Astensionismo e rinnovamento della politica (di Tullio Marra)

La partecipazione al voto alle ultime amministrative 2012 è stata del 66,88% nel primo turno (-4,16% rispetto al 2011) e del 51,38% nel secondo turno (addirittura l’ 8,93% in meno rispetto alle precedenti elezioni).

Nella Costituzione italiana, all’art. 48, è scritto che “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”. Il voto è personale (non può essere dato per delega da un rappresentante); eguale (ogni voto vale indipendentemente da chi l’ha dato); libero (nessuno può essere costretto a dare un voto diverso da quello voluto); segreto (a garanzia della libertà e per evitare indebite pressioni o ritorsioni). Dice, ancora, che votare è un “dovere civico” (parte di quel dovere di solidarietà politica, di cui parla l’art. 2), nessuna sanzione è prevista per chi non va a votare.

Tra gli studi di settore sul fenomeno astensionista consiglio quest’analisi abbastanza completa e secondo me attendibile:

http://audipolitica.it/images/stories/sintesi/Sintesi_ItalianiCheNonVotano.pdf

L’astensione è un’ opzione politica. E’ un errore considerare l’anti-politica coincidente con l’astensionismo elettorale. Tra la partecipazione elettorale e la non partecipazione esiste una zona grigia, ove si passa dal votare o no a seconda le circostanze, e degli schieramenti in campo e dei leader in concorrenza. Quindi l’astensione non è fenomeno di anti-politica di sapore anarchico.

Il 50 % degli astensionisti non si rifugia in un atteggiamento genericamente anti-politico, ma indica esattamente negli attuali partiti la ragione della loro mancata partecipazione elettorale.
Due sono gli elementi che potrebbero far tornare gli astensionisti al voto: primo, la comparsa di nuovi protagonisti e leader politici; secondo, una maggiore e generale moralità della politica.
Le analisi hanno scoperto che gli astensionisti non sono persone ignoranti e superficiali per ciò che riguarda la politica. Al contrario i tre quarti di costoro hanno precise idee ben precise su cosa dovrebbe essere la politica.

Fra i comportamenti della nostra classe politica la maggiore impressione negativa che si ripercuote su tutti gli elettori è quella inerente all’utilizzo dell’incarico pubblico per meri interessi privati.

Gli astensionisti non sono, come taluni vogliono far credere, degli arrabbiati ignoranti, ma sono del tutto simili al popolo dei votanti.

Da rimarcare che la tendenza all’astensionismo è comune a tutte le democrazie dell’Europa occidentale. E questo senza ignorare la specifica e profonda crisi che vive oggi il nostro sistema politico.

Questo spiega il successo inaspettato del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Coloro che l’ hanno votato, l’ hanno fatto perché ritengono la politica dei partiti tradizionali fallimentare, e vedono nel suo programma politico istanze innovative e, personalmente, ritengo che il presunto carisma di Grillo, c’entri poco con il suo successo.

Il M5S ha occupato, in questo momento, un vuoto politico, derivato dalla crisi strutturale, morale e anagrafica dei gruppi dirigenti dei partiti. Il M5S risponde a quella parte dell’opinione pubblica desiderosa di un cambiamento politico radicale, risponde altresì a una richiesta di trasparenza, di taglio dei finanziamenti ai partiti e ai costi della politica, di maggiore partecipazione per decidere sulle scelte della vita pubblica. Tutti segnali importantissimi. C’è grandissima insoddisfazione per lo scenario politico attuale. Il voto a M5S è un voto sì di protesta, ma soprattutto d’opinione. Continuerà a crescere, e quindi a spazzare via tutto e tutti, soltanto se i partiti tradizionali resteranno fermi e non appariranno novità politiche seriamente rappresentative.

Tullio Marra

I disastri, la crisi e l’insostenibile leggerezza dei politici (di Claudio Lombardi)

In una delle zone più ricche e più sviluppate del Paese un terremoto di media intensità provoca crolli diffusi, numerose vittime e molte migliaia di sfollati perché la prevenzione e il rispetto di regole prudenziali nella costruzione degli edifici e nella messa in sicurezza è l’ultima delle preoccupazioni delle istituzioni, delle amministrazioni pubbliche e di tanti cittadini abituati al tirare a campare, all’arte di arrangiarsi e incapaci di chiedere il rispetto dell’interesse generale da chi questo deve fare senza se e senza ma.

Un politico di lungo corso e di esibita fede cattolica, Roberto Formigoni, viene scoperto a libro paga di un mediatore di affari nella sanità lombarda. Sanità che dipende dal governo della Regione cioè dallo stesso Formigoni. Secondo i magistrati molti milioni di euro costituiscono il bottino del mediatore, Daccò, e le spese a favore del Presidente della Regione, scoperte finora, ammontano a cifre dell’ordine di milioni di euro (una barca di 27 metri a disposizione, vacanze in paradisi non celesti bensì terreni da decine di migliaia di euro a volta, una villa in Sardegna venduta ad un terzo del suo valore ecc ecc). Non serve altro per dichiarare il Formigoni bugiardo e disonesto e per chiedere alla Magistratura di metterlo nelle condizioni di non nuocere ulteriormente alle istituzioni. Un presidente di regione pagato in natura con viaggi, ville scontate e altre utilità da chi è in affari con la regione stessa è incompatibile con la democrazia ed è inutile e dannoso per i cittadini.

Ci siamo appena liberati da un governo diretto da un imbroglione che ha passato più tempo a svicolare dalle inchieste giudiziarie a suo carico, a fabbricare leggi personali e a combattere i magistrati che a governare e assistiamo increduli al tentativo di riciclarsi come un leader del popolo addirittura preso a riferimento da giovani che vorrebbero rifondare il Pdl. Ma cosa vogliono rifondare e su che basi se non fanno i conti con i disastri prodotti dal berlusconismo? E Berlusconi sarebbe il loro candidato alla Presidenza della Repubblica con il suo codazzo di ladri e di puttane? C’è da chiedersi da dove vengano questi giovani e che idea abbiano dell’Italia e dello Stato.

In questi confini si svolge la vicenda italiana emblema di una leggerezza della politica che non sa governare, ma sa conquistare il potere e mantenerlo distruggendo risorse e mandando a picco il Paese.

Domandiamoci quanto ci è costato il sistema di potere clientelare dei governi di centro, centro destra e centro sinistra che hanno diretto la ricostruzione dell’Italia, ma lo hanno fatto non con la legalità e la crescita della cultura civica dei cittadini, ma elevando a sistema il nepotismo, l’abuso e l’uso del denaro pubblico per conquistare consensi corrompendo le regole del vivere civile e il regolare funzionamento delle amministrazioni pubbliche.

La montagna del debito pubblico sta lì a testimoniare di quanto sia costata agli italiani quella lunga stagione.

La situazione è drammaticamente peggiorata col berlusconismo, degenerazione estrema del clientelismo, che ha costruito uno spregiudicato sistema di governo di cricche e di gruppi di potere dando l’illusione che fosse un progetto liberale che avrebbe reso gli italiani più liberi e più ricchi.

I risultati li stiamo toccando con mano e i crolli in Emilia Romagna e lo stato disastroso del territorio esposto a frane, smottamenti, esondazioni, terremoti ne sono l’emblema più evidente. Ciò che sta crollando è quell’Italia governata da oligarchie imbelli avviluppate in lotte di palazzo o semplicemente criminali in lotta per accaparrarsi risorse pubbliche che abbiamo visto all’opera negli ultimi venti anni. Fra gli imbelli mettiamoci pure le opposizioni che molto di più avrebbero potuto fare se non avessero messo al centro il loro narcisismo, se avessero guardato oltre i loro schemini teorici o i loro slanci adolescenziali per realizzare qui ciò che hanno tanto ammirato in paesi molto lontani e molto diversi da noi come gli Usa o anche se avessero guardato oltre la loro rete di rapporti nei palazzi del potere. Possiamo dire che anche loro sono in parte responsabili dei disastri di oggi?

Oggi abbiamo un governo di professori che non ha la forza per dare una sterzata e riportare il rigore e la legalità al primo posto perché è sotto ricatto di un Parlamento che non rappresenta più il Paese e perché è stretto in vincoli europei sempre più insensati che fanno apparire l’Europa come un peso insopportabile e non come un’opportunità. Un governo che, però, ha trovato la forza per dare battaglia sull’art. 18 che persino la Confindustria ha dichiarato inutile per la ripresa economica e per imporre una riforma delle pensioni servita solo a fare cassa facendo pagare a chi ha poco i conti della crisi.

In questo scenario nulla di buono potrà accadere se i cittadini non si risveglieranno dal torpore che ha consegnato tutto il potere in mano a una classe dirigente di incapaci e di predoni strettamente alleati di fatto con le varie forme di criminalità che imperversano in Italia e che rappresentano ormai anche un potere economico diffuso.

Risvegliarsi non significa solo mandare tutti a quel paese, ma vuol dire impegnarsi, pretendere e imporre una nuova politica e una nuova democrazia portando alla guida delle istituzioni le parti migliori della società civile costringendo a rinnovarsi anche quelle forze politiche disposte a fare la loro parte per la ricostruzione dell’Italia.

Claudio Lombardi

Una generazione si costituisce parte civile (di Flora Frate)

La mia generazione, scriveva Giorgio Gaber, ha perso. La nostra no, perché non ci hanno fatto nemmeno tentare. La nostra generazione è negata, nascosta, omessa. Costretta a tacere, relegata in un angolo, soffocata. Negli ultimi quindici anni, la società ha subito stravolgimenti radicali. Ci hanno raccontato la “lieta novella” che più mercato e più flessibilità fossero opportunità di un futuro glorioso. Ci hanno costretto a credere, nostro malgrado, che precarizzare il mondo del lavoro fosse non solo ineluttabile, ma soprattutto un’opportunità che avrebbe prodotto “più lavoro per tutti”, andando a sostituire la rigidità del posto fisso con la dinamicità del mercato. Uno scambio del tutto impari e totalmente al ribasso per una generazione che si vuole negare, nascondere, omettere. Basta scorrere i dati in rete e le storie di precariato saltano agli occhi in tutta la loro prepotenza: agenzie interinali, una paga da fame, turni sempre più massacranti. Nel bel Paese della legge 30 (quella stessa legge che avrebbe dovuto garantire gli ammortizzatori sociali), l’unica traccia narrativa è quella dell’umiliazione e della solitudine sociale. In un Call Center non ci si può fidanzare, pena il licenziamento in tronco. Ci si distrae e si abbassa la produttività.

Eccola la nostra generazione, repressa e costretta a vivere in una dimensione approssimativa tra ricatti e certezze mancate. Una generazione che campa grazie ad un unico ammortizzatore, le nostre famiglie: padri e madri che hanno conosciuto una mobilità sociale inversa alla nostra, di crescita e consolidamento. Noi venti/trentenni abbiamo una mobilità capovolta, verso il basso, tendente all’esclusione e all’emarginazione. E non c’è da sorprendersi se è alta, e continua a crescere sempre più, la nostra disillusione nei confronti dei partiti e delle Istituzioni.

Sentiamo la politica come un corpo estraneo ed invasivo, piuttosto che come uno strumento di indirizzo della collettività. La politica di chi ha sbagliato e rubato, ricade sulla nostra instabile generazione: ci fanno pagare un prezzo altissimo per i loro errori e i loro sprechi.

Ci chiedono di risanare questo Paese sulle nostre spalle, stringendoci sempre più in un limbo di non-esistenza. Sempre più negati, sempre più nascosti, sempre più omessi. E oltre il danno, anche la beffa. Non solo relegati ma anche offesi; bamboccioni e sfigati è il modo in cui la nostra generazione viene rappresentata dai Signori del Governo, di ieri e di oggi. Siamo descritti come “mammoni” da persone che parlano di ciò che non conoscono, che si ergono su santuari di arroganza non avendo alcuna consapevolezza degli argomenti in questione. Perché non si dice, ad esempio, che la trasformazione del sistema universitario ha generato un enorme esamificio incapace di formare la futura classe dirigente di questo paese?! Perché non si dice, ancora, che la laurea triennale è stata una clamorosa truffa generazionale, di migliaia di giovani che prima si sono visti scartati a vantaggio di chi era laureato col Vecchio Ordinamento e poi nuovamente buttati via perché il mercato esigeva laureati con la Magistrale?! Perché ci si dimentica di dire che siamo schiavi all’interno di un meccanismo infinito di tirocini, il cui requisito d’ammissione – paradossalmente – è già di per sé un’alta qualità formativa?! Perché nessuno ricorda che a lasciare questo paese sono menti valide, di studiosi e ricercatori che qui non trovano alcuna prospettiva?! Come mai nessuno denuncia che a soffrire maggiormente del precariato sono le giovani donne, che ai colloqui si sentono chiedere se hanno intenzione di fare famiglia?!

È sempre più forte lo scollamento tra la realtà e ciò che si vuole rappresentare. A cominciare dai partiti, dove la nostra presenza la si vuole sempre più testimoniale e mai intesa come una reale risorsa. Dobbiamo tacere e non contraddire il capobastone di componente, pena l’esclusione totale. Partiti balcanizzati da logiche personalistiche, contro le quali le nuove generazioni si scontrano pesantemente. Il successo del Movimento 5 Stelle ci racconta questo: Grillo a parte, esiste una generazione capace di organizzarsi facendo emergere tutto il proprio malessere.

Ed è esattamente questo che dobbiamo fare, rompere il compromesso del silenzio e della mortificazione. Ai partiti che vorrebbero sublimare la questione all’insegna di un presunto patto generazionale, noi vogliamo rivendicare che negli ultimi quindici anni siamo stati vittime di una pesante truffa generazionale. Il precariato è un vestito tagliato su misura, un’imposizione categoriale che vogliamo rifiutare. Il precariato è stato costruito per svilire il nostro potenziale, per crocifiggerci all’esistente mortificando il nostro futuro. Un futuro che non vogliamo suicidare.  Contro questa truffa la nostra generazione si costituirà parte civile contro lo Stato. Ci presenteremo come parte lesa, come soggetti pesantemente danneggiati da scelte politiche che hanno messo un’ipoteca sui nostri sogni e sul nostro talento. Non vogliamo stare fermi a guardare. E vogliamo che tutto questo parta da Napoli, da quel Sud che si vuole rappresentare come una zavorra, come peso inutile di un’Italia che altrimenti prenderebbe il volo. Da qui, dal nostro Sud, muoveremo la nostra denuncia. Presenteremo un regolare esposto contro lo Stato, un gesto che va ben oltre il simbolico.

Siamo stanchi di essere negati, nascosti, omessi. Siamo vittime di una truffa e in quanto tale ci costituiremo parte lesa. La nostra generazione deve osare.

Flora Frate (tratto dal gruppo Facebook “Generazione parte civile”)

A “tutto civismo”: movimenti e liste civiche alla carica (di Claudio Lombardi)

Non è solo il Movimento 5 stelle e non sono nemmeno più soltanto le liste civiche “tradizionali” che nelle elezioni locali sono presenti da anni per sostenere, senza simboli di partito, singoli candidati alle cariche di sindaco o di presidente di provincia. Adesso l’idea di lista civica sta diventando qualcosa di diverso che nasce nel locale e lì si sviluppa, ma si propone di assumere dimensioni nazionali e di diventare un soggetto politico autonomo. A promuoverle e a farle conoscere niente attori o personaggi dello spettacolo, ma cittadini comuni che si collegano fra loro e usano internet per dibattere e definire programmi e proposte.

Così la Rete dei cittadini (http://retedeicittadini.it) che si è presentata alle regionali del Lazio nel 2010 e così l’iniziativa per la costituzione di una lista civica nazionale nata da un fitto intreccio di realtà locali (http://www.perunalistacivicanazionale.it). Entrambe si propongono come uno sviluppo della democrazia fondata sui partiti. Probabilmente non sono e non rimarranno le sole anche perché il civismo sarà un’ancora cui si aggrapperanno anche alcuni partiti con la speranza di camuffare le loro precedenti esperienze di governo. Staremo a vedere.

Ai movimenti civici va ascritto anche il Movimento 5 stelle che, in realtà, non si definisce come una lista civica anche se di liste locali ne ha presentate molte. Secondo il suo statuto (anzi, Non statuto) non si tratta nemmeno di un’associazione bensì di una Non associazione come è specificato nell’art. 1 che definisce il Movimento come “una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.”. Sempre il blog individua le campagne e i temi da affrontare e il Movimento è “lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati” a promuoverle sul territorio. Movimento-strumento e, dunque, anche aderenti-organi dello strumento. Se la logica e le parole hanno un senso.

Si ritrova qui una “doppia verità” tipica dei movimenti fondati da personalità di spicco o da gruppi ristretti che vogliono mantenere il controllo senza rischiare di perderlo attraverso il confronto democratico. Molto battaglieri in nome della partecipazione verso l’esterno e molto autoritari verso l’interno dove non sono assicurate o rispettate le più elementari regole per la formazione delle decisioni. Molto spesso ciò accade “di fatto” (o con cavilli giuridici negli statuti) cioè con l’affermazione teorica di regole democratiche contraddette dalla pratica quotidiana nella quale i fondatori del movimento fanno valere la loro assoluta preminenza. Nel caso del M 5 S, invece, queste regole nemmeno esistono e, semplicemente, viene accettato il marchio proprietario di Beppe Grillo creando l’assurda situazione di un movimento che si batte per la totale trasparenza e apertura della politica, ma non accetta le forme più semplici della partecipazione al suo interno considerando i suoi aderenti come strumenti della volontà di uno solo.

Questo assetto inficia il programma che si propone come un elenco di punti che non vengono motivati e che sono scollegati da una analisi e da un quadro d’insieme. Nel complesso si presentano non come frutto di una visione politica, bensì tecnica. Messi lì senza collegamenti e spiegazioni assumono quasi le sembianze di una ricetta o di un manuale di istruzioni per l’uso. Se si aggiunge che non si sa da dove provengano – se da discussioni locali, nazionali, dai forum sul sito o dalla mente di Grillo – si ha il quadro di un non movimento che propone una non politica basata sull’attuazione di un programma tecnico. Ma l’opinione pubblica e gli elettori e nemmeno gli aderenti non danno molta importanza a questi aspetti. Secondo un recente sondaggio conta molto di più la personalità del leader e la forza del messaggio ossia l’impressione che lascia in chi ascolta. Ma, attenzione, questo vale solo per movimenti che esistono e hanno visibilità per i personaggi che li creano e che li rappresentano.

Ben diversa l’impostazione delle reti che stanno lavorando all’idea di una lista civica nazionale. Su tutto prevale la preoccupazione della democrazia interna che le spinge ad una cura persino pignola dei procedimenti decisionali. Entrambe le iniziative propongono un Manifesto o una Dichiarazione di intenti che serve a chiarire le intenzioni dei promotori e le finalità. La definizione dei programmi viene demandata ad assemblee nazionali precedute da numerose iniziative locali e da un fitto scambio di idee su internet. In ogni momento si sollecita la massima partecipazione individuale senza vincoli che non siano le cornici di principi, intenti e finalità messe a base delle iniziative.

Filo conduttore di entrambe (ma, a parole, anche del Movimento 5 stelle) è il superamento dell’assoluta preminenza della democrazia rappresentativa fondata sulla delega ai partiti e sulla separazione fra cittadini e istituzioni e l’espansione di tutte le forme di democrazia diretta.

A differenza del movimento di Grillo sia la Rete dei cittadini che Perunalistacivicanazionale indicano i punti del programma che intendono scrivere, ma dichiarano prima quali sono le finalità. In pratica presentano un approccio politico e non tecnico ai problemi del governo della collettività.

Il ragionamento non sarebbe completo senza parlare anche di Alba (www.soggettopoliticonuovo.it) il nuovo soggetto politico che nasce dal movimento referendario del 2011 per l’acqua (e non solo l’acqua) pubblica. Coagulato anch’esso sull’affermazione dei principi di massima partecipazione dei cittadini alle scelte della politica pone al centro della nuova politica la cura dei beni comuni. Anche in questo caso le regole della partecipazione interna sono definite per garantire apertura e trasparenza per chiunque voglia condividere il manifesto che ha lanciato l’iniziativa. E anche in questo caso l’approccio è dichiaratamente politico non essendoci elenchi di punti da attuare, ma un percorso, delle finalità e dei principi da cui muovere.

Se anche Alba, come è probabile, deciderà di presentarsi alle prossime elezioni il panorama politico italiano sarà sconvolto dalla presenza di diversi soggetti politici nuovi con una forte connotazione civica. Civica perché si partirà dal riconoscimento della centralità del cittadino come soggetto posto a base dello Stato. Vale la pena seguire questa evoluzione non dimenticando che il civismo da anni si esprime con tante associazioni che operano direttamente sui problemi della condizione sociale e dei servizi o sulla vita nelle città e che il patrimonio di esperienze accumulato deve, in qualche modo, entrare in contatto con le formazioni politiche che stanno nascendo. Altrimenti il civismo sarà una buona intenzione o uno slogan, ma non una realtà concreta. In ogni caso i partiti, se vorranno sopravvivere, dovranno misurarsi con questa realtà.

Claudio Lombardi

In Germania arrivano i pirati e in Italia i “grillini” (di Claudio Lombardi)

Potrebbero arrivare anche in Italia i nuovi pirati? Ovvero un movimento politico “né di destra né di sinistra”, che va oltre i vecchi partiti, piace finalmente ai giovani, è liberale ma non liberista, pratica la democrazia diretta tramite la rete e supera d’un balzo le stucchevoli chiacchiere sulla “riforma della politica” fatta dai partiti che l’hanno distrutta. Era questa fino a poco tempo fa la domanda che ci si faceva. Oggi è cambiata e ci si chiede se il Movimento 5 Stelle sia il Piratenpartei versione italiana. La domanda non è oziosa: in Germania il partito dei pirati ha preso un bel po’ di voti ogni volta che si è presentato alle elezioni e in Italia la stessa cosa è accaduta con le liste del Movimento 5 stelle alle ultime amministrative.

Vediamo di aiutarci a capire di che si tratta prendendo anche spunto da un articolo pubblicato su ”Internazionale” del 6 aprile scorso a firma di Michael Braun.

“Un partito apparentemente venuto dal nulla sta per cambiare completamente lo scenario politico tedesco” e riapre i giochi degli equilibri politici che sembravano chiusi in vista delle elezioni politiche del 2013: perdente la coalizione di Angela Merkel, vincenti i socialdemocratici e i verdi.

“Con una strabiliante affermazione alle elezioni per il parlamento regionale di Berlino – dove nel settembre 2011 hanno preso un sensazionale 8,9 per cento – sono apparsi sulla scena i Piraten, il partito dei pirati”. “Alle elezioni nel Land della Saar – quanto di più provinciale si possa immaginare – due settimane fa i Piraten hanno ottenuto un lusinghiero 7,4 percento, assicurandosi quattro seggi. E, con grande sconforto dei “vecchi” partiti, tutti i sondaggi ora prevedono a questi Pirati della politica un risultato fra il 9 e il 12 per cento alle prossime elezioni politiche.”

Questa la fotografia della novità che irrompe sulla scena tedesca. Ma ci sono somiglianze col fenomeno italiano del Movimento 5 stelle?

Braun afferma che “alcune analogie sono più che evidenti. Entrambe le forze si dichiarano “né di destra né di sinistra”, usano il web come piattaforma principale di comunicazione politica e hanno costruito la loro ascesa totalmente ignorati dai mezzi d’informazione. E tutt’e due affermano che i cittadini devono riappropriarsi della politica, togliendo spazio ai “vecchi partiti, giudicati autoreferenziali e obsoleti.”

Una correzione va fatta a questo elenco di analogie perché in Italia la fama del M5S deve molto a Beppe Grillo che da anni lavora per la diffusione del movimento e Grillo non è certo uno sconosciuto. Al contrario, la lunga marcia prima del battesimo elettorale, è stata segnata da tante apparizioni pubbliche e da un forte interessamento dei mezzi di comunicazione attirati, più che dai temi e dalle caratteristiche del movimento, dalle provocazioni di Grillo molto spesso una via di mezzo tra spettacoli di satira e comizi.

Ovviamente di questa differenza se n’è accorto anche Braun che sottolinea come il movimento sia nato e sia saldamente controllato dal comico genovese diventato leader politico.

Vediamo con l’aiuto del “Non statuto” del M5S perché si tratta di qualcosa di molto diverso dai partiti e da tutte le forme associative tradizionali.

Art. 1 – natura e sede

Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.

La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

Art. 3 – contrassegno

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

 Non associazione bensì piattaforma e veicolo di confronto di ciò che è contenuto nel blog di Beppe Grillo e poi nome registrato e di proprietà del medesimo Grillo, Beppe per gli aderenti del Movimento. Scrive Braun: “I Piraten, invece, sono al momento del tutto privi di un “lider maximo”: se si chiedesse oggi ai cittadini tedeschi di nominare qualche loro dirigente farebbero spallucce. Si vota, come ai vecchi tempi, un partito, non un capo carismatico. Eppure i Piraten sembrano, molto più dei grillini, un vero partito del ventunesimo secolo.”

Già, ma perché? Intanto si definiscono “partito” e non appare una scelta casuale. La loro nascita risale al 2006, pochi mesi dopo la fondazione dello svedese Piratpartiet (che a sua volta era nato per difendere politicamente il sito di filesharing Piratebay con un implicito riconoscimento, quindi, della funzione della politica e delle sedi istituzionali nelle quali si esprime). All’inizio l’unico tema del partito è stata la libertà – di download, contro la censura e i controlli – su Internet. Quindi un obiettivo deciso collettivamente da chi aderiva.

Un po’ diverso l’approccio del M5S. Vediamo

Art. 4 – oggetto e finalità

Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo…

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

Dunque il M5S viene definito “strumento” “nell’ambito del blog” di quanti potranno sviluppare le campagne promosse da Beppe Grillo. Il comma successivo, coerentemente, precisa che il confronto si svolgerà “al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi” che non avrebbero senso alcuno dato che si tratta di selezionare i migliori interpreti delle campagne decise e promosse dal titolare del nome, cioè Beppe Grillo.

Strano caso di un movimento che nasce e si sviluppa nell’ambito di un blog personale per svilupparne le tematiche. Più che un movimento si direbbe uno strumento di marketing. Inevitabile, quindi, che il forte legame personale fra aderenti e proprietario del marchio si rafforzi quando si presentano le liste alle elezioni. Vediamo come

Art. 7 – procedure di designazione dei candidati alle elezioni

In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.

Non si precisa da chi saranno autorizzati “di volta in volta e per iscritto” gli aderenti che promuoveranno le candidature né chi sceglierà i candidati. Non essendovi organismi direttivi o rappresentativi l’unico che può scegliere e autorizzare è, di conseguenza, il titolare del marchio cioè, ancora una volta, Beppe Grillo.

Torniamo al Piratenpartei. Secondo Braun il problema dei politici tradizionali è che sono abituati ad usare anche i nuovi strumenti della comunicazione come internet in maniera vecchia cioè “top down” dall’alto verso il basso. “I Piraten, invece, predicano il principio del “bottom up”: non a caso si classificano come “Schwarmintelligenz”, come “intelligenza dello sciame”. Tutte le decisioni del partito vengono prese via web, utilizzando software come liquid feedback, ogni iscritto può partecipare al dibattito virtuale e al voto conclusivo.”

Nel Movimento 5 Stelle, in realtà, sembra che questo principio si applichi soltanto in parte e cioè in ambito locale perché c’è il limite costituito dalle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo” che è per definizione uno schema top down nel quale da un vertice giungono indicazioni da sviluppare e attuare. Questo forte elemento di centralizzazione di quella che si potrebbe definire linea politica è del tutto assente, invece, nei pirati che condividono, però, con il 5 Stelle la visione di internet come un nuovo spazio di partecipazione.

Si domanda Braun: “E se il rapporto con internet fosse uno dei veri cantieri della politica futura?” e poi continua: “ È inutile dare degli utopisti ai Piraten. Ai vecchi partiti di massa sarebbe molto più utile interrogarsi se non è venuto anche per loro il tempo di aprire nuovi canali di reale partecipazione per i cittadini. Ed è inutile per loro sperare che i Piraten non avranno nulla da dire sulle altre questioni politiche: infatti già cominciano ad attrezzarsi, con gruppi di lavoro sul web, dedicati a scuola, politica sociale, diritti civili eccetera. Reddito minimo di cittadinanza, libero e gratuito accesso all’educazione, dagli asili nido all’università, sì agli sponsor privati nelle scuole ma no a una loro intromissione nei programmi scolastici, sì a una equiparazione completa fra coppie gay e coppie etero: sono queste le loro prime proposte programmatiche. Caratterizzano il nuovo partito come partito liberale ma non liberista, anzi con una forte vocazione sociale. E lo caratterizzano come partito che non viene dai margini, ma dal cuore della società tedesca.”

Ecco il limite che gli aderenti al Movimento 5 Stelle si troveranno di fronte non appena si troveranno a dover rispondere ai loro elettori sui problemi di governo degli enti locali oggi e, domani, del Paese nella sua interezza. Potranno sviluppare autonomamente e con strumenti democratici i temi politici che decideranno di voler affrontare o dovranno ricevere “per iscritto” l’autorizzazione dal proprietario del marchio nonché promotore delle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica” ?

Una trasformazione in organizzazione democratica è urgente e inevitabile. Gli italiani che li hanno votato e gli stessi “grillini” non possono giocare al Movimento, ora vogliono fare sul serio. E speriamo che Grillo non si metta ad urlare.

Claudio Lombardi

Ricostruire la rappresentanza per ricostruire il sistema politico (di Pinuccio Spini)

I due temi, quello della riforma elettorale e quello della riforma dei partiti, sono collegati dal fattore comune della maggiore trasparenza e partecipazione alla vita politica da parte dei cittadini, esigenza ormai riconosciuta come improrogabile da uno schieramento trasversale.

Nella loro improcrastinabile attuazione si intravvede dunque l’importante possibilità di riannodare il rapporto, oggi fortemente compromesso, tra Parlamento e cittadini, tra i parlamentari e il loro territorio, tra la politica e la vita comune.

Oggi infatti, insieme ad una nuova legge elettorale che ridia di nuovo ai cittadini/elettori prima di tutto il diritto di selezionare le candidature, i partiti per non essere spazzati via hanno l’urgente necessità di ritornare a fare proprio lo spirito previsto dalla Costituzione (i cittadini sono i soggetti considerati dall’art. 49, mentre i partiti sono solo lo strumento) e per questo devono saper di nuovo adeguare la propria forma e la propria struttura al contatto vivo con la società.

Soprattutto è arrivato il tempo di completare la dizione dell’articolo citato e considerare i partiti non più come “associazioni non riconosciute, prive di personalità giuridica” bensì come “associazioni riconosciute, dotate di personalità giuridica” così che rispondano “responsabilmente” (e quindi “pubblicamente”) del proprio operato: non esiste infatti vera ‘libertà’ senza ‘responsabilità’. Questo dovrebbe implicare da parte dei partiti, principalmente quattro aspetti:

1. l’obbligo di depositare un proprio Statuto nel quale venga esplicitata la propria ispirazione originale e i propri valori fondanti;

2. previsione, nello Statuto, di un “Codice etico” che permetta sul piano pratico di stabilire prima di ogni altra cosa un rapporto di lealtà: con se stesso, nei confronti dei propri membri, degli elettori e perfino con gli stessi avversari politici. Che inoltre contempli seri criteri di selezione delle candidature, volti ad escludere coloro che abbiano pendenze giudiziarie gravi, al fine di tutelare la credibilità delle Istituzioni che essi dovrebbero rappresentare;

3. previsione, nello Statuto, di regole certe di democrazia interna, fra le quali l’eventuale obbligatorietà di elezioni primarie per la scelta dei candidati;

4. l’obbligo di presentazione di un bilancio pubblico e trasparente delle entrate e degli impieghi, che è prioritario rispetto alla previsione di norme che prevedano finanziamenti pubblici ai partiti.

Come si vede dunque diventa allora davvero fondamentale ricostruire la rappresentanza per ricostruire il sistema politico. C’è un paradigma capace di vincere questa impegnativa sfida? Sì, c’è, ed è la fraternità come categoria politica, come principio e metodo dell’agire politico: vivere infatti l’alterità attraverso la fraternità non significa omologare le differenze, non è questo il futuro dell’umanità, ma rendere possibile la loro convivialità, il loro reciproco riconoscersi e accettarsi, sul fondamento comune della dignità assoluta di ogni persona umana.

Siamo quindi ben lontani da una proposta buonista che si accontenta di moderazione e di attenuazione dei contrasti, che assume la virtù del compromesso e ricerca la via di mezzo. La fraternità diventa possibilità concreta di coniugare le legittime distinzioni con quella unità di intenti e di impegno per il bene del Paese che per essere realizzato ha bisogno proprio del concorso di tutti. Come si intuisce, ciò non significa solo favorire lo scambio delle idee, ma cercare una condivisione ben più profonda: la vera sfida infatti è rendere anche le visioni più divergenti tra loro funzionali e, ove possibile, anche complementari, specie nella fase di attuazione delle politiche.

In un tempo lacerato dalla frammentazione, la quale genera continuamente conflittualità, la reciprocità cioè l’unità nella diversità diventa dunque un metodo davvero vincente proprio perché in grado non solo di ridare credibilità alla politica ma anche di elevare la qualità stessa della democrazia: amare il partito altrui come il proprio diventa allora un’esigenza insopprimibile se si vuole essere davvero all’altezza degli epocali cambiamenti in atto e la cui tensione spinge verso la fratellanza universale.

Pinuccio Spini aderente al Movimento politico per l’unità

Elezioni: dal crogiuolo della società civile (di Claudio Lombardi)

Sarà il mese di maggio, sarà che i cambiamenti che nascono da una nuova consapevolezza sono sempre una novità positiva, ma i risultati delle elezioni amministrative parlano un bel linguaggio: gli italiani si muovono. Chi si è comportato male viene abbandonato, chi si è impegnato con serietà e senza nascondersi riceve una nuova fiducia, chi è emerso dal crogiuolo della società civile si afferma. E poi ci sono milioni che non hanno votato.

Nei tanti commenti ci si concentra sulle sigle di partiti e di liste che scendono e che salgono, si immaginano nuove alleanze, si delineano le mosse future di questo o di quello. Ma dalla parte di chi ha votato chi ci si mette? Cosa ha voluto dire il cittadino elettore col ragionamento semplice che ognuno di noi fa quando deve decidere a chi affidare il suo voto?

Ha voluto dire che i protagonisti dello scandaloso governo che c’è stato fino a pochi mesi non meritano di ricevere nuova fiducia. Scandaloso in vari modi: per i risultati che ha raggiunto portando l’Italia, impreparata e vulnerabile, ad una crisi drammatica; per l’inefficienza dell’azione di governo che non ha migliorato in nulla la vita degli italiani; per i comportamenti indecenti di buona parte dei suoi esponenti. Gli scandali che si sono succeduti col governo in carica (cricche e le varie P3, P4 ecc), gli scandali che sono scoppiati in questi tempi (dai giri di prostituzione per Berlusconi al furto dei soldi del finanziamento pubblico) hanno scoperchiato una realtà degenerata guidata da leader degenerati, corrotti e corruttori. Come potevano gli elettori dimenticarlo? E così Lega e Pdl sono stati messi da parte. Bene, ottimo risultato perché chi dà cattiva prova di sé va punito

Una nuova fiducia è arrivata al Pd. Nuova perché questo partito non si è tirato indietro di fronte alla prova  di mettersi in gioco sia con le primarie, sia non nascondendosi e non negando i suoi errori, sia ricominciando a far vivere la militanza nei territori. Per molto tempo è apparso un po’ come il “Paperino” della politica, goffo, impacciato, indeciso, maldestro. Poi, piano piano si è imposta la determinazione di esserci e di non voler rivendicare diritti di superiorità sulla gente comune alla quale, anzi, si è fatto appello per eleggere leader e dirigenti. Ci sono stati pasticci ovviamente, ma quel partito si è esposto con la sua fragilità e con la sua incompiutezza senza tentare di camuffarla dimostrando di essere disponibile a cambiamenti. E i cittadini hanno capito che la volontà era buona e che c’era molto di valido da recuperare e su cui basarsi. Le elezioni in Francia dimostrano che i partiti quando sono sani e veri ( non partiti di proprietà del capo ) servono davvero per il cambiamento.

Infine finalmente la società civile ha creato qualcosa. Chi tenta di attribuire un’etichetta tradizionale (è di destra, no è di sinistra ecc) al Movimento 5stelle resta spiazzato. Dopo la lunga gestazione avviata e sostenuta da Beppe Grillo adesso è una realtà che va oltre il suo “guru” e che non si può classificare facilmente. Ed è meglio che sia così perché la vera novità è questa: dal crogiuolo della società civile chi ha partecipato ha creato una nuova formazione politica che vuole rappresentare il cittadino comune. Non gli operai, non le partite Iva, non le piccole imprese, ma i cittadini. Si è sempre detto che ciò non era possibile perché gli interessi in gioco sono tanti per metterli tutti sotto la definizione di cittadini e che bisognava scegliere quali categorie sociali rappresentare. Ebbene il 5stelle smentisce, per ora, tutto ciò ed è una grande novità soprattutto per questo. Aver provato a definire antipolitica questa creatura nuova è solo il segno di una visuale limitata e inutile per capire il mondo com’è adesso.

Ora, invece, è il tempo di una politica nuova che dimostra di poter rinascere dal basso e di poter imboccare strade nuove. I segnali c’erano tutti già nel recente passato, dai referendum, all’esplodere dei movimenti e dell’associazionismo civico, alle candidature di sindaci imposti da una parte dell’opinione pubblica contro le direttive dei partiti.

La novità più rilevante è questa ed è bene che tutti, movimenti e partiti, la comprendano: i cittadini vogliono avere voce e dimostrano di essere capaci di creare la nuova politica.

Ovviamente ci sono e ci saranno tanti approfittatori di questa spinta e spunteranno tante altre liste civiche per catturare i consensi e consentire ai vecchi marpioni della politica di rimanere in sella. Bisognerà smascherarle e contrastare questi piani. Bisognerà anche coinvolgere nella partecipazione e nel voto i milioni che si sono astenuti. La strada è ancora lunga per una politica nuova, ma il dato rilevante resta questo e, probabilmente, sarà il tratto dominante di una lunga fase politica che inizia oggi

Claudio Lombardi

ALBA, la partecipazione e i limiti del nuovo soggetto politico (di Claudio Lombardi)

Nasce ALBA – alleanza lavoro beni comuni e ambiente  – un soggetto politico nuovo come si definisce nel Manifesto che circola su internet già da qualche settimana (www.soggettopoliticonuovo.it). Il manifesto, del quale qui di seguito si riporta una traccia, rappresenta effettivamente un approccio nuovo al discorso politico. Si parte dalla constatazione che “oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici” e che “al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico.” Per questo “bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo” che porti i cittadini “ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.”

Ciò significa che “la democrazia rappresentativa ha bisogno sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa” perché il punto cruciale sta nel fatto che “l’attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.”

“Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune” perché la crisi ha messo a nudo la degenerazione dei partiti e i danni dell’assoluta prevalenza nel mercato degli interessi privati su quelli della collettività. Infatti “i destini del pianeta non possono essere affidati esclusivamente ad interessi individualistici, guidati dal tasso di profitto a breve termine e dalla negazione della dignità del lavoro.”

Nel Manifesto si citano le esperienze già in corso di partecipazione finalizzata alla centralità dei beni comuni e le diverse modalità di attuazione pratica di questo indirizzo fra le quali spicca il bilancio partecipato inaugurato nella città di Porto Alegre in Brasile e già realizzato in molteplici esperienze locali anche in Italia. Il bilancio partecipato, fra tutte, è la pratica che meglio si presta ad essere presa come riferimento sia perché si articola in una pluralità di momenti finalizzati ad una decisione effettiva, sia perché è un processo, che si basa su gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica.

Viene poi messa sotto accusa l’identificazione della politica con la vita dei partiti perché questa non può esaurire lo spazio pubblico nel quale si assumono le decisioni rilevanti per la vita dei cittadini. “I partiti politici attuali” invece “sono diventati organizzazioni completamente  anacronistiche rispetto ad un modello di democrazia che non può più  esaurirsi nella rappresentanza e nella delega” all’interno della quale si sono generate “corruzione e  perversa contaminazione di interessi pubblici-privati.”

La volontà espressa nel Manifesto è, invece, quella di “creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l’altruismo” che favoriscano “l’autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all’insegna dell’eguaglianza.”

In sostanza ciò che si propone si può riassumere nella volontà di rompere con il modello novecentesco del partito; con il modello neo liberista europeo e con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul Parlamento e i partiti per creare un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorino insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini siano accolti e rispettati.

Leggendo il Manifesto non si può che restare colpiti dalla visione nuova che lo ispira e che fa perno su una doppia centralità, quella del cittadino come protagonista della politica e quella dei beni comuni come elemento indispensabile a tenere insieme una collettività. La politica non dovrebbe più ruotare intorno ad organizzazioni professionali dedicate alla gestione delle istituzioni (i partiti secondo la visione del Manifesto) esposte alle tentazioni e ai vizi del potere, ma dovrebbe esprimere lo spazio pubblico nel quale la comunità si ritrova su una base di eguaglianza, per decidere sul proprio governo.

La visione c’è, l’ispirazione è giusta, ma la sua attuazione? Una prima valutazione si può fare raffrontando le parole scritte nel Manifesto con le parole dette nell’assemblea fondativa che si è tenuta a Firenze il 28 aprile.

Ebbene qui non ci siamo; le parole dette non sono state innovative come quelle scritte perché non sono riuscite ad andare oltre la riaffermazione di obiettivi ed analisi già noti ed esplicitamente indirizzati a ricompattare la sinistra. Così dalla centralità del cittadino e della sua partecipazione si è approdati all’indicazione di due assi strategici: l’opposizione al liberismo e la difesa dello Statuto dei lavoratori messi come pregiudiziali ad ogni confronto di merito. Non hanno certo aiutato a superare questo imbuto alcuni interventi come quello di Ugo Mattei che ha invocato un fuoco purificatore, il diritto di resistenza, le più diverse forme di ribellione: “referendum, sciopero della fame, occupazioni… ”. In questi interventi sono riemerse atteggiamenti propri di minoranze che si sentono sotto attacco, mentre, invece, tutto il Manifesto sembra voler parlare alla maggioranza dei cittadini.

Con questa impostazione la mitezza e la fermezza rivendicate dai promotori come caratteri peculiari del nuovo soggetto politico rischiano di entrare nella zona d’ombra della rivolta di piazza motivata dal “tradimento” del sistema dei partiti e da un liberismo qualificato come aggressivo e “violento”.

Semplificando: uno dei primi interventi ha dato conto di una critica che è stata fatta al Manifesto nel quale la parola partecipazione è stata scritta molte volte mentre la parola conflitto solo una volta. Ebbene il dibattito ha invertito le parti e il conflitto ha avuto un ruolo centrale nella discussione.

Sia chiaro: nessun appunto quando si mette sotto accusa il liberismo o la degenerazione dei partiti o l’inadeguatezza del sistema politico a rappresentare i cittadini e a guidare il Paese. Ma se vengono inseriti nello schema di un’opposizione al capitalismo portano a finalizzare il Manifesto esclusivamente alla costituzione di un fronte unico della sinistra antagonista che si è messa alla prova nei movimenti sociali, nelle lotte dei lavoratori, nella lotta No-Tav, nella vittoria nei referendum nel 2011, nel movimento di opinione pubblica che ha segnato le svolte politiche dell’anno passato ed intende capitalizzarne il peso politico. Legittimamente perché ci si è resi conto che i partiti tradizionali della sinistra oltre il Pd non sono in grado di produrre una “massa critica” che li porti di nuovo in Parlamento e, soprattutto, che li porti a determinare sbocchi politici credibili in un panorama bloccato dal governo tecnico e dalle difficoltà degli altri partiti. Il timore, fondato, è che la logica del governo tecnico prosegua anche in un governo post elezioni del 2013 che continui nelle politiche del rigore verso i ceti a reddito medio e basso in nome degli equilibri di bilancio santificati dalla riforma della Costituzione votata quasi all’unanimità dal Parlamento. Per questo la sinistra a sinistra del Pd intende sbloccare la situazione e rovesciare gli equilibri superando due divisioni: fra le diverse formazioni politiche e fra queste e i movimenti sociali. E, non a caso, l’iniziativa è partita dai protagonisti e dagli ispiratori di questi movimenti e non dai vecchi leader ormai stretti nella loro storia di frammentazione e di litigiosità.

Cosa c’è che non va allora? C’è che aver annunciato la nascita di un soggetto politico nuovo, aver scelto la partecipazione dei cittadini come chiave di rinnovamento della politica e i beni comuni come asse portante di un assetto economico e sociale nuovo non può tradursi poi solo nel tentativo di far crescere un’alleanza fra formazioni politiche che si collocano alla sinistra del Pd.

Ricomporre le frammentazioni è sempre un bene, ma è un obiettivo piuttosto piccolo per chi è partito annunciando un cambiamento di ben più ampia portata e che investe l’assetto del sistema democratico e i rapporti fra cittadini e Stato.

Evocare una rivoluzione civica e puntare “solo” ad un fronte della sinistra che si colloca oltre il Pd rischia di essere un’occasione sprecata.

Claudio Lombardi

Appello al mondo delle associazioni e del volontariato (di Guido Grossi)

La nostra società civile è di una ricchezza meravigliosa. Le forme di aggregazione sociale che esprime sanno essere belle, generose, serie, competenti. Rappresentano, insieme al mondo della produzione reale e del lavoro, una forza fondamentale a sostegno del tessuto sociale della nazione, per altri versi fragile e lacero.

Nellʼassociazionismo e nel volontariato noi cittadini italiani siamo riusciti a ritagliarci lo spazio per coltivare valori come cultura, solidarietà, giustizia, accoglienza, rispetto e amore per lʼambiente che ci ospita, rispetto e amore per i beni comuni.

Tutti valori, purtroppo, negati dalla prevalente cultura del consumismo, della giustificazione del profitto e del successo a tutti i costi.

Nelle nostre associazioni sappiamo esprimere una competenza tecnica approfondita, in grado di definire e avanzare proposte eccellenti, concrete, capaci di rendere migliore la nostra civile convivenza.

Per scelta legittima, le nostre associazioni hanno sempre preso le distanze dai partiti politici. La realizzazione degli scopi sociali è stata perseguita con il nostro personale lʼimpegno e presentando istanze e richieste alle istituzioni pubbliche, laddove necessario.

Eppure, sempre più spesso, quelle proposte restano inascoltate.

Quale sconsolante contrasto con lo scenario politico: corruzione, malaffare, sprechi, ingiustizie macroscopiche, privilegi intollerabili e tanta, tanta mancanza di buon senso e di buona fede!

La gestione della cosa pubblica è stata mercificata. Ogni iniziativa è vista in funzione esclusiva dei costi e dei vantaggi economici che se ne possono ricavare. Quasi sempre, solo per pochi privilegiati o conniventi. Ogni altro valore è diventato secondario. Il prevalere incondizionato degli interessi privati ed il mito del profitto e della crescita economica hanno distorto i rapporti politici.

E stanno stravolgendo la vita di tutti noi, con una accelerazione inattesa.

Siamo rimasti vittime delle lusinghe del consumismo e della crescita economica, disvalori che i mass media ci hanno inculcato per decenni. Abbiamo coccolato lʼidea di un benessere diffuso… per svegliarci, in questi mesi, in una specie di incubo. Per scoprire che i nostri figli non trovano un lavoro decente, che i nostri amici lo perdono, che lʼItalia rischia il fallimento, che i servizi sociali non possono più essere mantenuti.

La politica non trova soluzioni accettabili. Solo sacrifici scaricati sulle fasce meno rappresentate e meno tutelate.

I mercati finanziari mostrano ora il loro vero volto, e ci minacciano. E li scopriamo più forti, importanti e potenti degli stessi politici che dovrebbero controllarli e contenerli.

Appare sempre più evidente che le scelte della politica sono indirizzate dai creditori esteri e dai mercati finanziari. Cominciamo a vedere, con occhi increduli, che le Istituzioni dellʼUnione Europea non sono quella cosa seria e responsabile che avevamo immaginato, da contrapporre allʼItalia sprecona e corrotta. Non esiste lʼEuropa dei cittadini e dei popoli.

Scopriamo con smarrimento che le Istituzioni di questa Unione – che non conosciamo, non controlliamo, non sappiamo come funziona – antepongono gli interessi della finanza internazionale a quelli dei cittadini europei. E per tutelare quegli interessi, Governo dei tecnici e partiti politici nel Parlamento, indirizzati dalla Banca Centrale Europea e dallʼUnione Europea, sono disposti a sacrificare i più deboli, a imporre sacrifici tanto ingiusti quanto insensati a chi, onestamente, non può più sopportarli.

Chiunque abbia un minimo di buon senso e di onestà intellettuale vede che la crisi economica che stiamo vivendo nasce dagli eccessi della finanza. Continuiamo a scontare nellʼeconomia reale – e nella vita di tutti i giorni – le follie perpetrate dalla speculazione internazionale; lʼassurdità delle bolle speculative mai contrastate dalle banche centrali e dalle istituzioni che paghiamo per controllarli; le distorsioni di un sistema bancario che non presta soldi alle imprese ed alle famiglie, per favorire, invece, la speculazione più cinica, si elargisce privilegi ingiusti e non paga mai per i propri errori.

Eʼ una crisi di valori, una crisi sociale di proporzioni devastanti, che sta stravolgendo, in pochi mesi, la fiducia nel nostro futuro.

Come altro giudicare il fatto che si ritenga accettabile che mille miliardi di euro (cifra inconcepibile!) possano essere concessi ad un sistema bancario privato i cui problemi affondano le radici proprio nel predominio e negli errori della finanza? Nessuno dei responsabili è chiamato a pagare per quegli errori, mentre i governi scelgono di scaricare il costo del salvataggio sulla cittadinanza, imponendo sacrifici di lacrime e sangue alle popolazioni già duramente provate dalla crisi.

Non è forse evidente che la scelta è politica, e non tecnica?

Quei mille miliardi di euro potrebbero essere utilizzati per creare milioni di veri posti di lavoro, per realizzare i bisogni della popolazione, per finanziare le innumerevoli iniziative che le nostre associazioni propongono, ma non trovano riscontro né ascolto.

La politica oggi sceglie, colpevolmente, di privilegiare alcuni interessi, e non altri!

Eʼ vero, come cittadini abbiamo la colpa di aver smesso di interessarci in prima persona della gestione della cosa pubblica, abbiamo abdicato al dovere di capire, di giudicare. Ci siamo affidati, convinti che la complessità del mondo moderno fosse al di fuori della nostra possibilità di comprensione e governo. Ci siamo spersi nella vastità della polis globale.

Ma non avremmo mai creduto possibile che al profitto ed ai mercati sarebbero stati sacrificati valori irrinunciabili come la dignità della vita umana, la centralità del lavoro, la sostenibilità sociale ed ambientale.

La disperazione degli imprenditori che si suicidano, dei giovani che non trovano un lavoro decente e non hanno un futuro, di donne ed uomini licenziati prima di poter maturare una pensione, la convinzione, sempre più evidente, che tasse e licenziamenti non potranno farci stare meglio, ma servono solo per favorire gli interessi di pochi ricchi, cinici, speculatori.

Tutto questo è inaccettabile.

Chi ci rappresenta e governa non è più in grado di rispondere ai più elementari principi dellʼetica politica. Ignora quei valori di giustizia e solidarietà che ci spingono a regalare il nostro tempo e le nostre energie alle aggregazioni della società civile.

Eʼ venuto allora il momento anche per il mondo delle associazioni e del volontariato di domandarsi se la scelta di mantenere le distanze dai partiti e dalla politica sia ancora corretta. Chiediamoci, senza pregiudizi, se la scelta sia compatibile con la distanza abissale che continua a crescere in maniera preoccupante fra cittadini e classe politica dirigente, fra le richieste sane di chi si dà da fare in prima persona per un mondo più umano, e chi, per egoismo e meschino interesse economico, quel legittimo desiderio di umanità nega a tutti noi.

Eʼ tempo di reagire. Le scelte politiche che ci impongono i mercati, e che la classe politica adotta acriticamente pur di mantenere i propri privilegi, sono tanto ingiuste quanto pericolose. Ci portano alla rovina. Ci stanno condannando ad una recessione profonda.

Cʼè un enorme bisogno di buon senso. Un enorme ed urgente bisogno di rimettere la persona umana, con il suo bisogno insopprimibile di socialità e solidarietà, al centro dei nostri pensieri.

Le energie sane che utilizziamo per custodire quei valori nel mondo delle nostre associazioni, possono essere una risposta vincente per ristabilire un equilibrio più umano nella nostra società.

Dobbiamo domandarci se la distanza mantenuta nei confronti della classe politica sia ancora una legittima difesa.. O un errore, una omissione, una colpevole mancanza di coraggio nel vedere come stiano realmente le cose.

Eʼ tempo di aprire bene gli occhi.

Gli eccessi della finanza hanno creato nei decenni passati, fra una bolla speculativa ed unʼaltra, una ricchezza di carta di proporzioni immani. Ricchezza di carta che ha perso ogni ragionevole contatto con la vera produzione di beni reali e di servizi utili ai cittadini. Si è concentrata nelle mani di pochi, ed in quei pochi ha concentrato un potere di condizionamento enorme, capace di asservire ai propri obiettivi le scelte della politica ma anche dellʼinformazione, della ricerca, della giustizia, delle autorità di controllo, delle istituzioni sopra nazionali.

Non è sostenibile, quella ricchezza di carta. Eʼ destinata a sgonfiarsi. Ma prima che ciò avvenga, il potere di pochi farà di tutto per non disperdere quel patrimonio. Eʼ disposto, cinicamente, a mandare in rovina intere popolazioni, a causare recessione e povertà.

Perché in quelle condizioni di disperazione di molti, potrà trasformare, a condizioni per se vantaggiose, la ricchezza di carta in beni reali, acquistando a prezzi di saldo aziende, case, terreni, immobili, patrimonio pubblico e privato messo in svendita per sopravvivere.

Così sta accadendo in Grecia – nel silenzio colpevole dellʼinformazione ufficiale. Così accadrà presto in Spagna, in Portogallo, nella nostra Italia. Se non corriamo ai ripari.

Abbiamo, tutti, la responsabilità di capire, di interrogarci, di darci risposte. Senza veli e senza pregiudizi. Abbiamo tutti noi, come singoli e come associazioni, il dovere, etico, politico, umano, di impegnarci in prima persona.

I partiti tradizionali hanno perso la forza di rigenerarsi, perché i privilegi che la classe dirigente si è ritagliata la rendono connivente con le scelte scellerate della finanza; invischiata con un mondo degli affari in maniera che la rende inadeguata – non interessata – a rispondere ai bisogni della cittadinanza.

Come società civile, allora, abbiamo il dovere civico di mobilitarci. Come mondo delle associazioni e del volontariato dobbiamo trovare il coraggio di compiere quel passo che solo pochi mesi fa sembrava impensabile: dobbiamo farci movimento politico, nuovo interprete dei bisogni che sono i bisogni primari, insopprimibili, irrinunciabili, stampati nella mente e nel cuore di ognuno di noi, cittadini volontari ed associati.

Già da mesi sono nate nel paese forme nuove di movimenti, liste elettorali, soggetti politici che interpretano questa esigenza di rispondere ai bisogni più elementari di giustizia e solidarietà ignorati dalla politica ufficiale.

Nelle ultime settimane queste realtà si cercano, si confrontano, sono in cammino per realizzare il desiderio comune di aggregarsi, per dare consistenza a quello che sembrava irrealizzabile solo poco tempo fa.

Una alternativa è possibile. Non cʼè il tempo per creare una nuovo soggetto politico. Ma sicuramente è possibile arrivare ad una lista elettorale comune, in grado di aggregare le migliori realtà e dare spazio alle migliori iniziative che la società civile sa esprimere.

Esiste il pericolo, reale, che vecchia politica e nuovi avventurieri cerchino di infiltrarsi, di strumentalizzare la buona fede e la buona volontà di tutti, cavalcando lʼantipolitica con intenti destabilizzanti e di deriva democratica. Ne siamo consapevoli, e terremo gli occhi aperti. Per questo motivo chi ha iniziato il cammino, ha deciso di porre alcuni paletti, a tutela e garanzia di tutti noi.

Sarà adottato allʼinterno del movimento il metodo decisionale basato sulla democrazia diretta e partecipata. Sarà esclusa la possibilità di alleanze elettorali con partiti tradizionali.

Saranno studiate modalità di controllo sullʼoperato dei candidati.

Il movimento Per Una Lista Civica Nazionale, insieme ad altre realtà similari, stanno organizzando un incontro nazionale per fine maggio, per dare inizio a questo cammino.

Qui cʼè il testo dellʼinvito:

http://www.perunalistacivicanazionale.it/groups/evento-nazionale-maggio-2012/docs/bozza-di-lettera-prodotta-durante-la-riunione-skype-del-28-mar-2012-per-invitareacopromuovere-levento-nazionale-di-maggio-2012

Aderisci allʼiniziativa: http://www.perunalistacivicanazionale.it/adesione-al-progetto/

Contattaci, e conferma che la tua associazione ha scelto di impegnarsi in prima persona, partecipando allʼincontro nazionale, sostenendo i futuri impegni del movimento, perché ne condivide gli intenti.

Scegliamo, noi tutti, di rendere possibile quel cambiamento di cui abbiamo un grande bisogno: dipende solo dalla nostra volontà. Ci meritiamo un mondo migliore, costruiamolo insieme!

La polis è nostra. Se la politica attuale non interpreta, non riconosce e non risponde ai nostri bisogni primari, dobbiamo avvertire nel momento del bisogno la responsabilità di ripensare il nostro rapporto con la politica, anche attraverso un nostro impegno diretto, come singoli e come associazioni.

Non è breve il cammino, né sarà privo di ostacoli e difficoltà. Ma dal mondo delle associazioni vogliamo prendere in prestito ed adottare un motto, che ci serva da stimolo ad andare avanti, con fiducia: “Fra il dire e il fare cʼè di mezzo… Il cominciare”.

Con coraggio, forza di volontà, fiducia in noi stessi, nel valore e nel potere della società civile, tutti insieme: cominciamo!

Guido Grossi

Aderente al progetto Per Una Lista Civica Nazionale
Coordinatore dellʼassemblea di Cittadinanzattiva di Spoleto
Membro dellʼAssociazione Articolo 53
Membro dellʼassociazione ARDeP
Membro della Croce Rossa Italiana, gruppo donatori sangue di Spoleto

Politica e antipolitica (di Elio Rosati)

I sondaggi stanno scuotendo l’anima dei partiti.

Secondo i sondaggi sembra che il movimento di Beppe Grillo sia il terzo partito. Sembra anche da altri sondaggi che il PD e il PDL siano sotto il 20% dei voti. Un crollo. Ed ecco che il segretario del PD (per carità deve fare così) attacca l’antipolitica, la demagogia e il rischio che vive la democrazia e invita tutti i partiti a raccolta.

Le opposizioni – Lega, IDV, Vendola e rimasugli della sinistra e della destra – fanno campagna elettorale per l’anno prossimo in modo da potersi presentare agli elettori come quelli che si sono opposti. A cosa poi bisogna capirlo e andrebbe chiarito meglio. Perché la Lega è responsabile del fallimento di questi ultimi 20 anni, perché l’IDV dice no per non perdere elettori proprio verso il movimento di Beppe Grillo, perché Vendola, pur apprezzabile nel suo percorso politico, anche lui rappresenta un modo personale di fare politica.

Ma il ragionamento di oggi è puntato sull’uscita del segretario del PD, che poi fa il paio e il tris con altre uscite di Casini e di Alfano.

Il ragionamento è, più o meno, il seguente. Attenti a non delegittimare i partiti (noi) altrimenti chissà che rischi si corrono. Tradotto: senza di noi non si può fare nulla.

Premesso che non mi piacciono le posizioni di Grillo, di Vendola e di Di Pietro, trovo però abbastanza risibile il fatto che i problemi sollevati da tali schieramenti non siano presi seriamente. Anche se chi li solleva lo fa solo come strumento tattico al fine di conquistare posizioni dalle quali continuare a fare opposizione perché, poi, quando si tratta di governare molto cambia dato che allora si tratta di decidere e di realizzare il che è sempre molto difficile.

Ma la cosa che trovo ancora più paradossale è che dovremmo come cittadini continuare a dare fiducia ai partiti, a questi partiti. Il nostro sistema partitico è in crisi da almeno 30 anni. E’ passato attraverso tangentopoli, il berlusconismo e il partito personale, oggi siamo al governo tecnico (che compie scelte politiche ovviamente) che si è reso necessario per il fallimento dei partiti al governo e per l’assenza di una credibile alternativa fra quelli di opposizione.

Però si chiede a noi cittadini di avere pazienza e fiducia che saranno sempre gli stessi partiti a trovare le soluzioni a tutti i  problemi. Infatti nemmeno di fronte allo scandalo del finanziamento dei partiti questi partiti riescono ad agire con rapidità e serietà. E dire che avrebbero il consenso della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica.

Per dare fiducia ci vorrebbe che qualche volta fossero i partiti (o, almeno, alcuni partiti) a scoprire i problemi prima che si manifestino con scandali o inchieste giudiziarie. Ma questo sarebbe possibile solo se si abbandonasse un punto di vista autoreferenziale cioè se si uscisse dai circoli di persone che gestiscono istituzioni, enti o apparati di partito e si guardasse ai cittadini comuni e alla grande fame di chiarezza, di trasparenza e di onestà che sta crescendo nella società civile.

Solo così si scoprirebbe che i cittadini possono essere la grande risorsa dell’Italia e la struttura portante della democrazia. Ecco su questo varrebbe la pena di investirci risorse e intelligenze.

Elio Rosati

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