Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Lorenzo Misuraca (associazione da sud)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Parla Lorenzo Misuraca, associazione Dasud

  1. Parliamo di democrazia, di partecipazione e di politica. Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

Innanzi tutto va detto che la spinta al cambiamento non sarebbe così forte se il sistema partitico italiano non venisse da almeno due decadi di crisi dovuta a una forte autoreferenzialità, all’incapacità di effettuare un ricambio generazionale e alla corruzione, che è una costante nel sistema politico-amministrativo italiano.

In questo quadro si introducono due fattori scatenanti, uno dai tratti positivi e uno dai tratti negativi. Il primo è l’esplosione della rete come mezzo di comunicazione, organizzazione e condivisione di idee e umori. Senza internet e i social network, non sarebbe stato immaginabile per molti organizzare il proprio movimento politico in forma così radicalmente diversa dai vecchi partiti. Tutte le novità in questo senso, nascono su internet.

L’altro fattore è la durissima crisi economica e finanziaria degli ultimi anni. Crisi che è rapidamente diventata rimessa in discussione dell’intero modello economico-politico dominante, quello liberista, e che ha comportato conseguenze drammatiche anche dal punto di vista sociale (aumento disoccupazione, tagli alla sanità, al welfare, maggiore tensione e quindi maggiori misure repressive).

Questi tre fattori messi insieme (crisi dei partiti, esplosione del web 2.0 e crisi di modello economico) causano la forte spinta al cambiamento che si vede in Occidente e anche in Italia.

  1. La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

Noi crediamo che non si debba essere teneri rispetto ai ripetuti fallimenti dei partiti italiani e alla loro incapacità di leggere i bisogni della società. Ma allo stesso tempo rifiutiamo il semplicismo con cui molti nuovi movimenti sostengono che basti cambiare la parola “politico” con quella di “cittadino” e “partito” con quella di “movimento” per risolvere i problemi.

Per quello che ci riguarda, il nostro compito, come tutte le organizzazioni che promuovono un cambiamento in positivo della società, (nel nostro caso il cardine è la battaglia antimafia a partire dall’estensione dei diritti sociali e civili), è fare pressione, dialogare quando è possibile, svelarne le colpe quando bisogna, con tutte le istituzioni e con i rappresentanti della politica. Che siano partiti o movimenti. E contemporaneamente innalzare il livello di coscienza e conoscenza del fenomeno mafioso nell’opinione pubblica.

Dunque per noi non è molto importante se la Repubblica che verrà sarà rappresentata nelle istituzioni più da persone provenienti da partiti o da movimenti, ma è importante che siano persone oneste e che abbiano una visione seria e complessa del fenomeno mafioso e che usino gli strumenti adatti per contrastarlo.

 3. Il fenomeno delle prossime elezioni saranno le liste civiche (quelle vere ovviamente nate dalla cittadinanza attiva e dai movimenti con il M5S in testa). Voi pensate che siano necessarie? E, soprattutto, pensate che siano sufficienti a cambiare le cose? Quali altri modi di partecipare alla politica pensate che siano efficaci?

Noi pensiamo che organizzarsi collettivamente per contribuire al miglioramento della società sia sempre un bene (fatta eccezione per le organizzazioni che perseguono obiettivi ricollegabili al fascismo, al razzismo, al sessismo). Crediamo che la democrazia abbia bisogno di momenti di partecipazione diretta e di luoghi in cui la democrazia funzioni per delega, come in Parlamento.

Entrambe le due fasi hanno bisogno l’una dell’altra per creare un circolo virtuoso. La storia del secondo dopoguerra italiano insegna che molte delle riforme in senso progressista sono state approvate grazie ad una forte spinta dei movimenti organizzati e della società civile in genere.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Carmelo Cortellaro (Spazio civile)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Risposta alla seconda domanda. Parla Carmelo Cortellaro di Spazio civile (www.spaziocivile.org). La prima la leggi qui (http://www.civicolab.it/?p=3851) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3855).

Il tema è sempre quello: la partecipazione che va oltre il voto come anima e sostanza della democrazia

 

Partecipare in un regime democratico significa prendere parte alla politica che è la funzione sociale che si occupa del governo della collettività. Ma la politica finora è stata vissuta come un compito riservato ai partiti. Oggi le cose appaiono in maniera diversa. C’è uno spazio politico che spetta ai movimenti civici e alla cittadinanza attiva? In particolare, queste realtà possono rappresentare i cittadini? E come?

I partiti sono previsti dalla Costituzione e, quindi, la partecipazione alla vita politica a livello delle istituzioni li rende necessari.

Il punto è un altro: quali partiti, o meglio che tipo di partiti. Certo non i partiti attuali che sono dei cartelli elettorali padronali in mano a pochi dirigenti. Si pensi all’UDC e all’IDV che si identificano con i loro leader. E poi,  non l’ho dimenticato: Berlusconi !!! innegabile che il suo sia il partito personale per eccellenza.

Certo non sono questi i partiti che avevano in mente i costituenti, figli di un epoca in cui l’ideologia ispirava la stessa partecipazione alla politica. Per l’appunto, venuta meno l’epoca delle ideologie poche persone si sono trovate a capo di scatole vuote con dei simboli e per un ventennio gli elettori hanno continuato a vederli come riferimenti: i democristiani si rivedevano nel simbolo dello scudo crociato, i comunisti nel partito della rifondazione e di altri minori, ecc. Ma quei partiti non esistevano più, erano un inganno per gli elettori a vantaggio di una classe dirigente falsa e bugiarda.

Oggi chi combatte questo sistema è accusato di fare antipolitica, come se la politica fosse quella di lorsignori.

No, proprio chi combatte questo sistema – cioè i movimenti – motivati da nobili intenti come quello di ridare la sovranità al popolo mediante la partecipazione attiva alla vita pubblica, fa politica, quella vera.

Altra cosa è poi l’esito, ma bisognerebbe entrare nel merito di ogni singola attività promossa in ogni movimento. Se si rimane al metodo può anche essere che non sia quello giusto, ma è comunque migliore di quello truffaldino e fallimentare dei partiti tradizionali ormai avulsi dalla realtà.

Il fattore discriminante tra i partiti ed il movimentismo è uno solo: LA DEMOCRAZIA INTERNA, che garantisce controllo e verifica dei risultati raggiunti dalla classe dirigente ed evita la stagnazione del “potere” in gruppi o in singole persone. Si pensi a Tony Blair, a Bill Clinton, a Jacques Chirac, a Josè Maria Aznar e ai tanti impegnati in politica nell’ultimo trentennio: fanno ancora politica attiva? Certo che no, perché dopo aver dato il loro contributo, bene o male, adesso fanno altro e hanno lasciato spazio ad altri. Vogliamo parlare dell’Italia? Da quanto Casini è in parlamento? Dal suo impegno a destra contro la sinistra, per poi essere contro la destra, poi il grande centro. Non è stato in grado di capire la parte giusta quale fosse? Allora è un incapace e dovrebbe andare via. Oppure no, non è stato in grado di imporre pienamente le proprie buone intenzioni ? Se non c’è riuscito in trent’anni di parlamento ci riuscirà adesso? Dovrebbe andare via lo stesso. La questione non cambia per D’Alema, Berlusconi, Di Pietro, ecc.

In Italia si è istituita la professione di politico, riservata a pochi, proprio come succede per i sovrani. No l’Italia è una repubblica parlamentare e da qualche tempo c’è in atto un gruppo di maldestri sovversivi che hanno usurpato il potere sovrano al popolo.

Sarebbe auspicabile per questi che a cacciarli fosse il movimentismo, mediante una rivoluzione pacifica, democratica nell’urna senza arrivare a quei rivolgimenti traumatici con cui tante volte nella storia vengono spazzati via gli usurpatori.

(intervista a cura di Angela Masi)

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Carmelo Cortellaro (Spazio civile)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Cominciamo con la prima. Parla Carmelo Cortellaro di Spazio civile (www.spaziocivile.org). La seconda la trovate qui (http://www.civicolab.it/?p=3853) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3855).

Parliamo di democrazia e di partecipazione. Sappiamo bene che la prima senza la seconda non può funzionare e rischia di mantenere solo le apparenze della democrazia trasformandosi, di fatto, in un regime oligarchico che non riesce, però, nemmeno più ad esercitare la piena sovranità in ambito nazionale. Nell’epoca della finanza transnazionale che mette sotto scacco il potere politico degli stati che spazio ci può essere per la democrazia partecipata? E quanta consapevolezza c’è fra i cittadini della sua necessità?

La domanda è più complessa di quanto non appare, nel senso che sembrerebbe scontato e facile rispondere che la democrazia non esiste senza partecipazione, come anche affermare che le oligarchie già per principio non esercitano la sovranità popolare. Purtroppo nemmeno facile è ritagliarsi uno spazio partecipativo, per le persone, a fronte di una “finanza transnazionale” che di fatto ha “commissariato” il mondo. Infine, banale sarebbe dire che tra la gente vi è un’ampia consapevolezza della necessità di partecipare ma nel contempo, vi è anche la consapevolezza che è vano ogni tentativo che non sarebbe quello di una rivoluzione armata.

E’ proprio in questa “apparente normalizzazione” di un perverso circolo vizioso, innescato nelle dinamiche di partecipazione nelle attività di cittadinanza attiva e anche politica, che sta il pericolo peggiore.

Se si pongono a cento individui gli stessi quesiti, questi risponderanno tutti allo stesso modo: non vi è vera democrazia, le oligarchie sono solo un surrogato della sovranità popolare, ecc.

Pur tuttavia nulla si muove, a parte il positivo fermento in atto promosso dai movimenti, da quello di Grillo in giù. Non entro nel merito delle questioni dei movimenti e delle loro ricette in tema di economia o politiche del lavoro, ma mi riferisco solo al metodo.

Positivo perché chiama alla partecipazione la gente, quindi promuove il tentativo di stimolare il popolo a riattivare il circolo virtuoso della sovranità: cioè, il popolo esprime il proprio volere con la scelta dei suoi rappresentanti e questi dovrebbero poi fare gli interessi del popolo. Oggi, come è noto, i rappresentanti del popolo non lo sono veramente dato che i parlamentari vengono, di fatto, nominati dai segretari dei partiti. Si spezza la catena quindi e si innesca un circolo vizioso per cui i parlamentari non fanno gli interessi del popolo contro la corruzione ad esempio, perché non sarà il popolo a rieleggerli; faranno, invece, gli interessi della casta. Non a caso latitano i parlamentari sul territorio, dove dovrebbero recepire le criticità, i bisogni e renderli noti in Parlamento per provare a dare delle risposte. Gli onorevoli invece vivono stabilmente a Roma, dove bisogna ritagliarsi un proprio spazio all’ombra del leader che potrà premiarli o bocciarli con la riconferma a parlamentare nominato.

Un esempio pratico è “l’associazione a delinquere” che è EQUITALIA. In questo caso la società nasce per un principio giusto: recuperare i mancati pagamenti destinati allo Stato. Però in realtà si istituisce una vera e propria società illegale che nei fatti sembra praticare l’usura e l’estorsione. A fronte di un debito verso lo stato di 10 non si può chiedere 30 di cui poi 10 destinato non allo stato ma agli stipendi dei dirigenti di EQUITALIA, tutti vicini alla casta, come il figlio dell’ex ministro Visco. Un altro circolo vizioso. Allora, se vi fossero stati veri rappresentanti del popolo in Parlamento si sarebbe arrivati sull’orlo del baratro degli attentati dinamitardi per chiudere Equitalia come sembra che si farà nel prossimo futuro? Ecco allora il punto: quando si ferma la casta? Quando il popolo esasperato reagisce facendo saltare il banco. Come? I modi sono due, da una parte l’esplosivo come nel caso di Equitalia, dall’altra la riappropriazione della sovranità da parte del popolo. E’ auspicabile che nessuno proceda con la prima modalità perché la violenza comunque lascia sempre ferite profonde. Rimane allora la lotta politica. Ma come, con i partiti che abbiamo adesso? Certo che no. Il movimentismo spontaneo, questo sì che potrà smuovere le acque e lo sta già facendo. Guarda caso, la classe dei nominati chiama questa forma di partecipazione alla cittadinanza attiva ANTIPOLITICA !!! davvero il paradosso.

Vorrei aprire una parentesi sui recuperi del non pagato. Anche in questo caso si fa propaganda fasulla accusando e stigmatizzando il popolo italiano fatto passare più di quanto non lo sia per evasore. Andiamo per ordine, intanto la pressione fiscale attuale del 65% su chi paga non è legale, pertanto è lo Stato che va accusato della responsabilità di far chiudere centinaia di migliaia di imprese. Con questa pressione fiscale non so quanto si possa parlare di evasione per chi non riesce a pagare l’impossibile. Altro paradosso è che la lotta all’evasione la dovrebbe fare la casta, proprio  quella dei diamanti comprati con i soldi del finanziamento pubblico ai partiti, quella dei milioni di euro spariti dalle casse della Margherita, quella dei Fiorito, ecc.

C’è bisogno di persone che si inventino un percorso per uscire dalla situazione di stallo cui ci troviamo.

(intervista a cura di Angela Masi)

Quali liste civiche? Intervista a Paolo Andreozzi

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. La risposta alla terza domanda. Parla Paolo Andreozzi membro del direttivo dell’associazione “da Zero” (www.dazero.org). La prima la leggete qui (http://www.civicolab.it/?p=3821) e la seconda qui (http://www.civicolab.it/?p=3824).

 Il fenomeno delle prossime elezioni saranno le liste civiche (quelle vere ovviamente nate dalla cittadinanza attiva e dai movimenti con il M5S in testa). Voi pensate che siano necessarie? E, soprattutto, pensate che siano sufficienti a cambiare le cose? Quali altri modi di partecipare alla politica pensate che siano efficaci?

Tutto ciò premesso, però è chiaro che ci si deve aspettare un grande protagonismo delle liste civiche alle prossime elezioni – nazionali, regionali, comunali. Delle liste civiche vere, e delle liste cosiddette ‘civetta’ (quelle in cui un esponente – fino a ieri – del ceto politico professionale, o suo strettissimo co-interessato, tenta oggi di ‘riciclarsi’ in veste di fuori-casta, di ‘voce dei cittadini’).

pluralismoQuanto però alla ‘patente di verità’ di una lista civica, bisogna essere accorti. M5S è una lista civica? Solo perché nasce dall’impulso di soggetti esterni alla politica professionale, come Casaleggio e Grillo, e perché si autocertifica come ‘fuori dal teatrino’ e tanti suoi sostenitori credono ciò in buona fede?

Ma allora fu lista civica anche Forza Italia ai suoi tempi. Eppure non riesco a vedere qualcosa di più connaturato al potere e di più lontano dall’esperienza di vita comune e dai bisogni e desideri civici degli italiani, dell’intera parabola storico-politica di Forza Italia, del Polo e del Popolo delle Libertà – fortunatamente ora agli sgoccioli.

Attenzione con le definizioni. Per me civica è una lista che risponde contemporaneamente a un requisito formale e a uno sostanziale: quello formale, più facile da far proprio (o da fingere di far proprio), è quello per cui il ‘personale’ afferente il soggetto politico nuovo non provenga da ruoli minimamente rilevanti nei partiti che esistono già, e le metodiche di elaborazione e di selezione interna siano massimamente inclusive verso l’intelligenza e la competenza dei singoli; quello sostanziale però (per me più importante – e su cui ‘misuro’ ciò che man mano viene alla ribalta) è tale per cui l’obiettivo politico del soggetto in formazione sia effettivamente l’obiettivo dell’interesse generale – della polis, appunto – che sintetizza e trasforma gli interessi settoriali dei cittadini, individui o gruppi, che danno vita alla lista e che la sosterranno, e non la mera somma delle visioni particolaristiche di tutti i delusi dalla democrazia impostata dalla nostra stupenda Costituzione – delusi, per il suo innegabile tradimento da parte delle élite, ma quindi perlopiù risentiti e facilmente mal consigliabili.

coinvolgimento cittadiniUna lista civica è qualcosa che può dare un altissimo contributo all’uscita dalla crisi presente verso un progresso sostenibile, una democrazia sostanziale, uno sviluppo dei diritti civili, un’equità sociale infine emancipata dai ricatti dei soliti gruppi di pressione. Ma se invece è la traduzione nell’ordine elettorale dell’egoismo rancoroso di un’assemblea condominiale, fa tanti danni quanto il sistema che dice di combattere.

Ci voglio idee forti, da spendere come ‘visioni’ nei tempi lunghi dell’evoluzione delle comunità complesse e da attuare in parte anche subito, come misure specifiche di governo, per rispondere ai problemi del lavoro, dell’ambiente, dei servizi – per citarne tre soli.

Ci vuole un’organizzazione trasparente come una casa di vetro e solida come il cemento armato, con metodologie democratiche in ogni processo interno e con criteri di attuazione concreta delle decisioni così deliberate.

E ci vogliono delle figure di spicco – io direi dei capi, fermo restano quanto detto appena sopra, se non temessi che questa parola spaventa un sacco di gente – che sappiano moltiplicare il raggio al quale può spingersi l’appetibilità politica della lista civica, molto più in là del gruppo dei promotori e dei già ‘sensibilizzati’, per arrivare al grande e grandissimo pubblico.

A queste condizioni – i due requisiti di prima e i tre ‘strumenti’ ora detti – una lista civica cambia la faccia della storia, in un momento come questo.

Ci si riuscirà? Ci proviamo con tutto il cuore, e il cervello e le gambe e la voce.

Ma intanto, come diceva quel grande, ‘studiate, organizzatevi, agitatevi’.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Paolo Andreozzi

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Risposta alla seconda domanda. Parla Paolo Andreozzi membro del direttivo dell’associazione “da Zero” (www.dazero.org). La prima la leggi qui (http://www.civicolab.it/?p=3821) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3829).

Il tema è sempre quello: la partecipazione che va oltre il voto come anima e sostanza della democrazia

La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

Con cosa lo sostituiamo? E cosa si può fare? Mica facile.

governo cittàI movimenti mordi-e-fuggi scontano il limite intrinseco cui facevo cenno, e non riescono a canalizzare né il dissenso diffuso né la voglia di partecipare in niente di incisivo da contrapporre allo strapotere delle élite economico-finanziarie e delle loro ‘interfacce’ nel mondo della politica professionale. Anzi, a volte credo che certi ‘esperimenti’ di chiamate a raccolta con gli slogan più banali dell’orizzontalismo irriflesso (‘nessuno ci rappresenta’ ‘non stiamo con nessuno’ ‘non ci vogliamo irrigidire in un programma o in una struttura’), che in effetti raccolgono pochini o nessuno, siano concepiti e gettati a ripetizione nell’arena civicopolitica proprio con l’intento occulto di alzare il livello della confusione e di estenuare i cittadini meno preparati fra quelli indignati a vario titolo.

D’altronde, la decerebrazione indotta nel pubblico italiano da trentacinque anni di televisione commerciale e l’analfabetismo politico ‘di ritorno’ – conseguenza di quasi vent’anni di confronto politico trasformato in braccio di ferro tra macchiette d’avanspettacolo – non si sanerà che nel lungo periodo. E intanto ci teniamo Grillo, per esempio, che è un altro frutto solo più complesso della stessa china antropologica.

centroRispetto ai movimenti fluidi – nei quali però ci sono bellissime eccezioni a quanto detto, come il movimento per l’acqua pubblica che altroché se ha dato risultati concreti rispetto ai suoi obiettivi – il mondo delle associazioni della ‘cittadinanza attiva’ presenta caratteri diversi: scopi razionalmente fissati e condivisi, regole e statuti, struttura e portavoce, metodiche di democrazia interna.

Il problema delle associazioni è un altro, dal mio punto di vista, e consiste nella loro impronta prettamente ‘di causa o vertenza specifica’, marcando la quale – ognuna diversa dalle altre – non facilmente arrivano alla sacrosanta ‘rinegoziazione dei rispettivi confini’ che sola farebbe fare il salto di qualità nell’elaborazione e nell’azione di tutte, capace forse di fronteggiare davvero le strategie di chi permane nella ‘stanza dei bottoni’.

Per questo credo che prima della scomparsa del vecchio modello di partito – al di là della disaffezione quasi generale, poi a chiamata la gente risponde (vedi le recentissime primarie del centrosinistra) – ebbene, manca ancora un bel tratto di maturazione nell’indipendenza culturalpolitica sia degli individui sia dei gruppi in cui si uniscono dinanzi ai problemi della polis.

(intervista a cura di Angela Masi)

L’indignazione dei cittadini serve, ma per costruire (di Martina Monti)

Pubblichiamo uno degli interventi all’incontro organizzato dal gruppo VotiamoliVia a Napoli sulla condizione delle donne al Sud

Io ho iniziato a fare politica all’età di 18 anni (quindi all’incirca 6 anni fa) non perché i miei genitori lo facessero a loro volta, infatti fui io a portare interesse politico in famiglia, ma per un motivo molto semplice: con l’acquisizione del diritto di voto non volevo mettere una croce su un simbolo a caso o su un simbolo consigliato dalla mia famiglia, volevo capire e scegliere con la mia testa.

Mi rattristò molto constatare il fatto che questo senso civico era nato solo in pochi miei compagni di classe e non in chiunque avesse maturato il diritto di voto.
Comunque, approfondendo il tema della politica e i programmi di partito decisi di mettermi in gioco, poiché da sempre penso che la politica sia qualcosa che deve ringiovanire, ma non nel senso anagrafico del termine e non solo come slogan elettorale, credo che ringiovanire sia semplicemente adattarsi al mutare dei tempi.

Non vedo, nel panorama politico attuale, grande capacità di adattarsi ai mutamenti sociali, vedo un rinnovamento di facciata o a parole. Paradossalmente nel 1948 i nostri Padri Costituenti scrissero una Carta Costituzionale decisamente più all’avanguardia rispetto agli ideali che oggi permeano i programmi politici di gran parte dei partiti moderni.

Così scelsi il partito che mi convinceva di più e decisi di mettere tutta me stessa nell’obiettivo di portare avanti i miei ideali e quelli che io consideravo e tuttora considero VALORI. Ma valori veri, non quelli che finiscono abusivamente negli slogan della peggior politica italiana. Per valori veri non intendo dire che i miei siano i valori assoluti o quelli per forza giusti, ma quei valori che caratterizzano in maniera positiva il mio agire nella società e che costituiscono i miei obiettivi per una società più liberale e più democratica.
Nel partito in cui stavo divenni rappresentante nazionale dei giovani in Europa e in quel modo scoprii l’abissale differenza tra la nostra politica e la politica di molti paesi dell’UE soprattutto nordici. A ripensarci siamo davvero solo noi a non voler mai esplicitare gli ideali a partire dai simboli e dai nomi dei partiti: in Europa ci sono i Liberali, i Democratici, i Centristi, i Cattolici, i Conservatori, mentre da noi ci sono Rose nel pugno, Asinelli, Margherite, alleanze di dubbio orientamento, fiamme, leghe e chi più ne ha più ne metta. Certo che un’alleanza tra i Cattolici e i Liberali in Europa potrebbe far venire i brividi a chiunque, mentre qui in Italia con la storia dei simboletti e delle figure retoriche si cerca di indorare la pillola improvvisando le alleanze più strampalate.
Partiamo dal fatto che non ho più tessere poiché ho avuto problemi con il mio partito e così adesso io mi trovo nella situazione di molti cittadini italiani. Chi votare? Ancora questo non mi è dato saperlo, ma ci sono due cose che più di tutte mi preoccupano: le primarie all’interno del centro-sinistra e il grillismo.

Per quanto riguarda le nuove leve della sinistra, la mia riflessione è semplice: al di là dello slogan ‘’rottamiamo’’ che davvero non tollero, poiché trovo che il cambiamento e il rinnovamento debbano essere graduali e non debbano prescindere da una buona e necessaria parte di esperienza, trovo impossibile che una persona di sinistra come me, in caso il Sindaco della culla del rinascimento vincesse le primarie, possa votare un elemento palesemente di destra. Per non parlare del fatto che disapprovo la smania di potere che porta un Sindaco a candidarsi alle primarie per diventare potenziale Premier mettendo in secondo piano l’importanza di chi gli ha dato il proprio voto per guidare una Città.


Il grillismo mi preoccupa per altri motivi, ovvero per la smania di smontare senza avere grandi idee per risistemare le cose. Non che le idee siano sbagliate, anzi, molte le condivido, non condivido l’atteggiamento arrogante e sanguigno di voler scardinare un sistema senza offrire un’alternativa sobria e applicabile. L’entusiasmo che muove il movimento 5 stelle è apprezzabile, ma saprebbero muoversi all’interno delle istituzioni senza sembrare elefanti in una cristalleria? Questo sinceramente è un interrogativo che mi pongo e che finora ha avuto una risposta non molto edificante.

Quello che serve è che la gente si indigni, ma in maniera positiva, non distruttiva, che decida di mettersi in gioco anche all’interno dei partiti o dei movimenti o anche delle associazioni in modo che la propria idea influisca davvero a livello politico. Starne fuori e criticare è facile, ma stare nelle istituzioni e promuovere cambiamenti graduali e intelligenti è davvero ciò che serve. Il fervore rivoluzionario è positivo ma bisogna sforzarsi di capire quale sia la via migliore per incidere davvero sul cambiamento che tutti noi stiamo spasmodicamente cercando.

Per quanto riguarda la mia esperienza di Assessore posso solo dire che c’è bisogno di un concreto cambiamento di prospettive e di metodologie di fare politica. In un momento di estreme ristrettezze economiche c’è sempre più bisogno di stare davvero al fianco dei cittadini per far loro comprendere che la politica deve esserci, deve fare i LORO interessi.
Trattando di Sicurezza urbana mi rendo conto che la maggior parte del problema, almeno qui da noi, sta nel concetto di percezione. La sicurezza non è solo quella oggettiva che si basa sui dati statistici legati ai reati, ma è anche ciò che tu senti quando cammini per strada o quando torni a casa. Se non ti senti a tuo agio o senti di essere in pericolo questo significa che c’è bisogno di intervenire, talvolta solo a parole spiegando fenomeni che spesso non vengono compresi (ad esempio quando due nigeriani parlano tra loro e sembra che stiano litigando quando invece nel loro paese hanno la particolarità di parlare a voce molto alta e può sembrare che siano aggressivi), talvolta invece con interventi strutturali come un impianto di videosorveglianza. Ma per capire davvero cosa sente il cittadino non si può restare in ufficio o parlare unicamente con le Autorità di Pubblica Sicurezza, l’unico modo per capire è girare la città, stare con le persone a prescindere dal loro colore politico e comprendere quale sia la radice del problema per intervenire. Stando dietro una scrivania si perde la parte migliore della politica, ed io sinceramente preferisco essere un ‘’Assessore stradale’’.

Sul tema immigrazione ci sarebbero tante, troppe cose da dire. Uno degli obiettivi fondamentali per me dovrebbe essere quello di garantire la parità di diritti ai servizi e alla partecipazione alla vita pubblica per coloro che vivono stabilmente in Italia. Noi a Ravenna stiamo valorizzando molto la partecipazione degli stranieri nelle istituzioni poiché troviamo che dar voce ai rappresentanti degli immigrati nelle istituzioni sia dare il quadro reale dei mutamenti della società. A febbraio avremo l’elezione di due consiglieri aggiunti in Consiglio Comunale provenienti dal mondo degli immigrati Extra UE che potranno intervenire nel dibattito politico istituzionale ed avremo l’elezione dei Consigli Territoriali (in sostituzione alle Circoscrizioni che sono state abolite), dove gli immigrati residenti sul territorio comunale avranno diritto di voto attivo e passivo.

Il cambiamento si può ottenere, basta avere pazienza e perseveranza. La cosa che spero venga superata il prima possibile è il pregiudizio che si ha verso i giovani. Quando si chiede una politica nuova si parla di giovani, ma alcuni considerano giovani quelli di 35 anni e bambini quelli della mia età (cioè 24 anni). Questo è assolutamente controproducente, io spero che un giorno si arrivi al punto di valutare competenze e contenuti a prescindere dall’età. Non bisogna per forza puntare su una fascia d’età, mi piacerebbe che si valorizzasse chi dimostra di essere ONESTO a prescindere dai dati anagrafici. Quando si valorizzeranno i contenuti senza badare all’immagine, probabilmente avremo molto più margine di crescita collettiva.

Martina Monti – assessore alla sicurezza e all’immigrazione nel comune di Ravenna

Dalla Sicilia una conferma: una vecchia politica scade e la nuova non nasce ancora (di Claudio Lombardi)

Le elezioni siciliane sono finite come sanno tutti e un commento si impone a prescindere dal o dai vincitori. Per chi ha a cuore le sorti della democrazia è importante, anzi, è essenziale riflettere molto sulla percentuale di votanti. Meno della metà degli elettori hanno esercitato il loro diritto di scelta rinunciando a dire col voto chi deve essere investito dei poteri che la democrazia da’ a chi viene eletto. Tra quelli che non hanno votato quasi tutti non hanno alcun potere e rinunciano pure alla possibilità di scegliere chi dovrà esercitarlo in nome di tutti.

Un Presidente eletto da nemmeno il 15% degli elettori ha una legittimazione formale, ma quella vera se la deve conquistare a meno che non voglia dominare i cittadini trattandoli da sudditi.

La resistenza al cambiamento è forte e riflette quella diffusa nella società. I partiti che si sono presentati al voto, con la sola esclusione del M5S e, forse, di quelli che si collocano a sinistra del Pd, hanno dato la vecchia immagine di una politica come affare che riguarda chi di politica ci vive. Ecco quindi la concentrazione sulle formule e l’alchimia delle alleanze che non dicono più nulla alla maggioranza dei cittadini, ma che significano molto per chi ha di mira la sua carriera e, perché no, i suoi affari.

Ciò che i cittadini avvertono è che i loro problemi troppe volte sono stati un pretesto per la competizione fra i partiti, non il fine cui tendono quelli che si presentano come professionisti della politica. Anche la rabbia e l’insoddisfazione che stanno alla base dell’astensionismo hanno un ruolo essenziale perché sono il serbatoio a cui tanti politici attingono per sminuire le proprie responsabilità e per promettere le grandi trasformazioni che non si realizzano mai. È lo stesso meccanismo degli aiuti allo sviluppo del Mezzogiorno che sono la rendita di posizione di cui godono classi dirigenti assolutamente screditate in cerca di una legittimazione per spartirsi le risorse pubbliche  e per pompare sempre nuovi fondi dallo Stato e dall’Europa.

I cittadini, però, non sono angeli, sono anche corresponsabili delle degenerazioni e delle deformazioni della politica e della democrazia perché stanno nello stesso brodo di coltura che produce i politici ladri, mafiosi e corrotti. Quindi devono crescere, fare lo sforzo di assumere un punto di vista che metta al centro l’interesse della collettività e la legalità, accettare il ruolo dello Stato e dar forza a nuove formazioni politiche che esprimano la costruzione di una nuova classe dirigente. Non devono più farsi prendere in giro da gente che ha stradimostrato di non avere a cuore la soluzione dei problemi, ma non devono nemmeno sentirsi vittime innocenti pronte per essere convinte a suon di promesse indecenti o di inammissibili favori. I cittadini devono capire che i loro problemi si risolvono dentro un sistema di regole che poggia su finalità selezionate e definite con la politica che non è il feudo di Tizio o Sempronio, ma un processo collettivo di partecipazione democratica. Perché o è così o è lo sfascio.

Per questo ben venga anche l’affermazione del M5S, ma, meglio ancora, ben vengano nuovi movimenti in grado di riportare i cittadini alla politica e, quindi, anche alle urne. Movimenti di partecipazione civica perché è da questa dimensione che inizia la politica, ma movimenti dotati di una bussola con la quale orientarsi fatta di valori e criteri di giudizio del mondo e delle relazioni fra le persone.

Quali? Tanto per avere un’idea si potrebbe rileggere la prima parte della Costituzione. Già quello è un buon punto di partenza.

Claudio Lombardi

Conteggio dei voti in Sicilia: una situazione surreale (di Gloria Monaco)

Surreale. Non trovo altra definizione per il dibattito, e la relativa coda di polemiche, scoppiati questa mattina relativamente ai risultati delle elezioni in Sicilia. Lo spoglio è in corso dalle 8 ma nonostante ciò al momento fatta eccezione per Palermo ed altri casi rarissimi non si dispone di dati ufficiali. Sono passate 4 ore dall’apertura delle urne e regna il caos più assoluto. Unica certezza: la corsa ad attribuirsi il risultato.

La lentezza delle operazioni di scrutinio è nota da tempo e per altro in territori come la Sicilia assolutamente cronica. Si tratti di politiche, di amministrative o – come in questo caso – di regionali le ore per poter vedere profilarsi un quadro attendibile scorrono inesorabili. Quindi questo 2012 non fa eccezione e si va avanti sulla base di exit poll e dati provenienti dagli “enti” più efficienti come il capoluogo.

Proprio sulla base degli exit poll circolati, fin dalle prime ore, si è ventilata una vittoria senza pari del candidato del M5S Cancellieri ma, al momento, l’unica “vittoria” vera che attribuisco ai Grillini è il risultato della lista a Palermo che batte (con circa il 16%) di misura quelle di PD e PDL, ambedue oscillanti su percentuali attorno al 10%.

Eppure questa incertezza non dissuade i soliti “noti” (siano giornalisti, opinion makers o politici stessi) dal lanciarsi in ardite teorie interpretative del fenomeno elettorale. Non ho intenzione di fare altrettanto. Mi limito a pochissimi spunti di riflessione in attesa che prefetture, regione, ministero ci diano dati e risultati attendibili.

Uno. Una prima cosa che volevo sottoporre all’attenzione di chi legge è la seguente: capisco che la Sicilia è una regione a Statuto speciale (ma lo stesso si può dire anche per altre regioni prossime al voto come Lazio e Lombardia) dotata di una propria legge elettorale e di meccanismi di raccolta dei risultati che a questo punto mi piacerebbe capire quali siano. Tuttavia, non è possibile che a più di 12 ore dalla chiusura delle urne non esista ancora un dato complessivo aggregato in grado di attribuire pur con tutti i margini, le forbici ecc. ecc., la vittoria ad un candidato. Soprattutto non è possibile visto che sicuramente il primo partito di questa tornata elettorale è, senza tema di smentita, l’astensione. Ecco di questo mi indigno e di questo vorrei che qualcuno ci desse conto. Le regioni a seguito della modifica del Titolo V hanno tutte più o meno legiferato in materia di elezione dei propri organi e a questo punto dico fortunatamente in molte hanno deciso di continuare ad avvalersi di “protocolli di intesa” con il Ministero dell’Interno per quel che riguarda la gestione e la divulgazione dei risultati. Se così non fosse credo che la situazione rischierebbe ogni volta di diventare sempre più paradossale e meno gestibile anche in termini di garanzia del risultato elettorale.

Due. Gli exit poll come già ampiamente dimostrato in passato non sono attendibili. In questa occasione strombazzano vittorie che in realtà sembrano lontane dal realizzarsi e tutti dietro a commentare dati e risultati che non sono. E’ una questione di serietà. Non si può trascorrere il tempo a parlare del nulla o disegnare scenari impossibili solo perché lo impone “lo share” televisivo. Un bel tacer non fu mai scritto! E piuttosto che inanellare una serie di luoghi comuni o sciocchezze, sarebbe più utile come sempre verificare e documentarsi! Ma ormai sembra che attenersi al principio cardine del codice deontologico dell’informazione non sia più di moda!

Tre. Se si confermano i risultati di Palermo, relativamente alla distribuzione dei voti sulle liste questo sì è un dato importante e che merita una certa attenzione. La “vittoria” del movimentismo sui partiti organizzati denota che ci deve essere una “riorganizzazione” della gestione del consenso al passo coi tempi anche per i “partiti” eredi dei “popolarismi” del ‘900. La gerarchia piramidale che vige all’interno di PD, PDL, UDC ecc. ecc. è sconfitta  dal capovolgimento del modo stesso di intendere la politica, per cui è la cosiddetta base a dettare le regole e obbligare i vertici ad adeguarsi.

Quattro. Pesa sempre come un incognita, o almeno questo è quanto mi ripeto sempre nel caso di elezioni in Sicilia, quale sia il peso da attribuire a taluni “poteri forti”. L’inquinamento del risultato elettorale da parte della Mafia è uno dei “grandi temi” che puntualmente si ripropone ad ogni elezione. Non posso non porre quindi il tema oggi specie con questo tipo di risultato così poco “intellegibile” e che se da un lato fa pensare che la situazione odierna sia assolutamente diversa da tutte le precedenti non può non dare da pensare.

Dopo queste riflessioni torno quindi ad analizzare i dati, o meglio a cercare di reperire i risultati quanto più ufficiali possibile, solo a questo punto proverò a interpretarli e a dire la mia!

Gloria Monaco

Sicilia: una vecchia politica scade e la nuova non nasce ancora (di Claudio Lombardi)

Lo spoglio dei voti delle regionali siciliane non è ancora finito, ma un commento si impone a prescindere dai risultati elettorali. Per chi ha a cuore le sorti della democrazia è importante, anzi, è essenziale riflettere molto sulla percentuale di votanti. Meno della metà degli elettori hanno esercitato il loro diritto di scelta rinunciando a dire col voto chi deve essere investito dei poteri che vengono attribuiti con la rappresentanza nelle assemblee elettive. È un dato clamoroso e preoccupante perché in quella metà che non ha votato sicuramente il 90% è fatto di gente che non ha alcun potere e che rinuncia a quello di scelta consegnandolo ad una minoranza del corpo elettorale.

La riflessione riguarda in primo luogo le formazioni politiche che si sono presentate al voto. Con la sola esclusione del M5S e delle formazioni che si collocano a sinistra del Pd tutti gli altri hanno dato la vecchia immagine di una politica come affare che riguarda chi di politica ci vive. Ecco, quindi, le formule e le alleanze che non dicono più nulla alla maggioranza dei cittadini, ma che significano molto per chi ha di mira la sua carriera e, perché no, i suoi affari.

I problemi della  Sicilia sono stati, come troppo spesso avviene nelle competizioni fra partiti, il pretesto per imbastire discorsi pro o contro i diversi candidati. Ma il cuore non svelato è rimasto quello dei giochi e delle alchimie di chi muove le sue pedine perché pensa solo alla conquista del potere. In questo quadro anche la rabbia e l’insoddisfazione dei cittadini ha un ruolo essenziale perché è il serbatoio a cui attingere per sminuire le proprie responsabilità e per promettere grandi trasformazioni. Un po’ come avviene per i problemi mai risolti dello sviluppo del Mezzogiorno che sono la rendita di posizione di cui godono classi dirigenti assolutamente screditate che cercano una legittimazione per spartirsi le risorse pubbliche  e per pompare sempre nuovi fondi dallo Stato e dall’Europa.

Ma la rabbia dei cittadini non può e non deve più garantire la rendita di posizione di chi non vuole risolvere proprio un bel niente perché sennò dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e vedrebbe sfumare il suo potere di intermediazione.

I cittadini devono crescere e dar forza a nuove formazioni politiche che esprimano la costruzione di una nuova classe dirigente. Non devono più farsi prendere in giro da gente che ha stradimostrato di non avere a cuore la soluzione dei problemi, ma solo il suo tornaconto personale e di gruppo.

Per questo ben venga anche l’affermazione del M5S, ma, meglio ancora, ben vengano nuovi movimenti in grado di riportare i cittadini alla politica e, quindi, anche alle urne. Movimenti di partecipazione civica perché è da questa dimensione che inizia la politica, ma movimenti dotati di una bussola con la quale orientarsi. Una volta ci si sarebbe rivolti ad una ideologia, oggi non avrebbe più senso. Una bussola oggi deve essere costituita da valori e criteri di giudizio del mondo e delle relazioni fra le persone.

La solidarietà, la tensione verso l’eguaglianza delle possibilità, la prevalenza dell’interesse collettivo che si esprime attraverso quel complesso processo di formazione delle decisioni che si chiama politica, la giustizia e l’equità, la responsabilità. Questi sono alcuni dei principi e dei valori che possono guidare nuove forme di partecipazione dei cittadini.

Chi rappresenta i partiti (e anche chi si camuffa dietro liste civiche finte) deve partire svantaggiato perché deve avere l’onere di dimostrare la propria buona fede e deve partire dall’ammissione delle proprie responsabilità. Non può invocare le solite promesse per il futuro come giustificazione per la sua presenza: deve dire anche e innanzitutto che parte ha avuto negli errori di cui è accusata tutta la politica.

Senza questo le promesse e la retorica dei comizi non hanno più senso e servono solo ad allontanare i cittadini dalla politica.

Claudio Lombardi

Un confronto civico per l’Italia di domani: forza venite gente, si va a cominciare! (di Paolo Acunzo)

Con il mese di ottobre si è ufficialmente aperta una stagione determinante non solo per la politica nostrana, ma per il futuro dell’Italia e di altri paesi.

Nei prossimi sei mesi i cittadini romani, solo per fare un esempio, saranno chiamati ad eleggere il nuovo Presidente della Regione Lazio, il sindaco di Roma, nonché i relativi consigli e il Parlamento nazionale. Queste elezioni dovrebbero essere precedute da primarie varie (e vere?) nel campo del centro sinistra (candidato premier, sindaco, parlamentari e quant’altro). Inoltre sono in campo anche nuovi strumenti di partecipazione diretta nelle scelte politiche fondamentali di un partito, come le sei proposte di referendum all’interno del PD che meritano attenzione sia per la forma che per i contenuti che essi comportano. Il tutto in un contesto di crisi morale, economica e di rappresentanza politica che è ormai evidente e che certamente sarà al centro (come lo è adesso) di tutte le discussioni.

Nello stesso lasso di tempo ci saranno elezioni anche in altri paesi, ad iniziare da quelle presidenziali americane fino ad arrivare a quelle tedesche, che potrebbero cambiare le priorità internazionali e gli equilibri politici anche da noi, come ha già in parte dimostrato l’esempio dell’elezione di Hollande in Francia.

In definitiva in questi sei mesi ci sarà un enorme accelerazione degli accadimenti pubblici che comunque porterà ad una situazione politica rivoluzionata rispetto a quella che conosciamo attualmente. Ma il come non può essere dato per scontato.

Sicuramente, però, (e finalmente) vi è una ottima occasione per tentare di cambiare le cose. Chi in questo lasso di tempo non proverà a dire la sua, a formarsi un’opinione politica consapevole, a tentare di costruire qualcosa di pur piccolo, ma che abbia senso, poi non potrà nascondersi dietro il “sono tutti uguali” o “sono sempre gli stessi, qui non cambia mai niente”.

Questa è la grande ambizione di questo piccolo spazio civico. Creare una sorta di Blog collettivo per dare voce a quei semplici cittadini che fino ad oggi si sono sentiti solo spettatori. Non solo su questioni classiche della politica nazionale (riforma della legge elettorale, primarie, alleanze varie e vario teatrino della politica) ma su tutte quelle questioni di fondo che possono decidere realmente il nostro futuro, ad iniziare dal futuro della democrazia in Europa.

Un laboratorio civico di idee in libertà che si confrontano in modo costruttivo, senza mai, speriamo, degenerare nel becero populismo, contribuendo a mettere in pratica quel metodo di democrazia attiva per cui è nato www.civicolab.it

A qualcuno piacerà, a qualcuno no. Qualche tema aprirà fervidi dibattiti, altri meno. Ma la cosa importante è provare a dimostrare che, seppur piccoli, solo grazie a liberi spazi di confronto e facilitando la più ampia partecipazione dal basso si potrà rendere vivo ciò che oggi non è: la politica e la partecipazione democratica.

Ormai i tempi sono stretti e siete tutti invitati a metterci del vostro.

Forza venite gente, si va a cominciare!

Paolo Acunzo

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