Il PD nel suo labirinto

Ad un osservatore esterno ignaro delle problematiche interne il PD appare in preda ad una sindrome di confusione che gli impedisce di agire con lucidità, prontezza e determinazione. Il risultato elettorale ha colpito il partito cardine delle maggioranze di governo della passata legislatura. Eppure i governi Letta, Renzi e Gentiloni avevano ottenuto risultati importanti nel gestire l’uscita dalla crisi e le conseguenze delle decisioni più impopolari del precedente governo Monti. Tuttavia, dal 2013 al 2017 il PD è stato scosso da una lotta politica sempre più lacerante e dall’abbandono di una parte rilevante del gruppo dirigente che aveva guidato il partito nel periodo precedente, in rotta con le scelte politiche compiute dalla segreteria Renzi e dal governo da questi diretto. Anni di polemiche, di scontri, di esacerbazione dei contrasti hanno avuto conseguenze sull’opinione pubblica indotta a pensare che, se personaggi del calibro di Bersani, D’Alema, Enrico Rossi, Vasco Errani ed altri, erano arrivati alla rottura con il partito che avevano contribuito a fondare, delle ragioni molto serie dovessero esserci. Il distacco tra PD e una parte consistente degli elettori si era già creato con l’esplosione del M5S alle elezioni del 2013 che ne aveva eguagliato i voti sull’onda di una protesta che si era fatta via via sempre più intransigente. Le scissioni nel PD hanno fornito la conferma, ben al di là del seguito dei personaggi che se ne andavano, che il partito guidato da Renzi si era diviso perché votato a politiche antipopolari di difesa dei privilegi e dei centri di potere economico e finanziario interni ed europei. I programmi elettorali dei vincitori delle elezioni del 4 marzo, M5S e centro destra, hanno potenziato questa convinzione indicando alternative di uscita dalla crisi del tutto illusorie, ma coerenti con la rappresentazione messa sotto gli occhi dell’opinione pubblica dei travagli interni del PD.

Ottenuti i voti, però, e con il passare delle settimane è iniziata una metamorfosi nelle posizioni del Movimento 5 Stelle espresse da Luigi Di Maio che, oggettivamente, sono arrivate a porsi in sostanziale continuità o perlomeno non in contrasto con alcuni indirizzi seguiti dal governo Gentiloni. Dal reddito di cittadinanza, alla collocazione internazionale ed europea, ai vincoli di bilancio si è realizzato un riposizionamento del Movimento. Ovviamente bisogna tener conto della facilità con la quale il M5S cambia idee e programmi senza porsi il problema della coerenza, ma ciò non toglie che è in corso un tentativo (partito in realtà già da prima delle elezioni) di accreditarsi come una forza di governo moderata e affidabile. Nel Movimento convivono più istanze e pesa molto una direzione verticistica ed autoritaria che tiene a bada i contrasti potendo decidere autonomamente le politiche da presentare all’opinione pubblica. In questo momento prevale la volontà di arrivare al governo sulle pulsioni protestatarie, ma non è detto che il Movimento reagisca bene alla prova del governo. Di sicuro restare all’opposizione sarebbe la scelta che manterrebbe la compattezza dei 5 Stelle.

In questo quadro va collocata la questione di un confronto tra PD e M5S per verificare la fattibilità di un programma comune di maggioranza che non significa automaticamente un governo insieme.

La negazione di ogni possibilità di dialogo e l’opposizione della pregiudiziale di diversità avanzate subito dopo le elezioni da Renzi, dai dirigenti e dai militanti del PD, comprensibili due mesi fa di fronte ad un’ipotesi di alleanza M5S – Lega, non lo sono più oggi. Se è vero come è vero che il PD è stato ed è ancora il partito con il più credibile programma di governo basato su un’esperienza positiva durata cinque anni, e se è vero che le scissioni che lo hanno colpito si sono rivelate fallimentari, è difficile comprendere per quale motivo il PD abbia rinunciato a far valere questi suoi punti di forza nel dibattito politico post elezioni concentrandosi, invece, come hanno fatto gli altri partiti, sulle formule di governo.

L’ennesimo scontro che ha lacerato il PD ha trasmesso all’opinione pubblica l’immagine di un partito confuso, diviso, instabile e incapace di riprendersi il ruolo di forza politica di riferimento del Paese. Le dimissioni da segretario di Renzi non erano necessarie nell’immediato e hanno privato il partito del suo vertice eletto democraticamente. Tuttavia Renzi ha mantenuto la sua influenza per il tramite dei dirigenti eletti insieme a lui. Interlocutore presente, ma formalmente assente il volontario allontanamento di Renzi ha aumentato, di fatto, la confusione e il disorientamento. Di queste dimissioni, per le quali qualcuno adesso parla di possibile revoca tanto per accentuare l’instabilità, sfugge il senso politico profondo e resta l’impressione degli effetti di un carattere intemperante e della propensione alla personalizzazione degli avvenimenti politici. Due elementi difficilmente conciliabili con la guida di un partito come il PD.

Se il PD vuole uscire dal labirinto nel quale si è cacciato non ha altra scelta che concentrarsi sui temi del governo dell’Italia chiamando le altre forze politiche a dimostrare la loro capacità di affrontarli. Per questo non si può negare il confronto con il M5S chiesto ripetutamente e con modalità convincenti da Di Maio. Il confronto ci deve essere e deve mostrare all’opinione pubblica il volto di una forza politica lucida e determinata, coraggiosa ed aperta che non esclude nessuna ipotesi, ma che non si sente obbligata a seguire chi non lo merita. L’esatto contrario del volto rancoroso e chiuso che tante reazioni di dirigenti e militanti stanno mostrando in questi giorni

Claudio Lombardi

Due o tre pensieri sulle elezioni 2018

Un bel rimescolamento di carte queste elezioni 2018. I numeri che contano sono 70, 4,5 e 18,7. La prima cifra è la somma dei voti di M5S e centrodestra; la seconda quelli delle sinistre extra Pd; l’ultimo la percentuale presa dal Pd.

Pur essendo stato dato su programmi diversi non vi è dubbio che quel 70% esprime una protesta contro le politiche che hanno segnato la stabilità italiana che, nel rispetto dei vincoli di bilancio, ha portato a diversi positivi risultati di governo (economia, lavoro, diritti). Sia nella versione Lega che in quella di Forza Italia o di FdI e in quella del M5S il tratto che le accomuna è la spinta a fuoriuscire dalle compatibilità finanziarie con un taglio di tasse e un’espansione della spesa pubblica. La stragrande maggioranza dei votanti ha detto quindi che è stufa di sentirsi dire “non si può fare perché dobbiamo stare nei limiti”. Di fronte alle promesse di un radicale taglio di imposte con la flat tax non è stata tanto a guardare per il sottile se convenisse veramente e a chi, ma ha detto sì. Stessa reazione per il cavallo di battaglia dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza. Significativo che il messaggio del taglio è passato nelle zone più sviluppate e quello dell’assistenzialismo in quelle meno sviluppate. Ciò che conta però è il duplice messaggio che è arrivato agli elettori: superiamo i vincoli, torniamo a spendere.

Anche sulla questione migranti la scelta è stata di rottura e le due componenti che si dividono il 70% l’hanno rappresentata. Come ampiamente annunciato dai tanti episodi di protesta l’immigrazione caotica non gestita dai poteri pubblici e l’accoglienza in stile emergenziale con i suoi scandali, i suoi sprechi e soprattutto la sua insensatezza (immigrati parcheggiati a caro prezzo e poi lasciati liberi di vagare alla ricerca di fortuna nel territorio nazionale con l’effetto di ingrossare le file dei lavoratori sfruttati fino al limite dello schiavismo e quelle della microcriminalità) ha prodotto una ribellione di massa. Lo si era detto: gli appelli alla solidarietà hanno un limite superato il quale o si accetta di sopportare un peggioramento della propria vita o ci si ribella. Tanti italiani hanno scelto quest’ultima strada. Ovviamente superfluo ripetere che a sopportare le conseguenze di un’immigrazione disordinata e di una gestione fuori controllo sono state le periferie e le zone popolari già messe sotto pressione per conto loro. C’è da dire che solo con il governo Gentiloni e grazie al ministro Minniti è cambiato qualcosa e questo gli italiani l’hanno ricordato.

C’erano però altre liste che diffondevano un messaggio di ribellione ai vincoli europei e di espansione della spesa pubblica: LeU e Potere al Popolo. Insieme non sono arrivati nemmeno al 5% dei voti. Erano liste chiaramente di sinistra che contestavano il moderatismo del Pd e si presentavano con toni radicali. Niente da fare, gli elettori non le hanno seguite. Alcuni grandi nomi – da Bersani a D’Alema a Grasso – non sono serviti ad attirare maggiori consensi. Sarà la connotazione di sinistra che non convince più con buona pace di quelli che insistono ad indicare la necessità di un’unità delle sinistre come un obiettivo prioritario. Deve essere proprio così perché le due liste coprivano un arco di posizioni molto ampio dal riformismo tranquillo di un Bersani con LeU alla vera e propria rivolta dei centri sociali con Potere al Popolo. Dopo queste elezioni sarà difficile tornare ad invocare l’unità della sinistra. Ormai l’etichetta è corrosa dal tempo e andrebbe ristampata.

Il Pd ha pagato non tanto gli errori di Renzi quanto l’incapacità di completare la costruzione di un partito nuovo che andasse oltre la matrice dalla quale è nato. Si parlò all’epoca di fusione fredda tra gruppi dirigenti ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani. L’impressione è che da allora non si sia andati molto più in là. Renzi ha avuto il merito di cercare una strada originale con le sue Leopolde e lo slogan della rottamazione, ma non è stato capace di dare una base analitica e strategica solida al partito. Una cultura politica che ha puntato troppo sull’effervescenza, sul giovanilismo, sull’ottimismo edulcorato, sul decisionismo frettoloso. In definitiva una cultura politica basata più sulle intuizioni, ma di scarso spessore. Quindi un merito di Renzi sì, ma anche la responsabilità di aver strattonato un partito confuso e desideroso di identità, ma ancora immaturo. Troppi traumi in pochi anni. Oltre Renzi urge comunque una riflessione molto ampia che non sia piagnisteo o autocoscienza, ma slancio per capire in che mondo si vive e cosa ci si sta a fare e contatto con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Sapendo che la politica non è accettare supinamente ciò che ci si trova davanti, ma capacità di immaginare il futuro costruendolo giorno per giorno.

Ora si tratta di capire cosa faranno i partiti perché i risultati non permettono nessuna maggioranza già definita. Non è cosa che si chiarirà in pochi giorni. Difficile pensare all’alleanza stabile di Pd e M5S anche se parrebbe l’unica via d’uscita da una situazione bloccata. Il Pd oggi non se lo può permettere e non lo può permettere un minimo di ragionevolezza. I rispettivi programmi sono alternativi e non conciliabili. Il Pd deve pensare ad altro. Deve risolvere la sua crisi, chiarirsi le idee, ridefinire la linea politica, radicarsi di più nella società. L’unica strada oggi è quella di un governo istituzionale di durata limitata; potrebbe servire a far decantare la situazione e a far emergere proprio quella convergenza programmatica tra forze diverse sulla quale impiantare un governo di legislatura. Quali forze? Lo si vedrà strada facendo. Di fatto il voto di protesta si è concentrato sul M5S e sulla Lega, dunque…. Se ci si riesce, bene; sennò si torna a votare. Un percorso difficile, ma ci si può provare

Claudio Lombardi

Il bersaglio grosso del caso Boschi

Bisogna riconoscere che ci sanno fare. La campagna mediatica scatenata contro Maria Elena Boschi ormai si è trasformata nel “caso Boschi”. Le elezioni sono vicine e l’occasione per mettere in crisi il gruppo dirigente del Pd fa gola a molti. È stata un’ingenuità mettere in funzione a fine legislatura una commissione di inchiesta sulle crisi bancarie pensando che avrebbe fatto chiarezza sulle cause e sulle responsabilità della sottrazione ai risparmiatori di decine di miliardi di euro. È bastato un appiglio ed è stata costruita una montatura mediatica sul nulla. Di fatto il dramma di migliaia di persone che sono state truffate e lo scandalo di un sistema di potere che lo ha permesso sono stati usati per scatenare una campagna contro il Pd e il suo gruppo dirigente.

banche saccheggiateQualunque osservatore intellettualmente onesto non può che convenire che i colloqui di Maria Elena Boschi non c’entrano niente con le crisi bancarie arrivate dopo molti anni di mala gestione e di connivenze che l’hanno permessa e coperta e dopo che è stata approvata in sede europea e recepita nell’ordinamento italiano una normativa che fa pagare i fallimenti bancari anche a correntisti (sopra i 100mila euro), azionisti ed obbligazionisti. La commissione parlamentare doveva servire a fare luce sulle inadeguatezze dei controlli e sulle carenze normative che hanno permesso la degenerazione delle banche locali. Probabilmente il materiale raccolto in oltre 40 sedute sarà utile nei prossimi anni per chi avrà la volontà politica di porre mano a qualche cambiamento. Ciò che conta è che adesso la commissione è servita a sostenere la montatura mediatica che ha prodotto il caso Boschi. Direttori di giornale, redazioni, reti tv, singoli giornalisti si sono gettati di slancio in un’opera di depistaggio e di disinformazione che ha usato le crisi bancarie per indirizzare la rabbia e l’indignazione contro il Pd.

A vantaggio di chi? Mettiamo insieme due notizie. La prima è che Luigi di Maio dichiara che se il M5S fosse il partito più votato potrebbe discutere di programmi con la sinistra e persino con un Pd depurato da Renzi e dai suoi più stretti collaboratori. La seconda è che il direttore di Repubblica scrive un articolo di fondo per chiedere che la Boschi si faccia da parte e non si ricandidi, cioè che si concluda la sua carriera politica nel Pd. Che significa?

montatura falsitàSemplice: che molti soggetti collocati nei piani alti della società a tutti i livelli stanno puntando sulla fine politica di Renzi e sulla caduta del Pd. La campagna contro la Boschi è stata preceduta da anni nei quali il Pd è stato additato come il principale responsabile di tutte le storture e le degenerazioni del sistema politico. Gradualmente, ma costantemente le destre si sono rifatte una verginità tanto che oggi si commenta con ammirazione la longevità politica di Berlusconi e Salvini ha fatto dimenticare i lunghi anni di governo della Lega. C’è quindi una convergenza oggettiva tra diversi soggetti, politici e attivi nel campo dell’informazione o nell’alta burocrazia, nell’attacco al gruppo dirigente del Pd. Depotenziare il Pd è conveniente per le altre formazioni politiche, di destra, di sinistra e indefinite come il M5S. In gioco non ci sono solo i voti che potrebbero abbandonare il partito di Renzi, ma anche quelli degli sfiduciati e dei delusi. Se riesce la campagna che bolla il Pd come principale responsabile dei mali d’Italia la scommessa è che gli elettori tornino a votare per quelli che lo attaccano.

D’altra parte la politica è spietata con chi perde e Renzi oggi appare (e viene fatto apparire) un perdente. Bisogna riflettere sul fatto che il suo disegno strategico è stato stroncato dal referendum costituzionale. Le riforme sociali e gli interventi nell’economia, pur essendo costate molto alle finanze pubbliche, non hanno ampliato il consenso per l’opera del governo e non hanno disinnescato la minaccia del rancore (ne ha parlato il Censis nel suo ultimo rapporto). Inoltre Renzi non è riuscito a tenere unito il suo partito che si è molto indebolito e che difficilmente sarà quello più votato nelle prossime elezioni.

ascesa M5SÈ invece probabile che il più votato risulterà il M5S che rappresenta la principale valvola di sfogo politico degli elettori arrabbiati, sfiduciati o delusi dagli altri partiti.

Con questi elementi si può intravedere un cambio di disegno strategico da parte di alcuni che pure avevano sostenuto l’ascesa di Renzi. Crisi del gruppo dirigente e indebolimento del Pd, ascesa del M5S che ne faccia il perno di una nuova maggioranza con Liberi e uguali e pezzi del Pd come sostenitori/subordinati. Il disegno sarebbe quello di assorbire le spinte antisistema portandole al governo e tentare così di arrivare ad una stabilizzazione del sistema politico italiano nel quadro di una sostanziale conservazione degli equilibri esistenti e di un recupero del consenso sociale. Le prove di governo a Roma e a Torino hanno mostrato sì l’incapacità, ma anche l’inoffensività del M5S e la sensibilità all’influenza di soggetti che conoscono e manovrano i meccanismi del potere.

La scommessa è rischiosa perché un M5S alla guida del governo dovrebbe fare qualcosa di più che dichiarare il cambiamento, ma non praticarlo come ha fatto a Roma e a Torino. Debito pubblico, vincoli europei, moneta comune, struttura dell’economia italiana, arretratezza del sud sono bocconi duri da digerire per chi si è affacciato da poco alla politica sull’onda della protesta.

I giochi ancora non sono fatti, ma è chiaro che il bersaglio grosso del caso Boschi è abbattere Renzi per aprire la strada a un nuovo soggetto politico forte che proclami di cambiare tutto. Il resto si vedrà

Claudio Lombardi

L’ autocritica di Renzi è necessaria

Un articolo di Ezio Mauro su Repubblica di oggi affronta la questione cruciale di come Matteo Renzi ha gestito il suo potere sia nel Pd che alla guida del Governo. Si toccano limiti, criticità e debolezze dei quali è giusto parlare e sarebbe bene che l’ autocritica di Renzi precedesse il rilancio della sua leadership. Sarebbe una grande novità e un segno di forza perché indicherebbe la capacità che egli stesso rivendica di imparare dall’esperienza. Una parte dell’opinione pubblica desidera il leader sicuro di sé e superiore a qualunque errore nonché anche lievemente autoritario e possibilmente anche padrone del suo partito. uomo solo al comandoL’uomo solo al comando è una tentazione che ricorre e non solo in Italia. Piace a molti che il Capo comandi e non risponda ad alcuna critica. A molti altri, però, piacerebbe che si ammettessero gli errori e si ripartisse su basi nuove perché i Capi di solito portano popoli e adepti alla rovina perché li legano alle loro sorti personali.

Vale la pena pertanto di seguire il ragionamento di Ezio Mauro.

“I nodi non sciolti negli anni del comando stanno soffocando Matteo Renzi oggi, nei mesi della sconfitta, e ciò che più conta rischiano di trascinare a fondo con lui l’intera parabola del Pd, tra scissioni, tesseramenti gonfiati, avvisi di garanzia. Sono nodi politici e giudiziari, riassumibili in un unico concetto: il groviglio del potere cresciuto intorno all’ex presidente del Consiglio, che lo ha coltivato o tollerato nell’illusione di proteggersi, fino a restarne imprigionato.
È infatti la concezione del potere del leader che merita fin d’ora un giudizio …”

Il punto per Mauro non è l’esito del procedimento giudiziario che seguirà la sua strada, ma mettere in evidenza che “il meccanismo di controllo e influenza che ha creato intorno a sé, nominando uomini di provata fedeltà personale nei centri più sensibili del potere pubblico” ha lasciato “germogliare filoni di interesse privato che intersecano quei punti decisionali”.

sistema ItaliaL’errore di Renzi, dunque, è stato quello di aver limitato la scelta delle persone alle quali attribuire incarichi di responsabilità ad una cerchia ristretta legata da relazioni di amicizia o di provenienza territoriale.

Secondo Ezio Mauro qui si scorge una “sindrome minoritaria di leader che non riescono a liberarsene nemmeno quando conquistano la maggioranza”, una sindrome che impedisce di ricercare l’egemonia e spinge a puntare solo sulle persone più fidate. Il “vero limite di Renzi è stato di ambizione: pensare eternamente a proteggersi dai colpi e a colpire invece che a convincere e conquistare. Con un progetto capace di presentare una nuova sinistra come leva del cambiamento di un Paese in crisi, in un discorso di verità, tenendo insieme le eccellenze e le sofferenze italiane, in un nuovo disegno di società. Un disegno in cui si riconoscano tutte le anime della sinistra italiana, nella legittima e libera interpretazione che il leader del momento è chiamato a dare, facendosi però carico di una vicenda comune, di storie personali, di una tradizione che parla a un terzo del Paese”.

mobilitazione dei miglioriQuesto è stato il vero limite di Renzi come segretario del Pd che, identificandosi con un governo di coalizione e basato su una maggioranza che non era uscita dalle elezioni con quel programma, ha condotto il partito a non avere un suo ruolo propositivo e critico.

Ezio Mauro ricorda la critica rivolta dal suo giornale in un’ampia intervista resa ai primi dell’anno sulla scelta dei “fedelissimi fiorentini per guidare la macchina governativa”. Critica cui si aggiunge oggi una domanda precisa: “perché non pretendere che quando si ha l’onore di guidare la sinistra e la responsabilità di presiedere il governo i propri familiari si astengano da affari che riguardano il potere pubblico?”

Ezio Mauro ha ragione, ma la critica che rivolge a Renzi avrebbe potuto farla con sfumature ed intensità diverse anche nei confronti della maggior parte dei Presidenti del Consiglio o leader di partito che si sono succeduti negli ultimi decenni. Dire che Renzi avrebbe dovuto cercare i migliori senza preoccuparsi che fossero anche i più fedeli significa considerarlo alla stregua dei ricostruttori del Paese dopo la seconda guerra mondiale. In effetti soltanto negli anni ’50 e ’60 accadde che l’Italia produsse uno sforzo che travalicava le fedeltà di partito e di corrente mobilitando le migliori energie. Senza dimenticare però che ciò avveniva con un ferreo controllo dello Stato da parte della Dc e dei suoi alleati e sotto l’ombrello militare degli Usa.

cambiamentoIn effetti ciò che Mauro sembra chiedere a Renzi può essere inscritto in quel progetto di ricostruzione di un partito di governo di centrosinistra – citato nell’articolo – che unifichi  tutte le anime non solo della sinistra (perchè Ezio Mauro si limita alla sinistra che c’è come se fosse per definizione la raccolta delle energie migliori?), ma si apra anche alle migliori culture politiche, civili e di governo a prescindere dalla loro collocazione partitica.

Ora che Renzi si ripropone come segretario del Pd con l’ambizione di tornare a guidare il Governo trasmettere il senso di una svolta nella gestione del potere è fondamentale. Ma la sfida più ambiziosa sarebbe lanciare un progetto per l’Italia che superi limiti e debolezze del suo sistema (economico, sociale, istituzionale). Limiti e debolezze che si sono intraviste anche nell’affare Consip. Il triennio di governo Renzi non si è concluso bene, ma le esigenze alle quali voleva rispondere quel progetto stanno ancora tutte lì e non sarà certo un governo di populisti, nazionalisti e delle destre a dare le risposte giuste.

Quindi l’autocritica è necessaria, ma per ripartire

Claudio Lombardi

La sinistra del PD che ha già perso

La sinistra del PD ha già perso. Anzi, non solo quella del PD, ma quella che si esprime in decine di fazioni, gruppi e gruppetti, ognuno geloso della propria specificità e ognuno reclamante un’unità negata nei fatti e un’aspirazione a considerare centrale il proprio punto di vista (un’eco della tradizione marxista – leninista con la classe operaia come classe generale e il partito come sua avanguardia o un tardo illuminismo degli intellettuali che possiedono le chiavi della storia?), la sinistra sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia.

lotta nel PdLe ultime vicende che stanno dividendo il PD indicano che il processo di frazionamento è ripartito alla grande stimolato dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha azzerato anni di tentativi di dotarsi di una legge elettorale diversa dal proporzionale. Ora che basta raggiungere il 3% dei voti (strano che la Corte non abbia considerato anche questo limite incostituzionale; dopotutto perché mai la volontà degli elettori deve essere limitata da una percentuale di voti?) ogni componente sa di poter ambire ad avere propri rappresentanti in Parlamento senza dover sottostare a discipline di partito e fastidiose regole di maggioranze e minoranze.

Ascoltando il dibattito che c’è stato nell’assemblea della minoranza del PD di ieri al teatro Vittoria a Roma balza in primo piano uno dei caratteri predominanti dell’incapacità delle sinistre di intervenire nel mondo così come è: l’inclinazione alla chiacchiera pomposa, drammatica, retorica, ma pur sempre chiacchiera con scarso riguardo per la concretezza.

speranza emiliano rossiChe altro può significare caricare i discorsi di ogni possibile drammaticità ed urgenza e poi proporre come propria somma rivendicazione dieci mesi di discussioni per arrivare ad un congresso il più tardi possibile? Questo è il limite che identifica una sinistra che vorrebbe misurarsi con la sfacciata comunicazione dei populismi di ogni latitudine che non perdono tempo in chiacchiere fumose, ma vanno dritti al cuore con proposte “scandalose”, ma chiare e concrete. Di fronte alla smisurata arroganza di chi non sente ragioni, ma dice l’indicibile (usciamo dall’euro, protezionismo economico, respingiamo i migranti, prima gli italiani ecc ecc) la sinistra ripropone il dibattito infinito e l’ascolto di tutti senza mai il coraggio di presentare una soluzione. Per esempio il buon Roberto Speranza dice che la riforma della scuola proprio non va e che bisogna ricominciare daccapo. Come e con quale finalità? Sedendosi attorno ad un tavolo ed ascoltando tutti e da lì trarre la soluzione. Straordinaria idea! Peccato che sia già stato fatto per anni e non solo prima dell’approvazione dell’ultima riforma. Forse proprio da un eccesso di ascolto dei soggetti forti ed organizzati della scuola (e delle migliaia di interessi individuali da questi rappresentati) sono derivati i guai che l’affliggono. Una forza politica che vuole governare deve sì ascoltare, ma soprattutto interpretare i bisogni di tutti i cittadini e poi decidere e realizzare. Ascoltare e basta, dibattere senza mai concludere sono i tratti tipici di una sinistra italiana inconcludente, confusa e, per questo, incapace.

matteo-renziForse ciò che colpì dell’esordio di Matteo Renzi fu la sua manifesta antipatia, la sua ostilità per la chiacchiera di sinistra e la sua inclinazione alla concretezza (anche se pure lui ci ha stufato con la retorica ottimista delle sue Leopolde). Per questo c’è stata la forzatura su temi cruciali da sempre ostaggio della retorica della discussione infinita. Jobs act, scuola, Costituzione sono solo alcuni esempi di una spinta a fare piuttosto che a dire mantenendo sempre fermo l’esistente. In Italia fare una qualsiasi scelta  mobilita sempre l’opposizione di chi si sente colpito perché è abituato allo status quo. Riprendiamo l’esempio della scuola. È vero o no che migliaia di insegnanti precari del sud preferivano rimanere tali, ma vicino a casa loro piuttosto che ottenere il posto fisso lontano? È vero ed è questo il motivo principale del fallimento della riforma perché quelle migliaia hanno magari preso il posto al nord e poi o non hanno preso servizio (malattie, legge 104 ed altro) o hanno subito chiesto il trasferimento al sud scatenando una girandola di supplenze.

declino-italiaOra consideriamo il mondo, la svolta protezionista negli Usa, il travaglio dell’Europa, le guerre che sconvolgono l’Islam, l’incertezza globale, lo stato dell’Europa rimasta in mezzo al guado, le mille fragilità dell’Italia che è il fanalino di coda fra i paesi europei. Possiamo pensare che tutto ciò si affronti con l’eterno dibattito che propongono le varie anime della sinistra? L’attitudine declamatoria della sinistra che vorrebbe far passare per proposte concrete semplici petizioni di principio ormai non serve più nemmeno a fare opposizione. In verità la distanza tra parole e fatti ha riguardato buona parte della politica che ha nutrito l’opinione pubblica di annunci e di retorica, ma poi i fatti hanno seguito la vecchia strada degli interessi corporativi.

A questa deriva non è sfuggito nemmeno Matteo Renzi e se non si mette in testa di cambiare approccio e linguaggio rischia di non apparire molto diverso dai suoi oppositori. Ma la sinistra (Renzi compreso) ha un problema tutto suo se vuole avere un futuro. Deve avere più lucidità, più concretezza, più decisione. Soprattutto deve avere il coraggio di dire e fare essendo coerente con il suo programma che non può tendere al “ripartire dagli ultimi”, ma a far ripartire lo sviluppo. L’Italia sta morendo di conservazione e i soldi per comprare il consenso e la pace sociale sono finiti. O i problemi si risolvono con un governo forte e autorevole o sennò passeranno gli altri. Per questo la sinistra del PD che vuole andare per conto suo ha già perso.

Claudio Lombardi

Roma: i guai della politica debole (di Claudio Lombardi)

truffa atacCon l’ATAC, se fosse confermato il traffico di biglietti falsi, si toccherebbe il fondo dell’intreccio politica – apparati pubblici – reati nella capitale d’Italia. Dopo questo fondo ci sarebbe soltanto lo stato-mafia gestito direttamente dalla criminalità organizzata. A Roma ancora non ci si è arrivati, in Sicilia e in alcune zone della Campania ci si è andati molto vicini.

Perché succede? Perché la politica è debole e non riesce a vivere per compiere la sua missione che è di definire e perseguire l’interesse della collettività e cade preda di gente che persegue solo il suo interesse travolgendo tutti gli ostacoli e trovando la lucidità per illudere, corrompere o prendere in giro gli elettori.

narcisismo dei politiciCi sono anche molti politici mossi dalle migliori intenzioni che, nel dissolvimento delle ideologie, hanno corso il rischio (anzi, lo hanno proprio fatto) di identificare sé stessi con la causa politica in cui credevano e sono finiti avviluppati in un meccanismo dal quale è difficile uscire: la corruzione da parte di soggetti forti (costruttori, affaristi, manager) mascherata da sostegno all’attività politica in uno scambio di favori sistematico.

Probabilmente a Roma è accaduto qualcosa del genere e non lo si scopre adesso con lo scandalo dei biglietti falsi perché gli indizi o i segnali o le manifestazioni più evidenti ci sono da tanti anni.

politicaPer questo a Roma come altrove la cura è una sola: legalità e una politica più forte. Politica più forte non significa più potere ai politici, ma una politica più diffusa e partecipata, una politica socializzata nella quale il controllo dell’opinione pubblica sia fondamentale così come la partecipazione alle decisioni e all’attuazione amministrativa dei provvedimenti. Su tutto la trasparenza e l’accessibilità alle informazioni come deterrente ai raggiri e agli imbrogli.

Bisogna fare terra bruciata intorno ai corrotti e ai corruttori e mettere nell’angolo i politici che imbrogliano le carte promuovendo sé stessi a finalità principale del loro lavoro.

quartieri romaUn’ultima considerazione riguarda lo sconcerto perché lo scandalo delle ruberie a Roma e della dissipazione del patrimonio pubblico non è imputabile solo alla banda di Alemanno che ha banchettato nelle aziende di proprietà pubblica imponendo solo in Atac e in Ama quasi 2000 assunzioni clientelari in cinque anni. Purtroppo occorre riflettere anche sull’esperienza delle giunte di centro sinistra sotto le quali sembra sia iniziato lo scandalo Atac. Non si tratta solo di questo però perché l’ingigantimento di tutto il sistema delle aziende comunali con conseguenti assunzioni e maggiori spese (magari all’ombra dei grandi eventi di cui si è alimentato il modello Roma) e le vicende di un piano regolatore che ha consentito la costruzione di interi quartieri senza i servizi (innanzitutto di trasporto) che erano stati promessi e pattuiti getta molto più che ombre sull’opera delle giunte Rutelli e Veltroni.

Pd dispersoQui torna il discorso sullo spappolamento dei grandi partiti ridotti spesso a macchine di potere in preda alla competizione tra gruppi e cordate prive di qualunque motivazione politica. Le vicende del tesseramento del Pd di questi giorni hanno rivelato una realtà sconcertante che conferma pienamente lo scenario sopra descritto.

Non solo questo partito è andato in direzione ostinata e contraria alle motivazioni che hanno portato alla sua nascita e che sono rimaste scritte nei documenti (e impresse nella mente di tanti militanti), ma ha anche bruciato il patrimonio di credibilità portato da una parte dei suoi “soci” fondatori che affondano le radici nei movimenti politici e sociali romani dei decenni passati.

Una saggezza antica dice che “Necesse est enim ut veniant scandala verumtamen vae homini per quem scandalum venit, ” (Vangelo di Matteo 18.7) il significato è semplice e profondo:”è inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale lo scandalo avviene” . Trattandosi di Roma la citazione latina ci sta bene e il senso calza a pennello con la situazione che stiamo vivendo soprattutto quando promette che i responsabili rispondano dei danni fatti. Chiunque essi siano.

Claudio Lombardi

Il merito valore di sinistra?

svolta culturaleEleonora Rizzi è una giovane che, come tanti altri della sua generazione, è andata a vivere all’estero seguendo quel lavoro che è diventato un miraggio per molti qui in Italia. Come sei arrivata a questa scelta e perché?

La scelta di andare a lavorare all’estero non è stata certo una scelta facile: spesso chi ottiene un titolo di studio come la laurea si scontra con la dura realtà del mondo del lavoro in Italia e ci si trova ad accettare un impiego qualunque spesso senza contratto e sottopagato. Per questo ho deciso di fare una scelta netta, consapevole che comunque un periodo di lavoro all’estero sarebbe stato necessario per cercare di superare una situazione che mi sembrava priva di vie di uscita qui in Italia. Comunque sapevo che se volevo realizzare qualcosa di solido sarebbe stato necessario affrontare sfide difficili. E così è stato: nel giro di una settimana, ho cambiato vita senza nemmeno conoscere esattamente la città (Rotterdam) dove sarei andata a vivere; ma andavo a fare un lavoro coerente con i miei studi e questo mi ha dato forza, coraggio e anche speranza in un nuovo inizio e un futuro migliore.

coinvolgimento cittadiniScelta personale, ma condizionata da scelte politiche e di governo. Che ne pensi della politica?

La politica riguarda tutti noi. È paradossale, però, che sia così necessaria (e mai come adesso con una crisi che appare invincibile), ma anche così lontana dalla vita delle persone. I risultati elettorali lo dimostrano chiaramente. Quando ho deciso di trasferirmi all’estero ho messo in conto il fatto che mi sarebbe mancata la politica o, meglio, la possibilità di partecipare alla politica. Io però voglio tornare e mettere a servizio della mia comunità e, possibilmente, dell’Italia l’esperienza professionale acquisita.

Certo non tutti la pensano così, ma io credo che della politica non possiamo assolutamente fare a meno. D’altra parte non esiste uno stato o una comunità che non abbia la propria forma di governo e le proprie regole.

vie partecipazioneLa politica è fatta di scelte. Destra e sinistra sono i nomi sotto i quali si sono raccolte nel corso della storia idee molto diverse e tanti dicono che questi nomi non hanno più senso. Per te ce l’hanno un senso?

Se la politica è legata a valori culturali, a interessi, a visioni del mondo allora è naturale che esistano punti di vista o linee di pensiero diverse. Come dici tu la storia ha identificato in questi due nomi la diversità più importante a partire dalla quale si sono formate altre posizioni intermedie. Io avverto che una distinzione netta comunque c’è: la destra conservatrice o reazionaria, la sinistra progressista e reattiva.

Purtroppo l’anomalia italiana degli ultimi vent’anni ha visto la distruzione sia a destra che a sinistra di una proposta politica credibile. A destra si è affermata e consolidata l’idea di un partito-azienda di proprietà di un padrone. A sinistra, al contrario, la frammentazione dei vecchi partiti ha dato vita ad un organismo come il PD, potenzialmente forte nei principi e nella proposta politica, ma nella realtà dei fatti molto debole perché non in grado di superare la genealogia e la provenienza politica di coloro che ne fanno parte. E così il PD appare un sistema di correnti e di fazioni. In questa situazione è emerso il M5S che, al di là della proprietà del marchio (Grillo-Casaleggio), è fatto di persone che hanno lavorato su proposte politiche concrete, su temi portati avanti da tempo anche dalla sinistra. Insomma il PD ha avuto l’intuizione migliore, ma poi ha perso la sua identità, non riuscendo più a parlare con il suo elettorato e in qualche modo avallando posizioni conservatrici. Tra l’altro il PD, visto dall’esterno, sembra più un’oligarchia che una comunità di persone che decidono insieme e discutono le proposte e i progetti da attuare per fare migliore l’Italia.

direzioni diverseE così destra e sinistra finiscono per confondersi e apparire simili o non tanto distanti nella realtà dei fatti.

Forse la sinistra ha bisogno di verificare le sue idee e i suoi valori. Diritti e ridistribuzione del reddito sono i suoi capisaldi. Sono sufficienti o ci vuole altro?

Come già detto prima, penso abbia ancora un senso parlare di una distinzione tra destra e sinistra nella politica di oggi, ma a patto di rivedere e ridefinire il sistema di valori, di idee e le scelte che le caratterizzano. La sinistra ha molto da ripensare perché valori e principi vanno ricollocati nella situazione attuale. Per questo penso che bisogna cambiare la filosofia di fondo che sta alla base: “diritti e redistribuzione del reddito” come capisaldi su cui basare e costruire la proposta politica non sono sufficienti. Bisogna davvero interrogarsi sul principio di equità: significa davvero una redistribuzione in parti uguali a ciascuno? Il termine equità può davvero essere il sinonimo di uguaglianza indistinta? Per me è evidente che non è così. Prima di tutto perché siamo tutti individui differenti (le regole devono essere uguali, non le persone); in secondo luogo perché è un principio giusto che tutto sia commisurato al conseguimento di un risultato, di un obiettivo, all’impegno personale. Perciò penso ad un sistema dove sia possibile valutare il merito e premiare il talento di ciascuno di noi.

meritocraziaPer me il punto è centrale: la sinistra italiana dovrebbe riappropriarsi di questo valore che per troppo tempo ha lasciato nel campo della destra italiana, che lo ha stravolto e banalizzato nel mero concetto di “self-made man”. Anche perché la sinistra italiana, dagli anni ’90 in poi, ha sempre guardato al modello delle socialdemocrazie dei Paesi scandinavi o a quello tedesco, sistemi nei quali il merito sta alla base della costruzione di uno stato più equo e in grado di funzionare. Ed è questa la vera “lotta di classe” della sinistra del nuovo millennio: mettere il tema del merito al centro. Merito non è discriminazione, ma va insieme a pari diritti e pari opportunità.

Partire dal merito significa in altre parole comprendere che tutti devono avere lo stesso punto di partenza, che il punto di arrivo non è il medesimo per tutti ed è condizionato, non da uno status-sociale di privilegio, ma semplicemente dal talento e dai risultati raggiunti da ciascuno. Questo aiuterebbe a creare una società meno frustrata, dove le persone imparano a comprendere i propri limiti e le proprie potenzialità e a mettersi in gioco per quel che valgono davvero, contribuendo alla realizzazione di un futuro migliore e concreto. Ma non solo: ridisegnare il sistema basandosi su un vero principio di merito significa interrompere meccanismi perversi (baronato, carriere per scatti di anzianità) che si sono perpetrati nel corso di decenni soprattutto nei settori della Pubblica Amministrazione, della ricerca e dell’Università.

Un sistema realmente meritocratico è senza dubbio un sistema più aperto e flessibile nel quale i diritti non sono una concessione di chi dispone del potere politico (a cui essere grati e fedeli), ma una condizione di base su cui svilupparsi. Inoltre, se uno stato garantisce diritti, i cittadini stessi si sentono parte di esso ed è più probabile che osservino maggiormente i propri doveri.

103 giorni di un governo di conservazione (di Claudio Lombardi)

giudizio su governo lettaMeglio avere un governo che non averlo. Meglio che qualcuno rifinanzi la Cassa in deroga, che decida di iniziare a pagare i debiti dello Stato con le imprese, che ci rappresenti in Europa. Meglio di niente. Insomma i “successi” del governo Letta scaduti i fatidici cento giorni sembrano essere tutti di questo livello: niente di clamoroso , nessuna svolta, ma una consueta ordinaria amministrazione con i soliti decreti legge che trasportano un’infinità di norme di difficile valutazione redatte da una burocrazia ministeriale onnipotente nelle cui mani sarà poi consegnata la loro attuazione. L’effetto annuncio è assicurato; i risultati nessuno li andrà a verificare. Esattamente quel che accade da molti anni: tonnellate di leggi, regolamenti, decreti, circolari che sembrano affrontare ogni più minuto problema, ma che poi non si traducono in miglioramenti sostanziali. La scienza italica del tirare a campare si arricchisce di un nuovo capitolo. Basta agganciarsi ad un’emergenza e il gioco è fatto: si invoca la stabilità e si pratica la conservazione.

doppiezza pd-pdlIn cosa è diverso il governo Letta? Nella maggioranza che lo sostiene no perché è la stessa che sosteneva il governo Monti nato dal fallimento della politica che non ha saputo guidare la crisi succeduta alla caduta del governo Berlusconi alla fine del 2011. L’unica novità è che adesso il Pd e il Pdl guidano direttamente il governo anche questo nato in una situazione di emergenza da un ulteriore fallimento della politica che non ha nemmeno saputo eleggere un nuovo Presidente della Repubblica.

In entrambe le crisi – fine 2011, post elezioni 2013 – determinante è stato il ruolo del Capo dello Stato che ha assunto la veste di suprema guida del Paese, ultima istanza alla quale rivolgersi per dirimere ogni sorta di problema. Lo si è visto anche in questi giorni con gli appelli del Pdl perché Napolitano trovi una soluzione alle condanne di Berlusconi quasi che il Presidente possa agire da costituzione vivente creando nuove norme da imporre al di sopra di quelle esistenti.

inciucioChiaramente l’alleanza Pd-Pdl non ha alcun senso che vada oltre l’emergenza e suscita profondo fastidio ricordare le altisonanti dichiarazioni di quanti, Letta in primis, prefiguravano luminosi destini per un governo che alla prova dei fatti si è avvitato sui reati di Berlusconi e sulle sue esigenze elettorali (vedi IMU) senza nemmeno riuscire ad impostare la riforma della legge elettorale. Sì, profondo fastidio per il politichese da politicanti condito con fiumi di retorica sui “cambiamenti del sistema politico” mentre l’unico provvedimento urgente, la legge elettorale, veniva consapevolmente annegato in un pateracchio di riforme costituzionali con comitati e sottocomitati di saggi in un gioco da illusionisti sperimentato ormai da oltre trent’anni.

cittadini arrabbiatiIn tutto questo gli interessi degli italiani che fine fanno? E chi se ne occupa? Il Pdl è inadatto a governare perché è dominato da una cultura politica da monarchia assoluta che si rivela ogni volta che vengono tirati in ballo gli affari di Berlusconi. Gli interessi generali, le istituzioni democratiche, la politica, lo Stato per quelli del Pdl esistono solo per servire ai loro interessi privati e di gruppo. Non esiste Costituzione, né leggi; loro chiedono il plebiscito del popolo ridotto a folla manipolata (e con il controllo di gran parte della Tv privata e della carta stampata è facile) e poi vogliono fare i comodi loro.

pd confusoIl Pd sarebbe l’unico partito rimasto dallo sfacelo del passato, ma non è mai nato e appare tonto, ottuso, incerto su tutto, confuso, sbandato. I suoi vertici esibiscono il loro senso di responsabilità come se bastasse a dire chi sono e cosa vogliono. In realtà è solo il sipario dietro cui si cela l’incapacità e la paura di assumere un’identità ben definita fondata su scelte chiare che potrebbero mettere a rischio carriere, posti di lavoro nel vasto mondo che dipende dalla politica, posizioni di potere. Per questo meglio accordarsi con gli avversari che hanno identiche esigenze piuttosto che imboccare strade nuove. Se un partito diventa un ufficio di collocamento per ottenere incarichi ben pagati o che consentono l’avvio di carriere all’ombra della politica perché rischiare? La famosa stabilità di cui tanto si parla, in realtà, è quella di chi vive di politica e grazie alla politica non quella degli italiani.

democraziaIl cambiamento da realizzare allora può partire anche da qui: un partito deve identificarsi con un programma e un progetto politico chiaro e su questi si deve mettere in gioco. Non serve a nulla governare senza questi presupposti; di fatto finiscono per governare le tecnocrazie nazionali ed europee e i poteri forti della finanza e dell’economia.

La politica è il modo per costruire il futuro che non esiste già preformato. L’Italia ha mille vincoli – quelli europei, il debito, le arretratezze – ma sopra a tutto ha un deficit di cultura politica e civile. Se questi limiti vengono accettati supinamente non se ne esce. Per questo è necessario che nascano formazioni politiche che, come già successo con il M5S, rappresentino una cultura nuova di protagonismo dei cittadini. Non servono però leader carismatici alla Grillo che poi “naturalmente” vogliono comandare tutti; serve una partecipazione articolata in una rete di luoghi fisici e di percorsi nei quali potersi esprimere e attraverso i quali condividere le decisioni e i controlli sulle politiche pubbliche.

Non si tratta però di qualcosa che riguarda solo gli iscritti ai partiti, ma di una nuova modalità di vivere la democrazia che riguarda tutti. Difficile, ma indispensabile

Claudio Lombardi

Il Pd e il senso di responsabilità (di Claudio Lombardi)

berlusconiIl vero vincitore delle ultime elezioni, Silvio Berlusconi, ha fatto la puntata giusta e sta rivincendo a mani basse. Se non ci fosse l’ostacolo della pronuncia della Cassazione potrebbe dormire sonni tranquilli. Ma anche in caso di esito negativo può ragionevolmente confidare in una comprensione speciale da parte del suo alleato al governo, il Pd e forse anche da parte del Presidente della Repubblica. D’altra parte ciò che è accaduto in questi mesi di governo non può che rassicurarlo e anche Napolitano ha mostrato nei suoi confronti una disponibilità quasi inaspettata: chi l’avrebbe detto che dopo la condanna per prostituzione minorile e per concussione e dopo la duplice condanna per evasione fiscale sarebbe stato ricevuto a tambur battente al Quirinale?

Una ribellione è in corso tra i militanti e gli elettori del Pd, ma anche tantissimi cittadini sono indignati e si domandano che senso abbia questo governo che non raggiunge gli obiettivi per i quali è nato, ma sta rilegittimando un’oligarchia al comando. L’unica che non protesta è l’opinione pubblica di destra interessata solo all’IMU, costi quel che costi.

responsabilità PdCosì il Pdl se la passa benissimo, può fare e dire ciò che vuole. Minacciare fuoco e fiamme perché la Cassazione osa riunirsi il 30 luglio per esaminare il ricorso di Berlusconi invece di collaborare alla prescrizione del processo per esempio pretendendo ed ottenendo uno stop di protesta dei lavori parlamentari. Il ministro Alfano può  (verosimilmente) ordinare la deportazione di una donna moglie di un oppositore e di sua figlia in un paese che pratica la tortura violando tutte le norme interne e internazionali e mettendo a disposizione di un dittatore amico e socio in affari di Berlusconi i nostri apparati di polizia (che si comportano malissimo) senza che ci sia una reazione di rigetto di questo comportamento. Al contrario, può ricevere l’avallo del Presidente del Consiglio e del Pd alle sue bugie, senza nemmeno temere di pagare un qualche prezzo politico. Infatti il Pd non alza la voce, non minaccia rotture, non convoca manifestazioni contro un alleato infido e malfattore, no, il Pd eleva il suo famoso senso di responsabilità all’ennesima potenza e copre tutto in nome delle superiori esigenze di mantenimento del governo. Napolitano “ovviamente” sbarra la strada a qualunque cambiamento di maggioranza e il massimo che si concede è la riprovazione per il deprecabile incidente di cui nessuno ha responsabilità.

ricchi e poveriDa tanto tempo si è detto che il problema dell’Italia sono le sue classi dirigenti, la politica e chi la incarna. Di qui nasce la diffusione della corruzione e dell’illegalità, nasce l’inefficienza dello Stato e un capitalismo chiamato di relazione perchè si affida al clientelismo per arraffare soldi pubblici o coperture istituzionali che gli permettano di godere di rendite di posizione e di veri e propri saccheggi delle aziende e dei consumatori. È di questi giorni l’arresto dell’intera famiglia-banda Ligresti che ha depredato per anni e anni Fondiaria-Sai senza che nessuna autorità se ne accorgesse e intervenisse a fermarli. Basta leggere i giornali e capire il perché; in sintesi la ragnatela della collusione e della corruzione copriva tutto, ma soprattutto, politica e autorità di controllo. E i risparmiatori e i consumatori italiani hanno pagato il conto di tutto.

Se questi sono i “piani alti” del capitalismo italiano e se questi sono i metodi di selezione della classe dirigente è chiaro che senza una rivoluzione democratica radicale il marcio nel quale non esiste più separazione tra attività imprenditoriale, criminalità, apparati pubblici e politica continuerà ad avere in pugno il Paese. Estirpare il marcio è il cuore del problema Italia.

pd non vede non parla noon senteQuesto è il quadro. E il Pd che fa? Ultimo partito vero non personale, non di proprietà di nessuno sembra(va) l’ultima speranza per l’avvio di un cambiamento. La storia è nota: anni di debole opposizione a Berlusconi; incapacità di prendersi le sue responsabilità alla sua caduta; appoggio convinto e acritico al governo Monti; campagna elettorale debolissima, ma tra una battuta, una storiella e un’affermazione a mezza bocca (un po’ più di equità, un po’ più di lavoro…) di Bersani sembrava che volesse imboccare una strada diversa dal passato. E invece no.

Tutta la vicenda della surreale trattativa sulla formazione del governo conclusa con il tragicomico richiamo in servizio di Napolitano hanno rivelato che una parte notevole dei gruppi dirigenti del Pd puntava semplicemente ad un governo con il Pdl. Finalmente ci si è arrivati con grandi squilli di trombe sul senso di responsabilità e sull’emergenza che sono, come le rime cuore e amore, monete sempre spendibili in ogni stagione.

A questo punto bisogna domandarsi che razza di senso di responsabilità sia quello dei gruppi dirigenti del Pd che permette al Pdl di spadroneggiare senza incontrare resistenza e che impedisce persino di alzare la voce. Il Pd trae la sua legittimazione dal voto degli italiani, ma i suoi rappresentanti si comportano come tanti burocrati dello Stato e parlano ai cittadini come se fossero alunni da istruire ai quali si racconta la lezioncina che rende verosimile ogni azione per quanto sia sbagliata o riprovevole.

scelte sbagliateAlfano mente spudoratamente? Non fa nulla, per senso di responsabilità da Letta a Epifani all’ultimo parlamentare tutti devono dire che ha ragione. I dirigenti e gli eletti (non tutti per la verità) del Pd non osano dire la verità, non osano fare i rappresentanti dei cittadini, non pensano di poter cambiare nulla. Si limitano a gestire la situazione come tanti impiegati della politica che rispondono a qualcun altro e non agli elettori. Questo è impressionante e getta un’ombra pesante sulla possibilità del Pd di assumere la guida del rinnovamento dell’Italia.

Qui si esprime una cultura politica oligarchica che non applica ai suoi membri alcun rigore e tutto concede in nome della conservazione degli equilibri di potere. Gli eletti e i dirigenti del Pd sembrano non rendersi conto che il compito della politica è progettare e realizzare il futuro e che loro si stanno comportando come se il futuro, immodificabile, fosse questo che stiamo vivendo. Il Pd pagherà un prezzo per questo perché tradisce e fa venir meno il motivo della sua esistenza. A meno che il prossimo congresso non segni una svolta radicale

Claudio Lombardi

Ecco cosa manca al Pd: intervista a Fabrizio Barca

Pubblichiamo brani di un’intervista a Fabrizio Barca realizzata da Daniela Preziosi pubblicata su www.ilmanifesto.it.

dilemmaIl Pd doveva accettare di sospendere i lavori dell’aula per l’ennesimo guaio giudiziario del Cavaliere?

«Non credo proprio, ma lo ha fatto. E senza consultare i deputati. Leggo dichiarazioni del segretario Epifani molto critiche. E allora mi domando: chi è il Pd? Cos’è il Pd?».

Non vuole fare il segretario. Forse il personal trainer della base?

Il sollecitatore, piuttosto. Provo a capire se riesco a scatenare non solo nella base ma nei gruppi dirigenti, anche territoriali, l’idea che alcune cose di questi anni sono sbagliate: bisogna farne altre.

Ha dato dei ’dorotei’ ai vertici del Pd. Finirà per diventar loro antipatico. Invece fino ad ora l’hanno corteggiata, sperando di iscriverla a una corrente.

fabrizio barcaNella mia funzione posso dire quello che penso, del resto come ogni iscritto a un’associazione – perché il partito è un’associazione, non dimentichiamolo – può fare, se ne rispetta le regole. Uso l’espressione ‘dorotei’ perché verifico un’apparente condivisione ma una chiara non voglia di confrontarsi. Mi si dica che sbaglio; ma nessuno me lo dice. Non basta simpatizzare con me, vorrei ci si misurasse con la questione principale che pongo sul tavolo. La carenza
di confronto sulla cultura politica, l’indebolimento del rapporto del Pd con gli intellettuali e i tecnici, con i codici di conoscenza del paese, sono dati di fatto. L’incapacità di proporre un disegno di cambiamento da parte della sinistra, e poi di governare, è l’insuccesso ventennale. È dovuto a un deficit di autorità quando si governa, o di conoscenza e partecipazione, come credo?

La ’democrazia che decide’ è tema nel Pd area Veltroni.

Io dico invece che il problema del governare l’Italia è legato a una macchina dello stato che trascura i processi di attuazione: non li segue, non li monitora, non li valuta, non apprende, non informa. Annuncia, annuncia, annuncia; norma, norma, norma. Quindi ha potere; ma non segue l’attuazione quindi non può dire ai cittadini se quello che ha promesso avviene o no.

Questa sua analisi deriva dall’esperienza di confronto dei tempi di Bankitalia con il progetto di programmazione territoriale ‘Cento città’? Il governo D’Alema aveva un’idea diversa.
differenza bene male
No. Deriva da casi più recenti, dai tentativi non riusciti di riformare la scuola, dalle continue non riuscite spending rewiew, dall’insuccesso della realizzazione delle infrastrutture strategiche, le attività primarie dello stato: è la differenza fra governare bene e male.

Lei insiste sul deficit di conoscenza nella cultura di governo del Pd. Per la prima volta, c’è un candidato come Gianni Cuperlo, dirige un centro studi e dei saperi ha fatto il suo lavoro politico.

Quando parlo di deficit di conoscenza non mi riferisco a singole persone o al partito, parlo di quelli che governano. Quando sei ministro, o presidente di regione, o sindaco, anche se sei il più bravo, le conoscenze che hai sono una parte infinitesima di quelle che servono a ben governare. La capacità di ben governare consiste nella capacità di fare squadra e di presidiare il processo di attuazione dei processi che proponi. La stragrande maggioranza della conoscenza non è nella tua testa o in quella dei soggetti che la attuano o in quelli che ne beneficiano: è fra gli insegnanti, i medici, gli ingegneri che attuano gli interventi.

Come può un partito chiedere partecipazione se poi ignora le scelte degli elettori? Le larghe intese, prima del governo Letta erano persino un tabù nel Pd.

primarie pdPromettendogli che mai più la selezione dei candidati sarà così mal congegnata. Non c’è nessun altra promessa credibile. Il punto dove siamo arrivati deriva dall’aver selezionato un numero troppo elevato di deputati non affidabili. Ma un partito, per selezionare persone affidabili, deve essere un’associazione viva. Non la definiremmo neanche associazione, una cosa che si riunisce ogni 5 anni. I candidati devono emergere dal confronto, anche con gli esterni.

Il governo Letta non è uno stato di necessità ma un punto cui si è arrivati per 101 inaffidabili?
In politica non esistono gli stati di necessità. Esistono scelte che possono essere ritenute superiori a seguito di eventi. Ma non obbligate. Questa vicenda è stata uno sbandamento drammatico.

Il suo Pd è di sinistra. Anche quello del Bersani del 2009. Se oggi si pensa a Renzi, non sono certa che venga in mente l’idea di un partito di sinistra.

svolta a sinistraDiscuto spesso di questo punto. C’è un equivoco però, nato alla fondazione del Pd, che ha portato erroneamente a identificare ’sinistra’ con la matrice socialcomunista. Se si fosse discusso di più di cultura politica, si sarebbe sciolto a suo tempo l’equivoco: avere come obiettivo il miglioramento della società e delle sue persone, coltivare la tutela della concorrenza contro i tentativi di monopolizzazione, sono principi di sinistra e pezzi forti del pensiero liberale. Tant’è che gli azionisti e i liberalsocialisti erano di sinistra. Come i cristiano sociali.

Contro la legge Mammì, madre di tutti i conflitti di interesse, si dimisero 5 ministri della sinistra Dc.

La Dc aveva molte anime. Aveva una sinistra più a sinistra del Pci. Del resto ha più dimestichezza e sintonia con il capitalismo un ex comunista che un ex cristiano sociale.

Il suo Pd si iscriverebbe nel Pse?

E’ l’ultimo dei problemi. Il Pd dovrebbe lavorare in stretto collegamento con i partiti del gruppo socialista e democratico del parlamento europeo, cosa che non avviene. C’è la scadenza elettorale decisiva di maggio, è indispensabile arrivarci con un candidato unitario per la presidenza della commissione e una piattaforma minima comune per l’accelerazione dell’integrazione politica e di bilancio. La situazione dell’Europa al momento è insostenibile. Anche su questo la discussione del Pd è scarsa.

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