dei neopartiti: i partiti tradizionali fanno schifo, noi siamo un’altra cosa. Pretende di incarnare il nuovo e ripete slogan coniati dai manifestanti di vent’anni fa. “Arrendetevi, siete circondati dal popolo italiano”, è un’espressione usata dai militanti neofascisti davanti a Montecitorio nel 1993. E poi ritorna la mistica della società civile, una formula fin troppo abusata nell’ultimo ventennio»….Questi movimenti non ammettono di essere una parte tra le altre, appunto “partiti”, ma si pensano come totalità. Noi siamo la società civile – e dunque l’insieme delle persone perbene – voi no. Ora questo procedimento diventa inquietante quando coinvolge la magistratura, che è un potere dello Stato, e dunque non dovrebbe per principio prendere parte».

Di solito l’origine dell’antipartito viene collocata nel movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, tra il 1944 e il 1946. Lei risale ancora più indietro, a Giuseppe Bottai. «Bottai fu il primo a cogliere dentro lo stesso fascismo la dinamica tra antipartito e iperpartito: prima la diffidenza verso il Pnf, sospettato di riprodurre il vecchio mondo prefascista delle parti, poi la sopravvalutazione di quel partito unico che si identifica con lo Stato, ed è qui la nascita del regime.

Questa doppia pulsione la ritroveremo in età repubblicana, specie a destra, con la liquidazione dei partiti come principale ostacolo nel rapporto tra popolo e sovranità».

Tra i più tipici rappresentanti dell’antipartito, negli anni Cinquanta, lei include personalità diverse come Indro Montanelli ed Edoardo Sogno: tutti artefici in vario modo di oscure trame anticomuniste. «Sì, sospettavano che gli scrupoli legalitari della Dc – che si rifiutava di mettere fuori legge i comunisti – dipendessero da solidarietà partitocratiche. E il loro arcinemico era l’iperpartito per eccellenza, il Pci. Non è un caso che l’antipartito fosse diffuso soprattutto nelle correnti culturali e politiche della destra».

Può sorprendere che in questa genealogia dell’antipartito lei arruoli anche la P2, la loggia massonica di Gelli.

«Senza però sposare tesi complottiste. Non penso infatti che la P2 sia stata la centrale dello stragismo, piuttosto un importante campo di comunicazione tra membri dell’establishment. La loggia massonica si proponeva come un pezzo importante della destra che non riusciva a farsi partito.

Se si va a rileggere i documenti della P2, colpisce il tono critico al “professionismo politico corruttore”, “incapace di esprimere gli interessi della società“».loggia P2

Lei sostiene che lo stesso Grillo, pur totalmente estraneo alla loggia, sia consapevole della curiosa parentela. «È stato lui a dichiarare: “Vedete, io ho messo su una piccola P2 sobria e trasparente. La piduina degli aggrillati”. La sua è una provocazione, ma mostra di saper bene che la loggia massonica fu una forma di antipartito».

Continuando in questa storia nera, tra le forme di antipartito lei inserisce anche la mafia e le Brigate Rosse.

«Sì. Per la mafia occorre una distinzione: fino a un certo punto rappresentò una struttura di servizio per la macchina politica, poi si mise in proprio per una drammatica scalata al potere in concorrenza con i partiti».

Ma sarebbe sbagliato liquidare l’antipartito come pulsione storicamente antidemocratica.

«Sbagliato sì, anche perché è esistito un antipartito di tutt’altro segno, di radice azionista o liberaldemocratica. Ed era antipartito anche il Sessantotto. Quel che però viene fuori è che la retorica antipartititica è vecchia quanto è vecchio il Novecento, seppure più robustamente fondata negli anni Novanta del secolo scorso. E il fatto che oggi Grillo ripeta slogan del ’93 rivela il carattere fumoso e inconcludente di queste formule.

L’antipartito non ha mai portato da nessuna parte. E più che distruggere i partiti, dovremmo oggi preoccuparci di rifondarli daccapo».

Il testo integrale dell’intervista su Repubblica del 26 aprile 2013

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Roberto Crea

Roberto Crea è segretario di Cittadinanzattiva Lazio.

La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

La discussione sulla partitocrazia va avanti, senza grandi risultati pratici, da molti anni. Forse è cresciuta la consapevolezza tra i cittadini dei danni che questa determina alla nostra società e più prosaicamente alle nostre vite. Ricordiamo le battaglie solitarie dei radicali e gli appelli di Berlinguer, poi Tangentopoli e Mani Pulite, ormai oltre vent’anni fa, o oggi quello che vediamo, con uno scoramento collettivo.

Lo scandalo della regione Lazio, per esempio, e il rifiuto ripetuto di far votare i cittadini non ha scatenato reazioni significative, non abbiamo visto manifestazioni di massa sotto la sede della Regione. In tutti questi anni, il rifiuto dell’abuso di potere partitocratico (che, ricordiamo, ha anche portato al debito che pesa sulle prossime generazioni di cittadini italiani) è stato in realtà appannaggio di una minoranza perché pesa molto la sottocultura alimentata per decenni che tollera gli abusi della partitocrazia.

Perché questa realtà cambi deve cambiare prima di tutto la cultura civile dei cittadini. Allora il sistema partitocratico, che ancora è tra noi e continua a procurare danni, potrà scomparire. Sembra un luogo comune, ma ancora oggi si vive di raccomandazioni e di abusi di vario tipo: del resto i politici e gli amministratori corrotti hanno ricevuto valanghe di voti, e i comportamenti quotidiani di moltissimi nostri concittadini non sono certo all’insegna del senso civico e del rispetto per lo spazio pubblico e per i beni comuni.

Allora che fare? Le frasi fatte tipo “sono tutti uguali” oppure “è tutto un magna-magna” che sono tanto diffuse servono a poco. Molto più importante è l’impegno nella costruzione di modelli di politica alternativa. Non si tratta solo di impegno diretto sui problemi del territorio perché oggi esiste una forte spinta alla formazione di liste civiche per un impegno diretto dei cittadini nelle istituzioni. Tuttavia le liste civiche sono spesso il paravento dietro cui si ripropongono persone con un passato, anche recente, legato proprio alla partitocrazia e alla politica tradizionale.

Credo, quindi, che molte liste civiche non porteranno alcun cambiamento sostanziale. In parte ciò è dovuto anche alla loro frammentazione e alla cronica incapacità di trovare i punti che uniscono piuttosto che quelli che dividono in funzione della visibilità di aspiranti (piccoli) leader autoreferenziali.

Auspicabile, invece, è l’impegno all’interno di partiti che vogliono rinnovarsi o all’interno di liste civiche organizzate e “evolute” di persone che, impegnate fino ad oggi nella società civile e nell’associazionismo, decidano di dare un proprio contributo all’interno delle istituzioni.

Non mi è chiaro, ancora, a che risultato questo possa portare in termini di cambiamento di modello politico-amministrativo. Comunque si tratta di mutamenti che avvengono nel medio termine e che si vivono anche di piccoli passi esemplari. In questo modo chi rimane “fuori” dai palazzi della politica, i cittadini attivi che operano per la tutela e la partecipazione civica, avrà un vantaggio competitivo in più perché potrà contare su alleati all’interno del sistema politico e amministrativo per spingere verso modelli di partecipazione, trasparenza e controllo più efficaci. Se questo modello funzionerà potremo anche raggiungere quell’evoluzione culturale della nostra società che, come dicevo, è alla base di un vero cambiamento.

Tutto ciò non basta però. Credo anche che sarà importantissimo, per la cosiddetta “società civile”, organizzare delle modalità strutturate e sistemiche di vigilanza, monitoraggio e valutazione dei comportamenti degli amministratori rispetto alle promesse e ai programmi elettorali, per mettere in evidenza pubblicamente coerenze e “tradimenti”, correttezza istituzionale e rispetto delle norme, e chiedere conto di tutto quello che non viene fatto o viene fatto male. Un sistema del genere, molto evoluto e con molte risorse a disposizione, è attivo ed efficace negli Stati Uniti. Stiamo lavorando con altre associazioni per strutturare un sistema simile come concetto e capacità anche di interdizione di politiche e scelte amministrative inaccettabili per l’interesse collettivo.

Credo che il nostro ruolo sia quello di far crescere consapevolezza e partecipazione attraverso azioni, condivisione di buone pratiche, educazione a partire dai problemi che i cittadini si trovano ad affrontare sul territorio tutti i giorni. Occorre mettere insieme risorse e idee per raggiungere massa critica e riuscire a parlare in modo adeguato a quante più persone possibile, ma anche utilizzare strumenti moderni di comunicazione per dare prospettive e la speranza che le cose possano davvero cambiare in meglio.

Infine, sempre in termini di verifica e intervento da parte delle organizzazioni civiche, credo sia giunto il momento di avere una maggiore capacità di intervento di contrasto legale degli atti amministrativi illeciti o apertamente illegali. La situazione è così grave, e sto parlando della nostra regione e dell’amministrazione comunale di Roma e di altre città del Lazio, che credo sia necessario porre un argine ad abusi e violazioni normative di forma e di sostanza che si moltiplicano in modo preoccupante. Stiamo lavorando quindi alla creazione di una sorta di gruppo di azione giuridica intra-associativo che sia in grado di operare a tutela dei cittadini in modo strategico, con un ampio respiro, avviando battaglie legali su temi importanti al fine di indicare nuove strade normative per il futuro.

(intervista a cura di Angela Masi)

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Roberto Crea

Diamo la parola ai protagonisti. Parla Roberto Crea segretario di Cittadinanzattiva Lazio.

Parliamo di democrazia, di partecipazione e di politica. Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

Non sono molto ottimista, a guardare quello che accade, e credo che occorra realismo e un grande lavoro. In questi anni abbiamo sofferto, come cittadini, la mancanza di “politica” e di “amministrazione”. La goccia che ha fatto simbolicamente traboccare il vaso è la sconcertante e vergognosa vicenda delle Regione Lazio. Ricordo che la crisi che ha colpito l’amministrazione della nostra regione nasce da scandali con probabili risvolti penali e non da uno scontro politico tradizionale. Quello che poi è sortito dopo le dimissioni della Presidente Polverini, della giunta e del consiglio va addirittura al di là del diritto e probabilmente della Costituzione. Spero che qualcuno possa anche valutarlo in un’aula di tribunale. Sappiamo solo che tre sentenze hanno determinato con chiarezza che la Presidente Polverini ha violato le norme correnti rifiutandosi di chiamare i cittadini del Lazio alle urne nei tempi stabiliti. Parto da qui perché questa vicenda, insieme ad un’imbarazzante amministrazione comunale, ha spinto verso il crescente impegno civico e politico dei cittadini.

L’esperienza amministrativa romana e laziale ha aumentato la distanza tra cittadini da un lato e istituzioni e amministrazioni pubbliche dall’altro. I partiti (non tutti allo stesso modo in verità) hanno gravi responsabilità in questo processo perché ormai da anni non sono più riusciti a rappresentare i cittadini e gli interessi della collettività. Nel consiglio regionale, quasi tutti i gruppi consiliari e quasi tutti i consiglieri hanno fatto finta di non vedere quello che succedeva, cercando di trarre unicamente vantaggi per il proprio partito e per sé stessi. Dei cittadini che perdevano il lavoro, che vedevano progressivamente tagliata la sanità a causa dello spaventoso debito e del deficit creato dall’amministrazione regionale, che soffrono per servizi pubblici insufficienti non si è occupato nessuno. Il pericolo è che si faccia poi, come si dice, di ogni erba un fascio e che vengano coinvolte le istituzioni come tali nel rifiuto dei cittadini per tutto ciò che rappresenta la politica, mentre secondo noi sono le persone, i rappresentanti delle istituzioni che vanno indicati come responsabili.

I cittadini cercano di dare una forma al loro impegno attraverso l’organizzazione di nuovi comitati e associazioni o con l’adesione a quelli esistenti affinché abbiamo più forza. E’ importante che, finalmente, cessiamo di delegare tutto ai politici e ai partiti. Qui è il tema della partecipazione. Dalla protesta contro il piano parcheggi, alla manutenzione del verde pubblico, alla gestione dei rifiuti, alla rivolta crescente contro un nuovo piano di irrazionale e speculativa espansione urbanistica a danno irreversibile dell’agro romano. Ci sono però due ostacoli sulla via della partecipazione: Tuttavia ci scontriamo ancora con due problemi piuttosto importanti: la mancanza di trasparenza e il desiderio e la necessità di vedere cambiare in fretta le cose. La trasparenza è un elemento decisivo per consentire alla partecipazione di essere efficace, ma la sua mancanza e negazione è anche uno degli ostacoli maggiori che l’attuale politica/amministrazione pone sulla strada dei cittadini attivi, cercando di disarmarli in questo modo e sperando che si arrendano. In secondo luogo, i cittadini sono “affamati” di risultati e ogni ritardo (anche causato ad arte dall’attuale politica/amministrazione) o ogni fallimento di iniziative civiche può determinare facilmente delusione e abbandono, con una conseguente deriva a favore dell’antipolitica, della demagogia e del populismo che semplificano tutto per non risolvere niente e generano ulteriore distacco ed isolamento del cittadino.

Con la partecipazione organizzata e articolata vogliamo percorrere proprio la strada opposta.

(intervista a cura di Angela Masi)

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