Sullo sfondo della crisi e delle elezioni in arrivo

Se si permette a oltre 140.000 laureati di lasciare il Paese, il sovranismo diventa masochismo e la decantata sovranità diventa sovranità limitata (….) tra poco resteranno in Italia solo pensionati, badanti e lavoratori attivi tra i quaranta e i sessant’anni, con un peso enorme sulle spalle: mantenere in piedi gli ottimi livelli di assistenza senza avere però un futuro migliore del passato dei propri padri. Una miniera sociale che ci trasformerà in una splendida, ma pur sempre gigantesca casa di cura quando potremmo essere molti di più”. Questa la conclusione di un articolo di Roberto Sommella sul Corriere della Sera di oggi.

Mentre tutti si impegnano a commentare le mosse dei protagonisti della politica in una crisi tanto prevista quanto smaccatamente condizionata dagli interessi particolari di un solo leader, è bene non smarrire l’aggancio con la realtà. E questa è quella di un Paese più lento a crescere di tutti gli altri, gravato da problemi strutturali di lunga durata che non riesce ad affrontare (evasione fiscale, divario nord-sud, mafie, nanismo delle imprese, sistema formativo, calo demografico), privo di una coesione e di un’identità nazionale, incattivito e incolto.

Da anni lo scontro politico si consuma intorno ai numeri della finanza pubblica e gli antieuro sono stati bravissimi a convincere tanti italiani che l’Europa sia la nostra palla al piede. Deficit, debito, spesa corrente in tutte le sue mille variabili definiscono il perimetro del confronto all’interno e con l’esterno e su questo stampa, opinionisti, tv battono e ribattono. Con minimo sforzo l’opinione pubblica viene sollecitata ad arrabbiarsi dai capi populisti perché sembra che l’unico problema sia il freno che ci viene dall’aderire ad una disciplina di bilancio comune ai paesi della moneta unica. A ben poco servono i richiami alla realtà fuori di noi che ci vede perdenti nel confronto con altri stati che condividono le stesse regole. A ben poco servono anche i richiami alla nostra storia che ci insegna come il debito pubblico si sia formato e sia cresciuto per l’incapacità dei politici al comando di affrontare i problemi e per la scelta di comprare il consenso sopendo le tensioni con i soldi e compensando gli infiniti particolarismi che compongono la nostra identità nazionale. Aumentandone così il frazionamento invece di diminuirlo. Un solo esempio: si pensi a cosa sono state le regioni negli ultimi decenni.

Oggi quella strada è impraticabile non perché ce lo impone l’Europa, ma perché siamo arrivati ai limiti permessi oggettivamente al nostro modello di Paese e di sviluppo. Non si può comprare tempo all’infinito facendo debito. Non lo si può fare se si è l’Italia con le sue palle al piede storiche e i suoi guai strutturali. Ridicolo confrontarsi con gli Usa o con il Giappone. Diversivi tragici per non dire la verità.

E la verità è dura: un’Italia che spinge ancora sul deficit e sul debito e che si allontana dall’Europa è destinata a diventare terra di conquista di potenze economiche, geopolitiche e militari. Pensiamo alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia: sono già strettamente intrecciate all’area economica tedesca. Fuori dall’Europa ne sarebbero colonizzate.

“Prima gli italiani” è uno slogan straccione e ignobile che nasconde la miseria morale di politici senza scrupoli e senza idee. In fin dei conti quale è la proposta strategica del gran capo dei sovranisti italiani, Salvini? Deficit e debito. Non altro. Per compensare le tante anime della Lega e per illudere che possa esistere ancora una sovranità italiana sullo sfondo della trattativa di Mosca nella quale un plenipotenziario della Lega conosciuto, riconosciuto ed esibito è andato a vendere per soldi la politica europea e la collocazione internazionale dell’Italia. È tutto registrato e trascritto. Non si può smentire e, infatti, Salvini non è potuto andare al di là delle battute. Impossibilitato a negare e a confermare si è rifugiato nella sua solita comunicazione aggressiva. Il vero problema è che è stato giustificato da tanti italiani incarogniti e già mentalmente pronti a sottomettersi pur di vedere la loro rabbia al potere.

Salvini li ha allevati bene: una vetta di indignazione e di rancore per poche centinaia di migranti portati qui dalle Ong e passiva accettazione del controllo del territorio esercitato per esempio nella Capitale dalle nuove bande che controllano il traffico di droga.

Questa Italia si avvia ad elezioni e il gran favorito è Salvini. Tutto il dibattito è su quando votare, ma nessuno mette in discussione che il vincitore sarà lui. E nessuno riesce a contrapporre alla sua comunicazione becera e profondamente intrisa di una cultura autoritaria una reazione valida. Sembra che in molti vi sia un pensiero che non si può esprimere: in fin dei conti Salvini ha ragione e gli italiani che lo seguono pure.

Un giorno gli storici spiegheranno come sia potuto accadere che l’Italia sia caduta preda della parte peggiore della politica e della cultura civile. Per ora bisogna reagire e non accettare il fatto compiuto. A cominciare dall’imposizione di una data elettorale pretesa con volgare arroganza. Le elezioni sono inevitabili, ma che almeno si svolgano in modo ordinato e nel rispetto di tutte le regole

Claudio Lombardi

Zero Pil: l’economia gialloverde

Mentre Salvini scatena la crisi di governo per incassare i voti che gli vengono accreditati dai sondaggi pubblichiamo un articolo di Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info che ci riporta alla realtà delle cose

Zero a 360 gradi: questo secondo l’Istat è il risultato di crescita dell’economia italiana nel secondo trimestre. Con poche speranze di trasformare nel resto dell’anno lo zero spaccato in qualcosa di diverso dallo zero virgola.

TI GIRI E TI VOLTI, SEMPRE ZERO E’

Per una volta i dati sulla crescita preliminare del Pil del secondo trimestre 2019 non si prestano a manipolazioni. Comunque li si guardi, dicono la stessa cosa: la crescita misurata è zero a 360 gradi, rispetto al trimestre precedente ma anche rispetto a un anno fa (confrontando il secondo trimestre 2019 con lo stesso trimestre del 2018). Zero è anche la crescita della domanda interna (consumi delle famiglie, investimenti aziendali e spesa delle pubbliche amministrazioni) così come della domanda estera netta (cioè delle esportazioni al netto delle importazioni). E a zero secondo l’Istat è anche la cosiddetta crescita acquisita, cioè la crescita che si otterrebbe in tutto il 2019 se nel terzo e quarto trimestre 2019 la crescita trimestrale fosse pari a zero.

Parlando di crescita acquisita c’è da tenere a mente che essa ha solo un meccanico (ed elementare) significato algebrico, e non ha dunque alcun valore previsivo. Una crescita acquisita zero non vuol dire in automatico che la previsione di crescita del Pil allo 0,2 per cento (su tutto il 2019 rispetto al 2018) che il governo ha scritto nel Def 2019 sia invalidata. Rimane però che, dati i primi due trimestri, se si vuole raggiungere una crescita annua dello 0,2 per cento su tutto l’anno ci vorrà un’accelerazione nei prossimi due trimestri. L’algebra (basta un file excel per calcolarlo) dice infatti che nel 2019 si raggiungerà un +0,2 sul 2018 solo nel caso in cui la crescita registrata nei prossimi due trimestri sia dello 0,2 per cento in ognuno dei due trimestri rispetto al trimestre precedente. Per dire, negli ultimi cinque trimestri la crescita media è stata invece – sorpresona – zero spaccato. Se dunque la crescita acquisita dello zero non deve essere presa come una previsione, il +0,2 previsto dal governo è legato al verificarsi di un’accelerazione non marginale della crescita nel secondo semestre dell’anno.

DA DOVE PUO’ VENIRE LA CRESCITA: DALL’ESTERO E DALL’INTERNO

Per ottenere l’accelerazione sopra indicata c’è da sperare in buone notizie dall’estero e buone notizie dall’interno.

Dall’estero il quadro è misto. Si dice che l’andamento meno positivo del previsto delle esportazioni italiane abbia un’origine nella persistente guerra commerciale tra Usa e Cina che una settimana finisce e la settimana dopo si riaffaccia in funzione dei volatili tweet del presidente americano e malgrado la stabilità derivante dalla visione di lungo periodo dei cinesi. In effetti, se, con i suoi dazi, Trump sottrae crescita alla Cina, c’è un effetto indiretto sulla crescita delle economie europee: un’America che accelera importerà più prodotti europei, mentre una Cina che decelera a causa dei dazi Usa importerà meno prodotti europei. C’è da calcolare un netto che può variare tra paesi in funzione di tante variabili. Per farsi un’idea preliminare si può osservare che la Germania esporta l’8,8 per cento del suo export in Usa e solo il 6,8 per cento in Cina, mentre per gli altri grandi paesi europei la differenza è anche più rilevante: l’Italia vende in America il 9,2 per cento del suo export e in Cina solo il 3,8 per cento, la Francia rispettivamente il 7,3 e il 4,1 per cento e la Spagna il 7 per cento contro il 2,3 per cento. Nell’insieme, a grandi linee e parità di crescita complessiva, se un punto in meno di crescita in Cina si traduce in un punto in più di crescita in America, le economie europee potrebbero beneficiarne. Sta di fatto che, lo ha annunciato ieri Eurostat, anche il Pil dell’eurozona decelera al +0,2 per cento, segno che forse tutti questi vantaggi dalla guerra tariffaria finora non sono arrivati. In tutti i casi, la nuova guerra valutaria tra le banche centrali Usa e dell’eurozona – hanno annunciato l’attuazione di politiche monetarie più espansive – contro il resto del mondo farà svalutare dollaro ed euro rispetto alle altre valute mondiali (tranne la sterlina che soffre dei piani di hard Brexit del nuovo inquilino di Downing Street Boris Johnson), il che aiuterà gli esportatori americani ed europei (e quindi anche quelli italiani).

Sull’interno un più di crescita potrebbe venire dall’effetto positivo sui consumi del reddito di cittadinanza (contabilizzato nei documenti ufficiali con un +0,2 sull’anno ma che ha visto una platea di beneficiari molto inferiore alle attese) e negli effetti del decreto crescita approvato di recente – un caotico omnibus che include di tutto, varie misure pro crescita come il ristoro del super ammortamento e il rinnovo e l’estensione di vecchi e nuovi finanziamenti per le piccole imprese ma anche misure simbolo anti-crescita che hanno fatto molto discutere come l’articolo che rivisita in senso restrittivo l’accordo Ilva già firmato sulla limitazione di responsabilità dei nuovi proprietari di fronte a rischi ambientali e che rischia di far fermare gli impianti dal prossimo 7 settembre.

Nell’insieme è difficile intravedere stimoli esteri e interni che possano allontanare l’economia dalla stagnazione che il governo gialloverde ha contribuito a peggiorare con la sequenza di annunci e azioni contraddittorie che si sono succeduti nel corso del tempo. L’auspicio – più che un’attesa razionale – è che il valzer danzato quest’anno non si ripeta con la prossima legge di bilancio 2020

(Francesco Daveri ha scritto questo articolo prima della crisi di governo e la reazione immediata del mondo economico e finanziario ha già indicato una forte preoccupazione. Di certo la realtà è tale che l’Italia avrebbe avuto bisogno di realismo e stabilità. Tutto il contrario delle politiche e dei comportamenti messi in atto dal governo Lega M5s che ha visto sommarsi velleità, provocazioni, ambizioni campate per aria. A consuntivo dell’esperienza di governo restano chiacchiere, selfie, tanti video su facebook e un Pil a zero)

La farsa del governo e il dramma dei disperati (di Angela Masi)

farsa e dramma ItaliaUn teatro di marionette che si prendono gioco dell’Italia, della democrazia e degli italiani: questo lo spettacolo che ci si è presentato l’altro giorno in Parlamento, durante la seduta per la fiducia al governo Letta. E tutto perché il Parlamento è stato chiamato ad applicare semplicemente l’art. 68 della Costituzione che esclude dall’immunità parlamentare chi è  gravato da “una sentenza irrevocabile di condanna” al caso del condannato Berlusconi.

Un PdL impaurito, impazzito, sballottato da una parte all’altra dal leader della nuova Forza Italia che, geniale come è sempre stato nella comunicazione, sbalordisce tutti (ma forse solo Enrico Letta) accordando la piena fiducia al Governo.

Sbeffeggio delle istituzioni bloccate a parlare di lui che tecnicamente è un senatore condannato in 3 gradi di giudizio e che in Parlamento non ci può più stare.

doppiezza BerlusconiEppure è lui che porta il governo alla crisi, è sempre lui che muove le carte in tavola con le dimissioni date e poi ritirate, è sempre lui che si attacca all’IMU e poi all’IVA per ricattare il Governo dimostrando di non preoccuparsi delle conseguenze di queste mosse da baro sui fragili equilibri di un paese in crisi.

Dall’altra parte il PD terrorizzato dalla possibilità delle elezioni: litigano sulle regole del Congresso, devono tenere a bada Matteo Renzi e convincere i padroni del partito ad abbandonare le poltrone e favorire il ricambio generazionale. Una via faticosa per risalire la china della sfiducia dei cittadini.

In fondo Letta è una “brava persona”, ha credibilità in Europa e poco importa che le riforme serie, urgenti e irrimandabili ancora aspettano di essere approvate: la questione della legge elettorale è impronunciabile, altrettanto la questione della patrimoniale…..

Italia aspettaE Beppe Grillo e i suoi seguaci che avevano promesso fuoco e fiamme in Parlamento? Perfettamente inutili: quattro urla e due schiamazzi e in sei mesi di presenza parlamentare nessun vero risultato concreto per i cittadini… Eppure avevano una grande opportunità: fare esercizio istituzionale (che non significa necessariamente essere corrotti ed impastarsi con il malaffare), sperimentare un nuovo modello di partecipazione e provare ad avviare la nascita di una classe dirigente nuova.

E così l’Italia aspetta. Aspetta senza alzare la voce, non prova a forzare la mano alla classe dirigente.

barcone migrantiChi non aspetta sono i disperati che dall’altra parte del Mediterraneo provano a conquistarsi una vita nuova. Clandestini secondo una legge ipocrita; esseri umani che fanno quello che hanno sempre fatto dall’alba dei tempi: spostarsi alla ricerca di condizioni migliori di vita. Decine di milioni di italiani lo hanno fatto tra l’800 e il ‘900 e sono stati accolti in tutto il mondo. Se adesso lo fanno gli altri qualcuno si allarma. Eppure l’Italia ha bisogno di loro. Fanno parte della nostra vita quotidiana: cucinano le pizze che mangiamo nelle nostre pizzerie, curano i nostri anziani, costruiscono i mobili che compriamo e che esportiamo, raccolgono le arance e i pomodori che nascono sulla nostra terra e tanto altro ancora.

La politica, però, è ferma alla legge Bossi – Fini; così gli equilibri fra i partiti sono salvi e i barconi della morte sguazzano nell’illegalità come tutti i trafficanti di morte. Ovviamente gli italiani rischiano anche loro perché dando lavoro ad un clandestino diventano complici del reato, addirittura i pescatori devono stare attenti a soccorrere i barconi dei migranti perché rischiano di finire sotto processo. Ma poi qualcuno chiude sempre (o quasi sempre) un occhio e tutto continua nell’ipocrisia. Chi lo capisce questo, chi protesta, chi impone ai politici di risolvere i problemi? Pochi, veramente pochi. E questo è il problema italiano

Angela Masi

Metodo scientifico e governo delle larghe intese (di Luca Sofri)

governo Pd PdlIl progetto del governo di “larghe intese” era una di quelle cose che dimostrano il loro essere giuste o sbagliate in base ai fatti: se riescono, aveva ragione chi le sostenne, se falliscono aveva torto. Se riescono, chi le sostenne porterà i meriti di essere andato contro chi affermava sbagliasse, se falliscono avrà la responsabilità di non averlo ascoltato. I fatti dimostrano le cose, è il metodo scientifico: si fa un’ipotesi che deve passare per la dimostrazione sperimentale, e poi se ne traggono le conseguenze.

La dimostrazione ha demolito l’ipotesi. E non è importante dire chi avesse quindi ragione, capita ogni giorno di avere molte ragioni e molti torti: però è importante ricordare che l’ipotesi era stata molto contestata da diverse persone, allora, con articolati argomenti. E quindi il suo fallimento era tutt’altro che impensabile: per alcuni era persino quasi certo. Questo rende la responsabilità del fallimento ancora più grave per chi ha ritenuto di far prendere a tutti dei rischi molto visibili.

scelta governoChi ancora sostiene la correttezza di quel tentativo esibisce due argomenti. Il primo è che non si potesse fare altrimenti, e che votare di nuovo – l’unica altra alternativa realistica – sarebbe stato scellerato. Ci sono molte obiezioni a questa perentoria certezza, ma la più solida e palese è che rivotare è esattamente di quello che andremo a fare presto, in condizioni persino peggiori. Se era scellerato allora, averlo procrastinato lo rende doppiamente scellerato.

La seconda è che “andare a votare non risolve niente”. Può anche darsi, ma questa è solo un’ipotesi, come lo fu quella del governo con alleanza PD-PdL. Se qualcuno sostiene di averne certezza è un astrologo – non uno scienziato – e in quel caso altri gli potrebbero opporre di avere avuto certezza dall’inizio del fallimento di un’alleanza tra PD e PdL e non vennero ascoltati, quando suggerirono di non mettere la pistola carica in mano al matto.
L’ipotesi che invece il voto cambiasse qualcosa non è stata sperimentata, quindi al momento ha altrettanta dignità: anzi ne ha di più, da sabato.

nuove elezioniGli argomenti a suo favore erano sostanzialmente tre, che rispondono ai sostenitori di “si rivota ed è tutto uguale”.

  1. Sostenere che sappiamo benissimo – lo ha fatto anche Letta ieri – che maggioranza uscirà dal voto è un po’ buffo, perché implica che lo dovessimo sapere anche la volta scorsa. Si dice che allora non conoscessimo i numeri di Grillo, ma se è vero che quei numeri sono oscillati molto nei mesi precedenti alle elezioni – come è stato condiviso da tutti – non si capisce perché debbano invece rimanere poi immutati per mesi e mesi (in particolare per un voto che è stato assai definito “di protesta”).
  2. Qualunque partito serio e non vile che abbia ottenuto un risultato non soddisfacente alle elezioni dovrebbe avere nei propri auspici – e non nei propri timori – che si crei presto l’opportunità di cancellare e migliorare quel risultato. Se una sconfitta e la bocciatura di un progetto sono invece ritenuti un patrimonio da conservare, meglio ritirarsi a fare altro. Quello che devono essere è l’indicazione e il suggerimento di modifiche a quel progetto e ricerca di nuovi consensi e consensi perduti. Nuove elezioni sono l’ambizione degli sconfitti, non la paura: quello che nello sport si chiama “rivincita” e che raramente capita così presto.
  3. errori PdPer quello che riguarda in particolare il PD, c’era una peculiare e vantaggiosa condizione di sparigliamento di quel risultato, ad aprile, che era Matteo Renzi. Il PD aveva un’altra squadra da far giocare, nella rivincita: gli altri no. Ed era una squadra a cui erano attribuite molte chances, in quel momento. Si è deciso – contro il parere anche dello stesso leader vincitore/sconfitto, Bersani – di accantonarlo, quel vantaggio potenziale, e di lasciarlo lì a consumarsi. E infatti un po’ si è consumato. Probabilmente i nemici di Renzi nel PD se ne rallegreranno, ognuno ha i suoi obiettivi. Ma quella condizione esiste comunque ancora ed è un ineludibile argomento – ma fu eluso, ciecamente – a favore dell’ipotesi che le prossime elezioni possano andare invece in un altro modo (per non dire dello sfarinamento del PdL).

Aggiungo, per escludere altre strane idee che ancora circolano, che quello che mi pare smentito dai fatti è ogni progetto che affidi il governo a maggioranze fragili e capricciose, messe insieme per portare a casa interessi distanti e contraddittori.

Così stanno le cose, e ne ripeto il senso facile facile per chi legge frettolosamente: c’erano due ipotesi, figlie di due pensieri. Una, che presupponeva la lealtà di rapporti tra PD e PdL, è fallita (è fallita comunque, anche di fronte a capovolgimenti non credibili dei prossimi giorni). L’altra, che la escludeva, non dà nessuna garanzia ma è ancora da smentire. Chi abbia avuto ragione non ha nessuna importanza: ma non affiderei di nuovo nessuna scelta a chi ebbe torto.

Luca Sofri da http://www.wittgenstein.it

Il Paese, la politica, le responsabilità (di Antonio Gaudioso)

C’è un momento in cui la responsabilità, in un paese normale, dovrebbe avere la meglio sui calcoli politici, sulle decisioni che sono legate all’autoconservazione, sulla tutela e la protezione di sé, dei propri amici, degli amici degli amici.

C’è un momento in cui, una volta tanto, la strumentalizzazione, gli interessi particolari, il giocare sulla pelle di un paese dovrebbe lasciare il passo all’onestà, almeno intellettuale.

Evidentemente a questo momento non siamo ancora arrivati. Ma quando è troppo è troppo.
Quello che sta accadendo in queste ore è quanto di peggio potessimo aspettarci come epilogo di una legislatura totalmente al di sotto delle attese, in un Paese che attende da una vita riforme che non arrivano mai.

L’idea poi da parte dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi di ricandidarsi è persino una offesa all’intelligenza delle persone: scelta legittima certo, ma non se motivata con il fallimento del governo Monti.

A questo punto verrebbero spontanee almeno 5 domande da fare all’ex Presidente del Consiglio:

  1. Ha votato o meno nell’ultimo anno oltre 50 volte la fiducia al governo attuale? Se il governo Monti stava avendo una condotta fallimentare, ci ha messo un anno per accorgersene?
  1. Chi ci ha portato nella situazione di emergenza nazionale nella quale eravamo prima del governo attuale, in una situazione “quasi greca” con buchi giganteschi nei bilanci dello Stato che hanno richiesto in quest’ultimo anno sacrifici durissimi alle famiglie italiane?
  2. È vero o non è vero che solo 8 mesi prima della caduta del precedente governo il ministro Tremonti diceva che l’Italia era in piena sicurezza, mentre Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna erano già sull’orlo di o in pieno baratro?
  3. La colpa di quella situazione drammatica della finanza pubblica era solo dei banchieri e degli speculatori cattivi o piuttosto di una incapacità strutturale di governo del paese che, in oltre dieci anni, ha avuto una crescita da prefisso telefonico mentre le più importanti economie internazionali (e per la verità anche quelle meno importanti) crescevano molto di più della nostra?
  4. È serio in un paese serio promettere ai cittadini di togliere l’ICI, poi toglierla e creare un buco enorme nelle amministrazioni locali (che di questo vivevano…), costrette a tagliare i servizi e ad aumentare le tariffe per riuscire a sopravvivere con conseguenze pesantissime sulle famiglie così come è stato fotografato molto bene dall’Osservatorio prezzi e tariffe (su asili nido, acqua, rifiuti, trasporti pubblici locali etc.) della nostra organizzazione?

Per quanto ci riguarda abbiamo avuto in parecchie occasioni da ridire sull’operato del Presidente Monti. Non siamo stati d’accordo su alcune scelte strategiche, non ultima quella del decreto Ilva che abbiamo criticato duramente e con nettezza. Abbiamo criticato anche vari Ministri, che non abbiamo ritenuto all’altezza.

Detto questo, va dato atto al Presidente del Consiglio di aver riportato al centro del dibattito una serie di temi, dalla peso della corruzione sullo sviluppo a quello delle riforme economiche sulla libertà di impresa, alla riforma del finanziamento del servizio sanitario nazionale. Tutti temi su cui si possono avere idee diverse (e noi le avevamo e le abbiamo espresse chiaramente…), ma che sono argomenti “sani” su cui un paese normale dovrebbe dibattere, dividersi e poi decidere quando ci si avvia ad una tornata elettorale importante come quella che ci attende. Invece niente.

I partiti, in particolare quello che ha appena tolto la fiducia a questo governo, si sono lamentati per quasi un anno del fatto che il cosiddetto “governo tecnico” limitasse le prerogative del Parlamento.
Vista col senno di poi è una affermazione quasi ilare. È da marzo che le più alte cariche dello Stato (in primis il Presidente del Senato) ci dicono con cadenza quasi settimanale che si sarebbe calendarizzata ad horas la discussione sulla legge elettorale e sulla riforma del tanto odiato (a parole…) Porcellum. Ci è stato detto che su questo la politica e la leadership della stessa si giocavano la propria credibilità… Detto fatto. Andremo alle elezioni con la stessa, vergognosa, legge attuale che mette nelle mani di poche persone la “nomina” dei parlamentari. Se questa mancata riforma doveva dare la misura della credibilità di questo parlamento stiano sicuri i leader che il messaggio è arrivato ai cittadini forte e chiaro.

Quello che ora ci attende è il rischio di una campagna breve ma “balcanizzata”, dura, senza esclusione di colpi, discussa e giocata con cinismo sulla pelle delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese e di giochetti ne hanno le scatole piene, facendo promesse che non si riusciranno a mantenere pur di salvare la propria traballante poltrona. Magari prendendosela con l’Europa, con i banchieri, con la Germania, con complotti di oscuri “poteri forti” che stanno tramando per distruggere l’Italia…

Basterebbe fare un minimo di analisi di coscienza, verificare che siamo in questo stato per una classe dirigente che da molti anni si è dimostrata a dir poco scarsa, per non dire altro. Basterebbe questo per evitare di andare a cercare colpevoli laddove non ce ne sono, basterebbe evitare di “prendersela con l’arbitro” quando si è incapaci di giocare bene.

Anche noi parteciperemo alla campagna elettorale, certo a modo nostro, come un movimento che fa della battaglia per la tutela dei diritti, della promozione della partecipazione civica e della legalità dei paletti da cui non si può prescindere e non certamente per sostenere un partito o un altro.
Faremo di tutto per far sì che chi si candida a governare questo Paese dica delle cose chiare e nette prima delle elezioni sul futuro della scuola, sull’ammodernamento della giustizia, sul servizio sanitario nazionale, che non può avere cittadini di serie a e di serie b, sui servizi pubblici locali.
Presseremo e monitoreremo, chiederemo e verificheremo. Faremo emergere le incongruenze nei programmi e nelle proposte, comunicheremo ai cittadini chi accetterà di impegnarsi trasparentemente su alcuni temi che ci stanno a cuore, difenderemo l’Europa e le sue istituzioni da ogni volgare strumentalizzazione per fini più o meno di bottega. Vedremo come saranno fatte le liste, se necessario ci esprimeremo quotidianamente per far sì che il voto di tutti noi cittadini di questo paese, quale che sia lo schieramento che ognuno di noi vorrà scegliere, sia espresso in modo consapevole.
Lo faremo perché amiamo il nostro Paese e apprezziamo la forza e il coraggio delle tante persone che tutti i giorni, facendo onestamente il proprio dovere, lavorando o cercando un lavoro, con grande dignità, hanno la speranza di costruire – per sé e per i propri figli – un Paese migliore. Gli italiani sono ricchi di civismo e disponibilità, molto più di quanto si voglia far credere. In Italia esistono giacimenti importanti di partecipazione e di sensibilità a partire dai quali può ripartire il cammino per dare un futuro al nostro paese.

Le persone che ogni giorno incontriamo sono fortemente impegnate a migliorare la qualità della vita di tutti e mostrano di essere migliori di quei pezzi di classe dirigente che vorrebbero sfasciare tutto, mostrando attenzione soltanto per i propri interessi egoistici. Queste persone meritano rispetto e fiducia, e meritano una classe dirigente degna di questo nome. Per quello che ci riguarda nei prossimi mesi saremo cittadini ancora più attivi e, con quello di cui siamo capaci, proveremo a dare il nostro contributo in questa direzione. Ci accompagnerà la fiducia nelle capacità degli italiani e la consapevolezza che tutti insieme usciremo da questo momento di difficoltà.

Antonio Gaudioso segretario generale di Cittadinanzattiva da www.cittadinanzattiva.it

Politica italiana qui si vedrà cosa vali (di Mila Spicola)

C’è un vuoto improvviso, anche se ancora viviamo di echi. Le migliaia di righe da anni occupate da Silvio Berlusconi adesso dovranno essere riempite da altro. Non solo nei giornali, ma soprattutto nella politica.

E’ il “momento d’oro” per farsi valere e per farsi vedere. La classe politica italiana è a nudo in queste ore di fronte al paese. Di fronte a noi italiani che ben poco possiamo fare da qui a sette giorni se non assistere. Siamo ancora con le bocche stupefatte, colpiti dagli ultimi eventi. Da Duino a Lampedusa. Tutti quanti.

Fermi, immobili, nonostante il chiacchiericcio. E’ il momento di rimanere svegli e vigili per curare gli interessi degli italiani tutti. Oggi sono a casa in preda ad un ascesso. E qualcuno potrebbe ironizzarci su e pensare che io deliri. No, ho solo il tempo “recuperato” dalla malattia, per riflettere con l’eco delle voci dei miei ragazzi. Per sentirmi in colpa e immaginarli vagare per i corridoi con la sedia in mano, pronti ad essere mollati nella prima classe che gli capita. Cosa c’entra con la crisi e con le dimissioni di Berlusconi? C’entra c’entra. Perché quelle sedie vaganti dovevano servire a sanare i conti, nella vulgata delle falsità e delle menzogne. E invece hanno ammalato tutti quanti. Nella litania degli sprechi ideologici. Come dicevamo in tanti, sono servite ad aumentare lo sconcerto e la confusione. Ad aumentare divari, povertà, ritardi. E’ giunta l’ora di ripartire dalle vere priorità della vita di ciascuno. A partire da un ragazzino senza prof.

La priorità non sono i conti, sono gli uomini che stanno dietro a quei conti. I provvedimenti giusti non sono quelli che conducono un paese allo sbando, l’inefficace macelleria sociale a cui abbiamo assistito per spremere parti del paese che anche se le spremi non esce nulla se non rancore.

E’ il momento di valutare per bene chi abbiamo posizionato in quelle stanze, in quelle Aule e in quei corridoi: decideranno il “come” e il “cosa” è meglio per il paese e per noi o il “chi”? Questa è la domanda che in cuor suo ognuno inizia a porsi. Riusciranno le ragioni dell’uomo e dell’umanità a prevalere sulle ragioni dell’economia? Perché il nodo è tutto lì. I mali del liberismo che ci ha condotto nel baratro di cui parla la Marcegaglia non si sanano senza rimettere priorità ed emergenze nel giusto posto.  La priorità adesso non è l’economia, anche se l’uomo che dovrebbe salvare tutto è un economista. La priorità è la buona politica, quella che parte dai bisogni e dai doveri collettivi delle persone in quanto somma di uomini e donne.

Saranno prioritarie, da qua a dieci giorni, strategie, alleanze, posizionamenti per riallinearsi, nella logica del vecchio malcostume italiano, o politiche, provvedimenti, decisioni, azioni  necessarie? Ci sarà un cambio di passo? In una parola: riusciranno a dare un colpo di spugna alle “repubbliche” modali che ci hanno preceduto (e mai termine più errato fu scelto)? La prima, la seconda, la terza…quelle delle “conversazioni”, dei “summit”, degli incontri a tre, a quattro, dei gruppi da Stato Maggiore, dove le parole più pronunciate sono i nomi, i dove, i con chi, in quale posto, ..replicando all’infinito mali e vizi del sistema politico italiano? Oppure prevarranno le discussioni trasversali su ciò che è meglio fare adesso , subito, per riprendere il passo e non rimanere nel fondo del pantano? Non i “noi di qua e voi di là” degli schieramenti, ma il noi reale di italiani in pericolo. Sarebbe l’ora e la Storia la sta servendo su un piatto d’argento questa possibilità. Hanno capito che le parole chiave oggi per l’Italia e per i mercati sono “fiducia”e “credibilità”, cioè valori etici di valore immateriale?

Nessun governo tecnico sarà efficace se prima non si definiscono alcuni limes. Come gli antichi quando costruivano una città nuova, piantavano i paletti e una corda segnava il confine: tra ciò che era città e ciò che non lo era, tra civile e incivile, tra città e natura. Si benedivano persino. Quei confini. Come qualcosa di sacro. E poi si iniziava a costruire, a vivere, a organizzare. Oggi quei recinti sono stati distrutti dalla volgarità etica e dal disprezzo e spregio di ogni regola in nome di qualunque tipo di potere impazzito, politico, economico o sociale.

Il recinto e i paletti non sono altro che il ricreare le basi del vivere comune e del vivere collettivo rifissando regole, presupposti e prospettive. Alcune decisioni dolorosissime dovranno essere prese ma non distruggendo quelle basi, e oggi sono chiarissime ed evidenti a tutti: gli aiuti necessari ai più deboli, che ormai sono bocchette per l’ossigeno. Senza ossigeno ai più deboli l’Italia non riparte. Giovani, disoccupati, precari, donne, anziani, sud. Attenzione: non assistenzialismo, ma politiche adeguate.

Primo. Tagliare i privilegi e gli sprechi reali, non ideologici per macinare qualche consenso. E quale spreco o privilegio più odioso se non quello degli abnormi costi della politica? Non è demagogia: è dare l’esempio. La base elementare per ogni politica, secondo De Gasperi. Il cui stipendio era di poco superiore a quello di un insegnante. Quanti fanno finta di scordarselo?

Secondo.  Accantonare per un attimo manie di grandeur: grandi opere, spese militari da impero coloniale, non ce le possiamo permettere. Sic et simpliciter. Quando sono il tinello e la cucina a non funzionare.

Riuscirà questa classe politica a capire quali sono le reali premesse da cui partire per prendere ciascun provvedimento? Non la propria difesa e nemmeno il ritenersi indispensabili. Bensì agire perseguendo giustizia sociale. Persino un bocconiano forse potrebbe capire che non è da “comunisti” ritenere che se non si sanano certi divari, anche sostenendone qualche costo, togliendo di qua e mettendo di là, facendo venire , non dico il mal di pancia, ma l’ulcera a qualcuno, da tutto questo non se ne esce.

Se non si cambia davvero il modo di agire e decidere il grande vuoto lasciato dalla deflagrazione delle nostre Torri Gemelle, il fallimento non solo di Berlusconi, ma di tutta la classe politica e partitica a lui collegate, rimarrà quello che è: vuoto, pronto a diventare fango alle prime piogge.

Terzo. La patrimoniale. Non riduciamola a un sostantivo, ma analizziamola nella sostanza e nel significato: i costi delle prossime manovre non possono essere sostenuti dalle fasce deboli, non per mancanza di volontà di queste ultime (qualora fosse messa in conto), ma semplicemente perché non hanno denaro in tasca. Vanno sostenuti da chi può farlo. Senza che l’enorme potere contrattuale di questi ultimi influenzi e schiacci le decisioni di chi è chiamato a decidere in queste ore e che è compreso per intero in quella classe sociale. Quella di chi può sostenere costi.

Quarto. Non facciamo oggetto di sarcasmo, di scherno o di scandalo un serio e ponderato inasprimento dei controlli sui gettiti fiscali. L’evasione fiscale è un furto alla collettività. Non è bello pagare le tasse, ma è meno bello essere ladri. E anche qui: i privilegi e l’enorme potere contrattuale dei veri destinatari di quegli inasprimenti, spesso coincidenti con chi ci ha governato (penso ai grandi capitali di imprese come quella di Caltagirone, suocero di Casini, o della Prestigiacomo, tanto per fare i primi due nomi che mi vengono in mente, ma l’elenco è davvero lungo) o potrebbe governarci, non schiaccino ciò che è bene per il Paese intero e non per una sua parte.

Quinto. Tassiamo i beni superflui, aumentandone il costo. Non quelli essenziali. Sigarette, alcool, dolci, auto , moto, beni di lusso e barche di grossa cilindrata. E con quelli finanziamo la cultura e la ricerca.

Non saranno due banchi in meno in una scuola o le pagelle dei miei alunni on line a salvare le sorti dell’Italia. Abbiamo visto a cosa ci hanno condotto i tagli nella scuola: al disastro nelle vite future dei nostri ragazzi senza vantaggio alcuno per le casse dello Stato. A cosa è servito il disastro accumulato tra i banchi in questi 3 anni? A chi è servito? A tenere qualche giorno in più davanti alle telecamere un ministro dell’Istruzione pappagallino balbettante e impreparato?

A chi è servito? A te tabaccaio che forse hai pagato meno tasse ma il tuo negozio è vuoto? A te dentista che evadi bellamente ma ti scarseggiano i clienti? A te commerciante, avvocato, parrucchiere? E chi viene a tagliarsi i capelli oggi? A che serve pagare qualche centinaia di euro in meno se poi abbassate la saracinesca e trovate un paese in rovina?

A chi è servito? Alla vecchietta pensionata che la domenica mattina mette sul primo canale a massimo volume la Santa Messa e si batte il petto contro i Comunisti, Dio ci scansi e liberi? E poi al pomeriggio si ritrova con qualche spicciolo, sempre di meno, da regalare al nipotino. Sempre più incattivito, più maleducato, più tracotante?

Che cosa c’entra con la crisi? C’entra c’entra. C’entra con la parolina che fa capolino tra i 39 quesiti che ci pone l’Europa. Capitale Umano. Nessun capitale è concepibile se quell’aggettivo non è posto innanzi a ciascuna politica, a ciascuna strategia, alleanza, tavolo e a ciascun provvedimento.

Quei 39 quesiti che l’Europa ci ha posto per iscritto, relativi alle misure e alle risposte che la nostra politica sarà chiamata a dare saranno oggetto di sostanziale e completa contrattazione nei tavoli delle decisioni che si stanno ponendo frettolosamente in essere? O verranno delegati agli ultimi dieci minuti di rito e solo dopo avere deciso e stabilito i “chi” e i “perché”? Seguendo come al solito logiche di appartenenze piuttosto che di competenze? Fatta salva la figura dell’uomo chiamato a salvare la patria dal suo orto: il Cincinnato di turno.  Possiamo salutare con gioia il fallimento della politica?

In una parola: si cambia tutto per non cambiar nulla o si cambia davvero? Vien dura pensare che le stesse persone che stanno lì da 20 anni possano all’improvviso essere in grado di pensare, fare, scegliere e decidere in modo diverso da come sono stati capaci di fare fino a ieri. Un paese intero, un mondo intero sta urlando a gran voce: basta. E’ ora di cambiare. Fiducia e credibilità chiedono i mercati. Fiducia e credibilità chiedono gli italiani. Dovrebbero pur capirlo. Anche se le dinamiche di “contrattazione” a cui stiamo assistendo in queste ore non fanno presagire nulla di nuovo sotto il sole. O sotto le nubi. Una differenza però oggi c’è. Noi stiamo osservando. Nonostante l’ascesso.

Mila Spicola

Uscire dalla crisi con un nuovo governo e nuovi cittadini (di Claudio Lombardi)

Di epitaffi per il peggior governo dell’Italia repubblicana (peggiore per chi lo ha guidato, per i suoi esponenti, per la sua politica, per come ha gestito un potere quasi assoluto) se ne scriveranno tanti. Senza ricorrere a toni urlati e alla retorica si può dire che l’era Berlusconi lascia in eredità agli italiani un Paese che ha ampliato i suoi squilibri sociali e ha sprecato capitale umano; che ha vissuto le liberalizzazioni solo come l’arbitrio dei potenti e degli affaristi; che non ha costruito un sistema di welfare capace di sostenere la parte più sana degli italiani, quelli che vogliono lavorare qualunque sia la loro età; che, in particolare per i giovani, ha lasciato che si affermasse un sistema arrogante e intimidatorio nel mondo del lavoro mortificando le capacità e annullando le competenze conquistate in anni di studio; che ha lasciato distruggere il territorio sia dalla speculazione edilizia che dall’incuria facendo pagare un prezzo impressionante a milioni di italiani; che ha piegato lo Stato ad interessi di parte lasciando che dilagassero corruzione e incompetenza che si sono imposte agli onesti e ai capaci.

Molto altro si potrebbe aggiungere, ma non serve perché i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le due notizie che occupano le prime pagine in questi giorni bastano a certificare un fallimento della classe dirigente e del sistema Italia così come è stato forgiato nel corso degli anni.

Il tracollo dell’Italia nei mercati finanziari risponde ad una paurosa mancanza di credibilità della sua classe di governo. Il disastro di Genova e delle alluvioni che l’hanno preceduto certifica che l’Italia è priva di classi dirigenti capaci di governare e che i cittadini non sono in grado di farsi ascoltare e non sono i soggetti centrali dello Stato. Se non fosse così la prevenzione sarebbe stata fatta anche a costo di togliere soldi ad opere di facciata o a grandi eventi di dubbia utilità. Se ciò non è accaduto e si è lasciata degenerare la situazione del territorio le responsabilità sono molto ampie e non limitate ad un sindaco, ad un presidente di regione e nemmeno ad un ministro del tesoro. Ci sarebbe da chiedere a caratteri cubitali, oggi come in tutte le altre occasioni di disastri naturali cui ci si poteva preparare meglio, DOVE ERAVATE TUTTI ? la domanda, purtroppo, va rivolta anche ai cittadini e alle loro espressioni organizzate troppo spesso emarginate dalle decisioni politiche, ma anche poco attente e poco attenti a sentirsi parte dello Stato e investiti di una responsabilità politica “naturale”. Migliaia di occhi hanno visto e migliaia di menti hanno compreso, ma il messaggio non è arrivato a chi ha il potere di decidere e di agire. Ricordiamocene per l’avvenire.

Ora che anche il Presidente della Repubblica ha parlato con una chiarezza inequivocabile (dimissioni certe di Berlusconi e poi o governo che riscuote la fiducia o nuove elezioni) occorre tentare di dare il proprio contributo alla definizione di un programma minimo per fronteggiare l’emergenza. Facciamo, però, chiarezza perché di provvedimenti di emergenza ne abbiamo conosciuti molti nel corso degli anni e la situazione del Paese non è cambiata, anzi, si è aggravato il dramma italiano di uno spreco di risorse gettate nel calderone del malgoverno o del governo senza strategie che ha assunto dimensioni colossali.

Quindi, per favore, non veniteci a parlare di emergenza senza convincerci che: 1) voi avete le idee chiare; 2) voi avete la statura morale per guidare noi; 3) voi sapete cosa state costruendo e lo volete fare insieme a noi. Perché, altrimenti, subiremo la vostra emergenza e continueremo a disinteressarci della cosa pubblica e voi avrete il peso di una società intera che se non rema contro quanto meno non vi aiuta.

Il noi e il voi è diventata una chiave per inaugurare un nuovo modo di parlarsi fra cittadini e persone che dedicandosi alla politica chiedono il consenso per dirigere le istituzioni. Bisogna convincerci tutti che farla finita con il berlusconismo significa uscire fuori da un modo oligarchico e autoreferenziale di gestire la funzione politica. Quando i cittadini stanno a guardare con disgusto o con rabbia a manovre politiche che non comprendono allora è arrivato il momento di cambiare strada.

Questa crisi dell’Italia e di questa specie di governo che è ancora in carica ci devono far riflettere oltre i numeri che la sanciscono, altrimenti metteremo al centro di tutto i numeri e dimenticheremo le persone che li fanno i numeri. Vediamo, quindi, se si può provare ad abbozzare un punto di vista civico ossia del cittadino senza ulteriori specificazioni. Vediamo se possiamo decidere qualcosa anche noi e non solo limitarci a seguire passo passo il programma imposto dall’Europa.

Qual’ è il problema principale dell’Italia? Il debito pubblico che strozza la capacità di spesa dello Stato, delle regioni e degli enti locali. Quindi occorre fermare la crescita del debito e puntare a ridurlo. Per questo bisogna che lo Stato incassi di più col prelievo fiscale e spenda meno e meglio il denaro pubblico.

Uno schemino semplice eppure qui sta il dramma italiano perché da decenni gli interessi di parte impediscono che si imbocchi la via di un risanamento. D’altra parte sono gli stessi interessi che hanno creato questa situazione, e allora come stupirsi?

Non si può qui delineare un programma di governo, ma provare a capire da dove si può cominciare sì.

Si imponga una patrimoniale ordinaria che effettui un prelievo sulla ricchezza che si è formata in questi anni di redistribuzione del reddito a danno dei ceti medi e bassi e a vantaggio degli evasori fiscali. Per non colpire due volte chi ha già pagato si può stabilire un limite oltre il quale la tassa possa incidere e la possibilità di detrarre l’importo delle imposte sul reddito già pagate. Lo chiede persino la Confindustria e allora perché finora il governo non l’ha presa in considerazione divagando su misure programmatiche con effetti vaghi e non immediati (licenziamenti facili per esempio)?

La spesa va ridotta certo, ma riqualificandola perché sia un volano per la crescita e non solo una scure che taglia alla cieca. Per esempio le pensioni. Si passi subito al contributivo per tutti così chi vuole va in pensione con quello che ha maturato sulla base dei contributi versati. Ma questo non può essere un espediente per mettere alla fame milioni di persone. Quindi non si può proporre questo per tagliare le pensioni da adesso in poi. Inoltre, se risparmi ci saranno dovranno alimentare un welfare riformato che aiuti chi vuole lavorare e i giovani innanzitutto.

A proposito di riqualificazione della spesa ricordiamoci delle 19 Maserati da 100mila euro l’una comprate in queste settimane dal ministero della difesa. Ecco un esempio di cosa può succedere quando manca la direzione politica o si lascia briglia sciolta ad una burocrazia folle che guarda solo il suo ombelico. Quanti altri casi di follia amministrativa ci sono in tutti i settori nei quali si ha il potere di spendere il denaro pubblico?

Per ripartire ci vuole una nuova classe dirigente cominciando con un nuovo governo. E ci vuole una cultura civica che rimetta al centro il cittadino con i suoi diritti e le sue responsabilità. Il ventennio berlusconiano non nasce dallo spazio, ma da qui. Guardiamoci in faccia e decidiamo se possiamo continuare così noi italiani e comprendiamo che la risposta non ce la daranno i partiti. Stavolta dobbiamo darla anche noi.

Claudio Lombardi

La crisi politica, i teppisti e i problemi degli italiani (di Claudio Lombardi)

“Presidente  Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Dall’intervista a Francesco Cossiga del 23 ottobre 2008 rilasciata a GIORNO/RESTO/NAZIONE

Non rientra fra i compiti che civicolab si è assunto intervenire sulle vicende che riguardano i partiti. Ma una crisi di Governo e le azioni che compiono le istituzioni che tutte insieme si chiamano “politica” sì che ci riguardano. In primo luogo perché ci toccano come cittadini e poi perché non vi è separazione o, meglio, non vi dovrebbe essere separazione fra Stato in tutte le sue articolazioni e società in tutte le sue espressioni. Nessuno può dire “non mi riguarda” “sono cose dei politici, io non le voglio sapere” perché la politica condiziona direttamente le nostre vite.

Abbiamo voluto premettere brani di una delle ultime interviste di Cossiga perché ciò che è accaduto ieri a Roma era già accaduto nel passato. Con un tempismo illuminante ogni volta che si scatena una crisi politica che minaccia di mettere in discussione la conservazione degli assetti di potere esistenti e ogni volta che a questa si accompagna la debolezza di proposte alternative o la confusione di chi o fra chi si oppone, ogni volta si scatena la violenza teppistica o terroristica che trascina movimenti di protesta nati per ragioni vere, ma disorientati.

È una constatazione che avvilisce chi ancora crede che la democrazia possa e debba sopportare crisi e tensioni, ma senza superare il limite che mette in discussione il principio stesso sul quale si basa: la ricerca e l’organizzazione del consenso. Se lo si fa ci si mette fuori dalle regole della democrazia e, ammesso e non concesso che si sia in buona fede e non agenti provocatori come quelli evocati da Cossiga, si tenta semplicemente di imporsi con la violenza a tutti gli altri. Metodo praticato da qualunque genere di teppisti.

Detto questo ciò che preoccupa è la capacità di un Governo che ha perso gran parte della sua maggioranza, ridotta ormai a pochi voti di scarto, a far fronte ai problemi del Paese.

La ricostruzione de L’Aquila, il rilancio delle attività economiche basandosi di più sulla ricerca di nuovi prodotti e tecnologie, lo sviluppo dei settori culturale e paesaggistico che sono alla base del turismo (dall’estero e interno) risorsa inesauribile dell’Italia, il rafforzamento della formazione, da quella scolastica a quella universitaria e specialistica aperte a tutti e basate sul sistema pubblico, l’efficienza degli apparati dello Stato (e regionali e locali), l’efficienza dei servizi pubblici indispensabili alla vita della società (rifiuti, acqua, mobilità ecc), un servizio sanitario e un’assistenza sociali dopo sprechi e ruberie siano sconfitti in nome di prestazioni efficaci e di qualità, una giustizia che risolva rapidamente ogni tipo di controversia e che sia alla base della legalità, la lotta alle mafie a partire da quelle che operano nei settori economico-finanziari, il contrasto alla corruzione e a chi sfascia lo Stato rubandone le risorse.

Questi e altri sarebbero i punti di un programma di governo che governi nell’interesse dei cittadini. Quest’interesse non si chiama destra, sinistra, centro, ma rimanda al rapporto tra Stato e società che non può non essere basato sul rispetto di regole e sulla costruzione di condizioni migliori di vita per tutti. Se, invece, si vuole privilegiare una parte a scapito dell’altra o fare l’interesse di pochi a spese di quello degli altri, allora si usa lo Stato per i propri affari e lo si indebolisce.

Se tutti i cittadini sapessero valutare, giudicare e agire in base a questi principi non ci sarebbe spazio per leggi elettorali che non consentono di scegliere le persone, per la compravendita di parlamentari, per i corrotti, per i ladri e i malfattori che alloggiano tranquillamente in troppe stanze del potere e con le loro azioni sgretolano le istituzioni e impoveriscono il Paese.

La risposta giusta si chiama cittadinanza attiva che si organizza in associazioni, comitati, gruppi e che assume su di sé la cura degli interessi generali. Se poi anche qualche organizzazione di partito volesse farlo distogliendosi un po’ dalla lotta per il potere sarebbe la benvenuta.

Claudio Lombardi