La lezione dell’ elezione di Trump

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Trump ci costringe a rimescolare le carte. Torna il vecchio dilemma: cosa è destra e cosa è sinistra? I voti li prende da una maggioranza indebolita e spaventata dalla crisi e dalla globalizzazione che prima di ogni ragionamento vuole sapere che ne sarà del lavoro e se qualcuno può ridarle i redditi e la stabilità di prima. Nessuna dotta analisi, nessun richiamo alle compatibilità e ad una visione strategica o ad una missione ideale può sostituire queste semplici domande. La promessa di far tornare di nuovo l’America grande basta e avanza a questa maggioranza per delineare il suo orizzonte ideale. La spinta è la rabbia per una crescita dell’economia i cui frutti sono stati presi da una casta di operatori finanziari, manager e proprietari di aziende più altri membri dell’establishment su su fino al famoso 1%.

make-america-great-againQuesta spinta non è stata vista da chi di questo establishment fa parte e da chi pensa sia sufficiente evocare le magnifiche sorti degli scambi globali e delle migrazioni per convincere milioni di persone a sopportarne le conseguenze. Purtroppo da anni la sinistra riformista e chi si presenta come centrosinistra (i democratici negli Usa) appare come il propugnatore di un’etica della sopportazione che invita alla moderazione, alla prudenza, al rinvio in nome di ciò che si può realisticamente fare in una situazione che appare come un fenomeno naturale sul quale non è possibile influire. Anzi, peggio, perché, mentre si diffonde il messaggio che la causa del riscaldamento globale sono le attività umane, altrettanto non si fa per i mercati che appaiono l’entità superiore inaccessibile e imperscrutabile che governa i destini dell’umanità.

Possiamo stupirci se è maturato nel cuore di quelle che una volta si chiamavano masse popolari un rifiuto che, di volta in volta, si rivolge all’accoglienza dei migranti, agli scambi commerciali con la Cina, ai vincoli della moneta unica e a quant’altro si frappone alla conquista di uno standard di vita accettabile? È un rifiuto senza confini che parla lo stesso linguaggio anche se filtrato dalle culture nazionali negli Usa e in Europa. Il linguaggio è quello dei propri interessi minacciati da una situazione che i gruppi dirigenti della politica non sembrano in grado di migliorare.

globalizzazioneLe masse vedono la globalizzazione come invasione di merci e di persone. Non ne vedono i vantaggi e pensano che sia stata voluta per oscuri interessi di una ristretta minoranza di “padroni del mondo”. E così si individua il nemico in chi arriva da altri paesi e chiede lavoro e protezione. Lo si individua nei lavoratori che producono le merci lontano e che tolgono spazio a quelle prodotte in casa. Lo si individua nelle regole dettate per far stare insieme paesi molto diversi sotto un’unica moneta.

La lezione dell’elezione di Trump vale per l’Europa e cioè per l’Italia, per la Francia, per l’Austria, per la Danimarca e vale per il Regno Unito. Da noi i movimenti populisti che scavalcano qualunque classificazione politica esistono e si rafforzano mentre i governi diretti dalle forze politiche tradizionali appaiono incapaci di rispondere alle esigenze dei propri cittadini. Chi ci prova come è il caso dell’Italia alle prese con i terremoti e con le sue arretratezze deve ingaggiare una dura battaglia con i controllori europei pagando il prezzo di errori della storia passata che non possono essere scontati nei tempi brevi di un ciclo economico.

disuguaglianza-ricchi-e-poveriLa lezione americana ci dice che la Clinton non ha rassicurato chi soffre le disuguaglianze, non ha convinto abbastanza sulla bontà dei suoi programmi perché priva di una credibilità forte e perché penalizzata per essere l’espressione di una classe dirigente che appare inadeguata pur nella crescita del Pil di questi anni a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone.

Dopotutto i democratici hanno avuto otto anni di presidenza Obama per accorgersi di ciò che stava accadendo. Dovranno imparare loro e dovranno impararlo i democratici europei che l’invito alla moderazione e alla sopportazione di tutte le compatibilità trova sempre il limite degli interessi delle persone. Troppo non si può chiedere e conviene mostrarsi agguerriti e determinati a cambiare ciò che non funziona prima che si presenti un demagogo a raccontare favole e a trascinarsi via tutti

Claudio Lombardi

Un Ferragosto di incertezza e di preoccupazione

ferragosto e preoccupazione

Ferragosto: tempo di vacanze, di ozio, di leggerezza. Dovrebbe essere così e vogliamo che sia così anche se le cose non vanno per niente bene. Dovunque si guardi c’è qualche motivo per essere preoccupati. Di cosa vogliamo parlare? Dell’economia? Beh il ritorno della crescita zero è una mazzata, non si può non dirlo. La pioggia di soldi messi in circolo dalla Bce con i conseguenti risparmi di interessi sul debito pubblico e con le banche rifornite di finanziamenti a costo zero non è bastata a far ripartire le attività produttive. QE BceNemmeno i vari 80 euro e taglio dell’Imu ci sono riusciti. Sicuramente senza questi provvedimenti sarebbe andata peggio o, forse, ci voleva qualcosa di diverso. Ma le bacchette magiche non esistono e nemmeno i miracoli. E poi non è che sia tutto negativo perché il settore delle esportazioni regge eppure non basta. In epoca di globalizzazione sta a galla non solo chi ha buoni prodotti da vendere, ma anche chi riesce a fare qualcosa in più degli altri e a migliorare la produttività complessiva. Non si tratta solo del rapporto tra costo di ciò che è necessario per produrre e valore che ne esce, ma anche di ciò che un sistema economico, sociale e istituzionale riesce a produrre con le risorse di cui dispone. Da questo punto di vista l’Italia è messa male come chiunque può constatare raffrontando lo stato del Paese con il livello della tassazione e l’ammontare del debito pubblico.

Lo spreco di denaro pubblico che non produce risultati e che distrugge risorse da noi raggiunge livelli molto elevati e produce una generale inefficienza del sistema. Il catalogo degli sprechi (si dice sprechi ma dentro ci sta di tutto mafie, corruzione e ruberie incluse) è più lungo di quello delle donne conquistate da Don Giovanni ed è inutile provare ad elencarne le varie tipologie. Basti dire che lì sta la storia del debito pubblico, il macigno che non riusciremo mai a toglierci di dosso. Nulla possiamo fare se non a debito. D’altra parte anche la cosiddetta flessibilità chiesta all’Europa non è altro che un aumento del debito. E anche chi vuole uscire dall’euro per tornare alla lira pensa di poter più liberamente giocare sul debito e sulla svalutazione come se fossimo fermi al boom economico di inizio anni ’50 e come se la globalizzazione non esistesse.

debito pubblicoOra, è logico che il debito si possa fare per investire cioè per aumentare il valore del sistema Italia. Per esempio un restauro a tappeto di tutti i beni archeologici e artistici finalizzato non solo alla salvaguardia, ma anche alla loro valorizzazione (= visite = turismo = biglietti da pagare = indotto = posti di lavoro) è un investimento. Anche la sistemazione del territorio per prevenire frane e altri disastri è un investimento. Ma quando il debito ha bisogno di essere rinnovato anno per anno nella misura di 400 miliardi (o giù di lì) è chiaro che serve per pagare stipendi, pensioni e servizi cioè per la spesa corrente. Ma anche quando si spende per opere pubbliche spesso si spende moltissimo ed anche piuttosto inutilmente come accade con la metro C di Roma per esempio. Il risultato è che ci si stringe ancor più il cappio al collo. È debito anche quando si permette un’evasione fiscale che dura da tempo immemorabile e che viene “limata”, ma non eliminata perché i soldi che non entrano nel bilancio si devono sostituire tartassando quelli che pagano le imposte e prendendoli in prestito. Insomma il crocevia di tutto è lo Stato, ciò che entra, ma soprattutto l’enorme spesa pubblica dalla quale dipende più di metà dell’economia. Lì è il potere dei soldi e la lotta per il controllo dei soldi è la sostanza della lotta politica e sociale in Italia. Chi dà e chi prende.

redistribuzioneE non pensiamo che la cosa riguardi solo chi se ne approfitta: tutti stiamo dentro questo meccanismo di distribuzione. Qualcuno prende di più e da’ meno e altri danno tanto e prendono poco. Ecco perché diventa importante il come e il chi: come si prendono le decisioni e a chi attribuire le responsabilità. La cosa peggiore è l’opacità dei meccanismi istituzionali nei quali tutti sono responsabili e nessuno lo è perché la regola è la distribuzione delle risorse per tenere a bada le tensioni e acquisire consenso possibilmente facendo passare per favore ciò che dovrebbe essere una chiara scelta politica e amministrativa. Le pensioni di invalidità finte distribuite come ammortizzatore sociale in passato soprattutto al sud qualcosa dovrebbero averci insegnato. Il discorso sulla politica e sulle riforme istituzionali sta dentro questa cornice.

guerre in Medio OrienteI motivi di preoccupazione sono dunque tanti anche senza pensare che una guerra vera si sta svolgendo nel mondo dell’Islam (giusto sull’altra sponda del Mediterraneo) e che le sue conseguenze le paghiamo anche noi con il terrorismo, con migrazioni che possono destabilizzarci e con una difficile convivenza tra milioni di persone che vivono in Europa e che guardano al mondo islamico per trovare una loro identità. Può sembrare strano, ma la guerra esalta questa ricerca perché semplifica questioni complesse e spinge ad annullare i dubbi e le distinzioni per schierarsi da una parte o dall’altra. Ma sempre del mondo islamico perché l’Occidente appare in crisi e incapace di mobilitare le opinioni pubbliche per difendere ed esaltare i valori che sono posti a fondamento delle nostre società. Libertà, autonomia dell’individuo, parità tra uomini e donne, laicità dello Stato, democrazia non affascinano forse nemmeno noi che ci siamo nati e che non abbiamo combattuto per conquistarle. Figuriamoci chi è abituato a riconoscere la superiorità di un dio. C’è poco da stare rilassati in questo Ferragosto

Claudio Lombardi

L’inverno milanese, la crisi e le paure del ceto medio (di Salvatore Sinagra)

crisi economicaCon le statistiche che ci parlano di caduta dei redditi e di crescita della povertà vale la pena andare a vedere da vicino che succede nella vita reale, per esempio a Milano. Niente analisi, ma solo piccoli spunti tratti dalle cronache quotidiane di un’esperienza personale, la mia. TENTATIVI. Pochi giorni fa mi è capitato di entrare in un nuovo e grazioso caffè alla periferia est di Milano, un posto insolito per la città lombarda. L’esercente avrà quarant’anni o poco più. Questo posto è una novità assoluta nel mio quartiere, sembra un angolo rubato alla periferia parigina. A Milano est i piccoli esercizi commerciali sono il termometro se non delle difficoltà, almeno dell’instabilità del momento. Un anziano calzolaio è morto e nessuno ha preso il suo posto, qualche bar ha chiuso dall’oggi al domani, una sarta è sparita e un cliente le ha scritto un messaggio sulla saracinesca intimandole di restituirgli la sua giacca; una lavanderia che funzionava bene improvvisamente ha chiuso perché la proprietaria non ce la faceva più.

barIl proprietario del bar (Matteo di origini pugliesi), mi ha spiegato che per quasi vent’anni ha lavorato in un’azienda di una quindicina di dipendenti, poi gli hanno imposto una riduzione di orario di lavoro che gli è sembrato il preludio della disoccupazione e ha deciso di usare i suoi risparmi per mettere su un’attività.

IL CONTESTO. Il mio quartiere pullula di bar, il caffè ha quasi ovunque lo stesso sapore, eppure il nuovo arrivato spera di poter attrarre molti clienti grazie all’atmosfera del suo locale e quando passo dalle sue parti il sabato mattina ho l’impressione che, in effetti, le cose per lui non vadano male.

strada milanoDa ormai undici anni frequento la grande arteria che collega il centro di Milano all’aeroporto di Linate e ho visto le sue trasformazioni: l’arrivo di un discount-primo prezzo di una grande catena francese, il proliferare di bar gestiti da cinesi, la continua sostituzione di piccoli esercizi commerciali con punti vendita di catene diffuse in tutto il territorio nazionale, l’avvento di qualche sarto indiano o pachistano ed infine un negozio di una catena danese che vende cianfrusaglie. Eppure c’è ancora qualche italiano che prova ad aprire un esercizio commerciale, magari come ultima chance dopo il licenziamento o dopo una lunga ricerca del lavoro. Fiducia ed entusiasmo sicuramente anche se nella mia zona succede spesso che, alla chiusura di un negozio, segua l’apertura di un’altra attività. Ma è raro che lo faccia un italiano, questo è il punto.

precarioSTORIE NORMALI. La vita quotidiana è piena di storie normali. Roberto è giovane, ma ha già dieci anni di precariato alle spalle. Di fronte ha la decisione di convivere con la sua compagna con l’intenzione di mettere su famiglia. Ad aprile scade di nuovo il suo contratto di lavoro e lui non sa se e come verrà rinnovato. La sua compagna si è laureata a dicembre e adesso cerca lavoro. Non fa niente, aspettare ancora significherebbe non farlo più. Così la decisione è presa; per la casa, come accade per tanti giovani, la soluzione si è trovata in famiglia, ma senza convivenza con i genitori per fortuna. Per ora va bene e in futuro si vedrà.

Lui e la sua compagna rappresentano purtroppo abbastanza bene l’Italia che ha tanto patrimonio, poco reddito e nessuna speranza in un futuro migliore. Hanno studiato più dei genitori, si sono laureati bene ed in tempi ragionevoli, ma prendono casa solo grazie alle risorse della famiglia. Ovviamente, non avrebbero potuto chiedere un mutuo perché nessuna banca l’avrebbe concesso.

over 50Altro incontro. Andrea, quadro bancario, ha passato i cinquanta da un paio di anni. Lavora a Novara. Non è povero, ma quando racconta la sua storia ti fa quasi toccare ed annusare il declino del ceto medio. Entra in banca neolaureato e si occupa subito di cose interessanti, nei primi anni ottiene una serie di promozioni, nessuna gli cambia la vita ma ogni anno le cose per lui vanno un po’ meglio, poi a un certo punto non arrivano più scatti e gli vengono assegnate mansioni molto routinarie. La scorsa estate arriva la doccia fredda, la società in cui lavora la moglie chiude la sua sede milanese, lei rimane a casa e entra nella categoria di coloro che cercano lavoro senza particolare speranza di trovarlo. Ogni mattina, (adesso ha tanto tempo libero) accompagna il marito alla stazione. Chiedo ad Andrea come va, lui mi risponde che aspetta con ansia il nuovo accordo tra sindacati e dirigenza, perché sembra che la dirigenza voglia che molti over 50, quelli che in banca guadagnano di più, accettino un lavoro part-time fino al pensionamento. Andrea mi dice che con la moglie a carico per lui anche una riduzione dello stipendio di 10 euro è pesante, mi dice che è quasi contento che il padre, anche lui bancario, sia morto da un anno e non abbia visto il declino del suo settore e di suo figlio.

CONCLUSIONE. Milano è ancora Milano cioè una città benestante, eppure adesso, al sesto inverno da quando è divenuta conclamata la crisi il ceto medio ha paura. È sempre la capitale economica del paese, non è una città povera, eppure dopo un inizio di millennio non brillante e dopo diversi anni di crisi acuta non si salva dalle tensioni e dai drammi. I giovani fanno molta fatica a trovare lavoro, intraprendere un’attività diventa sempre più una scommessa e chi ha superato i 50 anni sta in mezzo al guado e ha paura di cadere all’improvviso. La speranza è che chi ha in mano il potere si ricordi di queste e di tante altre storie normali delle quali è fatta l’Italia. La fiducia e l’entusiasmo sono beni preziosi e la politica, finora, li ha dissipati senza criterio

Salvatore Sinagra

La fiction del momento: Berlusconi è innocente

galleggiamento ItaliaQualche parola sui temi del momento va detta. No, non sulla crisi e su come uscirne, quella viene dopo. Prima c’è che: Berlusconi è innocente; la legge Severino è incostituzionale (oggi però, ieri l’hanno votata tranquillamente); tanti giuristi hanno dei dubbi e quindi bisogna sospendere ogni giudizio (l’ineffabile Cancellieri); i comunisti negli anni ’50 prendevano soldi dall’URSS, ma non sono stati processati per alto tradimento (autore di questa scemenza: Taradash); Berlusconi si deve poter difendere (e finalmente! dopo tre gradi di giudizio e 10 anni di processo era ora! autore Violante). Berlusconi, Berlusconi, i giudici, i processi. La fiction continua.

Da venti anni i reati di un ricco divenuto straricco e potente padrone dell’informazione grazie a soldi (si dice in documenti e ricostruzioni che sono ormai storia) di origine mafiosa (cioè criminale per chi non l’avesse ancora capito), a complicità politiche ripagate con finanziamenti illeciti e a connivenze negli apparati dello Stato comprate con la corruzione sono al centro della scena.

a libro pagaPolitici e commentatori vari ignorano tranquillamente l’enormità delle accuse e l’evidenza di processi che si sono conclusi con una condanna (per gli altri ci hanno pensato le leggi fatte a misura dei suoi interessi cancellando reati e imponendo la prescrizione). Per loro una democrazia può essere comandata da un delinquente riconosciuto tale con tre gradi di giudizio e dalla sua banda di complici. Già perché non c’è altro modo per definire persone che di fronte all’evidenza dei fatti si ostinano a difendere gli interessi del loro datore di lavoro riconosciuto colpevole. Evidentemente ne condividono la cultura e i metodi. Forse le loro carriere e le loro borse dipendono da lui. Forse…

basta BerlusconiBene, i cittadini, anche quelli che votano Pdl e Berlusconi, devono invece convincersi che l’Italia deve uscire dal vicolo cieco nel quale si è cacciata quando ha consegnato il potere nelle mani del gruppo di potere che si riconosce nella sigla Pdl.

L’OCSE certifica che l’Italia sarà ancora in recessione mentre tutti gli altri paesi del mondo occidentale avanzato (il G7 in particolare) saranno in crescita. I conti italiani sono dissestati grazie a una sciagurata politica di mediazione corporativa che viene da lontano, ma che nel ventennio berlusconiano è diventata licenza di impadronirsi delle risorse pubbliche senza ritegno. Ci interessa?

Ora tanti sono soddisfatti per la cancellazione della prima rata IMU sulla prima casa senza considerare chi paga il conto e le conseguenze di una scelta che restituisce qualche soldo per poi prenderlo da un’altra parte. chi se ne fregaTutta apparenza, fumo negli occhi di cittadini creduloni che pensano di stare meglio e non si accorgono della decrepitezza dei servizi e delle strutture pubbliche. Potrebbero esigere scelte di governo razionali che investano sul futuro, ma si accontentano di mettersi in tasca 100-200-300 euro. A ben vedere nemmeno chi se ne mette in tasca 1000 o 2000 può dire di averci guadagnato veramente perché poi se resta qui pagherà anche lui il prezzo dello sfascio.

I temi del momento dovrebbero essere altri, ma la propaganda di parte prende il sopravvento e falsifica la realtà sperando di nascondere i problemi veri e di prendere ancora tempo per far durare un sistema di potere che non ha più nulla da dare all’Italia. Nel frattempo, certo, il governo qualcosa fa, qualche centinaio di articoli di legge li sforna, ma un altro governo formato da forze politiche pulite, libere da corrotti e corruttori e da interessi di carriera e di potere, potrebbe fare molto di più.

C. L.

Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare…. (di Angela Masi)

“Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo”.  Don Luigi Milani.

solidarietàLe cronache dei TG pochi giorni fa contemplavano anche il funerale della famiglia marchigiana che alla vita e alla lotta per la sopravvivenza ha rinunciato passando, almeno si spera, a miglior vita. Nessuna ironia in questa frase, solo rabbia e stupore…. Indignazione? Può essere, ma da qualche anno abbiamo smesso….

Il signor B. lascia il Paese in una situazione drammatica. Canti e balli per le sue dimissioni… a distanza di poco più di un anno il popolo ha dimenticato e alle urne lo premia con uno strepitoso 125 seggi alla Camera e 117 al Senato.

Il dottor Bersani continua a cercare la risposta giusta alla drammatica situazione del Paese, ma non la trova. Forse perché ha “vinto” le elezioni con così pochi voti che qualcuno ha detto:  “ancora qualche settimana e ce la facevi a perdere”. Insomma abbiamo bisogno che qualcosa cambi e di trovarla ‘sta strada almeno per dire ai cittadini di resistere e sperare, ma chi dovrebbe guidare il rinnovamento non vince.

La novità dell’anno – l’exploit del M5S – tanto acclamata all’estero e elogiata persino dalla dott.ssa Le Pen non porta chiarezza e non si sa come il movimento intende onorare il mandato che i cittadini italiani gli hanno conferito. Ci aspettavamo botti e saette e tanti cambiamenti e, invece, l’unico risultato è stato lo stallo e i comitati dei saggi. Per fare che? Per arrivare senza annoiarci al nuovo Presidente. L’unica novità i conflitti interni al movimento gestiti, o forse annullati sul nascere dal supremo garante nonché fondatore, Grillo.

Aspettiamo di vedere un po’ di personalità politica autonoma di almeno qualcuno dei grillini? O anche una proposta che non sia la solita frase provocatoria lanciata sul blog? Faccio una battuta maligna: probabilmente col primo stipendio d’oro in tasca avranno la mente rilassata per pianificare i progetti politici.

Troppe le situazioni di criticità che con il governo Monti non hanno trovato soluzione. Da una recessione economica che ha messo in ginocchio numerose imprese, causando una crisi occupazionale senza precedenti, all’emigrazione cresciuta del 30% ( più di 80.000 persone, la metà della quali di età inferiore ai 40 anni, hanno lasciato il nostro Paese); dal monito dell’Unione europea e dei suoi Paesi più forti sul rischio di default al penultimo posto destinato al bel Paese per le spese destinate alla scuola e alla cultura.

Di responsabilità veramente poca. Ognuno tenta disperatamente di dar pace a sè stesso provando a convincerci che il dramma che ci si presenta di fronte non l’ha creato lui.crisi Europa

Questo accade nel “mondo di sopra”. Nel “mondo di sotto” intanto….

Monia: “Mi sono laureata nel Luglio del 2007 in Scienze dell’Educazione e dal 2001 lavoro presso una cooperativa come Educatrice. Di anno in anno ho visto abbassare il mio stipendio fino ad arrivare a stipendi da fame. Dopo alcuni mesi dalla laurea ho avuto la fortuna di trovare un impiego a tempo determinato per una multinazionale della moda. Le condizioni di lavoro erano massacranti, stressanti ed umilianti. Mi dissero che non potevo sperare di fare quel lavoro nel migliore dei modi dato che nella vita avevo solo studiato. Dopo 7 mesi non ho avuto il rinnovo del contratto, ho trascorso l’estate da disoccupata e da circa 10 mesi invio curriculum senza ricevere una risposta. Devo, quindi, dedurre che quello che mi hanno detto forse era vero? Altamente deprimente credere che ho impiegato tutta la mia vita nello studio a sgobbare sui libri per non saper fare nulla”.
precariatoFrancesca: “Mi sono laureata in lingue nel 2001 (con specializzazione in tedesco e francese). Dopo la laurea ho iniziato al meglio. Ho lavorato all’estero per più di un anno supportando un team di ingegneri per società farmaceutiche, in Svizzera ed in Francia, dove lavoravo essenzialmente come traduttrice ed interprete nelle linee di produzione. Purtroppo si trattava di progetti con scadenze vincolate ad appalti. Così ho cominciato a lavorare in Italia come assistente con mansioni di segretaria. Ho voluto sperare nel meglio. Così ho continuato a cercare un lavoro diverso, in un contesto internazionale e stimolante. Sono approdata in una società che si occupa di ricerca e selezione di personale altamente qualificato, riconosciuta a livello mondiale. L’ambiente era piacevole e giovanile, stimolante e intellettualmente appagante. Ma è arrivato il ridimensionamento aziendale e sono stata mandata via. Faccio presente che in tutte le mie precedenti esperienze avevo un regolare contratto a tempo indeterminato… compresa quest’ultima, in cui è stato utilizzato l’espediente dei sei mesi di prova per poter concludere il rapporto di lavoro. Niente indennità di disoccupazione. E così eccomi a 34 anni, ricco curriculum professionale, ma disoccupata. Dovrei ricominciare daccapo magari rifare quello che avrei potuto fare a 18 anni subito dopo il diploma. E questo nella migliore delle ipotesi, dal momento che per molte agenzie di somministrazione vengo definita “troppo qualificata” e pertanto non idonea. Tutto ciò non deve impedirci di continuare ad inseguire il nostro sogno… quello per cui abbiamo investito tanto, anima e mente. Spero di non dover cambiare mai idea”.

Angela Masi 

Gli eletti hanno un solo dovere: governare (di Claudio Lombardi)

Art. 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”cittadino arrabbiato

La crisi economica e finanziaria incalza e ogni giorno che passa può essere un giorno perso o un giorno guadagnato. Dipende dalle azioni di chi governa. Gli avvenimenti del mondo nel quale siamo immersi come i pesci nell’acqua e dal quale non ci possiamo distaccare ci avvertono sui rischi che corriamo. Non è in pericolo la nostra vita, ma la sua qualità e i piccoli passi indietro che abbiamo fatto finora possono diventare più pesanti. Non viviamo su un altro pianeta, ma in una rete di interdipendenze nella quale gli errori si pagano. E noi stiamo pagando da anni per tanti errori commessi dalle nostre classi dirigenti, ma finora abbiamo ammortizzato bene le conseguenze grazie ai nostri risparmi e al nostro lavoro. L’errore più grande che si può commettere ora però è restare senza un governo che compia quegli atti indispensabili e possibili che servono adesso.

Le cose da fare subito non sono molte, diciamo 3 o 4, ma le deve fare un governo legittimo sostenuto dal Parlamento. Lasciamo perdere adesso le grandi strategie, i percorsi che richiedono anni e anni, le trasformazioni epocali. Qui c’è da pagare i debiti verso le imprese, c’è da consentire ai comuni di spendere i soldi in cassa per opere pubbliche già fatte o da fare, c’è da votare uno scostamento dal pareggio di bilancio previsto dalla legge in caso di ciclo economico negativo e per il quale occorre la maggioranza assoluta del Parlamento e c’è da sostenere in Europa questi provvedimenti pretendendo anche che la spesa per investimenti sia lasciata fuori dal calcolo del deficit. Ma non investimenti in grandi opere che si possono rimandare, investimenti in tante piccole opere di sistemazione del territorio e di strutture pubbliche essenziali come le scuole. Bisogna poi continuare la revisione della spesa perché ci sono settori come la sanità dove lo spreco continua e i servizi vengono tagliati.cittadino nella crisi

Per ora basta questo. Chi lo fa? Spogliamoci da ogni veste di militanza, lasciamo perdere le tifoserie. Da cittadini rivolgiamoci alle nostre istituzioni rappresentative e ricordiamo agli eletti che rappresentano la Nazione senza vincoli di mandato. Chi è stato eletto ha non la facoltà, ma il dovere di governare. Tutti hanno questo dovere perchè non si va in Parlamento per difendere o per fare l’interesse del proprio partito. L’art 67 della Costituzione dice questo e se non lo si rispetta allora il Parlamento rischia di diventare una palestra dove agiscono squadre contrapposte e agiscono nel loro interesse non per quello degli italiani. Bisogna dire che questo non si può fare perché le istituzioni sono del popolo, non degli eletti.

Quindi Bersani trarrà la sue conclusioni e lo stesso farà il Capo dello Stato. Quali che siano un governo si dovrà formare, un qualunque governo che abbia quel programma descritto sopra e che riflette ciò che le forze sociali chiedono a gran voce. Votato da chi? Anche da tutti. Per dare respiro all’Italia. Poi si faranno i bilanci e se i partiti vorranno contarsi si andrà a nuove elezioni. Ma dopo che tutti gli eletti abbiano fatto il loro dovere quello che giustifica l’esistenza di un Parlamento e di un governo.

Claudio Lombardi

Io sto con i penultimi (di Michele Pizzuti)

SARA’ PURE VERO  CHE GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI, MA IO STO CON I PENULTIMI

fine vicina

Papa Francesco sta facendo bene. Anzi benissimo. Un Papa ( e chi se non lui? ) deve guardare agli ultimi, ai reietti, ai senza bandiera, ai diseredati. Gli ultimi saranno i primi, aveva detto Gesù, ed i successori di Pietro, a volte, dimenticata questa intensa vocazione, hanno fatto l’occhiolino ai fasti, alla vanità, al potere. Al ruolo.

Nessun Papa però, tra i tanti che avevano tentato di mettere in atto questa spinta “verso”, l’aveva esposta con tanta semplicità e ne aveva tratto altrettanta credibilità. Per cui se Francesco mantenesse la metà delle nostre aspettative, atei e cattolici, agnostici e di altre professioni di fede, sarebbero (saremmo) tutti felici di vedere applicate insieme le tre virtù teologali: la Fede, la Speranza, la Carità. Cristiana. Con la Carità che diventa atto di fede e di speranza al tempo stesso.

Gli Ultimi. La Carità verso gli ultimi. Non sappiamo ancora se costoro riusciranno a risalire la china, ma intanto hanno conquistato il centro degli obiettivi delle fotocamere. Bisogna dare atto al Vescovo di Roma di avere rimesso sul palcoscenico questa variabile e adesso dalla politica alla religione, dal Santo Padre al Presidente della Camera, dai programmi di Governo al futuro capo di Governo, è tutto un chiacchiericcio, un incrocio di affidavit verso questa disgraziata e pietosa categoria, che smuove milioni di coscienze e sensi di colpa. Ma anche milioni di euro e di business. Perché gli ultimi, lo dobbiamo sapere, generano business. Solo che le ingenti risorse spese per loro, diventano poca cosa, proprio nel momento in cui arrivano agli ultimi. Ci sarebbe molto da dire sugli affari generati dalla lotta alla fame nel mondo. Qualche carezza, qualche panno caldo o qualche medicina magari scaduta non mancano mai, ma gli intermediari – come al solito – sono quelli che a volte si “cuccano” la parte più cospicua e migliore della filiera soprattutto quando sono in combutta con governi corrotti. Tutt’altra storia quella dei volontari e delle molte Onlus che fanno un lavoro prezioso di sostegno e di assistenza a casa nostra e in giro per il mondo. Un lavoro che ha, giustamente, un costo sempre inferiore a quello che costerebbe un’assistenza statale.

Ma adesso non voglio parlare degli intermediari, nè voglio criticare gli operatori che all’interno di queste organizzazioni ci mettono l’anima, il cuore e a volte ci rimettono la propria pelle. Lo dico persuaso che stare dietro “ai nulla”, stare dietro ai poveri, confidare sugli ultimi, osservando la questione dal lato della Chiesa, è sintomo di grandezza e lungimiranza, seppure in questi ultimi tempi, c’è un bisogno di rimuovere gli errori commessi nel passato recente e una volontà di riscattare questi errori. Ma lo ripeto, la Chiesa fa bene. Il Papa fa bene a parlare dei poveri.ceti medi

Inizio invece a preoccuparmi se, cito ad esempio e “parlo pro domo mia”, per la Presidenza della Camera stare dietro agli ultimi significasse avere la stessa lungimiranza del Papa accennata poco fa, perché di lungimiranza non si tratterebbe.

Mi spiego. Puntare sugli ultimi significherebbe che anche la Boldrini – che di esperienza di diseredati ne ha lo zaino pieno – ha intuito che stiamo tutti andando verso la povertà. E quindi ella attinge energie politico-progettuali da questo “ripopolato segmento” e lo richiama non solo come valore (o alla peggio come proprio bacino elettorale), ma lo cita a memoria perché lo percepisce in crescita o addirittura in forte espansione. Per questo mi preoccupo assai.

Io allora, nel mio piccolo, mi dissocio politicamente da chi sta con gli ultimi e dichiaro formalmente di stare con i penultimi, cioè con la classe media, quella che è l’ossatura del paese, che produce, lavora, consuma, si fa il mazzo. Dichiaro di stare con le famiglie normali, con le imprese che creano (creavano) ricchezza e con chi ancora tiene duro alla crisi economica e dei valori. Sebbene questi penultimi, questa classe media, sia stata massacrata e spremuta senza competitor. Perché se agli ultimi si deve dare, se ai Primi non si riesce a prendere, i penultimi invece si possono spremere impunemente che di “succo” ne esce sempre una quantità insperata e ritenuta infinita.

Io credo che per un Paese, puntare sugli ultimi ed abbandonare i penultimi al loro destino, è sintomo di un intellettualismo salottiero e di miopia economicistica.

Sia chiaro, non è che non me ne frega nulla dei poveri, anzi. Ma se l’economia non riparte, se le famiglie stringeranno la cinghia sino a dover creare nuovi buchi, mi interesserà eccome sapere di quale malattia sarà infine sterminata questa categoria, verso la quale stiamo navigando a doppia velocità di crociera.

No grazie, se posso decidere in piena autonomia, io preferisco stare con i penultimi, perchè solo con loro, con la loro presenza, fatica e produttività, e non con la carità, proprio i poveri, avranno un briciolo di speranza di risalire la china. Se la classe media sarà condannata a morire oppure costretta a vivere solo attraverso la carità dei cortigiani, dei ricchi e dei privilegiati, diventando anch’essa ultima, sarà la catastrofe.

Michele Pizzuti

La grande crisi: tante diagnosi, poche ricette (di Salvatore Sinagra)

Nel 2008, a seguito del credit crunch il mondo intero o, almeno, il mondo progredito, è caduto nella più grande crisi che sia registrata dopo il ’29. Particolarmente gravi sono state le conseguenze nei paesi mediterranei dell’Unione Europea, Italia compresa, le cui economie erano già caratterizzate da squilibri di diversa tipologia e diversa intensità.

crisi2La crisi, nonostante le dichiarazioni rassicuranti di taluni politici (Berlusconi e Tremonti per primi) e nonostante il qualunquismo di molti, si è subito fatta sentire anche in Italia e ancor più dura è stata negli altri paesi mediterranei, Portogallo, Spagna, Grecia e Cipro. Paesi colpiti dalla crisi, ma non con gli stessi problemi di finanza pubblica ossia di debito dello stato e di deficit di bilancio.

A parte la Grecia, paese nella sostanza in default perché i debiti non sono stati pagati e si è dovuti ricorrere all’hair cut ossia al taglio di parte dei debiti, le situazioni di Italia, Portogallo e Spagna sono qualitativamente simili, e solo quantitativamente diverse. Il dato di fatto è che si tratta di paesi che si sono impegnati con la famigerata troika ad una veloce correzione dei conti che ha comportato drastici tagli alla spesa ed un contestuale aumento della pressione fiscale. Attenzione, però, a non ritenere che, senza i vincoli esterni, i paesi mediterranei oggi non avrebbero gran parte dei loro problemi. È un fatto che Spagna, Portogallo e Italia sono schiacciati tra l’incudine della necessità di rispondere ai mercati finanziari avvicinandosi velocemente al pareggio di bilancio e il martello dell’economia reale, che necessiterebbe di misure di stimolo quali investimenti pubblici ed il taglio delle tasse.

L’Italia ha, comunque una posizione particolare. Il suo problema è, come noto, l’elevatissimo debito pubblico, superiore al 100% del prodotto interno lordo dalla fine degli anni ottanta in poi e sempre in crescita con poche e brevi parentesi di diminuzione durante i governi di centro sinistra.

Di ricette abbozzate ne abbiamo lette e sentite molte, di soluzioni complete e credibili poche. Politici, economisti e giornalisti, solitamente grandi produttori di idee paiono brancolare nel buio.

E’ innegabile che non sia facile pensare a fermare la crescita del debito o, perlomeno, a mantenerlo stabile e impegnarsi sulla crescita dell’economia. In merito solo qualche riflessione.

Io partirei da due punti fermi: il primo è la necessità di azioni sinergiche tra l’Unione Europea ed i suoi membri; il secondo che paesi come l’Italia, che hanno accumulato enormi debiti nel corso degli anni, non possono pensare di ridurre i debiti solo a colpi di avanzi primari.cooperazione1

Quando immagino una gestione congiunta e coordinata della crisi da parte di Stati ed Unione non posso fare altro che pensare ad un’evoluzione federale dell’Unione ed ad una mutualizzazione di almeno una parte del debito pubblico. Penso ad almeno dieci o quindici paesi dell’area euro che convergono, nell’arco di alcuni anni, su un modello economico comune e che in politica estera parlano con una voce sola. Nel breve periodo sarebbe auspicabile che alla luce del fatto che gli Stati devono accollarsi l’austerità, l’Unione si faccia carico della crescita, e che con un budget accresciuto, finanzi investimenti per la crescita e un vero e proprio piano per l’inclusione sociale.

Chiaramente anche gli Stati devono fare la loro parte, cominciando con una vera e propria operazione di efficienza nel settore pubblico, ovvero impegnarsi per tagliare le spese senza pregiudicare la qualità dei servizi. L’esempio di tanti paesi del nord Europa dimostra che ciò è possibile.

Sarebbe, inoltre, opportuno che in paesi come l’Italia si pensasse ad interventi straordinari, miranti alla riduzione del debito pubblico, senza gravare (troppo) sul prodotto interno lordo e sulla crescita. Una patrimoniale una tantum, una riduzione delle riserve auree ed una vendita dei beni pubblici non necessari potrebbero essere le soluzioni per raggiungere questo obiettivo.

Infine pare ovvio che i paesi mediterranei, ma l’Italia in particolare, debbano condurre una lotta senza precedenti all’evasione fiscale ed alla corruzione; pare talmente ovvio che non si comprende bene per quale motivo si sia ancora così indietro su tali fronti. La lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione non sono ricette per uscire dalla crisi, ma un prerequisito minimo ed essenziale per la tenuta di qualsiasi sistema economico e sociale.

Salvatore Sinagra

Contro la crisi un governo forte e nessun vuoto di potere (di Claudio Lombardi)

Prima uscita pubblica degli eletti del M5S. Da quello che si è potuto vedere siamo ai preliminari sia nel metodo (un incontro per fare conoscenza,  ma niente di più), sia nei contenuti che continuano ad essere affidati alle dichiarazioni e al blog di Beppe Grillo.

interrogativiPresto gli italiani potranno verificare se hanno fatto una buona scelta votando un movimento che ha sempre vissuto su internet, senza una gerarchia, senza un programma, senza una organizzazione, senza un metodo di formazione delle decisioni che parta dal locale e arrivi al nazionale. In realtà tutti aspettano che Grillo e Casaleggio dicano cosa bisogna fare e i due danno l’impressione di non avere, per il momento, tante cose da dire a parte che non voteranno mai la fiducia a un governo formato dai partiti. Per ora l’impressione è che avesse ragione Grillo quando si disse preoccupato di un successo eccessivo del M5S. Non disse il perché, ma adesso si comincia a toccare con mano l’estrema debolezza di un movimento fortemente accentrato,  ma disorganizzato; aperto a tutte le idee, ma senza una elaborazione unificante. Ci dovremmo augurare che il M5S riempia i vuoti politici e organizzativi al più presto in modo da non ridursi ad essere un inutile megafono parlamentare della protesta. Però, intanto, governo PD-M5S no.

Del PDL non vale nemmeno la pena parlare talmente è identificato con il suo padre-padrone implicato in tanti e tali reati da dover essere considerato inavvicinabile per qualunque persona onesta. Dunque governo PDL-PD no.

Il PD vive una grande agitazione perché da vincitore predestinato si è trovato ad essere perdente con la responsabilità di trovare una via d’uscita. Bersani ha già annunciato che proporrà alla Direzione una linea ben precisa che si condensa in otto punti come base di un governo che trova in Parlamento la sua maggioranza.

Siamo dunque in alto mare e rischiamo di pagare questo stallo molto caro perché non è questo il momento di starsene lì a giocare a una specie di “nascondino” politico. La crisi economica non la fronteggi con le chiacchiere e le battute, e nemmeno con gli slogan sognanti, ma solo con politiche forti e lungimiranti pensate e messe in atto da persone competenti e da una maggioranza di governo compatta con un programma serio.

Il nuovo Parlamento può anche partire dal taglio dei costi della politica, ma non illudiamoci che questa sia LA risposta alla crisi. Possiamo anche accettare che le Camere “siano aperte come una scatoletta di tonno”, ma non possiamo perdere tempo a decidere cosa andare a dire in Europa. Né possiamo perderlo a baloccarci con referendum sull’euro, inutili e disastrosi.tunnel luce3

In generale non possiamo perdere tempo in giochini e sperimentazioni né di aspiranti e trasognati politici in erba né di vecchi politicanti di apparato. Noi cittadini vogliamo un governo forte e abbiamo paura che un vuoto di potere in questo momento ci faccia arretrare più di quanto non sia accaduto finora.

Claudio Lombardi

Tornare alla lira? (di Tullio Marra)

Da qualche tempo si moltiplicano le voci di chi auspica l’abbandono dell’euro e il ritorno alla vecchia lira. I sostenitori di questa proposta ritengono che sia una strategia efficace per rialzare la nostra economia, con la conseguente svalutazione che darebbe nuova competitività ai nostri prodotti Made in Italy. Il contesto è quello di una crisi economica innescata quattro anni fa dalla crisi finanziaria internazionale che è ancora ben lontana dal concludersi. Il quadro congiunturale delle economie avanzate e di quelle dell’area euro in particolare, è ancora pesantemente segnato dalla recessione e dalla contrazione dell’attività produttiva. La riduzione della domanda aggregata, conseguenza dei rigorosi processi di ridimensionamento del debito pubblico attuate attraverso misure di contenimento della spesa e di aumento della pressione fiscale, influisce negativamente su consumi e investimenti contribuendo, così, a deprimere ulteriormente le prospettive di ripresa.

In questo contesto l’idea di attuare da soli misure efficaci per una ripresa economica dell’Italia è completamente distaccata dalla realtà.

Sulla questione del ritorno alla lira è opportuno partire dai trattati che definiscono l’Unione Europea nei quali non sono previste norme per chi vuole abbandonare l’euro, ma solo per chi vuole lasciare l’UE. Di conseguenza, chi vuole ritornare alla lira dovrà uscire dall’UE.

Vediamo concretamente con quali passaggi e con quali conseguenze.

  1. Tutti i titoli di debito pubblico (i famosi BOT, BTP etc.) sono oggi denominati in Euro. Un abbandono della moneta unica porrebbe lo Stato di fronte a due scelte. Prima opzione: rinominare d’imperio tutti i titoli di debito nella nuova moneta. Questo equivale, né più né meno, che a un “default” ( in pratica “bancarotta”, cioè impossibilità di far fronte ai propri debiti), con relativa fuga degli investitori e impossibilità di trovare, per anni e anni, ulteriori finanziamenti sui mercati. Rinominare i debiti contratti in una valuta forte (l’euro) in una più debole ( la nuova lira) significa non pagarne una parte e infrangere i patti e i contratti con gli investitori. Ricordiamoci che poco meno del 50% del debito pubblico italiano è in mano a investitori esteri. Perché questo disastro? Almeno secondo le stime degli analisti, la nuova moneta, nel caso dell’Italia, si svaluterebbe subito dal 30% al 50% rispetto all’ euro e ciò a causa della crisi economica che precederebbe (e motiverebbe) l’uscita.
  2. Per le imprese si riproporrebbe, in forma addirittura più grave, il problema dei debiti contratti in Euro, specialmente con le Banche straniere. La conversione e successiva svalutazione della nuova lira renderebbe insostenibile ripagare i debiti in valuta “forte” (cioè l’euro) con conseguenze facilmente immaginabili. Quindi non solo il ritorno alla lira non favorirebbe ( almeno nel breve termine) la competitività delle imprese, ma provocherebbe fallimenti di massa.
  3. Grossi guai anche per le famiglie. Non appena si avesse il sospetto di una conversione forzata dei depositi da euro in nuove lire, ci sarebbe una corsa agli sportelli delle banche per ritirare i propri risparmi in euro, metterli dentro una valigia e precipitarsi verso il più vicino paese ancora dell’area euro per versarli su un conto corrente. Ovviamente questa scelta “razionale” del risparmiatore sarebbe impedita dalle autorità con controlli molto stretti e severi alle frontiere. Risultato: tracollo del potere di acquisto dell’italiano medio in una misura che oscilla fra il 30% e il 50%. È appena il caso di osservare poi che la “corsa agli sportelli” in massa, è la tecnica migliore per far fallire le banche.
  4. Col 30-50% di svalutazione della nuova lira dovrebbe, però, essere più competitivo il nostro sistema industriale. Così si dice, ma non se ne può avere la certezza. Infatti, l’abbandono dell’Unione Europea porterebbe all’abbandono anche di tutti i trattati sul Mercato Unico che garantiscono la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. E non si capisce perché i paesi ancora nell’euro dovrebbero accettare, di buon grado, una simile concorrenza da parte di uno Stato secessionista. Non è un’ ipotesi molto lontana dalla realtà immaginare l’imposizione di tariffe doganali, cioè pesanti dazi, alle merci in arrivo del paese “secessionista”, per compensare i prezzi più bassi dovuti alla svalutazione.
  5. Ma non si vive di sole esportazioni. È prevedibile che svalutazioni di quella portata innescherebbero un’ iperinflazione generata dalle importazioni dalle quali dipendiamo a cominciare dai carburanti e dal gas che rincarerebbero in maniera più che proporzionale innescando una spaventosa crescita dei prezzi con conseguenze sociali drammatiche. Fra queste anche i mutui contratti in euro che potrebbero rincarare fino al doppio della rata attuale.
  6. Che fine farebbero le istituzioni democratiche responsabili dell’uscita dall’euro e della crisi che ne sarebbe all’origine? È facile immaginare che potrebbero essere travolte dai conflitti sociali e dalla drastica caduta del tenore di vita di decine di milioni di persone.

È logico, quindi, cercare di non uscire dall’euro affrontando la crisi europea. Un economista USA, Jacob Funk Kirkegaard, vi scorge novità positive sulle quali dovremmo far leva o, almeno, riflettere.
1) La Banca Centrale Europea si sta comportando sempre più come una vera Banca Centrale, sia fornendo liquidità alle Banche sia comprando ( sul mercato secondario e quindi non direttamente) i Titoli di Stato dei paesi in difficoltà come Spagna e Italia. Un Istituto ormai capace di imporre austerità fiscali e riforme ai paesi più recalcitranti. Insomma una visione più ampia della stabilità finanziaria che va oltre il mandato di tenere sotto controllo l’inflazione.

2) Un cammino ormai delineato (ed accettato) verso quell’ integrazione fiscale (regole comuni sul Bilancio degli Stati e controlli centralizzati a livello europeo ) necessaria a rendere più omogenee le economie dell’area euro e quindi più compatibili con la moneta unica. Un cammino non facile e che sarà lungo, ma alcuni passi come l’istituzione di un fondo per venire incontro agli Stati e/o Banche in difficoltà ( EFSF , European Financial Stability Forum) sono stati compiuti.

3) Una serie di riforme in corso d’opera per aumentare la concorrenza, la competitività, l’apertura di mercati prima chiusi, ridurre il ruolo dello Stato, nei paesi Mediterranei. Un fatto inconcepibile prima di questa crisi e che aiuterà l’Europa, nel suo insieme, ad affrontare le crisi del futuro ( in particolare quella demografica, cioè l’invecchiamento della popolazione).

4) Un riallineamento dei Partiti del centro sinistra dei paesi mediterranei verso posizioni meno ideologiche e più socialdemocratiche, alla Tony Blair anni ’90 (o socialdemocrazie nordiche anni ’70 e ’80). Quindi un cambiamento culturale che pone al centro la sostenibilità finanziaria delle politiche fiscali, economiche e del welfare.
5) Una ridefinizione dei confini del welfare che non consiste di soli tagli e sulla quale si sta creando un ampio consenso popolare e una visione che va oltre la pura protesta e la demagogia.

E, come conclude il suo articolo Jacob Kirkegaard, “ L’Europa ha molta strada da fare, ma sta usando bene la crisi”.

Tullio Marra

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