Lo scenario triste di un’uscita dall’euro (di Marcello Esposito)

Uscire dall’euro non sarebbe certo una passeggiata. La riconversione comporterebbe enormi problemi, con gravi ripercussioni sulla vita quotidiana di tutti noi. Soprattutto, però, determinerebbe un impoverimento significativo della popolazione italiana. Cosa ci insegna il confronto con il 1992.

uscita dall'euroACCADE NEL 1992

Ragionare sulle conseguenze di un eventuale ritorno alla lira come se si trattasse semplicemente di una svalutazione è fuorviante. Ma proviamo comunque a immaginare che cosa potrebbe accadere se l’Italia facesse questa scelta, pur lasciando da parte, per il momento, le considerazioni relative a sostenibilità del debito e sopravvivenza dell’euro.

Nell’ultima grande crisi valutaria che ci ha visto protagonisti, quella del settembre 1992, il cambio lira/marco passò dal livello di 765,4 lire (venerdì 11 settembre 1992) a 983,7 lire (24 febbraio 1993), per poi stabilizzarsi nella fascia 900-1.000 lire nei mesi successivi. Nel giro di quattro mesi la nostra moneta si svalutò del 30 per cento. Il picco fu raggiunto nel marzo del 1995, con il marco a 1.274 lire: + 66 per cento rispetto al settembre 1992. E lo scenario del 1992 è da considerarsi ottimistico rispetto a quello che potrebbe accadere oggi: il panico e le reazioni a catena nel sistema finanziario italiano che deriverebbero da una uscita dall’euro potrebbero determinare una crisi economica e una svalutazione ben superiore a quelle sperimentate in passato, perché una cosa è uscire da un sistema di cambi fissi e un’altra è uscire da una unione monetaria. Tra l’altro, il sistema economico allora era “abituato” a frequenti crisi valutarie e a un’inflazione elevata. I risparmiatori erano, almeno in parte, preparati ad assorbire i colpi di una svalutazione e i produttori erano pronti a sfruttarla, prima che l’inflazione si rimangiasse il vantaggio competitivo.

Oggi, se la nuova lira si svalutasse anche “solo” del 30-50 per cento rispetto all’euro, il debito pubblico sarebbe insostenibile e bisognerebbe immediatamente ridenominarlo in lire. Lo stesso vale per i debiti privati. Nel momento in cui l’Italia dovesse decidere di ritornare alla lira, il Parlamento italiano dovrebbe ridenominare in lire tutti i contratti e gli strumenti finanziari: non solo titoli di Stato (Btp, Bot, e altro), ma anche buoni postali, conti correnti, obbligazioni private, polizze assicurative, mutui, e via elencando. Ovviamente, questo varrebbe solo per gli strumenti finanziari e i contratti sottoposti alla legge italiana. Se invece un’azienda avesse emesso un’obbligazione internazionale o contratto un debito in un paese estero, la valuta di denominazione non potrebbe cambiare e rimarrà in euro. E gli investitori dovrebbero verificare se quella azienda italiana sarà in grado di ripagare un debito ora in valuta estera.

crisi mercati finanziariMERCATI CHIUSI

In definitiva, chi avrà acquistato strumenti finanziari italiani perderà potere d’acquisto, se misurato in euro (e anche in lire se, come presumibile, la forte svalutazione genererà una fiammata inflazionistica). Chi invece avrà diversificato per tempo il proprio portafoglio, acquistando titoli in euro di emittenti esteri e di diritto estero (ad esempio Bund), manterrà inalterato il potere d’acquisto dei propri investimenti.

Ma le autorità italiane non potranno lasciare il tempo agli operatori privati di diversificare il portafoglio e causare così il collasso del sistema finanziario italiano per l’inevitabile fuga di capitali o l’altrettanto inevitabile aumento dello spread. Perciò, non appena la possibilità di abbandonare l’euro diventerà una ipotesi concreta, è plausibile ritenere che verrà decretata la chiusura dell’Italia ai movimenti di capitale e la sospensione delle contrattazioni in Borsa e questo stato di cose durerà per tutto il tempo necessario a completare la transizione dall’euro alla lira. Anche le esperienze del passato confermano che tenere aperti i mercati è impossibile. Nel settembre del 1992, proprio per cercare di fermare i movimenti di capitale in uscita, i tassi interbancari toccarono il livello del 40 per cento nell’ultima disperata difesa del cambio. Ovviamente, oggi (come allora) il sistema finanziario italiano non è in grado di tollerare tassi così elevati, se non per pochissimi giorni.

Il ritorno alla lira, con il rialzo dell’inflazione e dei tassi d’interesse nominali favorirà chi ha un debito a tasso fisso e a lungo termine. Pensiamo invece a chi ha un debito a tasso variabile: in quale situazione verranno a trovarsi le famiglie che hanno contratto un mutuo indicizzato all’Euribor? Al confronto di quello che potrebbe succedere, il ricordo della vicenda dei mutui in Ecu impallidisce.

Rimane da verificare l’azione della Banca d’Italia a sostegno del mercato dei titoli di Stato e quella del legislatore per impedire che gli aggiustamenti di portafoglio possano determinare conseguenze sistemiche. La struttura del mercato finanziario italiano prima del 1992 era completamente diversa rispetto a oggi. Quando il rischio di default e di inflazione è concreto, infatti, prevalgono scadenze brevi (Bot), titoli indicizzati (Cct) e, se il legislatore lo consente, titoli in valuta forte. Quando l’Italia emise il suo primo Btp decennale nel marzo del 1991, la cedola era del 12,5 per cento. Questo significa che, anche senza considerare la reazione (di vendita) degli operatori esteri, la ricomposizione dei portafogli degli stessi investitori domestici rischierebbe di provocare un terremoto sulle scadenze medio-lunghe dei titoli di Stato.

conseguenze ritorno liraParadossalmente, se l’obiettivo è quello di abbattere il debito con la tassa d’inflazione, una struttura del debito come l’attuale è (quasi) perfetta: circa un terzo del nostro debito (663 miliardi) ha vita residua inferiore a un anno o è a tasso variabile, ma per due terzi è a tasso fisso con scadenza a lungo termine. Il problema è che il vantaggio per lo Stato-emittente si tradurrebbe in un impoverimento tale della popolazione da rendere difficilmente valutabili le conseguenze sulla vita sociale e democratica del paese.

In questo scenario, anche la struttura finanziaria probabilmente dovrebbe essere totalmente ripensata. Le perdite in conto capitale sugli investimenti delle banche e delle assicurazioni dovrebbero essere sterilizzate contabilmente, come peraltro già fatto nel 2012. Ma l’intervento sulle regole contabili potrebbe non essere sufficiente. Per entrambe le categorie di operatori finanziari, la sopravvivenza dipenderebbe dal comportamento dei clienti e dalla capacità di chiudere il sistema finanziario domestico in compartimenti stagni. Se, ad esempio, le banche fossero costrette ad aumentare i tassi sui conti correnti per trattenere i clienti, le perdite da contabili diventerebbero reali. Lo stesso accadrebbe se le assicurazioni dovessero subire significativi deflussi dalle vecchie polizze con bassi rendimenti garantiti. Non si dovrebbero quindi bloccare solo i movimenti di capitale con l’estero, ma si dovrebbe anche limitare la circolazione dei capitali all’interno, facendo marcia indietro rispetto all’idea di mercati competitivi e reintroducendo elementi di frizione (ad esempio costi fissi elevati per lo spostamento dei rapporti bancari o la chiusura anticipata dei contratti assicurativi) e di blocco perché l’estremo tentativo di proteggere il potere d’acquisto dei propri risparmi consisterà nel prelevare i contanti dal conto corrente prima che avvenga la ridenominazione. Anche senza considerare i timori più che concreti di una imposta patrimoniale, si avrebbe una corsa agli sportelli che, se non contrastata, potrebbe determinare il crollo del sistema bancario nazionale. E allora, come è già successo a Cipro o in Argentina, fintanto che la situazione non si fosse stabilizzata, i prelievi di contante dal conto corrente e dal bancomat dovrebbero essere contingentati al minimo indispensabile. In un contesto come questo, riuscire a evitare il fallimento del sistema bancario e assicurativo sarebbe un miracolo. Più probabile assistere a una sua parziale nazionalizzazione, con il ritorno alla situazione di venticinque anni fa.

chiusura bancomatLA TRANSIZIONE

Per un’economia di trasformazione e votata al commercio internazionale come l’Italia, una situazione del genere non potrà durare a lungo. Purtroppo, però, anche sulla “durata” della fase di transizione non è possibile fornire una risposta certa e men che meno tranquillizzante. Il “corralito” in Argentina e il limite giornaliero ai prelievi di contante (300 euro) a Cipro sono durati circa un anno. Nel caso dell’abbandono dell’euro, anche solo il tempo necessario a stampare le nuove lire e riconvertire tutti i sistemi di pagamento introduce un ulteriore elemento di rischio di difficile ponderazione. Una volta decisa l’uscita dall’euro e adottata la nuova valuta, si porrebbero i problemi “tecnici” legati alla transizione alla nuova lira. In linea teorica, tutta la moneta elettronica (carte di credito, bancomat) potrebbe essere immediatamente convertita nella nuova valuta, ma l’operazione andrebbe “fisicamente” preparata con le istituzioni che poi dovrebbero programmare e girare la famigerata “chiavetta”. La conversione dalle valute nazionali all’euro è avvenuta in tre anni, dal 1999 al 2002. Con le nuove tecnologie e con l’esperienza maturata, i tempi possono essere sicuramente accorciati. Ma di quanto? La “chiavetta” può essere girata in un weekend, ma la preparazione richiederebbe settimane, se non mesi.

passaggio euro liraVeniamo infine ai problemi della vita quotidiana, legati alle transazioni commerciali di minore entità. Forse, questo della produzione di nuovo circolante è l’aspetto più “folcloristico” di una operazione di conversione valutaria, ma non per questo meno rischioso e meno costoso per l’economia “reale”. Solo per avere un’idea dei numeri in gioco, quando ci fu il passaggio dalle valute nazionali all’euro, per i 300 milioni di cittadini dei paesi interessati furono stampati in tre anni quasi 15 miliardi di banconote e coniati 52 miliardi di monete. Dal 1° gennaio al 1° marzo 2002 furono ritirati dalla circolazione 6 miliardi di banconote e 30 miliardi di monete. Ma se si dovesse decidere di tornare alla lira, bisognerebbe sostituire immediatamente gli euro in circolazione. Mentre la Banca d’Italia inizierà a stampare le nuove banconote, si potrebbe ricorrere alla soluzione di “punzonare” o marcare gli euro cartacei per trasformarli in nuove lire, convertibili “uno a uno”. Per le monete metalliche la procedura sarebbe estremamente complessa e, quindi, si potrebbe assistere alla ripetizione del fenomeno dei mini-assegni già visto con l’inflazione degli anni Settanta. Uno scenario divertente per i collezionisti, ma da incubo per tutti gli utenti che ogni giorno si servono delle macchinette per pagare parcheggi, biglietti, pedaggi. In ogni caso, la riconversione forzosa all’uso degli assegni e della moneta elettronica, avrebbe un impatto maggiore sul piccolo commercio di prossimità, sui mercati rionali, sul terzo settore, dove la moneta fisica è ancora il mezzo di pagamento più diffuso. E poi ci sarebbe il problema dell’adeguamento dei listini. Insomma, i costi di aggiustamento alla nuova lira ricadrebbero maggiormente sui piccoli commercianti e sui loro clienti, spesso i consumatori meno abbienti. Se questi sono i rischi, vale la pena pensare di uscire dall’euro? L’Europa è una comunità a cui noi apparteniamo e che possiamo contribuire a cambiare, ma dobbiamo rispettare le regole di convivenza. Come hanno capito i greci e i portoghesi, le vie semplici non esistono. E l’abbandono dell’euro, che sembra la più semplice di tutte, rappresenterebbe il ritorno a un mondo che i ricordi di gioventù per molti colorano di rosa, ma i dati mostrano essere incompatibile con i livelli di benessere che abbiamo raggiunto e a cui teniamo.

Marcello Esposito da www.lavoce.info

La deflazione dei redditi in Italia (di Stefano Fantacone)

All’inizio degli anni trenta, in una nota discussione col professor Arthur Cecil Pigou, John Maynard Keynes avvertiva sull’indesiderabilità di una deflazione salariale, che avrebbe avuto come principale conseguenza la caduta della domanda aggregata. A ottant’anni di distanza, ci troviamo a constatare quanto corretta fosse la predizione keynesiana. Quella in corso in Italia non è infatti una semplice recessione, bensì la crisi di un modello di sviluppo che ha voluto far perno sulla progressiva erosione dei redditi da lavoro.

Se ne ha una chiara evidenza osservando il grafico.grafico fantacone

La curva blu riporta l’andamento, dal 1964 a oggi, del reddito disponibile, ossia della somma che rimane nelle tasche delle famiglie dopo il pagamento delle imposte. La curva rossa illustra invece il potere d’acquisto reale, ottenuto sottraendo il tasso d’inflazione dal reddito disponibile (una misura della quantità di nuovi beni che le famiglie possono acquistare con i loro guadagni, stante l’aumento dei prezzi).

Il grafico è suddiviso in tre sezioni, che rappresentano altrettanti periodi storici, nel corso dei quali i redditi sono passati da una fase di crescita accentuata a una di stagnazione e poi di riduzione. Il primo periodo – il più lungo è più lontano nel tempo – va dal 1964 al 1992 ed è caratterizzato da un trend crescente uniforme. In quei 28 anni, il reddito disponibile delle famiglie italiane aumentò a un tasso medio del 14 per cento; al netto dell’inflazione, il potere d’acquisto crebbe complessivamente di quasi il 200 per cento, quasi il 4 per cento all’anno.

La crisi finanziaria del 1992, accompagnata dall’avvio del primo, vero programma di ridimensionamento del disavanzo pubblico e dagli accordi sul costo del lavoro, segna l’entrata nella seconda fase, quella della stagnazione. Senza soluzione di continuità, la variazione annua del reddito disponibile scese al 3,8. In termini di potere d’acquisto, l’aumento medio in quel periodo fu appena dello 0,5 per cento. Se si osserva ancora il grafico (linea rossa), si nota un ulteriore fatto: subito dopo il 1992 la capacità di spesa delle famiglie diminuì, perché si decise di comune accordo (l’emergenza lo richiedeva) di eliminare la scala mobile e di rinunciare così al recupero dell’inflazione pregressa (era allora del 5 per cento). Ci vollero otto anni per recuperare quella perdita e solo nel 2000 la capacità di spesa delle famiglie italiane ritornò ad aumentare, ma solo temporaneamente.

Nel 2008 prende infatti avvio la terza e ultima fase, quella tuttora in corso. La caratteristica saliente di questo periodo è l’arresto della crescita del reddito disponibile. La curva blu interrompe infatti per la prima volta il suo trend crescente e si appiattisce per il venir meno dei fattori di dinamica intrinseca che, nel tempo e in condizioni normali, dovrebbero sostenere la capacità di spesa delle famiglie (l’aumento delle retribuzioni e dell’occupazione, la stabilizzazione della pressione fiscale e dei flussi di trasferimento pubblico ecc.).

Dal momento che, nel frattempo, la dinamica dell’inflazione non si è invece interrotta, nel 2012 il potere d’acquisto è in diminuzione ormai da 6 anni consecutivi e, secondo le stime Cer, ancora nel 2015 risulterà inferiore di circa il 10 per cento rispetto al livello del 2007. La contrazione è tanto grave che, se pure fosse possibile tornare alle dinamiche del periodo 1992- 2007, la capacità di spesa perduta verrebbe recuperata solo in prossimità del 2030. Inevitabilmente, e qui veniamo alla lungimiranza della profezia keynesiana, la scomparsa dei redditi sta determinando una compressione senza precedenti dei consumi delle famiglie, che da soli rappresentano il 60 per cento del Pil. Nel 2012, la spesa per consumi è diminuita del 4,3 per cento, la massima flessione nella storia della Repubblica.

Parliamo di una caduta che è più del doppio di quanto osservato nel 2009 e che supera di oltre un punto la contrazione del 1992, che fino a oggi era stato considerato l’anno horribilis dei consumi italiani. Sempre secondo le previsioni Cer, la diminuzione della spesa si protrarrà nel 2013 e sarà solo in piccolissima parte recuperata nel 2014-2015. Il fatto è che l’insipienza delle politiche europee ha ormai imposto la deflazione salariale – che con senso del pudore viene però chiamata “svalutazione interna” – come politica di riferimento per i paesi mediterranei alle prese con la crisi del debito sovrano e per questo posti di fronte all’urgenza di recuperare margini di crescita attraverso la sola domanda estera.

Il calo dei salari e dei redditi servirebbe appunto a esportare di più, compensando in tal modo la caduta verticale dei consumi. Scelta quanto mai miope, dal momento che le “viziose” economie mediterranee stanno sì applicando alla lettera la ricetta, ma con la conseguenza di ridurre le importazioni e di trasmettere impulsi recessivi alle economie del Nord Europa. Queste sono le cifre del 2012: caduta delle retribuzioni reali compresa fra il meno 6 della Grecia e il meno 2,5 per cento dell’Italia; flessione delle importazioni che avvicina i 10 punti in Grecia e gli 8 punti in Italia; Pil europeo diminuito dello 0,4 nel 2012 e che rimarrà fermo nel 2013. salarioLa ricetta proposta dalle autorità europee è ormai definita in letteratura come “l’austerità che sconfigge se stessa”, ma dal momento che le ideologie sono dure a morire, non sembra di vedere concreti segni di resipiscenza nei paesi fautori del rigore a ogni costo. Il problema è però che i costi stanno diventando molto alti. Se decliniamo a livello micro i dati aggregati fin qui considerati, scopriamo che nel triennio 2012-2014 una famiglia operaia potrebbe sperimentare una riduzione del proprio consumo di oltre 1.800 euro, 600 euro in meno ogni anno. Prevale dunque il passo del gambero, per cui i redditi, invece di aumentare nel tempo, scivolano all’indietro, ponendoci nella sgradevole condizione di constatare come oggi si stia peggio di ieri, ma meglio di domani. Difficile pensare di poter resistere ancora a lungo in questa situazione. La tendenza naturale di un sistema economico è di crescere e di garantire miglioramenti di benessere. A questi semplici principi è ora che torni a ispirarsi la politica economica dell’Italia e dell’Europa intera.

Stefano Fantacone  Presidente Cer da www.rassegna.it

Pareggio di bilancio: la via d’uscita c’è (di Claudio Lombardi)

L’articolo 6 della legge 243/ 2012 (pareggio di bilancio in Costituzione) è dedicato ad “Eventi eccezionali e scostamenti dall’obiettivo programmatico strutturale” cioè prevede che ci siano scostamenti dal pareggio di bilancio in caso di “eventi eccezionali”.

Quali? Due casi : a) periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea; b) eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali.

Cosa deve fare il Governo per attivare lo scostamento? Presentare alle Camere una relazione con cui aggiorna gli obiettivi programmatici di finanza pubblica, nonché una specifica richiesta di autorizzazione che indichi la misura e la durata dello scostamento, stabilisca le finalità alle quali destinare le risorse disponibili in conseguenza dello stesso e definisca il piano di rientro verso l’obiettivo programmatico. La deliberazione con la quale ciascuna Camera autorizza lo scostamento e approva il piano di rientro e’ adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti. Tutto qui.

Che significa? Che il pareggio di bilancio non è un vincolo assoluto e che, fin dal 2013, si potrà attivare la procedura che permette di escluderlo.

Questo prevede la legge e questa è la risposta ad una situazione che appare senza vie d’uscita. Le ultime vicende relative al Monte dei Paschi di Siena hanno fatto traboccare il vaso e il Paese non può sopportare una ulteriore manovra di tasse e tagli indiscriminati per pagare i buchi di bilancio di una banca. Il prossimo Governo ha già una strada da percorrere che non può essere quella del rigore a senso unico. Occorre riprendere a far respirare l’economia e i redditi più bassi dei cittadini e non si può continuare a tagliare servizi scoprendo sistematicamente, a tagli avvenuti e a tasse riscosse, aree di corruzione e sprechi o emergenze finanziarie di qualche banca da affrontare con i soldi pubblici.

Per questo sarà necessario chiedere alle Camere l’autorizzazione a non pareggiare il bilancio. Ma bisogna essere consapevoli che non lo si può fare a cuor leggero.

La vicenda del Monte dei Paschi di Siena scopre una realtà drammatica fatta di incapacità, arroganza, impunità, collusioni con una politica impazzita che ha perso di vista la sua missione. Diventa inevitabile intervenire con provvedimenti drastici e significativi spezzando innanzitutto il legame delle banche con le fondazioni che devono vendere le azioni in loro possesso e mettere a disposizione degli enti locali il ricavato perché non è più possibile che comuni e province stabiliscano le politiche aziendali di banche diventate troppo grandi per essere governate da singole città. Infatti le conseguenze di politiche aziendali sbagliate per non dire di peggio, come nel caso del Monte dei Paschi, si riversano sullo Stato e non ne rispondono di certo comuni come Siena che godono delle ricadute dei proventi della Fondazione, ma non rispondono dei danni che provoca la sua dirigenza. Occorre allora che sia tolta ai comuni ogni forma di controllo sulle banche. Che sia la Banca d’Italia a vigilare e che lo faccia sul serio. E che siano i dirigenti delle banche a rispondere del loro operato.

Troppe volte decine di milioni di euro sono “volati” nelle tasche di manager e presidenti spolpando le società da loro dirette ed impoverendole a compensare non meriti inesistenti, ma una pura operazione di razzia delle ricchezze aziendali anche derivanti da forme di connivenza con la politica. La privatizzazione dei guadagni e la pubblicizzazione delle perdite è un malcostume così consolidato che sembra, ormai, un fatto naturale. Ebbene questo non dovrà più accadere, bisognerà mettere un freno alle retribuzioni dei manager e costringerli a rispondere delle loro responsabilità con azioni legali e con i loro beni.

Su questi punti si misurerà la qualità del prossimo governo. È evidente che c’è bisogno di una svolta finanziaria e di politica economica che superi il rigore assoluto. Gli strumenti legali per farlo sono scritti persino nella legge che impone il pareggio di bilancio. Ma è chiarissimo che tutto ciò non può più bastare.

L’Italia non può più sopportare e mantenere una casta di persone che succhiano le risorse del sistema bancario o delle aziende pubbliche facendosi forti della protezione dei poteri politici e dimostrando clamorosamente la loro irresponsabilità e incapacità. E non si dica che 3,9 miliardi di euro dati al Monte dei Paschi sono solo un prestito. No perché in questo momento in cui le imprese sono strozzate e tante famiglie non sanno come tirare avanti quei soldi che finiranno all’estero per ripagare le speculazioni sui derivati sono uno schiaffo agli italiani.

Se il prossimo governo vorrà durare più dello spazio di una manovra finanziaria dovrà dare risposte su questo terreno dimostrando con i fatti la volontà e la determinazione di voltare pagina. Di chiacchiere e di imbonitori non abbiamo bisogno che se lo ricordino i candidati a guidare la maggioranza che dovrà formare il prossimo governo.

Claudio Lombardi

Crisi dell’euro: un problema di vuoto di potere (di Marco Mayer)

Seguo con attenzione le opinioni di due economisti “militanti”: Oscar Giannino e Stefano Fassina. Il primo si ispira ai principi del pensiero economico libertarian, il secondo ai valori socialdemocratici e cattolico-popolari dell’economia sociale di mercato. Vale la pena seguirli perché in Italia fanno opinione e sono ascoltati dalle elite. Mi sono accorto che nonostante le loro divergenze, Giannino e Fassina commettono lo stesso errore di analisi di fronte alla crisi dell’eurozona.

Entrambi, nel proporre le loro differenti terapie, sottovalutano l’impatto sull’euro del fattore P (dove P sta per potere). Non sono gli unici in verità. Gli economisti non amano il concetto di potere perché – per quanto osservabile e identificabile – è difficilissimo da misurare e “modellizzare”. Neppure tra gli esperti di studi strategici c’è accordo su quale deve essere l’unità di misura del potere (il “power index”).

Come formalizzare il vuoto di potere che si nasconde nelle fondamenta dell’Euro in un modello econometrico? Come calcolare i suoi effetti nel tempo e nello spazio? Come pesare il vuoto di potere che è nel DNA dell’Euro quando si preparano gli outlook sull’economia mondiale? Il deficit “genetico” dell’Euro, in verità, era stato segnalato da alcuni analisti più accorti, ma esso è stato ignorato per anni dalla maggioranza dell’accademia, dalle istituzioni finanziarie internazionali, dalle agenzie di rating. Invece di inseguire modelli sempre più sofisticati le scienze sociali dovrebbero far ricorso a quella che Angelo Panebianco ha definito “cultura dell’esperienza”.

Giuliano Amato ci ha raccontato più volte la vera storia dei negoziati di Maastricht del 1992. I politici più informati erano consapevoli che l’avventura dell’Euro nasceva senza un potere gerarchico e coercitivo in grado di assicurare protezione bancaria, finanziaria e fiscale ai popoli dell’Eurozona. Ma all’epoca i leader socialdemocratici e popolari non se la sentirono di affrontare il vuoto di potere che sottostava alla moneta unica e delegarono tutto a tecnici ed alti burocrati. Economisti, giuristi ed esperti della Commissione e delle Banche Centrali andarono avanti come se niente fosse seguendo la logica inerziale della Tecno-burocrazia.

In verità l’Euro è nato in un modo e cresciuto in un altro. E’ nato nel novembre 1989 da uno scambio di potere (sì alla unificazione tedesca in cambio della rinuncia al marco), ma poi l’Unione Monetaria si è sviluppata ignorando per anni ed anni il vuoto di potere che minacciava la sua sopravvivenza. Dalla nostra parte dell’Oceano la maggior parte dei commentatori (Giulio Tremonti compreso) pensarono che la crisi del 2007-2008 fosse un problema americano ed anglosassone e che non avrebbe toccato più di tanto il solido sistema bancario e finanziario dell’Eurozona (sic!). L’allarme non è neppure scattato quando il vuoto di potere è diventato eclatante perché mancava un potere in grado di rispondere tempestivamente alla piccola crisi della piccola Grecia. La storia successiva la conosciamo bene. Perché Giannino e Fassina (e l’intera categoria degli economisti) non si misurano seriamente con questo nodo? Forse perché si sono dimenticati le famose parole di John Kenneth Galbraith: “Il paradosso del potere nella tradizione classica è ancora una volta che, benché tutti siano d’accordo che il potere esiste, esso non esiste in linea di principio”.

C’è un secondo aspetto – di stringente attualità – intrinsecamente legato al tema del potere: quello delle “condizionalità”. La discussione sul ruolo della BCE e del fondo “Salva-Stati” ripropone la dottrina del Washington Consesus che -nonostante il suo fallimento ed il conseguente e radicale ridimensionamento del ruolo del Fondo Monetario Internazionale – sopravvive ormai solo in Europa. L’esperienza empirica ha dimostrato in tutto il mondo che le condizionalità non funzionano perché tendono a creare spirali perverse e recessive (crisi bancarie, debiti sovrani, tensioni monetarie, deficit fiscali, calo dei consumi, perdita di competitività,ecc ). Chi investe in modo prudenziale (e non specula al ribasso last minute) cerca titoli bancari e/o obbligazioni sovrane coperte da garanzie rilasciate da organismi dotati del pieno potere di garantire. La prima diffidenza verso l’Eurozona è questa.

Gli investitori istituzionali (tanto meno i fondi sovrani) non amano addentrarsi nei complicati dettagli delle condizionalità dei se dei ma. Un intervento di un fondo monetario europeo che operi con lo stile del FMI degli anni 90’ rischia persino di essere un boomerang per la stigmatizzazione che esso comporta. La madre di tutte le domande è la seguente: il garante (o i garanti) dispongono o non dispongono di tutti i poteri necessari? Poi viene il resto, il posizionamento strategico, la congiuntura, gli squilibri finanziari e strutturali, ecc, ecc..

In altri termini possiamo affermare che c’è un fondamentale che viene prima dei fondamentali: un assetto gerarchico che assicuri a chi ha il potere di farlo funzionare, sia esso l’ESM, la BCE o la Commissione. Se persiste il vuoto di potere ogni agente economico pubblico o privato continuerà ad essere valutato per conto suo con due aggravanti a) i singoli Stati hanno un’arma in meno perché sono privi del potere di svalutare; b) alle banche manca una Fed pronta al quantitative easing. Di questo passo l’Unione Europea sarà sempre di più il vaso di coccio tra i vasi di ferro del nuovo mondo multipolare.

Avete capito, mi piacerebbe che Fassina e Giannino abbandonassero le loro diatribe sull’economia di mercato e dedicassero un po’ di tempo all’economia del potere. Si divertirebbero e forse scoprirebbero di avere qualche interesse in comune. Certamente ci guadagnerebbero anche i loro partiti veri e virtuali.

Marco Mayer

Crisi: una via d’uscita c’è, ma fanno finta di non vederla (di Guido Grossi e Claudio Lombardi)

Spread, crisi finanziaria, debiti pubblici, istituzioni europee e BCE. Cerchiamo di leggere bene la posizione di Draghi e della BCE e traduciamo il tecnico/politichese in linguaggio semplice.

La frase di Draghi di qualche giorno fa: “«faremo tutto quanto è necessario per salvare l’euro e, credetemi, sarà abbastanza» era stata accolta dai mercati nella speranza che la BCE avrebbe iniziato da subito ad acquistare BTP italiani e BONOS spagnoli. E infatti lo spread era sceso considerevolmente da 540 a 460.

Quella affermazione, presa sul serio, avrebbe rappresentato un segnale importante verso la trasformazione della BCE in una vera banca centrale, che svolge, come ci si aspetta da una banca centrale che si rispetti, il suo compito di prestatore di ultima istanza: quando famiglie, aziende e operatori finanziari non comprano tutti i titoli necessari a finanziare il debito dello stato, la banca centrale assorbe la parte non sottoscritta per evitare gravi crisi finanziarie). Per intenderci, quello che fa la FED, la Bank of Japan ed altre ancora.. paesi con enormi debiti pubblici finanziati  a tassi bassissimi (1 – 2%) e senza crisi.

No. Questa scelta, ovvia e semplice quando si condivide la stessa moneta, non piace alla BCE e neanche ai governanti dell’Unione Europea (gli stessi che hanno scritto le regole che oggi bloccano l’Unione Europea) : troppo semplice, e a noi europei devono piacere le cose complesse, a quanto pare. Ma forse devono essere complesse affinché non si capiscano bene? Vediamo di capirlo. Ecco la precisazione da parte di Draghi dopo la riunione del consiglio della BCE successiva alla sua prima dichiarazione: “Come per tutti gli altri Paesi, una eventuale attivazione dello scudo anti-spread per l’Italia «sarebbe su richiesta» e a determinate condizioni”. I mercati, che sono sempre molto rapidi, capiscono che significa e rimangono drammaticamente “delusi” cioè fanno salire gli spread di Italia e Spagna sopra 500… Poi abbiamo visto che c’è stata anche una discesa, ma alti e bassi su una tendenza negativa vanno avanti da almeno un anno. Perché?

Traduciamo in parole semplici il messaggio di Draghi. “Sarebbe su richiesta” .. vuol dire che puoi chiedere quando hai l’acqua alla gola; “a determinate condizioni”.. vuol dire “saranno imposti sacrifici di lacrime e sangue”. Infatti le “condizioni” oramai le conosciamo a memoria, elenchiamole, e rinfreschiamoci le idee: tasse, dovunque si riesce a metterle; tagli alla spesa pubblica, ovunque si riesce a farli; licenziamenti, nel privato e nel pubblico; privatizzazioni, in nome dell’efficienza, ma nell’interesse dei privati; liberalizzazioni come premessa e completamento delle privatizzazioni; e poi dulcis in fundo: cessioni di sovranità, come se la sovranità, che “appartiene” al popolo, possa essere “ceduta” e non delegata (la “delega” implica controllo e potere di revoca, la “cessione” implica un trasferimento a titolo definitivo).
Sissignori, l’obiettivo è lampante, magari un po’ duro da ingoiare, quindi capisco la reticenza di molti ad ammettere la realtà, che è troppo cruda:  la finanza internazionale ha gettato la maschera e vuole che i popoli smettano anche formalmente di essere sovrani.

Perché ? Ma è evidente: oggi il potere non è esercitato con la spada, ha bisogno del consenso, seppure sempre più formale e meno sostanziale e sempre più estorto.
Sì, estorto, perché la crisi si sta sempre più manifestando come un ricatto messo in piedi per nascondere le vere responsabilità e per estorcere un consenso forzato a politiche di riduzione drastica della spesa pubblica fondate su sacrifici da parte della maggioranza della popolazione e contemporaneamente a politiche di sostegno e di salvataggio delle banche e delle istituzioni finanziarie coautrici della crisi.

Ma il vicolo è cieco: tasse, tagli alla spesa, lo sa anche un bambino, provocano recessione. Licenziamenti, provocano recessione e dolore sociale. Chi ci guadagna? E dove si sta andando?

Per il grande capitale internazionale e finanziario non ci sono problemi: il debito pubblico sarà ripagato e a tassi sempre più alti; per ripagarlo il patrimonio pubblico sarà messo in vendita e chi dispone dei capitali potrà acquistarlo a poco; la stessa cosa avverrà per i patrimoni delle famiglie italiane messe alle corde dai licenziamenti, dalla diminuzione del reddito, dall’aumento delle tasse; le aziende italiane in crisi finanziaria per quanto produttive e concorrenziali potranno essere vendute sempre ai soliti che hanno il denaro in mano; con i sindacati piegati dalla crisi e dalla minaccia della disoccupazione si potranno avviare nuove produzioni low cost cioè con salari e diritti decurtati.

Realizzato tutto ciò forse avremo reso più competitivo il nostro Paese come ci consigliano i rigoristi delle istituzioni finanziarie internazionali, ma saremo tutti più poveri.
Allora che si fa? Ormai l’esasperazione dice: via dall’Euro, via dall’Unione Europea !
Dice Draghi che si farà di tutto per salvare l’euro. Sì, ma come ? comprando direttamente titoli dei debiti pubblici sotto attacco? No, dando soldi al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES o ESM) che in futuro dovrebbe assumere il rango di banca. Banca? Ma non c’è già la Banca Centrale Europea? Basterebbe cambiarne gli statuti (decisi dagli stati) e sarebbe una vera banca centrale.

Invece no e non basta perché su di noi pende il fiscal compact appena ratificato dal nostro Parlamento: pareggio strutturale di bilancio e debito/pil al 60% entro 20 anni cioè per noi 40 miliardi di euro l’anno da risparmiare. Un bel problema con un Pil che scende e un debito che aumenta, proprio grazie alle politiche rigoriste.

È evidente che così viene voglia di mandare tutti a quel paese.. Euro, Unione Europea, BCE, FMI e il mondo della finanza per intero, assieme a questa classe dirigente che o è corrotta o è inetta, senza appello.

Però..c’è un però. Non siamo soli, dobbiamo capire il contesto e questa voglia deve essere valutata alla luce di una considerazione ormai lampante: la strana lotta di classe nella quale ci troviamo inaspettatamente immersi, senza averla voluta, né capita.

Qui c’è una classe, anzi, una élite internazionale, immensamente ricca, immensamente potente, sempre più ristretta e concentrata, che è riuscita ad imporre a tutti il proprio modello e la propria volontà, nelle istituzioni sopra nazionali che disegnano il modello socio economico, e lo plasmano in continuazione per favorire sempre di più la libertà del grande capitale di fare, attraverso i mercati finanziari ed i loro custodi, controllori e manipolatori, i propri interessi.

Di questo si tratta: favorire ancora di più la concentrazione della ricchezza in pochi monopoli e oligopoli mondiali. Nel campo finanziario, dove il capitale accresce sè stesso trasferendo artificiosamente la ricchezza dalle tasche dei cittadini a quelle delle élite attraverso l’aumento dei debiti statali. Nel campo della produzione di beni tanto inutili quanto dannosi (per esempio: il cibo spazzatura che imperversa nelle classi sociali più basse) per i consumatori e per l’ambiente che sopporta impianti produttivi altamente inquinanti, il tutto con una enorme produzione di rifiuti. Insomma una follia.

Bisogna proprio aggiungere che le élite finanziarie hanno trovato dei buoni alleati nei tanti governanti corrotti corresponsabili sia della crescita del debito pubblico sia della libertà concessa alle élite di fare il loro comodo grazie alla cancellazione di regole efficaci di disciplina dei cosiddetti mercati? No, non serve perché è quello che vediamo da anni e si tratta di un fatto incontrovertibile.

Dobbiamo, però, capire che adesso i poteri che hanno messo in crisi le finanze degli stati in Europa puntano direttamente a eliminare la democrazia o a svuotarla di contenuti perché sanno che la democrazia, prima o poi, li controllerebbe e metterebbe loro dei limiti minacciando ricchezze e potere.

Come ne usciamo? Torniamo alla voglia di mandare tutti a quel paese.
Se è vero che il nemico che ci minaccia sono quelle élite internazionali, assolutamente indifferenti ai confini nazionali allora pensare di risolvere il problema uscendo dall’Unione Europea rischia di essere miope e pericoloso. In guerra si cercano alleati non ci si isola da soli. Ed alleati naturali sono tutti i popoli del mondo, tutti egualmente sfruttati da questi signori. In questo momento è evidente che l’area europea viene utilizzata come campo di battaglia, sottoposta ad una crisi artificiosamente creata, prima alimentata e poi sfruttata per eliminare la democrazia. I popoli europei hanno un enorme interesse in comune. I cittadini europei devono capire che insieme, possono liberarsi delle classi politiche dirigenti che ci stanno svendendo agli interessi del grande capitale.

E il modo per liberarsi esiste.

Innanzitutto eliminare, per ogni paese, il debito estero. Perché la quota del debito estero è lo strumento che viene utilizzato per scatenare la crisi. Se non si risolve questo problema non si aprono le possibilità di scelta successive perché rimaniamo prigionieri del circolo vizioso che ci spinge nel baratro (debito estero, spread, bisogno di aiuti, condizioni capestro, peggioramento delle condizioni.. nuovo debito estero.. e così via).
Il secondo passaggio è il ricambio della classe politica: tutta. Non esistono differenze sostanziali – ai nostri fini – fra le proposte dei partiti di destra e di sinistra. Purtroppo e almeno per ora perché tutte le proposte si rifiutano di aggredire il problema alla radice. Si perdono in prospettive irrealizzabili e di fatto sinergiche al sistema (conciliare il rigore con la crescita.. ) quando non si concentrano in formule politiche vuote. Il terzo passaggio è la riforma immediata del sistema finanziario. A partire dalla banca centrale. Ricordiamo a proposito che il Parlamento Europeo ha già votato una mozione per la trasformazione dei compiti della BCE, ma la Commissione Europea si rifiuta di prenderla in considerazione. Invece, trasformata la BCE in una vera banca centrale (prestatrice di ultima istanza) si deve passare alla riforma del sistema bancario privato, separando nettamente il credito commerciale dalle attività finanziarie. Vanno poi posti severi limiti alle attività finanziarie, perché sono le responsabili prime della situazione in cui ci troviamo. In  particolare occorre il divieto immediato dell’uso dei derivati.

Questi primi tre passaggi rappresentano  – oggettivamente – un interesse comune al 99% della popolazione europea. Tutti i cittadini europei che non appartengono all’1% della popolazione che fa parte delle élite, hanno un comune evidente bisogno di difendersi dalla guerra che quel nemico ha impietosamente sferrato.

Poi, recuperata la libertà di scelta, ognuno potrà sostenere – senza ricatti, e con il tempo necessario a riflettere, le idee che preferisce. E’ tempo di resistere

Guido Grossi – Claudio Lombardi

I guasti del “più mercato meno Stato” (di Laura Pennacchi)

Il trentennio neoliberista, che ha incubato la crisi economico-finanziaria globale esplosa nell’autunno del 2007 e ancora oggi – dopo cinque anni – drammaticamente in corso, ha sintetizzato la sua esaltazione del mercato e la sua avversione allo Stato e alle istituzioni nel motto “meno regole, meno tasse, meno Stato”, fatto proprio dalle destre. Nella sostanza una potente ideologia ultraortodossa ha predicato un drastico ridimensionamento della presenza pubblica nelle attività economiche e sociali, sostenendo che l’intervento dello Stato è sempre e comunque negativo per il benessere collettivo, che i governi dilapidano risorse e che ogni tentativo di redistribuire la ricchezza dà vita a forme di perseguimento delle rendite.

Ne è seguita in tutti i paesi occidentali governati dalle destre (le cose sono andate ben diversamente nei paesi in via di sviluppo) un’ondata di deregolamentazioni, riduzioni delle tasse per i ricchi, privatizzazioni. Come non ricordare che tra i primi atti del governo Berlusconi-Tremonti insediatosi nel 2001 ci furono l’abolizione dell’imposta di successione per i grandi patrimoni, la soppressione del reato di falso in bilancio, la proclamazione dell’“arretramento del perimetro pubblico” affidato alla Finanziaria di quell’anno?

Non si è trattato di fenomeni che hanno inciso, per quanto profondamente, solo sulla materialità del vivere, perché quei fenomeni hanno investito le menti e le coscienze, coinvolgendo direttamente la dimensione antropologica: le macerie da rimuovere per ricostruire un edificio civile, quindi, sono particolarmente spesse ed ingombranti.

Con la pulsione di buschiana (del Presidente Busch) memoria verso lo starving the beast (“affamare la bestia”, e la bestia sono gli Stati e i governi) – da realizzare proprio con la riduzione delle tasse che “affama” l’operatore pubblico sottraendogli le risorse necessarie a finanziare servizi, prestazioni sociali, politiche industriali – con un colpo solo si è operata una terribile delegittimazione dell’istituto della tassazione (equiparata a furto, esproprio, estorsione, mentre le costituzioni del Novecento la assumono come un “contributo” al bene comune) e si è aggredita a morte l’idea stessa della responsabilità collettiva, un’idea alla base della civiltà moderna nata dall’illuminismo secondo cui la cittadinanza è costruita da individualità responsabili che condividono responsabilità comuni, cittadini che si debbono qualcosa l’un l’altro in quanto “concittadini”.

Così la dimensione antropologica è stata influenzata da uno speciale legame tra ideologia “ultraortodossa” e visione “ultraindividualistica”, poiché la predicazione di un ruolo pubblico ristretto e angusto si è basata su una visione altrettanto ristretta e angusta del rapporto tra individuo e collettività, volta a soffocare le istanze solidaristiche: l’individuo è un atomo, non esistono responsabilità collettive perché “non esiste la società”, secondo le parole di Margaret Thatcher.

Le diseguaglianze e lo spostamento della distribuzione del reddito a danno del lavoro e a vantaggio del capitale e delle rendite finanziarie hanno svolto un ruolo cruciale nel modello di sviluppo neoliberista basato su “più mercato, meno Stato”, animando tutti e tre i processi in cui tale modello si è estrinsecato: la finanziarizzazione (a metà 2008 il valore nominale delle quote di derivati trattati nelle borse era di 80 trilioni di dollari, mentre di quelli scambiati fuori mercato toccava i 684 trilioni, con un totale di 764 trilioni, 14 volte il PIl globale), la commodification (una mercificazione estrema di tutto perfino del genoma umano, che non ha risparmiato il lavoro, la moneta, la terra, le tre cose su cui gli ammonimenti di Karl Polaniy a non mercificare erano risuonati più forti), la denormativizzazione (la sostituzione della norma e della legge con il negozio e il contratto privato e la generalizzazione della lex mercatoria). Un sistema economico e finanziario mondiale costruito sui global imbalances – tale per cui ha lungamente veicolato i guadagni di produttività verso i profitti e le rendite, compensato la stagnazione dei salari e la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori dei paesi sviluppati con la facilitazione dell’accesso all’indebitamento (anche nelle forme perverse dei subprime) da una parte, dall’altra con l’importazione a basso prezzo di beni di bassa qualità prodotti da lavoratori sottopagati nei paesi in via di sviluppo – non poteva che generare enormi problemi allo stesso tempo di domanda e di offerta e incredibili diseguaglianze.

Come è stato messo in rilievo ripetutamente da Paul Krugman, agli inizi del 2000 negli USA il rapporto tra la retribuzione mediana di un lavoratore che sta nel mezzo della piramide sociale e quella di un top manager – che era di 30 volte nel 1979 – è salito a 150 volte e perfino a 400-500 volte.

I mutamenti nella struttura reddituale, a loro volta, hanno agito come detonatore per la sollecitazione dell’indebitamento e per l’innovazione finanziaria, trasformando la finanza in un predatory system, per riprendere le parole di Stiglitz, e facendo della alterazione della distribuzione del reddito un elemento fondamentale del modello di sviluppo neoliberista.

Tutto ciò esplode con la crisi del 2007/2008, la quale si manifesta subito non come un epifenomeno o un incidente di percorso ma come crisi strutturale, crisi di un intero modello di sviluppo che con essa deflagra svelando la fragilità delle sua basi materiali e la fallacia dei suoi presupposti teorici: i mercati non sono né razionali né efficienti, i mercati non si autoregolano e, anzi, lasciati a se stessi, rovinano e trascinano nella loro rovina l’intera vita e dignità umana. Se si guarda all’esplosione della disoccupazione e al configurarsi della problematica del lavoro come vera e propria “catastrofe sociale”, si può ben dire a questo punto che è in gioco una questione di civiltà, che un capitalismo così rovinoso è messo in discussione nei suoi fondamenti di civilizzazione e di legittimazione.

Ma che la dottrina dell’intrinseca razionalità ed efficienza del mercato e della sua automatica capacità di regolazione abbia fatto tragico fallimento non vuol dire che il neoliberismo sia stato sconfitto e sia oggi in ritirata. Il neoliberismo risorge anche se in forme nuove, per esempio non disdegnando di ricorrere macroscopicamente alle risorse pubbliche per salvare le banche e il sistema finanziario internazionale (trasformando così immensi debiti privati in immensi debiti pubblici) ma anche ad altri tipi di intervento pubblico, al punto che oggi si parla di “neoliberismo statalista”.

Del resto, il neoliberismo non è mai esistito in forme pure, sempre in forme spurie: negli anni di Reagan e dei Bush negli Usa si è dato vita a qualcosa che alcuni studiosi hanno definito hidden developmental state (Stato “sviluppista” nascosto) e Pinochet, uno dei suoi inventori,

associò al neoliberismo e alle privatizzazioni in politica economica e politica sociale un decisionismo violento e un autoritarismo sanguinario nella soppressione della democrazia cilena.

Il punto è proprio questo: il ricorso allo Stato che compie il neoliberismo dà vita a una sorta di “keynesismo privatizzato” e di predator state al servizio degli interessi delle corporations e dei poteri forti, il quale implica comunque da una parte l’erosione delle funzioni più nobili e trasparenti della “statualità”, dall’altra l’abbattimento dei benefici pubblici, specie quelli del welfare state, per ceti medi e lavoratori. Si spiega così il singolare paradosso a cui oggi siamo di fronte: l’intervento pubblico è stato invocato quando si trattava di salvare banche e intermediari finanziari dall’abisso e ora che bisognerebbe sostenere i redditi dei lavoratori, rilanciare la “piena e buona occupazione”, dare vita a un nuovo modello di sviluppo, se ne pretende un drastico ridimensionamento sotto forma di tagli vertiginosi alla spesa pubblica, specie quella sociale (per pensioni, sanità, istruzione, servizi, ecc.), spesso veicolata da regioni ed enti locali su cui la scure si abbatte in modo cieco.

Agisce in tal senso la generalizzazione delle linee di austerità draconiana imposte ai paesi europei – quando l’epicentro della crisi si è spostato in Europa e ha aggredito i debiti sovrani – dal duo Merkel-Sarkozy, in conseguenza di una diagnosi gravemente sbagliata, invertente la relazione di causa-effetto e misconoscente che i debiti pubblici sono cresciuti per fronteggiare la crisi e non viceversa. L’austerità draconiana da un lato compromette le prospettive di crescita facendo precipitare i paesi europei nella recessione, dall’altro riapre spazi alle privatizzazioni in tutte le direzioni e al depotenziamento del ruolo dello Stato, nuovamente ridotto a “Stato minimo”.

La crisi economico-finanziaria ha attizzato il fuoco sotto problematiche che covano da tempo un potenziale esplosivo, dalla crescita delle diseguaglianze agli squilibri territoriali, al depauperamento del capitale sociale e dei patrimoni infrastrutturali, alla dequalificazione dei sistemi educativi e delle strutture di welfare, al riscaldamento climatico e alle questioni ambientali generali. Trattare queste problematiche implica tornare a un incisivo intervento pubblico – che non si limiti e a regolare e a liberalizzare – e ridare cittadinanza a una parola troppo a lungo negletta: programmazione (Giddens, il teorico della terza via semiliberista di Tony Blair, dice addirittura “pianificazione”).

La programmazione e la politica industriale assumono questioni che il mercato non può risolvere: la scelta di quanto investire (e perciò risparmiare) nell’aggregato, la direzione che le nuove tecnologie debbono intraprendere, la decisione di quanto peso e quanta urgenza dare ai problemi ambientali, il ruolo da assegnare alla scuola, alla conoscenza scientifica, alla cultura. Inoltre, ogni crisi, tanto più se severa come l’attuale, forza e accelera il ritmo del cambiamento strutturale. Questa consapevolezza è tanto più cruciale oggi che la crisi globale fa maturare condizioni per porre al centro di un nuovo modello di sviluppo green economy, beni comuni, beni sociali.

Solo un rinnovato intervento pubblico a scala europea inteso in termini di “sfera pubblica”, potrà affrontare le esigenze che oggi si pongono.

La prima riguarda l’opportunità che tutti i paesi e le aree (come, in particolare, quella europea) facciano maggiormente leva per il proprio sviluppo sulla loro domanda interna. Ciò è necessario se si vogliono correggere i global imbalances all’origine della crisi. Del resto Keynes fin dal 1944 segnalava che paesi che avessero puntato esclusivamente sulla crescita

trainata dalle esportazioni sarebbero stati inevitabilmente in conflitto tra di loro.

Correlata alla opportunità di puntare sulla domanda interna c’è la seconda esigenza, la quale concerne la necessità di fare maggiore spazio nelle nostre economie e nelle nostre società a consumi collettivi, anche considerando quanto esteso sia stato il consumismo individualizzato deteriore indotto dal neoliberismo. Consumi collettivi richiedono investimenti pubblici. L’operatore pubblico deve svolgere una funzione di traino, ma gli strumenti a cui può ricorrere sono molteplici e tutti aperti alla possibilità di coinvolgere gli operatori privati, specie se si sfrutta la dimensione europea, come avviene nelle proposte di eurobonds e di europrojects.

La terza esigenza si manifesta nella congiunzione redistribuzione/allocazione, perché mai come nella situazione presente questioni di allocazione e questioni di redistribuzione appaiono inseparabili. Al centro debbono starci non solo gli interrogativi sui meccanismi di

acquisizione dei guadagni di produttività, sui modelli contrattuali, sulla regolazione del mercato del lavoro, sulla possibilità di fare ricorso a “minimi” e “massimi” retributivi, ma anche quelli su come creare direttamente lavoro per iniziativa di agenzie pubbliche e strutture istituzionali ispirate al New Deal, del tipo di quelle alle quali sta lavorando Obama (si pensi alla banca pubblica per le infrastrutture).

La quarta esigenza è quella di considerare simultaneamente domanda e offerta. Per l’Europa, ad esempio, è vitale utilizzare pienamente la forza della domanda interna.

La quinta esigenza, infine, riguarda la necessità di interconnettere innovazione tecnologica e innovazione sociale, vale a dire di finalizzare un intensificato processo di ricerca di base e di ricerca scientifica e tecnologica alla soddisfazione di nuovi bisogni e di nuove emergenze sociali: benessere umano e civile, rivoluzione verde, sviluppo delle città e di territori risanati anche grazie a una agricoltura di qualità, invecchiamento demografico, salute, immigrazione integrata e così via.

Laura Pennacchi da www.tamtamdemocratico.it

La crisi e le proposte di un cittadino attivo (di Aldo Cerulli)

Siamo cittadini attivi e vogliamo provare a cambiare le cose.

Considerata la situazione internazionale è difficile sfuggire all’idea che siamo tutti sottomessi allo strapotere della finanza che si esprime con la crisi dei sistemi bancari che si sono dedicati alla speculazione invece che al loro mestiere. Gli Stati hanno l’acqua alla gola perché si sono caricati di una immensa mole di prestiti e adesso i governi pensano che la via d’uscita sia spremere i cittadini per far pagare a loro il conto della crisi con misure che sono un affronto alla moralità, all’equilibrio sociale oltre che essere un palese disincentivo alla crescita economica.

E’ infatti evidente che le categorie “forti” che sanno come difendersi possono trovare molti modi per non pagare la crisi. Invece, quando si mette il limite di 486 Euro per la rivalutazione piena in base all’inflazione delle pensioni si sta togliendo qualcosa di essenziale per chi è debole.

Io dico che così, forse l’Italia riuscirà a non fallire, ma a prezzo del fallimento dello Stato sociale!

Gli sprechi del passato non ci sono stati per “il buon cuore” dei governi come ha detto Monti giorni fa, ma per le tante scelte che hanno scaricato sulle casse dello Stato privilegi ed errori. Fra i privilegi ovviamente non si possono non mettere quelli dei politici e dei partiti che hanno goduto in silenzio di guadagni e finanziamenti ingiustificabili e ora vorrebbero far valere i diritti acquisiti. Proprio ciò che è negato alle persone comuni che dovranno restare al lavoro per altri 6-7 anni prima di andare in pensione. Va bene, ma ci si è chiesti cosa significherà avere tanti ultrasessantenni al lavoro? Sicuramente ci rimetteranno sia l’efficienza che la produttività, la gente starà a lavorare quegli anni in più di malavoglia, cercando più che altro di stare in parcheggio, di tirare avanti fino al gran giorno, nervosa e con acciacchi dovuti all’età. Per non parlare di quelli che saranno licenziati e a 60 anni dovranno mettersi a cercare un lavoro. Un dramma vero. A me non sembra che così si salvi l’economia.

E veniamo alla questione del “posto fisso”, battuta poco felice di Monti, ma problema reale. Intanto è ovvio che oggi il giovane cerca un posto di lavoro innanzitutto.

Vediamo che la discussione sul lavoro che manca si ferma troppo sull’art. 18. Al riguardo la penso così: già in un non lontano passato si era cercato di abolirlo perché ritenuto disincentivante alle assunzioni da parte di piccole imprese con organico di 15 dipendenti e le OOSS barattarono il suo mantenimento con il consenso alle assunzioni a termine (un tempo consentite solo per carichi stagionali di lavoro)…da qui iniziarono a proliferare le società di “lavoro in affitto” …un mero appalto di mano d’opera…anche esso un tempo vietato dalle normative sul lavoro; i più fortunati, si fa per dire, invece vennero assunti con contratti Co.Co.Co., poi diventati Co.Co.Pro. quando partirono i primi ricorsi contro le assunzioni simulate.

Tutti sanno che questi “precari del lavoro” (nel settore privato e in quello pubblico), non potranno mai chiedere un mutuo ad una banca per acquistare una casa…in quanto non possono presentare un “cedolino paga” che presenta la dizione “assunzione a tempo indeterminato”. Quindi la condizione di precario non può durare a lungo a meno che non cambino anche tante altre regole (come quelle delle banche per esempio).

La vera tutela è quella contro le discriminazioni mentre, invece, è giusto che si possa allontanare chi sfrutta il lavoro degli altri, chi si assenta con presunte malattie strategiche, chi crea danni all’azienda, insomma chi…credendo di aver conquistato a vita il posto di lavoro…non sa mantenerselo e lo leva a chi potrebbe meritarlo veramente.

L’Art. 18 è allora per me solo un falso problema che può anche fare da alibi a chi governa mascherando l’incapacità di combattere la disoccupazione giovanile.

Tutela contro le discriminazioni significa che:

  1. al personale femminile in attesa di prole dovrà essere garantito il posto di lavoro  per la durata di almeno tre anni dalla nascita del figlio e nell’ipotesi, dopo tale data, di licenziamento effettuato in assenza  di giusta causa o giustificato motivo diritto ad un indennizzo e al trattamento di disoccupazione (in parte a carico del datore di lavoro) per almeno due anni.
  2. ai rappresentanti interni del Sindacato viene garantito il posto di lavoro e durante l’espletamento del loro mandato non possono essere soggetti a licenziamento se non per giusta causa, giustificato motivo o per riduzione collettiva del lavoro; in caso di violazione di tale norma si dovrà corrispondere un indennizzo equivalente a tre annualità di stipendio.
  3. A tutti i licenziati lo Stato, con il concorso del datore di lavoro, dovrà garantire adeguati ammortizzatori sociali e frequenza a corso di riqualificazione finalizzati al ritorno al lavoro.
  4. abolizione di tutte le forme di lavoro a termine e di assunzioni anomale;
  5. bonus fiscali (sei mesi di retribuzione) per chi assume persone fino a 35 anni di età;
  6. due anni di sgravi fiscali al datore di lavoro che assume ultra quarantenni che hanno perso il posto di lavoro.
  7. Modifiche alle norme sul processo di lavoro che ne abbattano la durata fino a sei mesi per il primo grado.

Queste sono proposte ed ipotesi che ho elaborato da semplice cittadino attivo. Invito anche altri a fare lo stesso. Soltanto un’intelligenza collettiva potrà farci fare un passo in avanti.

Aldo Cerulli

Atene e Roma, democrazie al tramonto (di Salvatore Aprea)

Il “paradigma” nel linguaggio comune è un modello di riferimento, un termine di paragone. La parola deriva dal greco antico paràdeigma, che significa esempio. Proprio la Grecia, con la sua storia recente, sta offrendo un eccellente paradigma sul modo di distruggere progressivamente una democrazia o far sì che non nasca mai, descritto con cura dallo scrittore greco Petros Markaris. Perché ci interessa il modello ellenico? Perché molte degenerazioni somigliano alle nostre e osservare da lontano chi ci somiglia può aiutarci a capire chi siamo diventati. D’altronde, tanto per abusare dei luoghi comuni, “italiani e greci, una faccia e una razza”……

Il paradigma greco

Da decenni il parlamento greco è avvolto da un apparato parallelo di potere composto da due fazioni che Markaris definisce il “partito del Moloch” e il “partito dei profittatori”. A quest’ultimo appartengono tutte le aziende che negli ultimi trent’anni hanno beneficiato del sistema clientelare, a incominciare dalle imprese edilizie che si sono arricchite grazie alle Olimpiadi del 2004, aggiudicandosi commesse pubbliche a cifre stellari. Tra i profittatori vi sono anche gli evasori fiscali – soprattutto professionisti con redditi alti, verso i quali le autorità hanno sempre mostrato grande tolleranza – e le aziende che riforniscono gli enti pubblici, come le ditte che vendono farmaci e apparecchiature mediche agli ospedali. Recentemente il ministero della salute di Atene ha costituito un ufficio per l’acquisto di medicinali con aste via internet, mettendo a disposizione per i primi acquisti 9.937.480 euro, pari alla spesa storica del settore. Comprando i farmaci online il ministero ha speso solo 616.505 euro, il 6,2 per cento della somma assegnata, così i greci hanno scoperto quanti soldi ingoiava il vecchio sistema. Il denaro pubblico sperperato finora, ovviamente, non è finito tutto nelle tasche del partito dei profittatori perché i partiti hanno intascato colossali contributi e anche perché le imprese corrotte hanno finanziato le campagne elettorali dei deputati e assicurato ai loro familiari posti di lavoro ben retribuiti. Lo stretto legame dei profittatori con il partito al governo e i suoi ministri – e il suo costo per la collettività – è sempre stato di dominio pubblico negli apparati dello stato, ma coperto da una coltre di silenzio.

L’occupazione dello stato

Il partito del Moloch – nome usato non a caso per designare un’organizzazione che assorbe grandi risorse come se fossero sacrifici ad una divinità – arruola i suoi militanti nell’apparato dello stato e nelle imprese pubbliche ed è diviso in due correnti: i sindacalisti da un lato e gli impiegati e i funzionari pubblici dall’altro. È questa la fazione esterna al parlamento su cui fa affidamento il partito di governo del momento ed è il garante del sistema clientelare, essendo formato per lo più da quadri e funzionari di partito. I dipendenti pubblici del partito del Moloch, ovviamente, non sono tutti uguali. Una parte dei suoi militanti sono, per esempio, funzionari che si sono guadagnati il posto di lavoro con un concorso e non tramite protezioni politiche. Sono gli unici dipendenti pubblici che lavorano, svolgendo anche il lavoro degli altri e quindi diventando loro stessi vittime del sistema. Gli altri, invece, hanno stretto un’alleanza non solo con i partiti al governo, ma anche con il partito dei profittatori.

L’origine di questa fazione risale agli anni cinquanta, dopo la guerra civile, quando i nazionalisti si impadronirono dell’intero apparato statale, collocando ovunque uomini di loro fiducia come premio per la lealtà agli ideali nazionalistici e monarchici. Nel 1981, dopo l’ingresso della Grecia nella CEE, per la prima volta andò al governo il partito socialista, il Pasok, e trasformò il metodo dei nazionalisti in una tradizione politica. Inizialmente la prassi fu giustificata con motivi condivisibili dagli elettori. Per il Pasok, dopo la lunga egemonia delle forze di destra, l’apparato statale era divenuto pregiudizialmente ostile alla sinistra. I socialisti per poter governare, quindi, dovevano mettere uomini di fiducia nei posti chiave dell’amministrazione. Ben presto tutto l’apparato statale fu occupato dagli uomini del Pasok. Quasi la metà degli iscritti al partito fu premiata con un posto nella pubblica amministrazione. Da allora e fino all’ultima crisi tutti i governi greci hanno applicato questo meccanismo. Per trent’anni, grazie ai sussidi europei i soldi non sono stati una preoccupazione e quando non sono più bastati, sono stati presi in prestito.

Il Pasok è anche responsabile della nascita della seconda componente del partito del Moloch, quella dei sindacalisti. Andreas Papandreou, fondatore del Pasok e primo presidente del consiglio socialista, dal 1981 al 1989 governò il paese come un monarca e mantenne il potere affidandosi a un’aristocrazia. Nacque così una specie di nobiltà di corte, composta da ministri e dirigenti di partito. Al suo fianco c’era un’aristocrazia cittadina, formata da funzionari del sindacato e del partito collocati nell’apparato dello stato e nelle sue aziende, affiancata a sua volta da un’aristocrazia nazionale, costituita da funzionari che elargivano agli agricoltori i sussidi stanziati dall’Unione europea. Le istituzioni democratiche, in queste condizioni, in qualche modo funzionavano lo stesso, anche se chi godeva della benevolenza del re poteva ricevere poteri illimitati, mentre il notabile che cadeva disgrazia perdeva il posto con una sola parola del sovrano.

L’accordo con il partito al governo ha enormemente accresciuto il potere e i privilegi dei sindacati della funzione pubblica. I sindacati greci non hanno potere sui lavoratori del settore privato, ma hanno un potere pressoché illimitato nel settore pubblico, che permette loro di proclamare uno sciopero in qualsiasi momento, mobilitando una decina di migliaia di dipendenti pubblici. Le aziende non osano opporsi ai sindacati, temendo la collera dei partiti al governo.

Oggi la Storia sta presentando il conto ad Atene.

Tramonti romani

Il quadro del proprio paese dipinto da Markaris è impietoso. Raffigura il simulacro di una democrazia che dovrebbe farci riflettere. Somiglia, infatti, a ciò che noi siamo diventati negli ultimi 30 anni. In fondo il sistema greco di collocare uomini di fiducia del governo in carica nei posti chiave in cosa differisce, se non nel nome, rispetto allo spoil system nostrano? Non basta disporre del diritto di voto per ritenere di vivere in un paese realmente democratico. D’altronde anche nella Russia di Putin viene esercitato il diritto al voto, ma chi definirebbe quella russa una democrazia? Anche durante il ventennio mussoliniano i cittadini furono chiamati alle urne, nel 1929 e nel 1934, ma quei plebisciti di tipo bulgaro non hanno nulla da spartire con la democrazia. I partiti attuali, governati da un leader e dai propri colonnelli, hanno ben poco di democratico al loro interno: se i principi della democrazia non fanno parte del loro dna, come è possibile ritenere che i partiti siano in grado di applicarli al loro esterno?

L’agonia della prima repubblica dura ormai da vent’anni, un tempo in cui in troppi abbiamo accettato di essere progressivamente retrocessi da cittadini al rango di consumatori, ripiegandoci sempre più nella sfera privata. Riacquistare la nostra capacità critica verso ciò che accade intorno a noi è il primo passo per tornare ad essere cittadini. Non possiamo più accettare di ascoltare dichiarazioni inutili di sedicenti leader politici che hanno ampiamente dimostrato di non avere nulla da dire e dare ascolto a dei mezzi di comunicazione che troppo spesso si riducono a fare da megafono. Cominciamo a cercare le informazioni da tutte le fonti che possono consentirci di riflettere sul nostro passato e sul futuro che ci attende. Scrive Markaris, rivolto ai propri connazionali: “…saremo vittime della crisi: nel migliore dei casi per due generazioni e nel peggiore per tre. I veri perdenti di oggi sono i giovani. Ma domani sarà tutto il paese a crollare, perché nel giro di pochi anni mancheranno forze nuove”. Tutto ciò vale anche per il nostro paese: lasciare che tutto scorra non si può più.

Salvatore Aprea da www.lib21.org

Gli scenari del cambiamento (di Aldo Bonomi)

Riproduciamo il primo di una serie di articoli che il sito www.lib21.org intende pubblicare sulle possibili vie d’uscita dalla crisi finanziaria ed economica che ha colpito i paesi occidentali.

Aldo Bonomi, sociologo, è direttore dell’AASTER di Milano, apre il dibattito.

La crisi come metamorfosi

La macina della grande trasformazione da cui origina la crisi sta arrivando ad un punto di svolta. Vengono al pettine i nodi di un lungo ciclo neoliberista che ha scardinato gli equilibri consolidati tra politico, sociale ed economico. L’egemonia della finanza globale ne è stata il fluido corrosivo, prima con il volto suadente dell’inclusione “via subprime”, oggi con quello inquietante di uno stato d’eccezione che azzera l’autorità del politico, precarizza le Costituzioni e liquefa le basi della sovranità intesa come spazio del welfare e dei diritti. Democrazia e mercato ritornano a percorrere strade divergenti. Lo smarrimento delle sinistre europee arresesi di fronte all’esplosione della bolla dei debiti sovrani sta esattamente nell’aver perduto la cifra di fondo del rapporto tra questi due poli della civiltà occidentale. Per riprendere il bandolo della matassa dobbiamo capire anzitutto che l’attuale fase non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, della carovana nel deserto, quanto della metamorfosi: il sistema sta diventando altro e quindi anche i soggetti che vi agiscono devono radicalmente mettersi in discussione vivendo dentro le trasformazioni della polis, non delegando ai poteri della governance tecnocratica o ritirandosi nei paradisi artificiali del post-moderno e del post-ideologico. Facendo in primo luogo chiarezza. Dunque iniziamo con il dire che proprio sulla crisi e sulle sue possibili uscite mi sembrano all’opera oggi almeno tre ideologie anche se intese come forme di pensiero debole.

La prima ideologia sostiene che siamo di fronte ad una vera e propria crisi di sistema, ad un deragliamento generale che ha alla sua radice il rapporto ormai insostenibile tra civilizzazione e natura. La crisi è sistemica e dunque scorciatoie che ripropongano tal quale l’architettura del welfare novecentesco oggi sono difficilmente praticabili. E dunque anche i modelli di rappresentanza, le culture politiche, le forme di organizzazione dell’impresa come del lavoro devono essere coerenti con questa natura della crisi. Aveva ragione Braudel quando parlando dell’ascesa dell’Inghilterra a spese della potenza finanziaria olandese nel capitalismo di fine XVII secolo, suggeriva l’idea della transizione egemonica. E’ forse presto per sostenere con ferrea certezza ipotesi decliniste vista la potenza militare e finanziaria che l’asse atlantico continua a mantenere. Certo è che l’egemonia del pensiero occidentale pare in crisi. Viviamo probabilmente l’ultimo esito di un lungo ciclo partito con le decolonizzazioni degli anni ’50 e ’60 in cui la presa politico militare dell’Europa sul resto del mondo è stata definitivamente scossa. Oggi sono paesi europei ad essere visitati da missioni di “salvataggio” del Fondo Monetario Internazionale o a mandare missioni a Pechino o nelle altre capitali dei BRICS per proporre l’acquisto di pacchetti del debito pubblico europeo ai fondi sovrani. Se l’analisi può essere condivisibile, è però la proposta del paradigma della “decrescita felice” come uscita che mi lascia piuttosto perplesso. La dico con una battuta: a meno di non considerarla una innocua forma di prosumerismo da lasciare alla libera iniziativa individuale, sarà necessario utilizzare i carri armati nelle strade per applicare la decrescita sistemica. Anche la posizione di chi sostiene “ma perché dobbiamo pagare noi il debito?” mi pare non tenga conto che il default lo pagherebbe la parte più debole. In questa galassia la posizione importante mi pare invece quella degli indignati americani con l’intuizione del 99 % contro l’1 %, sorta di interclassismo della moltitudine che mostra come la crisi odierna non tocchi solo i ceti proletari del ‘900 ma anche i ceti medi: in Italia il 10 % della popolazione detiene oggi il 50 % della ricchezza. Potenzialmente la base per un’alleanza sociale non fosse che, come ha giustamente osservato R. Rossanda, quel 99 % è massa senza classe priva ancora di coscienza dell’essere soggetto. Un passaggio che esige la rimessa a tema della rappresentanza e delle sue funzioni nell’epoca della crisi democratica. Fino ad arrivare ad una nuova costituzionalizzazione di un rapporto tra politica e mercato che ne incorpori il diritto/responsabilità di governare il mercato, non di governare per il mercato o di governare a causa del mercato come oggi accade con il Governo Monti.

La seconda posizione è quella che potremmo definire “della morfina tecnocratica“, che sostiene che in fondo non è accaduto nulla, che occorre soltanto compiere aggiustamenti strutturali dei mercati per accompagnare il sistema al suo nuovo equilibrio di mercato. Per breve tempo è stata anche una ipotesi credibile ad inizio secolo con una finanza che si presentava come canale di integrazione in mercati aperti a tutti. L’attuale governo è almeno in parte espressione diretta di quelle tecnicalità che avevano gestito proprio quella fase. Il tutto dentro la crisi di una politica che non ha saputo cogliere l’occasione di ridisegnare il proprio ruolo in modo non ancillare rispetto all’economia. Cedendo il passo al mito del governo degli ottimati. Un passaggio su cui andrebbe riflettuto anche in termini di equilibri interni alle borghesie di questo paese perché è evidente che l’ascesa di élite centrali e metropolitane come quelle che costituiscono il Governo Monti segna per molti versi il tramonto dell’egemonia di una neoborghesia diffusa del capitalismo molecolare e dei distretti. Mettendo in tensione come mai dalla nascita delle liberaldemocrazie di massa il rapporto tra mercato e democrazia. Tensione che porta con sé il tema della “costituzione abortita” nel senso della costituzione europea. Su questo punto bisogna essere chiari: non si va oltre l’ipotesi della morfina tecnocratica se non si abbraccia pienamente una prospettiva di democrazia europea.

E dunque, tra questi due poli non ci può essere lo spazio di una faticosa “terza via”? Penso che dentro la metamorfosi di un capitalismo che si ridisegna si può ragionare su una uscita del dopodomani utilizzando il concetto di “green economy”. Concetto ormai precocemente abusato, me ne rendo conto. Spesso utilizzato come scatola semantica buona per tutti i contenuti e gli usi. Con forti margini di ambiguità e sovrapposizione anche rispetto alle due ideologie alternative appena accennate. Green economy è in primo luogo il capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. Ne fa motore di un nuovo ciclo. E’ un discorso che incorpora il tema della sobrietà dei consumi e di una nuova strategia keynesiana di nuovi investimenti. Tuttavia l’idea di green economy se situata nelle condizioni reali del ciclo capitalistico che stiamo vivendo, può aiutarci a ricostruire su basi nuove filamenti di rappresentanza fuori dalle secche della governance. Per evitare equivoci però il concetto va spacchettato, smontato dall’interno. Perché a ben vedere ne possiamo identificare almeno tre versioni, le quali assumono significati ed esiti politici opposti tra loro.

In primo luogo, green economy sul piano delle economie mondiali è anche una grande bolla finanziaria (la prossima?) con la finanziarizzazione delle commodities alimentari e l’accaparramento delle terre agricole in Africa e in America Latina per produrre combustibili alternativi al petrolio in via di esaurimento. E’ di fatto una forma di neocolonialismo nel tempo della finanza globale che sta conducendo all’esplosione dei prezzi delle risorse vitali ed è stata una delle scintille di esplosione delle rivolte nordafricane nell’anno che si chiude. Al polo opposto esiste anche una seconda declinazione di green economy, legata all’idea di una diversità dei modelli di capitalismo e, nel caso dell’Italia, alla radice territoriale e localistica del nostro apparato produttivo. Una green economy territoriale, dal basso, che segue tre canali. Il primo è l’evoluzione del capitalismo molecolare, come adattamento delle economie produttive di piccola e media impresa sul lato della compatibilità ambientale delle produzioni, di una innovazione leggera dei processi produttivi e del design dei prodotti. Il secondo l’evoluzione di una tendenza al vivere “borghigiano”, la propensione ad una migliore qualità localistica della vita tipica dello spleen metropolitano di ampi segmenti di ceto medio riflessivo protagonista a partire dagli anni ’90 di una evoluzione postmaterialista degli stili di vita e di consumo. Che fa da base sociale e culturale a fenomenologie come Slow Food, Eataly, reti e accademie del gusto proliferate sul territorio, ecc. Un fenomeno che riattiva e incanala sul mercato tradizioni locali, a cavallo tra economia e rappresentazione sociale che organizza filiere produttive e nel medesimo tempo ha sbocchi di tipo partecipativi e democratici importanti. Terzo, green economy dal basso è anche nuovo lavoro, inteso sia come problema di una nuova qualità del lavoro che come nuova composizione sociale e nuovi bisogni. E’ l’emersione di pratiche di mutualismo che affrontino l’impatto della crisi del debito sulla vita quotidiana, riguarda la capacità di tutela e gestione partecipata dei beni comuni, delle reti, dello stesso credito, organizzandola a livello locale dentro le città e nei territori.

In mezzo tra finanza e territorio si colloca una visione della green economy che, in mancanza di etichette più adeguate, definisco neo-keynesiana e che per quanto mi riguarda rappresenta la vera sfida se si vuole rimettere con i piedi per terra il rapporto tra capitale e democrazia. Si tratta di pensare ad una terza rivoluzione industriale che abbia come scopo quello di spingere in avanti la frontiera della discontinuità tecnologica ad esempio sul piano della questione energetica per sostituire un’era del combustibile fossile e della chimica derivata. Ma per farlo occorre la costituzione di infrastrutture e di poli che abbiano la massa d’urto adeguata. E’ chiaro che tutto ciò significa ripensare il ruolo del pubblico fuori sia dai vecchi schemi dell’Iri che dalle retoriche neoliberiste. Un ruolo che va declinato a cavallo tra centro e periferia del sistema. In Italia abbiamo poli di eccellenza su questo fronte, non siamo all’anno zero. Al centro le grandi aziende come ENI, ENEL, la cui funzione deve essere discussa, sul territorio la rete delle multiutilities eredi delle vecchie municipalizzate rappresentano punti di possibile ancoraggio. Un neo-keynesismo che dovrebbe tuttavia avere come punto centrale non l’accentramento nelle mani dello stato-nazione quanto la capacità dei poli d’eccellenza di fungere da fertilizzatori della green economy territoriale con un nuovo rapporto centro-periferia.

Una sfida che può rimettere a tema la capacità della rappresentanza politica di governare i processi. Senza la quale la partita tra democrazia e tecnocrazia rischia di essere già decisa.

Aldo Bonomi da www.lib21.org

Capitali scudati contro capitale umano? (di Adriana Bizzarri)

Come tanti cittadini e cittadine italiani sto vivendo con speranza, con trepidazione ma anche con sorpresa ed indignazione, queste ore difficili della vita del nostro paese, emblematicamente rappresentate da una manovra economica (la quarta in pochi mesi) che dovrebbe farci uscire dal tunnel nel quale siamo precipitati o, meglio, ci hanno spinto decenni di inadeguatezza di ampi settori della classe politica, nazionale e locale, di difesa strenua di interessi corporativi, di crisi globale della finanza.

Sorvolo sui primi due sentimenti, soffermandomi, invece, su sorpresa e indignazione.

La sorpresa: leggendo il testo della manovra e degli emendamenti alla ricerca di provvedimenti che riguardassero la scuola che, per definizione, dovrebbe rappresentare la crescita, lo sviluppo, il rilancio di un paese, ahimè ho trovato ben poca cosa: rilancio dell’Invalsi e investimenti per le scuole a rischio sismico. E’ già qualcosa ma è troppo poco (in termini di risorse previste) rispetto, per citare solo uno dei problemi principali della scuola italiana, alla necessità di porre mano all’emergenza dell’edilizia scolastica che denunciamo da 10 anni.

Da qui l’indignazione: perché non si è deciso di intervenire con più coraggio, per esempio, sull’aumento della tassazione dei capitali scudati (stesso discorso potrebbe essere fatto per l’istituzione di una patrimoniale) imitando l’esempio dei paesi a noi più vicini, destinandone una significativa quota parte al rilancio dell’edilizia scolastica?

In queste ore accanto a coloro che paventano dubbi sull’applicazione del prelievo a questi capitali si sono aggiunte altre voci di chi, invece, come noi, ritiene possibile e auspicabile un ritocco verso l’alto del prelievo da applicare a questi fondi: Ma nessuno ha proposto di destinarne una parte significativa ad un BENE COMUNE quale è quello rappresentato dalla scuola.

Perché non elevare al 4%-5% il prelievo sui capitali scudati rientrati in Italia e destinarne la metà a favore dell’edilizia scolastica?

Se a questo, poi, aggiungessimo, l’allentamento del patto di stabilità su Comuni e Province per favorire l’utilizzo di fondi stanziati ma bloccati sull’edilizia scolastica (4 miliardi di euro, secondo alcuni) e lo sblocco del II° stralcio dei Fondi Cipe (FAS) di circa 400 milioni di euro, il capitale a disposizione dell’edilizia scolastica pubblica sarebbe finalmente consistente e potrebbe davvero determinarne la rinascita.

I vantaggi sarebbero consistenti sia in termini di effetti diretti (recupero patrimonio edilizio pubblico) che indiretti (moltiplicazione delle risorse investite) tra i quali:

  1. dare una sterzata significativa alla drammatica emergenza rappresentata dallo stato di insicurezza e fatiscenza di almeno la metà degli edifici scolastici (42.000)
  2. lavorare non solo alla sicurezza ma anche al miglioramento complessivo di quelli sui quali valga la pena investire (es. interventi per l’applicazione delle misure antisismiche, per il miglioramento energetico, ma anche rottamazione e sostituzione degli edifici irrecuperabili)
  3. rimettere in moto l’economia reale, con l’avvio di una grande opera pubblica, anche e soprattutto, in un tempo di austerità e di crisi, con il supporto di soggetti anche privati
  4. investire sui più giovani a partire dalla creazione di ambienti attrezzati, confortevoli, piacevoli che favoriscano e stimolino l’apprendimento piuttosto che rattrappire corpi e anestetizzare cervelli.

Voce di una che “grida nel deserto”? Può darsi, ma i cittadini e le loro organizzazioni (in particolare penso ai giovani, alle famiglie, al personale della scuola) non solo hanno il diritto di dire la loro sulla manovra ma anche il dovere di mobilitarsi per renderla più efficace, più produttiva, più vicina agli interessi e alle necessità dei cittadini, soprattutto più giovani.

Adriana Bizzarri resp. scuola Cittadinanzattiva

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