Un’idea deformata di democrazia ( di Carlo Buttaroni)

idea di democraziaLa politica, nelle forme in cui la conosciamo, è questione recente nella storia dell’uomo. Fino alla nascita degli stati moderni, si configurava prevalentemente su questioni che interessavano la difesa dei confini, la gestione dell’ordine pubblico, le relazioni tra chi deteneva il potere. Molti aspetti della vita quotidiana erano affidati a principi regolatori iscritti spesso su un piano teologico o filosofico. Oppure ispirati a quelli che, oggi, potremmo definire interessi “privati”.

Solo con l’epoca moderna comincia progressivamente ad affermarsi una politica che contempla grandi questioni pubbliche che riguardano le relazioni tra le classi sociali, i diritti civili, i temi dello sviluppo, edificando intorno ad essi apparati ideologici di riferimento per grandi masse di cittadini. Un processo che ha il suo apice nelle ideologie e nei partiti di massa del Novecento e che entra in crisi, alla fine del secolo scorso, con il progressivo affermarsi di una società de-ideologizzata, con rilievi economici e sociali inediti e sfuggenti a ogni sforzo interpretativo basato sui paradigmi precedenti.

apparenza della politicaLa crisi delle grandi teorie politiche che per oltre mezzo secolo avevano ispirato la partecipazione dei cittadini, oggi ha il suo riflesso in una società dalle identità collettive rarefatte, caratterizzata da una convivenza a bassa intensità sociale e dal recedere delle forme legate alla tradizionale partecipazione politica (basti pensare alle elezioni regionali di qualche settimana fa).

La fase politica che prende avvio all’inizio degli anni ‘90 è segnata dalla progressiva eclissi della responsabilità politica e al venir meno di quell’etica istituzionale che invece aveva costituito il nucleo forte dei partiti di massa del Novecento.

La democrazia formale è stata via via considerata un impaccio caro ai giuristi mentre si è progressivamente affermata la convinzione che bisogna sintonizzarsi sulle pulsioni delle persone anziché rafforzare i diritti dei cittadini.

relativismo dei valoriAltra caratteristica della politica attuale è una generalizzata caduta delle tensioni progettuali in chiave universalistica. Un abbandono che si esprime in quel nichilismo tanto caro ai leader solitari di oggi che può essere efficacemente riassumibile nelle parole di Nietzsche quando lo descrive come un processo dove i valori supremi si svalutano, dove manca lo scopo e una risposta ai perché.

E’ un pensiero debole quello che, oggi, pervade la politica, dove il relativismo finisce per essere una sorta di premessa largamente condivisa, perché le procedure non obbediscono ad alcun criterio riconoscibile: non ci sono più i fatti, né i metodi, né le certezze, ma solo interpretazioni.

D’altronde, il progettare grandi mete non si addice a un pensiero debole e l’avvenire resta un interrogativo senza risposta per una politica timorosa di inoltrarsi in un futuro che non ha più la forma di una meta da raggiungere o di un criterio cui uniformare le condotte. La stessa importanza del passato cambia di segno nel momento in cui i leader cercano di liberarsi da un’idea della storia come un corso omogeneo e necessario che ci avrebbe sospinto fin qui e che, con lo stesso impeto ci porta verso il futuro.

politica e progettoAl modello di ragione universale e forte del Novecento si contrappone ormai una costellazione di razionalità parziali e di nuovi linguaggi. Foucault l’ha chiamata “morte dell’uomo”, altri si sono limitati a parlare di fine della ragione. Per l’individuo decentrato dal proprio passato e dal proprio futuro, non può diventare altro dal “non senso” del vivere in un mondo di dissolvenze dal quale, però, sembra travolto.

partecipazione dei cittadiniLa democrazia che, come insieme equilibrato di poteri e contropoteri, ha i suoi fondamenti nella partecipazione popolare e nella classe politica, si è trasformata inevitabilmente in un’iperdemocrazia basata sul voto e sull’opinione pubblica. Il risultato è la rarefazione della partecipazione politica e il diffondersi dell’idea che la democrazia sia esclusivamente la scelta elettorale di una maggioranza di governo, il cui leader è espressione diretta e organica della volontà popolare, concepita a sua volta come la sola fonte di legittimazione dei pubblici poteri del “capo”.

Quest’idea di democrazia è ormai considerata la forma più diretta, decidente e partecipativa. In realtà, è una deformazione che ha progressivamente eluso i principi costituzionali riproducendo, in termini parademocratici, una tentazione pericolosa che è all’origine di tutte le demagogie populiste e autoritarie: l’idea del governo degli uomini o, peggio, di un uomo.

Ma, come scrive Hans Kelsen, l’idea di democrazia implica assenza di capi. E, nel farlo, ricorda le parole che Platone, nella sua Repubblica, fa dire a Socrate in risposta alla domanda su come dovrebbe essere trattato, nello Stato ideale, un uomo dotato di qualità superiori: “Noi l’onoreremmo come un essere degno d’adorazione, meraviglioso ed amabile; ma dopo avergli fatto notare che non c’è uomo di tal genere nel nostro Stato, e che non deve esserci, untogli il capo ed incoronatolo, lo scorteremmo fino alla frontiera”.

Carlo Buttaroni (tratto da http://benecomune.net)

Il M5S e la sua utilità

Tante polemiche intorno al M5S che parte favorito nelle elezioni di oggi. Che il M5S possa fare un gran bene alla politica italiana è certo. Il pungolo dei 5 stelle è arrivato insieme ad una pioggia di scandali che hanno colpito la classe dirigente fallimentare che ha diretto l’Italia negli ultimi decenni. Nessun partito escluso, la connivenza intorno ad un sistema di potere degenerato è stata pressocché totale e si è estesa a categorie sociali, professionali e imprenditoriali che hanno prosperato a spese dei bilanci pubblici e grazie ad un sistema corporativo che ha bloccato la concorrenza.

Grillo nasce dall’incapacità dei partiti tradizionali di porre fine alla degenerazione e vuole rappresentare la rabbia di chi si è visto tradito dalla classe dirigente e di chi si è visto togliere quei margini di sopravvivenza che un sistema di welfare e fiscale ingiusto pur garantiva a molti italiani.

Il problema è che dalla rappresentazione della rabbia bisogna passare alla costruzione di un’alternativa che non può essere prendere il 100% dei voti. Chiaramente Grillo ha scelto di non fare nulla insieme ad altre forze politiche per poter continuare ad apparire l’unico “giusto” in mezzo a tanti disonesti. E per sottrarsi a qualunque prova di governo che, nelle realtà locali prese in mano dai 5 stelle, si è rivelata molto più difficile di quanto gli slogan gridati dal palco dei suoi comizi facessero immaginare.

Nonostante ciò sarebbe lo stesso utile che il M5S utilizzasse il grande consenso che ha per farci qualcosa senza aspettare che il disastro totale del Paese gli porti in regalo il 90 o 100 per cento dei voti.

Così in queste elezioni europee in mezzo al solito diluvio di battute, insulti, slogan ha fatto capolino qualche proposta per l’Europa che tanto costruttiva non è, anzi lascia proprio il tempo che trova perché chiedere gli eurobond cioè una sorta di condivisione dei debiti pubblici accompagnandolo alla minaccia di stracciare il fiscal compact (che è comunque ottuso e va cambiato) e di non pagare il 30% del debito italiano in mano a banche europee è senza senso, è un cumulo di battute propagandistiche inutili.

Nessuno ce l’ha con il M5S, ma anzi in tanti riconoscono che potrebbe fare molto di più se si decidesse ad essere un movimento vero e non la longa manus di disegni oscuri e a tratti farneticanti che provengono dalla coppia Grillo-Casaleggio. Si spera che i militanti prendano loro in mano la situazione prima o poi perché la novità del M5S sta stretta nella camicia di forza del proprietario del marchio che in ogni momento può cacciare i dissidenti e reprimere ogni opposizione interna

Il vero potere forte e la via del declino

potere burocraziaErnesto Galli della Loggia sul Corriere del 24 gennaio mette il dito nella piaga: le mani che controllano il potere pubblico. L’analisi parte dalla constatazione che “nel Paese esistono ruoli, gruppi sociali e interessi assolutamente decisivi, i quali però da tempo, pur di conservare un accesso privilegiato alla decisione politica, e così mantenere e accrescere il proprio rango e il proprio potere, si muovono usando indifferentemente la Destra e la Sinistra”. Per Galli della Loggia “nessun attore politico, né di destra né di sinistra, ha il coraggio” di colpirli e questi si sono configurati come “un vero e proprio blocco storico. Vale a dire un insieme coeso di elementi con forti legami interni anche di natura personale, in grado di svolgere un ruolo di governo di fatto”.

Si tratta del “blocco burocratico-corporativo, a sua volta collegato stabilmente a quei settori, economici e non, strettamente dipendenti da una qualche rendita di posizione (dai taxi alle autostrade, agli ordini professionali, alle grandi imprese appaltatrici, alle telecomunicazioni, all’energia). Consiglio di Stato, Tar, Corte dei conti, Authority, alta burocrazia (direttori generali, capigabinetto, capi degli uffici legislativi), altissimi funzionari delle segreterie degli organi costituzionali (Presidenza della Repubblica, della Camera e del Senato), vertici di gran parte delle fondazioni bancarie, i membri dei Cda delle oltre ventimila Spa a partecipazione pubblica al centro e alla periferia”.

Rear-Admiral Sir Horatio NelsonIl potere di questo blocco “consiste principalmente nella possibilità di condizionare, ostacolare o manipolare il processo legislativo e in genere il comando politico”. Apparentemente è il ceto politico-parlamentare quello che ha il potere di decidere e di fare le leggi, ma “si trova, invece, virtualmente in una situazione di sostanziale subordinazione, dal momento che nel novanta per cento dei casi fare una legge conta poco o nulla se essa non è corredata da un apposito regolamento attuativo che la renda effettivamente operante”.

Così, l’attuazione di qualunque norma sfugge al controllo politico-parlamentare, ma anche a quello dei membri del governo che non sanno come dirigere gli apparati ministeriali. A pensarci bene, però, la stessa scrittura delle norme si appoggia del tutto all’alta burocrazia ministeriale, l’unica in grado di tradurre le indicazioni (e i desiderata) dei politici in testi con valore normativo.

Ma cosa si propone il blocco burocratico-corporativo? La protezione degli specifici interessi dei propri membri  ovviamente, ma, soprattutto “autoalimentarsi, e quindi frenare ogni cambiamento che alteri il quadro normativo, le prassi di gestione e le strutture relazionali all’interno del blocco stesso”. Non è un potere da poco perché consiste nel “potere di non fare, di ritardare, di mettere da parte o addirittura di cancellare anche per via giudiziaria qualunque provvedimento non gradito”.

blocco burocratico corporativoIl risultato? “Impedire tutte le misure volte a introdurre meccanismi e norme di tipo meritocratico, intese a liberalizzare, a semplificare, a rompere le barriere di accesso, le protezioni giuridiche e sindacali indebite”. Insomma il blocco burocratico-corporativo è profondamente conservatore e vuole proteggere chi vi appartiene a partire dai “vertici di comando”. Nessun settore dell’attività pubblica sfugge, nemmeno quello delle Autorità di garanzia e di controllo le quali “piuttosto che esercitare con incisività il proprio mandato e rivendicare con altrettanta incisività un potere di sanzione, preferiscono – come accade di regola – voltare la testa dall’altra parte e lasciar fare i grandi interessi su cui in teoria dovrebbero vegliare”.

Siamo gli unici al mondo ad aver a che fare con un blocco burocratico-corporativo? No, ma “solo in Italia quegli apparati e gli interessi, economici e non, ad essi collegati, si sono appropriati di spazi di potere così vasti”. Inevitabile che una politica screditata e colpita da una vasta corruzione sia stata resa subalterna alla sfera amministrativa.

Galli della Loggia conclude che “la gabbia di ferro del blocco burocratico-corporativo e degli interessi protetti ha soffocato la politica”. Ci sarebbe solo da aggiungere che una parte degli italiani sono stati avviluppati nella rete degli interessi protetti e dei diritti trasformati in merce di scambio e che liberarsi di questa gabbia di ferro è la condizione imprescindibile per tornare a crescere. Ma il tempo è poco, la via del declino è già stata imboccata

Il sonno della politica (di Salvatore Sinagra)

sonno della politicaQuando nel 2011 il governo Berlusconi implose sulla sua incapacità di approvare la legge finanziaria qualcuno parlò, a sproposito, di sospensione della democrazia. Arrivarono i tecnici, innalzarono l’età pensionabile e fecero tagli. In molti avrebbero voluto che i partiti  che sostenevano quel governo si assumessero le loro responsabilità esprimendo una buona parte dei suoi ministri. Invece, il governo Monti partì con molti esordienti della politica e con qualche grande esperto della macchina dello Stato: nessun ministro era legato ai partiti di governo. Si parlò di nuovo e a sproposito di sospensione della democrazia: i provvedimenti di quel governo furono tutti approvati dal Parlamento eletto dal popolo.

fallimento ItaliaIl fallimento della politica si è manifestato clamorosamente un anno e mezzo dopo, quando gli stessi partiti che avevano sostenuto il governo Monti, sono stati costretti ad assumersi la responsabilità di un altro governo di grande coalizione, questa volta mettendoci la faccia, quella delle proprie donne e dei propri uomini che sono diventati ministri.

Ma anche oggi è come se fossimo in mano ai tecnici a tempo indeterminato, perché la politica sembra vivere di stati di necessità e, quindi, non decide e c’è sempre qualcuno che la sospinge che si chiami UE o Presidente della Repubblica. D’altra parte è pure logico: se chi gestisce le istituzioni non agisce qualcun altro riempie il vuoto.

chiacchiere politicaEsempio lampante è la legge elettorale. Si sente parlare della necessità di riformarla dal 2006. Ebbene ancora oggi l’unica cosa certa è che la legge elettorale è stata rimodellata dalla Corte costituzionale. I partiti presenti in Parlamento (M5S compreso) continuano ad agitarsi e a sventolare astrusi modelli ibridati da quelli di altri paesi, ma non decidono.

Anche la polemica sulla legittimità del Parlamento serve per prendere tempo sostituendo con le chiacchiere il lavoro concreto per approvare una legge nuova. Eppure tutti sanno che il Parlamento è legittimo per un elementare principio di continuità altrimenti si sfascerebbe lo Stato. Ma fanno finta di niente e continuano a polemizzare.

crisi EuropaLe cose non vanno molto meglio in Europa. Nel 2009 bisognava dare una risposta politica al default della Grecia e, invece, un punto di equilibrio è stato trovato, con alti costi sociali, dai mercati. Il cancelliere Gerhard Schroeder, secondo molti il politico europeo che negli ultimi decenni più è stato in grado di parlare ai mercati, ha definito la gestione della crisi greca una vittoria dei mercati sulla politica, che la politica avrebbe potuto evitare se solo avesse voluto.

Non meno assente è stata la politica nella gestione della crisi dell’euro, o meglio della crisi fiscale in cui si sono impantanati molti Stati dell’area euro dal 2011 in avanti. La recessione, che ormai dura da troppi trimestri morde e una grande depressione è stata evitata, e speriamo non solo posticipata, dalla BCE e non dalla politica.

Certo, le istituzioni dell’Unione Europea non hanno un’elevata intensità politica, ma la politica in Europa c’è. La dovrebbero fare i governi, a partire da quello tedesco, magari conferendo all’Unione Europea una dimensione politica, creando un governo ed un budget almeno per l’area euro e dotando l’UE di una politica estera, economica e ambientale.

Alle primarie del PD si è registrata una partecipazione insperata, quasi un appello che almeno l’ultimo partito rimasto, il PD, torni a fare politica cioè a decidere. Se questo non accadrà allora bisognerà fare direttamente le primarie per scegliere i componenti di Banca d’Italia e della Corte Costituzionale e, magari, anche della BCE.

Salvatore Sinagra

Tutti a casa? No, un patto per lo sviluppo (di Claudio Lombardi)

tutti a casaTutti a casa”, lo slogan su cui il M5S vinse le elezioni, è rilanciato da una protesta sociale diffusa che non sa bene che altro proporre. Il “tutti a casa” vorrebbe essere il grido di battaglia di un popolo arrabbiato, ma di per sé serve a poco, si fa la fine del moscone contro il vetro. Si dice “popolo” ma ogni persona ha la sua storia e ha i suoi problemi e bisogna tenerne conto. Comunque per cambiare qualcosa servono buone idee e senza queste cambiare classe dirigente è una illusione ed è pure inutile.

La crisi si compone di due pezzi: le condizioni per produrre ricchezza; chi decide sulla sua distribuzione. Il primo pezzo non si dipende solo da noi perché il mondo è grande e siamo tutti interconnessi. Il secondo, invece, in gran parte, sì. La questione dei limiti che ci vengono dall’Europa che sembra adesso la causa principale della crisi, in realtà, si riduce alla questione del cambio e del debito: con l’euro la svalutazione non è più possibile in un solo paese e il debito pubblico non può crescere a volontà. Nulla ci dice di come produrre ricchezza e di come distribuirla in ogni paese. Ovvero se un paese ha un’economia debole e arretrata e uno Stato che non riesce a redistribuire il reddito in maniera equa e che lo spreca per inefficienza e per corruzione l’Europa non ne è responsabile, ma potrebbe fare molto. Se volesse. Insomma può aggravare una situazione già compromessa o dare una mano a risolverla. Dare una mano, non fare miracoli.

fragile ItaliaSulla produzione di ricchezza incidono la globalizzazione e il dominio della finanza speculativa. Ma l’Italia è più vulnerabile perché il suo modello economico non funziona più come quando la svalutazione e i bassi salari servivano a lanciare produzioni a basso prezzo e la competizione mondiale non esisteva. La Cina, in piccolo, eravamo noi. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro perché nel lavoro abbiamo riconosciuto lo strumento di affermazione della dignità dell’uomo. Ma il lavoro non è assistenza, deve generare un valore che sia scambiabile o fruibile.

famiglia italianaL’Italia è pur sempre un paese ricco e dispone di un solido risparmio familiare: il vero ammortizzatore sociale oggi in funzione, ma ormai questo non basta più. La crescita della povertà, la diffusione del precariato, l’aumento delle disuguaglianze indicano che il modello sociale italiano comincia a non funzionare più.

La precarietà è, forse, la chiave di lettura che descrive meglio la situazione. Per le persone sentirsi precari significa esasperare le reazioni e immaginare in anticipo uno scivolamento verso il basso anche se ancora non si è verificato. La parola disperazione viene usata sempre più spesso per descrivere la situazione generale anche quando se ne potrebbe circoscrivere l’utilizzo a gruppi di persone.

Precari sono tanti lavoratori che vedono ridotte le garanzie ed il potere di acquisto del salario, a fronte di richieste sempre più pressanti sugli impegni di produttività. Messi in concorrenza con i poveri e gli sfruttati di tutto il mondo sentono che il loro futuro sarà probabilmente peggiore del presente. Precarie le condizioni delle famiglie che attingono al risparmio (quando ce l’hanno), ma soprattutto, sentono che il sostegno da parte dello Stato non è più una certezza.

precarietàPrecarie le condizioni delle piccole e medie imprese, asse portante della struttura economica produttiva italiana. Una precarietà fatta di pochi, ma cruciali, elementi: mancanza di credito, crisi negli sbocchi di mercato (interno ed esterno), burocrazia che favorisce la grande dimensione, pressione fiscale, contesti sociali e territoriali sfavorevoli (criminalità, servizi, giustizia civile).

Precaria è la condizione dei lavoratori stranieri che abbiamo accolto nel nostro paese, che sono diventati indispensabili, ma che ancora ci ostiniamo a considerare un problema e non una risorsa consegnandoli, spesso, agli sfruttatori della clandestinità e alla criminalità.

precaria ItaliaPrecari l’ambiente e il territorio usati e abusati in maniera distruttiva. Catastrofi che non hanno più niente di naturale, ma sono prodotte da scelte individuali di singoli e di organizzazioni produttive che tengono conto solo dei loro interessi immediati. Sub cultura civile, ignoranza, illegalità diffusa, Stato e politica complici. Abbiamo una responsabilità verso le generazioni future, ma, in realtà, dobbiamo stare attenti a noi stessi perché il prezzo degli abusi ricade rapidamente sempre più spesso sulle nostre teste e su quelle dei nostri figli. Chi ha costruito la casa sul greto di un fiume non può dormire sonni tranquilli rinviando la soluzione alle generazioni future.

Cosa possiamo fare dunque ? certamente non nasconderci dietro gli slogan facili che non portano da nessuna parte. Ci vuole una specie di patto che liberi la creatività delle immense risorse nazionali; che ci riconduca ad un rinnovato senso di responsabilità, individuale e sociale. Se pensiamo che una nuova classe dirigente nasca per magia dalla protesta ci prendiamo in giro da soli.

Dobbiamo invece riconoscere ed ammettere apertamente che privilegi piccoli e grandi sono stati distribuiti a pioggia nei decenni passati. Hanno creato frazioni trasversali nella società, gruppi chiusi nella tutela del proprio particolare. Ostacoli al cambiamento. Dobbiamo ricercare, insieme, un diverso equilibrio, più sostenibile. Quello attuale non lo è più, comunque. Di politica e di istituzioni abbiamo bisogno quindi più che tutti a casa dobbiamo invitare tutti a fare il loro dovere e assumerci la responsabilità di fare il nostro.

Claudio Lombardi

Facciamo la rivoluzione partendo dalle comunità locali (di Alex Giordano)

ripartire dal bassoScusatemi. Faccio ammenda. Devo ammettere che anche io spesso e volentieri mi sono lasciato scappare improperi sul nostro Paese.

Mi sono lamentato che siamo dei pecoroni, che siamo un popolo mafioso, mi sono lasciato andare, scusatemi, ai molti luoghi comuni legati al fatto che non siamo in grado di fare una rivoluzione popolare per rovesciare le sorti di un’ Italia del perenne oblio.

Se fossi in altra sede direi ancora una volta che la vera rivoluzione da affrontare è quella dentro di noi. Continuo ad esserne convinto, ma sono anche convinto che forse non siamo ancora pronti ad affrontare certi argomenti in certe sedi.

dialoghiPer questo vi evito ogni cagata new age. Ogni frase ad effetto tra lo spirituale ed il pensiero positivo. Quelle frasi che contengono concetti così banali quanto assoluti. Che ti fanno una grande persona se li pratichi con umiltà ogni giorno. Oppure ti fanno un grande sfigato se vai pontificandoli in giro per erigerti a guru in tempi che ci richiedono ben altre responsabilità.

Per questo torno con i piedi a terra e dico ancora: scusatemi.

Scusatemi perché proprio mentre abbiamo l’ennesima testimonianza che il nostro è un paese impossibile da governare (forse per un endemico sistema di collusioni che si è andato incancrenendo negli anni) e tanto meno da riformare (forse perché si basa proprio su quell’economia “informale” che propagandisticamente ogni tanto si dice di voler combattere), anche se non siamo in grado di fare nessuna rivoluzione, riusciamo a resistere.

cercasi speranzaRiusciamo a resistere al diffuso disinteresse di molti enti preposti ed istituzioni. Riusciamo a resistere all’ignoranza ed alla barbarie che convive in noi stessi. E riusciamo a far riemergere quando vogliamo la nostra parte migliore fatta di solidarietà, di genio e creatività, di convivialità, di senso di appartenenza, di comunitarismo, di senso dell’impresa, di capacità di accettare il senso tragico della vita.

Una schizofrenia la nostra che deve farci riflettere. Tanto lassisti e pressappochisti quando si tratta di affrontare i massimi sistemi; tutti pragmatici, rivoluzionari e pronti a rimboccarsi le maniche quando si tratta di difendere il proprio orticello.

Quanto affermato sembra del tutto un dato negativo, ma forse una sua lettura creativa ci suggerisce di rileggere in chiave positiva questi che sembrano i male endemici di una certa italianità.

comunità localiInfatti, proprio quando ancora molti credono che la migliore strategia per il cambiamento sociale sia quella organizzata dall’alto, forse ripartire in modo capillare dalle comunità, con una azione di cambiamento dal basso, può davvero rappresentare la base per un nuovo rinascimento del nostro Paese. Ma bisogna lavorarci sodo. E bisogna cominciare anche dalle scuole, dalle università.

Mentre i governi nazionali di tutto il mondo sono soggiogati agli interessi corporativi e finanziari, nuovi strumenti del cambiamento possono essere rappresentati da consigli comunali, imprese locali, associazioni di quartiere, consigli scolastici.

E sono solo alcuni dei canali attraverso i quali i cittadini possono cambiare le loro comunità in meglio e sono pronto a scommetterci che dove le comunità prendono coscienza di avere in mano le redini della loro trasformazione, rendendosi conto che è possibile fare grandi cose partendo dal piccolo, avvengono cambiamenti grandi e radicali.

Tratto dal post di Alex Giordano “Basta piagnistei: facciamo la rivoluzione ripartendo dalle comunità locali” su www.chefuturo.it

Dentro al mondo di centro sinistra: intervista a futuredem

ritorno al futuroQuel che avviene nel PD interessa tutti, non solo i suoi elettori perché è in gioco il rinnovamento degli indirizzi di governo e della cultura civile dell’Italia . Per questo abbiamo rivolto alcune domande a Giulio Del Balzo uno dei creatori di Futuredem associazione politico-culturale che si rivolge al mondo del centro sinistra.

 

 

Che succede nel Pd? Occupy Pd, FutureDem, OpenPd e altre ancora sono sigle dietro le quali c’è un fenomeno nuovo di mobilitazione dei militanti e degli elettori del Pd. Da dove nasce e cosa significa?

futuroSenza dubbio è diffusa la necessità di rinnovare la politica e l’organizzazione della realtà che rappresenta le idee in cui molti di noi si riconoscono: il Partito Democratico. Questa è la motivazione di fondo su cui si sono formati diversi gruppi di persone che hanno assunto come nome le diverse sigle che tu citi. Diverse le sigle e diversi, ma su una spinta comune, anche i fini e le dinamiche.

Noi Futuredem (www.futuredem.it) siamo nati a febbraio, in piena campagna elettorale; sentivamo la necessità di creare un network di giovani che potesse rispondere alle esigenze della nostra generazione e di questo nuovo millennio. Con l’esperienza delle primarie, infatti, abbiamo conosciuto in tutta Italia moltissimi ragazzi che si sono impegnati per portare avanti la visione di centrosinistra proposta da Matteo Renzi: più innovativa, rivolta al futuro e capace di risolvere i problemi della società in un’ ottica contemporanea. Siamo stanchi del solito approccio sindacale anni “70”, autoreferenziale, pedagogico e passatista, fortemente inquadrato, dedito esclusivamente al “Partito” e ai propri superiori su un modello piramidale;  purtroppo questo approccio è ancora una  delle componenti culturali (e comportamentali) più influenti e pesanti all’interno del Partito. Non ci piace nemmeno che tutto venga diviso in categorie: studente, operaio, borghese, disoccupato, giovane, vecchio, di destra, di sinistra. Per esempio, Matteo Renzi è stato definito di destra. Con questo aggettivo, ormai vuoto, una proposta politica precisa è stata accantonata senza neanche essere valutata nel merito e con essa anche molti sostenitori che non sono iscritti al PD. L’atteggiamento dominante è stato di rifiuto e la dirigenza del Partito Democratico ha ignorato l’importanza di questo patrimonio umano, sociale e politico.

direzioni diverseCome ci racconta Zigmun Bauhman, viviamo in una società liquida, dove le persone e gli organismi possono interpretare più ruoli allo stesso tempo: noi abbiamo voluto agire in maniera trasversale al Partito Democratico e alla società civile e, perciò, abbiamo costituito questa rete liberal, che, ora, è anche diventata ufficialmente un’associazione politico-culturale e svolge un interessante attività di laboratorio di idee, sul modello dei think tank americani. Vogliamo dimostrare che, per far vivere un modello di politica, non serve vincere a un congresso o fare un’OPA sul partito tesserando a iosa: basta un gruppo di individui che, liberamente, decidono di organizzarsi e collaborare.

La politica italiana è nel pieno di una doppia crisi: di rappresentanza innanzitutto perché troppi cittadini non si riconoscono più nelle formazioni politiche che si presentano alle elezioni e poi di efficacia perché l’Italia è governata male, i gruppi di potere hanno spadroneggiato per tanti anni alla faccia degli interessi generali e l’ultimo Parlamento non è nemmeno riuscito ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. In questo quadro la crisi del Pd e la sua soluzione conta qualcosa per gli italiani? Insomma il Pd è un problema o una speranza?

sognoLa crisi del PD è dovuta, soprattutto, all’assenza di un’adeguata trasparenza e di adeguati strumenti di ricambio politico e generazionale. Centinaia di persone, infatti, in un modo o nell’altro, sopravvivono economicamente grazie al PD. Funzionari di Partito (il PD ha 300 dipendenti, 180 a tempo indeterminato), collaboratori parlamentari, politici di professione, non possono fare politica in maniera disinteressata, perché dalla dirigenza del PD dipenderà, per certi aspetti, anche il loro posto di lavoro. Al nostro Paese servono politici disinteressati al proprio tornaconto (lavoro, carriera, status sociale) personale e che, una volta terminato il mandato, possano tornare a svolgere il proprio impiego. Sarà molto difficile estirpare la radice di questa mentalità, perché, ad esempio, Massimo D’Alema, che ha sempre vissuto solo di politica da quando aveva 20 anni, è ancora amato da molti giovani democratici.

Penso, quindi, che se il PD riuscirà a purificare sé stesso, i suoi nuovi dirigenti potranno avere la forza di rinnovare anche l’Italia. Il Partito, nonostante tutto, è una grande speranza per il Paese perché è l’unico partito forte, non personalistico, dotato di una spinta riformista e di ottimi amministratori locali.

giovani e lavoroUltima domanda: in cosa devono credere i giovani? Basta avere un leader o ci vuole un cambiamento più radicale?

Noi giovani dobbiamo credere in noi stessi e, ogni giorno, rispondere alla domanda: cosa posso fare io per intervenire sulla realtà circostante? Compiuto questo passaggio, tutto il resto diventa quasi spontaneo. Ha poco senso credere in qualcun altro o in un’ideologia che ci viene propinata, se prima non ci concentriamo sulla costruzione della nostra forza interiore che può anche diventare una potenza esplosiva e rivoluzionaria.

Penso che le due opzioni proposte non si escludano a vicenda. Per un cambiamento radicale è necessario un leader che riesca a incarnare la visione delle persone che lo votano e lo sostengono e che, allo stesso tempo, sappia conciliare e parlare a tutti. Il cambiamento, inoltre, è endogeno, non viene dall’esterno. Perciò, senza leader (cioè persone che influenzano le altre con la forza delle proprie idee), non è possibile alcun cambiamento. Il leader, naturalmente, non deve mai dimenticarsi delle motivazioni per le quali gli altri gli hanno affidato tale ruolo, perché, altrimenti, non ci condurrebbe ad alcun cambiamento ma ad un mero mantenimento dello status quo.

(intervista a cura di C.L.)

Dal rinnovamento del PD ad una politica nuova (di Roberto Ceccarelli)

pluralismoOrmai è chiaro che la crisi italiana passa dal modo di essere della politica e dei partiti. Il Partito Democratico che in tanti reputano l’ultimo partito rimasto in piedi dagli sconvolgimenti di questi anni, può svolgere un ruolo importante nel cambiamento del Paese e dell’Europa, se riesce a realizzare il suo progetto originario. La prima cosa da fare è uscire dall’equivoco di essere un partito a metà strada tra la tradizione europea e quella americana. Indubbiamente, la tradizione europea con radici culturali profonde e riferimenti sociali forti, è molto impegnativa e costosa, ma permette una rappresentanza diffusa della società ed offre garanzie sociali.

Invece, l’idea del partito catch-all, non si adatta alla nostra cultura, perché porta ad annullare l’identità, che rappresenta la condizione principale, insieme alla condivisione di principi e valori, per definirsi un partito. Questo modello ha influito sulla linea politica del Pd, fino ad arrivare al punto di non scegliere su temi molto importanti, disorientando i suoi militanti ed il proprio elettorato che pian piano ha iniziato ad abbandonarlo. Anche l’aver considerato la socialdemocrazia europea come vecchia ed inadeguata, in ragione di un ipotetico “nuovo”, mentre si assisteva allo smantellamento dello stato sociale, è stato un grave errore di valutazione, per il quale l’Italia sta pagando un prezzo molto alto.

direzioni diverseIl prossimo congresso del PD non è quindi un fatto che riguarda solo i militanti e i dirigenti del partito. Nello stesso senso l’aspettativa e la ferma richiesta di una linea politica chiara da perseguire con un nuovo gruppo dirigente, non sono estranee alle soluzioni da dare ai problemi dell’Italia. Il primo interrogativo da sciogliere è definire la collocazione europea del PD. Non è più pensabile che il PD stia con un piede dentro e l’altro fuori dal Partito del Socialismo Europeo.

Ovviamente non si tratta di accettare un modello precostituito, anzi si deve contribuire a costruire un grande partito europeo che vada oltre la famiglia socialdemocratica, aiutarlo a passare dalla semplice sommatoria di partiti nazionali, ad un vero partito europeo-transnazionale, in grado di rappresentare i cittadini europei che credono nella solidarietà, nella giustizia sociale, nelle pari opportunità, nell’uguaglianza, nelle libertà e nella democrazia politica ed economica.

stati uniti d'europaUn partito che deve contribuire a realizzare il sogno di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi degli Stati Uniti d’Europa, per cui diventa necessario superare l’attuale modello intergovernativo dell’Unione europea che evidenzia soltanto gli egoismi nazionali. E già qui si capisce che siamo nel centro della crisi politica e istituzionale dell’Europa.

Puntare alla costruzione di un partito europeo significa battersi, insieme a molti altri, per un’equa redistribuzione del reddito, per ridare dignità al lavoro, passare dall’individualismo all’individualità come parte della comunità, costruire un nuovo stato sociale europeo che unisca gli europei divisi dall’euro. Questo non vuol dire voler allontanare i cattolici dal PD, al contrario, deve diventare l’occasione per aprire un grande confronto culturale e superare antiche divisioni, tra laici e cattolici che oggi risultano per molti versi strumentali ed anacronistiche.

Dopodiché, bisogna pensare ad una riorganizzazione del partito, riconsiderando il ruolo dei suoi iscritti, attraverso una maggiore distribuzione del potere decisionale sui territori ed una semplificazione degli organi intermedi, razionalizzando costi e strutture. Ad esempio, l’organizzazione del partito nelle aree metropolitane dovrebbe essere sviluppata sul modello delle sub federazioni (4/5 al massimo), per permettere la semplificazione delle strutture e l’ampliamento degli orizzonti territoriali.

cittadino controllaSi parla di PD, ma il modello può essere valido anche per gli altri partiti. Per il buon funzionamento di un partito è necessaria la trasparenza dei bilanci, degli atti ed il rispetto delle regole. Sono tutti obiettivi importanti e la strada migliore per raggiungerli è quella del riconoscimento della personalità giuridica che obbliga a controlli e verifiche esterni sui bilanci e sulla democrazia interna. Allo stato attuale sarebbe interessante avviare nel PD un processo di spending review interna, per razionalizzare le risorse e definire le priorità.

A questo dobbiamo aggiungere la trasformazione dei circoli, da spazi vuoti a luoghi della partecipazione alla vita pubblica, grazie al coinvolgimento delle associazioni, dei comitati locali, del volontariato, del mondo del lavoro e sindacale, delle imprese e del sistema cooperativo, che possono concorrere alla ricostruzione del tessuto sociale. Insomma, il PD può aiutare molte persone ad uscire dalla crisi dando vita a comunità locali aperte, in grado di aprire nuove connessioni e trasformarle in rapporti umani, attività economiche e partecipazione.parole partecipazione

E’ altrettanto necessario rivalutare il ruolo della minoranza che ha il compito di controllare l’operato della maggioranza, tenere vivo il dibattito interno e proporsi come nuova maggioranza. Per questo bisogna interrompere il metodo delle maggioranze interne non omogenee che si ritrovano attorno al candidato vincente, non per convinzione della bontà del progetto politico, ma per marcare i propri spazi, preservare gli incarichi e chiudere le porte a chi si avvicina al Partito. Questa è la strada da percorrere per invertire la rotta, tornare a vincere e cambiare l’Italia. Ma questo è anche un terreno su cui occorre costruire un nuovo modo di essere della politica italiana e di qualunque formazione, associazione o movimento che voglia esserne protagonista.

Roberto Ceccarelli

Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (prima parte)

Dall’antipolitica alla partecipazione. Ne parliamo con Andrea Ranieri già assessore al comune di Genova, senatore, dirigente sindacale e ora animatore di Left.

andrea ranieriAltro che antipolitica: alla fine si è dovuto ammettere che il dato cruciale di questi anni è la fortissima spinta alla partecipazione che è emersa in tanti modi e che si esprime oggi anche con la mobilitazione di militanti ed elettori del Pd che si battono per il rinnovamento di quel partito. Quando si parla di partecipazione, però, si abbraccia uno spettro di rapporti e di soggetti diversi perché c’è una partecipazione che riguarda i militanti di un partito verso i vertici, c’è la partecipazione rivendicata da associazioni e movimenti che vogliono essere coinvolti nelle scelte politiche e c’è un ulteriore livello che tocca i singoli cittadini nei confronti delle amministrazioni ed istituzioni pubbliche. Ci aiuti a dipanare questa matassa?

In realtà i tre aspetti che tu citi sono molto interconnessi fra loro. E anche ciò che sta accadendo nel Pd ha risvolti che interessano tutti. In generale la discriminante che emerge dal dibattito è tra quelli che pensano che il problema fondamentale di questo paese sia la carenza di autorità (di qui la concentrazione sui diversi modi – il presidenzialismo per esempio – per abbreviare i processi decisionali e per dare stabilità alle strutture di potere) e quelli che pensano che il problema fondamentale dell’Italia sia una crisi di democrazia e di partecipazione. Io sostengo che questa sia la vera spiegazione e vedo che lo sostengono anche Barca e Civati (unico a dirlo tra i candidati alla segreteria del Pd!).intreccio di partecipazione

Ora, ci saranno da fare anche cose per rendere più spedite le decisioni e la loro attuazione, ma noi viviamo in un mondo in cui nessuno può pensare di avere le conoscenze e il sapere per decidere da solo anche se siede al vertice delle istituzioni. Nelle realtà sociali, dentro alle esperienze di cittadinanza attiva c’è anche il sapere necessario per governare. Il problema della governabilità del Paese o si pone in questi termini cioè utilizzando le competenze e i saperi che sono diffusi nella società in forme associative e in forma individuale (cioè tra le associazioni e tra i singoli cittadini) oppure questo Paese non è governabile.

democraziaQuesta discriminante va a toccare tutti i tipi di partecipazione ed io affermo che il dibattito interno al Pd (che poi tanto interno non è) ha immediatamente un risvolto nel tipo di stato e di democrazia che si pensa per tutti.

Io penso, quindi, che sia necessario cominciare ad elaborare proposte serie di democrazia partecipativa e mettere a punto strumenti di democrazia deliberativa. Per fare un esempio concreto: io trovo incredibile che sulle grandi opere in Italia non ci sia una legge come quella francese che rende obbligatorio il dibattito pubblico (le débat public alla francese). Io quando ero assessore a Genova l’ho fatto sulla Gronda autostradale pur in assenza di una legge. Noi come comune abbiamo nominato solo il presidente di una commissione neutra e abbiamo scelto una personalità che non fosse genovese e che non avesse competenze urbanistiche, bensì sulla democrazia deliberativa. Abbiamo scelto Luigi Bobbio che poi ha formato una commissione assolutamente in autonomia. Questo è un piccolo esempio delle possibilità e delle difficoltà perché non c’era e non c’è una legge a cui far riferimento.

democrazia dei cittadiniTra le difficoltà ci metto un solo esempio: l’opzione zero non era possibile metterla nel dibattito perché l’opera era già stata approvata dal governo, dal Cipe, dalle istituzioni locali precedenti. In questo caso il dibattito pubblico lo puoi fare solo se il soggetto che ha già ricevuto l’incarico di realizzare l’opera è disponibile a farlo.

Molto meglio sarebbe se ci fosse una legge che rendesse obbligatorio il dibattito prima di deliberare l’opera, prima che il progetto parta. Probabilmente se ci fosse stata una legge così la discussione sulla Tav sarebbe stata un’altra cosa. Ecco io credo che su questo ci possa essere un primo impegno delle forze politiche. Avere una legge eviterebbe che la partecipazione diventasse un optional delle attività delle amministrazioni secondo il noto schema “chiamo le associazioni, le informo e poi ce ne andiamo tutti a casa contenti”.

crisi politicaContenti perché ci si è legittimati a vicenda. L’ultima fase della concertazione è stata così: strutture in crisi di rappresentatività, Confindustria e sindacati, venivano legittimate dal fatto che venivano sentite dal governo e il governo si sentiva legittimato a decidere dal fatto che le aveva sentite. Bisogna superarla ‘sta cosa e davvero costruire modalità diverse e articolate che diano la parola ai cittadini. Questa è una cosa difficile. Io che ho fatto l’esperienza del dibattito pubblico le ho conosciute le difficoltà.

Per esempio i partiti in un dibattito pubblico in cui l’amministrazione non prende una posizione a priori sono assolutamente spiazzati perché gli levi la possibilità di accreditarsi come quelli che portano verso le amministrazioni le istanze dei cittadini. Spesso questo spiazzamento è sentito anche dai militanti, magari perché sono amici dell’assessore o del consigliere comunale. Molto più difficile è dire “andiamo al confronto con i cittadini senza avere una posizione politica predefinita”. Quando ci ho provato da assessore mi trovavo continue richieste di fare riunioni di partito per decidere quale era la linea del partito.

È difficile rendersi conto che questa cosa annulla il dibattito pubblico e trasforma la partecipazione in qualcosa di pilotato o di concesso e si rimane sempre dentro ai circuiti della vecchia politica in cui i cittadini non diventano mai protagonisti.

(A cura di Claudio Lombardi)

Le vie della partecipazione: le reti civiche (di Angela Masi)

cooperazionePartecipazione dei cittadini alla vita pubblica, forme di rappresentanza e crisi dei partiti sono sempre temi di grande attualità. Di più: la carenza di partecipazione viene individuata come una delle cause delle degenerazione del sistema dei partiti con le conseguenze che tutti conosciamo sul governo nazionale, delle regioni e dei comuni.

Se scriviamo “democrazia partecipativa” sul motore di ricerca di Google, otteniamo un numero impressionante di pagine: la diffusione di questa espressione, che è piuttosto recente, è stata rapidissima in tutto il mondo ed è un evidente sintomo del disagio provocato dalle derive oligarchiche e asfittiche della democrazia rappresentativa.

Si direbbe che la democrazia partecipativa sia diventata un ombrello piuttosto largo che copre pratiche e intenzioni di svariatissima natura: giuristi che ragionano sui referendum, politologi che parlano della partecipazione elettorale, gruppi politici di base che rivendicano le primarie, social forum che si interrogano sul nuovo modello di sviluppo, sindaci che sperimentano bilanci partecipativi e così via.

assemblea di cittadiniSpesso la domanda di partecipazione è stata avanzata da movimenti o associazioni che chiedevano alle istituzioni di aprirsi alle loro richieste. Non c’è stata, insomma, una spinta generale ad attuare in maniera strutturale forme di democrazia partecipativa. Forse sarebbe stato compito dei partiti promuoverle, ma, di fatto, si è ritenuto il consenso elettorale come più che sufficiente espressione di partecipazione politica. Un errore grave e non scusabile di cui paghiamo le conseguenze noi cittadini.

Ci sono stati però alcuni momenti cruciali che hanno portato a scrivere norme fondamentali. È il caso dell’art.118 della Costituzione che esprime il principio di sussidiarietà orizzontale: “Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”. Ciò significa che la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più vicini al cittadino e, quindi, più vicini ai bisogni del territorio, ma il cittadino, sia come singolo sia attraverso i corpi intermedi, deve essere aiutato nella cooperazione con le istituzioni per definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più vicine.

aprire ai cittadiniIn questo modo l’apertura delle istituzioni alla partecipazione può far entrare nel loro orizzonte nuovi contenuti, nuove forme di democrazia e nuove priorità. In pratica può rinnovare la politica e le politiche.

Il tema della partecipazione è complesso perché si compone di molteplici profili: dalla partecipazione dei cittadini alla decisione politica e amministrativa, alle condizioni che la rendono possibile e cioè la trasparenza nei rapporti tra i cittadini e le pubbliche amministrazioni e l’accessibilità delle informazioni.

Contrariamente a ciò che potrebbe apparire non siamo all’anno zero e molti strumenti sono già disponibili, in parte conosciuti e utilizzati, in parte no.

Con questo primo articolo vogliamo iniziare a ricostruire le vie della partecipazione indicandone i capisaldi. Partiamo dalle reti civiche.

La Rete civica è sostanzialmente un sistema informativo telematico, riferito ad un’area geograficamente delimitata (comune, area metropolitana, provincia, comunità montana etc.), al quale possono partecipare in modo attivo, ossia come produttori di informazioni oltre che fruitori, tutti i soggetti presenti nell’area stessa: enti locali e altre istituzioni, sindacati, associazioni, imprese, cittadini. In sostanza è uno spazio dove i cittadini possono attivamente interagire con gli amministratori, ottenere servizi dagli enti locali, informazioni e, soprattutto, farsi ascoltare.

interattivitàInfatti i principi fondamentali alla base di tale istituto sono l’interattività e l’accesso alle informazioni.

Quelle realizzate finora sono, purtroppo, poche e, fra queste, non tutto va nel verso giusto. Eccone alcuni esempi.

MILANO con il portale milanese dell’e-participation, PartecipaMi, offre la possibilità ai cittadini, alle amministrazioni (Comune, Consigli di Zona, Provincia, Regione), alle organizzazioni pubbliche e private che gestiscono servizi pubblici, alle associazioni e alle aziende di interagire pubblicamente sulla rete, per informare, segnalare e discutere sui temi della città. PartecipaMi offre anche un ampio supporto informativo ai cittadini milanesi sugli atti amministrativi di giunta, consiglio comunale e consigli di zona. La piattaforma è predisposta per favorire l’osmosi con i social network. Su Facebook è attiva una pagina dove vengono rilanciate le novità del sito ed è anche attivo l’account Twitter. Vi è inoltre per gli utenti registrati la possibilità di farsi notificare, via e-mail, la pubblicazione di nuovi eventi, post e commenti pervenuti sulle discussioni che interessano ciascuno.

partecipareA TRIESTE la rete civica appare come un gazzettino comunale. Il comune pubblica dei post nelle varie aree di interesse ma nessuno dei post è commentato, criticato o integrato dai cittadini o dalle associazioni dei cittadini. Più interessante la parte dedicata alla trasparenza dove si trova una selezione di norme e una sezione dedicata alla pubblicità dei redditi della cariche elettive del comune. Collegamento ai maggiori social network e iscrizione alla newsletter.

ROMA: la “rete civica” consiste in un elenco di associazioni ed enti no profit cioè, praticamente, non esiste.

A FIRENZE la Rete civica è partita già a metà degli anni ’90 per poi dar vita nel 1999 alla Rete Civica Unitaria del Comune di Firenze. Qui hanno avuto il loro spazio i siti delle associazioni che avevano aderito al progetto. I punti di forza della Rete civica: qualità tecnologica; contenuti istituzionali; interattività dei servizi; usabilità e accessibilità.

Queste sono le esperienze più rilevanti “in eccesso o in difetto di partecipazione”. In generale bisogna dire che le reti civiche non sembrano essere una componente conosciuta e praticata per la partecipazione dei cittadini. Una carenza strutturale che deve far riflettere.

Angela Masi

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