Al capolinea il modello Italia: è ora di cambiare (di Claudio Lombardi)

Sempre più l’esistenza del governo Monti e la manovra che ha presentato si rivela come il punto di arrivo di una lunga evoluzione della storia nazionale.

Ieri su Repubblica Gustavo Zagrebelsky si domandava: “quando tutto questo sarà finito, che cosa sarà della politica e delle sue istituzioni? Diremo che è stata una parentesi oppure una rivelazione?”

Non si tratta della legalità costituzionale perché, sotto questo profilo, “il Presidente della Repubblica ha fatto un uso delle sue prerogative che è valso a colmare il deficit d’iniziativa e di responsabilità di forze politiche palesemente paralizzate dalle loro contraddizioni”.

L’analisi di Zagrebelsky si concentra, invece, “sulla sostanza costituzionale” e su questa osserva che “di fronte alla pressione della questione finanziaria e alle misure necessarie per fronteggiarla, i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera bianca, riconoscendo la propria impotenza, e si sono messi da parte. Nessun partito, nessuno schieramento di partiti, nessun leader politico, è stato nelle condizioni di parlare ai cittadini”. E ancoraNé la maggioranza precedente, che proprio di fronte alle difficoltà, si andava sfaldando; né l’opposizione, che era sfaldata da prima. Niente di niente e, in questo niente, il ricorso al salvagente offerto dal Presidente della Repubblica con la sua iniziativa per un governo fuori dai partiti è evidentemente apparsa l’unica via d’uscita. Insomma, comunque la si rigiri, è evidente la bancarotta, anzi l’autodichiarazione di bancarotta”. “In un momento drammatico come questo, con il malessere sociale che cresce e dilaga, con la società che si divide tra chi può sempre di più, chi può ancora e chi non può più, con il bisogno di protezione dei deboli esposti a quella che avvertono come grande ingiustizia: proprio in questo momento i partiti sono come evaporati. Corrono il rischio che si finisca, per la loro stessa ammissione, per considerarli cose superflue”.

È un’analisi lucida assolutamente condivisibile (cfr anche http://www.civicolab.it/?p=1581 ) e preoccupante perché indica il punto estremo di involuzione cui è giunto il nostro sistema democratico che non è più in grado di produrre decisioni utili alla collettività avviluppandosi in pratiche di governo che, senza risultati che non siano la sopravvivenza, hanno portato ad uno spreco di risorse colossale.

La consistenza del debito pubblico dal 1991 ad oggi ha sfondato il muro del 100% del Pil. In pratica ogni anno lo Stato ha preso in prestito una somma superiore al valore di tutte le attività economiche prodotte in Italia. Il valore nominale dei prestiti contratti negli ultimi 20 anni ammonta a 26.615 miliardi di euro. Se si ricalcolano gli importi per riportarli ai valori attuali questa cifra aumenta e non si è lontani dal vero ipotizzando un prelievo di circa 40.000 miliardi di euro (circa 80 milioni di miliardi delle vecchie lire). Ovviamente questo non rileva per l’ammontare dello stock del debito, ma per l’incidenza della spesa per interessi che, rapportata a quel volume di prestiti, ha sempre costituito, negli ultimi venti anni, una palla al piede per la spesa pubblica. Anche non volendo calcolare l’ammontare esatto di questa cifra la si può facilmente immaginare di entità assai elevata. Di qui la domanda: per che cosa sono stati spesi tutti quei soldi?

Alla domanda facciamo ora seguire il confronto con lo stato del nostro Paese e domandiamoci che utilizzo vero è stato fatto di quei soldi. Se guardiamo la situazione dei servizi pubblici e delle infrastrutture o le condizioni economiche delle aree più arretrate o l’efficienza degli apparati pubblici o l’erogazione di prestazioni assistenziali per i giovani che sono alla ricerca di un lavoro dobbiamo concludere, quanto meno, che sono stati spesi male.

Questo è il dramma italiano: l’incapacità di utilizzare le risorse per migliorare le condizioni di vita e per crescere. Oggi in Italia è impossibile crescere: non possono farlo i giovani perché sono soli di fronte alla ricerca di un’occupazione che valorizzi le loro capacità; non possono farlo quelli che svolgono attività economiche che richiedono come presupposto un ambiente sociale e civile favorevole e, invece, si ritrovano a fare i conti con le molteplici forme di criminalità (spesso colluse con la politica) che rendono la vita difficile, per non parlare delle lentezze e degli ostacoli burocratici o dello stato dei trasporti e delle infrastrutture; non possono farlo quelli che vorrebbero fare i cittadini e che si trovano a lottare con un sistema chiuso che privilegia i gruppi di potere e le mille corporazioni nelle quali è frazionata la società.

E il dramma italiano è che tutto ciò è stato fatto nel quadro del sistema democratico fondato sui partiti.

La manovra del governo Monti è iniqua, su questo non ci sono dubbi, è inutile girarci intorno. Ma è iniqua perché questo governo non è il prodotto di un mutamento di classi dirigenti e non è portatore di un progetto di ricostruzione dell’Italia che ne sani i tanti mali accumulatisi fin dalla formazione dello Stato unitario.

Non se lo proponeva il governo Monti e non poteva che seguire un solco tracciato da decenni. Dov’è la novità nello scoprire che far pagare gli evasori è sempre la cosa più lenta e difficile quando su questo è stato costruito il patto sociale fin dagli anni ’50? Dov’è la novità nello scoprire che è sempre molto complicato battere i privilegi della Chiesa anche quando tutta la situazione grida che questo è il momento per cominciare? Dov’è la novità nell’accorgersi che un bene pubblico come le frequenze televisive lo si vuole regalare ai monopolisti controllati dal potere politico (Rai) e privato (Mediaset)? Sono circa venti anni che il conflitto d’interessi (per non parlare dei tanti reati comuni dei quali è accusato) è ben presente agli occhi dell’opinione pubblica e ciò non ha impedito che Berlusconi andasse al governo per tre volte con i voti degli italiani. D’altra parte nemmeno gli intervalli di governo delle forze a lui alternative hanno trovato il modo per porvi rimedio. Quindi di cosa ci meravigliamo?

Alla meraviglia si deve sostituire lo scandalo e la lucida determinazione a voltare pagina. Cominciando dalla manovra ovviamente. La pressione dell’opinione pubblica deve farsi sentire assumendo sia le motivazioni che hanno portato alla nascita di questo governo (salvare l’Italia raddrizzando i conti, riportarla in Europa da protagonista), sia gli obiettivi dichiarati della manovra.

Quindi a saldi invariati, anzi migliorati bisogna ottenere che la Chiesa paghi l’ICI sugli immobili non adibiti esclusivamente al culto; che le frequenze televisive siano fatte pagare favorendo non i monopolisti attuali, ma altri soggetti e che il loro uso non sia solo per le TV, ma anche per la banda larga di internet; che sui capitali scudati si applichi un’aliquota paragonabile a quelle già applicate nei principali paesi europei (se ci dobbiamo integrare cominciamo a farlo dagli evasori); che siano concentrate le forze su quei contribuenti che appartenendo a categorie di lavoro autonomo denunciano redditi ridicoli o che risultino intestatari di beni di lusso (barche, auto ecc); che siano ridotti gli acquisti di armamenti cominciando dai cacciabombardieri F35 (100 milioni l’uno). Come impegno del governo occorre che sia condotta un’analisi della spesa che porti alla cancellazione di enti inutili, sprechi e duplicazioni e che si orienti l’azione degli apparati del fisco e della Guardia di finanza alla lotta dell’evasione fiscale.

In tal modo si aumenterebbero le entrate in misura tale da: consentire di applicare la rivalutazione a tutte le pensioni fino a oltre 2mila euro mensili; di attenuare il passaggio al nuovo regime pensionistico per i lavoratori che hanno raggiunto i 40 anni di contributi; di introdurre indennità di disoccupazione per i giovani precari; di investire risorse per la sicurezza scolastica e per la mobilità.

Tutto ciò è possibile se si inizia a mettere in atto un nuovo modello di democrazia basato sulla partecipazione, sulla responsabilità, sulla condivisione e sull’equità unica base solida per costruire un futuro. Per questo è necessario che i movimenti, il popolo della rete, le associazioni e i comitati si mobilitino e intervengano con intelligenza e lungimiranza. Che mantengano viva e alimentino la memoria. L’obiettivo non è solo di spingere il governo a modificare le sue decisioni (di oggi e di domani), ma anche quello di costruire un’alternativa futura che segni la via d’uscita dalla crisi italiana abbandonando le strade del populismo, dell’affarismo, delle oligarchie irresponsabili, dell’individualismo egoista e anarcoide che rivendica l’illegalità come sua cifra culturale e come guida dei comportamenti di ognuno. E l’obiettivo è anche ridisegnare il nostro sistema democratico per sostituire alla centralità dei partiti la centralità della politica diffusa e condivisa, della cittadinanza attiva e nuove forme di rappresentanza e di partecipazione sociale alle decisioni e al controllo sulla loro attuazione.

Claudio Lombardi

Le frequenze, le aste e il nostro bene comune (di Enrico Grazzini)

Il regalo a Rai-set è uno scandalo da annullare subito. Ma anche un’asta “pulita” può rafforzare l’oligopolio dell’informazione. Servono altri strumenti per fare della comunicazione un bene comune

In flagrante conflitto d’interessi, il passato governo ha cercato di regalare preziose frequenze digitali a Rai-set (cioè a Mediaset più Rai, ambedue controllate dall’ex premier Silvio Berlusconi) con la gara gratuita avviata dall’ex ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, e grazie alle generosissime regole stabilite dall’attuale presidente dell’Autorità per le Comunicazioni Corrado Calabrò. Se l’attuale ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, non cambierà registro – come è invece auspicabile – Rai-set avrà in regalo qualche centinaio di milioni di euro. È invece assolutamente necessario che le frequenze pubbliche vengano fatte pagare a chi intende utilizzarle, e che non vengano cedute agli incumbent, le aziende dominanti.

L’asta non è tuttavia il meccanismo più adatto per assegnare le frequenze televisive, attribuendole a chi offre di più, come suggeriscono attualmente (e spesso tardivamente) alcune forze politiche di sinistra: “inventata” qualche decennio fa dagli ideologi anglosassoni del neoliberismo, l’asta è infatti un meccanismo di mercato, apparentemente puro, che favorisce i migliori offerenti, cioè le aziende finanziariamente più ricche, e quindi gli oligopoli delle comunicazioni. Ed è il tipico meccanismo adottato in Europa e negli Stati Uniti per assegnare le frequenze digitali ai potenti gestori mobili che offrono servizi commerciali molto remunerativi, come i servizi telefonici e l’accesso mobile a Internet. Fa guadagnare le casse dello Stato, e quindi anche i cittadini contribuenti, ma favorisce i giganti, e in generale chiude il mercato alla competizione. In Italia l’asta per le frequenze digitali mobili è stata vinta solo un mese fa dai colossi Telecom Italia, Vodafone e Wind, con poco spazio per H3G e nessun spazio per i nuovi entranti. I colossi della comunicazione hanno pagato 4 miliardi per l’autorizzazione all’uso delle frequenze per 20 anni. I soldi sono finiti nelle casse del Tesoro, a beneficio dei cittadini contribuenti.

In tutta Europa invece le frequenze televisive non sono mai state messe all’asta, perché sono indispensabili per la trasmissione dei programmi delle televisioni, che si ritiene svolgano un importante servizio pubblico, oltre che commerciale. Se l’asta non è il meccanismo migliore per favorire l’ingresso sul mercato di nuovi attori e assegnare le frequenze alle televisioni, è ancora più sbagliato concederle gratis alle tivù “amiche”, grazie a una “falsa gara” come quella attuale. Romani e Calabrò hanno infatti avviato una gara gratuita per concedere sei frequenze di tv digitale per 20 anni alle televisioni nazionali: in questa gara, cosiddetta beauty contest (concorso di bellezza), vincerà chi avrà maggiore copertura, impianti, esperienza televisiva, solidità patrimoniale, ecc. In base a questi criteri, Mediaset e Rai, che già dominano il mercato televisivo da decenni, hanno la garanzia matematica di vincere, consolidando il loro monopolio.

Quali possono allora essere le soluzioni per aprire il mercato a nuovi soggetti e a nuovi servizi? Qual è la maniera migliore per valorizzare il bene pubblico delle frequenze a vantaggio dei cittadini e dei contribuenti, e quindi anche a vantaggio delle casse dello Stato? E come è possibile lasciare delle frequenze libere per nuovi soggetti e per nuovi servizi, utili al pubblico? Come cominciare a liberare le frequenze pubbliche a favore dell’accesso universale e gratuito ai servizi di comunicazione di base? Come promuovere una politica favorevole all’Open Spectrum?

Di seguito, qualche semplice proposta:

1) Escludere sia Rai che Mediaset dalla gara in corso per le frequenze digitali: le due televisioni sono già semi-monopoliste dell’etere e hanno già cinque frequenze (o multiplex) a testa. Considerando che ogni multiplex può trasmettere sei canali televisivi, sia la Rai che Mediaset possono trasmettere già 30 canali tv a testa, più di quanto serva loro. Il governo Monti, che si intende molto di competizione, dovrebbe capire che è assurdo rafforzare il semi-monopolio che Rai e Mediaset già hanno sulle frequenze nazionali. La gara sulle frequenze della tv digitale è stata imposta dall’Unione Europea per aprire il mercato televisivo italiano congelato dal duopolio Rai e Mediaset (che in realtà è diventato il monopolio Rai-set, con Mediaset che attualmente domina anche in Rai), ed è quindi indispensabile che sia Rai che Mediaset in quanto incumbent vengano escluse dalla gara in corso.

2) Far pagare alle televisioni nuove entranti una cifra congrua, da versare nelle casse dello Stato a favore dei contribuenti, per le frequenze digitali. Ciò può avvenire non con il meccanismo d’asta, che come abbiamo visto premierebbe i più forti (e paradossalmente proprio Rai e Mediaset, che, insieme a Sky Italia, sono le tivù più ricche), ma facendo pagare un biglietto d’ingresso, per esempio di 100 milioni di euro, a chi partecipa alla gara e vuole prendere “in affitto” una frequenza. È stato fatto così per il GSM: i vincitori dovevano non solo dimostrare di avere certi requisiti, ma anche pagare un ticket per utilizzare una parte dell’etere.

3) Cedere le frequenze non per vent’anni, come recita l’attuale bando di gara, ma per un tempo più limitato, per esempio 12 anni.

4) Soprattutto, eliminare dal bando di gara la clausola che concede ai vincitori di vendere, dopo soli cinque anni, le frequenze ottenute gratuitamente, incassando centinaia di milioni di euro di plusvalenza netta su un bene pubblico. Questo era il vero regalo per Mediaset (anche se pochi politici lo hanno capito).

5) Alle nuove condizioni, è possibile che non tutte le società partecipanti alla gara vorranno proseguire: un conto è ricevere le frequenze gratis, un altro è pagarle con un salato biglietto di ingresso. Occorre inoltre tenere presente che la vera barriera nel mercato televisivo italiano non è la disponibilità delle frequenze, ma il congelamento del mercato pubblicitario, con Mediaset che ha il 40% dell’audience e oltre il 60% del mercato nazionale della pubblicità tv. La gara attuale mette in palio sei frequenze, ma non è detto che tutti vogliano pagare un sostanzioso ticket (diciamo 100 milioni) per vincere una frequenza/multiplex senza avere poi la possibilità di rivenderla e senza avere buone possibilità di guadagnare dalla pubblicità.

6) Le frequenze risparmiate potrebbero essere messe all’asta e/o lasciate libere per l’Open Spectrum. L’asta per l’accesso wireless di Internet mobile a banda larga – che è un servizio molto più utile di quello televisivo – garantirebbe un ottimo incasso per lo Stato, e quindi per i contribuenti, dal momento che le frequenze per i servizi mobili sono molto più remunerative di quelle per i servizi tivù, e possono valere anche 500 milioni l’una.

7) Occorre sottolineare che le nuove tecnologie intelligenti e multifrequenza (cosiddette “Software-defined radios”, Sdr) permettono ormai un uso aperto e condiviso delle frequenze, come già accade per esempio nel caso delle reti libere e gratuite del Wi-Fi. Sul piano strettamente tecnologico non è più necessario che lo Stato conceda le frequenze per un solo uso, per la sola televisione o per la sola comunicazione mobile. Le frequenze sono un bene comune, e, grazie alle tecnologie multifrequenza più innovative, le stesse frequenze digitali possono essere condivise per molti usi, evitando le interferenze. Attualmente le televisioni, i gestori mobili e le forze armate si mangiano tutto lo spettro radioelettrico, ma, in un’ottica più innovativa ed equa, lo spettro dovrebbe (e potrebbe) essere reso accessibile a tutti (quasi) gratuitamente (non a caso l’Open Spectrum è uno dei punti qualificanti dei programmi dei partiti Pirata di tutta Europa). In questa maniera Internet a banda larga diventerebbe un servizio universale per tutti i cittadini e sarebbe garantito l’accesso gratuito ed egualitario a Internet, alle conoscenze e alle informazioni del mondo.

8) Una politica alternativa e di sinistra dovrebbe incoraggiare la gestione autonoma, né privata né statale, dei beni comuni – come sono le frequenze, Internet e le risorse ambientali – da parte delle comunità interessate. In prospettiva, la gestione dello spettro libero, per il quale le aziende potrebbero pagare un canone d’uso, potrebbe essere delegata a un ente indipendente dedicato alla valorizzazione delle risorse frequenziali pubbliche, controllato democraticamente dalle comunità di utenti. Questo ente economico potrebbe ridistribuire le risorse incamerate a favore dello sviluppo di Internet e dell’informazione come servizio pubblico.

Enrico Grazzini da www.sbilanciamoci.info 9 dicembre 2011

Sprechi militari. Cosa si potrebbe fare con quei 15 miliardi (di Giulio Marcon)

Tanti asili nido e posti di lavoro per ogni cacciabombardiere. L’ultimo regalo alla casta dei generali equivale al 75% della manovra annunciata

Con i 15 miliardi di euro che il governo italiano si è impegnato a spendere per i cacciabombardieri F35 si potrebbero mettere in sicurezza 14mila scuole (che non rispettano la legge 626, le normative antincendio e non hanno il certificato di idoneità statica) e in questo modo dare opportunità a centinaia di imprese e creare 30mila posti di lavoro. Con i soldi di un solo caccia bombardiere F35 (oltre 100 milioni di euro) si potrebbero creare 143 asili nido pubblici e, in questo modo, dare lavoro a oltre 2150 educatrici e assistenti e fare contente oltre 5.000 famiglie. Si aumenterebbe il Pil, quello buono.

Invece, con questi cacciabombardieri si fanno felici gli Stranamore nostrani (sono degli aerei d’attacco, buoni per sfondare le linee nemiche, adatti insomma per la guerra), i generali in Maserati extralusso (da 200 mila euro a esemplare) del ministero della Difesa, la Lockeed (sì, la stessa delle tangenti che segnarono la sorte di Gui e Tanassi negli anni ’70) che è capofila dell’operazione e Finmeccanica, coinvolta in tanti loschi affari di armi e tangenti degli ultimi 30 anni.

Se il premier Monti vuole dare coerenza alla parola “rigore” così tanto usata in questi giorni, fermi questo spreco di soldi e blocchi il programma di produzione e di acquisizione dei caccia bombardieri F35: si tratta di 15 miliardi, cioè del 75% della manovra che si appresta a varare lunedì prossimo. E se vuole “fare bene i compiti” (come ha promesso alla Merkel e a Sarkozy) metta le mani in quel dinosauro burocratico delle Forze Armate dove i comandanti (ufficiali e sottufficiali) sono più numerosi dei comandati (la truppa): riduca i generali (ne abbiamo più che negli Stati Uniti) e i colonnelli e non gli insegnanti, gli infermieri, le maestre. Perché il rigore vale sempre per i pensionati e il welfare e mai per i generali e le (inutili) commesse militari? Perché si accetta supinamente la chiusura di un importante azienda della Fiat, come la Irisbus, che fa autobus (ne avremmo bisogno in Italia) e si spendono montagne di soldi per aprirne un’altra che monta carlinghe e mitraglie di un cacciabombardiere?

Nel Rapporto sulla spesa pubblica presentato la settimana scorsa, Sbilanciamoci ha fatto i conti: riducendo di 1/3 le nostre Forze Armate e tagliando, oltre gli F35, una serie di sistemi d’arma (dai sommergibili U-212 alle fregate Fremm) risparmieremmo da subito oltre 4 miliardi di euro che utilmente potrebbero essere spesi – ad esempio – per garantire gli ammortizzatori sociali – al pari dei lavoratori a tempo indeterminato – a tutti i lavoratori parasubordinati che perdono il posto di lavoro. E agli amici del sindacato – della Fiom, della Fim, della Uilm – diciamo che ogni soldo investito nell’industria militare crea mediamente un terzo di posti di lavoro in meno di un soldo investito nell’economia civile. Non si facciano illudere (e fregare) dal management di Alenia & companies. Ma naturalmente bisogna riconvertire e difendere i posti di lavoro: dobbiamo trasformare gli impianti che producono carri armati e mortai in luoghi dove, ad esempio, si producono pannelli fotovoltaici – che per il 90% importiamo dalla Germania, dalla Cina e da altri paesi – o strumenti di precisione (ottica, laser, ecc.) in campo sanitario (come è stato già fatto, invece, anche in Italia). E magari invece di fare F35 si possono fare Canadair per spegnere gli incendi. C’è una campagna per fermare gli F35 e ci si può mobilitare con azioni concrete (www.sbilanciamoci.org).

Il governo Monti – invece di essere prigioniero della lobby affaristica (e tangentizia) militar-industriale – traduca il rigore della spesa pubblica anche nella spesa militare. Si può adempiere agli obblighi nazionali (“difesa della patria”) e a quelli internazionali (gli interventi di pace, non la missione di guerra in Afganistan!) spendendo molti meno soldi, anche se dando qualche dispiacere alla casta militare e un colpo ai privilegi di una corporazione molto sprecona. E d’altronde Monti non ha detto che uno dei guai dell’Italia è proprio l’esistenza di queste tante corporazioni e sacche di privilegio che guardano più al loro “particulare” che all’interesse generale? Vale anche per le Forze Armate, cui il governo deve ricordare che oggi l’interesse generale è difendere chi è colpito dalla crisi economica e non il tornaconto spesso molto opaco di Lockeed e Finmeccanica.

Giulio Marcon da www.sbilanciamoci.info 2 dicembre 2011

Manovra: apprezzabile, con riserva ( di Leonardo Becchetti)

Mentre in Italia sta per essere varata la manovra che succede ai tre piani della crisi? Al piano superiore (riforma delle regole della finanza internazionale) calma piatta. Le ricette ultranote che servirebbero per riportare la finanza al servizio dell’economia reale sono state da tempo individuate (legge Dodd-Frank negli Stati Uniti, commissione Vickers nel Regno Unito): sono la riduzione della leva e della dimensione delle grandi banche d’affari che hanno scatenato la crisi, il divieto di trading proprietario delle banche commerciali, la tassa sulle transazioni finanziarie, la regolamentazione dei derivati OTC e della finanza ombra, il divieto dei cds “nudi” ovvero acquistati non per assicurare un sottostante acquisto di titoli pubblici ma per scommettere sul successo o sul fallimento di un paese.

Usando una metafora, mentre nell’economia reale si compra una polizza per assicurarsi dal furto della propria auto, in finanza la si compra per sperare in un aumento di prezzo della stessa derivante dal furto dell’auto del vicino (o del fallimento di un paese) distogliendo una quantità enorme di risorse dal finanziamento degli investimenti nell’economia reale (i rubinetti delle banche sono quasi chiusi). Pochi si rendono forse conto (e il dibattito sui media tace il problema) che senza la soluzione di questi problemi a monte, un nuovo tsunami potrebbe arrivare.

Al secondo piano (l’Europa) si fa fatica a ricostruire la relazione di fiducia tra la Germania e i paesi del Sud Europa. Le doglie del parto stanno durando da troppo tempo e rischiano di far morire la madre (l’euro) e il nascituro (l’unione fiscale europea). L’ostinazione tedesca per via dei passati tradimenti della disciplina fiscale di paesi come la Grecia deve al più presto lasciare spazio a nuova fiducia. Le regole severe che dovrebbero favorirla sono già sul tappeto ma bisogna fare presto.

Arriviamo così al primo piano, la manovra italiana, con la trepidazione di chi sa che, se succede qualcosa ai due piani superiori, quanto stiamo facendo per rimettere ordine da noi potrebbe risultare vano. La manovra è apprezzabile anche se con riserva. Piuttosto equilibrata sul versante pensionistico anche se ci impone sacrifici rilevanti. L’intervento migliora l’equità intergenerazionale eliminando alcune diseguaglianze tra lavoratori anziani e più giovani ripristinando il contributivo pro rata anche per una categoria che sino ad oggi era esente. Importante non bloccare l’indicizzazione all’inflazione per le pensioni al di sotto dei 1000 euro. L’aspettativa di vita è aumentata sensibilmente negli ultimi decenni ma non possiamo permetterci in questo momento di “comprarci” anni di vita senza lavoro. Pertanto dobbiamo lavorare più a lungo. Il sistema contributivo con le nuove regole risponderà a regole di equità e sostenibilità: chi lavora di più avrà pensioni migliori, chi ha maturato i 40 anni di anzianità dovrà aspettare per andare in pensione (ma potrà accrescerla) per non costringere lo Stato a pagare per un numero troppo elevato di anni.

Il versante fiscale della manovra presenta invece luci ed ombre. La strategia ottimale di ridurre il peso su lavoro ed imprese aumentandolo su ciò che genera esternalità sociali negative (inquinamento ambientale, scarsa responsabilità sociale nei processi produttivi, inquinamento finanziario) e sulla rendita (patrimoniale soft al di sopra di una certa soglia) non è perseguita fino in fondo. Bene la riduzione del peso fiscale sul lavoro e sul capitale reinvestito in azienda ma l’aumento delle imposte sui consumi è regressivo, ha effetti frenanti sulle speranze di ripartenza della crescita e non è modulato sulla sostenibilità sociale ed ambientale dei processi produttivi. Rimandarlo al settembre 2012 non ne attenua gli effetti perché operatori razionali dal lato dell’offerta potrebbero anticipare l’effetto futuro certo ad oggi.

L’intervento sui patrimoni è disperso in vari rivoli (bolli, ICI). Per fortuna è stata accantonata l’idea di innalzare l’IRPEF sulle aliquote più alte che avrebbe finito per punire nuovamente un ceto medio che le tasse le paga. Interessante il contrasto all’evasione fiscale attraverso la tassa addizionale sui capitali scudati e l’eliminazione dell’uso del contante per transazioni al di sopra dei 1000 euro. Il primo provvedimento finisce per rendere impossibili nuovi condoni, una strategia peraltro annunciata dal governo, mentre nel secondo caso ci sarebbe voluto più coraggio abbassando la soglia a 500 o 200 euro. Un provvedimento del genere avrebbe fatto emergere il sommerso rendendolo tassabile portando forse persino ad un ritocco del PIL verso l’alto.

Anche se ancora dai contorni non chiarissimi l’idea di tassare la finanza attraverso il bollo sul deposito in conto corrente e sulle altre attività finanziarie punisce allo stesso modo cassettisti e chi fa migliaia di operazioni al giorno e manca l’obiettivo di discriminare tra la finanza sana degli investitori pazienti che prestano le loro risorse per gli investimenti e chi invece gioca sul fallimento di imprese e stati. Le misure con cui abbiamo iniziato quest’articolo sarebbero quelle giuste. Bene le riduzioni di spesa e dei costi della politica anche se su questo punto continua ad imperare la mistificazione che sia la politica e non la finanza delle banche d’affari alla radice della crisi. Che la politica italiana abbia dato pessima prova di sé è un dato di fatto (e lo stile oltre che il merito dell’azione del nuovo governo segna da questo punto di vista una lodevole discontinuità). Che siano le piccole miserie dei nostri politici ad aver causato il cataclisma che stiamo vivendo ignorando la responsabilità iniziale di una finanza fuori controllo e non più al servizio dell’economia reale è un’errore di valutazione che se non corretto ci costerà caro.

La fantasia vola sull’ipotesi di pagare i debiti della PA con titoli di stato. Azzerare i debiti della PA nei confronti delle aziende creditrici sarebbe una vera manovra di stampo keynesiano. Pagando in titoli pubblici si vogliono prendere due piccioni con una fava attenuando la difficoltà di collocamento di nuovi titoli per rifinanziare il debito. Le imprese dicono di sì a patto che anche loro possano a loro volta usare i titoli per pagare i contributi dei lavoratori. Alla fine la patata bollente finisce nelle mani dei cittadini riproponendo una sorta di acquisto forzoso. Se tutto va bene e i titoli arrivano a scadenza non dovrebbe succedere nulla di negativo. Vale la pena di esplorare meglio quest’ipotesi.

Ci permettiamo di suggerire che una tassa sulle transazioni finanziarie (attualmente in discussione su spinta franco-tedesca in sede UE con l’unica opposizione feroce del Regno Unito) consentirebbe un introito di circa 9 milioni di euro in Italia secondo i calcoli di un recente studio ONU. E che vendere a un prezzo congruo un bene pubblico come le frequenze invece regalate a Rai e Mediaset porterebbe altri 15 miliardi. Ma purtroppo queste due mosse non paiono all’orizzonte.

Leonardo Becchetti da http://benecomune.net

Il paradosso della democrazia dai conti pubblici alle sfide del mondo globalizzato (di Claudio Lombardi)

Interessante analisi di Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace su Repubblica-affari e finanza di oggi. Il tema è l’effetto delle politiche dei governi Berlusconi negli ultimi dieci anni sull’entità del debito pubblico, sulla crescita del Pil, della spesa pubblica e del prelievo fiscale.

I numeri del rapporto debito pubblico/PIL  parlano chiaro. Si parte dal 2000 con il 109,2%, nel 2001 siamo al 108,8%, nel 2002 al 105,7%, nel 2003 al 104,4%, nel 2004 al 103,9%, nel 2005 si risale al 105,9% e nel 2006 al 106,6%.

Prendendo in considerazione gli anni del governo Berlusconi 2001-2006, anni di stabilità politica e di favorevoli condizioni economiche (la prima crisi negli Usa inizierà nella seconda metà del 2007), si passa dal 108,8% al 106,6%, ovvero il debito diminuisce in rapporto al Pil del 2,2%. Poco, molto? Considerando un ampio arco di tempo, la stabilità politica e le condizioni dell’economia e mettendo a confronto tutto ciò con le precarie condizioni della finanza pubblica italiana  che, all’avvio dell’euro, non rispettava assolutamente il parametro del 60% del rapporto debito/Pil fissato nei trattati, ma si era impegnata a ridurlo progressivamente, si può tranquillamente affermare che il risultato di cinque anni di governo è stato nettamente insufficiente.

Se poi si guarda agli anni successivi si constata che questo giudizio è fin troppo ottimistico.

Nel 2007 il rapporto debito/Pil va al 103,6% con una diminuzione, in un solo anno, del 3%. Cosa era successo? Era cambiato il governo nel corso del 2006, si era formato il governo Prodi che, pur gravato da una scarsissima maggioranza e minato dai contrasti interni, riuscì ad invertire la rotta e a raggiungere quel risultato straordinario.

Nel 2008 la coalizione di Berlusconi vince di nuovo le elezioni e il debito ricomincia subito a salire: 106,3% nel 2008, 116,1% nel 2009, 119,1% nel 2010 e nel 2011 le stime indicano una crescita ben più pesante. In pratica, in pochi anni, il debito pubblico italiano è diventato una palla al piede per l’Italia e per l’intera Europa e questo per l’inettitudine conclamata della maggioranza di centrodestra che ha disseminato il suo cammino di frottole e illusioni, ma ha causato un danno reale gravissimo agli italiani con un malgoverno simile a quello conosciuto negli anni peggiori di tangentopoli. La formula magica è stata: illudere la massa con provvedimenti truffaldini come l’abolizione dell’ICI (pagata comunque con il dissesto delle finanze locali) ed esibendo un ottimismo becero che non aveva nessun fondamento nella realtà; e lasciare campo libero nella gestione del denaro pubblico e degli apparati pubblici alle cricche e agli incompetenti.

Ormai si è capito che la crisi è stata l’occasione per nascondere un bel po’ di malefatte a cominciare dall’assoluta incapacità di guidare il Paese nello sfruttamento delle sue potenzialità economiche. Non a caso il Pil nel decennio 2001-2010 è cresciuto in media dello 0,4% l’anno mentre negli altri paesi europei a noi paragonabili la crescita è stata sempre oltre il doppio di quella italiana (media UE 1,4%).

Come ricordano gli autori dell’articolo “se vi è stato un miracolo di Berlusconi in Italia, è stato quello di avviarne in maniera inarrestabile il declino economico”. Anche i dati sul prelievo fiscale confermano che si è fatto il contrario di quello che è stato fatto credere agli italiani: in un decennio il gettito fiscale è aumentato del 33,7%, ben l’11% in più dell’incremento dei prezzi. La stessa cosa è accaduta con la spesa pubblica aumentata del 46,5% fra il 2000 e il 2010 (da 542 mld di euro a 794 mld di euro).

Bonafede e Di Pace concludono l’analisi con una considerazione amara: “insomma, l’imprenditore che si era presentato agli italiani come l’homo novus della politica, capace di rimettere a posto i disastrati conti dell’Italia, in realtà è stato l’ennesimo assaltatore della diligenza della spesa pubblica, tanto da dare quasi il colpo di grazia alle nostre finanze”.

Una considerazione ancora più amara deve essere fatta sulla politica. Chi si illude che le classi dirigenti che detengono nelle loro mani i poteri che in democrazia vengono concessi a chi riscuote il consenso degli elettori agiscano sempre per il bene della collettività si sbaglia di grosso.

Croce e delizia di ogni democrazia è la ricerca del consenso. Non se ne può fare a meno ovviamente, ma crea le occasioni perché la selezione dei rappresentanti politici non si faccia sulla capacità di governare, sulla lealtà e sulla qualità dei programmi. Troppo spesso, infatti, il rapporto con i cittadini è basato su illusioni e promesse irreali oppure sulla cultura dello scambio di favori che permette ai politici di fare quello che vogliono in cambio della soddisfazione di interessi personali degli elettori.

In tutti i casi la conseguenza sarà la selezione dei peggiori fra i rappresentanti politici che si faranno forti della mancanza di cultura democratica e della prevalenza dell’individualismo egoista sugli interessi della collettività.

È stata già osservata la stranezza del caso italiano che porta ad escludere dal governo i partiti quando si verificano situazioni di emergenza quasi si trattasse di ostacoli alla soluzione dei problemi. I governi tecnici nascono sempre dal fallimento della politica rappresentata dai partiti e gettano un’ombra sinistra sulla salute del nostro sistema democratico.

Anche guardando a quel che accade in altri paesi occidentali si ha l’impressione che i tradizionali percorsi di formazione del consenso non bastino più. Il mondo oggi è più complicato per tutti e non si può tornare al passato quando ogni Stato faceva per conto suo difendendo la sua moneta, i suoi commerci, le sue conquiste coloniali (quando c’erano) e ogni tanto scoppiava una guerra per sistemare le controversie più difficili. Dopo la seconda guerra mondiale, con la terra piena di armi atomiche e con nazioni di quello che era il terzo mondo che sono diventate potenze economiche e militari mondiali, con l’interdipendenza fra le economie quell’assetto porterebbe al disastro anche più rapidamente che nel passato. Per questo il consenso basato sulle semplificazioni e sulle illusioni oggi è un pericolo.

Una vera cultura democratica è quella che mette i cittadini in grado di capire e di valutare  le strategie che vengono proposte e l’impatto delle politiche che vengono praticate. La partecipazione serve a questo e costituisce una grande riserva di intelligenza e di competenza senza le quali nessuna elite per quanto preparata riuscirà a superare i paradossi della democrazia che vive di consenso,  ma dal consenso sbagliato può essere distrutta.

Claudio Lombardi

La crisi e quattro temi cruciali da affrontare (di Lapo Berti)

Siamo a una di quelle svolte nella storia in cui molti, per non dire tutti, avvertono che qualcosa si è rotto nel meccanismo che per tanto tempo ci ha consentito di abitare il nostro mondo godendo di un costante miglioramento delle nostre condizioni di vita. Il mito del progresso, con la sua apparentemente infinita capacità di attrarre consenso e di rinnovarsi, si è infranto.

Cominciamo a vivere fra i detriti di questa rottura, senza che ancora ne percepiamo tutta la gravità e ineluttabilità. Qualcuno di noi pensa ancora che, dopo tutto, anche questa passerà e si riprenderà il cammino inarrestabile del progresso. Qualcuno avrà perso, qualcun altro avrà guadagnato, come sempre.

La svolta che stiamo vivendo è invece inedita. Lo è per le dimensioni, perché coinvolge il mondo intero e si fa percepire, con maggiore o minore intensità, in tutti i paesi. La crisi finanziaria prima e la recessione economica ora non sono i fenomeni consueti, per quanto rovinosi, che da sempre accompagnano l’evoluzione del capitalismo e ne scandiscono la storia. Sono i sintomi della fine di un ciclo storico, dell’esaurimento di un modello di organizzazione della vita sociale e della sua riproduzione. Se li sappiamo cogliere, se li sappiamo interpretare, possiamo aprire una fase nuova in cui far nascere, dall’interazione di tutti e con il coinvolgimento del maggior numero di persone, un contesto sociale, economico e politico in cui ritrovare il senso delle nostre vite, la capacità e il piacere di stare insieme fra sconosciuti, le regole della democrazia. Se lasciamo passare l’occasione, non avremo certo la fine del mondo, che non siamo ancora in condizione di decretare, ma, certo, il mondo in cui viviamo continuerà a deteriorarsi e le nostre vite a desertificarsi. E’ in gioco la qualità della vita di tutti.

I modelli economici e sociali non si cambiano facilmente, checché ne dicano i politici di mestiere più o meno interessati a vendere la loro ricetta, ma le persone possono, anche singolarmente, cominciare a cambiare i modi della loro interazione, a cambiare le cose che fanno e i modi in cui le fanno, a cambiare le domande che pongono al mondo e ai loro simili. E’ da quest’interazione che nascono i veri cambiamenti, quelli che vanno in profondità, al cuore delle cose. Quello che serve prima di tutto, dunque, è un cambiamento culturale, un mutamento nei comportamenti e negli atteggiamenti delle persone, che dia spazio a nuove risposte, all’esplorazione di modi inusitati e inesplorati di fare le cose.

La politica è, nella sua versione migliore, il luogo in cui le persone che convivono in un determinato spazio collocano i loro sogni, le loro aspettative, i loro progetti di vita, è il luogo a cui rivolgono le domande a cui vorrebbero risposte per orientare le loro vite e costruire la loro felicità. La politica è il luogo che raccoglie e mette in scena l’immaginario sociale che è il frutto, la creazione spontanea di un’infinità di pensieri e di parole che riempiono i flussi della nostra vita quotidiana. E’ nel crogiolo della politica, quando questa mantiene fede alla sua missione, che si forgiano i contorni del presente e si delineano quelli del futuro. La politica, naturalmente, ha elaborato tecniche, procedure, per governare tutto ciò e per tradurlo in scelte concrete, materiali, in pratiche che ci coinvolgono e condizionano tutti, anche quando non ce ne accorgiamo. Ma il senso, la legittimazione della politica stanno in quella proiezione collettiva di senso che abbiamo appena descritto e reggono finché vive quel luogo che la rappresenta.

Quando la politica viene meno, in maniera evidente, irreversibile e irrimediabile, al compito di dare espressione alle fantasie degli uomini alla ricerca della loro felicità terrena, questo è il segno che è tempo di cambiare. Quando questo avviene, come oggi è sotto gli occhi di tutti, non solo nel nostro disgraziato paese, ma anche in Europa, anche in America, dove i politici sembrano aver perso il bandolo della matassa e si avvitano su caroselli di parole che non hanno presa sulle cose, che non sono in grado di guidare i fatti. Anche questo è un segno che siamo a una svolta che non si può evitare.

La seconda modernità, in cui abbiamo vissuto piuttosto confortevolmente fino all’altro ieri e che ora ci sta stritolando nelle spire della sua crisi, ci consegna una manciata di problemi cui dobbiamo assolutamente tentare di dare una risposta, perché dalle risposte che sapremo dare e mettere in pratica dipende il futuro nostro e dei nostri figli.

Il primo tema cruciale è quello del potere economico. La crisi finanziaria del 2008 ci ha mostrato, con tutta evidenza, che per troppo tempo abbiamo lasciato che il potere economico crescesse a dismisura, al di fuori di ogni regola e anche di ogni senso pratico. Ha mostrato, cosa ancora più grave, che le istituzioni democratiche, così come le abbiamo concepite e praticate, non hanno gli strumenti per governare e controllare la formazione di poteri economici esorbitanti, che danno luogo a compensi e a ricchezze inaudite e inaccettabili da qualunque collettività che debba condividere il destino di tutti coloro che ne fanno parte. Le nostre costituzioni regolano il potere legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario, ma hanno trascurato quello economico. Occorre porre rimedio a questa lacuna devastante.

Il secondo tema, strettamente intrecciato al primo, è quello della disuguaglianza economica. Anche qui, la politica e le istituzioni della democrazia si sono dimostrate insufficienti e incapaci di far sì che le disuguaglianze economiche, inevitabili in un sistema economico capitalistico, diventassero intollerabili e generassero condizioni di disuguaglianza e di sofferenza sociale che sono al di fuori del patto che tiene insieme le società democratiche.

Il terzo tema è quello delle dimensioni abnormi che il debito pubblico ha raggiunto in molti paesi senza che nulla e nessuno fosse in grado di porvi un argine, ma, soprattutto, senza che nessuno ne comprendesse il significato e si ponesse il problema di quali debbano essere i limiti che l’indebitamento dei governi può raggiungere e delle caratteristiche che deve avere per essere di sostegno all’economia e non di peso ai cittadini. L’irresponsabilità politica, e non solo, degli uomini di governo nelle cui mani è posto il potere di creare debito pubblico è parte del problema e richiede di essere affrontata.

Il quarto e ultimo dei temi cruciali, il più generale e comprensivo, è quello del ruolo che la mercificazione ha assunto nelle nostre società. Era prevedibile, e per molto tempo è apparso addirittura ovvio e necessario, che, in una società in cui una quota crescente dei beni e servizi in cui s’incarna il nostro benessere sono resi disponibili solo se vi è la prospettiva di un profitto ovvero se possono assumere la forma di una merce, non si ponesse alcun limite al novero delle cose che possono essere sottoposte a questo regime. E così è stato. Un po’ alla volta si è trasformato in merce il lavoro, l’ambiente, il corpo, la cultura, la vita privata, praticamente tutto ciò che compone la nostra civiltà millenaria. Oggi cominciamo a renderci conto che questo gigantesco sovvertimento dell’ordine sociale in cui per millenni si è svolta la vita delle civiltà ha progressivamente svuotato di senso le nostre vite, gli ha sottratto quella valenza culturale che avevamo impiegato millenni per costruire. Non è sensato pensare che quel sovvertimento possa essere ribaltato. Certo va governato, preso in mano. Occorre che si apra una grande discussione collettiva capace di produrre un cambiamento culturale che riporti sotto controllo dell’umanità nel suo insieme il mondo impazzito delle merci.

Lapo Berti da www.lib21.org

Uscire dalla crisi con un nuovo governo e nuovi cittadini (di Claudio Lombardi)

Di epitaffi per il peggior governo dell’Italia repubblicana (peggiore per chi lo ha guidato, per i suoi esponenti, per la sua politica, per come ha gestito un potere quasi assoluto) se ne scriveranno tanti. Senza ricorrere a toni urlati e alla retorica si può dire che l’era Berlusconi lascia in eredità agli italiani un Paese che ha ampliato i suoi squilibri sociali e ha sprecato capitale umano; che ha vissuto le liberalizzazioni solo come l’arbitrio dei potenti e degli affaristi; che non ha costruito un sistema di welfare capace di sostenere la parte più sana degli italiani, quelli che vogliono lavorare qualunque sia la loro età; che, in particolare per i giovani, ha lasciato che si affermasse un sistema arrogante e intimidatorio nel mondo del lavoro mortificando le capacità e annullando le competenze conquistate in anni di studio; che ha lasciato distruggere il territorio sia dalla speculazione edilizia che dall’incuria facendo pagare un prezzo impressionante a milioni di italiani; che ha piegato lo Stato ad interessi di parte lasciando che dilagassero corruzione e incompetenza che si sono imposte agli onesti e ai capaci.

Molto altro si potrebbe aggiungere, ma non serve perché i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le due notizie che occupano le prime pagine in questi giorni bastano a certificare un fallimento della classe dirigente e del sistema Italia così come è stato forgiato nel corso degli anni.

Il tracollo dell’Italia nei mercati finanziari risponde ad una paurosa mancanza di credibilità della sua classe di governo. Il disastro di Genova e delle alluvioni che l’hanno preceduto certifica che l’Italia è priva di classi dirigenti capaci di governare e che i cittadini non sono in grado di farsi ascoltare e non sono i soggetti centrali dello Stato. Se non fosse così la prevenzione sarebbe stata fatta anche a costo di togliere soldi ad opere di facciata o a grandi eventi di dubbia utilità. Se ciò non è accaduto e si è lasciata degenerare la situazione del territorio le responsabilità sono molto ampie e non limitate ad un sindaco, ad un presidente di regione e nemmeno ad un ministro del tesoro. Ci sarebbe da chiedere a caratteri cubitali, oggi come in tutte le altre occasioni di disastri naturali cui ci si poteva preparare meglio, DOVE ERAVATE TUTTI ? la domanda, purtroppo, va rivolta anche ai cittadini e alle loro espressioni organizzate troppo spesso emarginate dalle decisioni politiche, ma anche poco attente e poco attenti a sentirsi parte dello Stato e investiti di una responsabilità politica “naturale”. Migliaia di occhi hanno visto e migliaia di menti hanno compreso, ma il messaggio non è arrivato a chi ha il potere di decidere e di agire. Ricordiamocene per l’avvenire.

Ora che anche il Presidente della Repubblica ha parlato con una chiarezza inequivocabile (dimissioni certe di Berlusconi e poi o governo che riscuote la fiducia o nuove elezioni) occorre tentare di dare il proprio contributo alla definizione di un programma minimo per fronteggiare l’emergenza. Facciamo, però, chiarezza perché di provvedimenti di emergenza ne abbiamo conosciuti molti nel corso degli anni e la situazione del Paese non è cambiata, anzi, si è aggravato il dramma italiano di uno spreco di risorse gettate nel calderone del malgoverno o del governo senza strategie che ha assunto dimensioni colossali.

Quindi, per favore, non veniteci a parlare di emergenza senza convincerci che: 1) voi avete le idee chiare; 2) voi avete la statura morale per guidare noi; 3) voi sapete cosa state costruendo e lo volete fare insieme a noi. Perché, altrimenti, subiremo la vostra emergenza e continueremo a disinteressarci della cosa pubblica e voi avrete il peso di una società intera che se non rema contro quanto meno non vi aiuta.

Il noi e il voi è diventata una chiave per inaugurare un nuovo modo di parlarsi fra cittadini e persone che dedicandosi alla politica chiedono il consenso per dirigere le istituzioni. Bisogna convincerci tutti che farla finita con il berlusconismo significa uscire fuori da un modo oligarchico e autoreferenziale di gestire la funzione politica. Quando i cittadini stanno a guardare con disgusto o con rabbia a manovre politiche che non comprendono allora è arrivato il momento di cambiare strada.

Questa crisi dell’Italia e di questa specie di governo che è ancora in carica ci devono far riflettere oltre i numeri che la sanciscono, altrimenti metteremo al centro di tutto i numeri e dimenticheremo le persone che li fanno i numeri. Vediamo, quindi, se si può provare ad abbozzare un punto di vista civico ossia del cittadino senza ulteriori specificazioni. Vediamo se possiamo decidere qualcosa anche noi e non solo limitarci a seguire passo passo il programma imposto dall’Europa.

Qual’ è il problema principale dell’Italia? Il debito pubblico che strozza la capacità di spesa dello Stato, delle regioni e degli enti locali. Quindi occorre fermare la crescita del debito e puntare a ridurlo. Per questo bisogna che lo Stato incassi di più col prelievo fiscale e spenda meno e meglio il denaro pubblico.

Uno schemino semplice eppure qui sta il dramma italiano perché da decenni gli interessi di parte impediscono che si imbocchi la via di un risanamento. D’altra parte sono gli stessi interessi che hanno creato questa situazione, e allora come stupirsi?

Non si può qui delineare un programma di governo, ma provare a capire da dove si può cominciare sì.

Si imponga una patrimoniale ordinaria che effettui un prelievo sulla ricchezza che si è formata in questi anni di redistribuzione del reddito a danno dei ceti medi e bassi e a vantaggio degli evasori fiscali. Per non colpire due volte chi ha già pagato si può stabilire un limite oltre il quale la tassa possa incidere e la possibilità di detrarre l’importo delle imposte sul reddito già pagate. Lo chiede persino la Confindustria e allora perché finora il governo non l’ha presa in considerazione divagando su misure programmatiche con effetti vaghi e non immediati (licenziamenti facili per esempio)?

La spesa va ridotta certo, ma riqualificandola perché sia un volano per la crescita e non solo una scure che taglia alla cieca. Per esempio le pensioni. Si passi subito al contributivo per tutti così chi vuole va in pensione con quello che ha maturato sulla base dei contributi versati. Ma questo non può essere un espediente per mettere alla fame milioni di persone. Quindi non si può proporre questo per tagliare le pensioni da adesso in poi. Inoltre, se risparmi ci saranno dovranno alimentare un welfare riformato che aiuti chi vuole lavorare e i giovani innanzitutto.

A proposito di riqualificazione della spesa ricordiamoci delle 19 Maserati da 100mila euro l’una comprate in queste settimane dal ministero della difesa. Ecco un esempio di cosa può succedere quando manca la direzione politica o si lascia briglia sciolta ad una burocrazia folle che guarda solo il suo ombelico. Quanti altri casi di follia amministrativa ci sono in tutti i settori nei quali si ha il potere di spendere il denaro pubblico?

Per ripartire ci vuole una nuova classe dirigente cominciando con un nuovo governo. E ci vuole una cultura civica che rimetta al centro il cittadino con i suoi diritti e le sue responsabilità. Il ventennio berlusconiano non nasce dallo spazio, ma da qui. Guardiamoci in faccia e decidiamo se possiamo continuare così noi italiani e comprendiamo che la risposta non ce la daranno i partiti. Stavolta dobbiamo darla anche noi.

Claudio Lombardi

Alla ricerca dei perché della crisi italiana: da un’intervista di Marcello De Cecco

L’intervista, pubblicata sul Venerdi di Repubblica del 26 agosto 2011, parte dal semplice interrogativo se egli ritenga gli italiani consapevoli di quello che li aspetta.

Marcello De Cecco, economista, già professore alla Normale di Pisa, a Princeton, alla London School of economics e all’ENA di Parigi, risponde con scetticismo:

“ Di solito, se le persone sono informate di quel che succede, se ne rendono conto. Altrimenti lo capiscono quando vengono colpite direttamente”.

Anche il livello di informazione non aiuta. Infatti, alla domanda se egli ritenga che le persone siano informate, segue una risposta non incoraggiante:

“ Non mi pare, esclusi i pochi che leggono i giornali o guardano i Tg di nicchia. Non ci è stato ripetuto che qui tutto va bene, che la crisi ha colpito meno e che ne siamo usciti meglio? Anche Eurobarometro ha riscontrato che in Italia prevale l’ottimismo”.

Ottimismo che De Cecco non condivide assolutamente e espone alcune considerazioni sul passaggio all’euro di dieci anni fa.

“La serietà della faccenda dipende anche da quello che succede nel resto del mondo. Ma una cosa è sicura: già dalla vittoria alle elezioni del 2001, il governo Berlusconi, vedendo che il Pil non cresceva e che c’era poco reddito, ha pensato di ridistribuirlo togliendolo ai lavoratori dipendenti e passandolo ai suoi elettori. Profittando del passaggio all’euro, si è limitato a non applicare i sistemi di vigilanza sui prezzi approntati dal governo di centro sinistra, consentendo al suo elettorato di imprenditori e mediatori di stabilire i prezzi e arricchirsi alla grande. Così, grazie a questi profittatori di regime, oggi paghiamo il pane seimila lire al chilo.”

Ma perché riparlare di lire? Ecco la risposta:

“Può permettersi di ragionare in euro solo chi fa i prezzi. Se un lavoratore dipendente tira fuori una sua busta paga di dieci anni fa si rende conto di quanto si è impoverito, visto che, da subito, un euro ha smesso di valere duemila lire per passare a mille. Devo riconoscere che l’unico a prevedere e annunciare un’impennata dei prezzi fu il cavalier Berlusconi, io e altri economisti non ci pensammo proprio. Credevamo che il centro sinistra restasse al governo e fosse in grado di gestire la transizione come in Finlandia, in Germania, in Olanda. Ci sono Paesi sommersi o salvati dall’euro: i sommersi sono quelli senza Stato, perché in queste temperie di globalizzazione e integrazione internazionale solo chi ha lo Stato riesce a sopravvivere.”

In questa situazione facile prevedere un aumento dei prezzi, ma De Cecco distingue:

“Di solito a settembre si ritoccano, ma non credo che quest’anno succederà perché frutta e verdura hanno già raggiunto prezzi inimmaginabili dieci anni fa: se fanno altri rincari i negozi si svuotano. Però, a parte i preannunciati aumenti su bollette e consimili, saliranno invisibilmente quanto inesorabilmente i costi di tutti quei servizi rilasciati senza staccare una ricevuta fiscale. Quei milioni di lavoratori autonomi che ci infestano perché non c’è occupazione e allora uno se l’inventa. Inventando nuovi bisogni. Un circuito chi ci accudisce dalla nascita alla bara  senza passare per l’IVA, la cui evasione costituisce due terzi dell’intera evasione fiscale.”

Nella crisi italiana la famiglia viene caricata di nuove responsabilità:

“A questa esausta famiglia viene chiesto di far fronte a tutto. Ma la gente si è stufata. Questi poveri vecchi, queste nonne di settant’anni costrette a badare ai nipotini avuti da figli quarantenni. Ma come li possono crescere? La famiglia è l’ultimo ammortizzatore sociale che ci rimane perché tutti gli altri ci hanno tradito. Ci sono rimasti i genitori e i preti. Ma a me che sono laico dare i soldi alla Chiesa perché faccia il lavoro dello Stato non fa piacere.”

Ma non c’è da stare allegri perché:

“Il segreto dell’immobilità italiana è che le cose accadono lentamente, impercettibilmente; è anche per questo che non c’è mai stata una rivoluzione. Ci si sfilaccia, ci si logora, si consumano i risparmi, il ceto medio diventa micro borghesia, compra i mobili di Ikea perché non può permettersi più quelli fatti in Italia, ma sono cose lente. All’inizio del seicento eravamo i più ricchi d’Europa e alla fine esportavamo solo grano, lenticchie, un po’ di seta grezza. Noi andiamo male dagli anni novanta, ma ci si aggiusta, si fanno meno figli, o si rimane a casa dai genitori per non abbassare il tenore di vita.”

La riflessione di De Cecco si chiude sugli scenari internazionali  nei quali alla crisi si accompagna “un’enorme quantità di denaro messa in circolazione dalle banche centrali americane, inglesi e dalla BCE che non trova modo di essere investita nell’economia reale, stagnante quasi ovunque.”

Quindi di denaro ne circola tanto, ma è disponibile solo per avventure finanziarie “a scapito dell’economia reale”.

De Cecco conclude sottolineando che c’è un forte rallentamento dell’economia “perfino in  Germania e in Cina, i più grandi esportatori del mondo”.

Messi alcuni punti fermi per capire cosa è successo per arrivare al punto in cui ci troviamo è necessario passare alle misure concrete. Se abbiamo capito le cause possiamo trovare i rimedi.

a cura di Cl

Iniziamo a rimettere le cose a posto (di Claudio Lombardi)

Mettiamo da parte la crisi finanziaria internazionale. Spesso viene presentata come un evento naturale contro il quale non c’è nulla da fare se non inondare di denaro i mercati stando ben attenti a metterlo nelle mani di quegli stessi operatori che lo dovrebbero utilizzare per sostenere le economie e che, invece, spesso, lo usano per giocare alla speculazione. Si chiamano mercati, ma sembra che il coltello dalla parte del manico stia sempre nelle stesse mani. Se ci si vuole orientare si può partire dall’articolo di Guido Rossi pubblicato sul Sole 24ore del 14 agosto e ripreso anche da civicolab (http://www.civicolab.it/?p=1400) .

Lo stesso espediente retorico viene utilizzato anche per affermare la necessità di ridurre la spesa pubblica e quella sociale in particolare come se fossero un peso intollerabile e ingiustificato. È incontestabile che alcuni meccanismi devono essere cambiati e che una bella pulizia deve essere fatta in settori cruciali come la sanità (dove, guarda caso, la politica ha da sempre il bastone del comando in mano).

Altri tipi di spesa, ovviamente, sono stati tenuti ben in ombra fino a che si è riusciti a farlo. Si tratta dei costi della politica da suddividersi fra costi diretti ovvero i guadagni di chi vive di politica e costi indiretti cioè le risorse pubbliche il cui utilizzo dipende dall’esercizio dei poteri che la politica conferisce. Diciamo subito che i costi diretti non sono mai stati messi in discussione e che i politici adesso si mostrano disponibili a ridurli, ma solo perché è diventata intollerabile la sproporzione fra i privilegi e i sacrifici richiesti ai cittadini. Ben diverso sarebbe il giudizio se costoro (alcuni, in verità sono stati più disponibili da anni,  ma sono pochi e non sono stati decisivi in nulla) avessero anticipato l’indignazione popolare. Ciò non è accaduto ed è legittimo affermare la propria sfiducia nei loro confronti. Dovrebbero essere i migliori e, invece, troppe volte si sono rivelati esempi indecenti di affarismo e di egoismo.

Detto ciò qualche tagli ci sarà, di facciata o stanziale, ma ci sarà. E non sarà risolutivo di niente se non sarà accompagnato dal taglio dei costi indiretti cioè dei poteri che consentono di manovrare quasi senza controlli enormi risorse pubbliche.

Che fare? Se non nelle mani dei “rappresentanti del popolo” nelle mani di chi stanno più al sicuro le risorse pubbliche? Nelle mani dei mercati? Quali mercati: quelli nei quali spadroneggiano pirati e affaristi senza scrupoli sempre collusi con i politici e con gli apparati pubblici e che nessuno (tranne, a volte, la magistratura) riesce a controllare? No grazie.

Fra le spese mai citate come bisognose di tagli ci sono anche quelle militari. Non sarebbe ora di metterle in discussione? Non per pacifismo ideologico, ma per semplice buon senso e per capire di cosa il Paese ha veramente bisogno. Non a caso la contro finanziaria di Sbilanciamoci (sigla che raccoglie oltre 50 associazioni) insieme alla proposta (ora da tutti accettata) di unificare la tassazione sulle rendite finanziarie ha sempre proposto la riduzione delle spese militari. Speriamo non si aspetti un’altra grande crisi prima di metterci mano.

Vedremo come finirà la manovra. Ma la questione del potere rimarrà centrale: chi comanda e come lo fa.

Se non si mette mano a questi meccanismi inutile pensare a risolvere i mali dell’Italia: egoismo sociale, individualismo, mancanza di senso dello Stato, illegalità sistematica ecc ecc.

Nell’immediato servono soldi e dove si prenderanno e come già indicherà la possibilità di un cambiamento o la prosecuzione dell’arte di arrangiarsi ognuno per sé mandando in malora tutto il resto.

La cosa più logica, se servono soldi, sarebbe prenderli a chi non ha mai pagato o pagato troppo poco. Perché tante timidezze nell’adottare misure adeguate all’emergenza? Tutti sappiamo che negli ultimi 10 anni tanti si sono arricchiti grazie agli imbrogli sull’euro (1 euro=mille lire) e a governi che hanno aiutato l’evasione fiscale. Allora perché i politici sono rapidi quando si tratta di prendere soldi ai contribuenti che pagano e trovano mille scuse quando si tratta di pensare e decidere misure di prelievo sui patrimoni e sull’evasione?

Purtroppo la risposta è semplice e ovvia: non vogliono toccare i loro sostenitori e quelli che sentono a loro più vicini (anche fisicamente, barche e salotti inclusi).

Troppe mistificazioni pseudo ideologiche hanno determinato reazioni automatiche, bisognerebbe che nascesse un movimento di protesta in grado di smascherarle e di mettere la trasparenza al primo posto. Basta con i segreti quando si tratta di politica e di istituzioni pubbliche. Informare l’opinione pubblica e diffondere modelli culturali ed etici radicalmente diversi da quelli che hanno dominato fin qui.

Forse questo è un compito che il popolo del web può svolgere benissimo non rimanendo sospeso nelle rete, ma collegandosi con le organizzazioni della società civile e con le organizzazioni di base dei partiti.

Tutti insieme possiamo iniziare a rimettere le cose a posto

Claudio Lombardi

Un’ondata di partecipazione della società civile (di Claudio Lombardi)

“La politica appare debole e divisa, incapace di produrre scelte coraggiose, coerenti e condivise”.

Mentre il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano pronunciava queste parole la maggioranza compatta votava la fiducia sul provvedimento cosiddetto del “processo lungo” che mira ad intralciare i processi dando la possibilità a collegi di difesa e ad imputati (ovviamente con molti soldi a disposizione) di procrastinarne la durata con citazioni di testimoni senza alcun limite e impedendo l’utilizzo delle sentenze passate in giudicato.

Dopo aver tentato in ogni modo di tagliare la durata dei processi (chi si ricorda dei processi a scadenza predeterminata?) adesso la maggioranza ci prova con la misura contraria. Lo scopo è sempre lo stesso: impedire ai giudici di emettere sentenze su Silvio Berlusconi, in particolare sui processi nei quali la condanna è praticamente certa o molto probabile (casi Mills, Mediaset e Mediatrade).

Intanto va avanti la sceneggiata dei ministeri a Monza con sberleffi, gestacci e battute grevi. Gli autori sono, ovviamente, i capi della Lega non più in grado di produrre alcunché di credibile dopo il fallimento del federalismo soffocato dall’estrema centralizzazione delle politiche del Governo. Al posto di proposte serie e di un’azione vera da parte di chi occupa da molti anni posizioni di potere al centro e in periferia si ricorre alla presa in giro degli elettori buttandola in caciara tanto per distrarre gli animi semplici e sempliciotti di chi non vede più in là del proprio naso. Che nei comuni spesso la Lega governi bene non copre l’inadeguatezza dei vertici che siedono a Roma e che non sanno più che fare e che dire essendosi legati in tutto e per tutto a Berlusconi.

Tra uno scandalo e l’altro emerge la natura affaristica e banditesca di tanti politici che siedono in Parlamento o che manovrano le leve del potere dall’esterno. Ormai non passa giorni senza che nuove rivelazioni ci mostrino il vero volto di un bel pezzo della politica che comanda nel nostro Paese. Questo è il punto: in tanti possono delinquere, ma solo pochi lo possono fare con i poteri, i mezzi e gli strumenti dello Stato. Come dimostra il caso dei processi di Berlusconi l’apoteosi della politica impunita è quando la si utilizza senza più maschere per sfuggire alle leggi. Quello che leggiamo continuamente nelle cronache giudiziarie dimostra che questo è diventato un sistema che sta dentro quello istituzionale come gli alieni nei film di fantascienza di tanti anni fa.

Nel frattempo la finanza internazionale esprime la sua sfiducia sulle sorti dell’Italia e manda a picco la Borsa e in alto gli interessi sui titoli del debito pubblico. In pochi giorni una bella fetta dei soldi presi con la manovra e pagati dai ceti medi e bassi, sono già stati spesi proprio con gli interessi che lo Stato si è impegnato a pagare nei prossimi anni.

In questo quadro il giudizio di Napolitano appare fin troppo benevolo.

Ciò che gli italiani debbono affrontare è l’accertata incapacità di buona parte della politica di svolgere la propria funzione di governo. Ne hanno preso atto le maggiori associazioni del mondo del lavoro, dell’artigianato, dell’impresa e della cooperazione auspicando una “discontinuità” che porti ad un cambiamento. Non era mai successo prima che si formasse un tale schieramento e ciò dimostra la gravità della situazione.

È necessario che a quest’appello se ne aggiungano altri provenienti dalla società civile che ha dato prova negli ultimi mesi di essere una realtà e non una mera categoria sociologica.

La società civile deve prendersi il compito di organizzare la partecipazione dei cittadini e di rivendicarne il protagonismo che spinga ad un rinnovamento gli stessi partiti, quelli veri, ovviamente, non quelli che dipendono da un padrone.

Da settembre bisognerà porsi l’obiettivo di travolgere questa lunga stagione politica ormai finita con una ondata di rinnovamento che trovi strade nuove e faccia sentire la presenza di un’Italia in grado di spingere ai margini e cacciare dalle istituzioni e dalla politica i corrotti e gli affaristi.

Claudio Lombardi

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