Il rinnovamento del Partito Democratico secondo Occupy PD

Di crisi dei partiti si parla ormai da molti anni e di notizie su ciò che sta accadendo all’interno del Pd sono pieni i giornali. Le crisi, però portano anche cambiamenti. Uno di questi, il più rilevante, è la nascita tra i militanti del Pd di un movimento che si è dato il nome di Occupy Pd. Abbiamo raccolto il punto di vista di Paolo (41 anni), Francesco (33 anni) e Raffaele (41 anni)

bandiere pd

D: Nella sua breve storia il Pd ha suscitato ondate di partecipazione (le primarie ad esempio) ed ondate di delusione o di sfiducia. Il movimento Occupy Pd appare un pò anomalo perchè esprime un grande bisogno di partecipazione partendo dalla delusione, ma invece di guardare ad altre forze politiche vuole rilanciare proprio il PD. Inevitabile chiedere ai protagonisti i motivi di questa scelta sotto due diversi profili. Cominciamo dal primo: il Pd è riformabile ovvero è possibile sottrarlo ai giochi di corrente e di gruppo che sembrano dominarlo?

Paolo: Non so se il PD è riformabile, ma so che il vero PD, quello in cui molti di noi avevano creduto al momento della sua costituzione, deve ancora nascere realmente. Il nostro tentativo è quello di far capire che o il PD sarà qualcosa che innova la politica italiana ed europea o non sarà. Per questo in modo spontaneo ci siamo organizzati, per dimostrare che siamo molti di più, e soprattutto meglio, di quei 101 che hanno affossato una idea di partito nuovo, prima che una persona non votando Prodi alla Presidenza della Repubblica. Per questo diciamo che il vero PD siamo noi insieme a migliaia di militanti che si impegnano ogni giorno e non i soliti nomi che da oltre 20 anni si leggono sui giornali o si vedono in TV che ripetono sempre le stesse cose e di certo non possono essere il simbolo del cambiamento.

centroRaffaele: Il PD è senz’altro riformabile. Certo non sarà facile. La vicenda dei 101 (o forse più) rappresenta la sintesi di tutto ciò che il PD non è stato, a partire dalla sua fondazione. Però il Pd è anche fatto dai suoi militanti e dai suoi elettori, che nella maggior parte dei casi si sono mostrati migliori dei propri dirigenti. Ed è fatto anche da amministratori, uomini e donne, serie e competenti che sono stati premiati, pur in presenza di un’astensione senza precedenti e nonostante il PD nazionale, alle recenti elezioni comunali. Il PD potrà tanto più riformarsi quanto più si mostrerà aperto e inclusivo nei confronti degli elettori, soprattutto dei giovani elettori. Quanto più saprà “contaminarsi”. Quanto più abbandonerà i riti che si consumano nei circoli e che, a salire, si ripetono nei vari livelli di governo del partito. Decisioni prese nei cosiddetti caminetti e che non nascono mai da un dibattito aperto, libero da condizionamenti. Auspico una partecipazione “alla pari” del singolo iscritto, del singolo elettore, che discutono con il parlamentare, con il sindaco, con l’assessore. Giorno per giorno, e non soltanto in occasione dei congressi o delle primarie. Ecco, credo che con questo metodo di lavoro le correnti sarebbero in grande difficoltà. E il PD ri-acquisirebbe appeal presso l’elettorato. Un buon metodo anche per sconfiggere l’astensionismo.

Francesco: Il partito ha bisogno di una rigenerazione, è confortante il fatto che questo bisogno provenga proprio dalla base perchè a cambiare i dirigenti si fa sempre in tempo. Il congresso lo si fa per parlare del partito e del tipo di società che vogliamo cioè di come vogliamo cambiare attraverso questo partito la società. Il partito democratico non è quindi l’obiettivo finale (certe volte sembra questa la logica delle correnti), ma è il modo per avvicinare l’individuo al benessere collettivo. Rigenerazione del Pd significa anche riscoperta di una partecipazione più attiva della base che non si esprime solo con le primarie, (che restano imprescindibili), ma anche con lo strumento del referendum presente nello statuto e finora mai utilizzato.direzioni diverse

 

D: La seconda domanda è un po’ brutale: perché le vicende del Pd dovrebbero interessare gli italiani?

 Paolo: Perché può essere lo strumento per cambiare il paese. Questa era l’ambizione originaria e a questo obiettivo noi rimaniamo legati. In primis attraverso nuovi strumenti di coinvolgimento democratico tipo le primarie, ma poi per dare uno spazio di discussione e di decisione a tutti quei soggetti della società civile che si impegnano su questioni specifiche. Dare spazio a chi sta fuori da un partito significa imparare sempre qualcosa. Far contare nelle decisioni chi è dentro un Partito significa realizzare in concreto la democrazia nel nostro paese. E’ questo che è in gioco nel prossimo congresso di “rifondazione” del PD, e credo che il risultato che ne uscirà non sarà indifferente per il futuro del governo, degli assetti politici nazionali e dunque degli italiani.

aprire il pd Francesco:  Le vicende del Pd necessariamente e direi naturalmente interessano la gran parte dei cittadini in primo luogo perchè dal Pd può partire la riforma dei partiti e questo migliorerebbe di molto il funzionamento del sistema democratico (il che farebbe un gran bene all’Italia e magari sarebbe il caso che anche altri partiti si ponessero il problema). In secondo luogo un partito rinnovato deve essere più aperto e accogliere e dare voce anche a tante persone che si sentono respinte oggi da una logica di chiusura (le giovani generazioni, i precari ecc.). E pure questo farebbe bene all’Italia.

Raffaele: Perché la sorte del Pd deve interessare gli italiani? Perché l’uomo solo al  comando non risolve i problemi del Paese. L’abbiamo visto in questi vent’anni, lo stiamo vedendo in questi giorni. I partiti “uninominali” non sono in grado di dare risposte ai problemi dei cittadini, delle imprese, delle giovani generazioni. Serve un progetto collettivo. Serve la politica. E nel campo del centrosinistra italiano l’unica “entità” in grado di dare una prospettiva al Paese si chiama Partito Democratico. Certo, serve tornare allo spirito costituente del 2007 e parlare di temi, di idee, di proposte politiche piuttosto che di leadership. Auspico quindi che il prossimo congresso sia davvero fondativo e che da esso scaturisca un progetto che parli agli italiani e che indichi una direzione verso la quale muoversi insieme, da qui ai prossimi anni.

Pochi voti: crisi della democrazia e della politica? (di Claudio Lombardi)

crisi politicaCon i ballottaggi si concludono le elezioni dei consigli comunali e dei sindaci di Roma e di tante altre città. Scarsissima la partecipazione al voto. La democrazia non funziona più? Le assemblee elettive non hanno più senso? Domande legittime e ovvie in un Paese che faceva della partecipazione al voto un suo carattere identitario. Troppo si è detto della crisi dei partiti, della loro degenerazione e della trasformazione della politica in un “mestiere” al quale partecipano solo quelli che ne traggono qualche vantaggio. Adesso bisogna farsi qualche altra domanda anche perché sono comparse forze politiche nuove e altre, meno nuove, si sono però caratterizzate come antagoniste al sistema dei partiti raccogliendo una parte della spinta dell’associazionismo e dei movimenti di lotta. E dunque perché gli elettori non hanno votato in massa per loro?

Bè veramente il voto al Movimento 5 Stelle c’è stato e ha dato voce alla protesta portando in Parlamento tanti cittadini comuni. Grillo voleva aprire il Parlamento “come una scatola di tonno”; dice di averlo fatto e di non aver trovato nulla. Si domanda Grillo se il Parlamento abbia ancora un senso e afferma che è la “tomba maleodorante della Repubblica” occupata da impiegati adibiti a pigiare bottoni a comando.

Se fosse vero ci troveremmo davanti a un “rivoluzionario” assai ingenuo che non si accorge di dare l’assalto ad una fortezza vuota. Per anni ha costruito il suo movimento e l’ha voluto portare alle elezioni e si accorge solo adesso che era tutto inutile? Ammettiamo che sia vero quello che dice. Conseguenza immediata: dimissioni di tutti gli eletti del M5S! Dimissioni subito senza aspettare un giorno di più. Oppure sciogliere le righe e ognuno per sé a sguazzare nella “scatola di tonno vuota”. Che ci sono andati a fare? Che ci stanno a fare lì?

crisi democraziaNo, il problema è più serio e va oltre Grillo che evidentemente non ha molto da dire. Il problema è la crisi della democrazia (e della politica che è lo strumento per metterla in pratica), delle sue istituzioni e delle modalità con le quali si esprime la partecipazione dei cittadini. La democrazia deve governare la complessità (siamo tanti e con tanti interessi e problemi diversi dal cittadino comune alla grande azienda) rispettando la libertà di tutti, ma facendolo si espone all’assalto di tutti quelli che hanno il potere di imporre i loro interessi e che, non sopportando di dover competere per affermarsi, cercano strade più brevi per farlo. Per questo accusano tutti i luoghi nei quali la libertà e la complessità si incontrano e li denunciano come responsabili da punire o da eliminare. L’ostilità, la diffidenza, il ribrezzo per la politica e i politici e per le lungaggini delle procedure democratiche è entrata nelle culture dell’occidente. Purtroppo la degenerazione dei partiti, la corruzione, l’inefficienza degli apparati pubblici e delle stesse istituzioni (generate da chi antepone il proprio interesse al rispetto delle regole e agli interessi generali e quindi sabota la democrazia dall’interno) hanno finito per mischiare la voglia di onestà e la voglia di dittatura.

potere ricchi e poveriAlla crisi della democrazia e dei partiti si può allora rispondere con una loro rifondazione rivoluzionaria che ritrovi il senso e la missione di sistemi politici fondati sulla uguaglianza e sulla libertà; oppure si può rispondere ammazzando la democrazia e distruggendo i partiti facendo finta di sostituirli con un rapporto diretto tra vertici dello Stato e popolo ovvero con una democrazia diretta gestita da internet che è lo strumento più manipolabile e meno democratico che esista perché è non è verificabile e non è trasparente.

Ci sono tanti interessi in gioco (e tanti punti di vista culturali e ideologici) che vorrebbero imboccare questa strada (ovviamente in nome dei cittadini e contro la politica e le istituzioni democratiche inutili e corrotte) e non lo dicono mica apertamente che dietro alla protesta urlata o dietro gli appelli al popolo c’è un ennesimo tentativo di cancellare l’anomalia che tenta di conciliare complessità e libertà.

futuro secondo GrilloSe grazie ad una magia questi oppositori della democrazia dicessero con sincerità cosa vogliono veramente ci si troverebbe di fronte a scenari da incubo. Alcuni (Berlusconi per esempio) direbbero che vogliono una nuova forma di fascismo che imponga con la forza gli interessi dei pochi togliendo a tutti gli altri il diritto di parola, cancellando solo per loro la politica e sopprimendo i partiti e ogni altra sede collettiva di confronto e di decisione sostituendo il tutto con un rapporto fiduciario tra popolo e leader. Altri, come Grillo, tirerebbero fuori astratte visioni di società del futuro governate da internet o dalla democrazia diretta con il mondo diviso in milioni di villaggi, senza più gli stati, le monete, gli eserciti. Insomma un gigantesco fumettone senza capo né coda con l’unico effetto di lasciare intatte le posizioni di chi ha il potere di imporsi, ma distruggendo il sistema di rappresentanza democratico.

Purtroppo questa magia non si può fare e dobbiamo accontentarci della nostra capacità di comprendere ciò che sta accadendo. Alcuni punti fermi dobbiamo averli: il regime della libertà e della democrazia è il migliore che si possa avere ed è fondato sulla partecipazione democratica alle decisioni che riguardano la collettività. Partiti, politica e istituzioni debbono essere riformati, ma non si può mettere in discussione che debbano esistere. Occorre invece che i cittadini li riconquistino con la loro intelligenza e con la loro partecipazione.

Contro la degenerazione della politica e l’inefficienza delle istituzioni non c’è cura migliore.

Claudio Lombardi  

I miei dubbi sulla revisione costituzionale (di Walter Tocci)

Sono trent’anni che parliamo di riforme istituzionali. È cambiato il mondo ma l’agenda è rimasta sempre la stessa. L’elenco delle cose da fare si è sfilacciato e rimpicciolito, ma campeggia in tutti i programmi di governo. Certo, non c’è più l’entusiasmo iniziale delle tante Bicamerali. In compenso si è tramutato in ossessione.ossessione riforme istituzionali

Il dato saliente del trentennio è il fallimento dei partiti, dei vecchi e dei nuovi, della Prima e della Seconda Repubblica. La classe politica, però, ha oscurato questa causa della crisi di governabilità e l’ha attribuita alle istituzioni. È riuscita con una sorta di transfert psicanalitico a spostare il proprio trauma sulla forma dello Stato. Ha rimosso la propria responsabilità per attribuirla alle regole. In nessun altro paese europeo si è manifestata una simile ossessione, per il semplice motivo che i partiti, pur in difficoltà per ragioni generali, non hanno mai perduto la legittimazione.

“Se non si decide, non è colpa mia ma dello Stato che non funziona”. Questo è il motto del politico, a tutti i livelli, dal governo nazionale all’ultimo dei municipi. Di questo alibi è riuscito a convincere i giornalisti e i politologi – grandi esperti di semplificazioni – e tramite loro l’intera opinione pubblica. Quando la politica è in crisi non perde affatto la capacità di convincimento del popolo, bensì si ritrova ad applicarla alle divagazioni invece che ai problemi reali.

L’equivoco ha alimentato l’accanimento a cambiare le regole, e quando è stato raggiunto lo scopo l’esito si è rivelato negativo. Si fatica a trovare un caso di successo: tutte le regole modificate sono state anche peggiorate.

La divagazione non è stata innocua. Mentre ci occupavamo dell’ingegneria istituzionale, avanzava un pauroso degrado dell’amministrazione statale. La burocrazia, l’inefficienza e l’incompetenza hanno raggiunto livelli inimmaginabili solo trent’anni fa. Le decisioni ormai si prendono solo tramite norme e incentivi, perché non esistono più gli strumenti efficaci per attuare vere politiche pubbliche, come ha denunciato autorevolmente Sabino Cassese.

italiano arrabbiatoIl malessere dei cittadini nasce proprio dalla fatica del rapporto quotidiano con la macchina statale, sempre più incomprensibile e bizzosa. Qualcuno si illude ancora che il cittadino allo sportello sentirà giovamento dalla riforma del bicameralismo. La vera priorità sarebbe una profonda riforma dell’amministrazione, che invece è addirittura scomparsa dall’agenda di governo e affidata a un modesto ministro.

Così, l’esaurimento della Seconda Repubblica ci consegna una forma istituzionale sfilacciata e una classe politica disprezzata se non rifiutata dalla metà del popolo. Alla lunga la rimozione della causa politica della crisi non ha funzionato; l’alibi è stato scoperto, e i cittadini hanno attribuito tutte le responsabilità alla Casta.

Eppure, torna all’esame del Parlamento la vecchia agenda di riforme istituzionali. E stavolta si vuole fare sul serio, cambiando prima di tutto l’articolo 138 che è la chiave di sicurezza dell’intera Costituzione. Mi pare incredibile che una decisione di tale rilevanza storico-giuridica sia presa qui frettolosamente, senza neppure conoscere il testo. Chiedo almeno un rinvio perché si possa esprimere la Direzione del partito, già convocata per la prossima settimana, o ancora meglio l’Assemblea nazionale. E su un argomento tanto importante – per la procedura e ancor di più per i contenuti – sarebbe davvero utile ascoltare il popolo delle primarie con una consultazione ben organizzata.

La vecchia agenda resiste perché appartiene alla mitologia politica, cioè a quelle fantasie che durano nel tempo proprio perché evitano di fare i conti con la realtà. Due miti sembrano i più resistenti alla smentita dei fatti.

Il primo è il futurismo legislativo: bisogna fare in fretta, il mondo cambia ed esige velocità nelle decisioni. Sembra una cosa di buon senso, ma nella realtà le leggi più brutte sono anche quelle approvate in fretta: il Porcellum in poche settimane, le norme ad personam di gran carriera, le leggi Fornero sotto lo sguardo ansioso dei mercati (mentre ora tutti vorrebbero correggerle), e così via molte altre.

Approvare una legge è diventata forma di rappresentazione mediatica che prescinde dall’utilità dell’amministrazione: quasi tutte le norme assunte per motivi propagandistici sulla sicurezza, sul fisco e sulle promesse per la crescita si sono rivelate inutili o dannose non appena spente le luci dei riflettori della scena televisiva.  rappresentazione mediatica

C’è una pericolosa tendenza alla riduzione dei concetti e delle parole. La riforma è ridotta a una congerie di norme, senza alcuna attenzione per i processi organizzativi e sociali della fase attuativa. La decisione è ridotta alla mera approvazione di una legge, senza la profondità culturale e concettuale di una vera innovazione politica.

Il decisionismo si è ridotto a iper-normativismo. Gli snellimenti delle procedure che promettevano un’amministrazione più efficiente in realtà hanno aperto gli argini all’alluvione normativo-burocratica che soffoca la vita quotidiana dei cittadini. Tutti i campi dell’amministrazione – la scuola, i tributi, la giustizia – sono travolti da continui cambiamenti delle regole. Si approva una legge, e prima di attuarla già viene modificata; si accumulano micronorme disorganiche e improvvisate che spargono confusione e contenziosi nell’ordinamento.

La vera riforma dovrebbe, al contrario, rallentare la procedura legislativa: poche leggi l’anno, magari in forma di Codici unitari che regolano organicamente interi campi della vita pubblica, delegando funzioni gestionali al governo e aumentando i poteri di controllo e di indirizzo del Parlamento. Si dovrebbe introdurre l’innovazione della policy analysis rinunciando a legiferare su un argomento prima di aver verificato i risultati della legge precedente.

Ci sono oggi tanti sedicenti liberali; ma fu un liberale vero come Einaudi a fare l’elogio della lentezza parlamentare: meno leggi si fanno – diceva – meglio è per il paese.

Il secondo mito che resiste ai fatti è l’uomo solo al comando. Eppure i guasti della Seconda Repubblica derivano proprio dall’esasperata personalizzazione politica. Sembrava ormai acquisita tra noi questa consapevolezza, e invece vedo crescere una nuova infatuazione. Si confonde la malattia con la terapia. Ho già detto che introdurre il presidenzialismo in Costituzione è come curare l’alcolista con il cognac, se vi piace il modello francese. Oppure curarlo con il bourbon, se vi piace il modello americano. Noi non abbiamo i contrappesi civili degli americani né quelli statuali dei francesi. L’uomo solo al comando si è sempre presentato come una patologia nella nostra storia nazionale, soprattutto oggi nella crisi della politica. Solo in Italia sono potuti diventare protagonisti le due figure opposte e simili del tecnico e del comico, questa addirittura in doppia versione. Tecnocrazia e populismo sono malattie endemiche in Europa. Le cancellerie europee si preoccupano non per noi ma per loro, perché sanno che l’Italia anticipa le innovazioni maligne e hanno paura del contagio del nostro virus.leader al comando

No, non si tratta della svolta autoritaria paventata da un certo refrain di sinistra. Ma il presidenzialismo non è neppure il semplice emendamento di un articolo, poiché implica la riscrittura di parti intere della Carta. È un’altra Costituzione. Non sappiamo se alla fine avremo ancora la più bella Costituzione del mondo.

Non voglio dire che sia un tabù il cambiamento della Carta. Anzi, ci vorrebbe una policy analysis delle modifiche apportate nell’ultimo decennio. Quasi tutte si sono rivelate se non sbagliate almeno controverse: il Titolo Quinto, approvato in fretta prima delle elezioni del 2001, che oggi tutti vorrebbero modificare; lo ius sanguinis, che abbiamo introdotto per consentire a un figlio di emigranti di votare alle elezioni politiche, molto diverso dallo ius soli che oggi invochiamo per dare lo stesso diritto ai figli degli immigrati che ancora non possono chiamarsi italiani; l’obbligo di pareggio di bilancio, approvato sotto il ricatto dei mercati e dell’establishment europeo, che oggi vorremmo derogare senza sapere come liberarci dalle nostre stesse macchinazioni.

chiacchiere sulla CostituzioneD’altro canto basta leggere il testo costituzionale per notare la discontinuità. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi e articoli, come nello stile di un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte dalla nostra generazione. Dovremmo prenderne atto con un certa umiltà, con quel senso del limite di cui parla Papa Francesco. Non tutte le generazioni hanno la vocazione a scrivere le Costituzioni. Che la nostra sia inadeguata al compito è ormai evidente. Lasciamo alle generazioni future il ripensamento dell’eredità costituzionale.

Tanto meno questa ambizione può essere affidata al governo PD-PDL, che si dovrebbe occupare di altre priorità, su tutte quella di creare lavoro per i giovani. Qui si misurerà la sua efficacia, e anche il risultato politico del PD. Al governo Letta servirebbe molto pragmatismo. Non ha bisogno di cercare la santificazione con la revisione costituzionale. E allo stesso tempo non può pretendere di condizionare con la lealtà di maggioranza la discussione sulla Costituzione. Sarebbe la prima volta nella storia repubblicana.

Questo rischio è intrinseco alla mozione sull’articolo 138 che si spinge a “impegnare il governo” nella proposta di revisione costituzionale. E ancora più preoccupante è la correlazione che il testo stabilisce tra la riforma elettorale e il nuovo assetto istituzionale. Il Porcellum, dopo essere stato riconosciuto incostituzionale dalla Cassazione, rischia di essere costituzionalizzato dalla mozione parlamentare, poiché qui c’è scritto che non si potrà approvare una nuova legge elettorale prima di aver concluso il lungo processo di riforme istituzionali. È un assurdo giuridico: la legge elettorale è ordinaria e segue procedure più semplici di quella costituzionale. Ma ancor di più si tratta di un autolesionismo politico per noi del PD, dal momento che cederemmo di nuovo a Berlusconi il pallino della partita. Quando avrà esigenza di staccare la spina, non dovrà far altro che portarci a votare senza alcuna modifica al Porcellum. Già una volta, la scorsa estate, ci siamo fatti gabbare accettando di discutere la legge elettorale insieme al pacchetto istituzionale. Sappiamo come è andata a finire. Siamo rimasti col cerino in mano.

Temo che in casa nostra i professionisti della sconfitta siano ancora nella plancia di comando. Per tutte queste ragioni, non ritengo possibile votare la mozione che apre la strada al cambiamento dell’articolo 138 della Costituzione.

Discorso all’assemblea dei senatori Pd del 28 maggio 2013 (Tratto da http://waltertocci.blogspot.it)

Sconfitta della politica. Ora ricostruzione e rifondazione (di Claudio Lombardi)

La rielezione di Giorgio Napolitano per le modalità con cui è avvenuta segna la più pesante sconfitta della politica della storia repubblicana. Nessun colpo di stato, nessun attentato alla democrazia; per fortuna tutto si è svolto nell’assoluto rispetto delle procedure e delle regole costituzionali che valgono chiunque sia l’eletto. Chi oggi grida al golpe perché non è stato eletto Stefano Rodotà dovrebbe sapere che non è stato eletto perché chi lo doveva votare non ha voluto dargli il suo voto. E questa è pienamente democrazia. Non è accettabile che si gridi al tradimento della democrazia perché non è stato eletto il proprio candidato. Cosa si vuole fare? Lo si vuole imporre con la forza? Lasciamo perdere questi toni e queste parole. Fare politica per raggiungere risultati buoni per noi cittadini non è eccitare gli animi oltre ogni ragionevolezza e non porta da nessuna parte.

frattura politicaLa sconfitta è stata tutta politica perché le formazioni politiche che dovevano individuare il miglior Capo dello Stato hanno pensato solo all’esasperazione dei conflitti e delle reciproche contraddizioni avendo di mira le logiche di schieramento funzionali alla formazione del governo e, forse, ad una imminente campagna elettorale. Il tutto all’insegna del mantenimento delle proprie posizioni di potere e delle proprie carriere.

Il principale protagonista di questa brutta vicenda, il Pd, si è messo da solo in un angolo dal quale non ha più saputo uscire e si è massacrato con i suoi stessi errori, il primo dei quali è stata l’assenza di una proposta chiara con la quale sfidare gli altri partiti. L’accordicchio sul nome di Marini è apparso un puro accordo di potere che contraddiceva le posizioni di tutta la campagna elettorale e anche quelle dei 50 giorni successivi nei quali Bersani si è ostinato a non riconoscere di non poter assumere la carica di Presidente del Consiglio, ma pur sempre escludendo qualunque accordo con il Pdl.

batteria scarica del PdIn realtà il Pd è arrivato alla fine di questa fase della sua esistenza per esaurimento di un intero gruppo dirigente clamorosamente incapace di indicare una proposta politica all’altezza dei problemi dell’Italia. L’incapacità non è di oggi ed è bene ricordare che il Pd è riuscito a sprecare quell’evento fondativo di massa rappresentato dalle primarie, una enorme spinta alla partecipazione alla quale ha fatto seguito la rapida emarginazione dei leader eletti a favore di apparati che avevano in mano le chiavi, le posizioni di potere e le risorse del partito.

Qualunque sia l’esito di questa catastrofe, se la rifondazione o la scissione, è auspicabile che cambi radicalmente l’approccio alla politica partendo dall’indispensabile e improcrastinabile divorzio tra istituzioni, enti pubblici, società pubbliche e dirigenti o eletti o nominati di partito che è una delle cause di inquinamento principali della politica che il Pd ha condiviso con tutti gli altri partiti.

L’altro grande protagonista è stato il Movimento 5 Stelle. Partito male dopo le elezioni perché incapace di fare una proposta concreta di governo è riuscito a trovare nella candidatura di Rodotà la forza di un’iniziativa limpida e credibile alla quale il Pd incredibilmente ha risposto di no. Se le offerte di un percorso comune tra Pd e M5S successivo all’elezione di Rodotà fossero vere o no ormai non lo si saprà più. Resta un unico dubbio: come mai quando il Pd ha scelto il nome di Prodi Grillo ha immediatamente ritirato la disponibilità a votarlo espressa più volte nei giorni precedenti dai capigruppo del Movimento? In quel momento è sembrato che Grillo giocasse a far “abboccare” il Pd per poi immediatamente sfilarsi alzando l’asticella della prova da superare.cambiare strada

Da molte parti si dice che il vero vincitore è Berlusconi che ha ottenuto quel Presidente di conservazione che renderà possibile il governo delle larghe intese nel quale il Pdl farà pesare le sue richieste. Quali siano non è difficile immaginarlo pensando alle priorità di quel partito: processi e potere.

Sicuramente c’è un perdente in questa brutta vicenda. È l’Italia, che di tutto avrebbe avuto bisogno tranne che di una sconfitta della politica. Ora bisognerà ricostruirla, la politica, partendo dalla rifondazione dei partiti che mai come in questi anni si dimostrano indispensabili per far vivere la democrazia. Ricostruire la politica, rifondare i partiti per cambiare tutto ciò che non funziona nel nostro sistema democratico. La crisi economica e finanziaria che in queste ore sembra essere stata messa in secondo piano richiede che ci sia una forte guida politica del Paese e dello Stato. Su questo i cittadini attivi dovranno concentrare il loro impegno, per vigilare, per condizionare, per orientare.

Claudio Lombardi

Il flop dell’accordo Pd-Pdl e la svolta che è urgente (di Claudio Lombardi)

Da anni si dice che in Italia manca un vero partito (o formazione politica o polo) di destra non considerando tale un partito interamente dedicato agli affari del suo leader e delle cricche che gli stanno attorno. Adesso possiamo dire che, grazie ai dirigenti del Pd e alla condanna alla frammentazione che pesa sulla sinistra, manca anche qualcosa di analogo sul versante opposto che lo si voglia chiamare sinistra o centro sinistra.bersani pensieroso

Il Pd era nato per unire componenti e culture diverse e portarle al governo del Paese con una maggioranza di voti. L’intenzione era quella partendo da una soglia che si considerava acquisita del 40%. Ora, dopo pochi anni, anche il 30% sembra un traguardo lontano e la perdita di consensi non sembra per niente finita.

Pesano limiti culturali che hanno impedito di superare il vecchio modo di fare politica fondato sugli accordi di “palazzo”, sulla opacità delle posizioni e quindi sulla mancanza di scelte chiare, sull’isolamento della politica e delle istituzioni dall’opinione pubblica. L’ultimo capolavoro di Bersani e del gruppo dirigente che fa capo a lui è stata la clamorosa apoteosi di questi limiti con l’accordo tra Pd e Pdl per la scelta del candidato alla Presidenza della Repubblica presentato quasi come un dovere assoluto per il bene del Paese.

E invece quell’accordo non si salva proprio da nessun punto di vista. Il metodo è stato quello della trattativa diretta con un interlocutore privilegiato. Si è detto che il Presidente rappresenta l’unità nazionale e deve scaturire dalla più ampia convergenza di consensi. Bene, ma perché questa convergenza la si è cercata privilegiando il Pdl? Pochi giorni prima Berlusconi aveva sbarrato la strada al padre nobile del Pd, Romano Prodi, in modo esplicito e netto durante un comizio. Il Pd non ha avuto nulla da replicare, ha preso atto di questo divieto e ha sottoposto a Berlusconi alcuni nomi lasciando a lui la scelta di quello da votare.

fallimento pdIl meno che si possa dire è che il gruppo dirigente del Pd ha fallito mostrando la sua incapacità di guidare la forza politica che avrebbe dovuto indicare agli italiani la via del cambiamento. Con quell’accordo, inoltre, si sono smentiti tutti i tentativi di mettersi in relazione con il M5S e questo proprio nel momento in cui da lì veniva una proposta seria e fattibile con il nome di Rodotà. Ma come, tutto si è fermato per settimane all’inseguimento (apparente) del M5S e nel momento in cui c’è una concreta possibilità di convergenza si fa una scelta opposta?

Insomma una débacle generale ben rappresentata dalla ribellione in atto nel Pd e dallo squagliamento di qualunque unità d’azione dei grandi elettori già alla prima votazione. La scheda bianca messa nell’urna oggi è anche il segno di un fallimento della direzione di Bersani che non è più in grado  di guidare il partito. Dopo un anno passato a sostenere un governo sempre più impopolare, dopo la sconfitta alle elezioni, dopo essere stato il protagonista di uno stallo confuso e privo di strategia durato più di 50 giorni, l’accordo con il Pdl rappresenta il colpo finale dal quale Bersani e il suo gruppo dirigente non riusciranno a riprendersi tanto facilmente.

Bisogna adesso domandarsi quali spazi esistano per ricostruire un partito alternativo al berlusconismo che è ancora la faccia (poco presentabile) del centro destra italiano. Ma più importante ancora è l’interrogativo sulla ricostruzione di una politica che sappia coinvolgere i cittadini superando il baratro che gli anni della partitocrazia hanno creato tra questi e lo Stato.

aprire le porteNon si tratta tanto e solo di riforme istituzionali o di una nuova legge elettorale, si tratta di qualcosa di più profondo che tocca le motivazioni, i valori e le regole non scritte che identificano e tengono insieme una comunità nazionale. Avere al vertice dello Stato forze politiche rispettabili, rappresentative e riconosciute è la base per riconoscersi come italiani ed essere orgogliosi di questa identità. Perché questo “miracolo” si compia un ruolo inevitabile spetta alle élite cioè a quei cittadini, singoli e associati, che si fanno protagonisti della vita politica, economica e sociale. A loro spetta di prendere la guida del cambiamento fondando o rifondando partiti, facendo vivere movimenti politici e civici, alimentando il dialogo pubblico in modo che sia l’esempio della costruzione di percorsi condivisi di formazione delle decisioni di governo della collettività.

Insomma la svolta che è urgente per rimettersi in piedi richiede uno sforzo collettivo di tutti i cittadini attivi che già non sono pochi e che dovranno essere presto molti di più. L’elezione del Presidente della Repubblica può e deve essere il primo passo di un cammino che guarda lontano. Ma bisogna partire col piede giusto e con i nomi giusti e credibili per il nuovo Capo dello Stato che non sono molti, ma ci sono e sono stati indicati con chiarezza. Su tutti spiccano quelli di Stefano Rodotà e di Romano Prodi indicati dal M5S e sostenuti da tanti altri. Prenderne atto è quasi doveroso.

Claudio Lombardi

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Roberto Crea

Diamo la parola ai protagonisti. Parla Roberto Crea segretario di Cittadinanzattiva Lazio.

Parliamo di democrazia, di partecipazione e di politica. Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

Non sono molto ottimista, a guardare quello che accade, e credo che occorra realismo e un grande lavoro. In questi anni abbiamo sofferto, come cittadini, la mancanza di “politica” e di “amministrazione”. La goccia che ha fatto simbolicamente traboccare il vaso è la sconcertante e vergognosa vicenda delle Regione Lazio. Ricordo che la crisi che ha colpito l’amministrazione della nostra regione nasce da scandali con probabili risvolti penali e non da uno scontro politico tradizionale. Quello che poi è sortito dopo le dimissioni della Presidente Polverini, della giunta e del consiglio va addirittura al di là del diritto e probabilmente della Costituzione. Spero che qualcuno possa anche valutarlo in un’aula di tribunale. Sappiamo solo che tre sentenze hanno determinato con chiarezza che la Presidente Polverini ha violato le norme correnti rifiutandosi di chiamare i cittadini del Lazio alle urne nei tempi stabiliti. Parto da qui perché questa vicenda, insieme ad un’imbarazzante amministrazione comunale, ha spinto verso il crescente impegno civico e politico dei cittadini.

L’esperienza amministrativa romana e laziale ha aumentato la distanza tra cittadini da un lato e istituzioni e amministrazioni pubbliche dall’altro. I partiti (non tutti allo stesso modo in verità) hanno gravi responsabilità in questo processo perché ormai da anni non sono più riusciti a rappresentare i cittadini e gli interessi della collettività. Nel consiglio regionale, quasi tutti i gruppi consiliari e quasi tutti i consiglieri hanno fatto finta di non vedere quello che succedeva, cercando di trarre unicamente vantaggi per il proprio partito e per sé stessi. Dei cittadini che perdevano il lavoro, che vedevano progressivamente tagliata la sanità a causa dello spaventoso debito e del deficit creato dall’amministrazione regionale, che soffrono per servizi pubblici insufficienti non si è occupato nessuno. Il pericolo è che si faccia poi, come si dice, di ogni erba un fascio e che vengano coinvolte le istituzioni come tali nel rifiuto dei cittadini per tutto ciò che rappresenta la politica, mentre secondo noi sono le persone, i rappresentanti delle istituzioni che vanno indicati come responsabili.

I cittadini cercano di dare una forma al loro impegno attraverso l’organizzazione di nuovi comitati e associazioni o con l’adesione a quelli esistenti affinché abbiamo più forza. E’ importante che, finalmente, cessiamo di delegare tutto ai politici e ai partiti. Qui è il tema della partecipazione. Dalla protesta contro il piano parcheggi, alla manutenzione del verde pubblico, alla gestione dei rifiuti, alla rivolta crescente contro un nuovo piano di irrazionale e speculativa espansione urbanistica a danno irreversibile dell’agro romano. Ci sono però due ostacoli sulla via della partecipazione: Tuttavia ci scontriamo ancora con due problemi piuttosto importanti: la mancanza di trasparenza e il desiderio e la necessità di vedere cambiare in fretta le cose. La trasparenza è un elemento decisivo per consentire alla partecipazione di essere efficace, ma la sua mancanza e negazione è anche uno degli ostacoli maggiori che l’attuale politica/amministrazione pone sulla strada dei cittadini attivi, cercando di disarmarli in questo modo e sperando che si arrendano. In secondo luogo, i cittadini sono “affamati” di risultati e ogni ritardo (anche causato ad arte dall’attuale politica/amministrazione) o ogni fallimento di iniziative civiche può determinare facilmente delusione e abbandono, con una conseguente deriva a favore dell’antipolitica, della demagogia e del populismo che semplificano tutto per non risolvere niente e generano ulteriore distacco ed isolamento del cittadino.

Con la partecipazione organizzata e articolata vogliamo percorrere proprio la strada opposta.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sono un puntolino, ma faccio la storia (di Paolo Andreozzi)

Notizia di giorni fa sulla stampa di tutto il mondo: dal 14 gennaio prossimo i cittadini cubani saranno liberi di recarsi all’estero senza bisogno di permessi governativi discrezionali e di altre formalità burocratiche – basterà il passaporto.

Notizia di un domani (SPERO) sulla stampa del nostro sfigato Paese: dal 2013, i cittadini romani e i cittadini laziali e i cittadini lombardi e i cittadini siciliani e pure i cittadini italiani tutti, saranno liberi di veder attuate dal Comune, dalla Regione e dal governo, politiche di progresso sostenibile, umanità solidale e garanzie costituzionali da parte di una classe dirigente onesta, competente e di sinistra, senza bisogno di occupare piazze reali e virtuali. Basterà votare.

Lo SPERO, ripeto, ma sperare non basta: BISOGNA LAVORARCI SU! Perché già la vedemmo l’antipolitica al lavoro: è stata per intero il ventennio fascista, e fu una tragedia. Poi è arrivata la seconda ondata antipolitica – l’età berlusconiana – che come dice il saggio, ha ripetuto la prima in forma di farsa.

Per questo terzo (in corso) riflusso antipolitico e populista la teoria non ci fornisce sostantivi – se prevarrà vedremo, la pagheremo comunque e poi daremo un nome alla sua storia.
Ma in tal caso, gente italica, allora siamo proprio idioti.

Bisogna lavorarci su, ho detto, però bisogna lavorarci con tanta intelligenza. Prendiamo la disponibilità all’impegno personale, per esempio. Per OGNI cittadino disposto a muoversi personalmente per una giusta causa – si tratti di occupare con determinazione o manifestare pacificamente o partecipare a un tavolo di lavoro o anche solo di studiare un tema sensibile – per ogni cittadino così, ce ne sono VENTI che non lo faranno anche se condividono la stessa causa. E non lo faranno per le migliori RAGIONI del mondo – perché di occupare hanno timore, di manifestare non hanno tempo, di stare al tavolo di lavoro non hanno pazienza, e per studiare davvero non hanno le basi.

PERO’ per quella causa VOTERANNO, e lo faranno convintamente, se gliene si darà la POSSIBILITA’.
Lo prova la storia, a Roma, della lotta per l’acqua pubblica, in cui non saranno stati più di 50.000 le cittadine e i cittadini direttamente mobilitati a tutti i livelli. Eppure, al referendum abbiamo votato – e benissimo – in UN MILIONE E DUECENTOMILA! Rapporto venti a uno, e anche di più. VERITA’ matematica.

Se non si capisce questo, se non si vuol capire che c’è un MONDO di cittadine e cittadini validissimi che NON verranno con noi a occupare, NON sfileranno con noi in piazza, NON siederanno con noi al tavolo di lavoro, NON ruberanno tempo al loro tempo per mettersi a studiare, e TUTTAVIA stanno là che aspettano di poter dare un voto DEMOCRATICO alla proposta politica di superamento del modello socioeconomico in sfacelo – allora non si vuole davvero vincere la battaglia per un altro modello possibile, per altre regole di convivenza civile e sostenibile, per CITTA’ diverse e per diversi Paesi.

Ognuno di noi qui è solo UNO, e la nostra energia antagonista è GIA’ in campo. Ma così come stanno le cose, il POTERE resta nelle aule dell’istituzione e l’energia nostra e di chi è come noi resta FUORI – nella piazza sotto le loro finestre. Più di questo non possiamo, e il potere ne rimane INTATTO.

Allora il salto di qualità, la MOLTIPLICAZIONE DELLA FORZA POLITICA, può solo consistere in ciò: dare una semplice cosa da FARE a quegli altri venti cittadini che già vogliono quel che noi vogliamo – venti per ciascuno di noi mobilitati.

FACCIAMOLI VOTARE PER LA NOSTRA – E LA LORO – CAUSA! Tutto il resto – le sinergie, la tattica, la comunicazione – discende da QUESTO.

Altra prova, le elezioni siciliane e tutti i sondaggi dicono chiaro che più o meno 45-47% degli elettori non voterebbero proprio. QUARANTASETTE ELETTORI SU CENTO, UN MONDO!
Proprio quel mondo che dicevo prima. Quel mondo di bisogni, problemi, aspettative e desideri sta lì. E aspetta una proposta che vada oltre il teatrino e le figurine, aspetta una proposta di ripensamento integrale della forma sociale e produttiva e della distribuzione di risorse e opportunità. Ripensamento da elaborarsi col contributo di tutti e tutte da realizzarsi tramite amministratori onesti e strateghi intelligenti.

Probabilmente ce ne sono anche negli attuali partiti e persino tra i politici di professione, che però non riescono ancora a convincere quasi metà degli italiani a fidarsi della loro visione (ammesso ne abbiano una) e di loro personalmente.

Ma certamente ce n’è tra tutti gli altri, tra i cittadini ‘semplici’, i quali in questa fase storica potrebbero/ dovrebbero decidersi a passare dalla pura delega alla temporanea assunzione di responsabilità.
Quel che è sicuro è il livello straordinario, inedito, della crisi e dei pericoli conseguenti per la stessa democrazia, per la stessa tenuta civile. Ed è sicuro che a tale livello si può rispondere solo con un esperimento altrettanto straordinario, inedito.

Ci vuole fantasia, coraggio, rigore, volontà e fiducia. A me la fiducia, per esempio, viene da considerazioni apparentemente eterodosse come la seguente.

Gli americani, quei giocherelloni, si sono divertiti ad attualizzare monetariamente le enormi ricchezze di tutti i ‘Paperoni’ noti alla Storia, e hanno tirato giù la classifica dei primi dieci di ogni tempo: Masa Munsa I (re del Mali nel 1300), il primo dei Rothschild, il primo dei Rockfeller, Carnegie, Nicola II l’ultimo zar, Mir Osman Ali Khan (principe indiano inizi ‘900), Guglielmo il Conquistatore, Gheddafi, Henry Ford e Vanderbilt.

Ci sono – vedete – tre despoti feudali, un dittatore affamapopolo, un capitalista delle colonie e cinque capitalisti puri nel cuore dell’impero. Ora, il cammino dell’autoemancipazione umana è riuscito, in effetti, a liberare i popoli – a prezzo di tanto sangue e col contributo di tanta consapevolezza – dal giogo di quattro di quegli ultra-ricchi. Invece, i rapporti di forza che hanno consentito il dominio degli altri sei, sono stati iniettati nella stessa coscienza della gran parte dei dominati.

Ma è appunto questo incantesimo ciò di cui, forse, stiamo vedendo la fine. Certo, parliamo di una scala addirittura planetaria ed epocale. E io non sono che un puntolino. Però bisogna pur cominciare da qualche parte, e per fortuna altri hanno già avviato un cammino che mi sembra fertile. Allora proseguiamo, uniamoci! Iniziamo dagli ambiti con un raggio più gestibile, più a misura delle nostre forze reali: cominciamo dai programmi per le amministrazioni locali, Comune, Regione, e dalla competizione democratica per far valere le proposte concrete e fattibili che riusciamo a elaborare.

Forza, io comincio da Roma e ho trovato in questo dei buonissimi compagni di strada (www.dazero.org )! Fatelo anche voi.

Paolo Andreozzi

Dalle primarie alla grande riforma della politica (di Claudio Lombardi)

Il confronto che si è svolto ieri sera in TV fra i cinque candidati a rappresentare il centro sinistra alle prossime elezioni ha suscitato un grande interesse e non pochi entusiasmi (incluso quello di chi scrive).

Cosa vuol dire ciò? Siamo concreti. Non ci sono bacchette magiche e non basta l’iniziativa delle primarie a cancellare azioni inaccettabili ed errori di linea politica che hanno segnato il percorso del centro sinistra da ormai lunghi anni. Nessuno si illude che le persone che abbiamo ascoltato ieri sera escano da un mondo nuovo o provengano da un altro pianeta e possano proclamarsi al di sopra di ogni responsabilità per la situazione in cui versa l’Italia oggi.

Se questi fossero i requisiti per formare la nuova classe dirigente non avremmo altra possibilità che escludere del tutto chiunque si sia presentato sulla scena politica negli ultimi trenta anni. Ci sono gruppi che lo propongono, come il M5S e, probabilmente, avranno molti voti alle prossime elezioni. Sicuramente, però, molti cittadini voteranno altre formazioni politiche e, fra queste, il centro sinistra è accreditato della maggioranza relativa dei voti. Poichè in democrazia nessuno, al di sopra del corpo elettorale (e salvo il potere della magistratura di perseguire i reati) è autorizzato a dire “tu sì, tu no” con la realtà sarà bene fare i conti.

Detto questo le primarie del centro sinistra possono essere una innovazione importante nella politica italiana. Una e non la sola, ovviamente. Non si può sottovalutare che uno schieramento politico che non ha padroni si presenti agli elettori prima del voto per decidere chi sarà il suo massimo rappresentante alle prossime elezioni. È vero che le precedenti primarie, tutte in ambito centro sinistra, apparivano a risultato predeterminato, ma, comunque, ci sono state (in pieno impero berlusconiano torbido e corrotto come poi si è visto), ma questa volta la competizione è reale e i cittadini saranno chiamati a scegliere un candidato alla Presidenza del Consiglio e un programma.

È poco tutto ciò? No, non lo è, soprattutto se si pensa cosa offre il resto del mondo politico. Compresa “l’antipolitica” del M5S di Grillo che sta dando di sé l’immagine di un movimento con caratteristiche autoritarie e settarie che fa torto alla passione civile dalla quale ha preso origine. Del Pdl è inutile parlare tanto è squallido ciò che questa gente sta mostrando di sé appesa ai capricci, ai soldi e ai processi penali di un padrone – Berlusconi – che è una vergogna per l’Italia.

Alcune osservazioni sono, però, necessarie.

La prima è che il modello delle primarie va oltre la discussione sulla legge elettorale perché implica un sistema nel quale si presentino pochi schieramenti con un leader predeterminato. Il logico corollario di questo modello non può che essere il sistema uninominale a doppio turno alla francese e, magari, anche l’elezione diretta del premier. Lasciando perdere quest’ultima, però, il doppio turno uninominale è perfettamente fattibile fin dalla prossima legislatura.

La seconda osservazione riguarda il sistema dei partiti. Le primarie non possono coesistere con un mercanteggiamento dei posti di governo e sottogoverno né con lo stravolgimento del programma votato dai cittadini. La forza delle primarie sta nell’uscire dalle stanze dei palazzi della politica e nel presentarsi al giudizio di tutti. Una volta ottenuto il consenso diventa molto più difficile mettersi a trafficare con i giochi di potere perché i cittadini continueranno ad osservare e a giudicare.

Ed ecco la terza riflessione. Le primarie sollecitano una partecipazione alla politica che non si identifica con i gruppi dirigenti e gli apparati dei partiti. E nemmeno con le loro organizzazioni territoriali. Una volta aperta la porta della politica ci devono entrare tutte le formazioni che praticano la cittadinanza attiva e devono assumersi le loro responsabilità. Non può avere più senso una politica come affare di pochi professionisti che occupano le istituzioni e manovrano le leve del potere mantenendo la società civile nell’ignoranza e nell’opacità.

Le primarie sono un tassello al quale deve seguire una ristrutturazione della politica che si deve aprire ai cittadini e che deve tendere ad essere una funzione sociale diffusa di autogoverno della collettività con forti elementi di democrazia diretta.

Questa dovrà essere la grande riforma del prossimo futuro e la scommessa per una rifondazione della cultura civile degli italiani.

Claudio Lombardi

Tra politica e società mettiamoci la partecipazione (di Vanni Salvemini)

Disallineamento e volatilità sono realtà ben note soprattutto nel panorama politico italiano. Sono alimentate dall’atteggiamento di impotenza dei politici, che scelgono i dettagli ma non sono più gli artefici delle prese di decisione fondamentali, ormai portate avanti altrove.
Quello che si sta vivendo in Italia è che davanti a questo declassamento del potere decisionale, la politica risponde con una vera esplosione di costi e con l’aumento degli investimenti per acquisire consenso, dato che il marketing ha ormai in gran parte sostituito il senso di appartenenza a una cultura politica.

Una democrazia prodotta da un mondo che anela la crescita illimitata è dunque impolitica, ovvero non radicata nella polis, incapace di decisioni, senza legittimazione, senza, quindi, gli elementi cardine che dovrebbero caratterizzare un paese democratico. Siamo giunti a una situazione in cui perfino la democrazia come anche l’economia rischia di diventare un’entità astratta ovvero di non essere incardinata in un popolo e in un territorio.

Il sistema così com’è non va più; occorre riscrivere regole nuove, in un esercizio di progettazione collettiva che richiede un grande sforzo di responsabilizzazione e di presa di coscienza, che ci faccia transitare verso forme di democrazia deliberativa, la quale preveda una maggiore partecipazione dei cittadini, che recuperi il senso vero di fare politica e la sensazione che ciò non sia un privilegio riservato a una ristretta élite di politici di professione.

Bisogna pensare ad una vera transizione democratica basata su nuovi percorsi di partecipazione che rappresenta la condizione di base ineludibile di un effettivo processo di cambiamento.
Partecipazione però significa un processo continuo di formazione e informazione. Solo in quanto processo la partecipazione diventa l’anticorpo per favorire la riproducibilità della democrazia che il capitalismo finanziario non permette e che solo noi possiamo innescare.
Contro l’antipolitica e la disaffezione, infatti, l’unico antidoto è la partecipazione.

Si tratta di osare dove nessuno finora è giunto: organizzare un’inedita forma di democrazia partecipata che riossigeni il rapporto tra politica e società. Il senso dell’esperienza delle primarie era proprio questo: puntare a far emergere un partito dei cittadini che mutasse nel profondo la realtà dei partiti di sinistra esistenti (di sinistra dato che le primarie sono nate e sono state attuate solo da quella parte).

Intendiamoci, la partecipazione non è solo un insieme di tecniche per comunicare in modo creativo. Al contrario, è una rottura politica. Riguarda chi gestisce il potere, chi tiene nelle mani il mazzo delle scelte, se debba essere un gruppo ristretto di notabili oppure gli apparati o anche i soli eletti, oppure una comunità allargata. È una questione che riguarda la sostanza più che la forma, il merito più che il metodo.

Più volte la partecipazione dei cittadini si è rivelata una chiave per vincere, il grimaldello per scardinare le incrostazioni dei voti bloccati e di quelli comprati, l’alchimia per dissolvere i coaguli di potere. La contraddizione è che se la partecipazione è decisiva per vincere, al contrario, diventa un impiccio per governare. I cittadini, indispensabili per generare un effetto moltiplicatore nella fase di raccolta del consenso, diventano, dopo la presa della Bastiglia, un ingombro quando chiedono di condizionare le decisioni politiche. E quando la politica perde lo slancio sociale verso il cambiamento, allora degrada in gestione del potere e anche la qualità delle politiche pubbliche decade. Lì si annidano i rischi di degenerazione; i leader, da interpreti del processo sociale, diventano dei surrogati. La funzione carismatica della leadership soppianta quella trasformativa e, invece di attivare le risorse latenti delle persone, rende tutti spettatori passivi, al massimo una curva nord del leader.

Il vero punto di leva, quello che consente di sollevare il mondo, è la fiducia. E la fiducia è una risorsa scarsa che si riproduce solo se nella relazione circolano fattori di coerenza, trasparenza, ascolto efficace. La fiducia si conquista accorciando banalmente il fossato che separa il dire dal fare. La crisi della politica, è innanzitutto crisi di fiducia nella politica. Ecco perché a tutti noi viene chiesto uno straordinario coraggio. Agire una politica che discuta pubblicamente dei propri costi, del modo con cui si organizza e finanzia e seleziona la classe dirigente, dei canali attraverso cui dialoga con gli interessi delle diverse parti sociali, delle regole e dei limiti nella gestione delle istituzioni. Una politica che abbia un’idea forte, riconoscibile, positiva su questo tempo di crisi, e che resti permeabile rispetto alle ansie del cambiamento. Questa politica, sarebbe l’unico anticorpo al virus dei vecchi e nuovi trasformismi, anche quando ricoperti dall’accattivante veste offerta dal leader carismatico.

Le primarie che sono la novità del panorama politico italiano possono cambiare qualcosa, ma non vanno soffocate e non vanno concentrate solo sulle persone. Per una vera partecipazione occorre mettere in discussione innanzitutto idee e programmi perché questo è l’unico modo per condividere il futuro.

Vanni Salvemini

2013: l’anno zero della politica italiana (di Sergio Bellucci)

Il 2013 sarà l’anno zero della politica italiana. La crisi del nostro paese, infatti, sta giungendo ad un suo punto di svolta. La crisi della forma dei partiti che hanno contrassegnato la vita di quella che è stata chiamata seconda repubblica sta diventando la crisi della nostra democrazia. In pochi mesi, tutto cambierà. I confini e i contenuti delle forme politiche organizzate saranno travolti dalla incapacità della proposta politica di aderire ai processi reali che attraversano le nostre società contemporanee.

La sinistra rischia di essere definitivamente cancellata per mancanza di capacità prospettica. Il nostro sguardo è troppo condizionato dalle formule economico-sociali nelle quali eravamo “forti” e rischiamo di essere cancellati dalla velocità e qualità dei nuovi processi. Manca una lettura dei processi economici adeguata a fuoriuscire dalla strettoia monetarista. Manca una lettura dei processi produttivi che sappia fare i conti con le innovazioni che si stanno producendo nel mondo del lavoro. Manca una lettura delle forme delle relazioni umane che stanno costruendo diverse modalità di stare insieme, partecipare e decidere. Manca un gruppo dirigente che sappia mettere all’ordine del giorno la materialità della crisi con uno sguardo sul futuro possibile in termini di “innovazione” e non di “riproposizione”.

Per restare “fedeli” e “ancorati” alle idee di eguaglianza, liberazione, cooperazione, condivisione e autodeterminazione umana, oggi, dobbiamo avere il coraggio di nuove idee, di nuove prassi, di nuove forme di organizzazione. È tempo di smettere di rimpiangere il passato e di guardare a quello che potremmo essere e non a quello che siamo stati.

Per questo credo che il tema centrale, ancora una volta, sia avere chiaro su quale pilastro poggiare il processo di “liberazione”. Io penso che il lavoro sia ancora il centro della sinistra. Le persone devono poter contare su un processo di autonomia personale che sia radicato sul piano politico  e non puramente garantito sul piano etico. Se non cambieremo le nostre modalità di conflitto, i nostri obiettivi sindacali, se non avremo la capacità di indicare un orizzonte di liberazione del lavoro dalla forma che sta prendendo, nei prossimi anni, l’impatto delle tecnologie digitali sulla forma del lavoro e della produzione sarà devastante. Quello che negli ultimi 20 anni è stato un semplice “assaggio” delle trasformazioni del ciclo produttivo sta per diventare dirompente. Sia sotto il profilo “quantitativo” sia sotto quello “qualitativo”. Sul piano “quantitativo” l’impatto delle nuove macchine robotizzate farà aumentare la capacità produttiva degli impianti, aumenterà la flessibilità della produzione, ridurrà enormemente l’occupazione necessaria. Le implicazioni di tali processi saranno epocali. Nell’apparato produttivo USA si è calcolato che entro la fine di questo decennio le innovazioni faranno scendere del 40% la necessità di manodopera nella manifattura. Dal punto di vista “qualitativo” le trasformazioni saranno ancora più epocali, con il passaggio del lavoro dalla realizzazione materiale di una merce al controllo dei macchinari che producono l’oggetto attraverso interfacce digitali. Questa gestione della remotizzazione di macchinari spingerà  i lavoratori  a “pensarsi” sempre più come “lavoratori della mente” e non delle “braccia”, rivoluzionando la percezione del Se, sia come individui che come appartenenti alla classe. Le persone che resteranno nei segmenti ancora non investiti dall’automazione, saranno sempre di meno, meno capaci di organizzarsi in difesa delle vecchie forme dei diritti, e percepiranno loro stessi come “residui”.

Non possiamo affrontare questo tornante storico della vita umana pensando alla forma del lavoro così come la immaginavano i nostri bisnonni nell’Ottocento.

Loro un orizzonte l’avevano costruito e furono in grado anche di conquistarselo. Le otto ore di lavoro, le otto ore di vita  e le otto ore di riposo furono un grande motore di trasformazione epocale. Oggi dobbiamo andare oltre, dobbiamo saper indicare al mondo intero che la nuova fase della vita umana del pianeta deve essere affrontata con uno slancio diverso, con una prospettiva nuova che sia al contempo “quantitativa” e “qualitativa”. Questo prospettiva deve valere sia per il lavoro sia per il suo  scopo e, cioè, la “liberazione” del singolo individuo e della collettività umana. Ma tutto questo oggi non basta più, dobbiamo interrogarci su che cosa dobbiamo e possiamo produrre , e il suo perché. Oggi sappiamo, infatti, che non c’è salvezza nello sviluppo senza criterio, senza limiti, senza comprendere che siamo un tutto con  il nostro pianeta, la sua vita, i suoi cicli fisici e ambientali.

La sinistra di questo secolo non può fermarsi alla sola, necessaria, legittima ma insufficiente, richiesta di una più equa redistribuzione. È l’intero ripensamento della vita umana che la sinistra deve saper rilanciare, con tutte le sue inevitabili potenzialità.

Il 2013 sarà l’anno zero della politica italiana, dicevo. I campi politici, sia a destra sia a sinistra, si dovranno riorganizzare. Questo potrà avvenire o attraverso l’aggregazione intorno ad un “nome salvifico” o intorno a opzioni generali. Questo è il primo discrimine per misurare se stiamo uscendo dal berlusconismo o meno. Il berlusconismo, infatti, non è stato semplicemente il governo Berlusconi, ma la trasformazione della politica italiana in teatrino dei personaggi, una trasformazione in grado di mettere il silenziatore alla possibilità di prendere la parola, di organizzare una società densa, partecipata. È stato la trasformazione della politica in “tifo”. Il declino italiano è molto figlio di questa deriva a cui l’intera società deve mettere riparo.

Per nostro conto dobbiamo discutere di come riorganizzare il nostro campo, invertendo l’ordine di discussione che impera oggi e che ci costringe a parlare di gruppi dirigenti e non di opzioni di fondo, di confrontarci sulla cultura politica, sugli obiettivi a breve, a medio e a lungo termine senza restare schiacciati dalla logica del tifo e dalle vecchie regole di appartenenza. In altre parole, dobbiamo ricostruire il “senso” del nostro fare politica. Su questo punto, sulla costruzione del “senso” del nostro fare, infatti, oggi siamo tutti condizionati dall’industria dei media che detta l’ordine del giorno del dibattito, attraverso la trasformazione in “spettacolo” della realtà (anche della realtà politica), unica merce che riesce a “vendere” attraverso i suoi canali. Questa è l’immensa eredità del Novecento, l’esistenza di una “industria del senso” che lavora permanentemente alla costruzione del “senso” sociale, una novità con la quale la sinistra non ha saputo fare i conti.

Qui sta l’opzione di un tentativo di far mettere nuovamente le radici alle idee di “liberazione umana”. Nuova analisi, nuovi conflitti, nuovi obiettivi. L’anno Zero della politica italiana può e deve diventare l’occasione per ripartire.

Sergio Bellucci

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