Contro la crisi un governo forte e nessun vuoto di potere (di Claudio Lombardi)

Prima uscita pubblica degli eletti del M5S. Da quello che si è potuto vedere siamo ai preliminari sia nel metodo (un incontro per fare conoscenza,  ma niente di più), sia nei contenuti che continuano ad essere affidati alle dichiarazioni e al blog di Beppe Grillo.

interrogativiPresto gli italiani potranno verificare se hanno fatto una buona scelta votando un movimento che ha sempre vissuto su internet, senza una gerarchia, senza un programma, senza una organizzazione, senza un metodo di formazione delle decisioni che parta dal locale e arrivi al nazionale. In realtà tutti aspettano che Grillo e Casaleggio dicano cosa bisogna fare e i due danno l’impressione di non avere, per il momento, tante cose da dire a parte che non voteranno mai la fiducia a un governo formato dai partiti. Per ora l’impressione è che avesse ragione Grillo quando si disse preoccupato di un successo eccessivo del M5S. Non disse il perché, ma adesso si comincia a toccare con mano l’estrema debolezza di un movimento fortemente accentrato,  ma disorganizzato; aperto a tutte le idee, ma senza una elaborazione unificante. Ci dovremmo augurare che il M5S riempia i vuoti politici e organizzativi al più presto in modo da non ridursi ad essere un inutile megafono parlamentare della protesta. Però, intanto, governo PD-M5S no.

Del PDL non vale nemmeno la pena parlare talmente è identificato con il suo padre-padrone implicato in tanti e tali reati da dover essere considerato inavvicinabile per qualunque persona onesta. Dunque governo PDL-PD no.

Il PD vive una grande agitazione perché da vincitore predestinato si è trovato ad essere perdente con la responsabilità di trovare una via d’uscita. Bersani ha già annunciato che proporrà alla Direzione una linea ben precisa che si condensa in otto punti come base di un governo che trova in Parlamento la sua maggioranza.

Siamo dunque in alto mare e rischiamo di pagare questo stallo molto caro perché non è questo il momento di starsene lì a giocare a una specie di “nascondino” politico. La crisi economica non la fronteggi con le chiacchiere e le battute, e nemmeno con gli slogan sognanti, ma solo con politiche forti e lungimiranti pensate e messe in atto da persone competenti e da una maggioranza di governo compatta con un programma serio.

Il nuovo Parlamento può anche partire dal taglio dei costi della politica, ma non illudiamoci che questa sia LA risposta alla crisi. Possiamo anche accettare che le Camere “siano aperte come una scatoletta di tonno”, ma non possiamo perdere tempo a decidere cosa andare a dire in Europa. Né possiamo perderlo a baloccarci con referendum sull’euro, inutili e disastrosi.tunnel luce3

In generale non possiamo perdere tempo in giochini e sperimentazioni né di aspiranti e trasognati politici in erba né di vecchi politicanti di apparato. Noi cittadini vogliamo un governo forte e abbiamo paura che un vuoto di potere in questo momento ci faccia arretrare più di quanto non sia accaduto finora.

Claudio Lombardi

Tornare alla lira? (di Tullio Marra)

Da qualche tempo si moltiplicano le voci di chi auspica l’abbandono dell’euro e il ritorno alla vecchia lira. I sostenitori di questa proposta ritengono che sia una strategia efficace per rialzare la nostra economia, con la conseguente svalutazione che darebbe nuova competitività ai nostri prodotti Made in Italy. Il contesto è quello di una crisi economica innescata quattro anni fa dalla crisi finanziaria internazionale che è ancora ben lontana dal concludersi. Il quadro congiunturale delle economie avanzate e di quelle dell’area euro in particolare, è ancora pesantemente segnato dalla recessione e dalla contrazione dell’attività produttiva. La riduzione della domanda aggregata, conseguenza dei rigorosi processi di ridimensionamento del debito pubblico attuate attraverso misure di contenimento della spesa e di aumento della pressione fiscale, influisce negativamente su consumi e investimenti contribuendo, così, a deprimere ulteriormente le prospettive di ripresa.

In questo contesto l’idea di attuare da soli misure efficaci per una ripresa economica dell’Italia è completamente distaccata dalla realtà.

Sulla questione del ritorno alla lira è opportuno partire dai trattati che definiscono l’Unione Europea nei quali non sono previste norme per chi vuole abbandonare l’euro, ma solo per chi vuole lasciare l’UE. Di conseguenza, chi vuole ritornare alla lira dovrà uscire dall’UE.

Vediamo concretamente con quali passaggi e con quali conseguenze.

  1. Tutti i titoli di debito pubblico (i famosi BOT, BTP etc.) sono oggi denominati in Euro. Un abbandono della moneta unica porrebbe lo Stato di fronte a due scelte. Prima opzione: rinominare d’imperio tutti i titoli di debito nella nuova moneta. Questo equivale, né più né meno, che a un “default” ( in pratica “bancarotta”, cioè impossibilità di far fronte ai propri debiti), con relativa fuga degli investitori e impossibilità di trovare, per anni e anni, ulteriori finanziamenti sui mercati. Rinominare i debiti contratti in una valuta forte (l’euro) in una più debole ( la nuova lira) significa non pagarne una parte e infrangere i patti e i contratti con gli investitori. Ricordiamoci che poco meno del 50% del debito pubblico italiano è in mano a investitori esteri. Perché questo disastro? Almeno secondo le stime degli analisti, la nuova moneta, nel caso dell’Italia, si svaluterebbe subito dal 30% al 50% rispetto all’ euro e ciò a causa della crisi economica che precederebbe (e motiverebbe) l’uscita.
  2. Per le imprese si riproporrebbe, in forma addirittura più grave, il problema dei debiti contratti in Euro, specialmente con le Banche straniere. La conversione e successiva svalutazione della nuova lira renderebbe insostenibile ripagare i debiti in valuta “forte” (cioè l’euro) con conseguenze facilmente immaginabili. Quindi non solo il ritorno alla lira non favorirebbe ( almeno nel breve termine) la competitività delle imprese, ma provocherebbe fallimenti di massa.
  3. Grossi guai anche per le famiglie. Non appena si avesse il sospetto di una conversione forzata dei depositi da euro in nuove lire, ci sarebbe una corsa agli sportelli delle banche per ritirare i propri risparmi in euro, metterli dentro una valigia e precipitarsi verso il più vicino paese ancora dell’area euro per versarli su un conto corrente. Ovviamente questa scelta “razionale” del risparmiatore sarebbe impedita dalle autorità con controlli molto stretti e severi alle frontiere. Risultato: tracollo del potere di acquisto dell’italiano medio in una misura che oscilla fra il 30% e il 50%. È appena il caso di osservare poi che la “corsa agli sportelli” in massa, è la tecnica migliore per far fallire le banche.
  4. Col 30-50% di svalutazione della nuova lira dovrebbe, però, essere più competitivo il nostro sistema industriale. Così si dice, ma non se ne può avere la certezza. Infatti, l’abbandono dell’Unione Europea porterebbe all’abbandono anche di tutti i trattati sul Mercato Unico che garantiscono la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. E non si capisce perché i paesi ancora nell’euro dovrebbero accettare, di buon grado, una simile concorrenza da parte di uno Stato secessionista. Non è un’ ipotesi molto lontana dalla realtà immaginare l’imposizione di tariffe doganali, cioè pesanti dazi, alle merci in arrivo del paese “secessionista”, per compensare i prezzi più bassi dovuti alla svalutazione.
  5. Ma non si vive di sole esportazioni. È prevedibile che svalutazioni di quella portata innescherebbero un’ iperinflazione generata dalle importazioni dalle quali dipendiamo a cominciare dai carburanti e dal gas che rincarerebbero in maniera più che proporzionale innescando una spaventosa crescita dei prezzi con conseguenze sociali drammatiche. Fra queste anche i mutui contratti in euro che potrebbero rincarare fino al doppio della rata attuale.
  6. Che fine farebbero le istituzioni democratiche responsabili dell’uscita dall’euro e della crisi che ne sarebbe all’origine? È facile immaginare che potrebbero essere travolte dai conflitti sociali e dalla drastica caduta del tenore di vita di decine di milioni di persone.

È logico, quindi, cercare di non uscire dall’euro affrontando la crisi europea. Un economista USA, Jacob Funk Kirkegaard, vi scorge novità positive sulle quali dovremmo far leva o, almeno, riflettere.
1) La Banca Centrale Europea si sta comportando sempre più come una vera Banca Centrale, sia fornendo liquidità alle Banche sia comprando ( sul mercato secondario e quindi non direttamente) i Titoli di Stato dei paesi in difficoltà come Spagna e Italia. Un Istituto ormai capace di imporre austerità fiscali e riforme ai paesi più recalcitranti. Insomma una visione più ampia della stabilità finanziaria che va oltre il mandato di tenere sotto controllo l’inflazione.

2) Un cammino ormai delineato (ed accettato) verso quell’ integrazione fiscale (regole comuni sul Bilancio degli Stati e controlli centralizzati a livello europeo ) necessaria a rendere più omogenee le economie dell’area euro e quindi più compatibili con la moneta unica. Un cammino non facile e che sarà lungo, ma alcuni passi come l’istituzione di un fondo per venire incontro agli Stati e/o Banche in difficoltà ( EFSF , European Financial Stability Forum) sono stati compiuti.

3) Una serie di riforme in corso d’opera per aumentare la concorrenza, la competitività, l’apertura di mercati prima chiusi, ridurre il ruolo dello Stato, nei paesi Mediterranei. Un fatto inconcepibile prima di questa crisi e che aiuterà l’Europa, nel suo insieme, ad affrontare le crisi del futuro ( in particolare quella demografica, cioè l’invecchiamento della popolazione).

4) Un riallineamento dei Partiti del centro sinistra dei paesi mediterranei verso posizioni meno ideologiche e più socialdemocratiche, alla Tony Blair anni ’90 (o socialdemocrazie nordiche anni ’70 e ’80). Quindi un cambiamento culturale che pone al centro la sostenibilità finanziaria delle politiche fiscali, economiche e del welfare.
5) Una ridefinizione dei confini del welfare che non consiste di soli tagli e sulla quale si sta creando un ampio consenso popolare e una visione che va oltre la pura protesta e la demagogia.

E, come conclude il suo articolo Jacob Kirkegaard, “ L’Europa ha molta strada da fare, ma sta usando bene la crisi”.

Tullio Marra

Il grande gioco della finanza e la via d’uscita per l’Europa (di Guido Grossi)

I capi di stato stanno confabulando per salvare le banche. Cerchiamo di capire.

Il sistema bancario internazionale ha un cancro: la finanza. Si prende tutta la linfa vitale. E’ solo per questo che non c’è più credito per aziende e famiglie.

Negli ultimi decenni è stato permesso alle banche che fanno credito commerciale di fare investimenti finanziari. Erano vietati. Nuove leggi hanno sistematicamente abolito tutti i divieti mentre il sistema veniva privatizzato. Perché è sbagliato?

Se io compro in borsa un titolo di una azienda che poi fallisce, perdo il mio capitale. Se una banca d’affari fa la stessa cosa, perde i suoi soldi. Ma il resto del mondo va avanti felice.

Se una banca commerciale, che raccoglie i depositi dei risparmiatori ed eroga prestiti a singoli, famiglie ed aziende specula sui mercati finanziari e perde i soldi crea problemi seri a chi ha avuto le ha dato fiducia perché le banche non investono il loro patrimonio privato bensì un grossissimo multiplo del loro patrimonio che è costituito dal denaro dei risparmiatori.

Non ci vuole uno scienziato per capire che questa commistione è una grave imprudenza. Le attività vanno separate. Eppure, non solo ciò è stato consentito, lo si è pure incentivato. Come? In due modi:

1) I regolamenti “prudenziali” (sic!) obbligano le banche ad avere un proprio patrimonio disponibile per far fronte alle eventuali perdite. Se prestano 100 euro ad un’ azienda devono accantonare 8 euro di patrimonio. Se comprano un titolo della stessa azienda devono accantonare solo una piccola frazione di 8 euro. Se comprano un derivato sul quel titolo l’onere corrisponde ad una frazione ancora più piccola. Quindi i cosiddetti regolamenti “prudenziali” incentivano l’investimento finanziario a scapito dell’economia reale.

2) Se i soldi vengono indirizzati più sui mercati finanziari che nell’economia reale, nascono inevitabilmente le bolle speculative: i valori dei titoli salgono anche se l’economia reale è ferma. Cosa fanno le banche centrali quando i mercati finanziari oscillano? Regalano montagne di liquidità alle banche private senza alcun vincolo di destinazione. Così le bolle rinascono, si spostano e continuano a crescere fino a livelli insostenibili.

Perché lo fanno? Sono forse dirette da matti o da ignoranti? No, sono in conflitto d’interesse.

Le speculazioni finanziarie hanno provocato buchi enormi nei bilanci delle banche private. Nello stesso tempo, però, hanno arricchito i loro manager ed i loro migliori clienti. Poche grandi banche d’investimento internazionali legate da intrecci azionari controllano tutta l’operatività sui mercati finanziari e sono in posizione tale da poter privilegiare alcuni clienti importanti, quelli che non perdono quasi mai, che hanno l’informazione giusta al momento giusto.

Si è creata prevalentemente così – e non con la bravura di qualcuno né con il sudore della fronte – l’élite, il famoso 1% della popolazione mondiale che dall’altalena delle bolle speculative ha tratto enormi benefici. Assieme ad un potere immenso con il quale ha potuto “comprare” la politica, l’informazione, la ricerca che avalla un certo tipo di cultura e ci infila nella testa i miti della crescita, della competizione, dei mercati e quant’altro. Un potere che è riuscito ad influenzare i governi, le banche centrali, le istituzioni sovranazionali che disegnano e mettono a punto il modello.

Chi fa i regolamenti “prudenziali”? Chi gestisce le banche centrali? Chi deve decidere se far scoppiare le bolle speculative e far fallire le banche oppure salvarle?

Organismi al confine fra il pubblico e il privato, nei quali le persone che decidono non sono scelte con metodi elettivi e democratici: sono cooptate all’interno di una cerchia di persone non propriamente larga, nata e cresciuta nella cultura neo liberista. Magari convinti in buona fede che sia il sistema migliore per far progredire il mondo. Persone comunque ricche, che appartengono all’élite ed hanno propri ingenti patrimoni personali il cui valore è fortemente legato a quel sistema.

Non ci interessano le teorie complottiste. Usiamo tempo ed intelligenza per osservare i fatti. Torniamo alle banche, piene di buchi nei bilanci. Buon senso vorrebbe che le perdite degli investimenti finanziari si esauriscano per quello che sono: capitale bruciato. Chi ha sbagliato paga e chi lo ha fatto per conto d’altri perde il posto. Vi sembra che prevalga il buon senso?

L’attuale classe dirigente e le persone che dovrebbero tirarci fuori dai problemi, cosa decideranno: di lasciar svanire quel castello di carta come sarebbe giusto? O si arrampicheranno sugli specchi per salvare il salvabile del castello nel quale sono stabilmente insediate?

Con la scusa che le banche fanno anche credito commerciale, e che quindi se falliscono rovinano le aziende e le imprese ci stanno raccontando che è nostro dovere salvarle!

Sono ammalate di cancro. Non sono curabili. Ma ci chiedono sacrifici enormi per attaccarle alla spina e salvarle.

Alzi la mano chi ha udito una proposta proveniente dagli stessi ambienti che miri a curare il male alla radice. Pannicelli caldi: Tobin tax, blind trust, nuovi regolamenti, agenzie di supervisori.. Ma pensano che la gente abbia tutta l’anello al naso??

E’ tristissimo dover constatare quanto le istituzioni dell’Unione Europea – che non ha mai avuto il coraggio di farsi Stato – si siano trasformate in strumento di difesa acritica dei mercati finanziari. Ci raccontano che, se non salviamo le banche (queste banche piene di cancro finanziario), come prevedono studi “autorevoli” le conseguenze saranno drammatiche: crollo dell’economia.. crollo degli stati.. inflazione incontrollabile, recessione, disperazione. Ci spaventano per indurci ad accettare nuovi sacrifici. Nuovo debito pubblico che con l’altra mano ci stanno imponendo di ridurre!!

L’unica certezza è che, se fallissero queste banche, a crollare con fragore sarebbe sicuramente la ricchezza ed il potere dell’élite che da questo sistema privato ha tratto enormi e ingiustificati profitti e privilegi. Solo dalla separazione delle due attività e dal conseguente fallimento della finanza speculativa, si potranno liberare, finalmente, le risorse per la crescita del benessere dei cittadini. Magari a qualcuno sarà già venuto in mente che questo sarebbe un buon motivo per tentare di toglierci la democrazia: perché i cittadini se correttamente informati e resi partecipi ridiventano sovrani e, prima o poi, scoprono quale sia la scelta più giusta e più conveniente per loro. È appena il caso di ricordare che la nascita del neoliberismo alcuni decenni or sono nacque proprio da questo ragionamento.

Guido Grossi

La nuova questione sociale che minaccia il futuro

Tre domande a Lapo Berti economista e animatore del sito www.lib21.org sulla nuova questione sociale che lascia milioni di giovani senza lavoro e senza stabilità e che minaccia la stessa convivenza civile

Cosa vuol dire parlare di una questione sociale? Quando e perché comparve questa definizione?

Nella prima metà dell’Ottocento, quando gli effetti sociali della prima ondata d’industrializzazione cominciarono a palesarsi in maniera incontrovertibile, si pose quella che allora fu chiamata la “questione sociale”.

La questione sociale nasceva da uno scandalo, dalla percezione che c’era qualcosa di fondamentalmente sbagliato e, quindi, moralmente inaccettabile in un ordine sociale che, nel momento in cui si era scoperto e realizzato il modo di produrre ricchezza su di una scala mai vista, produceva miseria e sofferenza per un numero crescente di persone tutti riconducibili ad un’unica categoria: i salariati.

Sullo sfondo di questo scandalo, c’era il timore che le classi create dal nuovo ordine industriale, sfuggissero al controllo delle istituzioni e si abbandonassero a reazioni violente nei confronti del sistema che condannava i loro membri alla miseria. In ballo c’era, come sempre c’è, quando si parla di questione sociale, il tema cruciale della coesione.

Fu questa la spinta che dette origine a una serie di interventi che hanno disegnato il panorama sociale in cui ancora viviamo in cui i lavoratori sono diventati il fulcro della democrazia e, soprattutto, il fulcro del sistema economico fondato sui consumi di massa. Lo stato sociale, che è la più grande conquista di civiltà dell’ultimo secolo e mezzo, è il frutto delle lotte e della pressione esercitata da loro (le antiche classi pericolose) ed è, nel contempo, il compromesso che per decenni ha garantito un equilibrio fra l’espansione del sistema capitalistico e la coesione sociale. I salariati, quindi, sono diventati lavoratori e poi, soprattutto, consumatori. Hanno ottenuto il riconoscimento del loro diritto a forme di assicurazione, assistenza e previdenza universali. Questo è il lascito della prima “questione sociale”.

Questo per il passato. Ma oggi come si presenta la nuova questione sociale?

Oggi, nuove forme di vulnerabilità di massa, di precarietà tornano ad affacciarsi sullo scenario sociale. Come quelle antiche, sono il portato di trasformazioni profonde del sistema economico capitalistico, ma hanno tratti diversi, anche se non meno devastanti. Ancora una volta, il fulcro intorno a cui ruota la creazione di condizioni di disagio, di sofferenza, di miseria è il rapporto con il lavoro, con un lavoro che non c’è e crea disoccupazione o, se c’è, è precario, incerto, provvisorio. La precarietà economica si coniuga con l’instabilità sociale, mettendo in questione la coesione della società.

La nuova questione sociale ha i connotati della disoccupazione di massa, nasce dalla precarizzazione delle condizioni di lavoro e dall’inadeguatezza dei sistemi classici di protezione a coprire queste situazioni. E’ plasticamente rappresentata dalla moltiplicazione degli individui condannati a una condizione di precarietà lavorativa, dalla drastica riduzione dello spazio dei diritti inalienabili. Due milioni e mezzo di disoccupati (2.506.000, dati ISTAT marzo 2012), pari a un tasso percentuale del 9,8%, con la disoccupazione giovanile (15-24enni) al 35,9%; più di 2.200.000 giovani fra i 15 e i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione (dati Bankitalia 2010); circa quattro milioni di lavoratori precari, per l’esattezza 3.941.400 (dati CGIA di Mestre, 2011); un numero imprecisato di finte partite IVA (si parla di circa 400.000). nel totale circa 9 milioni di persone, per lo più nelle fasce d’età inferiori, che vivono una situazione di disagio rispetto a prospettive d’inserimento nel mercato del lavoro che non ci sono affatto o promettono solo redditi di sussistenza. Ecco le dimensioni della nuova questione sociale. Non comprendo come fanno tutti coloro che hanno responsabilità politiche in questo paese a non vedere una “questione sociale” di queste dimensioni? Come si fa a non vedere o anche solo a rinviare l’urgenza di affrontare il problema che ne sta alla base e che ci dice di una società che sta perdendo la capacità di avere e di dare un futuro?

Non sarebbe compito della politica prevedere e prevenire o delineare soluzioni ai problemi che nascono nella società e nell’economia?

Infatti se c’è una cosa che dice, quasi grida, la crisi radicale della politica italiana e di partiti diventati comitati di affari, questa è l’incapacità di cogliere e rappresentare i sintomi e le domande di una nuova questione sociale che qualsiasi occhio non offuscato dall’attaccamento al potere è in grado di vedere con tutta nitidezza. Stupiscono i tentativi patetici dei partiti di esorcizzare l’ingombrante presenza di problemi come la dilatazione estrema delle disuguaglianze, il consolidamento della disoccupazione di quote elevate della popolazione in età lavorativa come dato permanente, la crescente esclusione dei giovani dal mondo del lavoro, la progressiva erosione della sicurezza sociale. La nuova questione sociale è sotto gli occhi di tutti, masse crescenti di cittadini ne avvertono il morso sulla propria pelle, ma i partiti neppure la scorgono. Non si rendono conto che gli eventi e le politiche dell’ultimo trentennio hanno sottoposto la coesione sociale a una tensione che si sta facendo insopportabile e chiede, esige, il passaggio di una metamorfosi di sistema perché la questione sociale sembra che si collochi ai margini della vita sociale, ma in realtà mette in discussione l’insieme della società (il modo di produzione, le istituzioni ecc).

Si può immaginare una via d’uscita a questa situazione? Ovvero: cambiare è possibile?

Sì si può, ma occorre un grande sforzo collettivo per ripensare e ricreare un ordine sociale che consenta a tutti di perseguire il proprio progetto di vita. Non è utopia e non vi sono molte strade percorribili se non quelle che portano a un capitalismo sostenibile. So che a molti lettori questo sembrerà un ossimoro perché per molti “il capitalismo lo si abbatte, non lo si riforma”. Ma so anche che la carica utopica di cui si nutre questa convinzione ha generato in passato due soli esiti: l’inconcludenza parolaia e l’immobilismo di fatto, quando non il sostegno inconsapevole alla conservazione, o la scelta di metodi violenti per imporre un cambiamento che, da sola, la società non è mai stata in grado, o non ha voluto, esprimere e realizzare compiutamente. Ne ho ricavato la convinzione che è socialmente più sano ed economicamente più produttivo pensare ai cambiamenti che è possibile avviare qui e oggi, semplicemente perché rientrano nella sfera di possibilità delle persone che li concepiscono e li condividono. Bisogna uscire dalla prospettiva, tipica del pensiero politico-sociale della prima modernità, figlio della visione escatologica propria del cristianesimo, secondo cui l’azione politica deve essere orientata alla realizzazione del “paradiso in terra”. In realtà l’unica possibilità concreta che abbiamo è di creare le condizioni per una trasformazione di sistema che renda il capitalismo sostenibile rimettendolo su nuove basi.

In primo luogo, impegnarsi a realizzare un utilizzo non predatorio delle risorse, sia fisiche che umane. Non è un impegno facile da far rispettare, perché da sempre esiste un impulso umano, che il capitalismo ha esaltato, ad appropriarsi del maggior numero di risorse possibili per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri, senza tener conto dell’impatto che ciò ha sull’ambiente fisico e su quello sociale. Occorre, dunque, circondare il lavoro e le risorse fisiche di tutele che impegnino l’intera collettività.

In secondo luogo, ci vuole un’infrastruttura istituzionale che impedisca un’accumulazione eccessiva di potere economico in mani private e che, comunque, impedisca al potere economico di condizionare, sotto qualsiasi forma e attraverso qualsiasi mezzo, il potere legislativo e quello giudiziario. In altre parole, il potere economico privato va costituzionalizzato, per sottoporlo a limiti e assicurarne la separazione rispetto agli altri poteri. L’inevitabile corollario è un drastico abbattimento della disuguaglianza economica, premessa necessaria di un nuovo welfare.

In terzo luogo, ed è forse la cosa più difficile, occorre fare in modo che il capitalismo dei flussi che percorrono il globo s’incroci con il capitalismo a base territoriale. In altre parole, bisogna provare ad addomesticare la globalizzazione. Bisogna costringere il capitalismo globalizzato a venire a patto con le esigenze dei territori.

Tre punti che implicano un rinnovato ruolo dello stato come promotore di un nuovo patto sociale. E qui c’imbattiamo in un’ulteriore difficoltà che si tratta di superare. La questione sociale che abbiamo di fronte è certamente il prodotto di dinamiche capitalistiche non controllate, ma se questo controllo non c’è stato o è stato inadeguato la responsabilità è anche di un sistema della rappresentanza democratica che da tempo ha cessato di funzionare nell’interesse dei cittadini e si è allontanato dalla loro volontà e dalle loro aspettative. Ma la prospettiva di un capitalismo sostenibile può essere perseguita credibilmente solo sulla base di un sistema della rappresentanza e del governo della cosa pubblica che renda efficace la partecipazione di tutti e, soprattutto, renda possibile il controllo di ciò che viene fatto in nome di un, abusato, bene comune.

Contro l’individualismo della solitudine (di Enzo Rullani)

L’esperienza della crisi, che dura ormai da cinque anni (dal 2007), è un’esperienza che la maggior parte di noi ha vissuto in solitudine. Perché, quando il futuro diventa precario, ciascuno cerca di salvarsi da solo, anche a scapito degli altri con cui ha fino a quel momento lavorato, discusso, collaborato.

In questi anni di crisi, l “gioco del cerino” – ti passo il cerino acceso sperando che a scottarti sia tu – ha minato i rapporti nelle filiere, dove committenti e fornitori non sanno più, ormai, di chi fidarsi per il rispetto dei termini di pagamento e delle clausole di contratto. Ma ha anche separato i destini delle imprese da quelli delle banche finanziatrici, che, al primo stormir di fronde hanno chiesto il rientro dei crediti concessi. E, per finire, ha avvelenato il rapporto con i dipendenti: non solo con quelli licenziati, “esodati” o messi in cassa integrazione, ma anche con quelli che diventano comunque ansiosi per il loro futuro. Così, sentendo il vento della crisi sul collo, finiscono per tagliare i consumi, mettendo le aziende produttrici a bagno.

Insomma, gli ultimi cinque anni ci hanno fornito una perfetta rappresentazione dei danni che l’individualismo diffidente provoca in una economia e in una società dove, in realtà, siamo tutti – e sempre più – interdipendenti. E dove, dunque, non è praticabile l’idea classica dell’economia di mercato: “ognun per sé, e Dio per tutti”.

Perché ci si meraviglia che tanti imprenditori, professionisti o anche lavoratori pensino al suicidio e talvolta arrivino davvero a realizzare il proposito?

In un mondo altamente interdipendente, l’individualismo non solo non funziona, ma ha un effetto depressivo sulle persone, perché, quando le difficoltà arrivano, ti lascia senza risorse. Se non hai i soldi per arrivare a fine mese e la famiglia o gli amici più cari non ti soccorrono, avresti infatti bisogno di appoggiarti – anche solo provvisoriamente – a qualche forma di condivisione da parte degli altri con cui hai avuto scambi e relazioni fino a qualche mese prima. Un rinnovo di fiducia e di ordinativi, una tolleranza nei termini di pagamento dei debiti, una disponibilità a continuare un percorso comune, sia pure a ritmo ridotto.

Ma il “sistema” di puro mercato non è attrezzato per fornire questa forma di condivisione, e, se non ce la fai, ti lascia solo. E’ un esito ingiusto, ma anche un danno per la vitalità dell’economia e della società, perché in questo modo i fallimenti o gli arretramenti diventano una tragedia non rimediabile. Le aziende chiudono disperdendo capacità, quando potrebbero invece – in un contesto di maggiore condivisione – avere la possibilità di tentare ancora e correggere le défaillances emerse.

Per un capitalismo personale come quello italiano, la solitudine delle persone di fronte alla crisi sta cominciando ad essere una debolezza strutturale di fondo. Ma si tratta di una debolezza rimediabile, se apriamo veramente gli occhi per vedere le possibilità aperte dal nuovo contesto competitivo in cui operiamo dal 2000 in poi.

Un contesto in cui collaborare – in modo stabile e affidabile – conviene. Non è soltanto una buona azione, a beneficio delle parti deboli del rapporto. Nell’economia del rischio e della conoscenza, collaborare è, infatti, l’unico modo di lavorare che ha qualche chance di successo sia all’interno delle imprese che nei rapporti tra le imprese. Perché – se ci si pensa – è il modo più semplice ed efficace di affrontare rischi elevati (condividendoli in modo organizzato) e di mettere in comune un pool di competenze che nessuna impresa, da sola, avrebbe la possibilità e la convenienza di crearsi, da sola.

Anche l’individualista più accanito, dovrebbe pensarci: il sapere e le risorse degli altri sono la chiave per fare cose più difficili e più competitive.

Svegliamoci, la diffidenza verso il nuovo non paga più.

Enzo Rullani da www.lib21.org

Il nemico da sconfiggere: i costi occulti da disservizio (di Fabio Pascapè)

Viviamo tempi difficili. Il potere di acquisto del nostro reddito è in calo. Per avere un’idea della situazione delle famiglie in Campania dobbiamo considerare che, ad esempio, 23 famiglie su 100 arrivano a fine mese con difficoltà, che 41 famiglie su 100 non riescono a sostenere spese impreviste, che 16 famiglie su 100 sono state in difficoltà almeno una volta nell’ultimo anno nel pagare le bollette, nell’acquistare generi alimentari e nell’affrontare spese mediche.
Tale situazione viene resa ancora più delicata dal fatto che ogni giorno, spesso anche inconsapevolmente, il nostro reddito viene ulteriormente eroso perché con esso dobbiamo sostenere “costi occulti”.

Ma cosa intendiamo per costi occulti? Quei costi legati ai disservizi, alle disfunzioni, ai malfunzionamenti, alle lentezze, alle incongruenze della Pubblica Amministrazione.
Prendiamo ad esempio i servizi scolastici. Per quel che concerne gli asili nido comunali una ricerca della Fondazione Civicum di Milano ha mostrato come, ad esempio, Napoli offra una fascia oraria giornaliera di copertura del servizio di appena sette ore a fronte delle dieci ore offerte da Milano, Roma e Torino. Questo significa che molti non si rivolgono proprio al servizio pubblico perché troppo distante da quello che è il bisogno. Questo significa ricorrere, laddove possibile, alla rete familiare, ai vicini, agli amici o significa assumere una baby sitter. Naturalmente sempre se se ne hanno le possibilità.

Lo stesso dicasi anche per coloro i quali utilizzano il servizio che, allo stesso modo, sono costretti a ricorrere ai familiari o a baby sitter per integrare una fascia oraria così ridotta. La situazione assume aspetti grotteschi se si pensa che inevitabilmente, la fascia oraria piena di fruizione viene garantita, normalmente, solo alla fine di ottobre e cioè quando parte la refezione scolastica. Per non parlare deI fenomeno dei ponti per i quali le scuole chiudono nei giorni inseriti tra due festività: incubo sempre in agguato che getta la sua ombra sinistra su un’organizzazione familiare prossima al collasso. Anche le consultazioni elettorali giocano il loro ruolo in quanto in alcune realtà comunali per il loro svolgimento utilizzano gli edifici scolastici e questo significa altre interruzioni, spesso lunghe, nella erogazione di un servizio che sembra più pensato per chi lo eroga che non per chi ne fruisce.

Altro esempio il trasporto pubblico. Quanti di noi possono dire che avere un’automobile è una libera scelta? O forse è una vera e propria necessità legata al fatto che il trasporto pubblico non funziona a dovere? Occorre riflettere sul fatto che un’automobile di piccola cilindrata incide per circa 4.000,00 euro l’anno…senza utilizzarla molto però! Ammortamento, manutenzione, carburante, parcheggiatori (più o meno abusivi), etc.. Qui emerge un paradosso. La faticosa ricerca di un alloggio con un fitto contenuto oppure un mutuo d’acquisto sostenibile porta le persone a spostarsi in periferia o nei piccoli centri immediatamente a ridosso delle grandi città. Questo le costringe a dotarsi di una o più auto che finiscono con l’assorbire in termini economici tutta la convenienza dell’abitare appunto in periferia o nei piccoli centri. Per non parlare della dispendiosità dell’auto in termini di tempi di vita e di stress. Ma questa è un’altra storia.

Ancora un altro esempio: i servizi sanitari. Chi è che alle prese con un problema di salute di un proprio caro appena appena più preoccupante non pensa di rivolgersi ad uno specialista privato? Per non parlare poi della necessità di effettuare un intervento chirurgico. Spesso e volentieri per evitare attese lunghe e snervanti si opta per l’intramoenia con quello che comporta in termini economici.

Altro esempio: gli sportelli pubblici. Avete mai provato ad immaginare il tempo che trascorriamo in fila per un pagamento ad un ufficio postale, per un adempimento all’INPS, per un accertamento all’Agenzia delle Entrate? È tempo prezioso perché sottratto ai familiari, agli svaghi, alla vita di relazione. Ma è anche tempo sottratto al lavoro, in quanto, gli orari degli uffici pubblici tendenzialmente vengono costruiti senza tenere conto del fatto che, spesso, gli utenti per potervi accedere devono richiedere un permesso dal lavoro che poi dovrà essere recuperato.
Qualche anno fa fu emanata una norma che prevedeva e prescriveva la redazione di Piani dei Tempi e degli Orari che consentissero appunto di ottimizzare i tempi ed i modi di erogazione dei servizi integrandoli con i tempi di vita dei cittadini. Salvo qualche esperienza d’eccellenza che ha interessato prevalentemente i Comuni del centro nord, l’attenzione ad uno strumento così promettente è progressivamente calata.

La domanda a questo punto è: quanto incidono questi disservizi sul nostro reddito, sulle nostre attività imprenditoriali? Non è semplice dare una risposta. Quello che è certo è che sosteniamo costi che potremmo non sostenere se solo l’organizzazione delle nostre città migliorasse, se ci fosse – in chi decide – una visione d’insieme, se fosse possibile per tutti i portatori di interessi rappresentare il proprio punto di vista facendo sì che possa diventare parte integrante della decisione pubblica. E allora? E allora tutti, e dico tutti, i servizi al cittadino dovrebbero essere corredati da una carta della qualità dei servizi costruita con gli utenti/committenti, che contenga i livelli qualitativi minimi di erogazione dei servizi medesimi, che sia nota, che sia facilmente consultabile, che sia stampata in un formato tascabile, che sia aggiornata tutti gli anni, che renda semplice reclamare per un disservizio.
Un sogno ad occhi aperti? Ma no! C’è una legge dello stato: il comma 461 della Finanziaria 2008. Gli enti locali in sede di stipula dei contratti di servizio, prescrive il comma 461, devono prevedere l’obbligo per il soggetto gestore di emanare una «Carta della qualità dei servizi» redatta d’intesa con le associazioni di tutela dei consumatori e con le associazioni imprenditoriali interessate. Questa Carta deve contenere gli standard di qualità e di quantità relativi alle prestazioni erogate, le modalità di accesso alle informazioni, quelle per proporre reclamo e quelle per adire le vie conciliative e giudiziarie. Debbono essere perfino previste le modalità di ristoro dell’utenza in caso di inottemperanza.

Sotto il profilo della partecipazione è previsto un meccanismo periodico di verifica, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori, dell’adeguatezza dei parametri quantitativi e qualitativi del servizio erogato, ferma restando la possibilità per ogni singolo cittadino di presentare osservazioni e proposte in merito.

Dunque Carta dei servizi e reddito sono molto più legati di quanto non si possa immaginare ad un primo esame. Migliorare i redditi significa sempre di più anche alleggerirli dei costi occulti con una Pubblica Amministrazione di qualità, efficiente e socialmente responsabile. Tanto si è fatto ma tanto resta da fare. E pure questo è un modo per aumentare il reddito effettivamente a disposizione delle famiglie perché il reddito serve per comprare beni e servizi. E se i servizi rendono poco perché sono male organizzati o sono gravati dalla mala gestione parassitaria è inutile tentare di spremere il cittadino con tariffe più care come, purtroppo, sta avvenendo negli ultimi anni.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva Napolicentro

Partecipazione civile e protesta (di Alfonso Annunziata)

Chi credeva di aver già visto di tutto nel governo di questo Paese, si prepari in questo scorcio di legislatura a godersi la chiusura della Seconda Repubblica in una apoteosi di fuochi d’artificio , fra sotterfugi, scandali, fughe in avanti e arroccamenti di ogni tipo.

Un modesto assaggio ce lo stanno fornendo questi giorni, con le danze sudamericane di riforme sbilenche, le cadenze rockeggianti di scandali inusitati, e persino l’eco cupo da marcia funebre di una modifica costituzionale approvata nella distrazione dei media in una aula silente e semiunanime.

Sono queste le colonne sonore che rischiano di propiziare tentazioni da partito unico, da grosse koalition, da inciuci indicibili ai danni dei soliti noti, se non rinvii elettorali e altri pasticci ancora peggiori ai danni delle tracce di democrazia che ancora avanza.

E il dubbio che resta al cittadino qualsiasi è che dunque antipolitica non sia il suo proprio sentimento di nausea – ché anzi ancora in lui la voglia di sopportare sacrifici, di comprendere difficoltà del sistema e persino degli amministratori ci sarebbe – ma che vi sia  un’antipolitica reale, un virus che ha assalito la classe politica tutta, una potentissima e irresistibile cupio dissolvi che spinge questi signori a sbagliare ogni mossa, a dichiarare in ogni sede in maniera inoppugnabile e claris litteris il loro disinteresse e disprezzo per gli elettori.

Una simile classe politica sembra dunque unicamente preoccupata di aumentare il distacco, e l’immunità, dalla rabbia crescente del cittadino, cui sottrae il potere di nomina degli eletti, di scelta delle coalizioni, del premier. E potrebbe in ultimo sottrarre anche il controllo democratico, con l’eliminazione di una opposizione parlamentare significativa, o con il rinvio sine die della consultazione, magari per il rincrudirsi dell’emergenza economica, per il terrorismo, per l’intensificarsi degli attacchi dei fantasmi, dei dinosauri o di zorro e mazinga coalizzati.

Il problema per la Società Civile, in conseguenza, è come minimo e in prima battuta quello di individuare forme di protesta che siano al tempo stesso incisive sull’esecutivo e i potentati che ne influenzano le scelte e possano fare anche contare ragionevolmente meno sugli strumenti tradizionali che potrebbero risultare da un momento all’altro vistosamente limitati dall’aria che tira: lo strumento elettorale/referendario, il diritto di sciopero e quello di riunione pubblica e manifestazione.  Strumenti in genere invisi a un governo reazionario che possono facilmente essere limitati dall’emergenza. In prima battuta, dico, perché l’obbiettivo democratico ultimo deve essere quello di riappropriarsi dei Partiti e del Paese.

Restando all’obbiettivo della protesta: nessun governo capitalista, limiterà certo il Mercato, dunque è sul Mercato che una protesta incisiva e non violenta può colpire. Faccio degli esempi banali, alcuni noti e applicati, ma se ne possono promuovere a iosa, piegando lobbies e governo senza muovere una sola manifestazione o un’ora di astensione dal lavoro, e senza dover passare per elezioni:

–          Caso Equitalia: il governo utilizza un sistema medievale di riscossione delle imposte tramite una società con poteri paracostituzionali collegata tramite vertice all’agenzia delle entrate. Si può ottenere una riforma del sistema in senso più europeo, organizzando e capillarizzando uno sciopero del lotto. Propagandare in ogni dove il blocco del gioco del lotto e dei giochi d’azzardo tramite i quali lo Stato realizza una riscossione complementare, fino alla riforma del sistema di riscossione, ad esempio consentendo migliori sistemi di rateazione per i più poveri e la deducibilità dei crediti di imposta per le imprese.

–          Carburanti: noto anche questo, basta prendere di mira i tre maggiori marchi, dico per dire: Shell, Exxon, Total, o quelli che saranno. E iniziare a evitarne i distributori, non per un singolo giorno, ma per sempre, fino a che il singolo gestore, o il marchio non decide una riduzione del 4% del prezzo alla pompa. La caduta del cartello di riferimento produce in ogni zona quello delle altre marche. Se sono impossibilitati i petrolieri, costringeranno il governo a limare le accise…

–          Stretta sul lavoro e delocalizzazione: lo si è già visto con l’esperimento OMSA. Gli amministratori delegati non sono che dipendenti pagati sull’incremento di fatturato. Basta una decisa stretta al concessionario sulla pessima FIAT di oggigiorno per dare l’estremo colpo al traballante Marchionne e alle sue sballate teorie delocazioniste agli occhi della famiglia Elkann. E sbattuto fuori lui saranno fuori anche i suoi seguaci.

Si potrebbe continuare con le banche, la finanza, la borsa… basta riapplicare lo schema… e l’intero inferno dei problemi può essere cancellato da una stretta di spread. Coraggio, e fantasia

Alfonso Annunziata

I guasti del “più mercato meno Stato” (di Laura Pennacchi)

Il trentennio neoliberista, che ha incubato la crisi economico-finanziaria globale esplosa nell’autunno del 2007 e ancora oggi – dopo cinque anni – drammaticamente in corso, ha sintetizzato la sua esaltazione del mercato e la sua avversione allo Stato e alle istituzioni nel motto “meno regole, meno tasse, meno Stato”, fatto proprio dalle destre. Nella sostanza una potente ideologia ultraortodossa ha predicato un drastico ridimensionamento della presenza pubblica nelle attività economiche e sociali, sostenendo che l’intervento dello Stato è sempre e comunque negativo per il benessere collettivo, che i governi dilapidano risorse e che ogni tentativo di redistribuire la ricchezza dà vita a forme di perseguimento delle rendite.

Ne è seguita in tutti i paesi occidentali governati dalle destre (le cose sono andate ben diversamente nei paesi in via di sviluppo) un’ondata di deregolamentazioni, riduzioni delle tasse per i ricchi, privatizzazioni. Come non ricordare che tra i primi atti del governo Berlusconi-Tremonti insediatosi nel 2001 ci furono l’abolizione dell’imposta di successione per i grandi patrimoni, la soppressione del reato di falso in bilancio, la proclamazione dell’“arretramento del perimetro pubblico” affidato alla Finanziaria di quell’anno?

Non si è trattato di fenomeni che hanno inciso, per quanto profondamente, solo sulla materialità del vivere, perché quei fenomeni hanno investito le menti e le coscienze, coinvolgendo direttamente la dimensione antropologica: le macerie da rimuovere per ricostruire un edificio civile, quindi, sono particolarmente spesse ed ingombranti.

Con la pulsione di buschiana (del Presidente Busch) memoria verso lo starving the beast (“affamare la bestia”, e la bestia sono gli Stati e i governi) – da realizzare proprio con la riduzione delle tasse che “affama” l’operatore pubblico sottraendogli le risorse necessarie a finanziare servizi, prestazioni sociali, politiche industriali – con un colpo solo si è operata una terribile delegittimazione dell’istituto della tassazione (equiparata a furto, esproprio, estorsione, mentre le costituzioni del Novecento la assumono come un “contributo” al bene comune) e si è aggredita a morte l’idea stessa della responsabilità collettiva, un’idea alla base della civiltà moderna nata dall’illuminismo secondo cui la cittadinanza è costruita da individualità responsabili che condividono responsabilità comuni, cittadini che si debbono qualcosa l’un l’altro in quanto “concittadini”.

Così la dimensione antropologica è stata influenzata da uno speciale legame tra ideologia “ultraortodossa” e visione “ultraindividualistica”, poiché la predicazione di un ruolo pubblico ristretto e angusto si è basata su una visione altrettanto ristretta e angusta del rapporto tra individuo e collettività, volta a soffocare le istanze solidaristiche: l’individuo è un atomo, non esistono responsabilità collettive perché “non esiste la società”, secondo le parole di Margaret Thatcher.

Le diseguaglianze e lo spostamento della distribuzione del reddito a danno del lavoro e a vantaggio del capitale e delle rendite finanziarie hanno svolto un ruolo cruciale nel modello di sviluppo neoliberista basato su “più mercato, meno Stato”, animando tutti e tre i processi in cui tale modello si è estrinsecato: la finanziarizzazione (a metà 2008 il valore nominale delle quote di derivati trattati nelle borse era di 80 trilioni di dollari, mentre di quelli scambiati fuori mercato toccava i 684 trilioni, con un totale di 764 trilioni, 14 volte il PIl globale), la commodification (una mercificazione estrema di tutto perfino del genoma umano, che non ha risparmiato il lavoro, la moneta, la terra, le tre cose su cui gli ammonimenti di Karl Polaniy a non mercificare erano risuonati più forti), la denormativizzazione (la sostituzione della norma e della legge con il negozio e il contratto privato e la generalizzazione della lex mercatoria). Un sistema economico e finanziario mondiale costruito sui global imbalances – tale per cui ha lungamente veicolato i guadagni di produttività verso i profitti e le rendite, compensato la stagnazione dei salari e la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori dei paesi sviluppati con la facilitazione dell’accesso all’indebitamento (anche nelle forme perverse dei subprime) da una parte, dall’altra con l’importazione a basso prezzo di beni di bassa qualità prodotti da lavoratori sottopagati nei paesi in via di sviluppo – non poteva che generare enormi problemi allo stesso tempo di domanda e di offerta e incredibili diseguaglianze.

Come è stato messo in rilievo ripetutamente da Paul Krugman, agli inizi del 2000 negli USA il rapporto tra la retribuzione mediana di un lavoratore che sta nel mezzo della piramide sociale e quella di un top manager – che era di 30 volte nel 1979 – è salito a 150 volte e perfino a 400-500 volte.

I mutamenti nella struttura reddituale, a loro volta, hanno agito come detonatore per la sollecitazione dell’indebitamento e per l’innovazione finanziaria, trasformando la finanza in un predatory system, per riprendere le parole di Stiglitz, e facendo della alterazione della distribuzione del reddito un elemento fondamentale del modello di sviluppo neoliberista.

Tutto ciò esplode con la crisi del 2007/2008, la quale si manifesta subito non come un epifenomeno o un incidente di percorso ma come crisi strutturale, crisi di un intero modello di sviluppo che con essa deflagra svelando la fragilità delle sua basi materiali e la fallacia dei suoi presupposti teorici: i mercati non sono né razionali né efficienti, i mercati non si autoregolano e, anzi, lasciati a se stessi, rovinano e trascinano nella loro rovina l’intera vita e dignità umana. Se si guarda all’esplosione della disoccupazione e al configurarsi della problematica del lavoro come vera e propria “catastrofe sociale”, si può ben dire a questo punto che è in gioco una questione di civiltà, che un capitalismo così rovinoso è messo in discussione nei suoi fondamenti di civilizzazione e di legittimazione.

Ma che la dottrina dell’intrinseca razionalità ed efficienza del mercato e della sua automatica capacità di regolazione abbia fatto tragico fallimento non vuol dire che il neoliberismo sia stato sconfitto e sia oggi in ritirata. Il neoliberismo risorge anche se in forme nuove, per esempio non disdegnando di ricorrere macroscopicamente alle risorse pubbliche per salvare le banche e il sistema finanziario internazionale (trasformando così immensi debiti privati in immensi debiti pubblici) ma anche ad altri tipi di intervento pubblico, al punto che oggi si parla di “neoliberismo statalista”.

Del resto, il neoliberismo non è mai esistito in forme pure, sempre in forme spurie: negli anni di Reagan e dei Bush negli Usa si è dato vita a qualcosa che alcuni studiosi hanno definito hidden developmental state (Stato “sviluppista” nascosto) e Pinochet, uno dei suoi inventori,

associò al neoliberismo e alle privatizzazioni in politica economica e politica sociale un decisionismo violento e un autoritarismo sanguinario nella soppressione della democrazia cilena.

Il punto è proprio questo: il ricorso allo Stato che compie il neoliberismo dà vita a una sorta di “keynesismo privatizzato” e di predator state al servizio degli interessi delle corporations e dei poteri forti, il quale implica comunque da una parte l’erosione delle funzioni più nobili e trasparenti della “statualità”, dall’altra l’abbattimento dei benefici pubblici, specie quelli del welfare state, per ceti medi e lavoratori. Si spiega così il singolare paradosso a cui oggi siamo di fronte: l’intervento pubblico è stato invocato quando si trattava di salvare banche e intermediari finanziari dall’abisso e ora che bisognerebbe sostenere i redditi dei lavoratori, rilanciare la “piena e buona occupazione”, dare vita a un nuovo modello di sviluppo, se ne pretende un drastico ridimensionamento sotto forma di tagli vertiginosi alla spesa pubblica, specie quella sociale (per pensioni, sanità, istruzione, servizi, ecc.), spesso veicolata da regioni ed enti locali su cui la scure si abbatte in modo cieco.

Agisce in tal senso la generalizzazione delle linee di austerità draconiana imposte ai paesi europei – quando l’epicentro della crisi si è spostato in Europa e ha aggredito i debiti sovrani – dal duo Merkel-Sarkozy, in conseguenza di una diagnosi gravemente sbagliata, invertente la relazione di causa-effetto e misconoscente che i debiti pubblici sono cresciuti per fronteggiare la crisi e non viceversa. L’austerità draconiana da un lato compromette le prospettive di crescita facendo precipitare i paesi europei nella recessione, dall’altro riapre spazi alle privatizzazioni in tutte le direzioni e al depotenziamento del ruolo dello Stato, nuovamente ridotto a “Stato minimo”.

La crisi economico-finanziaria ha attizzato il fuoco sotto problematiche che covano da tempo un potenziale esplosivo, dalla crescita delle diseguaglianze agli squilibri territoriali, al depauperamento del capitale sociale e dei patrimoni infrastrutturali, alla dequalificazione dei sistemi educativi e delle strutture di welfare, al riscaldamento climatico e alle questioni ambientali generali. Trattare queste problematiche implica tornare a un incisivo intervento pubblico – che non si limiti e a regolare e a liberalizzare – e ridare cittadinanza a una parola troppo a lungo negletta: programmazione (Giddens, il teorico della terza via semiliberista di Tony Blair, dice addirittura “pianificazione”).

La programmazione e la politica industriale assumono questioni che il mercato non può risolvere: la scelta di quanto investire (e perciò risparmiare) nell’aggregato, la direzione che le nuove tecnologie debbono intraprendere, la decisione di quanto peso e quanta urgenza dare ai problemi ambientali, il ruolo da assegnare alla scuola, alla conoscenza scientifica, alla cultura. Inoltre, ogni crisi, tanto più se severa come l’attuale, forza e accelera il ritmo del cambiamento strutturale. Questa consapevolezza è tanto più cruciale oggi che la crisi globale fa maturare condizioni per porre al centro di un nuovo modello di sviluppo green economy, beni comuni, beni sociali.

Solo un rinnovato intervento pubblico a scala europea inteso in termini di “sfera pubblica”, potrà affrontare le esigenze che oggi si pongono.

La prima riguarda l’opportunità che tutti i paesi e le aree (come, in particolare, quella europea) facciano maggiormente leva per il proprio sviluppo sulla loro domanda interna. Ciò è necessario se si vogliono correggere i global imbalances all’origine della crisi. Del resto Keynes fin dal 1944 segnalava che paesi che avessero puntato esclusivamente sulla crescita

trainata dalle esportazioni sarebbero stati inevitabilmente in conflitto tra di loro.

Correlata alla opportunità di puntare sulla domanda interna c’è la seconda esigenza, la quale concerne la necessità di fare maggiore spazio nelle nostre economie e nelle nostre società a consumi collettivi, anche considerando quanto esteso sia stato il consumismo individualizzato deteriore indotto dal neoliberismo. Consumi collettivi richiedono investimenti pubblici. L’operatore pubblico deve svolgere una funzione di traino, ma gli strumenti a cui può ricorrere sono molteplici e tutti aperti alla possibilità di coinvolgere gli operatori privati, specie se si sfrutta la dimensione europea, come avviene nelle proposte di eurobonds e di europrojects.

La terza esigenza si manifesta nella congiunzione redistribuzione/allocazione, perché mai come nella situazione presente questioni di allocazione e questioni di redistribuzione appaiono inseparabili. Al centro debbono starci non solo gli interrogativi sui meccanismi di

acquisizione dei guadagni di produttività, sui modelli contrattuali, sulla regolazione del mercato del lavoro, sulla possibilità di fare ricorso a “minimi” e “massimi” retributivi, ma anche quelli su come creare direttamente lavoro per iniziativa di agenzie pubbliche e strutture istituzionali ispirate al New Deal, del tipo di quelle alle quali sta lavorando Obama (si pensi alla banca pubblica per le infrastrutture).

La quarta esigenza è quella di considerare simultaneamente domanda e offerta. Per l’Europa, ad esempio, è vitale utilizzare pienamente la forza della domanda interna.

La quinta esigenza, infine, riguarda la necessità di interconnettere innovazione tecnologica e innovazione sociale, vale a dire di finalizzare un intensificato processo di ricerca di base e di ricerca scientifica e tecnologica alla soddisfazione di nuovi bisogni e di nuove emergenze sociali: benessere umano e civile, rivoluzione verde, sviluppo delle città e di territori risanati anche grazie a una agricoltura di qualità, invecchiamento demografico, salute, immigrazione integrata e così via.

Laura Pennacchi da www.tamtamdemocratico.it

L’economia fa paura (di Rossella Rossini)

E’ la crisi, oggi, il primo motore dell’insicurezza degli italiani. Grava sul presente e sugli anni a venire, fino a compromettere, soprattutto fra i giovani, l’idea stessa di futuro. Affiorano dalla dimensione economica le immagini più inquietanti dell’Italia 2012 fotografata dal quinto Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla Sicurezza (“L’insicurezza sociale ed economica in Italia e in Europa”), realizzato da Fondazione Unipolis in collaborazione con Demos&pi e Osservatorio di Pavia.

Nella graduatoria delle paure, le inquietudini collegate al lavoro, ai soldi per vivere, alla pensione, ai risparmi hanno guadagnato la parte alta della lista e colpiscono il 73% degli italiani: sette su dieci, e il dato è cresciuto più di tutti, con un balzo di 10 punti rispetto al 2010. Il senso di insicurezza economica ha dunque assunto una dimensione sociale e l’orizzonte è particolarmente incerto per i giovani, con l’85% del campione che prevede per loro una situazione socioeconomica peggiore rispetto alle generazioni precedenti.

I dati non stupiscono, visto che il 46% degli intervistati si dice direttamente colpito dalla crisi. Nel 19% dei casi, nella propria famiglia è presente almeno una persona che ha perso il lavoro nell’ultimo anno e in più di 1 caso su 3 ha cercato un impiego senza trovarlo; solo il 14% è riuscito a mettere da parte dei soldi, mentre il 56% ha “tirato avanti”. Il 29% ha dovuto spendere i propri risparmi o fare riscorso a prestiti. Il 39% ha ridotto i consumi negli ultimi 10 mesi, dato che sale al 43% tra le famiglie in cui un componente ha perso o ridotto il lavoro. Non meno cupo è il futuro: il 38% prevede un peggioramento del quadro economico nazionale, il 25% si aspetta un peggioramento delle finanze familiari e il 27% un’erosione delle risorse personali. Solo il 18% pensa che il peggio sarà passato entro i prossimi 12 mesi e il 19% che l’Italia ne sarà fuori in 2 anni. Oltre la metà degli italiani teme di finire come in Grecia.

Crescono, al contempo, le diseguaglianze sociali: il 77% degli italiani ha percepito negli ultimi anni un allargamento degli squilibri in termini di ricchezza, al punto che 8 persone su 10 vedono una società spaccata in due: l’Italia di chi ha poco e l’Italia di chi ha molto, un club ristretto, quest’ultimo – appena il 9% degli italiani ritiene di farne parte – e difficilmente accessibile per chi ne è escluso.

Più paura dell’economia fa solo “l’insicurezza globale”, che, pur collocandosi a breve distanza, mantiene il primo posto nella graduatoria. Oggi coinvolge il 76% della popolazione. In testa le preoccupazioni per la distruzione dell’ambiente e della natura (55%), seguite dalla globalizzazione intesa come “l’influenza sulla vita e sull’economia di ciò che capita nel mondo” (46%). Una quota appena inferiore (41%) teme per la sicurezza dei cibi che mangiamo e, in successione, lo scoppio di nuove guerre (33%), terremoti, frane e alluvioni (24%), nuove epidemie (21%).

I dati rilevati nella crescita delle insicurezze sono confermati dalle priorità indicate all’agenda politica: i temi economici per il 68% degli italiani, superato soltanto dalla Spagna con il 90%, tra i cinque paesi coinvolti dal sondaggio. Valori poco distanti per Gran Bretagna (65%) e Francia (64), mentre la Germania si ferma al 48%. Il tema economico è declinato in maniera specifica nelle diverse realtà nazionali. In Italia la disoccupazione si colloca al primo posto: il 36% dei cittadini la indica come il problema più importante da affrontare in questo momento e lo stesso succede in Francia (39%) e, in misura molto maggiore, in Spagna (62%). La graduatoria delle priorità prosegue con la qualità dei servizi, che preoccupa l’11% dei nostri concittadini (ma il 24% delle persone in Germania), la criminalità (4%), l’immigrazione (3%).

Riguardo alle ultime due voci, dal Rapporto emerge che la “paura dello straniero” è calata in misura considerevole. Il 29% accomuna l’immigrazione alla criminalità, contro il 51% del 2007, il 39% del 2008 e il 37% del 2009. Allo stesso tempo, l’immigrato non è visto più come una minaccia per l’occupazione: il dato si ferma al 29% contro il 37% del 2007, il 31% del 2008 e il 35% del 2009. E’ invece in ascesa la paura della criminalità, un fenomeno in aumento per l’85% degli intervistati. Nella scala delle insicurezze, quella legata alla criminalità si colloca al terzo posto, dopo l’insicurezza globale e quella economica, con un valore del 43%, in crescita di 10 punti rispetto al 2010. Si ha paura di essere vittima di un furto, soprattutto in casa o del proprio mezzo di trasporto, di scippi e borseggi, aggressioni e rapine, di un incidente stradale o sul lavoro. I ricercatori collegano l’allarme per la criminalità, tornato ai valori della “grande paura” rilevata tra il 2007 e il 2008, all’aumento dell’insicurezza sociale complessiva e alla “passione criminale” che domina i media, soprattutto televisivi.

La televisione italiana si è accorta tardi della crisi. Non intercetta il senso di insicurezza economica della popolazione. Continua a raccontare, come negli anni passati, il romanzo criminale che sembra tanto piacere ai telespettatori. Lo dimostra, con dovizia di dati, la rilevazione condotta su alcune emittenti italiane e di altri paesi Ue dall’Osservatorio di Pavia. Anche se i Tg non sono tutti uguali, con Rai 1 che svetta ai vertici delle classifiche europee, con una media di 3 notizie al giorno legate alla criminalità: 1.173 nel 2011, un valore ben superiore a quelli di Tve (444), France 2 (353), Bbc One (316), Ard (19). Quanto all’attenzione dedicata alle emergenze economiche, Tg3 e TgLa7 hanno dedicato a questi temi circa la metà delle informazioni nell’edizione di prima serata, allineandosi ai principali Tg europei. Diversi i valori di Tg1 e Tg5, fermi al 16%, con Studio Aperto fermo al 7%.

Commentando il Rapporto, Ilvo Diamanti, direttore scientifico di Demos, ha affermato che “il significato della Sicurezza, e del suo reciproco: l’insicurezza, si sono reinseriti nei confini sociali. Un significato – ha aggiunto – principalmente riassunto dall’incertezza economica, dalle paure legate al lavoro, al risparmio, al reddito familiare, al costo della vita e alla pressione fiscale”. La sicurezza, dunque – ha concluso Diamanti – “è tornata ad essere, com’era un tempo, pre-videnza sociale: possibilità di affrontare le incertezze e la precarietà della condizione personale, familiare e sociale, oggi e domani”.

Rossella Rossini da www.lib21.org

Manovre Monti: adesso un decreto sulla partecipazione dei cittadini (di Alessio Terzi)

L’azione del governo Monti lascia il campo aperto a numerose perplessità. Il sospetto che a pagare siano i “soliti noti” resta ampiamente diffuso. Noi, per esempio, continuiamo a pensare che un saggio uso della tassazione dei grandi patrimoni avrebbe sostenuto il contrasto all’evasione fiscale e avrebbe ridotto il carico e l’odiosità dell’Imu. Non è destituito di fondamento nemmeno il sospetto che sia in corso una sorta di sospensione della democrazia, a causa della invadenza di mercati finanziari sostanzialmente irresponsabili, e delle pretese di una “Europa” incarnata da poche persone. Varie esternazioni, quanto meno indelicate, dello stesso premier e di altri membri del governo alimentano il sospetto di una percezione elitaria dei problemi che affliggono i cittadini.

Sono tutti rilievi importanti che inducono a sospendere il giudizio complessivo. Ciononostante è doveroso rilevare che, per ora, il baratro “greco” è stato allontanato, che l’Italia ha ripreso il suo posto nella scena internazionale e che, dopo anni di provvedimenti caotici e raffazzonati, si intravede nell’azione di governo un’ipotesi di percorso che potrebbe anche portare da qualche parte.

Con il decreto “Salva Italia” sono stati messi in sicurezza i conti pubblici. Con il decreto “Cresci Italia” si sta tentando, sia pure con omissioni non irrilevanti, di ridurre il peso delle rendite che ingessano il paese. Il pacchetto delle norme sulla semplificazione potrebbe migliorare la vita dei cittadini e delle imprese. L’avvio del confronto sul lavoro fa prevedere duri conflitti ma, stando alle dichiarazioni di tutti i soggetti, potrebbe comunque favorire una riduzione del tasso di precarietà e un miglioramento degli ammortizzatori sociali: Un connotato interessante dell’azione di questo governo è quello di puntare ai risultati aggiustando e modificando puntualmente le disposizioni in atto, senza ricorrere a leggi bandiera utili soltanto per produrre nuove complicazioni. A lato delle riforme sono state presi provvedimenti per la mobilitazione degli investimenti già stanziati, per liquidare, sia pure parzialmente, i crediti in sofferenza delle imprese e, sembra, per sostenere la lotta all’evasione.

Tutti allegri e contenti? Certamente no! L’insieme delle misure, secondo il governo, dovrebbe garantire una sostanziale compensazione fra sacrifici e vantaggi per i cittadini e favorire la ripresa della crescita. Anche Federconsumatori stima che, per una famiglia media, il carico fiscale aggiuntivo potrebbe essere quasi integralmente compensato dalle riduzione del costo dei servizi liberalizzati. Il problema è che il primo è certo e immediato e le seconde sono ipotetiche e dilazionate nel tempo mentre la crescita resta, per ora, un’ipotesi di scuola.

La tenuta del governo, inoltre, potrebbe non essere scontata a causa di numerose difficoltà. Man mano che si riduce lo spread, cresce la tentazione dei partiti di riprendere in mano la situazione. Le reazioni delle corporazioni possono mettere in discussioni parti importanti dei diversi decreti. Superata, se così si può dire, la fase economica, il governo sarà costretto ad impegnarsi su temi di alta densità politica come il campo minato della riforma della giustizia o l’adeguamento della protezione civile. La stessa attuazione dei provvedimenti assunti, con una burocrazia allenata a svuotare di contenuto qualsiasi cambiamento, richiederà interventi attenti e non facili. La traduzione pratica dei consistenti tagli al fondo sanitario può facilmente diventare una fonte di feroci conflitti.

In periodi “normali” si potrebbe mettere in conto la possibilità di un fallimento e di un ricorso alle urne.

Nella situazione attuale ciò sarebbe causa di enormi pericoli e noi crediamo che, per la sua stessa origine, questo governo debba assumersi la responsabilità di fare tutto il possibile per portare a compimento un’azione di “rimessa in moto” del Paese. Perché ciò sia possibile, è necessario rimuovere un equivoco che potrebbe vanificare qualunque azione. E’ vero che, per sbloccare varie situazioni, è necessario entrare in conflitto con vari interessi organizzati – evitando possibilmente la delirante pretesa di misurare la qualità di un intervento sulla base della quantità del dissenso provocato – ma questo non può comportare la rinuncia alla costruzione del “consenso attivo”. Nessuna riforma può funzionare se resta imposta dall’alto e attuata soltanto con misure coercitive. E’ necessario che i cittadini facciano proprie le strategie e le animino positivamente e creativamente. Diversamente il “sistema paese” resta fermo.

“No taxation without representation” dichiaravano i coloni americani. Per applicare oggi questo sacrosanto principio si dovrebbero compensare i sacrifici imposti con un maggiore spazio per i cittadini nella vita pubblica. Sarebbe una vera innovazione, una testimonianza inequivoca dell’intenzione di promuovere veramente l’equità tanto invocata e, probabilmente, anche un modo per controbilanciare efficacemente le spinte corporative. Si potrebbe, in sostanza, pensare ad un decreto sulla partecipazione che potrebbe essere prodotto, secondo lo stile del governo, con un’intelligente interpretazione e aggiustamento delle norme esistenti. Non è questa la sede per una definizione compiuta di un progetto tanto impegnativo e tanto innovativo. E’ possibile però tratteggiare alcuni connotati essenziali di una simile “manovra civica”.

In primo luogo bisogna liberarsi da una visione “decoubertiniana” di una partecipazione da “anime belle” e disinteressate. In tempi di crisi non possiamo permetterci lussi di questo genere. Bisogna avere il coraggio di intervenire su nodi strategici e di permettere all’azione civica di incidere effettivamente.

In secondo luogo, occorre mettere a punto una visione più aggiornata e non riduttiva dei processi partecipativi. Si ha infatti l’impressione che in molti casi si continui a pensare a forme più o meno attente di consultazione, ignorando, peraltro gli stessi sviluppi della democrazia deliberativa. Poca attenzione, con lodevoli eccezioni, alle dinamiche di empowerment degli individui e delle comunità in un amplissimo insieme di ambiti (dalla valutazione delle tecnologie mediche al governo del territorio)- Praticamente ignorato il fatto elementare che i cittadini agiscono sempre più spesso per “autonoma iniziativa” come ricorda l’art. 118 della Costituzione.

E’ necessario, infine, ricordare che la cittadinanza attiva è una grande riserva di energia sociale ma anche di know how e di tecnologie. La (purtroppo poca) letteratura disponibile lo dimostra inequivocabilmente. Quindi deve essere considerata e trattata come una risorsa e non come un fenomeno da disciplinare.

A partire da queste considerazioni è abbastanza facile individuare alcuni ambiti concreti di intervento.

L’emergenza neve/gelo di questi giorni ha confermato che la protezione civile ha bisogno di due grandi pilastri: la mobilitazione consapevole delle comunità e una competente guida unitaria. Bisogna rimediare ai guasti di una decennale gestione verticistica riprendendo i dettami della legge 225/92, con la formazione dei piani comunali e con l’aiuto di un volontariato che ha già dato ampia prova di sé sul campo.

Nel caso dei servizi sanitari e sociali esiste già una nutrita serie di esperienze capaci di coniugare partecipazione, salvaguardia delle comunità e appropriatezza dei servizi sul territorio con consistenti risparmi. L’aggiornamento (e l’ampliamento all’ambito sanitario) dei piani di zona previsti dalla legge 328/2000 potrebbe favorire la diffusione delle soluzioni e favorire una evoluzione non punitiva del welfare.

Il peso della corruzione, secondo la Corte dei Conti, ammonta a 60 miliardi ed è sempre più insopportabile per la stragrande maggioranza dei cittadini. La trasparenza è un presupposto indispensabile per qualunque azione di contrasto. Una intelligente e casta revisione della legge 150 dovrebbe favorire l’intervento dei cittadini nella formazione e nella verifica dei piani per la trasparenza (che dovrebbero essere estesi anche agli appalti) per promuovere un salto di qualità.

In una prospettiva di liberalizzazione, il controllo civico sui servizi previsto dal comma 461 – finora sostanzialmente inapplicato – potrebbe avere una funzione decisiva. Serve un’azione di impulso e, come ha sostenuto Claudio Lombardi in Civicolab, un’apertura all’intervento, ora escluso, dei comitati locali. Ciò potrebbe favorire il superamento delle resistenze, mantenere alla comunità locali un controllo effettivo sui servizi che le riguardano e sostenere concretamente anche l’azione delle Authorities.

Si potrebbe continuare ma questi pochi spunti dovrebbero essere sufficienti a confermare che un decreto “Partecipaitalia” avrebbe le qualità necessarie per entrare in un programma strategico di governo, per dare un serio contributo alla modernizzazione del paese e per favorire la ricostruzione di un clima di fiducia fra cittadini e istituzioni. L’apertura di una seria consultazione pubblica a questo proposito, da parte del governo, sarebbe già un grande segnale.

Alessio Terzi Presidente di Cittadinanzattiva

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