Basta con questi partiti (di Lapo Berti)

I partiti che abbiamo oggi in Italia non servono più. Anzi, sono diventati un ostacolo per l’affermazione e lo sviluppo della democrazia che, all’origine, intendevano promuovere e di cui dovevano essere il principale tramite. Per essere più precisi, il sistema dei partiti – con tutto quello che comporta: modalità di selezione e di formazione dei politici, professionalizzazione, finanziamento occulto, assenza di responsabilità, di trasparenza nei confronti degli elettori, dilapidazione dei fondi pubblici, corruzione, collusione, clientelismo ecc. – è andato incontro a una deriva che lo ha trasformato in un nemico della società, un cancro di cui questa deve liberarsi, se vuole riprendere in mano le redini del proprio destino. Nessuna riforma è possibile, perché sarebbe affidata alle mani di coloro che hanno provocato il disastro.

C’è una ragione in più per auspicare e magari provocare il crollo dell’attuale sistema dei partiti: oltre a non essere espressione della società italiana, neppure è in grado di rappresentarla. Le formazioni partitiche costituiscono aggregazioni di gruppi di potere pressoché totalmente slegate dalla composizione sociale effettiva, non sono veicolo e rappresentazione degli interessi collettivi presenti nella società. Rappresentano solo sé stesse e riescono a convogliare solo le schiere, sempre più esigue, di coloro che sono mossi prevalentemente da ragioni e tradizioni ideologiche. Il perimetro delle formazioni partitiche non coincide con nessun perimetro delle possibili aggregazioni d’interessi che la società contiene.

Un esempio per tutti. Esiste, indubbiamente, una vasta e variegata area di interessi sociali, professionali, economici che vorrebbe una modernizzazione del paese, che vorrebbe riconoscersi in un sistema di relazioni economico-sociali aperto alla competizione e pronto a riconoscere e promuovere chi fa meglio, che vorrebbe che venissero spazzate via le caste di tutti i generi, che venissero abbattuti i privilegi e cancellate le rendite, che venisse dissolto quel viluppo di relazioni collusive, quando non mafiose, che soffoca le energie del paese. Ebbene, nessuna forza politica esprime e rappresenta gli interessi e la cultura di quest’area, perché la frammentazione politica non segue le linee di faglia dell’evoluzione sociale.

Ma il motivo forse più serio e profondo per liberarsi dell’attuale sistema dei partiti è che esso ha inquinato lo spazio pubblico. Non è possibile pensare a una nuova stagione dell’intervento pubblico in economia con questa classe politica, perché vuol dire votarlo al fallimento, vuol dire continuare ad alimentare il pozzo senza fondo delle risorse pubbliche in cui nuota la corruzione e il malaffare. La conclusione è solo in apparenza paradossale: non si può pensare seriamente a un’uscita dalla crisi di sistema che ci attanaglia senza cambiare le regole della rappresentanza, senza porre le basi di una nuova classe dirigente, di un nuovo modo di governare, di nuovi strumenti di controllo, e non solo di delega, nelle mani dei cittadini

Non è facile cambiare. Lo strumento più semplice, teoricamente, sarebbe il ritiro assoluto della delega, lo sciopero generale del voto, che lasciasse nudi i partiti di fronte alla loro incapacità conclamata di rappresentare alcunché. Ma chiunque vede che è uno strumento praticamente inapplicabile, perché richiederebbe la sincronizzazione delle scelte di una significativa maggioranza di cittadini che non è dato sperare si produca spontaneamente e che è velleitario pensare di organizzare.

Occorre, dunque, immaginare altri percorsi, altre soluzioni che siano capaci di prefigurare un funzionamento della democrazia il più possibile esente dalle degenerazioni partitocratiche. Esso non può che passare attraverso una qualche forma di mobilitazione sociale e una qualche forma di aggregazione e di rappresentanza che si ponga fra i cittadini e i partiti e metta i primi in condizione di controllare i secondi.

L’alternativa più drastica e immediata a un sistema politico incentrato sui partiti quali “amministratori” della partecipazione e della rappresentanza dei cittadini è la democrazia diretta. I cittadini partecipano direttamente al processo decisionale da cui nascono le scelte che regolano la vita della collettività. L’assemblea, in un luogo pubblico aperto a tutti, è lo strumento principe per l’espressione diretta della volontà dei cittadini. Tradizionalmente, il modello della democrazia ha incontrato un limite che sembrava invalicabile nella dimensione della popolazione chiamata a esercitarla. Sembrava un modello necessariamente limitato a situazioni locali, diciamo comunali, di piccoli comuni, perché già nei grandi comuni sarebbe di difficile realizzazione. Oggi, si potrebbe forse immaginare di superare questo limite tramite una democrazia diretta “in formato elettronico”, tramite il web. Ma la democrazia diretta non va incontro solo a un problema di praticabilità dovuto alla dimensione delle assemblee, ma anche, e forse più sostanzialmente, a un problema di sostenibilità, perché è difficile pensare a una popolazione costantemente impegnata a decidere in assemblee che si riuniscono con una frequenza tale da provocare assuefazione, stanchezza, rigetto, come inevitabilmente sarebbe. Dal senso d’inanità che deriva dal voto espresso ogni cinque anni, si passerebbe a un senso di nausea prodotto dal frequente ripetersi delle votazioni. L’esercizio del potere democratico rimarrebbe puramente formale, non riuscendo nella realtà a rappresentare “il popolo che governa”. A lungo andare, si formerebbe sempre una minoranza attiva nelle cui mani verrebbe di fatto a trovarsi il potere di decidere in nome di tutti e, per di più, senza alcun mandato formale.

Occorre, dunque, trovare una via di mezzo, che renda possibile una rifondazione radicale dei partiti.

Ricostruire la democrazia

Una democrazia di massa che voglia realizzare, anche solo per approssimazione, il governo di tutti i cittadini, rendendo effettiva la partecipazione alle decisioni collettive, non può fare a meno di una fitta intelaiatura di organismi intermedi, di cui i partiti sono non solo un esempio, ma anche il fondamentale punto di sintesi. È difficile immaginare un’architettura istituzionale capace di far funzionare la democrazia rappresentativa in formazioni nazionali di massa, senza l’aiuto di un veicolo della volontà popolare e un’espressione della sua rappresentanza quale solo i partiti possono offrire. La società, nel suo farsi, si articola necessariamente in aggregazioni d’interessi, diversificate o anche contrapposte, che s’intrecciano con visioni diverse di come la società dovrebbe funzionare, di quali obiettivi dovrebbero essere prioritariamente perseguiti. In una società le cui istituzioni sono ispirate al principio della libertà individuale, gli individui possono tentare di affermare i loro interessi inserendoli nell’agenda della società e di far prevalere le loro visioni, dando vita ad associazioni che possiedano il potere necessario per farsi ascoltare.

Un sistema di partiti sano dovrebbe dare spazio e ascolto a queste associazioni in forme regolamentate e trasparenti, in modo da mantenere i partiti stessi in costante contatto con la società e le sue espressioni. E si dovrebbero, forse, prevedere soluzioni che agevolino la creazione di partiti da parte di queste associazioni. Non è pensabile, tuttavia, che al governo del paese possano concorrere soggetti diversi dai partiti. Quello che, invece, è non solo pensabile, ma, dopo le esperienze fatte, inevitabile, è che i partiti siano fatti uscire dall’opacità in cui hanno prosperato e brigato per assumere forme democratiche, regolamentate e trasparenti. Come devono fare anche le altre grandi organizzazioni della rappresentanza, i sindacati. I cittadini devono essere posti in condizione di conoscere le fonti di finanziamento, di valutare a quali interessi costituiti i rappresentanti e gli eletti, eventualmente, fanno riferimento, di quali patrimoni godono.

Un problema che nessuna riforma del sistema politico di una democrazia rappresentativa di massa può più permettersi di trascurare, pena l’affossamento della democrazia o il suo scivolamento in una qualunque declinazione del populismo, è quello del controllo che i cittadini sono in grado di esercitare sul funzionamento della rappresentanza e, in particolare, degli organi di governo, a tutti i livelli. In passato, i cittadini, anche per loro colpa, si sono lasciati espropriare del loro ruolo di “mandanti” dell’azione di governo e hanno finito con il lasciare nelle mani dei politici di professione tutto il potere decisionale, rinunciando anche a qualsiasi forma di controllo a posteriori del loro operato. Leggi elettorali cialtrone e truffaldine hanno fatto il resto, sancendo e consolidando la separazione fra elettori ed eletti, fra il popolo e i suoi rappresentanti. Questo è il punto cruciale ed è, forse, anche quello da cui è più agevole ripartire per una riforma dell’ordinamento democratico che non ha necessariamente bisogno di leggi. Una riforma che parte dalla volontà delle persone di tornare protagoniste, dotandosi di strumenti per esercitare una funzione di controllo e, indirettamente, di sanzione sulle decisioni che i rappresentanti eletti prendono ai diversi livelli dell’amministrazione. La profonda delusione che oggi si riscontra, in maniera diffusa, nei confronti del funzionamento della rappresentanza, unita al rigetto generalizzato del sistema dei , bene comunepartiti che ne è responsabile, possono produrre quella mobilitazione dal basso che è il presupposto necessario per dar vita ad assemblee, comitati, associazioni, capaci di consentire ai cittadini l’espressione diretta del loro pensiero e della loro volontà, esercitando così un controllo di fatto sulle decisioni dei rappresentanti.

Il problema che si pone e sempre si porrà è quello di creare una cultura civica, una civiltà della democrazia, che sia in grado di sostenere una sorta di mobilitazione permanente dei cittadini in favore di sé stessi e del bene comune che solo così può essere tutelato. Per questa via, infatti, si risolve un’aporia altrimenti insolubile, ovvero il perseguimento del bene comune che, come sa qualunque persona dotata di buon senso, esiste solo nei libri e che nella realtà può essere solo approssimato tramite l’interazione, anche conflittuale, del maggior numero possibile di cittadini.

Non è una questione d’istituzioni, di organizzazioni, anche se queste contano per rendere possibile e praticabile la partecipazione attiva dei cittadini al governo della società ai diversi livelli. È, principalmente, una questione di cultura, di regole e di valori che entrano nel DNA intellettuale degli individui che fanno parte di una determinata società e ne determinano il carattere di società aperta, viva, consapevole. È, dunque, una questione d’informazione, d’informazione condivisa e partecipata; è una questione di apprendimento collettivo, attraverso l’incontro e il confronto. Non ci sono scorciatoie né possibili surrogati: solo in presenza di un numero sufficientemente elevato di cittadini attivi e consapevoli il cuore della democrazia può tornare a battere. L’alternativa, che incombe minacciosa, è quella di un lento scivolare o anche un improvviso precipitare in una china populistica dietro cui si nascondono i poteri forti e i profittatori.

Lapo Berti da www.lib21.org

A che servono questi partiti? (di Salvatore Aprea)

A metà febbraio il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, ha inaugurato l’anno giudiziario della magistratura contabile con una relazione in cui uno dei punti più forti è stato: “Illegalità, corruzione e malaffare sono fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese le cui dimensioni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce”.


Dalla corruzione dell’attività sanitaria allo smaltimento dei rifiuti, dall’utilizzo “gravemente colposo” di prodotti finanziari alla costituzione e gestione di società a partecipazione pubblica e alla stipula di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture: ce n’è per tutti i gusti.
Il Dipartimento della Funzione Pubblica ha stimato la corruzione in Italia in circa 60 miliardi di euro l’anno eppure nel 2011 sono state inflitte condanne solo per 75 milioni di euro. Se si considera che per la Commissione europea la corruzione costa annualmente all’economia dell’Unione 120 miliardi di euro – ovvero l’1% del Pil della Ue e poco meno del bilancio annuale dell’Unione europea – il giro economico della corruzione in Italia incide per il 50% sull’intera corruzione europea. Il dato risulta talmente stratosferico da apparire quasi poco credibile. Tuttavia la Corte dei Conti ricorda che “il nostro Paese nella classifica degli Stati percepiti più corrotti nel mondo stilata da Transparency International per il 2011 assume il non commendevole posto di 69 su 182 paesi presi in esame e nella Ue è posizionata avanti alla Grecia, Romania e Bulgaria”.
L’ennesimo allarme della Corte dei Conti ha avuto ampio spazio dai mezzi di comunicazione, ma è rapidamente scivolato via come tutte le notizie che non sono una sorpresa. In fondo a molti è sembrato nient’altro che il consueto allarme che ci accompagna tutti gli anni, a riprova del fatto che il fenomeno non solo non è stato debellato, ma neanche circoscritto. D’altronde la Prima Repubblica (in questo caso, mai maiuscole furono più indegne…) cadde vent’anni fa in maniera miserevole per le stesse cause o meglio, si creò l’illusione della caduta poiché a quattro lustri di distanza siamo dinnanzi al medesimo scenario. Chi avrebbe dovuto pilotare il Paese fuori dalle sabbie mobili, ossia le forze politiche nuove, nuovissime o “da usato sicuro” emerse dalle macerie morali ed economiche dell’epoca, è riuscito nell’improba impresa di far quasi rimpiangere chi l’ha preceduto.
Capitani di ventura

Le responsabilità delle forze politiche del nostro paese, ovviamente, non si riducono alla sola corruzione: capacità di programmazione assente, burocrazia ipertrofica, classe dirigente selezionata in base all’appartenenza e non alle competenze, incapacità di porre mano alla crisi della giustizia e rispetto della democrazia solo di facciata sono alcuni dei grani di un rosario che è inutile far scorrere per intero essendo ben noto a chiunque. In particolare, che i partiti italiani siano storicamente allergici alla democrazia interna, a parte le apparenze, è cosa nota a tutti. È storia vecchia, ad esempio, che nei partiti circolino da sempre falsi tesserati e spacciatori di pacchi di tessere per pilotare i Congressi. Sicché appare evidente che strutture dalla democrazia alquanto labile al loro interno facciano eufemisticamente fatica ad esserlo al loro esterno. D’altronde una delle funzioni principali delle formazioni politiche nostrane storicamente è stata perpetuare una delle attività primarie del regime fascista ovvero l’occupazione capillare di tutte le posizioni di potere per controllare il paese, al netto di una differenza: l’applicazione sistematica della logica spartitoria del manuale Cencelli, di cui il Fascismo ovviamente non aveva bisogno.
Una commedia degli anni ’40 interpretata dai fratelli De Filippo – il cui titolo, “A che servono questi quattrini?”, mi ha ispirato il titolo di questo articolo – mi sembra una perfetta metafora del comportamento dei partiti. Mentre nella commedia traspare il messaggio che per risultare ricchi non è necessario detenere il denaro, ma piuttosto simulare di averne, nei partiti non è necessario esercitare effettivamente la democrazia, ma solo simulare di farlo.


È allora il caso di porsi qualche domanda, a cominciare dalla seguente: è possibile riformare gli attuali partiti senza che il tutto si riduca ad un ipocrita maquillage? Ovvero è possibile evitare che tutto cambi in modo che tutto resti uguale, come spesso è gattopardescamente avvenuto nella storia di questo paese? Il lettore, a questo punto, mi perdonerà se manifesto esplicitamente tutto il mio scetticismo in proposito e, quindi, sorge consequenziale un’altra domanda che, me ne rendo conto, suona provocatoria, ma che ritengo ineludibile: ai fini della realizzazione di una democrazia compiuta, se i partiti politici da decenni accumulano un fallimento dietro l’altro sono realmente così indispensabili? In termini più espliciti, i partiti nati per tutelare la democrazia non si sono trasformati in uno dei principali ostacoli alla sua effettiva attuazione pur di garantirsi l’autoconservazione?
Lungi da me l’idea di proporre sommariamente una forma di democrazia diretta dei cittadini, poiché la ritengo difficilmente realizzabile, tuttavia l’ampliamento del controllo degli eletti da parte degli elettori e il superamento della delega in bianco agli eletti “qualunque cosa accada” stanno diventando necessità sempre più pressanti. La libertà di mandato, garantita giustamente dalla Costituzione per tutelare i rappresentanti dei cittadini dopo vent’anni di dittatura, è utilizzata sempre più strumentalmente per assicurare agli eletti l’irresponsabilità ed è diventata la base del trasformismo. D’altro canto lo stravolgimento della funzione dei partiti – figli o nipoti delle visioni ideologiche del ‘900 – negli ultimi vent’anni è sotto gli occhi di tutti. Nella Prima Repubblica, in caso di crisi interna un partito rimaneva immutato come un monolite e il segretario e la nomenklatura a lui legata cadevano in disgrazia, mentre oggi in caso di crisi spesso sono il leader e i suoi fedelissimi a rimanere in sella ed invece è il partito a mutare il nome e il simbolo. Non più legati ad alcuna ideologia, al di là di quella propagandata alle masse, né ad alcun progetto politico a lunga scadenza, il leader e la nomenklatura sembrano sempre più somigliare alle truppe mercenarie del XV secolo al soldo di questo o quel principe, a condottieri come Giovanni dalle Bande Nere o Bartolomeo Colleoni seguiti dalle proprie compagnie di ventura.
Certo, la ricerca dell’immunità genetica dalla disonestà e dalle prevaricazioni del potere non sono soltanto un problema italiano. Il caso del presidente tedesco Wulff, dimessosi perché sospettato di avere effettuato un’operazione immobiliare “poco trasparente”, e in precedenza il caso di Chirac, di ministri inglesi e di schiere di politici e amministratori pubblici americani o del Sol Levante sono ben noti. La differenza fondamentale, però, scatta nel comportamento di fronte al sospetto, che per un servitore dello Stato è incompatibile con l’esercizio delle sue funzioni. Nelle società civili, infatti, i rappresentanti dello Stato accettano di pagare il prezzo dello scandalo e si dimettono. Nella società civilmente sottosviluppate, invece gridano alla “persecuzione politica” e sguinzagliano difensori e giullari, utilizzando il partito come un esercito a protezione del proprio potere.

Un laboratorio in miniatura

Non ho la pretesa di sottoporre soluzioni preconfezionate, il mio scopo è diverso: stimolare un pubblico dibattito che avvii una sorta di “laboratorio politico” (non partitico!) in miniatura per contribuire a esplorare nuove strade. In “Democrazia: cosa può fare uno scrittore?” scrive Antonio Pascale “…..si potrebbe sperare nell’affermazione di una sorta di “nuovo intellettuale”, chiamato intellettuale di servizio, capace di far propria, o di riflettere sulla frase di Goffredo Parise: <>. Se questa frase contiene una qualche verità, e la contiene, allora è necessario impegnarsi affinché il discorso pubblico vada di pari passo con la pedagogia. Significa che in un mondo di incubi bisogna portare la necessaria dose di analisi”. Il mio principale auspicio, in particolare, è che non si resti avviluppati nel pernicioso stato d’animo del “tanto nulla può essere cambiato”. Se Davide avesse avuto questo convincimento, dubito fortemente che si sarebbe mai cimentato con Golia….
È sempre arduo percorrere strade inesplorate, ma è inevitabile se miriamo a vivere in una democrazia compiuta e non in un suo simulacro. Mi sembrano quasi un’emblematica postilla i versi di un poesia di Robert Frost, “La via che non presi”:

Due strade divergevano nel giallo bosco.

Mi dispiacque non poterle prendere entrambe,

ero un solo viaggiatore.

A lungo stetti a guardarne una

fin dove giungeva lo sguardo,

là, dove piegava nel sottobosco.

Poi, seguii l’altra.

Tenni la prima ancora per un giorno,

sapendo come ogni strada conduca a un’altra strada.

Dubito che mai tornerò indietro.

Forse lo dirò con un sospiro, chissà dove,

fra anni ed anni, chissà quando:

“Due strade divergevano nel bosco ed io…

io scelsi la meno frequentata.”

E proprio in questo e’ la differenza.

Salvatore Aprea da www.lib21.org

Al capolinea il modello Italia: è ora di cambiare (di Claudio Lombardi)

Sempre più l’esistenza del governo Monti e la manovra che ha presentato si rivela come il punto di arrivo di una lunga evoluzione della storia nazionale.

Ieri su Repubblica Gustavo Zagrebelsky si domandava: “quando tutto questo sarà finito, che cosa sarà della politica e delle sue istituzioni? Diremo che è stata una parentesi oppure una rivelazione?”

Non si tratta della legalità costituzionale perché, sotto questo profilo, “il Presidente della Repubblica ha fatto un uso delle sue prerogative che è valso a colmare il deficit d’iniziativa e di responsabilità di forze politiche palesemente paralizzate dalle loro contraddizioni”.

L’analisi di Zagrebelsky si concentra, invece, “sulla sostanza costituzionale” e su questa osserva che “di fronte alla pressione della questione finanziaria e alle misure necessarie per fronteggiarla, i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera bianca, riconoscendo la propria impotenza, e si sono messi da parte. Nessun partito, nessuno schieramento di partiti, nessun leader politico, è stato nelle condizioni di parlare ai cittadini”. E ancoraNé la maggioranza precedente, che proprio di fronte alle difficoltà, si andava sfaldando; né l’opposizione, che era sfaldata da prima. Niente di niente e, in questo niente, il ricorso al salvagente offerto dal Presidente della Repubblica con la sua iniziativa per un governo fuori dai partiti è evidentemente apparsa l’unica via d’uscita. Insomma, comunque la si rigiri, è evidente la bancarotta, anzi l’autodichiarazione di bancarotta”. “In un momento drammatico come questo, con il malessere sociale che cresce e dilaga, con la società che si divide tra chi può sempre di più, chi può ancora e chi non può più, con il bisogno di protezione dei deboli esposti a quella che avvertono come grande ingiustizia: proprio in questo momento i partiti sono come evaporati. Corrono il rischio che si finisca, per la loro stessa ammissione, per considerarli cose superflue”.

È un’analisi lucida assolutamente condivisibile (cfr anche http://www.civicolab.it/?p=1581 ) e preoccupante perché indica il punto estremo di involuzione cui è giunto il nostro sistema democratico che non è più in grado di produrre decisioni utili alla collettività avviluppandosi in pratiche di governo che, senza risultati che non siano la sopravvivenza, hanno portato ad uno spreco di risorse colossale.

La consistenza del debito pubblico dal 1991 ad oggi ha sfondato il muro del 100% del Pil. In pratica ogni anno lo Stato ha preso in prestito una somma superiore al valore di tutte le attività economiche prodotte in Italia. Il valore nominale dei prestiti contratti negli ultimi 20 anni ammonta a 26.615 miliardi di euro. Se si ricalcolano gli importi per riportarli ai valori attuali questa cifra aumenta e non si è lontani dal vero ipotizzando un prelievo di circa 40.000 miliardi di euro (circa 80 milioni di miliardi delle vecchie lire). Ovviamente questo non rileva per l’ammontare dello stock del debito, ma per l’incidenza della spesa per interessi che, rapportata a quel volume di prestiti, ha sempre costituito, negli ultimi venti anni, una palla al piede per la spesa pubblica. Anche non volendo calcolare l’ammontare esatto di questa cifra la si può facilmente immaginare di entità assai elevata. Di qui la domanda: per che cosa sono stati spesi tutti quei soldi?

Alla domanda facciamo ora seguire il confronto con lo stato del nostro Paese e domandiamoci che utilizzo vero è stato fatto di quei soldi. Se guardiamo la situazione dei servizi pubblici e delle infrastrutture o le condizioni economiche delle aree più arretrate o l’efficienza degli apparati pubblici o l’erogazione di prestazioni assistenziali per i giovani che sono alla ricerca di un lavoro dobbiamo concludere, quanto meno, che sono stati spesi male.

Questo è il dramma italiano: l’incapacità di utilizzare le risorse per migliorare le condizioni di vita e per crescere. Oggi in Italia è impossibile crescere: non possono farlo i giovani perché sono soli di fronte alla ricerca di un’occupazione che valorizzi le loro capacità; non possono farlo quelli che svolgono attività economiche che richiedono come presupposto un ambiente sociale e civile favorevole e, invece, si ritrovano a fare i conti con le molteplici forme di criminalità (spesso colluse con la politica) che rendono la vita difficile, per non parlare delle lentezze e degli ostacoli burocratici o dello stato dei trasporti e delle infrastrutture; non possono farlo quelli che vorrebbero fare i cittadini e che si trovano a lottare con un sistema chiuso che privilegia i gruppi di potere e le mille corporazioni nelle quali è frazionata la società.

E il dramma italiano è che tutto ciò è stato fatto nel quadro del sistema democratico fondato sui partiti.

La manovra del governo Monti è iniqua, su questo non ci sono dubbi, è inutile girarci intorno. Ma è iniqua perché questo governo non è il prodotto di un mutamento di classi dirigenti e non è portatore di un progetto di ricostruzione dell’Italia che ne sani i tanti mali accumulatisi fin dalla formazione dello Stato unitario.

Non se lo proponeva il governo Monti e non poteva che seguire un solco tracciato da decenni. Dov’è la novità nello scoprire che far pagare gli evasori è sempre la cosa più lenta e difficile quando su questo è stato costruito il patto sociale fin dagli anni ’50? Dov’è la novità nello scoprire che è sempre molto complicato battere i privilegi della Chiesa anche quando tutta la situazione grida che questo è il momento per cominciare? Dov’è la novità nell’accorgersi che un bene pubblico come le frequenze televisive lo si vuole regalare ai monopolisti controllati dal potere politico (Rai) e privato (Mediaset)? Sono circa venti anni che il conflitto d’interessi (per non parlare dei tanti reati comuni dei quali è accusato) è ben presente agli occhi dell’opinione pubblica e ciò non ha impedito che Berlusconi andasse al governo per tre volte con i voti degli italiani. D’altra parte nemmeno gli intervalli di governo delle forze a lui alternative hanno trovato il modo per porvi rimedio. Quindi di cosa ci meravigliamo?

Alla meraviglia si deve sostituire lo scandalo e la lucida determinazione a voltare pagina. Cominciando dalla manovra ovviamente. La pressione dell’opinione pubblica deve farsi sentire assumendo sia le motivazioni che hanno portato alla nascita di questo governo (salvare l’Italia raddrizzando i conti, riportarla in Europa da protagonista), sia gli obiettivi dichiarati della manovra.

Quindi a saldi invariati, anzi migliorati bisogna ottenere che la Chiesa paghi l’ICI sugli immobili non adibiti esclusivamente al culto; che le frequenze televisive siano fatte pagare favorendo non i monopolisti attuali, ma altri soggetti e che il loro uso non sia solo per le TV, ma anche per la banda larga di internet; che sui capitali scudati si applichi un’aliquota paragonabile a quelle già applicate nei principali paesi europei (se ci dobbiamo integrare cominciamo a farlo dagli evasori); che siano concentrate le forze su quei contribuenti che appartenendo a categorie di lavoro autonomo denunciano redditi ridicoli o che risultino intestatari di beni di lusso (barche, auto ecc); che siano ridotti gli acquisti di armamenti cominciando dai cacciabombardieri F35 (100 milioni l’uno). Come impegno del governo occorre che sia condotta un’analisi della spesa che porti alla cancellazione di enti inutili, sprechi e duplicazioni e che si orienti l’azione degli apparati del fisco e della Guardia di finanza alla lotta dell’evasione fiscale.

In tal modo si aumenterebbero le entrate in misura tale da: consentire di applicare la rivalutazione a tutte le pensioni fino a oltre 2mila euro mensili; di attenuare il passaggio al nuovo regime pensionistico per i lavoratori che hanno raggiunto i 40 anni di contributi; di introdurre indennità di disoccupazione per i giovani precari; di investire risorse per la sicurezza scolastica e per la mobilità.

Tutto ciò è possibile se si inizia a mettere in atto un nuovo modello di democrazia basato sulla partecipazione, sulla responsabilità, sulla condivisione e sull’equità unica base solida per costruire un futuro. Per questo è necessario che i movimenti, il popolo della rete, le associazioni e i comitati si mobilitino e intervengano con intelligenza e lungimiranza. Che mantengano viva e alimentino la memoria. L’obiettivo non è solo di spingere il governo a modificare le sue decisioni (di oggi e di domani), ma anche quello di costruire un’alternativa futura che segni la via d’uscita dalla crisi italiana abbandonando le strade del populismo, dell’affarismo, delle oligarchie irresponsabili, dell’individualismo egoista e anarcoide che rivendica l’illegalità come sua cifra culturale e come guida dei comportamenti di ognuno. E l’obiettivo è anche ridisegnare il nostro sistema democratico per sostituire alla centralità dei partiti la centralità della politica diffusa e condivisa, della cittadinanza attiva e nuove forme di rappresentanza e di partecipazione sociale alle decisioni e al controllo sulla loro attuazione.

Claudio Lombardi

O nuova democrazia o videocrazia ? (di Claudio Lombardi)

“Vorrei usare questa espressione: Governo di impegno nazionale. Governo di impegno nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il senso dello Stato, è la forza delle istituzioni che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso fin dal primo momento il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un’asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica. Al contrario, spero che il mio Governo ed io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire in modo rispettoso e con umiltà a riconciliare maggiormente – permettetemi di usare questa espressione – i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.”

Con queste frasi Mario Monti nel suo discorso programmatico al Senato ha delineato l’epitaffio del berlusconismo come degenerazione dei “vizi “ del sistema Italia e ha indicato in che misura la crisi della politica abbia minato la sua capacità di prendere la guida del Paese in un momento di emergenza. Quasi scusandosi ha, in realtà, asserito che proprio il governo in cui non ci sono esponenti di partito si assume il compito di riconciliare i cittadini con le istituzioni e con la politica.

Da qui deve partire una riflessione seria perché è un caso isolato nel contesto occidentale (Grecia esclusa) che i partiti divengano un ostacolo al governo dello Stato.

Se guardiamo al passato troviamo altri momenti nei quali soltanto mettendo da parte i partiti (o la guida del governo oppure tutti i suoi membri) si è riusciti a superare momenti drammatici nella vita della nazione. E ogni volta che si presentano periodi difficili nei quali i partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione faticano a trovare una via d’uscita si invoca o si minaccia un governo tecnico.

Piuttosto strano visto che la Costituzione sembra prevedere che solo i partiti siano il canale attraverso il quale i cittadini possano partecipare alla vita politica (art. 49 “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”). D’altra parte sono i partiti che si presentano alle elezioni, fanno eleggere i propri rappresentanti nel Parlamento, danno vita alle maggioranze che esprimono i governi e che, naturalmente, ne indicano la composizione (anche se non vi è alcuna norma costituzionale che stabilisca questo vincolo). Per questo sono possibili i cosiddetti governi tecnici che, in realtà, sono governi non nati dai partiti che trovano la loro maggioranza in Parlamento. Maggioranza politica ovviamente.

Nell’ultimo anno abbiamo avuto altri casi di emarginazione dei partiti dall’iniziativa politica che ha determinato grandi novità nel Paese.

I tre referendum sui servizi pubblici locali (acqua innanzitutto), sul legittimo impedimento e sul nucleare sono stati promossi con la partecipazione di un solo partito presente in Parlamento e con la partecipazione assolutamente non preminente di altri che ne stanno fuori. Le elezioni dei sindaci a Milano e Napoli si è svolta sotto la pressione di movimenti e comitati che hanno, di fatto, imposto i loro candidati. Il milione e duecentomila firme sul referendum elettorale che cambierà l’equilibrio politico in Italia si è svolta quasi tutta ad opera di organizzazioni della società civile.

Che sta succedendo alla politica e ai partiti?

Sembra chiaro che la politica si sta trasformando con il massiccio ingresso della società civile non solo con le organizzazioni, ma anche con la partecipazione di milioni di singoli cittadini che, attraverso i social network, influenzano l’opinione pubblica in maniera inimmaginabile anche solo 5 anni fa.

Anche da parte delle organizzazioni della società civile inoltre c’è una focalizzazione su obiettivi, temi e campagne che non c’era nel passato. Sembra quasi che abbiano deciso di non aspettare più l’iniziativa dei partiti e di fare da sole. Chi c’è c’è, gli altri li cercheremo strada facendo, questa sembra la loro filosofia.

Fin qui si potrebbero tradurre questi fenomeni in una lentezza dei partiti tradizionali sostituita dalla velocità di altri soggetti. C’è, invece, dell’altro. Per esempio, la Comunità di Sant’Egidio il cui fondatore oggi siede nel governo fa politica oppure no? A me sembra di sì. Qualcuno potrebbe dire: ma chi li ha eletti? Facile la risposta: si sono eletti da soli con le opere che hanno compiuto e con il seguito che hanno acquisito.

Quanti altri casi Sant’Egidio ci sono in Italia? Probabilmente tanti, impegnati in settori diversi e che da tempo hanno rinunciato a lavorare in silenzio e, sempre più spesso, decidono di comunicare direttamente il loro pensiero sulle scelte migliori nel campo di cui si occupano. Per esempio il Centro Astalli, emanazione dell’Ordine dei Gesuiti, lavora per accogliere ed assistere i rifugiati politici e si fa sentire con comunicati e conferenze stampa sulle scelte politiche dei governi relative all’immigrazione. È una novità che nel passato non c’era. Perché?

Citiamo un altro caso: Cittadinanzattiva. Da molti anni è impegnata nel campo delle politiche pubbliche (sanità, scuola, servizi pubblici, Europa e giustizia), dispone di una presenza territoriale articolata per reti e si esprime con campagne su singoli temi e, soprattutto, con la pratica della valutazione civica che non è altro che un monitoraggio sistematico sulle politiche ministeriali, regionali e locali viste attraverso i loro effetti sui servizi resi ai cittadini.

Fa politica Cittadinanzattiva? Sì, ovvio, ma non presenta liste e non fa eleggere nessun suo rappresentante.

Parliamo delle associazioni ambientaliste (quelle che non hanno dato vita a partiti) e dei consumatori? Vale lo stesso discorso: fanno politica. Non cito tutti gli altri casi, ma sono veramente tanti. Cosa li accomuna tutti? Il fatto che abbiano bisogno di un mediatore per arrivare ad incidere sulle scelte delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche. Il mediatore è il partito. Così come lo è per le categorie sociali organizzate, per i gruppi economici, per i sindacati. Il partito mediatore e interprete.

Sarebbe uno schema semplice se non presentasse diversi inconvenienti. Innanzitutto l’orientamento alla conquista del potere che ogni partito si trova nel suo DNA e che lo condiziona moltissimo. Poi un partito agisce, di solito, attraverso le sue rappresentanze istituzionali e non agisce direttamente sui temi che nascono dalla società e che gli vengono proposti dalla società civile. inoltre le scadenze di un partito sono quelle delle campagne elettorali il che comporta un orizzonte temporale molto breve. Infine, nessuno può sbloccare una situazione bloccata nelle istituzioni di vertice dello Stato perché sono le depositarie della sovranità e se uno o più partiti s’impuntano le istituzioni restano bloccate. Il caso del governo Berlusconi è emblematico tanto è vero che la successione delle dimissioni originate dalla perdita della maggioranza alla Camera e della nomina di Monti (che, comunque, adesso ha ricevuto la fiducia della maggioranza del Parlamento), ha fatto gridare alla sospensione della democrazia e addirittura al golpe del Presidente della Repubblica.

Bastano questi punti per porsi una domanda: se i partiti possono diventare un ostacolo per la democrazia e per la politica con cosa li sostituiamo? La risposta è difficile, ma, comunque, non si tratta di sostituzione bensì di integrazione e di meccanismi che vadano oltre la mera nomina attraverso elezioni. Si tratta anche di meccanismi che favoriscano l’emarginazione dei partiti macchine di potere ovvero di quei partiti che puntino tutto sul loro ruolo di mediatori strapagati fra società ed istituzioni. Attraverso la trasformazione della politica in funzione sociale diffusa si potrà favorire questo processo insieme alla strutturazione della partecipazione che leghi la presenza del singolo cittadino al funzionamento di uno o più servizi sottratti al controllo diretto della politica o del mercato. E non solo di questo si tratta ovviamente perché la partecipazione deve condizionare la politica fino al governo nazionale con meccanismi strutturali.

Non è questa la sede per cercare tutte le risposte, ma solo per segnalare un tema da sviluppare. Ciò che conta è che si diffonda prima la cultura della partecipazione alla politica che prepari il terreno ai successivi cambiamenti istituzionali.

Questo evidentemente è compito di chi opera già oggi nella società civile, dei partiti più sensibili e di quanti si dedicano per professione o vocazione all’elaborazione del pensiero politico. Importante è essere consapevoli che siamo giunti al limite delle possibilità di questo assetto delle democrazie occidentali e che un passo avanti si farà se ci saranno i soggetti convinti di farlo. Altrimenti si andrà indietro, magari verso quella videocrazia che abbiamo sperimentato solo in parte in Italia negli ultimi venti anni.

Claudio Lombardi

Ballottaggio a Napoli: voto di protesta o defezione di protesta? (di Fabio Pascapè)

Concluse le elezioni amministrative a Napoli facciamo due conti e qualche riflessione. Il risultato, definito dai più clamoroso, consacra sindaco Luigi De Magistris con il 65,38% a fronte di un Lettieri che si attesta sul 34,62%. E’ un risultato che stupisce non tanto per l’esito quanto per le dimensioni del distacco. Nella migliore delle ipotesi si poteva immaginare un’affermazione di uno o due punti. L’affermazione di De Magistris è stata invece schiacciante. La maggior parte degli analisti sin dal primo momento ha parlato di un voto sostanzialmente di protesta. Effettivamente una serie di indicatori sembrano deporre in direzione del fatto che una consistente parte dei consensi a De Magistris siano stati connotati in tal senso come già argomentato in un precedente articolo (Elezioni amministrative a Napoli: un’istantanea tra primo turno e ballottaggio di F.Pascapè – su CIVICOLAB  http://www.civicolab.it/?p=1195 )

Senza ripercorrere per intero l’analisi svolta è il caso di ricordare il dato relativo ai voti conferiti al ”solo sindaco”  senza espressione di preferenza di lista che, al primo turno, come appare dallo schema seguente, sono stati per De Magistris ben il 27,32% .

I turno

Voti

% sui votanti

voti solo
sindaco

% sui voti/candidato

LETTIERI GIOVANNI

179.575

38,52

9.676

5,39%

PASQUINO RAIMONDO

45.449

9,75

2.829

6,22%

MORCONE MARIO

89.280

19,15

6.166

6,91%

de MAGISTRIS LUIGI

128.303

27,52

35.050

27,32%

Una protesta forte ed indirizzata in maniera evidente all’operato della coalizione di centro sinistra in esito ad un percorso durato 18 anni. Una protesta che non è stata neanche minimamente intaccata dalla prospettiva di ridimensionamento del numero di consiglieri del PD e dell’UDC che si sarebbe avuto con l’affermazione di De Magistris come si evince dallo schema che segue e che rappresenta i due scenari possibili in esito al ballottaggio per quel che concerne il numero di consiglieri eletti.

coalizioni


Lettieri

De Magistris

Morcone

Pasquino

Vittoria Lettieri

29

6

9

4

Vittoria De Magistris

29

11

6

2

Una componente del voto certamente non protestataria e che depone nel senso di una continuità è stata determinata dal patto PD IDV alle Municipalità nelle quali le coalizioni a sostegno di Morcone e quella a sostegno di De Magistris si sono presentate insieme in nove casi su dieci.

Coalizione

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando De Magistris/Morcone
2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino De Magistris/Morcone
3 Stella – S.Carlo all’Arena De Magistris/Morcone
4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale De Magistris/Morcone
5 Arenella – Vomero De Magistris/Morcone
6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio De Magistris/Morcone
7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano De Magistris/Morcone
8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia Liste distinte
9 Pianura – Soccavo De Magistris/Morcone
10 Bagnoli – Fuorigrotta De Magistris/Morcone

In esito al voto di ballottaggio i numeri arricchiscono ulteriormente la visione facendo innanzitutto emergere la caduta verticale della partecipazione al voto.

Aventi diritto

votanti

%

Amministrative 2006

828.496

552.100

66,64%

Amministrative 2011
primo turno

812.450

490.142

60,33%

-61.958

differenza 2006
I turno 2011

Ballottaggio

410.907

50,58%

-79.235

differenza I turno
ballottaggio 2011

Differenza

-16.046

-141.193

Come si vede dallo schema, tra le ultime consultazioni comparabili (amministrative 2006) e il primo turno hanno votato 61.958 persone in meno. Al ballottaggio, poi, hanno votato  79.235 persone in meno rispetto al primo turno.  In buona sostanza un napoletano su due ha deciso di non andare a votare ed è questo un dato che in termini di disaffezione si commenta da sé. In complesso la flessione rispetto alle amministrative 2006 è di 141.193 elettori. Il dato è complessivamente inquietante ma ancora più inquietante è la flessione tra primo turno e ballottaggio. Inizia a delinearsi uno scenario che vede contrapporsi al voto di protesta una vera e propria defezione di protesta con la caratteristica, comune ad entrambe, di essere interne ai rispettivi schieramenti. Il voto di protesta è, infatti, interno e connesso agli esiti dei 18 anni di governo di centrosinistra mentre la defezione di protesta sembra essere interna e connessa alle scelte elettorali dello schieramento di centrodestra.

Questa ipotesi trova un ulteriore conforto nel dato che segue:

Lettieri

%

De Magistris

%

I turno

179.575

38,52

128.303

27,52

Ballottaggio

140.203

34,62

264.730

65,38

Differenza

-39.372

+136.427

Al ballottaggio Lettieri registra una flessione di 39.372 voti a fronte di De Magistris che invece letteralmente raddoppia i consensi. Difficile pensare ad un candidato che al primo turno consegue il maggior numero di voti e che, non dico li incrementi, ma almeno li conservi. I commenti post ballottaggio hanno evidenziato, infatti, come a Lettieri non sia stato dato (dalla sua stessa coalizione) lo stesso tipo di sostegno che gli era stato dato a ridosso del I turno elettorale quando si eleggevano anche i presidenti ed i consiglieri municipali ed i consiglieri comunali.

L’ipotesi della defezione di protesta trova conforto anche nel dato che segue:

risultati I turno

risultati Ballottaggio

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando

Lettieri

De Magistris

2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino

De Magistris/Morcone

De Magistris

3 Stella – S.Carlo all’Arena

De Magistris/Morcone

De Magistris

4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale

Lettieri

De Magistris

5 Arenella – Vomero

De Magistris/Morcone

De Magistris

6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio

De Magistris/Morcone

De Magistris

7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano

Lettieri

De Magistris

8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia

Lettieri

De Magistris

9 Pianura – Soccavo

Lettieri

De Magistris

10 Bagnoli – Fuorigrotta

De Magistris/Morcone

De Magistris

In esito al primo turno le coalizioni contrapposte avevano raggiunto un risultato paritario conseguendo la presidenza rispettiva di cinque municipalità. Al ballottaggio Lettieri ha ricevuto un numero di consensi inferiore a De Magistris in tutte e dieci le municipalità, comprese, quindi, quelle nelle quali il Presidente era stato eletto nello schieramento di centro-destra.

Altri interessanti indizi che fanno pensare ad una defezione di protesta li ricaviamo proprio dall’analisi dell’astensione su base municipale.

risultati I turno

risultati
Ballottaggio

votanti

6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio

De Magistris/Morcone

De Magistris

-13.680

7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano

Lettieri

De Magistris

-10.873

8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia

Lettieri

De Magistris

-10.375

9 Pianura – Soccavo

Lettieri

De Magistris

-8.278

4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale

Lettieri

De Magistris

-8.214

3 Stella – S.Carlo all’Arena

De Magistris/Morcone

De Magistris

-8.064

2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino

De Magistris/Morcone

De Magistris

-6.109

10 Bagnoli – Fuorigrotta

De Magistris/Morcone

De Magistris

-5.477

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando

Lettieri

De Magistris

-4.085

5 Arenella – Vomero

De Magistris/Morcone

De Magistris

-3.964

Fatta eccezione per la I Municipalità che (unica) già nel 2006 registrò l’affermazione del centro-destra e che ha potuto contare su un elettorato fidelizzato (anche se poi non ha confermato il voto espresso al primo turno), le maggiori defezioni al voto si sono registrate in netta maggioranza nelle municipalità nelle quali al primo turno il centro destra aveva conseguito la presidenza.

Una lettura delle analisi apparse sulla stampa nei giorni successivi al ballottaggio sembrerebbe confermare un appoggio calante a Lettieri tra il primo ed il secondo turno che, secondo alcuni commentatori, sarebbe ascrivibile proprio all’area che non ha mai visto di buon occhio il ruolo all’interno del PDL della corrente dei cosentiniani. Supposizioni? Non è facile dirlo. Quello che resta sono i numeri che nel loro insieme ci restituiscono un’immagine che, sotto il profilo della valutazione civica, appare quanto mai inquietante. In buona sostanza sia a destra che a sinistra il voto è servito innanzitutto ad esprimere disagio e protesta interni ai rispettivi schieramenti. Questa è una vittoria sotto il profilo della democrazia perché, comunque vada, il sistema delle nostre istituzioni resta flessibile al punto da consentirne comunque l’espressione compensando in tal modo eventuali irrigidimenti strutturali. Occorre avere il coraggio di dire con forza, però, che le elezioni amministrative servono ad esprimere degli amministratori in grado di governare una città difficile, tormentata ed in profonda crisi e non a veicolare protesta e malessere che non hanno trovato altra via costruttiva per esprimersi. Questo va detto senza nulla levare al neoeletto sindaco e senza entrare nel merito delle scelte fatte dall’elettorato.

Da un simile quadro si evince in maniera inequivocabile che la società civile e la cittadinanza attiva a Napoli devono assumere compiti di primaria importanza come quello di restituire la politica ai cittadini, di ricostituire un rapporto costruttivo con le istituzioni e soprattutto di ripristinare eo creare ex novo punti di ascolto, elaborazione ed azione civica che permettano al cittadino di tornare a partecipare alla definizione delle politiche che lo interessano, alla scelta effettiva dei propri amministratori e che consentano ai consensi ed ai dissensi di confluire in una dialettica civica da tempo negata e, tuttavia,  indispensabile alla vita della nostra città.

La sfida e, insieme, l’obiettivo è il recupero della fiducia in un voto che serva effettivamente a scegliere in maniera oculata i propri amministratori, rendendo disponibili una batteria di strumenti di partecipazione che consentano al cittadino di esprimere e vedere accolto e realizzato il proprio punto di vista. In futuro auspichiamo meno voti o defezioni di protesta e più cittadini responsabili, attivi e partecipi alle scelte dei propri amministratori.

Il compito di De Magistris non è affatto semplice ma la forte investitura ricevuta gli ha conferito una marcia in più. Tutti ci auguriamo che sappia sfruttarla al meglio. La competizione elettorale si è conclusa e non resta altro da fare che rimboccarsi le maniche. Questo vale sia per chi ha sostenuto De Magistris che per chi non lo ha sostenuto. Questo vale per tutti i cittadini che abbiano veramente a cuore la propria città.

Napoli non può più attendere.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva NAPOLICENTRO

Dalle elezioni al referendum e oltre: una svolta necessaria (di Anna Lisa Mandorino)

A due giorni dal voto di ballottaggio per le amministrative, non è possibile aggiungere molto, rispetto al merito dei risultati, al tanto che si è già detto sul primo turno di elezioni: si è trattato di un buon risultato per chi spera in una svolta.

Né ha grande senso soffermarsi ad anticipare sensazioni e pronostici sul ballottaggio stesso: in questo momento, si può semplicemente sperare che l’esito favorisca un cambiamento.

Ha molto senso, invece, continuare a lavorare affinché, al referendum del 12 e del 13 giugno prossimi, si raggiunga il quorum necessario: ne ha riguardo al contenuto delle questioni per le quali i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi; ne ha, forse perfino di più, riguardo a un istituto, come quello referendario, che, altrimenti, sarebbe definitivamente condannato all’inefficacia e che, invece, rappresenta ad oggi uno dei pochissimi strumenti di partecipazione politica ancora concessi alla cittadinanza. La vittoria dei sì al referendum sarebbe senz’altro un ulteriore importante passo per la svolta che ci vuole in questo Paese.

La svolta a cui ci si riferisce qui, però, non è soltanto un cambio di governo.

Intendiamoci: al di là della propria appartenenza politica, un cambio di governo è oggi indispensabile. Ieri notte, nella ormai prevedibile, per scelta di tempi e modalità, apparizione del premier a Porta a Porta, emergevano i tratti di un governo cicisbeo, impomatato, manierato anche se non di buone maniere, scoperto nel suo ciarlare di elenchi, contratti, piani sempre rivolti a presagire il futuro e mai a dare conto del passato, paradossale nell’attribuire i risultati del  voto a mezzi di informazione malevoli proprio il giorno dopo aver ricevuto una multa dall’Autorità garante delle comunicazioni per sovraesposizione e abuso di quegli stessi mezzi di informazione. Un cambio di governo oggi è indispensabile chiunque i cittadini chiamino a guidare tale cambiamento, semplicemente perché la situazione odierna è ormai tanto degenerata quanto stagnante e così non si può andare avanti.

E, ancora al di là della propria appartenenza politica, dal punto di vista della cittadinanza organizzata non è privo di significato il fatto che ad avere la meglio nel primo turno delle elezioni siano stati candidati outsider o quelli che, pur parte dell’establishment della politica, la politica tradizionale non ha sostenuto, perché questo indica che i cittadini non hanno perso il dono dell’indignazione né la consapevolezza del potere che il diritto di voto implica rispetto al mutamento della realtà, non sono apatici né rassegnati e neanche hanno fatto il callo proprio a tutto.

Detto questo, la svolta necessaria è un’altra: infatti, non ci farà fare molti passi avanti che cambi il governo di questo paese, fra qualche mese o più, se contemporaneamente l’Italia e chi la dirige non si attiveranno per cambiare la sua governance.

Non ci sarà svolta vera, né ora né mai, se la classe dirigente, di qualunque colore sia, non accetterà e favorirà l’idea che non è più in grado, indipendentemente dalle sue qualità – e, tanto più, se non ne ha – di detenere in solitaria, in virtù di un maleinterpretato senso della delega, la guida del Paese.

Non ci sarà svolta vera se non subentrerà, nel senso comune e nella pratica, la coscienza che tra i soggetti legittimati a operare per l’idea stessa della politica come per la gestione delle politiche, un ruolo tocca, secondo Costituzione, proprio alla cittadinanza attiva, ai cittadini singoli o associati quando compiono iniziative di interesse generale.

Non ci sarà svolta vera se questa partecipazione diffusa, questa sussidiarietà virtuosa i cittadini non cominceranno a praticare diffusamente e le istituzioni a sostenere e favorire.

Se poi, procedendo nel ragionamento, si volesse provare a declinare il concetto di partecipazione, si potrebbe dire che partecipare alla cura dei beni comuni vuol dire almeno cinque cose, che i cittadini possono fare e le istituzioni facilitare.

Vuol dire attivarsi innanzitutto, vale a dire poter mettere in campo capacità e interesse per essere presenti nel governo e nella gestione della propria comunità, per assistere e sostenere, attraverso attività di tutela, altri cittadini in difficoltà, per animare dibattiti, campagne e progetti di interesse generale, poiché è dimostrato che, laddove istituzioni e società civile operano insieme per i beni comuni, questi sono garantiti e tutti sono messi in grado di goderne.

Vuol dire poter produrre informazione e valutare il funzionamento e la gestione di tutti i servizi di uso pubblico, raccogliendo dati oggettivi, non propagandistici, non sensazionalistici, ma, invece, monitorati ed elaborati con il punto di vista e secondo i bisogni e le priorità dei cittadini, e sapere che quelle informazioni saranno utilizzate per rendere quei servizi migliori e più efficaci.

Vuol dire poter comunicare e diffondere conoscenza e senso critico sui temi di interesse per i cittadini, sostenere il dialogo, il confronto delle posizioni, senza viziare l’informazione con l’ideologia, e consentire che circoli e si radichi anche nel sentire comune quello che la cittadinanza attiva fa, ogni giorno, in tanti modi, per il bene del Paese.

Vuol dire poter avere rappresentanza e rilevanza, cioè possibilità di essere presenti, da padroni di casa non da ospiti mal tollerati, in tutti i luoghi in cui è prevista la partecipazione dei cittadini, non essere esautorati nelle funzioni di controllo e di terzietà da classi politiche onnivore, e sapere che sulle politiche pubbliche la voce dei cittadini sarà percepita come autorevole perché nessuno conosce i problemi più di chi li vive.

Vuol dire, infine, poter operare per il rafforzamento della dimensione civica, per la crescita dell’ambiente civico, per le alleanze fra organizzazioni di cittadini, con il fine che la cittadinanza attiva si consolidi e si compatti, che faccia fronte comune per azioni più efficaci e risorse meglio condivise, che non venga divisa e frammentata al fine di controllarne meglio le velleità.

Sono ragionamenti, idee, intuizioni su cui in altri paesi si stanno cercando strade nuove anche sperimentando soluzioni che coinvolgano e responsabilizzino i cittadini con la consapevolezza che non è più possibile governare società avanzate e complesse solo con la pratica del comando e dell’egoismo sociale. Alcuni decenni di storia dell’occidente si stanno chiudendo con la ricerca di altri modelli di governance ed anche nei paesi arabi si fa strada l’esigenza di un cambiamento che dia speranza di vita e di benessere alle nuove generazioni.

In Italia le condizioni di vita della maggior parte delle persone peggiorano, il modello di governance che si è affermato alla metà degli anni ’90 non funziona più e risorse immense sono state dilapidate per far funzionare un sistema di potere ora giunto alla sua fase finale che non ha nemmeno prodotto sviluppo e risposte alle esigenze del Paese, i giovani si accorgono di non poter sperare in un futuro migliore di quello dei loro genitori.

È veramente tempo di un cambiamento. Perché non sia finto occorre la partecipazione dei cittadini.

Anna Lisa Mandorino vicesegretario di Cittadinanzattiva

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