L’indignazione dei cittadini serve, ma per costruire (di Martina Monti)

Pubblichiamo uno degli interventi all’incontro organizzato dal gruppo VotiamoliVia a Napoli sulla condizione delle donne al Sud

Io ho iniziato a fare politica all’età di 18 anni (quindi all’incirca 6 anni fa) non perché i miei genitori lo facessero a loro volta, infatti fui io a portare interesse politico in famiglia, ma per un motivo molto semplice: con l’acquisizione del diritto di voto non volevo mettere una croce su un simbolo a caso o su un simbolo consigliato dalla mia famiglia, volevo capire e scegliere con la mia testa.

Mi rattristò molto constatare il fatto che questo senso civico era nato solo in pochi miei compagni di classe e non in chiunque avesse maturato il diritto di voto.
Comunque, approfondendo il tema della politica e i programmi di partito decisi di mettermi in gioco, poiché da sempre penso che la politica sia qualcosa che deve ringiovanire, ma non nel senso anagrafico del termine e non solo come slogan elettorale, credo che ringiovanire sia semplicemente adattarsi al mutare dei tempi.

Non vedo, nel panorama politico attuale, grande capacità di adattarsi ai mutamenti sociali, vedo un rinnovamento di facciata o a parole. Paradossalmente nel 1948 i nostri Padri Costituenti scrissero una Carta Costituzionale decisamente più all’avanguardia rispetto agli ideali che oggi permeano i programmi politici di gran parte dei partiti moderni.

Così scelsi il partito che mi convinceva di più e decisi di mettere tutta me stessa nell’obiettivo di portare avanti i miei ideali e quelli che io consideravo e tuttora considero VALORI. Ma valori veri, non quelli che finiscono abusivamente negli slogan della peggior politica italiana. Per valori veri non intendo dire che i miei siano i valori assoluti o quelli per forza giusti, ma quei valori che caratterizzano in maniera positiva il mio agire nella società e che costituiscono i miei obiettivi per una società più liberale e più democratica.
Nel partito in cui stavo divenni rappresentante nazionale dei giovani in Europa e in quel modo scoprii l’abissale differenza tra la nostra politica e la politica di molti paesi dell’UE soprattutto nordici. A ripensarci siamo davvero solo noi a non voler mai esplicitare gli ideali a partire dai simboli e dai nomi dei partiti: in Europa ci sono i Liberali, i Democratici, i Centristi, i Cattolici, i Conservatori, mentre da noi ci sono Rose nel pugno, Asinelli, Margherite, alleanze di dubbio orientamento, fiamme, leghe e chi più ne ha più ne metta. Certo che un’alleanza tra i Cattolici e i Liberali in Europa potrebbe far venire i brividi a chiunque, mentre qui in Italia con la storia dei simboletti e delle figure retoriche si cerca di indorare la pillola improvvisando le alleanze più strampalate.
Partiamo dal fatto che non ho più tessere poiché ho avuto problemi con il mio partito e così adesso io mi trovo nella situazione di molti cittadini italiani. Chi votare? Ancora questo non mi è dato saperlo, ma ci sono due cose che più di tutte mi preoccupano: le primarie all’interno del centro-sinistra e il grillismo.

Per quanto riguarda le nuove leve della sinistra, la mia riflessione è semplice: al di là dello slogan ‘’rottamiamo’’ che davvero non tollero, poiché trovo che il cambiamento e il rinnovamento debbano essere graduali e non debbano prescindere da una buona e necessaria parte di esperienza, trovo impossibile che una persona di sinistra come me, in caso il Sindaco della culla del rinascimento vincesse le primarie, possa votare un elemento palesemente di destra. Per non parlare del fatto che disapprovo la smania di potere che porta un Sindaco a candidarsi alle primarie per diventare potenziale Premier mettendo in secondo piano l’importanza di chi gli ha dato il proprio voto per guidare una Città.


Il grillismo mi preoccupa per altri motivi, ovvero per la smania di smontare senza avere grandi idee per risistemare le cose. Non che le idee siano sbagliate, anzi, molte le condivido, non condivido l’atteggiamento arrogante e sanguigno di voler scardinare un sistema senza offrire un’alternativa sobria e applicabile. L’entusiasmo che muove il movimento 5 stelle è apprezzabile, ma saprebbero muoversi all’interno delle istituzioni senza sembrare elefanti in una cristalleria? Questo sinceramente è un interrogativo che mi pongo e che finora ha avuto una risposta non molto edificante.

Quello che serve è che la gente si indigni, ma in maniera positiva, non distruttiva, che decida di mettersi in gioco anche all’interno dei partiti o dei movimenti o anche delle associazioni in modo che la propria idea influisca davvero a livello politico. Starne fuori e criticare è facile, ma stare nelle istituzioni e promuovere cambiamenti graduali e intelligenti è davvero ciò che serve. Il fervore rivoluzionario è positivo ma bisogna sforzarsi di capire quale sia la via migliore per incidere davvero sul cambiamento che tutti noi stiamo spasmodicamente cercando.

Per quanto riguarda la mia esperienza di Assessore posso solo dire che c’è bisogno di un concreto cambiamento di prospettive e di metodologie di fare politica. In un momento di estreme ristrettezze economiche c’è sempre più bisogno di stare davvero al fianco dei cittadini per far loro comprendere che la politica deve esserci, deve fare i LORO interessi.
Trattando di Sicurezza urbana mi rendo conto che la maggior parte del problema, almeno qui da noi, sta nel concetto di percezione. La sicurezza non è solo quella oggettiva che si basa sui dati statistici legati ai reati, ma è anche ciò che tu senti quando cammini per strada o quando torni a casa. Se non ti senti a tuo agio o senti di essere in pericolo questo significa che c’è bisogno di intervenire, talvolta solo a parole spiegando fenomeni che spesso non vengono compresi (ad esempio quando due nigeriani parlano tra loro e sembra che stiano litigando quando invece nel loro paese hanno la particolarità di parlare a voce molto alta e può sembrare che siano aggressivi), talvolta invece con interventi strutturali come un impianto di videosorveglianza. Ma per capire davvero cosa sente il cittadino non si può restare in ufficio o parlare unicamente con le Autorità di Pubblica Sicurezza, l’unico modo per capire è girare la città, stare con le persone a prescindere dal loro colore politico e comprendere quale sia la radice del problema per intervenire. Stando dietro una scrivania si perde la parte migliore della politica, ed io sinceramente preferisco essere un ‘’Assessore stradale’’.

Sul tema immigrazione ci sarebbero tante, troppe cose da dire. Uno degli obiettivi fondamentali per me dovrebbe essere quello di garantire la parità di diritti ai servizi e alla partecipazione alla vita pubblica per coloro che vivono stabilmente in Italia. Noi a Ravenna stiamo valorizzando molto la partecipazione degli stranieri nelle istituzioni poiché troviamo che dar voce ai rappresentanti degli immigrati nelle istituzioni sia dare il quadro reale dei mutamenti della società. A febbraio avremo l’elezione di due consiglieri aggiunti in Consiglio Comunale provenienti dal mondo degli immigrati Extra UE che potranno intervenire nel dibattito politico istituzionale ed avremo l’elezione dei Consigli Territoriali (in sostituzione alle Circoscrizioni che sono state abolite), dove gli immigrati residenti sul territorio comunale avranno diritto di voto attivo e passivo.

Il cambiamento si può ottenere, basta avere pazienza e perseveranza. La cosa che spero venga superata il prima possibile è il pregiudizio che si ha verso i giovani. Quando si chiede una politica nuova si parla di giovani, ma alcuni considerano giovani quelli di 35 anni e bambini quelli della mia età (cioè 24 anni). Questo è assolutamente controproducente, io spero che un giorno si arrivi al punto di valutare competenze e contenuti a prescindere dall’età. Non bisogna per forza puntare su una fascia d’età, mi piacerebbe che si valorizzasse chi dimostra di essere ONESTO a prescindere dai dati anagrafici. Quando si valorizzeranno i contenuti senza badare all’immagine, probabilmente avremo molto più margine di crescita collettiva.

Martina Monti – assessore alla sicurezza e all’immigrazione nel comune di Ravenna

Un confronto civico per l’Italia di domani: forza venite gente, si va a cominciare! (di Paolo Acunzo)

Con il mese di ottobre si è ufficialmente aperta una stagione determinante non solo per la politica nostrana, ma per il futuro dell’Italia e di altri paesi.

Nei prossimi sei mesi i cittadini romani, solo per fare un esempio, saranno chiamati ad eleggere il nuovo Presidente della Regione Lazio, il sindaco di Roma, nonché i relativi consigli e il Parlamento nazionale. Queste elezioni dovrebbero essere precedute da primarie varie (e vere?) nel campo del centro sinistra (candidato premier, sindaco, parlamentari e quant’altro). Inoltre sono in campo anche nuovi strumenti di partecipazione diretta nelle scelte politiche fondamentali di un partito, come le sei proposte di referendum all’interno del PD che meritano attenzione sia per la forma che per i contenuti che essi comportano. Il tutto in un contesto di crisi morale, economica e di rappresentanza politica che è ormai evidente e che certamente sarà al centro (come lo è adesso) di tutte le discussioni.

Nello stesso lasso di tempo ci saranno elezioni anche in altri paesi, ad iniziare da quelle presidenziali americane fino ad arrivare a quelle tedesche, che potrebbero cambiare le priorità internazionali e gli equilibri politici anche da noi, come ha già in parte dimostrato l’esempio dell’elezione di Hollande in Francia.

In definitiva in questi sei mesi ci sarà un enorme accelerazione degli accadimenti pubblici che comunque porterà ad una situazione politica rivoluzionata rispetto a quella che conosciamo attualmente. Ma il come non può essere dato per scontato.

Sicuramente, però, (e finalmente) vi è una ottima occasione per tentare di cambiare le cose. Chi in questo lasso di tempo non proverà a dire la sua, a formarsi un’opinione politica consapevole, a tentare di costruire qualcosa di pur piccolo, ma che abbia senso, poi non potrà nascondersi dietro il “sono tutti uguali” o “sono sempre gli stessi, qui non cambia mai niente”.

Questa è la grande ambizione di questo piccolo spazio civico. Creare una sorta di Blog collettivo per dare voce a quei semplici cittadini che fino ad oggi si sono sentiti solo spettatori. Non solo su questioni classiche della politica nazionale (riforma della legge elettorale, primarie, alleanze varie e vario teatrino della politica) ma su tutte quelle questioni di fondo che possono decidere realmente il nostro futuro, ad iniziare dal futuro della democrazia in Europa.

Un laboratorio civico di idee in libertà che si confrontano in modo costruttivo, senza mai, speriamo, degenerare nel becero populismo, contribuendo a mettere in pratica quel metodo di democrazia attiva per cui è nato www.civicolab.it

A qualcuno piacerà, a qualcuno no. Qualche tema aprirà fervidi dibattiti, altri meno. Ma la cosa importante è provare a dimostrare che, seppur piccoli, solo grazie a liberi spazi di confronto e facilitando la più ampia partecipazione dal basso si potrà rendere vivo ciò che oggi non è: la politica e la partecipazione democratica.

Ormai i tempi sono stretti e siete tutti invitati a metterci del vostro.

Forza venite gente, si va a cominciare!

Paolo Acunzo

Parlamento, ultima chiamata (di Fondazionetica)

Il dibattito politico di queste settimane ha del surreale. Lo abbiamo lasciato alla vigilia della pausa estiva incantato sull’affermazione che nulla, dopo Monti, sarebbe stato come prima; lo ritroviamo adesso che, invece, tutto è come prima.

I partiti litigano e, quel che è peggio, litigano sul niente. Il massimo della concretezza, per loro, è contendersi l’agenda Monti per la prossima legislatura. Insomma, un dibattito vuoto, giorni e giorni persi a battibeccare: un partito con l’altro e, ancor più ferocemente, un partito con se stesso.

Uno spettacolo che sarebbe patetico se non fosse scandaloso. Lo è sempre stato, ma ora il precipizio sul quale siamo lo rende non più tollerabile. Impensabile rimandare tutto alle prossime elezioni, come molti vorrebbero: la gravità del momento rende ogni mese cruciale.

Cominciamo, allora, a pretendere che questi politici, fino a quando siederanno in Parlamento, facciano quello che istituzionalmente hanno il dovere di fare. Non è colpa solo dei tecnici se il disco si è interrotto sul rigore, perché è dal Parlamento, prima ancora che dal Governo, che ci dovremmo aspettare un diluvio di proposte concrete su crescita ed equità.

Al contrario, i partiti sembrano già tutti proiettati nei calcoli elettorali, concentrati nella stesura di programmi per il 2013 ma evasivi sul cosa fare adesso: su lavoro, sanità, legge elettorale, e mille altri temi. Ogni scelta, infatti, è, per sua stessa natura, fonte di consensi, ma anche di dissensi: si accontentano alcuni e si scontentano altri. Per questo, i partiti preferiscono evitare: non decidono, non scelgono, dandosi reciprocamente colpa dei ritardi in aula o in commissione.

Sembrano aver rimosso il fatto che il count down per loro è già cominciato e corre inesorabilmente. Smettano di scrivere manifesti pieni di belle parole, che nessuno leggerà: i cittadini leggeranno solo le uniche parole che contano, quelle scritte nero su bianco con le norme approvate da ora alle prossime elezioni.

A essere realisti, è difficile credere che questa classe politica cambi all’improvviso, che smetta di parlare del cosa fare domani e lo faccia oggi. E infatti il sussulto di dignità che le chiediamo non è un appello alla sua buona volontà – nella quale poco o nulla crediamo – ma un richiamo al suo mero istinto di sopravvivenza. Che è, forse, l’unica dote che ha sempre dimostrato di avere.

Se non vogliono essere spazzati via dal voto dei giovani, dei disoccupati, dei non autosufficienti, delle famiglie e di tutti i dimenticati dalle attenzioni di questo Parlamento, facciano in fretta e ruotino a 360 gradi il timone della loro agenda politica. Dimostrino di saper essere all’altezza del loro mandato elettorale almeno in questi ultimi scorci di legislatura. Il voto ne sarà solo la naturale conseguenza.

Da www.fondazionetica.it

Cittadinanzattiva: un progetto politico per l’Italia (di Claudio Lombardi)

Si tiene in questi giorni il congresso nazionale di Cittadinanzattiva, l’organizzazione che ha, per prima, scelto di essere un movimento politico per la partecipazione civica. L’atto di nascita risale ad oltre trenta anni fa quando un gruppo di giovani decise di imboccare una strada nuova che coniugasse la politica e l’azione civica. L’evoluzione successiva portò a cambiamenti di nome e di struttura, ma si trattò, comunque, dello svolgimento di un concetto iniziale che segnava una novità sostanziale per l’Italia.

Alla fine degli anni ’70, infatti, i conflitti politici e sociali si concentravano su ideologie contrapposte o sulle rivendicazioni e gli interessi di ceti identificati in base al proprio lavoro e al reddito. L’idea che la base della società e dello Stato fossero i cittadini e che li accomunasse una fitta trama di obiettivi – i diritti declinati in base ai principi costituzionali e realizzati attraverso le politiche pubbliche – e di strumenti istituzionali non era molto popolare. L’azione civica era già conosciuta e praticata grazie alle tante iniziative di base sviluppate nel mondo cattolico più che in quello che si riconosceva nella sinistra sindacale e politica. Alcuni eventi catastrofici come l’alluvione che inondò Firenze e che precedette l’esplosione del ‘68, tuttavia, portarono in primo piano una generazione di giovani che sperimentò concretamente cosa poteva essere fatto con l’azione diretta che aveva la sua base nella solidarietà e nella responsabilità derivanti dalla condizione di cittadini e il suo oggetto nei beni comuni da salvare.

Gli eventi successivi (il 1968, le lotte operaie, la stagione delle bombe e lo stragismo di Stato) non aiutarono chi parlava di coscienza civica e di diritti civili. Furono anche gli anni, però, delle battaglie per il divorzio e per l’aborto che segnarono una prima divaricazione fra i partiti che detenevano la rappresentanza politica e la volontà dei cittadini.

Quell’ispirazione iniziale portò prima alla nascita del Movimento Federativo Democratico, poi al Tribunale dei diritti del malato e, quindi, a Cittadinanzattiva.

Oggi a parlare di cittadinanza attiva e di civismo sono in tanti e gli stessi partiti che hanno goduto di un consenso vastissimo pensano di rifondarsi per assumere le sembianze di movimenti civici, anzi, di liste civiche. Le liste civiche per le prossime scadenze elettorali si moltiplicano e il successo del Cinque stelle di Beppe Grillo indica che c’è un grande consenso in cerca di una rappresentanza.

La crisi radicale che ha colpito gran parte dei partiti che si sono impadroniti delle istituzioni depredandole e che hanno dimostrato il loro fallimento nel governo del Paese si trasforma in una spinta potente a crearsi nuovi canali di rappresentanza che portino ai posti di comando una nuova classe dirigente fatta anche di tanti cittadini comuni.

Il fenomeno strano è che questa spinta punta direttamente alle elezioni e non si basa su un’esperienza di azione civica che si fa politica. Il passaggio dai blog e dai gruppi che si ritrovano in rete alle liste elettorali e alle cariche istituzionali è concepito come una linea diritta. Non per tutti, però. I movimenti e le associazioni che si sono misurate con i referendum e che già praticano la politica dal basso sono molto più prudenti.

Cittadinanzattiva si presenta in questo panorama così diverso dagli anni della sua formazione con una sua caratteristica peculiare – l’azione civica prima di tutto – e riconfermando la scelta di non partecipare in quanto movimento alle elezioni.

Si tratta di un approccio diverso da ogni altro movimento che ha nell’idea della valutazione civica il suo fulcro e nella costante ricerca della convergenza di intenti fra cittadini, istituzioni e amministrazioni pubbliche il suo luogo di azione privilegiato.

Un approccio meno battagliero di quello proposto da liste civiche, movimenti e comitati vari, ma molto più concreto e penetrante. Certo, il momento della protesta e della pubblica indicazione di responsabilità di chi viene meno al suo dovere o si rivela disonesto o incapace non può mai mancare. Ma la scelta di porsi come cittadini che sentono la cosa pubblica come la loro dimensione e, quindi, individuano uno specifico ruolo per partecipare alle scelte e per verificarne l’attuazione riconoscendo ad altri soggetti, politici, istituzionali e amministrativi, i ruoli a loro spettanti (e rivendicando che siano assolti nell’interesse generale) è una scelta di profondo significato che guarda all’oggi prefigurando la società di domani.

La valutazione civica implica la conoscenza, la responsabilità, la consapevolezza e si basa su una partecipazione di elevata qualità. L’orizzonte è quello delle politiche pubbliche assunte e attuate in un contesto istituzionale radicalmente democratico nel quale non hanno diritto di cittadinanza ruberie, slealtà, trame occulte, affarismo, corruzione.

Portare il cittadino comune a questo livello significa impegnarsi in un serio lavoro di costruzione di una classe dirigente diffusa potenzialmente estesa a chiunque voglia parteciparvi.

È auspicabile che il congresso di Cittadinanzattiva precisi meglio questa strategia e che punti alla crescita della propria rete organizzata, del coinvolgimento dei cittadini e del peso politico delle azioni civiche che si fanno politica. L’Italia ha bisogno che questo progetto politico di cambiamento profondo vada avanti e abbia successo.

Claudio Lombardi

Un passato che non passa e un futuro che non viene: in balia del declino (di Lapo Berti)

Punto 1. Diciamo subito la cosa che più conta. L’Italia non è vittima di una crisi economica venuta dall’esterno, per colpe e responsabilità non sue, come recita una vulgata variamente condivisa e colpevolmente diffusa dal mondo politico. Certo, c’è anche questo e pesa. Ma l’Italia è, prima di tutto, presa nelle spire di un declino che sta progressivamente soffocando la sua vita economica. Non è un processo iniziato ieri e nemmeno l’altro ieri.

E’ l’approdo sciagurato di una trasformazione del paese che non c’è stata, a causa di un sistema politico incapace di esprimere una visione strategica e di un ceto politico incapace di riformarlo. Quella metamorfosi possibile e necessaria, che il nostro paese aspetta da almeno un trentennio, è stata sostituita da una degenerazione progressiva della vita pubblica, colonizzata e asservita da poteri privati che si sono fatti sempre più arroganti e predatori, assecondati da un ceto politico sempre più succube, corrotto, e disponibile ad anteporre l’obiettivo della propria sopravvivenza a qualunque accezione del bene pubblico.

Punto 2. Il declino dell’Italia, a partire dal suo sistema economico viene da lontano. Inizia con la fine del modello di economia mista cui si devono gli anni del miracolo economico. Quel modello aveva le sue radici nel corporativismo fascista che si era tradotto in un poderoso apparato economico pubblico guidato da una tecnocrazia abile ed efficiente. Passata la guerra quel modello fu mantenuto, si sviluppò con la grande espansione delle partecipazioni statali e delle banche pubbliche e riuscì a realizzare, negli anni ’50 e ’60, la ricostruzione del Paese.

Negli anni ’70 finì quella fase; il sistema politico non ebbe evoluzione perché congelato dal contesto della guerra fredda con le stesse forze politiche “condannate” a governare per tenere lontani i comunisti dal potere e si crearono le condizioni perché la stagnazione del sistema cominciasse a produrre i germi della corruzione che avrebbero impedito all’Italia di diventare un paese normale.

All’inizio degli anni ’90 Tangentopoli non fu la prima, ma l’ultima manifestazione della degenerazione del modello di economia mista incentrato sul sistema delle banche e delle grandi imprese pubbliche. A capo di quel sistema si affermò un ceto politico che trovò nella capacità di sfruttarne tutte le opportunità (in termini di ricchezza e di potere) il terreno di un’alleanza con una parte del mondo imprenditoriale, con i gruppi dirigenti degli apparati dello Stato e con i vertici delle aziende pubbliche. Questa alleanza è stato finora il nucleo duro del blocco di potere che ha gestito un sistema ormai privo di regole e basato sull’impunità dei gruppi di comando. La componente sociale che si raggruppò intorno al blocco di potere fu costituita da quei gruppi sociali che ricavarono cospicui vantaggi in termini di redistribuzione del reddito (realizzata anche con l’evasione fiscale e con benefici di vario tipo tutti  a carico della spesa pubblica). Questo intreccio definisce la specificità del caso italiano.

Punto 3 . Per questi motivi anche ammesso (e non concesso) che qualche governo tecnico ci porti fuori dalla crisi, il nostro destino resterà inscritto nella traiettoria del declino le cui cause risiedono in primo luogo nell’inadeguatezza del sistema politico, prima ancora che nell’arretratezza del sistema economico.

I “luoghi” di incubazione del declino sono presto individuati: la grande industria pubblica che ha prosperato in regime di monopolio all’ombra delle maggioranze di governo; i servizi pubblici locali, riserva di caccia dei potentati locali; una parte dell’economia privata, abituata a vivere in simbiosi con il potere pubblico; una parte consistente del mondo delle professioni; gran parte della classe politica resasi inamovibile con la manipolazione delle regole del sistema democratico e con l’uso distorto della spesa pubblica.

Punto 4 . Anche le parti più dinamiche e più sane della società e dell’economia italiana, sono state costrette a rinunciare ad esprimere una nuova classe dirigente e a porre le basi di un nuovo sistema-paese. In questo modo si è imboccata la strada della conservazione rinunciando a quei cambiamenti che avrebbero dovuto mettere l’Italia in condizione di affrontare le sfide della globalizzazione. Il vecchio modello di economia che ha funzionato fino agli anni settanta è morto e sepolto, ma il blocco di potere che con esso si è formato e che gli è sopravvissuto tiene ancora in mano le sorti del paese e, soprattutto, impedisce che si formi un nuovo blocco sociale, capace di portare a compimento la modernizzazione della società e dello Stato e il passaggio a un modello di economia che renda sostenibile il capitalismo.

Punto 5 . In questi giorni la politica italiana travolta dagli scandali, delegittimata dall’incapacità e dall’inefficienza, svuotata di ogni capacità d’iniziativa e, soprattutto, dell’energia necessaria a produrre una svolta capace di rigenerarla, sembra quasi in attesa di qualcuno o qualcosa che ne decreti ufficialmente la fine e la esegua. Passaggio non facile, a oggi piuttosto improbabile. E’ tutta qui la drammaticità del momento: un passato che non passa e un futuro che non viene.

La cosa più probabile è anche la meno attraente e, alla lunga, la più dannosa: una deriva senza rotture, ma anche senza prospettive. Il paese continuerà a galleggiare tenuto in vita da tentativi sempre più velleitari di realizzare aggiustamenti di sistema privi di una strategia e faticosamente sorretto dalle energie di quelli che non si arrendono, ma che non hanno ancora il potere di guidare un vero cambiamento.

Punto 6 . L’unica speranza sta in una rigenerazione dal basso, di cui qualche segno si vede: una mobilitazione di energie nuove, di figure sociali non rappresentate, che sappia investire la classe politica attuale e spingerla ai lati della storia per ritrovare un cammino di crescita, civile e culturale prima ancora che economico. Solo una classe dirigente nuova, giovane e dinamica può concepire il cambio di passo e di paradigma che è necessario per sottrarsi alla morsa micidiale di un declino che è ormai inscritto nel destino che noi stessi abbiamo contribuito a determinare e che solo noi possiamo tentare di rovesciare. C’è un bisogno drammatico e urgente di ricambio della classe dirigente che investa tutti i settori, dalla politica alle rappresentanze sociali, agli apparati pubblici, al sistema economico. Ma una nuova classe dirigente non emerge e non si afferma nel vuoto di una crisi. Può solo essere sospinta da una convergenza d’interessi fra tutte le forze che puntano sulla modernizzazione del paese e sul rinnovamento del suo modello economico e sociale. Un evento che all’orizzonte ancora non si vede.

Lapo Berti (una più ampia analisi su www.lib21.org)

Una generazione si costituisce parte civile (di Flora Frate)

La mia generazione, scriveva Giorgio Gaber, ha perso. La nostra no, perché non ci hanno fatto nemmeno tentare. La nostra generazione è negata, nascosta, omessa. Costretta a tacere, relegata in un angolo, soffocata. Negli ultimi quindici anni, la società ha subito stravolgimenti radicali. Ci hanno raccontato la “lieta novella” che più mercato e più flessibilità fossero opportunità di un futuro glorioso. Ci hanno costretto a credere, nostro malgrado, che precarizzare il mondo del lavoro fosse non solo ineluttabile, ma soprattutto un’opportunità che avrebbe prodotto “più lavoro per tutti”, andando a sostituire la rigidità del posto fisso con la dinamicità del mercato. Uno scambio del tutto impari e totalmente al ribasso per una generazione che si vuole negare, nascondere, omettere. Basta scorrere i dati in rete e le storie di precariato saltano agli occhi in tutta la loro prepotenza: agenzie interinali, una paga da fame, turni sempre più massacranti. Nel bel Paese della legge 30 (quella stessa legge che avrebbe dovuto garantire gli ammortizzatori sociali), l’unica traccia narrativa è quella dell’umiliazione e della solitudine sociale. In un Call Center non ci si può fidanzare, pena il licenziamento in tronco. Ci si distrae e si abbassa la produttività.

Eccola la nostra generazione, repressa e costretta a vivere in una dimensione approssimativa tra ricatti e certezze mancate. Una generazione che campa grazie ad un unico ammortizzatore, le nostre famiglie: padri e madri che hanno conosciuto una mobilità sociale inversa alla nostra, di crescita e consolidamento. Noi venti/trentenni abbiamo una mobilità capovolta, verso il basso, tendente all’esclusione e all’emarginazione. E non c’è da sorprendersi se è alta, e continua a crescere sempre più, la nostra disillusione nei confronti dei partiti e delle Istituzioni.

Sentiamo la politica come un corpo estraneo ed invasivo, piuttosto che come uno strumento di indirizzo della collettività. La politica di chi ha sbagliato e rubato, ricade sulla nostra instabile generazione: ci fanno pagare un prezzo altissimo per i loro errori e i loro sprechi.

Ci chiedono di risanare questo Paese sulle nostre spalle, stringendoci sempre più in un limbo di non-esistenza. Sempre più negati, sempre più nascosti, sempre più omessi. E oltre il danno, anche la beffa. Non solo relegati ma anche offesi; bamboccioni e sfigati è il modo in cui la nostra generazione viene rappresentata dai Signori del Governo, di ieri e di oggi. Siamo descritti come “mammoni” da persone che parlano di ciò che non conoscono, che si ergono su santuari di arroganza non avendo alcuna consapevolezza degli argomenti in questione. Perché non si dice, ad esempio, che la trasformazione del sistema universitario ha generato un enorme esamificio incapace di formare la futura classe dirigente di questo paese?! Perché non si dice, ancora, che la laurea triennale è stata una clamorosa truffa generazionale, di migliaia di giovani che prima si sono visti scartati a vantaggio di chi era laureato col Vecchio Ordinamento e poi nuovamente buttati via perché il mercato esigeva laureati con la Magistrale?! Perché ci si dimentica di dire che siamo schiavi all’interno di un meccanismo infinito di tirocini, il cui requisito d’ammissione – paradossalmente – è già di per sé un’alta qualità formativa?! Perché nessuno ricorda che a lasciare questo paese sono menti valide, di studiosi e ricercatori che qui non trovano alcuna prospettiva?! Come mai nessuno denuncia che a soffrire maggiormente del precariato sono le giovani donne, che ai colloqui si sentono chiedere se hanno intenzione di fare famiglia?!

È sempre più forte lo scollamento tra la realtà e ciò che si vuole rappresentare. A cominciare dai partiti, dove la nostra presenza la si vuole sempre più testimoniale e mai intesa come una reale risorsa. Dobbiamo tacere e non contraddire il capobastone di componente, pena l’esclusione totale. Partiti balcanizzati da logiche personalistiche, contro le quali le nuove generazioni si scontrano pesantemente. Il successo del Movimento 5 Stelle ci racconta questo: Grillo a parte, esiste una generazione capace di organizzarsi facendo emergere tutto il proprio malessere.

Ed è esattamente questo che dobbiamo fare, rompere il compromesso del silenzio e della mortificazione. Ai partiti che vorrebbero sublimare la questione all’insegna di un presunto patto generazionale, noi vogliamo rivendicare che negli ultimi quindici anni siamo stati vittime di una pesante truffa generazionale. Il precariato è un vestito tagliato su misura, un’imposizione categoriale che vogliamo rifiutare. Il precariato è stato costruito per svilire il nostro potenziale, per crocifiggerci all’esistente mortificando il nostro futuro. Un futuro che non vogliamo suicidare.  Contro questa truffa la nostra generazione si costituirà parte civile contro lo Stato. Ci presenteremo come parte lesa, come soggetti pesantemente danneggiati da scelte politiche che hanno messo un’ipoteca sui nostri sogni e sul nostro talento. Non vogliamo stare fermi a guardare. E vogliamo che tutto questo parta da Napoli, da quel Sud che si vuole rappresentare come una zavorra, come peso inutile di un’Italia che altrimenti prenderebbe il volo. Da qui, dal nostro Sud, muoveremo la nostra denuncia. Presenteremo un regolare esposto contro lo Stato, un gesto che va ben oltre il simbolico.

Siamo stanchi di essere negati, nascosti, omessi. Siamo vittime di una truffa e in quanto tale ci costituiremo parte lesa. La nostra generazione deve osare.

Flora Frate (tratto dal gruppo Facebook “Generazione parte civile”)

La nuova questione sociale che minaccia il futuro

Tre domande a Lapo Berti economista e animatore del sito www.lib21.org sulla nuova questione sociale che lascia milioni di giovani senza lavoro e senza stabilità e che minaccia la stessa convivenza civile

Cosa vuol dire parlare di una questione sociale? Quando e perché comparve questa definizione?

Nella prima metà dell’Ottocento, quando gli effetti sociali della prima ondata d’industrializzazione cominciarono a palesarsi in maniera incontrovertibile, si pose quella che allora fu chiamata la “questione sociale”.

La questione sociale nasceva da uno scandalo, dalla percezione che c’era qualcosa di fondamentalmente sbagliato e, quindi, moralmente inaccettabile in un ordine sociale che, nel momento in cui si era scoperto e realizzato il modo di produrre ricchezza su di una scala mai vista, produceva miseria e sofferenza per un numero crescente di persone tutti riconducibili ad un’unica categoria: i salariati.

Sullo sfondo di questo scandalo, c’era il timore che le classi create dal nuovo ordine industriale, sfuggissero al controllo delle istituzioni e si abbandonassero a reazioni violente nei confronti del sistema che condannava i loro membri alla miseria. In ballo c’era, come sempre c’è, quando si parla di questione sociale, il tema cruciale della coesione.

Fu questa la spinta che dette origine a una serie di interventi che hanno disegnato il panorama sociale in cui ancora viviamo in cui i lavoratori sono diventati il fulcro della democrazia e, soprattutto, il fulcro del sistema economico fondato sui consumi di massa. Lo stato sociale, che è la più grande conquista di civiltà dell’ultimo secolo e mezzo, è il frutto delle lotte e della pressione esercitata da loro (le antiche classi pericolose) ed è, nel contempo, il compromesso che per decenni ha garantito un equilibrio fra l’espansione del sistema capitalistico e la coesione sociale. I salariati, quindi, sono diventati lavoratori e poi, soprattutto, consumatori. Hanno ottenuto il riconoscimento del loro diritto a forme di assicurazione, assistenza e previdenza universali. Questo è il lascito della prima “questione sociale”.

Questo per il passato. Ma oggi come si presenta la nuova questione sociale?

Oggi, nuove forme di vulnerabilità di massa, di precarietà tornano ad affacciarsi sullo scenario sociale. Come quelle antiche, sono il portato di trasformazioni profonde del sistema economico capitalistico, ma hanno tratti diversi, anche se non meno devastanti. Ancora una volta, il fulcro intorno a cui ruota la creazione di condizioni di disagio, di sofferenza, di miseria è il rapporto con il lavoro, con un lavoro che non c’è e crea disoccupazione o, se c’è, è precario, incerto, provvisorio. La precarietà economica si coniuga con l’instabilità sociale, mettendo in questione la coesione della società.

La nuova questione sociale ha i connotati della disoccupazione di massa, nasce dalla precarizzazione delle condizioni di lavoro e dall’inadeguatezza dei sistemi classici di protezione a coprire queste situazioni. E’ plasticamente rappresentata dalla moltiplicazione degli individui condannati a una condizione di precarietà lavorativa, dalla drastica riduzione dello spazio dei diritti inalienabili. Due milioni e mezzo di disoccupati (2.506.000, dati ISTAT marzo 2012), pari a un tasso percentuale del 9,8%, con la disoccupazione giovanile (15-24enni) al 35,9%; più di 2.200.000 giovani fra i 15 e i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione (dati Bankitalia 2010); circa quattro milioni di lavoratori precari, per l’esattezza 3.941.400 (dati CGIA di Mestre, 2011); un numero imprecisato di finte partite IVA (si parla di circa 400.000). nel totale circa 9 milioni di persone, per lo più nelle fasce d’età inferiori, che vivono una situazione di disagio rispetto a prospettive d’inserimento nel mercato del lavoro che non ci sono affatto o promettono solo redditi di sussistenza. Ecco le dimensioni della nuova questione sociale. Non comprendo come fanno tutti coloro che hanno responsabilità politiche in questo paese a non vedere una “questione sociale” di queste dimensioni? Come si fa a non vedere o anche solo a rinviare l’urgenza di affrontare il problema che ne sta alla base e che ci dice di una società che sta perdendo la capacità di avere e di dare un futuro?

Non sarebbe compito della politica prevedere e prevenire o delineare soluzioni ai problemi che nascono nella società e nell’economia?

Infatti se c’è una cosa che dice, quasi grida, la crisi radicale della politica italiana e di partiti diventati comitati di affari, questa è l’incapacità di cogliere e rappresentare i sintomi e le domande di una nuova questione sociale che qualsiasi occhio non offuscato dall’attaccamento al potere è in grado di vedere con tutta nitidezza. Stupiscono i tentativi patetici dei partiti di esorcizzare l’ingombrante presenza di problemi come la dilatazione estrema delle disuguaglianze, il consolidamento della disoccupazione di quote elevate della popolazione in età lavorativa come dato permanente, la crescente esclusione dei giovani dal mondo del lavoro, la progressiva erosione della sicurezza sociale. La nuova questione sociale è sotto gli occhi di tutti, masse crescenti di cittadini ne avvertono il morso sulla propria pelle, ma i partiti neppure la scorgono. Non si rendono conto che gli eventi e le politiche dell’ultimo trentennio hanno sottoposto la coesione sociale a una tensione che si sta facendo insopportabile e chiede, esige, il passaggio di una metamorfosi di sistema perché la questione sociale sembra che si collochi ai margini della vita sociale, ma in realtà mette in discussione l’insieme della società (il modo di produzione, le istituzioni ecc).

Si può immaginare una via d’uscita a questa situazione? Ovvero: cambiare è possibile?

Sì si può, ma occorre un grande sforzo collettivo per ripensare e ricreare un ordine sociale che consenta a tutti di perseguire il proprio progetto di vita. Non è utopia e non vi sono molte strade percorribili se non quelle che portano a un capitalismo sostenibile. So che a molti lettori questo sembrerà un ossimoro perché per molti “il capitalismo lo si abbatte, non lo si riforma”. Ma so anche che la carica utopica di cui si nutre questa convinzione ha generato in passato due soli esiti: l’inconcludenza parolaia e l’immobilismo di fatto, quando non il sostegno inconsapevole alla conservazione, o la scelta di metodi violenti per imporre un cambiamento che, da sola, la società non è mai stata in grado, o non ha voluto, esprimere e realizzare compiutamente. Ne ho ricavato la convinzione che è socialmente più sano ed economicamente più produttivo pensare ai cambiamenti che è possibile avviare qui e oggi, semplicemente perché rientrano nella sfera di possibilità delle persone che li concepiscono e li condividono. Bisogna uscire dalla prospettiva, tipica del pensiero politico-sociale della prima modernità, figlio della visione escatologica propria del cristianesimo, secondo cui l’azione politica deve essere orientata alla realizzazione del “paradiso in terra”. In realtà l’unica possibilità concreta che abbiamo è di creare le condizioni per una trasformazione di sistema che renda il capitalismo sostenibile rimettendolo su nuove basi.

In primo luogo, impegnarsi a realizzare un utilizzo non predatorio delle risorse, sia fisiche che umane. Non è un impegno facile da far rispettare, perché da sempre esiste un impulso umano, che il capitalismo ha esaltato, ad appropriarsi del maggior numero di risorse possibili per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri, senza tener conto dell’impatto che ciò ha sull’ambiente fisico e su quello sociale. Occorre, dunque, circondare il lavoro e le risorse fisiche di tutele che impegnino l’intera collettività.

In secondo luogo, ci vuole un’infrastruttura istituzionale che impedisca un’accumulazione eccessiva di potere economico in mani private e che, comunque, impedisca al potere economico di condizionare, sotto qualsiasi forma e attraverso qualsiasi mezzo, il potere legislativo e quello giudiziario. In altre parole, il potere economico privato va costituzionalizzato, per sottoporlo a limiti e assicurarne la separazione rispetto agli altri poteri. L’inevitabile corollario è un drastico abbattimento della disuguaglianza economica, premessa necessaria di un nuovo welfare.

In terzo luogo, ed è forse la cosa più difficile, occorre fare in modo che il capitalismo dei flussi che percorrono il globo s’incroci con il capitalismo a base territoriale. In altre parole, bisogna provare ad addomesticare la globalizzazione. Bisogna costringere il capitalismo globalizzato a venire a patto con le esigenze dei territori.

Tre punti che implicano un rinnovato ruolo dello stato come promotore di un nuovo patto sociale. E qui c’imbattiamo in un’ulteriore difficoltà che si tratta di superare. La questione sociale che abbiamo di fronte è certamente il prodotto di dinamiche capitalistiche non controllate, ma se questo controllo non c’è stato o è stato inadeguato la responsabilità è anche di un sistema della rappresentanza democratica che da tempo ha cessato di funzionare nell’interesse dei cittadini e si è allontanato dalla loro volontà e dalle loro aspettative. Ma la prospettiva di un capitalismo sostenibile può essere perseguita credibilmente solo sulla base di un sistema della rappresentanza e del governo della cosa pubblica che renda efficace la partecipazione di tutti e, soprattutto, renda possibile il controllo di ciò che viene fatto in nome di un, abusato, bene comune.

In Germania arrivano i pirati e in Italia i “grillini” (di Claudio Lombardi)

Potrebbero arrivare anche in Italia i nuovi pirati? Ovvero un movimento politico “né di destra né di sinistra”, che va oltre i vecchi partiti, piace finalmente ai giovani, è liberale ma non liberista, pratica la democrazia diretta tramite la rete e supera d’un balzo le stucchevoli chiacchiere sulla “riforma della politica” fatta dai partiti che l’hanno distrutta. Era questa fino a poco tempo fa la domanda che ci si faceva. Oggi è cambiata e ci si chiede se il Movimento 5 Stelle sia il Piratenpartei versione italiana. La domanda non è oziosa: in Germania il partito dei pirati ha preso un bel po’ di voti ogni volta che si è presentato alle elezioni e in Italia la stessa cosa è accaduta con le liste del Movimento 5 stelle alle ultime amministrative.

Vediamo di aiutarci a capire di che si tratta prendendo anche spunto da un articolo pubblicato su ”Internazionale” del 6 aprile scorso a firma di Michael Braun.

“Un partito apparentemente venuto dal nulla sta per cambiare completamente lo scenario politico tedesco” e riapre i giochi degli equilibri politici che sembravano chiusi in vista delle elezioni politiche del 2013: perdente la coalizione di Angela Merkel, vincenti i socialdemocratici e i verdi.

“Con una strabiliante affermazione alle elezioni per il parlamento regionale di Berlino – dove nel settembre 2011 hanno preso un sensazionale 8,9 per cento – sono apparsi sulla scena i Piraten, il partito dei pirati”. “Alle elezioni nel Land della Saar – quanto di più provinciale si possa immaginare – due settimane fa i Piraten hanno ottenuto un lusinghiero 7,4 percento, assicurandosi quattro seggi. E, con grande sconforto dei “vecchi” partiti, tutti i sondaggi ora prevedono a questi Pirati della politica un risultato fra il 9 e il 12 per cento alle prossime elezioni politiche.”

Questa la fotografia della novità che irrompe sulla scena tedesca. Ma ci sono somiglianze col fenomeno italiano del Movimento 5 stelle?

Braun afferma che “alcune analogie sono più che evidenti. Entrambe le forze si dichiarano “né di destra né di sinistra”, usano il web come piattaforma principale di comunicazione politica e hanno costruito la loro ascesa totalmente ignorati dai mezzi d’informazione. E tutt’e due affermano che i cittadini devono riappropriarsi della politica, togliendo spazio ai “vecchi partiti, giudicati autoreferenziali e obsoleti.”

Una correzione va fatta a questo elenco di analogie perché in Italia la fama del M5S deve molto a Beppe Grillo che da anni lavora per la diffusione del movimento e Grillo non è certo uno sconosciuto. Al contrario, la lunga marcia prima del battesimo elettorale, è stata segnata da tante apparizioni pubbliche e da un forte interessamento dei mezzi di comunicazione attirati, più che dai temi e dalle caratteristiche del movimento, dalle provocazioni di Grillo molto spesso una via di mezzo tra spettacoli di satira e comizi.

Ovviamente di questa differenza se n’è accorto anche Braun che sottolinea come il movimento sia nato e sia saldamente controllato dal comico genovese diventato leader politico.

Vediamo con l’aiuto del “Non statuto” del M5S perché si tratta di qualcosa di molto diverso dai partiti e da tutte le forme associative tradizionali.

Art. 1 – natura e sede

Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.

La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

Art. 3 – contrassegno

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

 Non associazione bensì piattaforma e veicolo di confronto di ciò che è contenuto nel blog di Beppe Grillo e poi nome registrato e di proprietà del medesimo Grillo, Beppe per gli aderenti del Movimento. Scrive Braun: “I Piraten, invece, sono al momento del tutto privi di un “lider maximo”: se si chiedesse oggi ai cittadini tedeschi di nominare qualche loro dirigente farebbero spallucce. Si vota, come ai vecchi tempi, un partito, non un capo carismatico. Eppure i Piraten sembrano, molto più dei grillini, un vero partito del ventunesimo secolo.”

Già, ma perché? Intanto si definiscono “partito” e non appare una scelta casuale. La loro nascita risale al 2006, pochi mesi dopo la fondazione dello svedese Piratpartiet (che a sua volta era nato per difendere politicamente il sito di filesharing Piratebay con un implicito riconoscimento, quindi, della funzione della politica e delle sedi istituzionali nelle quali si esprime). All’inizio l’unico tema del partito è stata la libertà – di download, contro la censura e i controlli – su Internet. Quindi un obiettivo deciso collettivamente da chi aderiva.

Un po’ diverso l’approccio del M5S. Vediamo

Art. 4 – oggetto e finalità

Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo…

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

Dunque il M5S viene definito “strumento” “nell’ambito del blog” di quanti potranno sviluppare le campagne promosse da Beppe Grillo. Il comma successivo, coerentemente, precisa che il confronto si svolgerà “al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi” che non avrebbero senso alcuno dato che si tratta di selezionare i migliori interpreti delle campagne decise e promosse dal titolare del nome, cioè Beppe Grillo.

Strano caso di un movimento che nasce e si sviluppa nell’ambito di un blog personale per svilupparne le tematiche. Più che un movimento si direbbe uno strumento di marketing. Inevitabile, quindi, che il forte legame personale fra aderenti e proprietario del marchio si rafforzi quando si presentano le liste alle elezioni. Vediamo come

Art. 7 – procedure di designazione dei candidati alle elezioni

In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.

Non si precisa da chi saranno autorizzati “di volta in volta e per iscritto” gli aderenti che promuoveranno le candidature né chi sceglierà i candidati. Non essendovi organismi direttivi o rappresentativi l’unico che può scegliere e autorizzare è, di conseguenza, il titolare del marchio cioè, ancora una volta, Beppe Grillo.

Torniamo al Piratenpartei. Secondo Braun il problema dei politici tradizionali è che sono abituati ad usare anche i nuovi strumenti della comunicazione come internet in maniera vecchia cioè “top down” dall’alto verso il basso. “I Piraten, invece, predicano il principio del “bottom up”: non a caso si classificano come “Schwarmintelligenz”, come “intelligenza dello sciame”. Tutte le decisioni del partito vengono prese via web, utilizzando software come liquid feedback, ogni iscritto può partecipare al dibattito virtuale e al voto conclusivo.”

Nel Movimento 5 Stelle, in realtà, sembra che questo principio si applichi soltanto in parte e cioè in ambito locale perché c’è il limite costituito dalle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo” che è per definizione uno schema top down nel quale da un vertice giungono indicazioni da sviluppare e attuare. Questo forte elemento di centralizzazione di quella che si potrebbe definire linea politica è del tutto assente, invece, nei pirati che condividono, però, con il 5 Stelle la visione di internet come un nuovo spazio di partecipazione.

Si domanda Braun: “E se il rapporto con internet fosse uno dei veri cantieri della politica futura?” e poi continua: “ È inutile dare degli utopisti ai Piraten. Ai vecchi partiti di massa sarebbe molto più utile interrogarsi se non è venuto anche per loro il tempo di aprire nuovi canali di reale partecipazione per i cittadini. Ed è inutile per loro sperare che i Piraten non avranno nulla da dire sulle altre questioni politiche: infatti già cominciano ad attrezzarsi, con gruppi di lavoro sul web, dedicati a scuola, politica sociale, diritti civili eccetera. Reddito minimo di cittadinanza, libero e gratuito accesso all’educazione, dagli asili nido all’università, sì agli sponsor privati nelle scuole ma no a una loro intromissione nei programmi scolastici, sì a una equiparazione completa fra coppie gay e coppie etero: sono queste le loro prime proposte programmatiche. Caratterizzano il nuovo partito come partito liberale ma non liberista, anzi con una forte vocazione sociale. E lo caratterizzano come partito che non viene dai margini, ma dal cuore della società tedesca.”

Ecco il limite che gli aderenti al Movimento 5 Stelle si troveranno di fronte non appena si troveranno a dover rispondere ai loro elettori sui problemi di governo degli enti locali oggi e, domani, del Paese nella sua interezza. Potranno sviluppare autonomamente e con strumenti democratici i temi politici che decideranno di voler affrontare o dovranno ricevere “per iscritto” l’autorizzazione dal proprietario del marchio nonché promotore delle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica” ?

Una trasformazione in organizzazione democratica è urgente e inevitabile. Gli italiani che li hanno votato e gli stessi “grillini” non possono giocare al Movimento, ora vogliono fare sul serio. E speriamo che Grillo non si metta ad urlare.

Claudio Lombardi

Appello al mondo delle associazioni e del volontariato (di Guido Grossi)

La nostra società civile è di una ricchezza meravigliosa. Le forme di aggregazione sociale che esprime sanno essere belle, generose, serie, competenti. Rappresentano, insieme al mondo della produzione reale e del lavoro, una forza fondamentale a sostegno del tessuto sociale della nazione, per altri versi fragile e lacero.

Nellʼassociazionismo e nel volontariato noi cittadini italiani siamo riusciti a ritagliarci lo spazio per coltivare valori come cultura, solidarietà, giustizia, accoglienza, rispetto e amore per lʼambiente che ci ospita, rispetto e amore per i beni comuni.

Tutti valori, purtroppo, negati dalla prevalente cultura del consumismo, della giustificazione del profitto e del successo a tutti i costi.

Nelle nostre associazioni sappiamo esprimere una competenza tecnica approfondita, in grado di definire e avanzare proposte eccellenti, concrete, capaci di rendere migliore la nostra civile convivenza.

Per scelta legittima, le nostre associazioni hanno sempre preso le distanze dai partiti politici. La realizzazione degli scopi sociali è stata perseguita con il nostro personale lʼimpegno e presentando istanze e richieste alle istituzioni pubbliche, laddove necessario.

Eppure, sempre più spesso, quelle proposte restano inascoltate.

Quale sconsolante contrasto con lo scenario politico: corruzione, malaffare, sprechi, ingiustizie macroscopiche, privilegi intollerabili e tanta, tanta mancanza di buon senso e di buona fede!

La gestione della cosa pubblica è stata mercificata. Ogni iniziativa è vista in funzione esclusiva dei costi e dei vantaggi economici che se ne possono ricavare. Quasi sempre, solo per pochi privilegiati o conniventi. Ogni altro valore è diventato secondario. Il prevalere incondizionato degli interessi privati ed il mito del profitto e della crescita economica hanno distorto i rapporti politici.

E stanno stravolgendo la vita di tutti noi, con una accelerazione inattesa.

Siamo rimasti vittime delle lusinghe del consumismo e della crescita economica, disvalori che i mass media ci hanno inculcato per decenni. Abbiamo coccolato lʼidea di un benessere diffuso… per svegliarci, in questi mesi, in una specie di incubo. Per scoprire che i nostri figli non trovano un lavoro decente, che i nostri amici lo perdono, che lʼItalia rischia il fallimento, che i servizi sociali non possono più essere mantenuti.

La politica non trova soluzioni accettabili. Solo sacrifici scaricati sulle fasce meno rappresentate e meno tutelate.

I mercati finanziari mostrano ora il loro vero volto, e ci minacciano. E li scopriamo più forti, importanti e potenti degli stessi politici che dovrebbero controllarli e contenerli.

Appare sempre più evidente che le scelte della politica sono indirizzate dai creditori esteri e dai mercati finanziari. Cominciamo a vedere, con occhi increduli, che le Istituzioni dellʼUnione Europea non sono quella cosa seria e responsabile che avevamo immaginato, da contrapporre allʼItalia sprecona e corrotta. Non esiste lʼEuropa dei cittadini e dei popoli.

Scopriamo con smarrimento che le Istituzioni di questa Unione – che non conosciamo, non controlliamo, non sappiamo come funziona – antepongono gli interessi della finanza internazionale a quelli dei cittadini europei. E per tutelare quegli interessi, Governo dei tecnici e partiti politici nel Parlamento, indirizzati dalla Banca Centrale Europea e dallʼUnione Europea, sono disposti a sacrificare i più deboli, a imporre sacrifici tanto ingiusti quanto insensati a chi, onestamente, non può più sopportarli.

Chiunque abbia un minimo di buon senso e di onestà intellettuale vede che la crisi economica che stiamo vivendo nasce dagli eccessi della finanza. Continuiamo a scontare nellʼeconomia reale – e nella vita di tutti i giorni – le follie perpetrate dalla speculazione internazionale; lʼassurdità delle bolle speculative mai contrastate dalle banche centrali e dalle istituzioni che paghiamo per controllarli; le distorsioni di un sistema bancario che non presta soldi alle imprese ed alle famiglie, per favorire, invece, la speculazione più cinica, si elargisce privilegi ingiusti e non paga mai per i propri errori.

Eʼ una crisi di valori, una crisi sociale di proporzioni devastanti, che sta stravolgendo, in pochi mesi, la fiducia nel nostro futuro.

Come altro giudicare il fatto che si ritenga accettabile che mille miliardi di euro (cifra inconcepibile!) possano essere concessi ad un sistema bancario privato i cui problemi affondano le radici proprio nel predominio e negli errori della finanza? Nessuno dei responsabili è chiamato a pagare per quegli errori, mentre i governi scelgono di scaricare il costo del salvataggio sulla cittadinanza, imponendo sacrifici di lacrime e sangue alle popolazioni già duramente provate dalla crisi.

Non è forse evidente che la scelta è politica, e non tecnica?

Quei mille miliardi di euro potrebbero essere utilizzati per creare milioni di veri posti di lavoro, per realizzare i bisogni della popolazione, per finanziare le innumerevoli iniziative che le nostre associazioni propongono, ma non trovano riscontro né ascolto.

La politica oggi sceglie, colpevolmente, di privilegiare alcuni interessi, e non altri!

Eʼ vero, come cittadini abbiamo la colpa di aver smesso di interessarci in prima persona della gestione della cosa pubblica, abbiamo abdicato al dovere di capire, di giudicare. Ci siamo affidati, convinti che la complessità del mondo moderno fosse al di fuori della nostra possibilità di comprensione e governo. Ci siamo spersi nella vastità della polis globale.

Ma non avremmo mai creduto possibile che al profitto ed ai mercati sarebbero stati sacrificati valori irrinunciabili come la dignità della vita umana, la centralità del lavoro, la sostenibilità sociale ed ambientale.

La disperazione degli imprenditori che si suicidano, dei giovani che non trovano un lavoro decente e non hanno un futuro, di donne ed uomini licenziati prima di poter maturare una pensione, la convinzione, sempre più evidente, che tasse e licenziamenti non potranno farci stare meglio, ma servono solo per favorire gli interessi di pochi ricchi, cinici, speculatori.

Tutto questo è inaccettabile.

Chi ci rappresenta e governa non è più in grado di rispondere ai più elementari principi dellʼetica politica. Ignora quei valori di giustizia e solidarietà che ci spingono a regalare il nostro tempo e le nostre energie alle aggregazioni della società civile.

Eʼ venuto allora il momento anche per il mondo delle associazioni e del volontariato di domandarsi se la scelta di mantenere le distanze dai partiti e dalla politica sia ancora corretta. Chiediamoci, senza pregiudizi, se la scelta sia compatibile con la distanza abissale che continua a crescere in maniera preoccupante fra cittadini e classe politica dirigente, fra le richieste sane di chi si dà da fare in prima persona per un mondo più umano, e chi, per egoismo e meschino interesse economico, quel legittimo desiderio di umanità nega a tutti noi.

Eʼ tempo di reagire. Le scelte politiche che ci impongono i mercati, e che la classe politica adotta acriticamente pur di mantenere i propri privilegi, sono tanto ingiuste quanto pericolose. Ci portano alla rovina. Ci stanno condannando ad una recessione profonda.

Cʼè un enorme bisogno di buon senso. Un enorme ed urgente bisogno di rimettere la persona umana, con il suo bisogno insopprimibile di socialità e solidarietà, al centro dei nostri pensieri.

Le energie sane che utilizziamo per custodire quei valori nel mondo delle nostre associazioni, possono essere una risposta vincente per ristabilire un equilibrio più umano nella nostra società.

Dobbiamo domandarci se la distanza mantenuta nei confronti della classe politica sia ancora una legittima difesa.. O un errore, una omissione, una colpevole mancanza di coraggio nel vedere come stiano realmente le cose.

Eʼ tempo di aprire bene gli occhi.

Gli eccessi della finanza hanno creato nei decenni passati, fra una bolla speculativa ed unʼaltra, una ricchezza di carta di proporzioni immani. Ricchezza di carta che ha perso ogni ragionevole contatto con la vera produzione di beni reali e di servizi utili ai cittadini. Si è concentrata nelle mani di pochi, ed in quei pochi ha concentrato un potere di condizionamento enorme, capace di asservire ai propri obiettivi le scelte della politica ma anche dellʼinformazione, della ricerca, della giustizia, delle autorità di controllo, delle istituzioni sopra nazionali.

Non è sostenibile, quella ricchezza di carta. Eʼ destinata a sgonfiarsi. Ma prima che ciò avvenga, il potere di pochi farà di tutto per non disperdere quel patrimonio. Eʼ disposto, cinicamente, a mandare in rovina intere popolazioni, a causare recessione e povertà.

Perché in quelle condizioni di disperazione di molti, potrà trasformare, a condizioni per se vantaggiose, la ricchezza di carta in beni reali, acquistando a prezzi di saldo aziende, case, terreni, immobili, patrimonio pubblico e privato messo in svendita per sopravvivere.

Così sta accadendo in Grecia – nel silenzio colpevole dellʼinformazione ufficiale. Così accadrà presto in Spagna, in Portogallo, nella nostra Italia. Se non corriamo ai ripari.

Abbiamo, tutti, la responsabilità di capire, di interrogarci, di darci risposte. Senza veli e senza pregiudizi. Abbiamo tutti noi, come singoli e come associazioni, il dovere, etico, politico, umano, di impegnarci in prima persona.

I partiti tradizionali hanno perso la forza di rigenerarsi, perché i privilegi che la classe dirigente si è ritagliata la rendono connivente con le scelte scellerate della finanza; invischiata con un mondo degli affari in maniera che la rende inadeguata – non interessata – a rispondere ai bisogni della cittadinanza.

Come società civile, allora, abbiamo il dovere civico di mobilitarci. Come mondo delle associazioni e del volontariato dobbiamo trovare il coraggio di compiere quel passo che solo pochi mesi fa sembrava impensabile: dobbiamo farci movimento politico, nuovo interprete dei bisogni che sono i bisogni primari, insopprimibili, irrinunciabili, stampati nella mente e nel cuore di ognuno di noi, cittadini volontari ed associati.

Già da mesi sono nate nel paese forme nuove di movimenti, liste elettorali, soggetti politici che interpretano questa esigenza di rispondere ai bisogni più elementari di giustizia e solidarietà ignorati dalla politica ufficiale.

Nelle ultime settimane queste realtà si cercano, si confrontano, sono in cammino per realizzare il desiderio comune di aggregarsi, per dare consistenza a quello che sembrava irrealizzabile solo poco tempo fa.

Una alternativa è possibile. Non cʼè il tempo per creare una nuovo soggetto politico. Ma sicuramente è possibile arrivare ad una lista elettorale comune, in grado di aggregare le migliori realtà e dare spazio alle migliori iniziative che la società civile sa esprimere.

Esiste il pericolo, reale, che vecchia politica e nuovi avventurieri cerchino di infiltrarsi, di strumentalizzare la buona fede e la buona volontà di tutti, cavalcando lʼantipolitica con intenti destabilizzanti e di deriva democratica. Ne siamo consapevoli, e terremo gli occhi aperti. Per questo motivo chi ha iniziato il cammino, ha deciso di porre alcuni paletti, a tutela e garanzia di tutti noi.

Sarà adottato allʼinterno del movimento il metodo decisionale basato sulla democrazia diretta e partecipata. Sarà esclusa la possibilità di alleanze elettorali con partiti tradizionali.

Saranno studiate modalità di controllo sullʼoperato dei candidati.

Il movimento Per Una Lista Civica Nazionale, insieme ad altre realtà similari, stanno organizzando un incontro nazionale per fine maggio, per dare inizio a questo cammino.

Qui cʼè il testo dellʼinvito:

http://www.perunalistacivicanazionale.it/groups/evento-nazionale-maggio-2012/docs/bozza-di-lettera-prodotta-durante-la-riunione-skype-del-28-mar-2012-per-invitareacopromuovere-levento-nazionale-di-maggio-2012

Aderisci allʼiniziativa: http://www.perunalistacivicanazionale.it/adesione-al-progetto/

Contattaci, e conferma che la tua associazione ha scelto di impegnarsi in prima persona, partecipando allʼincontro nazionale, sostenendo i futuri impegni del movimento, perché ne condivide gli intenti.

Scegliamo, noi tutti, di rendere possibile quel cambiamento di cui abbiamo un grande bisogno: dipende solo dalla nostra volontà. Ci meritiamo un mondo migliore, costruiamolo insieme!

La polis è nostra. Se la politica attuale non interpreta, non riconosce e non risponde ai nostri bisogni primari, dobbiamo avvertire nel momento del bisogno la responsabilità di ripensare il nostro rapporto con la politica, anche attraverso un nostro impegno diretto, come singoli e come associazioni.

Non è breve il cammino, né sarà privo di ostacoli e difficoltà. Ma dal mondo delle associazioni vogliamo prendere in prestito ed adottare un motto, che ci serva da stimolo ad andare avanti, con fiducia: “Fra il dire e il fare cʼè di mezzo… Il cominciare”.

Con coraggio, forza di volontà, fiducia in noi stessi, nel valore e nel potere della società civile, tutti insieme: cominciamo!

Guido Grossi

Aderente al progetto Per Una Lista Civica Nazionale
Coordinatore dellʼassemblea di Cittadinanzattiva di Spoleto
Membro dellʼAssociazione Articolo 53
Membro dellʼassociazione ARDeP
Membro della Croce Rossa Italiana, gruppo donatori sangue di Spoleto

Partecipazione civile e protesta (di Alfonso Annunziata)

Chi credeva di aver già visto di tutto nel governo di questo Paese, si prepari in questo scorcio di legislatura a godersi la chiusura della Seconda Repubblica in una apoteosi di fuochi d’artificio , fra sotterfugi, scandali, fughe in avanti e arroccamenti di ogni tipo.

Un modesto assaggio ce lo stanno fornendo questi giorni, con le danze sudamericane di riforme sbilenche, le cadenze rockeggianti di scandali inusitati, e persino l’eco cupo da marcia funebre di una modifica costituzionale approvata nella distrazione dei media in una aula silente e semiunanime.

Sono queste le colonne sonore che rischiano di propiziare tentazioni da partito unico, da grosse koalition, da inciuci indicibili ai danni dei soliti noti, se non rinvii elettorali e altri pasticci ancora peggiori ai danni delle tracce di democrazia che ancora avanza.

E il dubbio che resta al cittadino qualsiasi è che dunque antipolitica non sia il suo proprio sentimento di nausea – ché anzi ancora in lui la voglia di sopportare sacrifici, di comprendere difficoltà del sistema e persino degli amministratori ci sarebbe – ma che vi sia  un’antipolitica reale, un virus che ha assalito la classe politica tutta, una potentissima e irresistibile cupio dissolvi che spinge questi signori a sbagliare ogni mossa, a dichiarare in ogni sede in maniera inoppugnabile e claris litteris il loro disinteresse e disprezzo per gli elettori.

Una simile classe politica sembra dunque unicamente preoccupata di aumentare il distacco, e l’immunità, dalla rabbia crescente del cittadino, cui sottrae il potere di nomina degli eletti, di scelta delle coalizioni, del premier. E potrebbe in ultimo sottrarre anche il controllo democratico, con l’eliminazione di una opposizione parlamentare significativa, o con il rinvio sine die della consultazione, magari per il rincrudirsi dell’emergenza economica, per il terrorismo, per l’intensificarsi degli attacchi dei fantasmi, dei dinosauri o di zorro e mazinga coalizzati.

Il problema per la Società Civile, in conseguenza, è come minimo e in prima battuta quello di individuare forme di protesta che siano al tempo stesso incisive sull’esecutivo e i potentati che ne influenzano le scelte e possano fare anche contare ragionevolmente meno sugli strumenti tradizionali che potrebbero risultare da un momento all’altro vistosamente limitati dall’aria che tira: lo strumento elettorale/referendario, il diritto di sciopero e quello di riunione pubblica e manifestazione.  Strumenti in genere invisi a un governo reazionario che possono facilmente essere limitati dall’emergenza. In prima battuta, dico, perché l’obbiettivo democratico ultimo deve essere quello di riappropriarsi dei Partiti e del Paese.

Restando all’obbiettivo della protesta: nessun governo capitalista, limiterà certo il Mercato, dunque è sul Mercato che una protesta incisiva e non violenta può colpire. Faccio degli esempi banali, alcuni noti e applicati, ma se ne possono promuovere a iosa, piegando lobbies e governo senza muovere una sola manifestazione o un’ora di astensione dal lavoro, e senza dover passare per elezioni:

–          Caso Equitalia: il governo utilizza un sistema medievale di riscossione delle imposte tramite una società con poteri paracostituzionali collegata tramite vertice all’agenzia delle entrate. Si può ottenere una riforma del sistema in senso più europeo, organizzando e capillarizzando uno sciopero del lotto. Propagandare in ogni dove il blocco del gioco del lotto e dei giochi d’azzardo tramite i quali lo Stato realizza una riscossione complementare, fino alla riforma del sistema di riscossione, ad esempio consentendo migliori sistemi di rateazione per i più poveri e la deducibilità dei crediti di imposta per le imprese.

–          Carburanti: noto anche questo, basta prendere di mira i tre maggiori marchi, dico per dire: Shell, Exxon, Total, o quelli che saranno. E iniziare a evitarne i distributori, non per un singolo giorno, ma per sempre, fino a che il singolo gestore, o il marchio non decide una riduzione del 4% del prezzo alla pompa. La caduta del cartello di riferimento produce in ogni zona quello delle altre marche. Se sono impossibilitati i petrolieri, costringeranno il governo a limare le accise…

–          Stretta sul lavoro e delocalizzazione: lo si è già visto con l’esperimento OMSA. Gli amministratori delegati non sono che dipendenti pagati sull’incremento di fatturato. Basta una decisa stretta al concessionario sulla pessima FIAT di oggigiorno per dare l’estremo colpo al traballante Marchionne e alle sue sballate teorie delocazioniste agli occhi della famiglia Elkann. E sbattuto fuori lui saranno fuori anche i suoi seguaci.

Si potrebbe continuare con le banche, la finanza, la borsa… basta riapplicare lo schema… e l’intero inferno dei problemi può essere cancellato da una stretta di spread. Coraggio, e fantasia

Alfonso Annunziata

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