Nazionalpopulismo contro democrazia/2

Pubblichiamo la seconda parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Crisi della democrazia e dell’Occidente

“Quella che mi piace chiamare “la costituzione dell’occidente” è un’esperienza storica tutto sommato recente persino là dove si è formata e cioè nel Regno Unito, in America e in Francia. Ancor più recente è stata da parte di paesi come l’Italia, la Germania, il Giappone, la Spagna, il Portogallo, la Grecia l’acquisizione di quell’insieme di principi, di regole, di comportamenti in cui consiste una democrazia liberale. E non di rado l’acquisizione è avvenuta dopo sconfitte militari e sanguinose guerre civili.

Eppure, in tutto l’occidente la democrazia occidentale era diventata un sentire comune, era diventata popolare e in essa riponevano fiducia governi e opposizioni insieme con la più larga opinione pubblica. Oggi invece assistiamo alla crisi delle forze di destra, di centro e di sinistra che l’avevano sostenuta, che si erano cioè identificate con la democrazia e il libero mercato, con lo stato di diritto e con lo stato sociale comunque declinati.

Attenzione: a essere sotto schiaffo non è la democrazia genericamente intesa, piuttosto quel sistema di libertà individuali per tutelare le quali la democrazia è stata impiantata e senza le quali la democrazia diventa un simulacro, peggio, un’ipocrita messinscena.

Torna d’attualità un vecchio monito di Amartya Sen: la democrazia non si può ridurre al voto a maggioranza. Certo, un criterio per deliberare, cioè per decidere liberamente, è necessario e la prevalenza di chi ottiene la maggioranza sembra essere il criterio migliore. Eppure, proprio le “democrature” e i dittatori che si fregiano di votazioni quasi unanimi a loro favore avrebbero dovuto metterci in guardia. Il voto è democratico se conclude un processo democratico di formazione della volontà popolare, se cioè, come diceva Amartya Sen, esistono degli spazi pubblici, liberi e aperti di discussione, di confronto, di dialogo. Spazi che non esistono nelle democrazie autoritarie o democrature. Spazi che si restringono dove il potere esecutivo prevarica sugli altri poteri separati e indipendenti come quello giudiziario, quello economico, quello dell’informazione. Spazi inquinati dove prevalgono corruzione e clientele, dove le minoranze sono discriminate e la libertà di informazione e di espressione è limitata o minacciata o sotterrata sotto un diluvio di fake news pilotate da qualcuno.

Ma in fondo questi potrebbero essere mali emendabili, quasi a conferma del noto aforisma di Winston Churchill, “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, ad eccezione di tutte le altre”. Anche di altri pericoli che insidiano le libere democrazie si discute da sempre. Mi riferisco a quei processi degenerativi delle democrazie antiche studiati e catalogati da Aristotele, il primo scienziato politico della nostra storia. Le preferenze di Aristotele andavano naturalmente ai regimi aristocratici, eppure non esitò a indagare e descrivere come il governo dei migliori potesse tramutare e degenerare nel governo dei pochi, in oligarchie inamovibili, accaparratrici e sopraffattrici. Parimenti lo stagirita descrisse la degenerazione della democrazia in demagogia. Che cos’è la demagogia dovremmo averlo imparato a scuola, ma forse le scuole di oggi non lo insegnano più. Grosso modo le definizioni correnti descrivono la demagogia come un comportamento politico che attraverso promesse false e ingannevoli ma gradite al popolo mira a conquistare o conservare il potere. Aristotele, che non di rado confonde volutamente democrazia e demagogia, identificava entrambe come governo dispotico dei poveri, delle classi inferiori fomentate e irretite da tribuni che Aristotele chiamava “adulatori del popolo”.

Tanto ci serve per catapultarci nel presente un po’ più avveduti, accorti quanto basta per capire che la democrazia è non solo imperfetta ma anche costantemente insidiata tanto dalle oligarchie quanto da moltitudini guidate dai demagoghi che ne sfruttano il risentimento per conquistare il potere.

Sostituiamo alle antiche oligarchie dei possidenti le tecnocrazie attuali e ai demagoghi del tempo andato i moderni populisti ed ecco dalle nebbie del passato emergere i contorni dell’attualità politica.

Il titolo di questo primo incontro parla di enigma della sovranità. Intendo sovranità al plurale cioè come sovranità del popolo e sovranità della nazione.

Da una parte condividiamo il risentimento del popolo per essere stato espropriato, depredato di una parte del suo reddito e di non riuscire a ripartire. Dall’altra constatiamo la dichiarata impossibilità della nazione di agire e porvi rimedio decidendo politiche efficaci.

E’ questo connubio tra sofferenza e impotenza che ha unito il popolo e la nazione nella contestazione di quel potere o di quei poteri sovranazionali giudicati responsabili del suo impoverimento. Non potendo agire direttamente contro la globalizzazione, gli strali sono stati puntati contro l’Unione europea. Ma a farne le spese per prime sono state le élites politiche domestiche accusate di soggezione allo straniero cioè a Berlino e a Bruxelles. Governanti banchieri imprenditori, il cosiddetto establishment. E in questo impasto limaccioso è dalla sua narrazione faziosa che ha tratto origine la resistibile ascesa del nazionalpopulismo.

Della sua versione italiana parleremo nei prossimi incontri. Adesso mi preme affrontare la dimensione internazionale anzi mondiale del fenomeno di cui parliamo.

Partiamo dai fatti: il nazionalpopulismo si sta espandendo in tutto il mondo. Leader e partiti che si richiamano più o meno a un’ispirazione simile sono al governo negli Stati Uniti, la nazione più potente del mondo, ma anche in Italia, in Austria, in Polonia, Ungheria e in buona parte dell’Europa dell’est. In Francia i nazionalisti alla Le Pen sono arrivati al ballottaggio presidenziale anche nelle ultime elezioni. Insieme ai populisti di sinistra di Mélenchon hanno ottenuto al primo turno il 49 per cento dei suffragi. Solo il sistema presidenziale, la novità di Macron e le loro divisioni hanno impedito che uniti trionfassero.

Nel Regno Unito il partito indipendentista ha condizionato il partito conservatore e con lo sciagurato referendum indetto da Cameron ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Anche in Germania l’AfD con il suo risultato a due cifre influenza la politica nazionale e in particolare la Csu, l’ala bavarese della dc tedesca che si contrappone alla cancelliera alleata, Angela Merkel e ne paralizza l’azione. Il nazionalpopulismo si è fatto strada anche in Asia. In Indonesia e in Thailandia, dove l’alternanza al potere è spesso scandita da insurrezioni violente e repressioni ancor più violente, le formazioni populiste hanno più volte ottenuto la maggioranza.

Nazionalpopulisti di credo socialista sono al potere nel Venezuela di Chávez e di Maduro e nella Bolivia di Evo Morales. Lo sono stati a lungo in Argentina dove oggi guidano la principale forza di opposizione. Del resto sono stati proprio Perón e il peronismo con i loro descamisados a rimettere in circolo alla metà del ‘900 il marchio apparso per la prima volta in Russia nella seconda metà dell’800.”

Fine seconda parte/segue

Una lista civica a Roma, una comunità cittadina (di Luca Bergamo)

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione di Luca Bergamo all’assemblea cittadina organizzata dall’associazione daZero per il lancio di una lista civica che si è svolta a Roma il 24 novembre

Stiamo vivendo come in una guerra, pur senza dircelo, una guerra strana nella quale il nemico è un ente indefinito. L’attacco all’Europa attraverso l’aggressione del debito pubblico sui mercati finanziari e’ un attacco alla sovranità del popolo. Domina la paura che impedisce di capire e costruire per eliminare ciò che genera questa paura. Individuiamo di volta in volta nemici di comodo, si levano voci terribili: i migranti, i diversi, gli altri che non siamo noi, con evocazioni di un passato che pensavamo dimenticato; diventano nemici i tedeschi se siamo greci, i rumeni o gli albanesi se siamo italiani, la politica in sè, il potere in sè a prescindere dalla sua eventuale legittimazione democratica. Tutto ciò è preoccupante e molto pericoloso. Ma la strategia per allontanare questi pericoli può essere formulata solo se si comprende che il nemico siamo anche noi perchè l’avversario da battere é il modello di sviluppo nel quale viviamo, nel quale si formano le relazioni tra gli uomini e si legittima il potere. Un modello di sviluppo che è nato in occidente e che ha dominato a lungo. Questo tempo di ‘guerra’ in cui viviamo è la crisi di questo tipo di sviluppo e della posizione dominante di cui ha goduto il mondo occidentale per oltre 500 anni.

In realtà, stiamo vivendo  una transizione enorme che influisce sulle vite di tutti, sulle risorse di cui disponiamo. Se pensiamo di ricostituire ciò che si è sgretolato sotto i nostri occhi per tornare a vivere come abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni non ne usciremo. Impatti, rifiuti, persone, prodotti sono troppi e tutti legati ad un concetto di crescita vecchio. Non significa che non debba esistere crescita, ma non è la crescita economica che abbiamo imparato a conoscere che dobbiamo perseguire.

Questa transizione ha un potenziale straordinario. Siamo la patria dei diritti universali, con i più alti livelli di qualità della vita e di diritti, siamo il luogo del mondo nel quale si é costruito un potere sovraordinato attraverso una volontaria cessione di sovranità. Siamo in Europa. Possiamo essere coloro che offrono al mondo un nuovo modello di società, abbiamo i valori, i capitali intangibili, il bisogno di esserlo, ma possiamo esserlo solo se abbiamo coscienza di tutto ciò e il coraggio di percorrere strade non tracciate, di essere noi ad esplorare il futuro.

Ma non saranno le singole nazioni da sole a governare questa transizione. La scala dei problemi é contemporaneamente globale e locale. Le dimensioni che contano stanno a livello sovranazionale e a livello locale perchè il primo e il solo capace di determinare politiche e regole capaci adeguate alla dimensione globale dei fatti e degli interessi economici, perché solo il secondo, quello locale, è capace di determinare la qualità della vita delle persone e delle relazioni tra queste.

Per esempio a Roma c’è un’enorme quantità di spazi verdi. Possiamo pensare che curarli sia compito esclusivo di una struttura pubblica. Oppure possiamo pensare di essere noi collettività ad assumerci la responsabilità di questi spazi creando una trama di rapporti diversi e nuovi fra i cittadini che modificano le vite delle persone e creano cultura civile.

Roma é un luogo importante che influenza ciò che succede in Italia, in Europa e nel Mediterraneo. É possibile che Roma non abbia rapporti con quello che é successo nelle piazze arabe? Il peso di Roma nel mondo può essere grande e il suo ruolo attuale é indegno. Con le prossime elezioni si decide il governo della città e questa scelta é importante perché non si riduce all’amministrazione di un comune, ma tocca la transizione che va costruita anche a partire da qui. E il governo della città deve esserne consapevole. Non sarà facile perché quelli che difendono il vecchio modello hanno i loro interessi da difendere mentre noi non abbiano l’esempio di ciò che potremmo costruire e non possiamo affermare certezze. Abbiamo però una bussola che ci indica la strada del cambiamento. Un compito importante ce l’hanno i movimenti civici che dovranno essere capaci di dire dei no e pure dei sì. I movimenti di protesta che dicono solo NO non bastano per trasformare la società. Serve dire dei sì, governare e assumere responsabilità.

Qui sta il ruolo di una lista civica che non è solo quello di concorrere alla formazione di un pezzo di governo, ma anche e di costruire il legame tra società civile (anzi diciamo meglio, i cittadini) e istituzione. Abbiamo bisogno di forme di governo più complesse, che costruiscano relazioni stabili con i cittadini. Questo deve fare una lista civica. Non é più accettabile da parte di nessuno aspettarsi che altri risolvano il problema. Siamo un po’ troppo abituati a pensare che il “potere” debba risolvere ogni problema. La lista civica, invece, chiede a noi cittadini cosa siamo capaci e intenzionati a fare. Per guidare Roma ci vorrà consapevolezza e determinazione. Ci vorrà competenza, non basterà avere una buona idea: bisognerà mettere le mani nel fango e uscirne con le mani pulite; ci vorrà onestà e capacità di coinvolgere i cittadini. La bussola sarà la costruzione di una nuova classe dirigente che tenda a superare la separatezza fra cittadini e istituzioni e che indichi un nuovo modello di sviluppo partendo non dall’Olimpo delle idee, ma dalla concretezza dell’assetto del territorio, della gestione dei rifiuti, della mobilità, della convivenza civile, delle istituzioni come casa di tutti.

Luca Bergamo presidente di daZero