Politica e antipolitica (di Elio Rosati)

I sondaggi stanno scuotendo l’anima dei partiti.

Secondo i sondaggi sembra che il movimento di Beppe Grillo sia il terzo partito. Sembra anche da altri sondaggi che il PD e il PDL siano sotto il 20% dei voti. Un crollo. Ed ecco che il segretario del PD (per carità deve fare così) attacca l’antipolitica, la demagogia e il rischio che vive la democrazia e invita tutti i partiti a raccolta.

Le opposizioni – Lega, IDV, Vendola e rimasugli della sinistra e della destra – fanno campagna elettorale per l’anno prossimo in modo da potersi presentare agli elettori come quelli che si sono opposti. A cosa poi bisogna capirlo e andrebbe chiarito meglio. Perché la Lega è responsabile del fallimento di questi ultimi 20 anni, perché l’IDV dice no per non perdere elettori proprio verso il movimento di Beppe Grillo, perché Vendola, pur apprezzabile nel suo percorso politico, anche lui rappresenta un modo personale di fare politica.

Ma il ragionamento di oggi è puntato sull’uscita del segretario del PD, che poi fa il paio e il tris con altre uscite di Casini e di Alfano.

Il ragionamento è, più o meno, il seguente. Attenti a non delegittimare i partiti (noi) altrimenti chissà che rischi si corrono. Tradotto: senza di noi non si può fare nulla.

Premesso che non mi piacciono le posizioni di Grillo, di Vendola e di Di Pietro, trovo però abbastanza risibile il fatto che i problemi sollevati da tali schieramenti non siano presi seriamente. Anche se chi li solleva lo fa solo come strumento tattico al fine di conquistare posizioni dalle quali continuare a fare opposizione perché, poi, quando si tratta di governare molto cambia dato che allora si tratta di decidere e di realizzare il che è sempre molto difficile.

Ma la cosa che trovo ancora più paradossale è che dovremmo come cittadini continuare a dare fiducia ai partiti, a questi partiti. Il nostro sistema partitico è in crisi da almeno 30 anni. E’ passato attraverso tangentopoli, il berlusconismo e il partito personale, oggi siamo al governo tecnico (che compie scelte politiche ovviamente) che si è reso necessario per il fallimento dei partiti al governo e per l’assenza di una credibile alternativa fra quelli di opposizione.

Però si chiede a noi cittadini di avere pazienza e fiducia che saranno sempre gli stessi partiti a trovare le soluzioni a tutti i  problemi. Infatti nemmeno di fronte allo scandalo del finanziamento dei partiti questi partiti riescono ad agire con rapidità e serietà. E dire che avrebbero il consenso della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica.

Per dare fiducia ci vorrebbe che qualche volta fossero i partiti (o, almeno, alcuni partiti) a scoprire i problemi prima che si manifestino con scandali o inchieste giudiziarie. Ma questo sarebbe possibile solo se si abbandonasse un punto di vista autoreferenziale cioè se si uscisse dai circoli di persone che gestiscono istituzioni, enti o apparati di partito e si guardasse ai cittadini comuni e alla grande fame di chiarezza, di trasparenza e di onestà che sta crescendo nella società civile.

Solo così si scoprirebbe che i cittadini possono essere la grande risorsa dell’Italia e la struttura portante della democrazia. Ecco su questo varrebbe la pena di investirci risorse e intelligenze.

Elio Rosati

O nuova democrazia o videocrazia ? (di Claudio Lombardi)

“Vorrei usare questa espressione: Governo di impegno nazionale. Governo di impegno nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il senso dello Stato, è la forza delle istituzioni che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso fin dal primo momento il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un’asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica. Al contrario, spero che il mio Governo ed io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire in modo rispettoso e con umiltà a riconciliare maggiormente – permettetemi di usare questa espressione – i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.”

Con queste frasi Mario Monti nel suo discorso programmatico al Senato ha delineato l’epitaffio del berlusconismo come degenerazione dei “vizi “ del sistema Italia e ha indicato in che misura la crisi della politica abbia minato la sua capacità di prendere la guida del Paese in un momento di emergenza. Quasi scusandosi ha, in realtà, asserito che proprio il governo in cui non ci sono esponenti di partito si assume il compito di riconciliare i cittadini con le istituzioni e con la politica.

Da qui deve partire una riflessione seria perché è un caso isolato nel contesto occidentale (Grecia esclusa) che i partiti divengano un ostacolo al governo dello Stato.

Se guardiamo al passato troviamo altri momenti nei quali soltanto mettendo da parte i partiti (o la guida del governo oppure tutti i suoi membri) si è riusciti a superare momenti drammatici nella vita della nazione. E ogni volta che si presentano periodi difficili nei quali i partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione faticano a trovare una via d’uscita si invoca o si minaccia un governo tecnico.

Piuttosto strano visto che la Costituzione sembra prevedere che solo i partiti siano il canale attraverso il quale i cittadini possano partecipare alla vita politica (art. 49 “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”). D’altra parte sono i partiti che si presentano alle elezioni, fanno eleggere i propri rappresentanti nel Parlamento, danno vita alle maggioranze che esprimono i governi e che, naturalmente, ne indicano la composizione (anche se non vi è alcuna norma costituzionale che stabilisca questo vincolo). Per questo sono possibili i cosiddetti governi tecnici che, in realtà, sono governi non nati dai partiti che trovano la loro maggioranza in Parlamento. Maggioranza politica ovviamente.

Nell’ultimo anno abbiamo avuto altri casi di emarginazione dei partiti dall’iniziativa politica che ha determinato grandi novità nel Paese.

I tre referendum sui servizi pubblici locali (acqua innanzitutto), sul legittimo impedimento e sul nucleare sono stati promossi con la partecipazione di un solo partito presente in Parlamento e con la partecipazione assolutamente non preminente di altri che ne stanno fuori. Le elezioni dei sindaci a Milano e Napoli si è svolta sotto la pressione di movimenti e comitati che hanno, di fatto, imposto i loro candidati. Il milione e duecentomila firme sul referendum elettorale che cambierà l’equilibrio politico in Italia si è svolta quasi tutta ad opera di organizzazioni della società civile.

Che sta succedendo alla politica e ai partiti?

Sembra chiaro che la politica si sta trasformando con il massiccio ingresso della società civile non solo con le organizzazioni, ma anche con la partecipazione di milioni di singoli cittadini che, attraverso i social network, influenzano l’opinione pubblica in maniera inimmaginabile anche solo 5 anni fa.

Anche da parte delle organizzazioni della società civile inoltre c’è una focalizzazione su obiettivi, temi e campagne che non c’era nel passato. Sembra quasi che abbiano deciso di non aspettare più l’iniziativa dei partiti e di fare da sole. Chi c’è c’è, gli altri li cercheremo strada facendo, questa sembra la loro filosofia.

Fin qui si potrebbero tradurre questi fenomeni in una lentezza dei partiti tradizionali sostituita dalla velocità di altri soggetti. C’è, invece, dell’altro. Per esempio, la Comunità di Sant’Egidio il cui fondatore oggi siede nel governo fa politica oppure no? A me sembra di sì. Qualcuno potrebbe dire: ma chi li ha eletti? Facile la risposta: si sono eletti da soli con le opere che hanno compiuto e con il seguito che hanno acquisito.

Quanti altri casi Sant’Egidio ci sono in Italia? Probabilmente tanti, impegnati in settori diversi e che da tempo hanno rinunciato a lavorare in silenzio e, sempre più spesso, decidono di comunicare direttamente il loro pensiero sulle scelte migliori nel campo di cui si occupano. Per esempio il Centro Astalli, emanazione dell’Ordine dei Gesuiti, lavora per accogliere ed assistere i rifugiati politici e si fa sentire con comunicati e conferenze stampa sulle scelte politiche dei governi relative all’immigrazione. È una novità che nel passato non c’era. Perché?

Citiamo un altro caso: Cittadinanzattiva. Da molti anni è impegnata nel campo delle politiche pubbliche (sanità, scuola, servizi pubblici, Europa e giustizia), dispone di una presenza territoriale articolata per reti e si esprime con campagne su singoli temi e, soprattutto, con la pratica della valutazione civica che non è altro che un monitoraggio sistematico sulle politiche ministeriali, regionali e locali viste attraverso i loro effetti sui servizi resi ai cittadini.

Fa politica Cittadinanzattiva? Sì, ovvio, ma non presenta liste e non fa eleggere nessun suo rappresentante.

Parliamo delle associazioni ambientaliste (quelle che non hanno dato vita a partiti) e dei consumatori? Vale lo stesso discorso: fanno politica. Non cito tutti gli altri casi, ma sono veramente tanti. Cosa li accomuna tutti? Il fatto che abbiano bisogno di un mediatore per arrivare ad incidere sulle scelte delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche. Il mediatore è il partito. Così come lo è per le categorie sociali organizzate, per i gruppi economici, per i sindacati. Il partito mediatore e interprete.

Sarebbe uno schema semplice se non presentasse diversi inconvenienti. Innanzitutto l’orientamento alla conquista del potere che ogni partito si trova nel suo DNA e che lo condiziona moltissimo. Poi un partito agisce, di solito, attraverso le sue rappresentanze istituzionali e non agisce direttamente sui temi che nascono dalla società e che gli vengono proposti dalla società civile. inoltre le scadenze di un partito sono quelle delle campagne elettorali il che comporta un orizzonte temporale molto breve. Infine, nessuno può sbloccare una situazione bloccata nelle istituzioni di vertice dello Stato perché sono le depositarie della sovranità e se uno o più partiti s’impuntano le istituzioni restano bloccate. Il caso del governo Berlusconi è emblematico tanto è vero che la successione delle dimissioni originate dalla perdita della maggioranza alla Camera e della nomina di Monti (che, comunque, adesso ha ricevuto la fiducia della maggioranza del Parlamento), ha fatto gridare alla sospensione della democrazia e addirittura al golpe del Presidente della Repubblica.

Bastano questi punti per porsi una domanda: se i partiti possono diventare un ostacolo per la democrazia e per la politica con cosa li sostituiamo? La risposta è difficile, ma, comunque, non si tratta di sostituzione bensì di integrazione e di meccanismi che vadano oltre la mera nomina attraverso elezioni. Si tratta anche di meccanismi che favoriscano l’emarginazione dei partiti macchine di potere ovvero di quei partiti che puntino tutto sul loro ruolo di mediatori strapagati fra società ed istituzioni. Attraverso la trasformazione della politica in funzione sociale diffusa si potrà favorire questo processo insieme alla strutturazione della partecipazione che leghi la presenza del singolo cittadino al funzionamento di uno o più servizi sottratti al controllo diretto della politica o del mercato. E non solo di questo si tratta ovviamente perché la partecipazione deve condizionare la politica fino al governo nazionale con meccanismi strutturali.

Non è questa la sede per cercare tutte le risposte, ma solo per segnalare un tema da sviluppare. Ciò che conta è che si diffonda prima la cultura della partecipazione alla politica che prepari il terreno ai successivi cambiamenti istituzionali.

Questo evidentemente è compito di chi opera già oggi nella società civile, dei partiti più sensibili e di quanti si dedicano per professione o vocazione all’elaborazione del pensiero politico. Importante è essere consapevoli che siamo giunti al limite delle possibilità di questo assetto delle democrazie occidentali e che un passo avanti si farà se ci saranno i soggetti convinti di farlo. Altrimenti si andrà indietro, magari verso quella videocrazia che abbiamo sperimentato solo in parte in Italia negli ultimi venti anni.

Claudio Lombardi

Uscire dalla crisi con un nuovo governo e nuovi cittadini (di Claudio Lombardi)

Di epitaffi per il peggior governo dell’Italia repubblicana (peggiore per chi lo ha guidato, per i suoi esponenti, per la sua politica, per come ha gestito un potere quasi assoluto) se ne scriveranno tanti. Senza ricorrere a toni urlati e alla retorica si può dire che l’era Berlusconi lascia in eredità agli italiani un Paese che ha ampliato i suoi squilibri sociali e ha sprecato capitale umano; che ha vissuto le liberalizzazioni solo come l’arbitrio dei potenti e degli affaristi; che non ha costruito un sistema di welfare capace di sostenere la parte più sana degli italiani, quelli che vogliono lavorare qualunque sia la loro età; che, in particolare per i giovani, ha lasciato che si affermasse un sistema arrogante e intimidatorio nel mondo del lavoro mortificando le capacità e annullando le competenze conquistate in anni di studio; che ha lasciato distruggere il territorio sia dalla speculazione edilizia che dall’incuria facendo pagare un prezzo impressionante a milioni di italiani; che ha piegato lo Stato ad interessi di parte lasciando che dilagassero corruzione e incompetenza che si sono imposte agli onesti e ai capaci.

Molto altro si potrebbe aggiungere, ma non serve perché i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le due notizie che occupano le prime pagine in questi giorni bastano a certificare un fallimento della classe dirigente e del sistema Italia così come è stato forgiato nel corso degli anni.

Il tracollo dell’Italia nei mercati finanziari risponde ad una paurosa mancanza di credibilità della sua classe di governo. Il disastro di Genova e delle alluvioni che l’hanno preceduto certifica che l’Italia è priva di classi dirigenti capaci di governare e che i cittadini non sono in grado di farsi ascoltare e non sono i soggetti centrali dello Stato. Se non fosse così la prevenzione sarebbe stata fatta anche a costo di togliere soldi ad opere di facciata o a grandi eventi di dubbia utilità. Se ciò non è accaduto e si è lasciata degenerare la situazione del territorio le responsabilità sono molto ampie e non limitate ad un sindaco, ad un presidente di regione e nemmeno ad un ministro del tesoro. Ci sarebbe da chiedere a caratteri cubitali, oggi come in tutte le altre occasioni di disastri naturali cui ci si poteva preparare meglio, DOVE ERAVATE TUTTI ? la domanda, purtroppo, va rivolta anche ai cittadini e alle loro espressioni organizzate troppo spesso emarginate dalle decisioni politiche, ma anche poco attente e poco attenti a sentirsi parte dello Stato e investiti di una responsabilità politica “naturale”. Migliaia di occhi hanno visto e migliaia di menti hanno compreso, ma il messaggio non è arrivato a chi ha il potere di decidere e di agire. Ricordiamocene per l’avvenire.

Ora che anche il Presidente della Repubblica ha parlato con una chiarezza inequivocabile (dimissioni certe di Berlusconi e poi o governo che riscuote la fiducia o nuove elezioni) occorre tentare di dare il proprio contributo alla definizione di un programma minimo per fronteggiare l’emergenza. Facciamo, però, chiarezza perché di provvedimenti di emergenza ne abbiamo conosciuti molti nel corso degli anni e la situazione del Paese non è cambiata, anzi, si è aggravato il dramma italiano di uno spreco di risorse gettate nel calderone del malgoverno o del governo senza strategie che ha assunto dimensioni colossali.

Quindi, per favore, non veniteci a parlare di emergenza senza convincerci che: 1) voi avete le idee chiare; 2) voi avete la statura morale per guidare noi; 3) voi sapete cosa state costruendo e lo volete fare insieme a noi. Perché, altrimenti, subiremo la vostra emergenza e continueremo a disinteressarci della cosa pubblica e voi avrete il peso di una società intera che se non rema contro quanto meno non vi aiuta.

Il noi e il voi è diventata una chiave per inaugurare un nuovo modo di parlarsi fra cittadini e persone che dedicandosi alla politica chiedono il consenso per dirigere le istituzioni. Bisogna convincerci tutti che farla finita con il berlusconismo significa uscire fuori da un modo oligarchico e autoreferenziale di gestire la funzione politica. Quando i cittadini stanno a guardare con disgusto o con rabbia a manovre politiche che non comprendono allora è arrivato il momento di cambiare strada.

Questa crisi dell’Italia e di questa specie di governo che è ancora in carica ci devono far riflettere oltre i numeri che la sanciscono, altrimenti metteremo al centro di tutto i numeri e dimenticheremo le persone che li fanno i numeri. Vediamo, quindi, se si può provare ad abbozzare un punto di vista civico ossia del cittadino senza ulteriori specificazioni. Vediamo se possiamo decidere qualcosa anche noi e non solo limitarci a seguire passo passo il programma imposto dall’Europa.

Qual’ è il problema principale dell’Italia? Il debito pubblico che strozza la capacità di spesa dello Stato, delle regioni e degli enti locali. Quindi occorre fermare la crescita del debito e puntare a ridurlo. Per questo bisogna che lo Stato incassi di più col prelievo fiscale e spenda meno e meglio il denaro pubblico.

Uno schemino semplice eppure qui sta il dramma italiano perché da decenni gli interessi di parte impediscono che si imbocchi la via di un risanamento. D’altra parte sono gli stessi interessi che hanno creato questa situazione, e allora come stupirsi?

Non si può qui delineare un programma di governo, ma provare a capire da dove si può cominciare sì.

Si imponga una patrimoniale ordinaria che effettui un prelievo sulla ricchezza che si è formata in questi anni di redistribuzione del reddito a danno dei ceti medi e bassi e a vantaggio degli evasori fiscali. Per non colpire due volte chi ha già pagato si può stabilire un limite oltre il quale la tassa possa incidere e la possibilità di detrarre l’importo delle imposte sul reddito già pagate. Lo chiede persino la Confindustria e allora perché finora il governo non l’ha presa in considerazione divagando su misure programmatiche con effetti vaghi e non immediati (licenziamenti facili per esempio)?

La spesa va ridotta certo, ma riqualificandola perché sia un volano per la crescita e non solo una scure che taglia alla cieca. Per esempio le pensioni. Si passi subito al contributivo per tutti così chi vuole va in pensione con quello che ha maturato sulla base dei contributi versati. Ma questo non può essere un espediente per mettere alla fame milioni di persone. Quindi non si può proporre questo per tagliare le pensioni da adesso in poi. Inoltre, se risparmi ci saranno dovranno alimentare un welfare riformato che aiuti chi vuole lavorare e i giovani innanzitutto.

A proposito di riqualificazione della spesa ricordiamoci delle 19 Maserati da 100mila euro l’una comprate in queste settimane dal ministero della difesa. Ecco un esempio di cosa può succedere quando manca la direzione politica o si lascia briglia sciolta ad una burocrazia folle che guarda solo il suo ombelico. Quanti altri casi di follia amministrativa ci sono in tutti i settori nei quali si ha il potere di spendere il denaro pubblico?

Per ripartire ci vuole una nuova classe dirigente cominciando con un nuovo governo. E ci vuole una cultura civica che rimetta al centro il cittadino con i suoi diritti e le sue responsabilità. Il ventennio berlusconiano non nasce dallo spazio, ma da qui. Guardiamoci in faccia e decidiamo se possiamo continuare così noi italiani e comprendiamo che la risposta non ce la daranno i partiti. Stavolta dobbiamo darla anche noi.

Claudio Lombardi

Le vie della partecipazione sono finite? (di Claudio Lombardi)

C’era una volta la partecipazione…così potrebbe cominciare una favola e, invece, comincia un discorso ben più fondato sull’osservazione della realtà di questi ultimi anni.

Basta seguire i vari talk show televisivi o scorrere le prime pagine dei giornali o anche leggere i discorsi degli uomini politici più influenti e i documenti programmatici dei partiti maggiori per avere una conferma che la partecipazione è quasi scomparsa come elemento fondativo, distintivo, identitario del nostro sistema democratico.

Che il ruolo del cittadino si fosse ridotto a quello di elettore e di spettatore lo si era già constatato in più circostanze e, forse, era nei piani (e nei desideri) di quelli che non hanno mai digerito la nostra Costituzione e lo Stato democratico che è stato fondato 60 anni fa e che tanto hanno fatto per allontanare il popolo dalla politica.

Come ognuno può vedere, quando si affrontano i temi politici, l’attenzione dell’opinione pubblica è costantemente attirata dalle problematiche dei rapporti fra i partiti e all’interno dei partiti fra diverse componenti; problematiche che ruotano intorno a parole e concetti dei quali non si comprende più bene il significato dato che, spesso, sono branditi come bastoni da lanciare addosso agli avversari politici, ma non oggetto di spiegazione e di riflessione.

Uno dei temi dominanti già da anni è costituito da quello che viene definito il “conflitto” fra magistratura e politica. Questo “conflitto” è diventato, nel dibattito politico, una creatura misteriosa che si aggira, si occulta e poi colpisce all’improvviso.

Anche in questo caso la nebbia avvolge concetti e parole e non si capisce quali siano gli elementi che dimostrerebbero l’esistenza del “conflitto”. Poiché la magistratura è stata creata per perseguire reati bisognerebbe spiegare, piuttosto, come mai ci sono politici sui quali pendono accuse pesanti che non sono fatte di calunnie lanciate sui giornali, ma da capi di accusa che discendono da indagini lunghe e complesse. È come se si accusasse la previsione meteo della pioggia che cade.

E invece parlare di “conflitto” annebbia la vista e non si riesce a vedere la sostanza che sta dietro le parole.

Così il legittimo diritto di sapere se chi ci rappresenta o, addirittura, ci governa esercitando poteri e disponendo di soldi e di apparati pubblici, sia una persona onesta e affidabile rimane insoddisfatto perché si alzano le urla di chi, accusato, risponde: congiura, conflitto, assurdità ecc ecc.

Qualcuno, in realtà, pensa che anche il rapinatore preso con le mani nel sacco, se potesse, direbbe che la polizia e i magistrati ce l’hanno con lui e che non se ne parla proprio di farsi processare per vedere se, prove alla mano gli riesce di dimostrare la propria innocenza.

Ma non può farlo. Questo privilegio è riservato ai pochi che hanno il potere e dispongono del denaro e delle strutture di comunicazione (giornali e televisioni) per dare la loro versione dei fatti, nella migliore delle ipotesi, oppure, semplicemente, per sottrarsi ai processi.

Questo è il punto di vista del cittadino comune, diciamo pure di chi ragiona con il comune buon senso.

In questo clima come sperare che molti pensino alla partecipazione dei cittadini come la ricetta migliore per far funzionare lo Stato, le istituzioni, la vita sociale e anche, persino, gli stessi partiti politici?

Eppure, non saremo in tantissimi, ma noi ci crediamo che sia possibile vivere in una società più coesa, ordinata, ben governata perchè fondata sulla partecipazione dei cittadini.

Come dice una bella canzone di Giorgio Gaber la “libertà è partecipazione”.

Per altri la libertà è quella di (tentare di ) fare il proprio comodo fino a che non ne sono impediti da altri più forti. Ed è quello che abbiamo visto in tante parti del mondo già innumerevoli volte. Ma le conseguenze non sono mai state buone nel medio e lungo periodo per i popoli: guerre, violenze, distruzione dell’ambiente, sopraffazione dei più deboli sono solo alcuni dei prezzi pagati da tutti per il tornaconto di pochi.

Purtroppo c’è sempre qualcuno per cui la libertà è solo quella sua da esercitare contro gli altri. Per questi asociali ci vorrebbe quell’antica sanzione in uso nel mondo greco e romano che escludeva dallo Stato chi ne violava le leggi diventando un pericolo per gli altri.

La sanzione più adatta a quest’epoca, invece, è costruire un sistema fondato sulla partecipazione che limiti il potere di chi usa la democrazia per sé e contro la collettività.

La partecipazione va considerato uno dei caratteri fondanti di un regime democratico avanzato che non si limita a mettere nelle mani degli specialisti della politica il governo di una società, ma si affida ad un sistema di pesi e contrappesi nel quale le diverse componenti si bilancino senza che nessuno possa mai disporre del potere di prevaricare gli altri.

La partecipazione, inoltre, rende più scorrevoli e autentici i processi decisionali e di applicazione delle decisioni creando le condizioni per il superamento delle chiusure corporative e degli egoismi individuali.

Solo in questo modo, infine, è possibile migliorare la validità e la veridicità delle decisioni degli organi rappresentativi e l’efficacia del sistema di governo basandole su una coesione sociale non statica, ma dinamica che si adatta alla mutevolezza degli sviluppi culturali, economici e sociali.

Le virtù della partecipazione sono indubbie, ma non si trovano già belle pronte in un pacchetto di interventi che devono solo essere applicati per funzionare.

Occorre costruire la cultura della partecipazione ed inserirla nelle prassi di vita quotidiana.

Non bastano, insomma, le manifestazioni esteriori della partecipazione come sono stati tradizionalmente considerati comizi, cortei e simili.

È necessario che la partecipazione sia una delle modalità con le quali si governa in senso lato la società e lo Stato.

Non si è fatta, sin qui, menzione delle elezioni che, pure, costituiscono la principale forma della partecipazione alla politica dato che servono a comporre gli organi istituzionali rappresentativi.

Non se ne è fatta menzione perché quel momento di partecipazione ha senso se si inserisce in un sistema partecipativo; se isolato e lasciato a sé stesso si presta facilmente ad essere preda di chi dispone di capacità e di poteri di influenza sull’elettorato.

Tornando alle diverse forme della partecipazione bisogna precisare che non siamo all’anno zero: nel passato molto è stato fatto anche in assenza di riconoscimenti legislativi e di discipline specifiche. Oggi ci sono normative che consentono e prevedono la partecipazione, ma spesso non sono applicate o perché boicottate oppure perché chi dovrebbe utilizzare quelle possibilità non ha le idee chiare o le capacità o la forza per farlo.

Il problema, a questo punto, si traduce nella necessità di individuare percorsi di partecipazione che stimolino la nascita e il rafforzamento di forme associative fra i cittadini che sappiano utilizzare le norme esistenti e che, inoltre, creino la “necessità” della partecipazione per far funzionare meglio le cose.

Per non fare discorsi astratti ecco un esempio: il comma 461 dell’art. 2 della legge n. 244/2007 sarebbe una bella occasione per realizzare questo disegno, ma, a distanza di due anni dalla sua approvazione, non se ne conosce ancora alcuna applicazione.

Vale la pena dedicare a questa norma un’attenzione particolare, ed è quello che faremo nel prossimo articolo dedicato a definire un percorso di attuazione del comma 461.

 

Claudio Lombardi Cittadinanzattiva Toscana, Marche, Umbria

Riforme : basta la parola ? (di Claudio Lombardi)

Ancora una volta, come fosse una gran novità, si riparla di riforme istituzionali.
Leggendo i libri di storia pare che negli anni ’80 già se ne parlasse molto. E’ noto che già a quell’epoca risale la creazione di una commissione parlamentare di studio che doveva definire un ampio  progetto di riforme costituzionali. Qualcuno si spingeva oltre e rivendicava l’avvento di una Grande Riforma che ponesse rimedio alla lentezza delle istituzioni e alla vecchiezza della Costituzione. Questa, in effetti, aveva all’epoca quasi quarant’anni che, se non sono tanti per una persona, non dovrebbero esserlo nemmeno per la legge fondamentale di una nazione. Però, tirare in ballo il vecchio che impedisce al nuovo di affermarsi fa sempre un bell’effetto e consente di non andare tanto per il sottile chiarendo bene cosa si vuole fare, perché e come. Così, se tanti provano disagio per le azioni reali degli uomini e delle donne eletti per governare, basta appellarsi alla necessità di riforme e al vecchiume della Costituzione e delle istituzioni per alzare le mani e dire che sì, sarebbe bello governare bene e fare ognuno il proprio dovere nell’interesse della collettività, ma come si fa se non si riesce a riformare niente ?

Ed eccoci al tema delle riforme che, in effetti, torna ad ogni passaggio difficile della vita pubblica, delle istituzioni e della politica. Il centro dell’attenzione, tuttavia, è sempre attirato più sulla necessità un po’ generica di un rinnovamento e meno su che cosa si propone concretamente di fare. Così, però, si confondono strategie e opzioni diverse tutte presentate come riforme indispensabili.

Così era stata presentata la riforma della legge elettorale per esempio, definita poi da uno dei suoi autori una “porcata”, dopo l’approvazione e l’entrata in vigore ovviamente, non prima. Si tratta di una riforma che ha trasformato l’elezione al Parlamento in una nomina a scatola chiusa da parte dei vertici dei partiti dato che è stata sottratta ogni possibilità di scelta all’elettore. Ciò dimostra che, dietro l’opacità del dibattito si fanno strada, in realtà, disegni e intenzioni ben precise che non vengono, però, presentate per quello che sono, ma, rivestite da una bella confezione con sopra scritto “riforma finalmente” a caratteri cubitali, proposte come il rimedio giusto per dare all’elettore l’impressione che le cose stiano cambiando e distrarlo dalla sostanza di ciò che si sta facendo. E, dato che i cittadini non sono messi in grado di capire bene cosa e come cambia, chi ci guadagna e chi ci perde, si devono contentare solo del fatto che una riforma è stata finalmente fatta.

Qui sta il segreto del gran parlare di riforme come rimedio indispensabile per i problemi dell’Italia.
Che, se fossero affrontati per quello che sono, potrebbero trovare molte soluzioni con le politiche pubbliche che gli organi elettivi, Parlamento innanzitutto, devono definire e il Governo deve attuare.
Perché ciò che spesso si dimentica è che gli strumenti per agire ci sono e sono di sostanza non di pura forma. E poi ci sono le persone che fanno la differenza con il loro impegno, la loro volontà e l’esempio. Ma perché non si tira mai in ballo la capacità e la volontà delle persone che, incarnando la politica, hanno il compito di dirigere le istituzioni ? Cosa impedisce oggi che le istituzioni siano fatte funzionare come i motori del rinnovamento ?
Sorge il dubbio che la politica non abbia sempre selezionato i migliori e che tanti abbiano fatto e facciano il loro interesse, non quello dei cittadini. Non nasce forse da qui la crisi di fiducia che ha colpito i partiti e le stesse istituzioni democratiche da quasi un ventennio ?
Due esempi. La riforma della giustizia viene invocata a gran voce come se fosse una vera emergenza per il Paese. In effetti c’è bisogno che la giustizia, specie quella civile, funzioni meglio perché la certezza del diritto e la stabilità sociale passa anche per la rapida soluzione delle controversie e per la tutela delle regole che vengono violate. Tutti immaginiamo che questo gran parlare di riforma della giustizia alluda alle procedure, alle attrezzature, al personale, a tutto il complesso delle misure organizzative che presiedono allo svolgimento di questa funzione centrale per la vita della società. Garantendo, ovviamente, è quasi superfluo dirlo, l’imparzialità e l’autorevolezza dei magistrati che sono tenuti a far rispettare la legge. Immaginiamo anche che si faccia ogni sforzo per dotare l’apparato giudiziario dei mezzi migliori e delle persone giuste per svolgere la sua essenziale funzione.
Ma è così ? Non sembra proprio.

Altra riforma che si invoca a gran voce è quella che dovrebbe conferire al Capo del Governo maggiori poteri per l’attuazione del programma. Si sostiene, anche, che i maggiori poteri dovrebbero scaturire da una più esplicita investitura popolare che liberi il Presidente del Consiglio dai vincoli e dagli impedimenti che oggi provengono da molte direzioni, ma essenzialmente dalla maggioranza parlamentare e dai partiti che la compongono nonché dalle altre istituzioni che esercitando le loro funzioni impedirebbero la scorrevolezza e l’immediatezza dell’azione di governo.
Anche qui una domanda si impone: siamo proprio sicuri che di questo c’è bisogno e che questo è il vero problema ?
E perché mai attribuire maggiori poteri ad una persona sola dovrebbe risolvere problemi che la classe dirigente nel suo complesso non riesce a risolvere ?
Veramente crediamo che in una democrazia possa essere uno a decidere per tutti ?
E’ significativo che si coltivi questa illusione mentre nessuno sembra tenere in grande considerazione quello che i tanti che si dedicano alla politica per professione possono fare per migliorare le cose. E poi non si tiene in minimo conto ciò che possono fare tutti gli altri .
In questo gran parlare di riforme, infatti, non si sente nemmeno nominare la partecipazione dei cittadini. Tutto è demandato ai professionisti della politica e l’unica partecipazione richiesta al cittadino è quella del voto.
E invece la partecipazione del cittadino dovrebbe essere il cemento che collega i vari “pezzi” della società, il senso che fa avvertire a tutti che esiste un’entità nazionale reale e non immaginaria, la spinta che riporta al minimo comune denominatore l’identità di chi abita un territorio.

La partecipazione dovrebbe essere un elemento costitutivo di un regime democratico che non è mai monolitico (eleggiamo il Capo supremo poi lui pensa a tutto), ma è pluralista nel senso che esistono poteri di tipo diverso, istituzionali e sociali, che interagiscono fra loro per definire e perseguire il bene comune. E questa interazione è molto più efficace di qualsiasi capo supremo perché trasforma i cittadini-sudditi in cittadini-protagonisti cioè in quelli che comunemente si definiscono cittadini attivi. La partecipazione, quindi, non è solo una possibilità, ma è l’espressione della stessa cultura civile di un popolo, è il “noi” che sempre si accompagna all’ “io” perché lo si è appreso nella vita reale e lo si vive giorno per giorno. Qualcuno vuole cominciare a parlare anche di questa grande riforma civile ?

Perché nessuno parla di questa vera grande riforma ?

Claudio Lombardi responsabile interregionale di Cittadinanzattiva di Umbria, Toscana e Marche per la partecipazione 

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