Il discorso di Draghi a Pisa/3

CONVERGENZA E DIVERGENZA NELL’AREA DELL’EURO

Ma se è vero che i presunti vantaggi di una maggiore libertà di manovra al di fuori dell’unione monetaria appartengono a una memoria offuscata dal tempo e dai drammi della recente crisi, è anche vero che in alcuni paesi vari benefici che si attendevano dall’UEM non si sono ancora realizzati. Non era, e non è oggi, sbagliato attendersi maggiore crescita e occupazione da quella che allora fu chiamata la “cultura della stabilità”, che l’unione monetaria avrebbe portato. Ma non era pensabile che a questo risultato si arrivasse solo per aver aderito all’unione monetaria. Occorreva e occorre molto di più.

I fondatori dell’UEM sapevano bene che la costruzione di un’unione monetaria ben funzionante in tutti i suoi aspetti sarebbe stato un processo lungo, graduale. L’esperienza storica suggeriva che l’apertura dei mercati avrebbe prodotto guadagni asimmetrici, alcune regioni ne avrebbero beneficiato più di altre, determinando un processo di convergenza disomogeneo, come nel caso italiano e tedesco dopo le rispettive unificazioni nella seconda metà del XIX secolo.

Nei paesi dove la convergenza è stata maggiore: i paesi baltici, la Slovacchia e, in misura minore, Malta e Slovenia, la distanza del loro PIL pro capite dalla media dell’area dell’euro si è accorciata circa di un terzo dal 1999. Altri, anch’essi inizialmente assai distanti dalla media dell’area, non sono però riusciti a ridurre il divario in misura significativa, come la Grecia e il Portogallo. Ma queste divergenze non sono soltanto nell’area dell’euro.

Il PIL pro capite dello Stato più ricco degli USA è circa il doppio rispetto a quello dello Stato più povero, sostanzialmente lo stesso divario che abbiamo nell’area dell’euro. Inoltre, la dispersione dei tassi di crescita fra i paesi dell’area dell’euro si è ridotta notevolmente nel tempo e dal 2014 è paragonabile a quella tra i singoli Stati degli USA.

Che cosa ha determinato le diverse traiettorie di convergenza e in che misura queste sono legate all’appartenenza all’area dell’euro? Il processo di convergenza può essere pensato in due modi.

Il primo riguarda la convergenza dei livelli di PIL reale pro capite. Questo è un processo di lungo periodo, spinto da fattori quali la tecnologia importata, la crescita della produttività, la qualità delle istituzioni: questi possono essere favoriti dalla partecipazione a una moneta comune ma non sono da essa determinati. Sono le politiche nazionali, sono le riforme strutturali e istituzionali, nonché il contributo dei fondi strutturali della UE ad avere un ruolo cruciale.

Il secondo modo di guardare alla convergenza riguarda i tassi di crescita, il grado di sincronizzazione dei cicli economici, soprattutto in occasione di shock rilevanti. In questo caso l’appartenenza a un’unione monetaria gioca un ruolo importante perché influenza la capacità con cui le singole economie stabilizzano la domanda, soprattutto durante le fasi recessive.

Nel caso dell’Italia hanno contato entrambi gli aspetti. Fra il 1990 e il 1999, prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia registrava il più basso tasso di crescita cumulato rispetto agli altri paesi che hanno aderito fin dall’inizio alla moneta unica. Lo stesso accadde dal 1999 al 2008 sempre rispetto a tutti i paesi dell’area. Dal 2008 al 2017 il tasso di crescita è stato superiore solo a quello della Grecia. E, andando indietro nel tempo, la crescita degli anni ’80 fu presa a prestito dal futuro, cioè grazie al debito lasciato sulle spalle delle future generazioni. La bassa crescita italiana è dunque un fenomeno che ha inizio molti, molti anni prima della nascita dell’euro. Si tratta chiaramente di un problema di offerta, evidente del resto anche guardando alla crescita nelle varie regioni del paese. Esiste una correlazione fra i PIL pro capite regionali e alcuni indicatori strutturali, fra i quali, ma non solo, l’indice Doing Business con cui la Banca Mondiale sinteticamente misura la “facilità di fare impresa”, i cui valori per le regioni più povere sono in genere inferiori a quelli delle regioni più ricche.

Al contempo, il fatto che l’economia italiana – insieme con quelle di altri paesi – abbia registrato durante la crisi un andamento divergente rispetto alla media delle economie dell’area sottolinea due punti importanti. Primo, le economie strutturalmente deboli sono più vulnerabili di altre alle fasi cicliche negative; secondo, l’unione monetaria è ancora incompleta sotto diversi profili essenziali.

Esiste ampia evidenza circa la maggiore rapidità di recupero dopo la crisi da parte di quei paesi che hanno attuato politiche strutturali incisive. In questi paesi il mercato del lavoro è divenuto più reattivo alla crescita dell’economia, con il migliorare della situazione congiunturale, si sono registrati significativi aumenti di occupazione. Tuttavia, insieme alle politiche strutturali, sono necessari diversi strati di protezione per assicurare che i paesi riescano a stabilizzare le proprie economie in tempo di crisi.

In assenza di presidi adeguati a livello dell’area dell’euro, i singoli paesi dell’unione monetaria possono essere esposti a dinamiche auto-avveranti nei mercati del debito sovrano. Ne può scaturire nelle fasi recessive l’innesco di politiche fiscali pro-cicliche, producendo così un aggravamento della dinamica del debito, come nel 2011-12. Di norma, gli oneri del debito sovrano devono scendere in una recessione, ma in quella circostanza le economie di dimensione pari complessivamente a un terzo del PIL dell’area registrarono una correlazione positiva che si autoalimentava fra gli oneri del loro debito e il grado di avversione al rischio. La carenza di una azione di stabilizzazione macroeconomica incise sulla crescita e sulla sostenibilità del debito.

Sono quindi i paesi strutturalmente più deboli ad avere più bisogno che l’UEM disponga di strumenti che prima di tutto diversifichino il rischio delle crisi e che poi ne contrastino l’effetto nell’economia. Ho ricordato in altra sede come nei paesi, quali l’Italia, giunti alla crisi indeboliti da decenni di bassa crescita e senza spazio nel bilancio pubblico, una crisi di fiducia nel debito pubblico si sia trasformata in una crisi del credito con ulteriori pesanti riflessi sull’occupazione e sulla crescita.

Una maggiore condivisione dei rischi nel settore privato attraverso i mercati finanziari è fondamentale per prevenire il ripetersi di simili eventi. Negli Stati Uniti circa il 70% degli shock viene attenuato e condiviso tra i vari Stati attraverso mercati finanziari integrati, contro appena il 25% nell’area dell’euro. È perciò interesse anche dei paesi più deboli dell’area completare l’unione bancaria e procedere con la costruzione di un autentico mercato dei capitali.

Ma non basta: i bilanci pubblici nazionali non perderanno mai la loro funzione di strumento principale nella stabilizzazione delle crisi. Nell’area dell’euro gli shock sulla disoccupazione sono assorbiti per circa il 50% attraverso gli stabilizzatori automatici presenti nei bilanci pubblici nazionali, molto di più che negli Stati Uniti. L’uso degli stabilizzatori automatici da parte dei paesi dipende, tuttavia, dall’assenza di vincoli connessi al loro livello del debito. Occorre dunque ricreare il necessario margine per interventi di bilancio in caso di crisi.

E ancora non basta: occorre un’architettura istituzionale che dia a tutti i paesi quel sostegno necessario per evitare che le loro economie, quando entrano in una recessione, siano esposte al comportamento prociclico dei mercati. Ma ciò sarà possibile solo se questo sostegno è temporaneo e non costituisce un trasferimento permanente tra paesi destinato a evitare necessari risanamenti del bilancio pubblico, tantomeno le riforme strutturali fondamentali per tornare alla crescita.

CONCLUSIONI

Non è stato per una pulsione tecnocratica ad assicurare la convergenza fra paesi e il buon funzionamento dell’unione monetaria, che in questi anni ho frequentemente affermato l’importanza delle riforme strutturali. Ogni paese ha la sua agenda, ma è solo con esse che si creano le condizioni per far crescere stabilmente: salari, produttività, occupazione, per sostenere il nostro stato sociale. È un’azione che in gran parte non può che svolgersi a livello nazionale, ma può essere aiutata a livello europeo dalle recenti decisioni di creare uno strumento per la convergenza e la competitività.

Tuttavia, per affrontare le crisi cicliche future, occorre che i due strati di protezione contro le crisi – la diversificazione del rischio attraverso il sistema finanziario privato da un lato, il sostegno anticiclico pubblico attraverso i bilanci nazionali e la capacità fiscale del bilancio comunitario dall’altro – interagiscano in maniera completa ed efficiente. Quanto maggiore sarà il progresso nel completamento dell’unione bancaria e del mercato dei capitali, tanto meno impellente, sebbene sempre necessaria, diverrà la costruzione di una capacità fiscale che potrà talvolta fare da completamento agli stabilizzatori nazionali. L’inazione su entrambi i fronti accentua la fragilità dell’unione monetaria proprio nei momenti di maggiore crisi; la divergenza fra i paesi aumenta.

L’unione monetaria, conseguenza necessaria del mercato unico, è divenuta parte integrante e caratterizzante, con i suoi simboli e i suoi vincoli, del progetto politico che vuole un’Europa unita, nella libertà, nella pace, nella democrazia, nella prosperità. Fu una risposta eccezionale oggi, parafrasando Robert Kagan diremmo antistorica, a un secolo di dittature, di guerre, di miseria, che in questo non era dissimile dai secoli precedenti. L’Europa unita fu parte di quell’ordine mondiale, frutto esso stesso di eccezionali circostanze, che seguiva alla seconda guerra mondiale. Il tempo passato da allora avrebbe giustificato la razionalità di queste scelte in Europa e nel mondo: le sfide che da allora si sono presentate hanno sempre più carattere globale; possono essere vinte solo insieme, non da soli. E ciò è ancora più vero per gli europei nella loro individualità di Stati e nel loro insieme di continente: ricchi ma relativamente piccoli, esposti strategicamente, deboli militarmente. Eppure oggi, per tanti, i ricordi che ispirarono queste scelte appaiono lontani e irrilevanti, la loro razionalità sembra pregiudicata dalla miseria creata dalla grande crisi finanziaria dell’ultimo decennio. Non importa che se ne stia uscendo: nel resto del mondo il fascino di ricette e regimi illiberali si diffonde: a piccoli passi si rientra nella storia. È per questo che il nostro progetto europeo è oggi ancora più importante. È solo continuandone il progresso, liberando le energie individuali ma anche privilegiando l’equità sociale, che lo salveremo, attraverso le nostre democrazie, ma nell’unità di intenti.

Nazionalpopulismo contro democrazia/3

Pubblichiamo la terza parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Cos’è il nazionalpopulismo

“Prima di passare ad analizzare le cause della sua espansione penso sia utile qualche chiarimento sulla definizione di nazionalpopulismo.

Innanzitutto: la congiunzione dei due termini è appropriata? Cosa c’è di comune tra casi così diversi come quelli citati che giustifichi il definirli con lo stesso appellativo? Last but not least: si tratta di qualcosa di nuovo, di veramente mai visto prima? Vediamo.

La sintesi di populismo e nazionalismo era implicita nel fascismo mussoliniano e divenne esplicita nel nazismo cioè nel nazionalsocialismo hitleriano. Può essere considerata un precedente? Magari un lontano parente? O si tratta di un abuso linguistico fuorviante?

Qualcuno (Mario Rodriguez ma non solo) raccomanda alla sinistra di oggi di non cadere nell’errore di sfoderare il tradizionale armamentario della sinistra che per rafforzare le sue polemiche chiama fascisti i suoi avversari. Giusta raccomandazione. Come insegnavano i gesuiti nelle loro scuole, distingue frequenter, bisogna distinguere spesso, anche e soprattutto per non ripetere i disastrosi errori del passato.

Cominciamo dalle differenze. Bisogna subito dire che, al di fuori dei casi asiatici e sudamericani, là dove i populisti hanno vinto o dove sono forti, non c’è stato ricorso alla violenza organizzata, non ci sono milizie armate, assassinii di leader dell’opposizione, assalti a sedi istituzionali o di partiti avversari, incendi, spedizioni punitive.

Del resto, non siamo, come negli anni Venti, appena usciti da una guerra mondiale, non sembra che si stiano preparando guerre civili né che sia divampato un devastante incendio sociale.

Nondimeno è innegabile che la crisi economica di questi anni, per tante analogie paragonata a quella degli anni Venti, ha avuto conseguenze anche più gravi di allora.

Per parlare della sola Italia il crollo di cinque punti del Pil nel solo 2009 è stato pagato con decine di migliaia di negozi e di fabbriche chiuse, con più di un milione di persone che hanno perso il lavoro, con la drastica contrazione dei redditi e del tenore di vita della classe media. Certo quel momento è stato superato, l’Italia è tornata a crescere economicamente ma è ancora bloccata socialmente.

Il tentativo cui oggi assistiamo di unire i due poli del nazionalismo e del populismo è nato in questo contesto di crisi e di impoverimento che a partire dagli Stati Uniti è dilagato in Europa e altrove. In un contesto analogo anche le reazioni politiche in alcuni paesi mostrano – rispetto agli anni Venti – insieme – lo ripeto – alla differenza fondamentale della non violenza, anche diverse analogie.

Per essere più precisi: finora la violenza praticata dalle formazioni nazionalpopuliste è stata politica, incivile ma verbale. Ci sono state campagne di inaudita violenza condite di accuse e di insulti infamanti soprattutto verso gli avversari politici ma solo singoli episodi di intimidazione a giornali, tv, organizzazioni non governative, esponenti politici.

Tuttavia si è visto molte volte nella storia quanto sia breve il passaggio dalla violenza verbale a quella fisica e quante predicazioni di odio siano sfociate in un clima di intimidazioni e poi in aperte aggressioni.

Veniamo ora a un aspetto più squisitamente politico della condizione attuale.”

Fine terza parte/segue

La lezione dell’ elezione di Trump

Trump ci costringe a rimescolare le carte. Torna il vecchio dilemma: cosa è destra e cosa è sinistra? I voti li prende da una maggioranza indebolita e spaventata dalla crisi e dalla globalizzazione che prima di ogni ragionamento vuole sapere che ne sarà del lavoro e se qualcuno può ridarle i redditi e la stabilità di prima. Nessuna dotta analisi, nessun richiamo alle compatibilità e ad una visione strategica o ad una missione ideale può sostituire queste semplici domande. La promessa di far tornare di nuovo l’America grande basta e avanza a questa maggioranza per delineare il suo orizzonte ideale. La spinta è la rabbia per una crescita dell’economia i cui frutti sono stati presi da una casta di operatori finanziari, manager e proprietari di aziende più altri membri dell’establishment su su fino al famoso 1%.

make-america-great-againQuesta spinta non è stata vista da chi di questo establishment fa parte e da chi pensa sia sufficiente evocare le magnifiche sorti degli scambi globali e delle migrazioni per convincere milioni di persone a sopportarne le conseguenze. Purtroppo da anni la sinistra riformista e chi si presenta come centrosinistra (i democratici negli Usa) appare come il propugnatore di un’etica della sopportazione che invita alla moderazione, alla prudenza, al rinvio in nome di ciò che si può realisticamente fare in una situazione che appare come un fenomeno naturale sul quale non è possibile influire. Anzi, peggio, perché, mentre si diffonde il messaggio che la causa del riscaldamento globale sono le attività umane, altrettanto non si fa per i mercati che appaiono l’entità superiore inaccessibile e imperscrutabile che governa i destini dell’umanità.

Possiamo stupirci se è maturato nel cuore di quelle che una volta si chiamavano masse popolari un rifiuto che, di volta in volta, si rivolge all’accoglienza dei migranti, agli scambi commerciali con la Cina, ai vincoli della moneta unica e a quant’altro si frappone alla conquista di uno standard di vita accettabile? È un rifiuto senza confini che parla lo stesso linguaggio anche se filtrato dalle culture nazionali negli Usa e in Europa. Il linguaggio è quello dei propri interessi minacciati da una situazione che i gruppi dirigenti della politica non sembrano in grado di migliorare.

globalizzazioneLe masse vedono la globalizzazione come invasione di merci e di persone. Non ne vedono i vantaggi e pensano che sia stata voluta per oscuri interessi di una ristretta minoranza di “padroni del mondo”. E così si individua il nemico in chi arriva da altri paesi e chiede lavoro e protezione. Lo si individua nei lavoratori che producono le merci lontano e che tolgono spazio a quelle prodotte in casa. Lo si individua nelle regole dettate per far stare insieme paesi molto diversi sotto un’unica moneta.

La lezione dell’elezione di Trump vale per l’Europa e cioè per l’Italia, per la Francia, per l’Austria, per la Danimarca e vale per il Regno Unito. Da noi i movimenti populisti che scavalcano qualunque classificazione politica esistono e si rafforzano mentre i governi diretti dalle forze politiche tradizionali appaiono incapaci di rispondere alle esigenze dei propri cittadini. Chi ci prova come è il caso dell’Italia alle prese con i terremoti e con le sue arretratezze deve ingaggiare una dura battaglia con i controllori europei pagando il prezzo di errori della storia passata che non possono essere scontati nei tempi brevi di un ciclo economico.

disuguaglianza-ricchi-e-poveriLa lezione americana ci dice che la Clinton non ha rassicurato chi soffre le disuguaglianze, non ha convinto abbastanza sulla bontà dei suoi programmi perché priva di una credibilità forte e perché penalizzata per essere l’espressione di una classe dirigente che appare inadeguata pur nella crescita del Pil di questi anni a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone.

Dopotutto i democratici hanno avuto otto anni di presidenza Obama per accorgersi di ciò che stava accadendo. Dovranno imparare loro e dovranno impararlo i democratici europei che l’invito alla moderazione e alla sopportazione di tutte le compatibilità trova sempre il limite degli interessi delle persone. Troppo non si può chiedere e conviene mostrarsi agguerriti e determinati a cambiare ciò che non funziona prima che si presenti un demagogo a raccontare favole e a trascinarsi via tutti

Claudio Lombardi

Un Ferragosto di incertezza e di preoccupazione

Ferragosto: tempo di vacanze, di ozio, di leggerezza. Dovrebbe essere così e vogliamo che sia così anche se le cose non vanno per niente bene. Dovunque si guardi c’è qualche motivo per essere preoccupati. Di cosa vogliamo parlare? Dell’economia? Beh il ritorno della crescita zero è una mazzata, non si può non dirlo. La pioggia di soldi messi in circolo dalla Bce con i conseguenti risparmi di interessi sul debito pubblico e con le banche rifornite di finanziamenti a costo zero non è bastata a far ripartire le attività produttive. QE BceNemmeno i vari 80 euro e taglio dell’Imu ci sono riusciti. Sicuramente senza questi provvedimenti sarebbe andata peggio o, forse, ci voleva qualcosa di diverso. Ma le bacchette magiche non esistono e nemmeno i miracoli. E poi non è che sia tutto negativo perché il settore delle esportazioni regge eppure non basta. In epoca di globalizzazione sta a galla non solo chi ha buoni prodotti da vendere, ma anche chi riesce a fare qualcosa in più degli altri e a migliorare la produttività complessiva. Non si tratta solo del rapporto tra costo di ciò che è necessario per produrre e valore che ne esce, ma anche di ciò che un sistema economico, sociale e istituzionale riesce a produrre con le risorse di cui dispone. Da questo punto di vista l’Italia è messa male come chiunque può constatare raffrontando lo stato del Paese con il livello della tassazione e l’ammontare del debito pubblico.

Lo spreco di denaro pubblico che non produce risultati e che distrugge risorse da noi raggiunge livelli molto elevati e produce una generale inefficienza del sistema. Il catalogo degli sprechi (si dice sprechi ma dentro ci sta di tutto mafie, corruzione e ruberie incluse) è più lungo di quello delle donne conquistate da Don Giovanni ed è inutile provare ad elencarne le varie tipologie. Basti dire che lì sta la storia del debito pubblico, il macigno che non riusciremo mai a toglierci di dosso. Nulla possiamo fare se non a debito. D’altra parte anche la cosiddetta flessibilità chiesta all’Europa non è altro che un aumento del debito. E anche chi vuole uscire dall’euro per tornare alla lira pensa di poter più liberamente giocare sul debito e sulla svalutazione come se fossimo fermi al boom economico di inizio anni ’50 e come se la globalizzazione non esistesse.

debito pubblicoOra, è logico che il debito si possa fare per investire cioè per aumentare il valore del sistema Italia. Per esempio un restauro a tappeto di tutti i beni archeologici e artistici finalizzato non solo alla salvaguardia, ma anche alla loro valorizzazione (= visite = turismo = biglietti da pagare = indotto = posti di lavoro) è un investimento. Anche la sistemazione del territorio per prevenire frane e altri disastri è un investimento. Ma quando il debito ha bisogno di essere rinnovato anno per anno nella misura di 400 miliardi (o giù di lì) è chiaro che serve per pagare stipendi, pensioni e servizi cioè per la spesa corrente. Ma anche quando si spende per opere pubbliche spesso si spende moltissimo ed anche piuttosto inutilmente come accade con la metro C di Roma per esempio. Il risultato è che ci si stringe ancor più il cappio al collo. È debito anche quando si permette un’evasione fiscale che dura da tempo immemorabile e che viene “limata”, ma non eliminata perché i soldi che non entrano nel bilancio si devono sostituire tartassando quelli che pagano le imposte e prendendoli in prestito. Insomma il crocevia di tutto è lo Stato, ciò che entra, ma soprattutto l’enorme spesa pubblica dalla quale dipende più di metà dell’economia. Lì è il potere dei soldi e la lotta per il controllo dei soldi è la sostanza della lotta politica e sociale in Italia. Chi dà e chi prende.

redistribuzioneE non pensiamo che la cosa riguardi solo chi se ne approfitta: tutti stiamo dentro questo meccanismo di distribuzione. Qualcuno prende di più e da’ meno e altri danno tanto e prendono poco. Ecco perché diventa importante il come e il chi: come si prendono le decisioni e a chi attribuire le responsabilità. La cosa peggiore è l’opacità dei meccanismi istituzionali nei quali tutti sono responsabili e nessuno lo è perché la regola è la distribuzione delle risorse per tenere a bada le tensioni e acquisire consenso possibilmente facendo passare per favore ciò che dovrebbe essere una chiara scelta politica e amministrativa. Le pensioni di invalidità finte distribuite come ammortizzatore sociale in passato soprattutto al sud qualcosa dovrebbero averci insegnato. Il discorso sulla politica e sulle riforme istituzionali sta dentro questa cornice.

guerre in Medio OrienteI motivi di preoccupazione sono dunque tanti anche senza pensare che una guerra vera si sta svolgendo nel mondo dell’Islam (giusto sull’altra sponda del Mediterraneo) e che le sue conseguenze le paghiamo anche noi con il terrorismo, con migrazioni che possono destabilizzarci e con una difficile convivenza tra milioni di persone che vivono in Europa e che guardano al mondo islamico per trovare una loro identità. Può sembrare strano, ma la guerra esalta questa ricerca perché semplifica questioni complesse e spinge ad annullare i dubbi e le distinzioni per schierarsi da una parte o dall’altra. Ma sempre del mondo islamico perché l’Occidente appare in crisi e incapace di mobilitare le opinioni pubbliche per difendere ed esaltare i valori che sono posti a fondamento delle nostre società. Libertà, autonomia dell’individuo, parità tra uomini e donne, laicità dello Stato, democrazia non affascinano forse nemmeno noi che ci siamo nati e che non abbiamo combattuto per conquistarle. Figuriamoci chi è abituato a riconoscere la superiorità di un dio. C’è poco da stare rilassati in questo Ferragosto

Claudio Lombardi

L’inverno milanese, la crisi e le paure del ceto medio (di Salvatore Sinagra)

crisi economicaCon le statistiche che ci parlano di caduta dei redditi e di crescita della povertà vale la pena andare a vedere da vicino che succede nella vita reale, per esempio a Milano. Niente analisi, ma solo piccoli spunti tratti dalle cronache quotidiane di un’esperienza personale, la mia. TENTATIVI. Pochi giorni fa mi è capitato di entrare in un nuovo e grazioso caffè alla periferia est di Milano, un posto insolito per la città lombarda. L’esercente avrà quarant’anni o poco più. Questo posto è una novità assoluta nel mio quartiere, sembra un angolo rubato alla periferia parigina. A Milano est i piccoli esercizi commerciali sono il termometro se non delle difficoltà, almeno dell’instabilità del momento. Un anziano calzolaio è morto e nessuno ha preso il suo posto, qualche bar ha chiuso dall’oggi al domani, una sarta è sparita e un cliente le ha scritto un messaggio sulla saracinesca intimandole di restituirgli la sua giacca; una lavanderia che funzionava bene improvvisamente ha chiuso perché la proprietaria non ce la faceva più.

barIl proprietario del bar (Matteo di origini pugliesi), mi ha spiegato che per quasi vent’anni ha lavorato in un’azienda di una quindicina di dipendenti, poi gli hanno imposto una riduzione di orario di lavoro che gli è sembrato il preludio della disoccupazione e ha deciso di usare i suoi risparmi per mettere su un’attività.

IL CONTESTO. Il mio quartiere pullula di bar, il caffè ha quasi ovunque lo stesso sapore, eppure il nuovo arrivato spera di poter attrarre molti clienti grazie all’atmosfera del suo locale e quando passo dalle sue parti il sabato mattina ho l’impressione che, in effetti, le cose per lui non vadano male.

strada milanoDa ormai undici anni frequento la grande arteria che collega il centro di Milano all’aeroporto di Linate e ho visto le sue trasformazioni: l’arrivo di un discount-primo prezzo di una grande catena francese, il proliferare di bar gestiti da cinesi, la continua sostituzione di piccoli esercizi commerciali con punti vendita di catene diffuse in tutto il territorio nazionale, l’avvento di qualche sarto indiano o pachistano ed infine un negozio di una catena danese che vende cianfrusaglie. Eppure c’è ancora qualche italiano che prova ad aprire un esercizio commerciale, magari come ultima chance dopo il licenziamento o dopo una lunga ricerca del lavoro. Fiducia ed entusiasmo sicuramente anche se nella mia zona succede spesso che, alla chiusura di un negozio, segua l’apertura di un’altra attività. Ma è raro che lo faccia un italiano, questo è il punto.

precarioSTORIE NORMALI. La vita quotidiana è piena di storie normali. Roberto è giovane, ma ha già dieci anni di precariato alle spalle. Di fronte ha la decisione di convivere con la sua compagna con l’intenzione di mettere su famiglia. Ad aprile scade di nuovo il suo contratto di lavoro e lui non sa se e come verrà rinnovato. La sua compagna si è laureata a dicembre e adesso cerca lavoro. Non fa niente, aspettare ancora significherebbe non farlo più. Così la decisione è presa; per la casa, come accade per tanti giovani, la soluzione si è trovata in famiglia, ma senza convivenza con i genitori per fortuna. Per ora va bene e in futuro si vedrà.

Lui e la sua compagna rappresentano purtroppo abbastanza bene l’Italia che ha tanto patrimonio, poco reddito e nessuna speranza in un futuro migliore. Hanno studiato più dei genitori, si sono laureati bene ed in tempi ragionevoli, ma prendono casa solo grazie alle risorse della famiglia. Ovviamente, non avrebbero potuto chiedere un mutuo perché nessuna banca l’avrebbe concesso.

over 50Altro incontro. Andrea, quadro bancario, ha passato i cinquanta da un paio di anni. Lavora a Novara. Non è povero, ma quando racconta la sua storia ti fa quasi toccare ed annusare il declino del ceto medio. Entra in banca neolaureato e si occupa subito di cose interessanti, nei primi anni ottiene una serie di promozioni, nessuna gli cambia la vita ma ogni anno le cose per lui vanno un po’ meglio, poi a un certo punto non arrivano più scatti e gli vengono assegnate mansioni molto routinarie. La scorsa estate arriva la doccia fredda, la società in cui lavora la moglie chiude la sua sede milanese, lei rimane a casa e entra nella categoria di coloro che cercano lavoro senza particolare speranza di trovarlo. Ogni mattina, (adesso ha tanto tempo libero) accompagna il marito alla stazione. Chiedo ad Andrea come va, lui mi risponde che aspetta con ansia il nuovo accordo tra sindacati e dirigenza, perché sembra che la dirigenza voglia che molti over 50, quelli che in banca guadagnano di più, accettino un lavoro part-time fino al pensionamento. Andrea mi dice che con la moglie a carico per lui anche una riduzione dello stipendio di 10 euro è pesante, mi dice che è quasi contento che il padre, anche lui bancario, sia morto da un anno e non abbia visto il declino del suo settore e di suo figlio.

CONCLUSIONE. Milano è ancora Milano cioè una città benestante, eppure adesso, al sesto inverno da quando è divenuta conclamata la crisi il ceto medio ha paura. È sempre la capitale economica del paese, non è una città povera, eppure dopo un inizio di millennio non brillante e dopo diversi anni di crisi acuta non si salva dalle tensioni e dai drammi. I giovani fanno molta fatica a trovare lavoro, intraprendere un’attività diventa sempre più una scommessa e chi ha superato i 50 anni sta in mezzo al guado e ha paura di cadere all’improvviso. La speranza è che chi ha in mano il potere si ricordi di queste e di tante altre storie normali delle quali è fatta l’Italia. La fiducia e l’entusiasmo sono beni preziosi e la politica, finora, li ha dissipati senza criterio

Salvatore Sinagra

La fiction del momento: Berlusconi è innocente

galleggiamento ItaliaQualche parola sui temi del momento va detta. No, non sulla crisi e su come uscirne, quella viene dopo. Prima c’è che: Berlusconi è innocente; la legge Severino è incostituzionale (oggi però, ieri l’hanno votata tranquillamente); tanti giuristi hanno dei dubbi e quindi bisogna sospendere ogni giudizio (l’ineffabile Cancellieri); i comunisti negli anni ’50 prendevano soldi dall’URSS, ma non sono stati processati per alto tradimento (autore di questa scemenza: Taradash); Berlusconi si deve poter difendere (e finalmente! dopo tre gradi di giudizio e 10 anni di processo era ora! autore Violante). Berlusconi, Berlusconi, i giudici, i processi. La fiction continua.

Da venti anni i reati di un ricco divenuto straricco e potente padrone dell’informazione grazie a soldi (si dice in documenti e ricostruzioni che sono ormai storia) di origine mafiosa (cioè criminale per chi non l’avesse ancora capito), a complicità politiche ripagate con finanziamenti illeciti e a connivenze negli apparati dello Stato comprate con la corruzione sono al centro della scena.

a libro pagaPolitici e commentatori vari ignorano tranquillamente l’enormità delle accuse e l’evidenza di processi che si sono conclusi con una condanna (per gli altri ci hanno pensato le leggi fatte a misura dei suoi interessi cancellando reati e imponendo la prescrizione). Per loro una democrazia può essere comandata da un delinquente riconosciuto tale con tre gradi di giudizio e dalla sua banda di complici. Già perché non c’è altro modo per definire persone che di fronte all’evidenza dei fatti si ostinano a difendere gli interessi del loro datore di lavoro riconosciuto colpevole. Evidentemente ne condividono la cultura e i metodi. Forse le loro carriere e le loro borse dipendono da lui. Forse…

basta BerlusconiBene, i cittadini, anche quelli che votano Pdl e Berlusconi, devono invece convincersi che l’Italia deve uscire dal vicolo cieco nel quale si è cacciata quando ha consegnato il potere nelle mani del gruppo di potere che si riconosce nella sigla Pdl.

L’OCSE certifica che l’Italia sarà ancora in recessione mentre tutti gli altri paesi del mondo occidentale avanzato (il G7 in particolare) saranno in crescita. I conti italiani sono dissestati grazie a una sciagurata politica di mediazione corporativa che viene da lontano, ma che nel ventennio berlusconiano è diventata licenza di impadronirsi delle risorse pubbliche senza ritegno. Ci interessa?

Ora tanti sono soddisfatti per la cancellazione della prima rata IMU sulla prima casa senza considerare chi paga il conto e le conseguenze di una scelta che restituisce qualche soldo per poi prenderlo da un’altra parte. chi se ne fregaTutta apparenza, fumo negli occhi di cittadini creduloni che pensano di stare meglio e non si accorgono della decrepitezza dei servizi e delle strutture pubbliche. Potrebbero esigere scelte di governo razionali che investano sul futuro, ma si accontentano di mettersi in tasca 100-200-300 euro. A ben vedere nemmeno chi se ne mette in tasca 1000 o 2000 può dire di averci guadagnato veramente perché poi se resta qui pagherà anche lui il prezzo dello sfascio.

I temi del momento dovrebbero essere altri, ma la propaganda di parte prende il sopravvento e falsifica la realtà sperando di nascondere i problemi veri e di prendere ancora tempo per far durare un sistema di potere che non ha più nulla da dare all’Italia. Nel frattempo, certo, il governo qualcosa fa, qualche centinaio di articoli di legge li sforna, ma un altro governo formato da forze politiche pulite, libere da corrotti e corruttori e da interessi di carriera e di potere, potrebbe fare molto di più.

C. L.

Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare…. (di Angela Masi)

“Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo”.  Don Luigi Milani.

solidarietàLe cronache dei TG pochi giorni fa contemplavano anche il funerale della famiglia marchigiana che alla vita e alla lotta per la sopravvivenza ha rinunciato passando, almeno si spera, a miglior vita. Nessuna ironia in questa frase, solo rabbia e stupore…. Indignazione? Può essere, ma da qualche anno abbiamo smesso….

Il signor B. lascia il Paese in una situazione drammatica. Canti e balli per le sue dimissioni… a distanza di poco più di un anno il popolo ha dimenticato e alle urne lo premia con uno strepitoso 125 seggi alla Camera e 117 al Senato.

Il dottor Bersani continua a cercare la risposta giusta alla drammatica situazione del Paese, ma non la trova. Forse perché ha “vinto” le elezioni con così pochi voti che qualcuno ha detto:  “ancora qualche settimana e ce la facevi a perdere”. Insomma abbiamo bisogno che qualcosa cambi e di trovarla ‘sta strada almeno per dire ai cittadini di resistere e sperare, ma chi dovrebbe guidare il rinnovamento non vince.

La novità dell’anno – l’exploit del M5S – tanto acclamata all’estero e elogiata persino dalla dott.ssa Le Pen non porta chiarezza e non si sa come il movimento intende onorare il mandato che i cittadini italiani gli hanno conferito. Ci aspettavamo botti e saette e tanti cambiamenti e, invece, l’unico risultato è stato lo stallo e i comitati dei saggi. Per fare che? Per arrivare senza annoiarci al nuovo Presidente. L’unica novità i conflitti interni al movimento gestiti, o forse annullati sul nascere dal supremo garante nonché fondatore, Grillo.

Aspettiamo di vedere un po’ di personalità politica autonoma di almeno qualcuno dei grillini? O anche una proposta che non sia la solita frase provocatoria lanciata sul blog? Faccio una battuta maligna: probabilmente col primo stipendio d’oro in tasca avranno la mente rilassata per pianificare i progetti politici.

Troppe le situazioni di criticità che con il governo Monti non hanno trovato soluzione. Da una recessione economica che ha messo in ginocchio numerose imprese, causando una crisi occupazionale senza precedenti, all’emigrazione cresciuta del 30% ( più di 80.000 persone, la metà della quali di età inferiore ai 40 anni, hanno lasciato il nostro Paese); dal monito dell’Unione europea e dei suoi Paesi più forti sul rischio di default al penultimo posto destinato al bel Paese per le spese destinate alla scuola e alla cultura.

Di responsabilità veramente poca. Ognuno tenta disperatamente di dar pace a sè stesso provando a convincerci che il dramma che ci si presenta di fronte non l’ha creato lui.crisi Europa

Questo accade nel “mondo di sopra”. Nel “mondo di sotto” intanto….

Monia: “Mi sono laureata nel Luglio del 2007 in Scienze dell’Educazione e dal 2001 lavoro presso una cooperativa come Educatrice. Di anno in anno ho visto abbassare il mio stipendio fino ad arrivare a stipendi da fame. Dopo alcuni mesi dalla laurea ho avuto la fortuna di trovare un impiego a tempo determinato per una multinazionale della moda. Le condizioni di lavoro erano massacranti, stressanti ed umilianti. Mi dissero che non potevo sperare di fare quel lavoro nel migliore dei modi dato che nella vita avevo solo studiato. Dopo 7 mesi non ho avuto il rinnovo del contratto, ho trascorso l’estate da disoccupata e da circa 10 mesi invio curriculum senza ricevere una risposta. Devo, quindi, dedurre che quello che mi hanno detto forse era vero? Altamente deprimente credere che ho impiegato tutta la mia vita nello studio a sgobbare sui libri per non saper fare nulla”.
precariatoFrancesca: “Mi sono laureata in lingue nel 2001 (con specializzazione in tedesco e francese). Dopo la laurea ho iniziato al meglio. Ho lavorato all’estero per più di un anno supportando un team di ingegneri per società farmaceutiche, in Svizzera ed in Francia, dove lavoravo essenzialmente come traduttrice ed interprete nelle linee di produzione. Purtroppo si trattava di progetti con scadenze vincolate ad appalti. Così ho cominciato a lavorare in Italia come assistente con mansioni di segretaria. Ho voluto sperare nel meglio. Così ho continuato a cercare un lavoro diverso, in un contesto internazionale e stimolante. Sono approdata in una società che si occupa di ricerca e selezione di personale altamente qualificato, riconosciuta a livello mondiale. L’ambiente era piacevole e giovanile, stimolante e intellettualmente appagante. Ma è arrivato il ridimensionamento aziendale e sono stata mandata via. Faccio presente che in tutte le mie precedenti esperienze avevo un regolare contratto a tempo indeterminato… compresa quest’ultima, in cui è stato utilizzato l’espediente dei sei mesi di prova per poter concludere il rapporto di lavoro. Niente indennità di disoccupazione. E così eccomi a 34 anni, ricco curriculum professionale, ma disoccupata. Dovrei ricominciare daccapo magari rifare quello che avrei potuto fare a 18 anni subito dopo il diploma. E questo nella migliore delle ipotesi, dal momento che per molte agenzie di somministrazione vengo definita “troppo qualificata” e pertanto non idonea. Tutto ciò non deve impedirci di continuare ad inseguire il nostro sogno… quello per cui abbiamo investito tanto, anima e mente. Spero di non dover cambiare mai idea”.

Angela Masi 

Gli eletti hanno un solo dovere: governare (di Claudio Lombardi)

Art. 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”cittadino arrabbiato

La crisi economica e finanziaria incalza e ogni giorno che passa può essere un giorno perso o un giorno guadagnato. Dipende dalle azioni di chi governa. Gli avvenimenti del mondo nel quale siamo immersi come i pesci nell’acqua e dal quale non ci possiamo distaccare ci avvertono sui rischi che corriamo. Non è in pericolo la nostra vita, ma la sua qualità e i piccoli passi indietro che abbiamo fatto finora possono diventare più pesanti. Non viviamo su un altro pianeta, ma in una rete di interdipendenze nella quale gli errori si pagano. E noi stiamo pagando da anni per tanti errori commessi dalle nostre classi dirigenti, ma finora abbiamo ammortizzato bene le conseguenze grazie ai nostri risparmi e al nostro lavoro. L’errore più grande che si può commettere ora però è restare senza un governo che compia quegli atti indispensabili e possibili che servono adesso.

Le cose da fare subito non sono molte, diciamo 3 o 4, ma le deve fare un governo legittimo sostenuto dal Parlamento. Lasciamo perdere adesso le grandi strategie, i percorsi che richiedono anni e anni, le trasformazioni epocali. Qui c’è da pagare i debiti verso le imprese, c’è da consentire ai comuni di spendere i soldi in cassa per opere pubbliche già fatte o da fare, c’è da votare uno scostamento dal pareggio di bilancio previsto dalla legge in caso di ciclo economico negativo e per il quale occorre la maggioranza assoluta del Parlamento e c’è da sostenere in Europa questi provvedimenti pretendendo anche che la spesa per investimenti sia lasciata fuori dal calcolo del deficit. Ma non investimenti in grandi opere che si possono rimandare, investimenti in tante piccole opere di sistemazione del territorio e di strutture pubbliche essenziali come le scuole. Bisogna poi continuare la revisione della spesa perché ci sono settori come la sanità dove lo spreco continua e i servizi vengono tagliati.cittadino nella crisi

Per ora basta questo. Chi lo fa? Spogliamoci da ogni veste di militanza, lasciamo perdere le tifoserie. Da cittadini rivolgiamoci alle nostre istituzioni rappresentative e ricordiamo agli eletti che rappresentano la Nazione senza vincoli di mandato. Chi è stato eletto ha non la facoltà, ma il dovere di governare. Tutti hanno questo dovere perchè non si va in Parlamento per difendere o per fare l’interesse del proprio partito. L’art 67 della Costituzione dice questo e se non lo si rispetta allora il Parlamento rischia di diventare una palestra dove agiscono squadre contrapposte e agiscono nel loro interesse non per quello degli italiani. Bisogna dire che questo non si può fare perché le istituzioni sono del popolo, non degli eletti.

Quindi Bersani trarrà la sue conclusioni e lo stesso farà il Capo dello Stato. Quali che siano un governo si dovrà formare, un qualunque governo che abbia quel programma descritto sopra e che riflette ciò che le forze sociali chiedono a gran voce. Votato da chi? Anche da tutti. Per dare respiro all’Italia. Poi si faranno i bilanci e se i partiti vorranno contarsi si andrà a nuove elezioni. Ma dopo che tutti gli eletti abbiano fatto il loro dovere quello che giustifica l’esistenza di un Parlamento e di un governo.

Claudio Lombardi

Io sto con i penultimi (di Michele Pizzuti)

SARA’ PURE VERO  CHE GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI, MA IO STO CON I PENULTIMI

fine vicina

Papa Francesco sta facendo bene. Anzi benissimo. Un Papa ( e chi se non lui? ) deve guardare agli ultimi, ai reietti, ai senza bandiera, ai diseredati. Gli ultimi saranno i primi, aveva detto Gesù, ed i successori di Pietro, a volte, dimenticata questa intensa vocazione, hanno fatto l’occhiolino ai fasti, alla vanità, al potere. Al ruolo.

Nessun Papa però, tra i tanti che avevano tentato di mettere in atto questa spinta “verso”, l’aveva esposta con tanta semplicità e ne aveva tratto altrettanta credibilità. Per cui se Francesco mantenesse la metà delle nostre aspettative, atei e cattolici, agnostici e di altre professioni di fede, sarebbero (saremmo) tutti felici di vedere applicate insieme le tre virtù teologali: la Fede, la Speranza, la Carità. Cristiana. Con la Carità che diventa atto di fede e di speranza al tempo stesso.

Gli Ultimi. La Carità verso gli ultimi. Non sappiamo ancora se costoro riusciranno a risalire la china, ma intanto hanno conquistato il centro degli obiettivi delle fotocamere. Bisogna dare atto al Vescovo di Roma di avere rimesso sul palcoscenico questa variabile e adesso dalla politica alla religione, dal Santo Padre al Presidente della Camera, dai programmi di Governo al futuro capo di Governo, è tutto un chiacchiericcio, un incrocio di affidavit verso questa disgraziata e pietosa categoria, che smuove milioni di coscienze e sensi di colpa. Ma anche milioni di euro e di business. Perché gli ultimi, lo dobbiamo sapere, generano business. Solo che le ingenti risorse spese per loro, diventano poca cosa, proprio nel momento in cui arrivano agli ultimi. Ci sarebbe molto da dire sugli affari generati dalla lotta alla fame nel mondo. Qualche carezza, qualche panno caldo o qualche medicina magari scaduta non mancano mai, ma gli intermediari – come al solito – sono quelli che a volte si “cuccano” la parte più cospicua e migliore della filiera soprattutto quando sono in combutta con governi corrotti. Tutt’altra storia quella dei volontari e delle molte Onlus che fanno un lavoro prezioso di sostegno e di assistenza a casa nostra e in giro per il mondo. Un lavoro che ha, giustamente, un costo sempre inferiore a quello che costerebbe un’assistenza statale.

Ma adesso non voglio parlare degli intermediari, nè voglio criticare gli operatori che all’interno di queste organizzazioni ci mettono l’anima, il cuore e a volte ci rimettono la propria pelle. Lo dico persuaso che stare dietro “ai nulla”, stare dietro ai poveri, confidare sugli ultimi, osservando la questione dal lato della Chiesa, è sintomo di grandezza e lungimiranza, seppure in questi ultimi tempi, c’è un bisogno di rimuovere gli errori commessi nel passato recente e una volontà di riscattare questi errori. Ma lo ripeto, la Chiesa fa bene. Il Papa fa bene a parlare dei poveri.ceti medi

Inizio invece a preoccuparmi se, cito ad esempio e “parlo pro domo mia”, per la Presidenza della Camera stare dietro agli ultimi significasse avere la stessa lungimiranza del Papa accennata poco fa, perché di lungimiranza non si tratterebbe.

Mi spiego. Puntare sugli ultimi significherebbe che anche la Boldrini – che di esperienza di diseredati ne ha lo zaino pieno – ha intuito che stiamo tutti andando verso la povertà. E quindi ella attinge energie politico-progettuali da questo “ripopolato segmento” e lo richiama non solo come valore (o alla peggio come proprio bacino elettorale), ma lo cita a memoria perché lo percepisce in crescita o addirittura in forte espansione. Per questo mi preoccupo assai.

Io allora, nel mio piccolo, mi dissocio politicamente da chi sta con gli ultimi e dichiaro formalmente di stare con i penultimi, cioè con la classe media, quella che è l’ossatura del paese, che produce, lavora, consuma, si fa il mazzo. Dichiaro di stare con le famiglie normali, con le imprese che creano (creavano) ricchezza e con chi ancora tiene duro alla crisi economica e dei valori. Sebbene questi penultimi, questa classe media, sia stata massacrata e spremuta senza competitor. Perché se agli ultimi si deve dare, se ai Primi non si riesce a prendere, i penultimi invece si possono spremere impunemente che di “succo” ne esce sempre una quantità insperata e ritenuta infinita.

Io credo che per un Paese, puntare sugli ultimi ed abbandonare i penultimi al loro destino, è sintomo di un intellettualismo salottiero e di miopia economicistica.

Sia chiaro, non è che non me ne frega nulla dei poveri, anzi. Ma se l’economia non riparte, se le famiglie stringeranno la cinghia sino a dover creare nuovi buchi, mi interesserà eccome sapere di quale malattia sarà infine sterminata questa categoria, verso la quale stiamo navigando a doppia velocità di crociera.

No grazie, se posso decidere in piena autonomia, io preferisco stare con i penultimi, perchè solo con loro, con la loro presenza, fatica e produttività, e non con la carità, proprio i poveri, avranno un briciolo di speranza di risalire la china. Se la classe media sarà condannata a morire oppure costretta a vivere solo attraverso la carità dei cortigiani, dei ricchi e dei privilegiati, diventando anch’essa ultima, sarà la catastrofe.

Michele Pizzuti

La grande crisi: tante diagnosi, poche ricette (di Salvatore Sinagra)

Nel 2008, a seguito del credit crunch il mondo intero o, almeno, il mondo progredito, è caduto nella più grande crisi che sia registrata dopo il ’29. Particolarmente gravi sono state le conseguenze nei paesi mediterranei dell’Unione Europea, Italia compresa, le cui economie erano già caratterizzate da squilibri di diversa tipologia e diversa intensità.

crisi2La crisi, nonostante le dichiarazioni rassicuranti di taluni politici (Berlusconi e Tremonti per primi) e nonostante il qualunquismo di molti, si è subito fatta sentire anche in Italia e ancor più dura è stata negli altri paesi mediterranei, Portogallo, Spagna, Grecia e Cipro. Paesi colpiti dalla crisi, ma non con gli stessi problemi di finanza pubblica ossia di debito dello stato e di deficit di bilancio.

A parte la Grecia, paese nella sostanza in default perché i debiti non sono stati pagati e si è dovuti ricorrere all’hair cut ossia al taglio di parte dei debiti, le situazioni di Italia, Portogallo e Spagna sono qualitativamente simili, e solo quantitativamente diverse. Il dato di fatto è che si tratta di paesi che si sono impegnati con la famigerata troika ad una veloce correzione dei conti che ha comportato drastici tagli alla spesa ed un contestuale aumento della pressione fiscale. Attenzione, però, a non ritenere che, senza i vincoli esterni, i paesi mediterranei oggi non avrebbero gran parte dei loro problemi. È un fatto che Spagna, Portogallo e Italia sono schiacciati tra l’incudine della necessità di rispondere ai mercati finanziari avvicinandosi velocemente al pareggio di bilancio e il martello dell’economia reale, che necessiterebbe di misure di stimolo quali investimenti pubblici ed il taglio delle tasse.

L’Italia ha, comunque una posizione particolare. Il suo problema è, come noto, l’elevatissimo debito pubblico, superiore al 100% del prodotto interno lordo dalla fine degli anni ottanta in poi e sempre in crescita con poche e brevi parentesi di diminuzione durante i governi di centro sinistra.

Di ricette abbozzate ne abbiamo lette e sentite molte, di soluzioni complete e credibili poche. Politici, economisti e giornalisti, solitamente grandi produttori di idee paiono brancolare nel buio.

E’ innegabile che non sia facile pensare a fermare la crescita del debito o, perlomeno, a mantenerlo stabile e impegnarsi sulla crescita dell’economia. In merito solo qualche riflessione.

Io partirei da due punti fermi: il primo è la necessità di azioni sinergiche tra l’Unione Europea ed i suoi membri; il secondo che paesi come l’Italia, che hanno accumulato enormi debiti nel corso degli anni, non possono pensare di ridurre i debiti solo a colpi di avanzi primari.cooperazione1

Quando immagino una gestione congiunta e coordinata della crisi da parte di Stati ed Unione non posso fare altro che pensare ad un’evoluzione federale dell’Unione ed ad una mutualizzazione di almeno una parte del debito pubblico. Penso ad almeno dieci o quindici paesi dell’area euro che convergono, nell’arco di alcuni anni, su un modello economico comune e che in politica estera parlano con una voce sola. Nel breve periodo sarebbe auspicabile che alla luce del fatto che gli Stati devono accollarsi l’austerità, l’Unione si faccia carico della crescita, e che con un budget accresciuto, finanzi investimenti per la crescita e un vero e proprio piano per l’inclusione sociale.

Chiaramente anche gli Stati devono fare la loro parte, cominciando con una vera e propria operazione di efficienza nel settore pubblico, ovvero impegnarsi per tagliare le spese senza pregiudicare la qualità dei servizi. L’esempio di tanti paesi del nord Europa dimostra che ciò è possibile.

Sarebbe, inoltre, opportuno che in paesi come l’Italia si pensasse ad interventi straordinari, miranti alla riduzione del debito pubblico, senza gravare (troppo) sul prodotto interno lordo e sulla crescita. Una patrimoniale una tantum, una riduzione delle riserve auree ed una vendita dei beni pubblici non necessari potrebbero essere le soluzioni per raggiungere questo obiettivo.

Infine pare ovvio che i paesi mediterranei, ma l’Italia in particolare, debbano condurre una lotta senza precedenti all’evasione fiscale ed alla corruzione; pare talmente ovvio che non si comprende bene per quale motivo si sia ancora così indietro su tali fronti. La lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione non sono ricette per uscire dalla crisi, ma un prerequisito minimo ed essenziale per la tenuta di qualsiasi sistema economico e sociale.

Salvatore Sinagra

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