Protestare è giusto, costruire l’alternativa è necessario (di Claudio Lombardi)

Il 15 ottobre sarà una giornata internazionale di mobilitazione “contro la distruzione dei diritti, dei beni comuni, del lavoro e della democrazia causata dalle politiche anticrisi, che difendono i profitti e la  speculazione finanziaria”. Così precisa il senso dell’iniziativa il coordinamento che raccoglie le sigle organizzatrici delle manifestazioni.

Nel pieno di una crisi economica mondiale la cui responsabilità va attribuita allo strapotere dei centri che controllano il denaro e che, attraverso il denaro, decidono le sorti delle economie nazionali nasce un movimento che vuole rimettere al centro gli esseri umani. Con molta utopia certo, ma con il coraggio di uscire fuori dal balletto di analisi e terapie che danno sempre per scontata e inevitabile la libertà assoluta della speculazione finanziaria.

Negli USA è scoppiata la protesta contro i maghi della finanza e contro il connubio con i governi prontissimi a far pagare alla massa dei contribuenti i danni fatti dalla finanza, ma incapaci di dettare e far rispettare regole che ne limitino l’arbitrio.

Non a caso Paul Krugman in un articolo sul New York Times parla esplicitamente di “americani ricchi che beneficiano ampiamente di un sistema truccato a loro favore” e di “gente che è diventata ricca trafficando con complessi schemi finanziari che, lungi dal portare evidenti benefici economici agli americani, hanno contribuito a gettarci in una crisi i cui contraccolpi continuano a devastare la vita di decine di milioni di loro concittadini”. Mentre loro “non hanno ancora pagato nulla. Le loro istituzioni sono state salvate dalla bancarotta dai contribuenti con poche conseguenze per loro”. E “beneficiano anche di scappatoie fiscali grazie alle quali gente che ha redditi multimilionari paga meno tasse delle famiglie della classe media”.

È un’analisi valida anche per l’Italia e aggravata dall’evasione fiscale, dalla corruzione e da una classe dirigente politica al governo incapace, corrotta e con troppe presenze e connivenze criminali.

Questi i motivi di una rivolta sociale che è giusto e necessario che ci sia perché da troppi anni il prelievo a carico della maggioranza dei cittadini serve per finanziare una gigantesca macchina di redistribuzione del reddito a favore di alcune categorie sociali e un bilancio pubblico nel quale non ci sono mai i soldi per i servizi e per l’assistenza, ma che non lesina mezzi quando si tratta di favorire gruppi di potere intrecciati e collusi fra politica, imprenditoria e criminalità.

Un caso esemplare. Roberto Perotti e Marco Ponti intervengono sulle grandi opere con un articolo sul Sole 24ore dal titolo emblematico: “Grandi eventi? Meglio la città pulita”.

“La ragione ci aiuta a smitizzare uno dei miti più devastanti dei nostri tempi”. Così inizia l’articolo e già definire miti devastanti i grandi eventi che sono stati la bandiera dei governi degli ultimi anni fa intravedere un baratro di sprechi e di assurdità.

I due autori scrivono “per evitare di dover piangere domani”. Parlano dell’EXPO milanese, del Ponte sullo Stretto e della TAV.

Ricordano che i numeri usati per magnificare la spesa delle grandi opere sono “fuorvianti, perché basati sul classico meccanismo dell’analisi di valore aggiunto”, ma quei numeri non dicono che “l’euro iniziale avrebbe potuto essere speso in mille altri modi”. Infatti “prima di spendere tra i 7 e i 14 miliardi (quasi l’1% del Pil) sull’Expo, tra i 5 e i 10 per la Tav, forse una decina per il Ponte sullo Stretto, si dovrebbe avere una ragionevole certezza che ne valga la pena. Invece analisi costi – benefici in Italia non si fanno, o si fanno per finta, commissionandole ai soggetti interessati: si fanno invece molte analisi di valore aggiunto, che dicono sempre sì”.

La conseguenza è drammatica: “eventi e infrastrutture inutili distolgono risorse finanziare, politiche ed umane dal lavoro molto più oscuro ma molto più importante dell’ordinaria amministrazione”. Per esempio: con una minima frazione del costo dell’Expo milanese “si potrebbe fare molto di più per migliorare la vita dei cittadini: dal tenere le strade pulite a riempirne le buche, dal mettere a posto le scuole a ripulire i navigli, da pulire i graffiti sui muri a migliorare i servizi sociali”.

Ecco la drammaticità: con un bilancio pubblico gravato da un debito enorme, con un’evasione fiscale che sottrae risorse immense ogni anno, con un livello di spreco e inefficacia in gran parte dovuto alla corruzione, ma anche ad una cultura politica e amministrativa disinteressata ai risultati, nel pieno di una crisi che ci fa pagare prezzi altissimi, con questa situazione, chi tiene in mano il potere è prontissimo a sprecare miliardi e miliardi di euro in opere inutili che non migliorano le condizioni di vita dei cittadini o l’efficienza del sistema paese.

Lo Stato non può più funzionare così e bisogna dirlo chiaro e forte perché le ingiustizie le pagano i cittadini (tranne quei pochi che ne traggono profitto). Con questo spreco di risorse non c’è futuro e non c’è sviluppo.

Negli USA fa scandalo ed è uno dei motivi della protesta, che il capitalismo continui indisturbato a sottrarre ricchezza all’economia non solo con le speculazioni finanziarie, ma anche con quelle che sempre più appaiono appropriazioni indebite, ma vengono chiamate retribuzioni dei top manager. Il caso recente più clamoroso è quello del capo di HP che è stato cacciato dal suo incarico per incapacità dopo appena 11 mesi, ma si è messo in tasca ben 23 milioni di dollari. Ebbene, che senso ha togliere un tale valore generato dall’azienda e consegnarlo ad uno per il solo merito di appartenere ad una razza padrona al di sopra di ogni controllo? In questo modo si impoverisce l’economia e quei soldi spariscono dai bilanci delle società e prendono la strada delle speculazioni finanziarie.

Contro questo capitalismo che ha tradito i principi di concorrenza e che chiama mercato la libertà assoluta garantita ad alcuni grazie alla sottomissione della stragrande maggioranza degli altri è giusto protestare. Oltre la protesta, però, bisogna mettere le basi di una rivoluzione culturale e civile che rimetta al centro dello Stato la persona e il sistema sociale nel quale tutti lavoriamo e viviamo. La vera competizione non si fa con i numeri, ma con i fatti che solo gli esseri umani possono produrre con il loro lavoro.

Claudio Lombardi

Scelgano gli italiani: suicidio o nuova Italia? (di Claudio Lombardi)

Dunque la famosa lettera della BCE al Governo italiano dettava i singoli provvedimenti che dovevano essere assunti come condizione per il sostegno ai titoli del debito pubblico. Lo sapevamo già, se ne era parlato ampiamente in agosto quando si seppe della sua esistenza, ma il Governo non volle renderla pubblica. Forse si vergognava di essere caduto così in basso da farsi dettare le scelte politiche dall’autorità monetaria europea. Soltanto un governo nel pieno delle sue funzioni può prendersi la responsabilità di decidere tagli di spesa che colpiscono alcune categorie di cittadini o servizi pubblici essenziali. Il fatto stesso che il nostro Governo si sia messo nelle condizioni di farsi dettare le decisioni dalla Banca Centrale Europea indica una situazione di sbando e la dimostrazione di un fallimento dopo dieci anni di governi berlusconiani (con due anni di interruzione di Governo Prodi). La BCE non ha il compito di dettare le politiche ai governi, ma se ciò accade significa che siamo, appunto, sull’orlo del fallimento.

Lo squallido balletto intorno alla nomina del Governatore della Banca d’Italia, massima autorità di vigilanza e di regolazione del sistema bancario italiano, conferma che questa è una maggioranza di governo di irresponsabili, incapaci e dannosi per la salute del Paese. Come tutti sanno la nomina del Governatore spetta al Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio e con il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia. Punto. Che c’entra Tremonti? Che c’entra che ogni componente del Governo presenti il suo candidato? Nulla, è pura follia sempre ed è manifestazione di assoluta mancanza di senso dello Stato, ma in questo momento è un attentato all’Italia perché mostra ai mercati un Paese allo sbando privo di una guida e, quindi, inaffidabile. Vogliamo poi prendere per buone le dichiarazioni del leader della Lega visto che è il principale partito della maggioranza dopo il PDL? Ebbene allora siamo finiti perché dire, come ha fatto Bossi, che uno è meglio dell’altro dato che è nato a Milano (così come fare pernacchie o alzare il dito medio) vuol dire parlare da ubriaconi di strada avendo, però, il potere di guidare le istituzioni. Si può capire che la Lega debba nascondere l’assoluto fallimento della sua più che decennale presenza nelle stanze del potere e che, quindi, considerando i suoi elettori degli imbecilli, voglia dare l’impressione di essere sempre in lotta con “Roma ladrona”. La verità è un’altra: la Lega è diventata “Roma ladrona” e adesso ha interessi economici suoi da difendere e una cospicua fetta di potere in tutto ciò che dalla politica dipende.

In questa situazione il Governo ritiene una priorità che non si venga a sapere delle avventure di Berlusconi fra appalti, incarichi di sottogoverno, processi per appropriazione indebita, corruzione di testimoni, prostituzione minorile e orge (con smercio di droga? Ancora non si sa, ma vorremmo saperlo) nelle sue case con prostitute comprate in quantità su tutti i mercati.

Le intercettazioni devono essere bloccate, questa è la priorità, perché nessuno deve sapere, magistratura innanzitutto e poi elettori, che razza di gente si è impossessata del potere grazie a una legge elettorale truffa. Non si tratta solo di una questione di sesso, ma del commercio di cariche pubbliche e in aziende di proprietà pubblica per tenere insieme un sistema di potere basato sulla corruzione e sul furto del denaro dello Stato cioè di tutti gli italiani. Ci ricordiamo che in questi giorni sono stati rinviati a giudizio i protagonisti dello scandalo della cricca (Anemone, Balducci, Bertolaso)? E cos’è la cricca? Un intreccio di esponenti di Governo diretta emanazione di Berlusconi, alti funzionari e pseudo imprenditori. Di cosa sono imputati? Di aver rubato soldi dello Stato, cioè di una parte di quei soldi che oggi disperatamente si cercano facendoli pagare agli italiani che lavorano o vivono di pensione.

Andando indietro negli anni questo intreccio si ripresenta sempre in tutte le vicende che hanno trasformato i problemi di governo in emergenze e che sono stati gestiti dalle amministrazioni pubbliche e dai politici come un’occasione per succhiare soldi pubblici con il massimo disinteresse per i risultati da raggiungere. In questo modo Napoli è ancora invasa dai rifiuti, così la Salerno-Reggio Calabria deve ancora essere completata, così il Ponte sullo stretto di Messina è già costato centinaia di milioni solo in studi e progetti, così gli interventi nel Mezzogiorno hanno dilapidato capitali immensi senza lasciare traccia (dalla Cassa per il Mezzogiorno in poi), così centinaia di altri casi. Se un giorno si farà il bilancio dei decenni del malgoverno democristiano-socialista e del quasi ventennio berlusconiano si comprenderà come gli italiani abbiano acconsentito allo spreco e al furto di ricchezze pubbliche che avrebbero fatto dell’Italia il “giardino” d’Europa, un Paese ben organizzato, con una forte industria, un’agricoltura avanzata, un patrimonio artistico e monumentale esemplare per condizioni e per fruibilità, un ambiente naturale protetto, delle città vivibili, servizi pubblici eccellenti.

Ciò che è accaduto è l’esatto contrario ed è accaduto con il consenso degli italiani che hanno ceduto al desiderio di potersene fregare degli interessi generali per dedicarsi a quelli loro personali nel disprezzo di tutto ciò che è pubblico e sfruttando lo Stato e il territorio per i loro affari anche loschi, anche criminali. Si tratta, ovviamente, di una parte degli italiani, ma sono quelli che hanno comandato. Oggi il fenomeno è più evidente perché ormai siamo alla fine di una parte della nostra storia, non abbiamo più margini e ci vorrebbe una rivolta morale che spazzi via la banda che occupa le istituzioni e che impoverisce il Paese. Ma questa rivolta c’è in piccola parte, forse perché molti pensano che tanto tutto si aggiusterà e che loro potranno continuare a farsi gli affari propri lasciando alla politica il campo libero per rubare e fare patti con altre bande che controllano il territorio (dalla prima mafia siciliana, alla banda della Magliana, ai rifiuti napoletani l’intreccio politica criminalità organizzata è una costante della storia d’Italia).

L’apoteosi di questo sistema c’è stato con il berlusconismo il cui capo con la furbizia (e nei libri che hanno studiato il suo caso si dice con i soldi del traffico di droga e dei sequestri della mafia ) si è procurato il denaro, col denaro ha comprato i favori della politica e si è fatto strada fino ad impossessarsi delle istituzioni e da lì ha scatenato una campagna per la conquista di ogni parte del potere, dalle televisioni alle cariche amministrative, per sottrarre agli italiani la possibilità di informarsi, valutare e decidere. È diventato straricco e oggi pretende di essere imperatore come “amabilmente” lo chiamano alcune delle sue prostitute e gli uomini di una delle sue bande, la P3. Non vuole essere controllato da nessuno, vuole licenza di commettere qualunque reato, vuole disporre dello Stato come fosse una sua proprietà.

Sta agli italiani decidere se suicidarsi andando dietro a questo progetto o imboccare la strada per costruire una nuova Italia.

Claudio Lombardi

I diritti e la spesa pubblica: scendano in campo i cittadini (di Claudio Lombardi)

L’Italia declassata, il governo bloccato da anni sui processi di Berlusconi, l’economia e la società lasciate a loro stesse con uno Stato mal gestito e aperto alle incursioni di malfattori, affaristi e imbroglioni. A poco servono gli sforzi dei tanti amministratori locali onesti e dei milioni di italiani che vorrebbero fare il loro lavoro e vedere i risultati tradotti in crescita della qualità della vita. Ciò che condiziona tutto è che le leve del potere politico a livello nazionale e in molte regioni sono nelle mani di forze politiche che si sono trasformate in cricche di potere finalizzate alla sottrazione (comunque camuffata) di risorse pubbliche. Non a caso uno dei temi in primo piano nella lotta politica negli ultimi anni è stato il tentativo di ostacolare l’azione della magistratura, ovviamente in nome del garantismo e della libertà, ma realmente per proteggere interessi criminali.

Interessi criminali, definizione pesante, ma quanto mai adeguata alla situazione che viviamo. Lo Stato ha bisogno di soldi perché è gestito male e per problemi di lunga data assolutamente non affrontati dai politici al potere. Si impone di pagare il conto alle categorie sociali che non possono sottrarsi. Ma quelli che adesso devono fronteggiare la crisi sono gli stessi che hanno governato per anni sprecando le risorse pubbliche e che non hanno saputo o voluto prevedere la degenerazione della situazione finanziaria. Portano per intero la responsabilità di non essere intervenuti e di non aver voluto affrontare i problemi del Paese. Al contrario, come tutti gli scandali scoppiati negli ultimi anni dimostrano (la cricca di Anemone e della Protezione civile, i rifiuti a Napoli, il caso Tarantini) hanno protetto e incentivato l’assalto alle istituzioni guidato da un Presidente del Consiglio che le ha utilizzate per pagare la gente di malaffare di cui si è servito e per sfuggire ai processi nei quali è accusato di gravi reati. La maggioranza che lo sostiene è tutta complice per aver avallato e difeso ciò che non era difendibile. Basta fare sconti ai politici: chi sbaglia paghi.

Detto ciò occorre guardare in faccia la realtà sperando che la politica corrotta e dannosa sia cacciata dallo Stato (e dai comuni, dalle province e dalle regioni) al più presto.

La difesa dei diritti non può più essere condotta se non partendo da una grande operazione di verità, di trasparenza e di pulizia. Chi veramente vuole esercitare la tutela e la promozione dei diritti, sia essa organizzazione della società civile o sindacato o movimento o forza politica, deve sapere che ciò non si può fare in un quadro di conservazione della situazione attuale. Oggi conservazione significa riconoscere una divisione di campi fra la politica che guida le istituzioni e gli apparati e la società civile o i semplici cittadini che chiedono allo Stato prestazioni di tutti i tipi senza entrare nel merito di come vengono trovate le risorse, di come vengono gestite, delle decisioni che vengono prese.

Entrare nel merito significa scegliere e assumersi la responsabilità a tutti i livelli.

Prendiamo la spesa delle regioni. Secondo uno studio recente della Cgia di Mestre la spesa è cresciuta del 75% in 10 anni dal 2000 al 2009. 90 miliardi in più metà dei quali (46 miliardi) nella sola sanità e 26 spesi nelle sole regioni a statuto speciale cioè +89% nel decennio mentre nelle regioni ordinarie la crescita è stata del 71%.

Questi dati non significano immediatamente sprechi o cattiva gestione, ma devono essere valutati per capire se i risultati sono stati all’altezza della spesa perché è vero che c’è stata un’impennata della spesa per l’assistenza sociale o per la scuola, ma andando in profondità nella valutazione degli interventi si possono scoprire inefficienze o spese inutili o clientelari anche in questi settori.

Per la sanità bisogna partire da un dato ormai consolidato: la spesa sanitaria italiana pubblica e privata in rapporto al Pil è più bassa di quella di quasi tutti i paesi occidentali mentre l’aspettativa di vita si colloca ai livelli più alti. Ma anche se la sanità italiana non costa tanto in rapporto agli altri, una domanda si impone: siamo sicuri che tutta la spesa è spesa bene? È una domanda ineludibile per chi difende e promuove i diritti perché il livello della spesa pubblica è tale –  ben oltre i 100 miliardi l’anno – che è impossibile non domandarselo.

È noto che ci sono alcune regioni in deficit che hanno accumulato complessivamente un passivo di decine di miliardi di euro. È altresì noto che in queste regioni (Lazio, Campania, Abruzzo, Molise e Calabria) i livelli di assistenza lasciano spesso molto a desiderare tanto che è stato registrato un impressionante dato sulla mobilità dei pazienti che vanno a cercare altrove ciò che nella propria regione non trovano: ebbene il 45% di questi si sposta dal Mezzogiorno al centro nord. È, infine, noto che proprio in queste regioni si sono verificati i maggiori casi di malasanità ovvero di inefficienza e gli scandali sul saccheggio e sullo spreco delle risorse è comparso più volte nelle cronache dei giornali.

Il problema non è, dunque, di puntare ad un aumento della spesa per avere più prestazioni, ma di verificare se con quel livello di spesa si possano conseguire maggiori risultati. Gli scandali rivelano fatti che sono innanzitutto un saccheggio delle tasche dei cittadini, un attentato alla loro salute che, a volte, si traduce in morti veri. In sostanza chi decide e amministra non deve più sentirsi solo e indisturbato a gestire risorse enormi e non deve pensare che erogando contentini a categorie, ad associazioni o anche agli stessi cittadini non gli si chieda conto di come vengono utilizzati i soldi pubblici o il potere che gli è stato conferito. Le scelte gestionali, i bilanci non sono “affari” della politica e della dirigenza bisogna saperli conoscere e valutare.

In questa situazione bisogna avere il coraggio di “saltare gli steccati”, di tendere a superare cioè la divisione di competenze fra chi decide, chi amministra (e si controlla pure da solo) e i cittadini. Se si lascia tutto in mano alla politica i risultati potranno dipendere dalla buona volontà delle persone. Se si sposta sui cittadini una parte delle funzioni di controllo, se si impone la trasparenza, se si organizza la partecipazione e la stessa valutazione civica (praticata per ora solo da Cittadinanzattiva) va oltre la mera segnalazione di disservizi e diventa un fatto politico su cui si misurano le azioni amministrative e istituzionali allora ci si mette nelle condizioni di utilizzare bene i soldi pubblici e di risparmiarli pure.

Claudio Lombardi

Ma in che mani siamo ? la manovra e la costruzione della diseguaglianza (di Claudio Lombardi)

“Un abisso di diseguaglianze si è spalancato davanti alla società italiana, negli stessi giorni in cui veniva certificato un drammatico ritorno della povertà …….. La povertà è certo la condizione che più rende visibile la diseguaglianza. Ma quel che sta avvenendo, soprattutto dopo la manovra finanziaria, è una vera e propria costruzione istituzionale della diseguaglianza che investe un´area sempre più vasta di persone, ben al di là di vecchi e nuovi poveri“

“La distribuzione dei “sacrifici” è rivelatrice. Uno stillicidio di balzelli che incide su chi può essere più facilmente colpito, che lima i già ristretti margini dei bilanci familiari. Si è calcolato il peso che avranno gli aumenti di imposte, tariffe, prezzi. Peso insostenibile per taluni, quasi non influente per altri. “

“Mentre troppi diritti vengono messi in discussione, sembra che il solo al quale si deve continuare a dare piena legittimazione sia quel “diritto al lusso“, che fa bella mostra di sé nella pubblicità di alcuni prodotti. Demagogia? O registrazione di una situazione di fatto nella quale si manifestano segni inquietanti di un ritorno della “democrazia censitaria“, dove l´accesso anche a diritti fondamentali è sempre più condizionato dalle risorse di cui ciascuno dispone?“

“In questo clima, dove massimo dovrebbe essere lo sforzo per produrre quella coesione sociale di cui tanto si parla, si moltiplicano invece i meccanismi di esclusione e di divisione. Poveri e diseguali: questo il nostro destino? La pura logica dei tagli offusca la capacità di progettare…..”

“Tornare a prendere in considerazione l´eguaglianza, la dignità, i diritti fondamentali. Non è un lusso, è la via della saggezza politica in un tempo in cui, altrimenti, i conflitti sociali si trasformano in rifiuto, rivolta. È quel che sta accadendo con la denuncia quotidiana della inaccettabilità dei privilegi di ceti, non solo quello politico, che hanno sempre più legato il loro modo d´essere a una vantaggiosa diseguaglianza. La costruzione oligarchica della società ha trovato la sua base materiale in retribuzioni sproporzionate, in franchigie per concludere qualsiasi affare, in vertiginose crescite della distanza tra i salari dei dipendenti e quelli dei dirigenti (nel caso Fiat è di 1 a 423: non è demagogia, ma informazione, ricordarlo).”

Così Stefano Rodotà su Repubblica del 24 luglio scorso.

Sono parole ancora più valide oggi che un’altra manovra si è abbattuta sugli italiani ed è, se possibile, ancora più discriminatoria contrapponendo norme apparentemente severe contro l’evasione a decisioni immediatamente operative che tolgono a chi ha meno, servizi e risorse. Se si voleva colpire gli evasori e i ricchi bastavano due norme: una patrimoniale vera con detrazioni e correzioni per chi può dimostrare di aver già pagato le tasse (vedi http://www.civicolab.it/?p=1418) e l’obbligo della tracciabilità per tutti i pagamenti sopra una soglia bassa (200-300 euro). Basterebbe anche voler utilizzare tutte le informazioni contenute nelle banche dati che già oggi sono a disposizione del fisco. Proclamando il carcere si getta fumo negli occhi perché basta non scoprirli gli evasori e nessuno finirà in galera.

Ma sta diventando decisiva un’altra questione: quella di chi ha in mano il potere.

Non è più tollerabile che lo gestisca una maggioranza di governo che ha fatto della difesa degli interessi personali di Berlusconi la sua vera e più importante ragion d’essere.

Fino a quando l’Italia potrà pagare il conto per i danni fatti da questa classe dirigente incapace, avida e disinteressata alle sorti del Paese?

Ecco come Curzio Maltese descrive l’ultimo degli scandali che sta investendo Berlusconi. Sono parole semplici che dovrebbero far riflettere e scuotere le coscienze.

“Lo scandalo è che il Presidente del Consiglio, per coprire le proprie miserie, non esiti a proporre una legge (quella sulle intercettazioni ndr) che equivale a un colpo mortale su decine e centinaia di indagini su mafia, camorra, ‘ndrangheta e traffici criminali d’ogni genere.

Non è normale un Paese dove un magistrato non può intercettare uno spacciatore, un latitante o un corrotto senza imbattersi , prima o poi, nell’inconfondibile voce del Presidente del Consiglio. Indaghi su Lavitola e spunta Berlusconi, insegui le piste di cocaina di Tarantini ed ecco il cavaliere, avvii un’inchiesta sui traffici di Lele Mora o sugli appalti Rai di Saccà e rieccolo. Che cosa dovrebbero fare i magistrati, tapparsi le orecchie, bruciare i nastri non appena riconoscono la voce, dimettersi? Non è colpa dei magistrati se il capo del governo passa ore e ore al telefono con faccendieri, galeotti e pregiudicati.”

Ecco in che situazione siamo mentre l’Italia si dibatte fra speculazioni e conseguenze di problemi mai affrontati in una crisi che minaccia il nostro tenore di vita e il futuro dei giovani. Tutti pagheremo di tasca nostra. Sarebbe arrivato il momento di cacciare un governo e un Presidente del Consiglio che ci disonora e che è indegno di occupare qualsiasi carica istituzionale in questo Paese. Sarebbe ora di avere un governo vero composto da gente seria e competente.

Claudio Lombardi

Il problema siamo noi (di Claudio Lombardi)

Dunque i problemi non erano risolti, la solidita’ dell’Italia non era quella sbandierata dal Governo, i conti dello Stato non mettevano al sicuro i portafogli degli italiani nei quali gia’ poche settimane fa si era deciso di mettere le mani e che adesso ci si prepara ad alleggerire in maniera decisa.
Ripensare adesso alle rassicuranti dichiarazioni degli anni passati quando si affermava con sicumera che la crisi non ci riguardava e che era, addirittura, un problema psicologico fa rabbia e dovrebbe portare ad una immediata ribellione nei confronti di chi ci ha preso in giro. Se cio’ non accade non e’ strano tanto e’ vero che, senza alcun pudore, si riparla ora di sacrifici dolorosi, ma necessari esattamente come se ne parlava in tutte le crisi precedenti. Il problema non e’, infatti, che il Governo ancora in carica ci ha presi in giro perche’ questo e’ cio’ che e’ accaduto molte altre volte nella nostra storia con l’eccezione di quei pochi momenti nei quali la politica e i governi si sono messi alla testa della nazione producendo risultati straordinari.
Il problema e’ che gli italiani si sono sottomessi a gruppi politici che sempre piu’ somigliano e si manifestano come associazioni a delinquere o di affaristi, parassiti, imbroglioni, sfruttatori e sabotatori delle risorse pubbliche.
Esagerazione? Non sembra proprio viste le continue inchieste della magistratura che coinvolgono esponenti politici di primo piano come e’ accaduto nei giorni scorsi con le cosiddette P3 e P4 e con i casi Papa e Milanese e, da ultimo, Tedesco. Sono tutti cosi ? No ovviamente, ce ne sono tanti che fanno del loro meglio, ma non prevalgono sugli altri. E poi: quanti mettono le istituzioni e i cittadini al primo posto e il partito all’ultimo?
Pensate un po’, tutto quello che si sa oggi lo si deve ai magistrati; proprio a quella magistratura che Berlusconi, pluriimputato di svariati reati comuni, vorrebbe mettere a tacere e privare di essenziali strumenti di indagine. Come si fa a negare che gente di malaffare si e’ impadronita di una parte della politica e delle istituzioni e lotta contro i poteri dello Stato che devono far rispettare la legalita’?
Non si puo’ perche’ questa e’ l’evidenza dei fatti.
E questo viene prima della crisi mondiale perche’ non c’e’ sacrificio bastevole a rimediare gli effetti di una politica al comando che agisce come un aggregato di bande criminali. Parole forti? Si’ certo, ma come definire in altro modo cio’ che da molti anni accade in Italia?
Si parla tanto e giustamente di costi della politica in un momento in cui stanno decidendo che noi cittadini pagheremo il conto della loro incapacita’, dei loro errori, del loro affarismo. Ma i costi della politica non sono solo quelli riportati sui giornali. I costi piu’ pesanti sono quelli di dover mantenere un sistema di potere che assorbe risorse e non funziona. Chi viaggia in Europa torna sempre con la sensazione che gli altri stanno comunque piu’ avanti perche’ li’ i servizi funzionano, le regole sono rispettate e lo spazio pubblico tutelato. Sembra che lo Stato ci sia e faccia la sua parte. Da noi no, la sensazione e’ che nulla sia affidabile e tutto incerto.
Ecco i veri costi della politica, di una politica che non e’ nemmeno piu’ tale, perche’ ci sarebbe bisogno di tanta politica, diffusa, partecipata e condivisa. E ci sarebbe bisogno di partiti in grado di guidare la societa’ civile non perche’ le stanno sopra, ma perche’ ne sono espressione. E ci sarebbe bisogno di una societa’ civile che faccia politica cioe’ si occupi dell’interesse generale e non pensi solo ai propri problemi particolari.
In definitiva una politica come quella che comanda in Italia costera’ sempre troppo perche’ non svolge il suo compito.
In questi giorni sapremo quanto ci costera’ l’incapacita’ della nostra classe dirigente e ascolteremo le solite litanie di politici ed esperti che ci spiegheranno come siano necessari i duri sacrifici di fronte all’emergenza. Ovviamente si guarderano bene dallo spiegare come mai le condizioni dell’Italia rendano piu’ pesanti questi sacrifici e di quale sia la loro responsabilita’. Saremo presi in giro di nuovo e, salvo sorprese, lo accetteremo. Almeno, questo e’ il copione di sempre.
Senza rabbia e con amarezza ne parlava su Repubblica il 7 agosto Ilvo Diamanti in un articolo che andrebbe letto e riletto e dal quale traiamo la seguente citazione:

“Poi, soprattutto, è da vent’anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant’altro. E dal Partito Personale dell’Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che “tutto va bene”, l’economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell’informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente – certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra – la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori – cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri “fondamentali”, solidi e forti.

Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l’abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi come fai a credergli?

Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore – e viceversa – in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l’occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani… Basta che paghino gli altri. Peccato che domani – anzi: oggi – sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi. L’arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.”

Ecco: il problema siamo noi. Se abbiamo pazienza superemo questa crisi in attesa della prossima quando ancora ci diranno “emergenza, sacrifici”. E intanto la spazzatura sara’ tornata nelle strade di Napoli e i politici gestiranno ancora gli appalti e le consulenze senza problemi, ovviamente impegnadosi a completare la Salerno-Reggio Calabria entro la data improrogabile del…….

Claudio Lombardi

Una rivoluzione civica che cacci la politica corrotta e inefficiente (di Claudio Lombardi)

Questo Governo e questa politica in buona parte corrotta e inefficiente sono un lusso che l’Italia non può più permettersi. Prima i cittadini se ne renderanno conto e meglio sarà per tutti. Forte è la tentazione di esprimere giudizi generali e radicali, ma occorre fare lo sforzo di distinguere a patto che quelli che lo vogliono veramente si distinguano loro per primi da un’onda che rischia di travolgere la comunità nazionale.

L’onda non è quella della speculazione internazionale; questa è, semmai, l’occasione per rivelare un baratro, un pozzo nero nel quale sono state riversate energie, ricchezza, risorse prodotte da questo Paese per decenni e distrutte da una classe dirigente nella quale ha prevalso la parte delinquenziale.

Parole forti? Sì come forti sono le rivelazioni che stanno mostrando, giorno per giorno, il volto criminale di tanti che si sono impadroniti del potere e lo hanno usato per i propri interessi tradendo e danneggiando lo Stato e la collettività e imbrogliando gli elettori.

Come altrimenti definire ciò che rivela l’azione, mai come adesso preziosa, di una magistratura che tutto il Governo avrebbe voluto ridurre al silenzio e contro la quale si è scatenata una guerra che dura da troppo tempo ormai?

Avevamo scritto che questa guerra appariva la guerra degli imputati contro i rappresentanti della legge che avevano scoperto le loro trame. Adesso si può dire tranquillamente che gli imputati appaiono i colpevoli che dovrebbero essere puniti con la massima severità per i loro crimini. Altro che sconti di pena: la punizione dovrebbe essere molto più severa di quella riservata ai comuni cittadini perché i reati sono stati commessi usando il potere che deriva dalla democrazia e questa deve essere un’aggravante non un’attenuante delle pene.

Sulla crisi finanziaria e sulla manovra è stato detto tutto. Un gruppo dirigente politico che dovrebbe curare lo Stato è arrivato all’emergenza, come accaduto tante volte nel passato, prima di risvegliarsi dalla sua disattenzione ed assumere misure di emergenza che adesso tutti dobbiamo digerire e pagare. Noi, non loro.

Misure inefficaci, dispendiose e sostanzialmente inutili perché basate sulla solita logica dei tagli e delle tasse per tappare una falla oggi senza pensare al domani.

Da varie parti sono state avanzate proposte alternative. Lo ha fatto Sbilanciamoci e abbiamo pubblicato la sua posizione ( http://www.civicolab.it/?p=1346). Lo hanno fatto altri come Tito Boeri che ha proposto alcune misure immediate ed efficaci: il Fondo Interventi Strutturali per la Politica Economica dotato per il 2012 di ben 5,85 miliardi di euro non sia speso per interventi elettorali a discrezione del ministro dell’economia, ma sia abolito destinando i soldi alla riduzione del disavanzo; riduzione immediata delle indennità parlamentari fissando un limite di spesa corrispondente all’ammontare delle indennità medie dei parlamentari in Europa ed USA parametrato su 300 membri da dividere fra tutti i parlamentari in modo che ci sia l’interesse a ridurne il numero fino a 300 (più sono meno guadagnano, ma guarda cosa si deve fare con gente che dovrebbe essere l’espressione migliore della società !); nuovo sistema di calcolo delle pensioni dei parlamentari applicando il regime pensionistico generale; scioglimento dei consigli provinciali e trasformazione in assemblee dei comuni; aggregazione dei comuni sotto i 5000 abitanti.

Tutte misure che darebbero il segnale che c’è una classe dirigente seria e decisa a cambiare strada. Senza questi segnali e con gli scandali che esplodono quasi ogni settimana gli italiani sono autorizzati a pensare che la palla al piede del Paese sia una gran parte della politica e che l’obiettivo più immediato, passata la “nottata” della speculazione finanziaria, sia una rivoluzione civica che cacci la gente di malaffare che si è impadronita della politica, ma anche quelli che pensano di farsi i propri affari e che non sono capaci di svolgere le funzioni che hanno assunto.

Il primo da cacciare è lo pseudo Presidente del Consiglio che abbiamo e che sempre più si rivela per quello che è sempre stato: un affarista e un avventuriero che ha commesso ogni genere di reati per arrivare al potere ed aumentare la sua ricchezza, che se ne frega dell’Italia e del bene pubblico e che è pronto a distruggere ogni cosa pur di restare ricco e potente.

Lui e il suo sistema di potere e la gente che lo segue ed esegue i suoi ordini sono il vero cancro dell’Italia e rivelano i limiti di una costruzione statuale e nazionale che non si è mai compiuta e che si è intrecciata con il potere malavitoso e mafioso e con il culto dell’individualismo e di quello che fu chiamato il “familismo amorale” che affligge gli italiani.

Per fortuna esiste anche un’altra Italia fatta da milioni di persone impegnate in politica o nell’associazionismo e nel volontariato. Questa Italia deve pretendere di prendere il potere democratico nelle sue mani, attraverso libere elezioni e imponendo ai partiti che danno minime garanzie di onestà e di lealtà istituzionale di fare spazio ai suoi rappresentanti. Elezioni da svolgere con una legge elettorale nuova che bisogna imporre a questo Parlamento con una pressione dal basso e che si devono svolgere al più presto possibile.

A questo punto questa è l’unica svolta alla quale si può credere

Claudio Lombardi

Quale crisi per l’Italia? (di Claudio Lombardi)

Alcuni tremano, adesso che la crisi si è fatta seria e ha dimostrato di durare più del previsto. Si dice che la speculazione, dopo aver attaccato la Grecia e l’Irlanda, stia puntando verso Portogallo, Spagna e poi Italia. La speculazione? E cos’è? Ovviamente non si può credere che esista una banda che decide, di volta in volta, i suoi piani di attacco.
Si sta prendendo coscienza, anche nell’opinione pubblica, che sono le debolezze strutturali dei vari Stati ad attirare quelli che per mestiere le sfruttano per accrescere i loro capitali.
Così viene fuori che i Paesi sotto scacco hanno le loro responsabilità: vuoi per aver lasciato mano libera alle banche che si sono buttate sulla cosiddetta finanza creativa ossia quella che inventa valori che non esistono nella realtà costruendo un gigantesco intreccio di scommesse in genere basate su crediti di dubbia esigibilità (i famosi mutui subprime); vuoi per aver dato totale garanzia statale alle operazioni finanziarie delle banche; vuoi per aver lasciato crescere debiti pubblici colossali insieme a stati spreconi e inefficienti.

Ora si dice che i vecchi parametri dell’Unione Europea (entità del debito pubblico, rapporto deficit/PIL) non sono sufficienti e se ne introducono altri per tirar fuori la sostanza degli equilibri finanziari e patrimoniali di ogni nazione. Da questi nuovi calcoli escono fuori non poche sorprese. La più vicina al nostro interesse è che l’Italia non sta messa tanto male. Perché?

I nuovi parametri guardano al debito pubblico in mani estere, al rapporto fra debito pubblico totale e ricchezza finanziaria delle famiglie e a quello che comprende anche la ricchezza immobiliare, alla consistenza dei debiti delle famiglie, alla ricchezza media delle famiglie e al bilancio primario (entrate correnti meno spese correnti interessi esclusi).

Secondo questi nuovi parametri l’Italia risulta essere più vicina alla Francia e alla Germania che alla Grecia e all’Irlanda. Ovviamente ha un debito pubblico che ora si avvicina al 120% del PIL mentre, negli anni della virtù quando entrammo nell’euro, era molto più basso.

Dire, come fanno gli economisti che valutano i nuovi parametri, che l’entità che conta non è l’ammontare dal debito pubblico bensì il totale pubblico+privato e che non preoccupa la quota di debito pubblico collocata all’estero (quella che può essere manovrata dagli speculatori) perché la ricchezza finanziaria delle famiglie sarebbe di gran lunga superiore, equivale a dire che tutti gli italiani garantiscono con i loro risparmi e le loro case il debito pubblico dello Stato.
Formalmente e teoricamente corretto, disastroso se preso sul serio.

Ciò che preoccupa dell’Italia sta in altri valori numerici e poi nella constatazione di fatto di come si vive nel nostro Paese.

Un valore numerico è quello della spesa pubblica che è cresciuta del 45% dal 2000 al 2009 (dati Banca d’Italia) e questo a fronte di un incremento dei prezzi di molto inferiore alla metà. Si potrebbe dire: è l’effetto della crisi che ha richiesto un maggiore impegno degli Stati.
No, perché nel 2003 l’aumento della spesa pubblica è stato del 9% e non c’era nessuna crisi. E nel 2006 è stato del 5,34% e la crisi doveva ancora iniziare.

Ma di che tipo di spesa si trattava? A parte le varie prime pietre del Ponte sullo stretto e di simili opere che pure hanno avuto il loro peso (anche perché sono soldi regalati ad affaristi e speculatori e non producono sviluppo economico), si è trattato di un grosso aumento per l’acquisto di beni e servizi (+59%) proprio la voce che rientra maggiormente nel controllo esercitato dalla politica.

Un altro numero che guida alla comprensione è quello dell’evasione fiscale che il Centro studi di Confindustria ha recentemente quantificato in circa 120 miliardi di euro.

L’ultimo numero è quello che indica la crescita dell’economia cioè del PIL che vale quello che vale dato che non dice se il Paese sta bene oppure no, però è pur sempre un indicatore. Ebbene la crescita del PIL ci dice che l’Italia è indietro rispetto agli altri Paesi europei con economie dello stesso livello. Perché? Forse perché l’Italia non ha un’amministrazione pubblica efficiente ed impermeabile alla corruzione come quelle della Francia e della Germania? O forse perché non si è riusciti a praticare politiche dedicate alla ricerca e all’innovazione sulla base di un sistema formativo efficace? O ancora, forse perché la spesa pubblica improduttiva unita alla corruzione dilagante più volte denunciata dalla Corte dei Conti (quantificata in decine di miliardi di euro) e alle azioni delle cricche di malfattori dediti a rubare il denaro pubblico che hanno agito indisturbate per anni all’ombra di importanti settori delle istituzioni (vedi scandali della Protezione civile e il giro di affari legato all’emergenza rifiuti in Campania fino alla recente truffa dei pezzi  di ricambio per le metro di Roma) ha messo in ginocchio la capacità della spesa pubblica di produrre risultati utili generando un diffuso disinteresse per la cura dei beni comuni?

Sì pare proprio che queste siano le ragioni tutte riconducibili al male che corrode l’Italia che si chiama uso privato dei beni comuni e delle istituzioni e trasformazione della politica nel regno degli affaristi e dei banditi all’assalto del denaro pubblico. Basta un esempio.

Se fosse vero che Berlusconi, come capo del Governo, abbia “costretto” l’ENI a fare scelte di approvvigionamento del gas nell’interesse di Putin, facendo così pagare un sovrapprezzo a tutti gli italiani per mettersi in tasca una gigantesca tangente (pagata all’estero e transitata su una delle numerose società offshore nella disponibilità del Presidente del Consiglio come risulta da tante indagini dei magistrati).

Se fosse vero ciò cui alludono i documenti riservati dei diplomatici USA resi noti da Wikileaks allora ci troveremmo all’apoteosi della trasformazione del sistema di governo italiano, quella famosa Costituzione materiale cui si richiamano sempre i politici che vogliono superare quella scritta: avremmo finalmente istituzionalizzato lo Stato mafioso dominato dai banditi che rubano avendo conquistato le istituzioni e facendo le leggi nel loro unico interesse. Se fosse vero ciò a ben poco servirebbero le “punzecchiature di spillo” di una magistratura delegittimata e di una giustizia azzoppata a cui sono stati tolti i mezzi per funzionare.

Se questa fosse la verità dietro le ipocrisie e le finzioni tutti noi saremmo i sudditi genuflessi di un potere feudale costretti a chiedere mille raccomandazioni e favori per avere ciò che ci spetterebbe come diritto: la rimozione della spazzatura, un posto di lavoro, un letto in ospedale, una scuola pubblica decente.

Speriamo che non vada a finire così.

Claudio Lombardi

Due notizie: Lodo Alfano e corruzione. Un fatto: i soldi sono finiti. L’Italia bloccata (di Claudio Lombardi)

Ogni giorno porta le sue novità. Oggi sono negative. La commissione giustizia del Senato, sensibile ai problemi degli italiani e alle loro richieste pressanti, ha deciso che ”i processi nei confronti del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio, anche relativi a fatti antecedenti l’assunzione della carica, possono essere sospesi con deliberazione parlamentare”. Questo nell’ambito del cosiddetto “Lodo Alfano” cioè del disegno di legge costituzionale che dispone la sospensione dei processi per i massimi vertici delle istituzioni. Siamo nel 2010 e, nel corso di più di 60 anni di vita della Repubblica, nessuno aveva mai sentito il bisogno di una norma così sfacciatamente dalla parte di chi ha qualcosa da temere perché ha grossi guai con la giustizia. Certo, prima c’era l’immunità parlamentare, che proteggeva i membri del Parlamento. E di quella si abusò a tal punto che dovette essere cancellata. Però è anche vero che mai l’Italia ha avuto un capo del Governo imputato o indagato, nel corso degli anni, per reati comuni che vanno dalla frode fiscale, all’appropriazione indebita, alla corruzione di magistrati e di ufficiali della Guardia di finanza, alla corruzione di testimoni ecc ecc. e che conduce da anni una sua guerra personale contro la magistratura inseguendo la sua personale immunità.

Non spetta a noi giudicare se Berlusconi sia entrato in politica per salvare se’ stesso dai processi e per accrescere i suoi guadagni o per assolvere una missione nell’interesse del Paese. I fatti dicono che quest’ultima non sembra essere stata la motivazione principale visto che i problemi degli italiani sono lontani anni luce da quelli di Silvio Berlusconi e che di questi il nostro Presidente del Consiglio si occupa molto poco tutto preso come è dai problemi che ha con la giustizia e dalla cura dei suoi affari economici. In effetti oggi è più ricco che mai e più che mai presente nelle cronache per i reati nei quali sarebbe implicato. Sta di fatto che da troppo tempo abbiamo un capo del Governo che passa il suo tempo ad aggredire la magistratura, che pretende dal Parlamento leggi sempre più astruse per la sua sicurezza personale e che è più famoso per le barzellette e per le avventure con ragazze di tutti i tipi che per il suo impegno nel guidare il Paese. Sicuramente si tratta di una situazione che ci allontana dai paesi più evoluti e ci avvicina ai sistemi fondati sul dispotismo di un capo che fa della sua volontà la legge suprema.

Da anni Berlusconi e la sua maggioranza parlamentare sono ossessionati dal tema giustizia. Ma cosa hanno fatto finora? Niente per gli italiani; tutto il possibile per i processi di uno solo. Questo è un fatto dato che l’Italia è stata collocata da una statistica della Banca Mondiale al 155° posto su 178 per l’affidabilità della giustizia civile. Cioè quasi all’ultimo posto su 178 nazioni! E cosa c’è di più distruttivo per la convivenza civile e per le attività economiche di una giustizia civile inesistente? Questa è una vera emergenza, ma il Governo di questo non si occupa perché il tema urgente è sempre ottenere l’immunità per Silvio Berlusconi.

L’altra notizia è che il nuovo Presidente della Corte dei Conti ha denunciato l’invasività della corruzione e la dissipazione delle risorse pubbliche che questa determina. Veramente non è una novità perché sono anni che regolarmente proviene questa denuncia dai vertici della Corte dei Conti e sono anni che la corruzione ruba denaro allo Stato. Qualcuno si ricorda dello scandalo Protezione civile e delle collusioni con affaristi e faccendieri? Ed è lecito mettere in relazione quelle ruberie con la scarsità di risorse che affligge gli interventi dello Stato nell’istruzione e nei servizi? Sembra proprio di sì perché non sono mondi separati: sempre di Italia si parla e di soldi degli italiani.

La nuova finanziaria, che adesso si chiama legge di stabilità, sembra confermare tutti i tagli della manovra di luglio e la risposta del ministro dell’economia è sempre la stessa: i soldi non ci sono.
Si tratta di una constatazione e non serve scaricare le responsabilità sulla cosiddetta prima Repubblica perché il debito è aumentato anche in questi ultimi anni e così la spesa corrente.

Ciò che colpisce, però, è che, a fronte di questo fiume di denaro, non si vedono i risultati. Le scuole cadono a pezzi come denuncia ogni anno Cittadinanzattiva con il suo rapporto sulla sicurezza scolastica, la polizia deve ridurre le sue attività di prevenzione e controllo del territorio, le opere pubbliche, piccole e necessarie, si rinviano sempre (tranne il Ponte sullo Stretto magnificamente superfluo oggi e qui in Italia), di riduzione della pressione fiscale e del costo fiscale e contributivo del lavoro non se ne parla nemmeno, l’inefficienza dei servizi in ampie zone del Paese è impressionante (in Sicilia il problema è ancora avere l’acqua tutti i giorni e in tutte le case!). È ovvio domandarsi dove sono andati i soldi e che gente è quella che li amministra.

Non solo, bisogna anche domandarsi perché non si va a prendere i soldi da chi ne ha di più, invece di inventare scudi e condoni che servono per premiare i furbi e i disonesti.

E bisogna domandarsi cosa vuole fare e dove vuole andare chi ha avuto il voto per governare e sembra vagare nel nulla delle polemiche e degli scandali.

Lo stato dell’Italia preoccupa per l’evidente incapacità dello Stato di far funzionare la società. Si sommano troppe crisi: crisi della convivenza civile che porta all’individualismo aggressivo; crisi del lavoro che si trova solo quando è sottopagato e senza diritti; crisi dei servizi essenziali alla vita della società (istruzione, assistenza e sanità, giustizia, tutela dell’ambiente e mobilità); crisi della capacità di sostenere le attività economiche all’interno e all’esterno; crisi della democrazia sempre più inquinata dalla corruzione e dalla criminalità organizzata.

Come se ne esce? La base per ripartire è in una nuova politica che rinnovi il sistema delle decisioni, delle loro applicazioni e dei controlli. E il motore sta nella partecipazione dei cittadini.

Claudio Lombardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

Stipendi dei top manager: il mercato o il potere? (di claudio lombardi)

Ci sono situazioni che non sono razionalmente giustificabili, ma alle quali la prassi, cioè l’abitudine, ha conferito un’apparenza di plausibilità e di normalità. Così apprendiamo da notizie di stampa che i guadagni dei super manager delle banche italiane sono aumentati nel passato anno 2009. La crisi dei due anni precedenti aveva portato alla ribalta lo scandalo di retribuzioni che non avevano più alcun collegamento con la realtà e che rispondevano ormai semplicemente ad una moderna “legge della giungla”: io ho il potere per farlo e lo faccio, mi prendo 10, 20, 100 milioni. Si diceva che era il mercato a stabilire quei guadagni. Già, peccato che il “mercato” consisteva nelle decisioni che gli stessi manager prendevano grazie al controllo dei consigli di amministrazione e ad una rete di alleanze che coinvolgeva sempre le stesse persone. Che le cose stessero così era dimostrato dall’assenza di sanzioni per quei manager che non avessero raggiunto i risultati stabiliti e dalla presenza di clausole contrattuali tutte scritte a loro favore. Di questo noi italiani sappiamo qualcosa a proposito di chi ha diretto sia le Ferrovie dello Stato che l’Alitalia: per quanto le aziende dirette andassero in perdita i guadagni dei dirigenti non venivano comunque intaccati, anche quando la responsabilità era della loro cattiva gestione. Scritto nero su bianco in contratti firmati da esponenti del Governo (essendo proprietario lo Stato delle aziende) forse distratti, forse interessati o collusi.

La notizia di oggi è che la crisi inizia ad attenuarsi e subito i top manager delle banche aumentano i loro guadagni. Di quanto? Le notizie di stampa dicono del 25% per i primi quattro istituti di credito italiani. A fronte di una diminuzione dei profitti del 41%. Sarà un premio per non essere andati più giù evidentemente….

Il problema dovrebbe essere affrontato in termini di sostenibilità. È sostenibile una economia nella quale ristretti gruppi di persone accumulano guadagni colossali sottraendo risorse alle loro aziende, agli stipendi dei dipendenti, al mercato e alle attività economiche in generale?

Di questo si tratta: sottrazione di risorse. Pagare il lavoro è sacrosanto, ma quando si parla di svariati milioni di euro che tendono quasi sempre al rialzo non si capisce di quale lavoro si tratti. La domanda è: esiste un lavoro che permette razionalmente di giustificare guadagni di 12.000 euro al giorno per 365 giorni l’anno (retribuzione nel 2009 di Alessandro Profumo numero uno di Unicredit)? Possiamo, evidentemente, inventare mille giustificazioni e sofismi per affermare che è giustissimo così e che all’estero fanno anche peggio. D’altra parte, se esistesse un imperatore, potrebbe affermare che tutto l’impero è suo ed avrebbe anche un diritto, umano e divino, scritto apposta per lui come giustificazione. Il punto è: alla società di oggi questo fa bene o fa male? Funziona meglio o peggio un assetto economico sociale fondato sul potere di alcuni di appropriarsi di una quota consistente della ricchezza prodotta? A noi pare che faccia male e funzioni peggio un tale sistema perché, appunto, sottrae risorse ad impieghi produttivi e a guadagni normali in favore di guadagni parassitari che non producono nulla perché invece di mille persone in più che vanno a fare la spesa al supermercato o che comprano casa abbiamo un solo uomo che prende tutto per lui e tenterà di investire i suoi soldi per farli crescere e, presumibilmente, in attività di tipo finanziario (se si dedicasse alle attività produttive dovrebbe lasciare la banca che gli garantisce quei guadagni spropositati). Chi ci guadagna alla fine? Soltanto lui e quelli come lui. E, si badi, qui si parla di attività bancarie, quelle che dovrebbero servire a far circolare il denaro per sostenere chi produce e lavora. Invece, una bella fetta dei soldi a disposizione viene dirottata in guadagni assurdi dato che nessun uomo può fare tanto da meritare quelle cifre come retribuzione per il suo lavoro. A meno che non vogliamo credere ai poteri magici di pochi eletti che dobbiamo pagare a peso d’oro perché appartenenti ad una casta super selezionata. Ma noi ci vogliamo credere?

Claudio Lombardi

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