Un punto di vista civico sulla riforma del lavoro (di Claudio Lombardi)

Esiste la possibilità di un punto di vista civico sulla riforma del lavoro?

Ne parlano i sindacati, ne parlano i partiti, protagonista è il Governo. E i cittadini? Risposta ovvia: i lavoratori sono cittadini e sono i sindacati a rappresentarli insieme ai partiti. Replica (forse meno ovvia): tutti i cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbero essere interessati alla disciplina del lavoro e non tutti sono per forza rappresentati dai sindacati o si riconoscono in un partito. Su tutti, però, agiscono le norme di legge quelle che il Parlamento comunque approva sia che si presentino come decreto-legge, sia come legge delega, sia come disegno di legge. Quindi ricordiamoci che, finchè non ci sarà una legge approvata definitivamente, ci si trova di fronte a proposte o progetti e non a pacchetti “prendere o lasciare”.

I toni in questi giorni, dopo la presentazione della proposta di riforma da parte del Governo, si sono fatti molto accesi; qualcuno ha parlato di “massacro dei diritti dei lavoratori”, la CGIL promette una lotta dura per contrastare il cammino della riforma, altri immaginano un ingresso massiccio di investitori esteri grazie allo “sblocco” del mercato del lavoro. Ci sono pure quelli (per fortuna) che hanno usato toni più pacati mettendo in luce le parti positive e innovative rispetto alla situazione attuale e quelle più critiche che avrebbero bisogno di modifiche migliorative.

Ma torniamo al punto di vista del cittadino. Di cosa si avverte il bisogno? Sicuramente di strumenti e interventi per le due fasi critiche del percorso lavorativo: la ricerca del lavoro in giovane età e il sostegno negli anni che precedono la pensione ( nel caso in cui si dovesse perdere il lavoro). In entrambe le situazioni occorre un intervento pubblico che aiuti concretamente con erogazioni di denaro, che assista e che predisponga la cornice normativa entro la quale la ricerca del lavoro si svolge e si conclude con la stipula di un contratto o con la sua rescissione.

Nel caso del giovane che cerca lavoro oggi non vi è nulla che aiuti e sostenga ovvero non c’è alcuna forma di sostegno perché inizi a formarsi un reddito autonomo. Come è noto le famiglie suppliscono a questa mancanza (come avviene, d’altronde, anche per l’assistenza agli anziani). Non vi è nemmeno una cornice normativa adeguata che indirizzi e supporti lo svolgimento del rapporto di lavoro. Tanto è vero che i lavori precari dei tipi più svariati e in buona parte anche “in nero” e, comunque, sempre sottopagati, sono quelli più diffusi fra i giovani.

Di cosa hanno bisogno allora i cittadini che vogliono iniziare a lavorare? Hanno bisogno di indennità di sostegno cioè di un reddito minimo di avvio al lavoro, di servizi per l’impiego e ispettivi, di norme che fissino le tipologie contrattuali con modalità precise che scoraggino i raggiri, le truffe e i ricatti.

Tutto ciò c’è nella proposta del Governo? In parte, solo in parte. Manca un disegno complessivo che affronti questa fase della vita delle persone. Alcuni interventi sono previsti (misure per scoraggiare i rapporti precari), ma mancano misure di sostegno e le “famose” politiche attive del lavoro delle quali molto si è parlato. È prevista una mini indennità di disoccupazione che si attiva con requisiti ridotti rispetto a quella “piena”, ma comunque si rivolge a chi ha già avuto un lavoro.

Quindi appuntiamoci le modifiche necessarie con al primo posto un salario sociale o indennità per i giovani.  Costa? Sì certo. Dobbiamo abituarci che per alcune politiche bisogna spendere, per altre no.

Nel caso del lavoratore che si avvia al pensionamento aumentano i rischi di licenziamenti mirati ad una sostituzione con personale più giovane e anche meno costoso. In questo caso occorre innanzitutto una norma che scoraggi il datore di lavoro rendendo difficile e oneroso il licenziamento e occorrono forme di sostegno per il lavoratore nel caso in cui il licenziamento si verifichi lo stesso. L’art. 18 serve a fronteggiare la prima eventualità ed il Governo lo vuole modificare;  nel secondo dovrebbe intervenire l’indennità di disoccupazione (ASPI) più un Fondo di solidarietà per i lavoratori anziani finanziato dalle imprese proprio per accompagnare i lavoratori alla pensione in caso di licenziamento. Oggi l’art. 18 garantisce una copertura piena solo a chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti e le casse integrazioni sono ben tre e possono durare diversi anni, ma non si applicano a tutti i lavoratori.

La proposta del Governo, invece, intende estendere la disciplina dei licenziamenti a tutti i lavoratori e la stessa cosa vuole fare con la Cassa integrazione ordinaria e con l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI).

Tuttavia, la modifica dell’art. 18 rende più facili i licenziamenti per motivi economici che darebbero diritto solo ad un’indennità (se riconosciuti illegittimi, attenzione!), ma non al reintegro che, invece, rimane per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari (qui a discrezione del magistrato). È facile dedurre che rendere più facili i licenziamenti andrebbe a colpire innanzitutto i lavoratori più anziani, e sarebbe uno strumento in più per un datore di lavoro che volesse liberarsi di un dipendente sapendo che al massimo pagherà una somma di denaro.

Un punto di vista civico non può prescindere dalla dignità delle persone e dalla necessità di un reddito adeguato per assicurarla (articoli 4 e 36 della Costituzione). Bisogna ricordare che quei due articoli della Costituzione pongono obiettivi politici che la Repubblica deve perseguire e introducono diritti per i lavoratori che, quindi, non possono essere lasciati soli. Questo è il motivo per cui il licenziamento deve rientrare in determinate forme giuridiche e non può essere assolutamente libero.

Un punto di vista civico deve anche rilevare che la coesione sociale è un valore di primaria importanza (e una condizione di sviluppo economico) e che l’intervento pubblico deve mettere particolare cura nel sostegno ai lavoratori che perdono il lavoro sia con la quantità e la durata di Cassa integrazione e Aspi, sia con politiche del lavoro che si traducano in servizi per l’impiego e in politiche (industriali, ambientali, dei servizi ecc) di sviluppo del Paese.

Segniamo anche questi punti che potranno essere modificati e migliorati  nell’esame parlamentare possibilmente in un clima disteso privo di esasperazioni ideologiche inutili e dannose da qualunque parte provengano.

In ogni caso la dimensione della riforma non si misura solo sulle norme proposte, ma chiama in causa tutti gli aspetti del programma del Governo che possono incidere sull’andamento dell’economia e dell’occupazione. In realtà il vero completamento della riforma si avrà solo se cresceranno le occasioni di lavoro di buona qualità e ben retribuito e se ciò conseguirà ad un percorso di formazione che deve avere la sua base nella scuola e nelle università. Per questo investire in istruzione e formazione significa investire per lo sviluppo futuro. Anche la cura dell’ambiente e del territorio non è un capitolo da inserire nei programmi di governo ed elettorali per ossequio allo spirito dei tempi, ma è un altro investimento per lo sviluppo dell’economia. La cultura, poi, per l’Italia dovrebbe essere un settore ad elevata intensità di lavoro e di investimenti perché è congeniale alla storia e al patrimonio nazionale e perché può generare sviluppo forse, ben più del settore automobilistico (per dirne uno che ci preoccupa tanto) o di quello edilizio per il quale non c’è più territorio disponibile.

Soprattutto un punto di vista civico deve assumere l’intervento dello Stato e la gestione delle sue risorse come beni comuni dei quali discutere fra cittadini e non riservati a tecnici e addetti ai lavori. Bisogna superare l’ossessione della spesa pubblica perché gli obiettivi di cui si è parlato non si perseguono a costo zero, ma possono sicuramente arricchire il Paese ben più di quanto costano.

Per superare quell’ossessione ci vogliono tre condizioni: 1. Se ne deve convincere l’Europa perché le politiche di sviluppo funzionano a quel livello e sono più efficaci se integrate e perché i vincoli alle finanze pubbliche sono diventati il principale ostacolo allo sviluppo; 2. Bisogna rinnovare la politica, la rappresentanza e le forme che fanno vivere la democrazia perché la corruzione, l’assalto ai soldi pubblici e l’incapacità dei gruppi dirigenti manderebbero a monte qualunque progetto di crescita; 3. Ci vuole una nuova cultura civile perché i cittadini devono mettersi nelle condizioni di elaborare la loro capacità di governo elevandosi al di sopra degli interessi di categoria e cercando di avere una visione politica e programmatica in quanto cittadini. Ciò farebbe bene allo Stato e a tutte le associazioni che si impegnano nell’attività politica.

Le tre condizioni vanno insieme, ma la terza è quella su cui lavorare di più perché è la base sulla quale fondare la rinascita dell’Italia.

Claudio Lombardi

Basta con questi partiti (di Lapo Berti)

I partiti che abbiamo oggi in Italia non servono più. Anzi, sono diventati un ostacolo per l’affermazione e lo sviluppo della democrazia che, all’origine, intendevano promuovere e di cui dovevano essere il principale tramite. Per essere più precisi, il sistema dei partiti – con tutto quello che comporta: modalità di selezione e di formazione dei politici, professionalizzazione, finanziamento occulto, assenza di responsabilità, di trasparenza nei confronti degli elettori, dilapidazione dei fondi pubblici, corruzione, collusione, clientelismo ecc. – è andato incontro a una deriva che lo ha trasformato in un nemico della società, un cancro di cui questa deve liberarsi, se vuole riprendere in mano le redini del proprio destino. Nessuna riforma è possibile, perché sarebbe affidata alle mani di coloro che hanno provocato il disastro.

C’è una ragione in più per auspicare e magari provocare il crollo dell’attuale sistema dei partiti: oltre a non essere espressione della società italiana, neppure è in grado di rappresentarla. Le formazioni partitiche costituiscono aggregazioni di gruppi di potere pressoché totalmente slegate dalla composizione sociale effettiva, non sono veicolo e rappresentazione degli interessi collettivi presenti nella società. Rappresentano solo sé stesse e riescono a convogliare solo le schiere, sempre più esigue, di coloro che sono mossi prevalentemente da ragioni e tradizioni ideologiche. Il perimetro delle formazioni partitiche non coincide con nessun perimetro delle possibili aggregazioni d’interessi che la società contiene.

Un esempio per tutti. Esiste, indubbiamente, una vasta e variegata area di interessi sociali, professionali, economici che vorrebbe una modernizzazione del paese, che vorrebbe riconoscersi in un sistema di relazioni economico-sociali aperto alla competizione e pronto a riconoscere e promuovere chi fa meglio, che vorrebbe che venissero spazzate via le caste di tutti i generi, che venissero abbattuti i privilegi e cancellate le rendite, che venisse dissolto quel viluppo di relazioni collusive, quando non mafiose, che soffoca le energie del paese. Ebbene, nessuna forza politica esprime e rappresenta gli interessi e la cultura di quest’area, perché la frammentazione politica non segue le linee di faglia dell’evoluzione sociale.

Ma il motivo forse più serio e profondo per liberarsi dell’attuale sistema dei partiti è che esso ha inquinato lo spazio pubblico. Non è possibile pensare a una nuova stagione dell’intervento pubblico in economia con questa classe politica, perché vuol dire votarlo al fallimento, vuol dire continuare ad alimentare il pozzo senza fondo delle risorse pubbliche in cui nuota la corruzione e il malaffare. La conclusione è solo in apparenza paradossale: non si può pensare seriamente a un’uscita dalla crisi di sistema che ci attanaglia senza cambiare le regole della rappresentanza, senza porre le basi di una nuova classe dirigente, di un nuovo modo di governare, di nuovi strumenti di controllo, e non solo di delega, nelle mani dei cittadini

Non è facile cambiare. Lo strumento più semplice, teoricamente, sarebbe il ritiro assoluto della delega, lo sciopero generale del voto, che lasciasse nudi i partiti di fronte alla loro incapacità conclamata di rappresentare alcunché. Ma chiunque vede che è uno strumento praticamente inapplicabile, perché richiederebbe la sincronizzazione delle scelte di una significativa maggioranza di cittadini che non è dato sperare si produca spontaneamente e che è velleitario pensare di organizzare.

Occorre, dunque, immaginare altri percorsi, altre soluzioni che siano capaci di prefigurare un funzionamento della democrazia il più possibile esente dalle degenerazioni partitocratiche. Esso non può che passare attraverso una qualche forma di mobilitazione sociale e una qualche forma di aggregazione e di rappresentanza che si ponga fra i cittadini e i partiti e metta i primi in condizione di controllare i secondi.

L’alternativa più drastica e immediata a un sistema politico incentrato sui partiti quali “amministratori” della partecipazione e della rappresentanza dei cittadini è la democrazia diretta. I cittadini partecipano direttamente al processo decisionale da cui nascono le scelte che regolano la vita della collettività. L’assemblea, in un luogo pubblico aperto a tutti, è lo strumento principe per l’espressione diretta della volontà dei cittadini. Tradizionalmente, il modello della democrazia ha incontrato un limite che sembrava invalicabile nella dimensione della popolazione chiamata a esercitarla. Sembrava un modello necessariamente limitato a situazioni locali, diciamo comunali, di piccoli comuni, perché già nei grandi comuni sarebbe di difficile realizzazione. Oggi, si potrebbe forse immaginare di superare questo limite tramite una democrazia diretta “in formato elettronico”, tramite il web. Ma la democrazia diretta non va incontro solo a un problema di praticabilità dovuto alla dimensione delle assemblee, ma anche, e forse più sostanzialmente, a un problema di sostenibilità, perché è difficile pensare a una popolazione costantemente impegnata a decidere in assemblee che si riuniscono con una frequenza tale da provocare assuefazione, stanchezza, rigetto, come inevitabilmente sarebbe. Dal senso d’inanità che deriva dal voto espresso ogni cinque anni, si passerebbe a un senso di nausea prodotto dal frequente ripetersi delle votazioni. L’esercizio del potere democratico rimarrebbe puramente formale, non riuscendo nella realtà a rappresentare “il popolo che governa”. A lungo andare, si formerebbe sempre una minoranza attiva nelle cui mani verrebbe di fatto a trovarsi il potere di decidere in nome di tutti e, per di più, senza alcun mandato formale.

Occorre, dunque, trovare una via di mezzo, che renda possibile una rifondazione radicale dei partiti.

Ricostruire la democrazia

Una democrazia di massa che voglia realizzare, anche solo per approssimazione, il governo di tutti i cittadini, rendendo effettiva la partecipazione alle decisioni collettive, non può fare a meno di una fitta intelaiatura di organismi intermedi, di cui i partiti sono non solo un esempio, ma anche il fondamentale punto di sintesi. È difficile immaginare un’architettura istituzionale capace di far funzionare la democrazia rappresentativa in formazioni nazionali di massa, senza l’aiuto di un veicolo della volontà popolare e un’espressione della sua rappresentanza quale solo i partiti possono offrire. La società, nel suo farsi, si articola necessariamente in aggregazioni d’interessi, diversificate o anche contrapposte, che s’intrecciano con visioni diverse di come la società dovrebbe funzionare, di quali obiettivi dovrebbero essere prioritariamente perseguiti. In una società le cui istituzioni sono ispirate al principio della libertà individuale, gli individui possono tentare di affermare i loro interessi inserendoli nell’agenda della società e di far prevalere le loro visioni, dando vita ad associazioni che possiedano il potere necessario per farsi ascoltare.

Un sistema di partiti sano dovrebbe dare spazio e ascolto a queste associazioni in forme regolamentate e trasparenti, in modo da mantenere i partiti stessi in costante contatto con la società e le sue espressioni. E si dovrebbero, forse, prevedere soluzioni che agevolino la creazione di partiti da parte di queste associazioni. Non è pensabile, tuttavia, che al governo del paese possano concorrere soggetti diversi dai partiti. Quello che, invece, è non solo pensabile, ma, dopo le esperienze fatte, inevitabile, è che i partiti siano fatti uscire dall’opacità in cui hanno prosperato e brigato per assumere forme democratiche, regolamentate e trasparenti. Come devono fare anche le altre grandi organizzazioni della rappresentanza, i sindacati. I cittadini devono essere posti in condizione di conoscere le fonti di finanziamento, di valutare a quali interessi costituiti i rappresentanti e gli eletti, eventualmente, fanno riferimento, di quali patrimoni godono.

Un problema che nessuna riforma del sistema politico di una democrazia rappresentativa di massa può più permettersi di trascurare, pena l’affossamento della democrazia o il suo scivolamento in una qualunque declinazione del populismo, è quello del controllo che i cittadini sono in grado di esercitare sul funzionamento della rappresentanza e, in particolare, degli organi di governo, a tutti i livelli. In passato, i cittadini, anche per loro colpa, si sono lasciati espropriare del loro ruolo di “mandanti” dell’azione di governo e hanno finito con il lasciare nelle mani dei politici di professione tutto il potere decisionale, rinunciando anche a qualsiasi forma di controllo a posteriori del loro operato. Leggi elettorali cialtrone e truffaldine hanno fatto il resto, sancendo e consolidando la separazione fra elettori ed eletti, fra il popolo e i suoi rappresentanti. Questo è il punto cruciale ed è, forse, anche quello da cui è più agevole ripartire per una riforma dell’ordinamento democratico che non ha necessariamente bisogno di leggi. Una riforma che parte dalla volontà delle persone di tornare protagoniste, dotandosi di strumenti per esercitare una funzione di controllo e, indirettamente, di sanzione sulle decisioni che i rappresentanti eletti prendono ai diversi livelli dell’amministrazione. La profonda delusione che oggi si riscontra, in maniera diffusa, nei confronti del funzionamento della rappresentanza, unita al rigetto generalizzato del sistema dei , bene comunepartiti che ne è responsabile, possono produrre quella mobilitazione dal basso che è il presupposto necessario per dar vita ad assemblee, comitati, associazioni, capaci di consentire ai cittadini l’espressione diretta del loro pensiero e della loro volontà, esercitando così un controllo di fatto sulle decisioni dei rappresentanti.

Il problema che si pone e sempre si porrà è quello di creare una cultura civica, una civiltà della democrazia, che sia in grado di sostenere una sorta di mobilitazione permanente dei cittadini in favore di sé stessi e del bene comune che solo così può essere tutelato. Per questa via, infatti, si risolve un’aporia altrimenti insolubile, ovvero il perseguimento del bene comune che, come sa qualunque persona dotata di buon senso, esiste solo nei libri e che nella realtà può essere solo approssimato tramite l’interazione, anche conflittuale, del maggior numero possibile di cittadini.

Non è una questione d’istituzioni, di organizzazioni, anche se queste contano per rendere possibile e praticabile la partecipazione attiva dei cittadini al governo della società ai diversi livelli. È, principalmente, una questione di cultura, di regole e di valori che entrano nel DNA intellettuale degli individui che fanno parte di una determinata società e ne determinano il carattere di società aperta, viva, consapevole. È, dunque, una questione d’informazione, d’informazione condivisa e partecipata; è una questione di apprendimento collettivo, attraverso l’incontro e il confronto. Non ci sono scorciatoie né possibili surrogati: solo in presenza di un numero sufficientemente elevato di cittadini attivi e consapevoli il cuore della democrazia può tornare a battere. L’alternativa, che incombe minacciosa, è quella di un lento scivolare o anche un improvviso precipitare in una china populistica dietro cui si nascondono i poteri forti e i profittatori.

Lapo Berti da www.lib21.org

La neve che scioglie le buone maniere (di Marta Boneschi)

Basta un po’ di neve per scardinare i meccanismi della convivenza di massa? Poiché è da poco svanito il gelo, che quest’anno ha portato con sé guai non trascurabili, con un po’ di anticipo sull’arrivo della pioggia di primavera, vale la pena di ripensare al comportamento di noi italiani di fronte all’avvicendarsi delle stagioni. Non si tratta di discutere del meteo e del clima, ma del coraggio e del buon senso. Non della devastazione del territorio, ma della cura e dell’amore della “casa” comune. Non della scienza e della tecnologia, ma del fattore umano e delle sue straordinarie variabili.

Elio De Nardo è il nostro eroe, insieme alle persone che sono capitate sulla sua strada. A Roma il 7 febbraio De Nardo cade sul ghiaccio e si frattura un polso. Trovato un taxi, si fa portare al Policlinico Umberto I. L’autista rifiuta di essere pagato. Il passeggero insiste. Entra al pronto soccorso e, «pur nello squallore dei locali vetusti e affollati» dell’ospedale romano, viene assistito e curato in modo cortese ed efficiente. Radiografia, diagnosi, gesso, è pronto per la dimissione. Si fa chiamare un taxi, che arriva subito. Passata poco più di un’ora, De Nardo è già a casa.

Scrive al Corriere della sera raccontando la virtuosa disavventura, per rendere merito a chi lo ha aiutato e assistito. Il 19 febbraio il quotidiano pubblica la lettera, intitolandola «Grazie a tutti».

Poche righe, ma preziose. De Nardo racconta con una voce fuori dal coro, cristallina e consolante: nel disagio della nevicata ognuno ha compiuto il proprio dovere, e per giunta con amabilità. Molte righe, invece, ci hanno tediato nella stessa circostanza, con un coro di recriminazioni e invettive, che trovano posto tutte e quante nel proverbiale spartito: «Nevica, governo ladro», inno di categoria degli indignati e degli impotenti.

La voce sola, da una parte, e il coro, dall’altra, stonano in maniera insopportabile. E non c’è verso di conciliarle. Sono il prodotto di due culture, conviventi nello stesso ambiente umano, ma opposte e nemiche tra loro. La prima è quella di chi, individuo libero e responsabile, fa quel che deve e ci aggiunge la buona voglia, il sorriso, la gentilezza. La seconda è di chi, servo e inconsapevole, protesta e s’indigna, ma è incapace di agire, pur da solo, in libertà e responsabilità. E tutto finisce in un vocìo sguaiato.

Esiste e serpeggia tra noi, forte dei suoi buoni risultati, una «cultura civica», patrimonio di individui che sanno quel che fanno, che partecipano alle sorti della comunità, che conoscono diritti e doveri e li praticano con semplicità. Accanto a questa, pullulano i seguaci della «cultura paranoica»: la colpa è sempre di qualcun altro, possibilmente un potere oscuro e inavvicinabile che trama per il male di tutti. Se non urli, la tua opinione non arriva fin lassù. Se non protesti ti schiaccia.

Tra il seguace della «cultura civica» e quello della «cultura paranoica» passa all’incirca la differenza che corre tra il cittadino e il suddito. Nella storia dell’Italia unita, i cittadini hanno sempre preferito battersi attraverso la politica, il dialogo, il negoziato, magari faticando e soffrendo, mentre i sudditi hanno tagliato corto, impugnando il forcone (o la molotov, secondo la moda del momento).

«Nella cultura paranoica risolvere i problemi è inutile, lamentarsi è obbligatorio. Dobbiamo lamentarci e applaudire chi si lamenta meglio» scrive un quasi trentenne, Alessandro Aresu, autore di Generazione Bim Bum Bam (Mondadori, 208 pagine, 17 euro), un’opera brillante che, con la scusa di rivalutare il valore pedagogico dei cartoni animati della sua infanzia (negli anni Novanta), visita il nostro presente con spirito anticonformista. Rappresentante di una generazione che «non si sente attesa sulla terra», Aresu osserva che «l’atteggiamento degli italiani davanti ai problemi è divertente. Gli italiani inseguono una miriade di ipotesi, non sanno che fare, cercano di capire di chi è la colpa, frugano con attenzione i ritagli di giornale degli anni Ottanta, cercano un appiglio europeo, cercano un appiglio internazionale, vanno a vedere cosa succede sui mercati, trovano un sacco di cinesi, analizzano l’evoluzione della Commissione Trilaterale, dicono che è colpa della famiglia, dicono che senza la famiglia non saprebbero che fare, sperano in un miracolo, dicono che il miracolo sta avvenendo, insultano quelli che credono nei miracoli e poi, alla fine, il debito pubblico è aumentato, noi siano qui a scrivere che l’Italia è un paese di merda e non sappiamo che fare. Allora ci si attacca al vincolo esterno».

E’ inconsueto e sorprendente prendere lezioni da un trentenne. Torniamo presto alla neve, però, e prepariamoci alle piogge, forse saremo pronti, e più costruttivi, per la calura estiva. L’avvicendarsi delle stagioni, in Italia, porta sempre un’emergenza. La «cultura paranoica» fa fronte con i lamenti, quella «civica» si attiene al dovere e al buon senso. Al di là delle norme e regolamenti, che spesso confondono, hanno compiuto il loro dovere i portinai che nei giorni della neve a Milano hanno spazzato i marciapiedi e sparso il sale; non hanno compiuto il loro dovere i lavoratori dei cantieri che, come d’abitudine privi di casco anche nel pieno centro della città e sotto l’occhio della polizia municipale, non hanno provveduto alla pulizia e hanno lasciato che si formasse il ghiaccio.

Qualche volta le cose sono semplici e chiare, e la «cultura civica» si esplica quasi naturalmente. E’ il caso dei medici e paramedici del Policlinico romano, protagonisti della storia di De Nardo. Oppure altri casi appaiono altrettanto semplici e chiari: un’anziana senza tetto cade nella strada, i passanti accorrono e un medico scende dalla sua auto per soccorrerla. Le cose si complicano quando – chi non l’ha sperimentato almeno una volta? – l’idraulico (falegname, muratore, lavamacchine, ma anche medico, architetto) suggerisce un pagamento in chiaro, una fattura di piccola entità, accompagnata da una ricevuta informale, un foglietto stropicciato per il saldo. Accettare, rifiutare, denunciare?

Un principio può guidare nell’esplorazione e nella pratica della «cultura civica», al sud come al nord (dove pure, ci ha insegnato Robert Putnam ne La tradizione civica delle regioni italiane, il civismo è radicato e diffuso): ognuno di noi è un individuo, e fa parte di una comunità (famiglia, quartiere, città, regione e così via, ma anche classe di una scuola, azienda, condominio). Più della contrapposizione tra individuo e potere, è preferibile tenere a mente la coesione e la solidarietà tra simili.

Anche nei minimi gesti quotidiani: un giorno ero all’ufficio postale; arrivato il mio turno, mi sono avvicinata allo sportello. «Buon giorno» ho detto all’impiegata. Guardandomi sbalordita, la signora non giovanissima ha risposto: «E’ la prima persona che mi saluta da quando faccio questo lavoro». E’ possibile costruire le piramidi, con tenacia e buona volontà. Se vogliamo lasciare ai nostri figli, nipoti e discendenti una «cultura civica» e un vivere decente, cominciamo dalle buone maniere. Non quelle del bon ton insegnate da donna Letizia negli anni Sessanta e da Lina Sotis negli anni Ottanta, ma quelle suggerite dalla convinzione che ognuno è parte di una comunità, e che il destino di tutti noi è intrecciato, sia quando si tratta di denunciare una costruzione abusiva (o brutta, perché no?, la bellezza conforta il vivere evoluto) sia quando prendiamo le parti dei figli contro gli insegnanti, deplorando che la scuola pubblica è un disastro (combinato da chi, se non da noi cittadini, tolleranti della cattiva politica, dell’eccesso di burocrazia, dell’incompetenza e del demerito?).

Marta Boneschi da www.lib21.org

Iniziamo a rimettere le cose a posto (di Claudio Lombardi)

Mettiamo da parte la crisi finanziaria internazionale. Spesso viene presentata come un evento naturale contro il quale non c’è nulla da fare se non inondare di denaro i mercati stando ben attenti a metterlo nelle mani di quegli stessi operatori che lo dovrebbero utilizzare per sostenere le economie e che, invece, spesso, lo usano per giocare alla speculazione. Si chiamano mercati, ma sembra che il coltello dalla parte del manico stia sempre nelle stesse mani. Se ci si vuole orientare si può partire dall’articolo di Guido Rossi pubblicato sul Sole 24ore del 14 agosto e ripreso anche da civicolab (http://www.civicolab.it/?p=1400) .

Lo stesso espediente retorico viene utilizzato anche per affermare la necessità di ridurre la spesa pubblica e quella sociale in particolare come se fossero un peso intollerabile e ingiustificato. È incontestabile che alcuni meccanismi devono essere cambiati e che una bella pulizia deve essere fatta in settori cruciali come la sanità (dove, guarda caso, la politica ha da sempre il bastone del comando in mano).

Altri tipi di spesa, ovviamente, sono stati tenuti ben in ombra fino a che si è riusciti a farlo. Si tratta dei costi della politica da suddividersi fra costi diretti ovvero i guadagni di chi vive di politica e costi indiretti cioè le risorse pubbliche il cui utilizzo dipende dall’esercizio dei poteri che la politica conferisce. Diciamo subito che i costi diretti non sono mai stati messi in discussione e che i politici adesso si mostrano disponibili a ridurli, ma solo perché è diventata intollerabile la sproporzione fra i privilegi e i sacrifici richiesti ai cittadini. Ben diverso sarebbe il giudizio se costoro (alcuni, in verità sono stati più disponibili da anni,  ma sono pochi e non sono stati decisivi in nulla) avessero anticipato l’indignazione popolare. Ciò non è accaduto ed è legittimo affermare la propria sfiducia nei loro confronti. Dovrebbero essere i migliori e, invece, troppe volte si sono rivelati esempi indecenti di affarismo e di egoismo.

Detto ciò qualche tagli ci sarà, di facciata o stanziale, ma ci sarà. E non sarà risolutivo di niente se non sarà accompagnato dal taglio dei costi indiretti cioè dei poteri che consentono di manovrare quasi senza controlli enormi risorse pubbliche.

Che fare? Se non nelle mani dei “rappresentanti del popolo” nelle mani di chi stanno più al sicuro le risorse pubbliche? Nelle mani dei mercati? Quali mercati: quelli nei quali spadroneggiano pirati e affaristi senza scrupoli sempre collusi con i politici e con gli apparati pubblici e che nessuno (tranne, a volte, la magistratura) riesce a controllare? No grazie.

Fra le spese mai citate come bisognose di tagli ci sono anche quelle militari. Non sarebbe ora di metterle in discussione? Non per pacifismo ideologico, ma per semplice buon senso e per capire di cosa il Paese ha veramente bisogno. Non a caso la contro finanziaria di Sbilanciamoci (sigla che raccoglie oltre 50 associazioni) insieme alla proposta (ora da tutti accettata) di unificare la tassazione sulle rendite finanziarie ha sempre proposto la riduzione delle spese militari. Speriamo non si aspetti un’altra grande crisi prima di metterci mano.

Vedremo come finirà la manovra. Ma la questione del potere rimarrà centrale: chi comanda e come lo fa.

Se non si mette mano a questi meccanismi inutile pensare a risolvere i mali dell’Italia: egoismo sociale, individualismo, mancanza di senso dello Stato, illegalità sistematica ecc ecc.

Nell’immediato servono soldi e dove si prenderanno e come già indicherà la possibilità di un cambiamento o la prosecuzione dell’arte di arrangiarsi ognuno per sé mandando in malora tutto il resto.

La cosa più logica, se servono soldi, sarebbe prenderli a chi non ha mai pagato o pagato troppo poco. Perché tante timidezze nell’adottare misure adeguate all’emergenza? Tutti sappiamo che negli ultimi 10 anni tanti si sono arricchiti grazie agli imbrogli sull’euro (1 euro=mille lire) e a governi che hanno aiutato l’evasione fiscale. Allora perché i politici sono rapidi quando si tratta di prendere soldi ai contribuenti che pagano e trovano mille scuse quando si tratta di pensare e decidere misure di prelievo sui patrimoni e sull’evasione?

Purtroppo la risposta è semplice e ovvia: non vogliono toccare i loro sostenitori e quelli che sentono a loro più vicini (anche fisicamente, barche e salotti inclusi).

Troppe mistificazioni pseudo ideologiche hanno determinato reazioni automatiche, bisognerebbe che nascesse un movimento di protesta in grado di smascherarle e di mettere la trasparenza al primo posto. Basta con i segreti quando si tratta di politica e di istituzioni pubbliche. Informare l’opinione pubblica e diffondere modelli culturali ed etici radicalmente diversi da quelli che hanno dominato fin qui.

Forse questo è un compito che il popolo del web può svolgere benissimo non rimanendo sospeso nelle rete, ma collegandosi con le organizzazioni della società civile e con le organizzazioni di base dei partiti.

Tutti insieme possiamo iniziare a rimettere le cose a posto

Claudio Lombardi

La carta igienica nelle scuole, la cricca della Protezione Civile e la rivoluzione civica (di Claudio Lombardi)

Magari è passata un po’ inosservata, messa in ombra da un diluvio di informazioni e commenti sulle ultime malefatte dell’imputato Berlusconi, però vale la pena riepilogarla perché ci dice a cosa serve il populismo autoritario che stringe in un sacro patto la maggioranza che ci governa.

Si tratta della conclusione delle indagini dei PM di Perugia sulla parte principale dell’inchiesta sui grandi appalti, quelli gestiti dalla famosa “cricca” Anemone, Balducci, Bertolaso che ha operato per molti anni all’ombra e con il favore della Presidenza del Consiglio.

Secondo i PM per 11 anni “uno stabile sodalizio a delinquere” ha governato il sistema dei grandi appalti pubblici determinandone le scelte e truccando il mercato allo scopo di saccheggiare le risorse pubbliche.

Secondo i PM a chiusura di lunghe indagini durate circa due anni, “un’associazione per delinquere ha commesso una serie indeterminata di corruzioni, abusi di ufficio, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamenti, mettendo la funzione dei funzionari pubblici a disposizione di privati imprenditori”. E, ancora “ di fatto, i funzionari pubblici hanno operato al servizio del privato e consentito che la gestione degli appalti avvenisse in maniera del tutto antieconomica per le casse pubbliche” e cioè  “a favore degli imprenditori” e dei loro “profitti illeciti”. L’ammontare di questi profitti illeciti viene quantificato per i soli Diego Anemone e per l’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, in oltre 75 milioni di euro per il periodo 2004-2009.

Confermate le accuse di corruzione aggravata per Guido Bertolaso al quale viene imputato di aver compiuto atti contrari ai doveri di ufficio per favorire Diego Anemone nell’aggiudicazione degli appalti compiendo “scelte economicamente svantaggiose per la pubblica amministrazione consentendo che i costi aumentassero considerevolmente”. E non finisce qui perché Bertolaso “ha posto stabilmente la propria funzione pubblica a disposizione degli interessi di Diego Anemone”.

L’insieme delle imputazioni costituisce, in sostanza, la dimostrazione di una appropriazione privata degli apparati pubblici coerente con una cultura del comando ben rappresentata dal Governo Berlusconi. Secondo questa cultura, una volta ottenuta l’investitura elettorale da parte del popolo (e non importa che sia, comunque, un’investitura minoritaria trasformata in maggioranza da una legge elettorale truffa che toglie all’elettore la possibilità di scegliere e di farsi rappresentare), le istituzioni diventano di proprietà della maggioranza di governo che non accetta più alcun controllo, non accetta di sottoporsi alle leggi e all’equilibrio costituzionale dei poteri dello Stato. L’intero Stato diventa un attributo del leader falsamente eletto dal popolo e da quel momento in poi tutto è permesso a chi ha conquistato il potere.

È bene rendersi conto che ciò rappresenta una sovversione del dettato costituzionale, una rivoluzione autoritaria che si esprime con mutamenti progressivi che di fatto cambiano il regime costituzionale attraverso la distorsione dell’attività istituzionale, la negazione della legalità, la gestione privatistica dei poteri pubblici, la guerra continua contro le istituzioni di garanzia.

In questo quadro nascono e agiscono le “cricche” come quella che agiva all’ombra della Protezione Civile.

Sarebbe utile che qualcuno facesse i conti e ci dicesse quanto è costata agli italiani la rivoluzione del berlusconismo e le scorribande delle varie “cricche”. Si può solo intuire che il danno sia stato grande e sicuramente ha contribuito al dissesto dei conti pubblici. Ci vuole molto per mettere in relazione questo modo di governare con i tagli ai servizi che hanno colpito tutti gli italiani? No, non ci vuole molto.

Bisogna, quindi, rendersi conto che se le scuole pubbliche non possono comprare la carta igienica (per non parlare dello stato degli edifici e di quanto serve ad una efficace attività didattica) ciò non è dovuto alla crisi mondiale, ma all’azione di una classe dirigente che da molto tempo ha coperto i gruppi di potere e le collusioni tra politici e criminalità favorendone l’arricchimento e che non è riuscita a risolvere la secolare divisione fra nord e sud. Anzi, ha favorito un intreccio perverso fra l’illegalità e il clientelismo diffuso nel sud (sostenuto dalla spesa e dagli apparati pubblici) e le convenienze del nord a sfruttare tutte le opportunità che la condizione del sud permetteva. Salvo poi lamentarsi del prezzo da pagare in termini di trasferimenti monetari per mantenere proprio quel tipo di sottosviluppo e quegli equilibri di potere. Ora poi che le mafie hanno portato i loro capitali al nord iniziando a gettare le loro teste di ponte nelle istituzioni locali l’intreccio si è fatto quasi inestricabile.

Il problema di fondo è sempre quello di una politica incapace di svolgere la sua funzione e ridotta alla sola conquista del potere sfruttando il controllo dei mezzi di comunicazione, il sottosviluppo civile e la debolezza della cultura civica di buona parte della cittadinanza.

Solo in questo modo si può imporre alla popolazione di Napoli di vivere in mezzo alla spazzatura dopo aver speso, in tanti anni di emergenza, qualcosa come 14-15 miliardi di euro nella quasi totalità sprecati o rubati come hanno documentato tante inchieste giudiziarie e giornalistiche.

Solo in questo modo si può svolgere ogni anno, nella quasi generale indifferenza o rassegnazione, la lotteria dei permessi di soggiorno agli immigrati. Possono partecipare gli immigrati che già hanno trovato un datore di lavoro disposto a garantire per loro svolgendo le pratiche per l’assunzione. Evidentemente si tratta di persone già tutte “sistemate” qui da noi sennò nessuno li richiederebbe. Eppure bisogna far finta che non stiano qui e che siano assunti a “scatola chiusa” facendoli arrivare dal loro paese di origine. Alla politica, che ha fissato in una legge questa assurda finzione, non interessa risolvere il problema; interessa far finta di averlo fatto. Sono solo due fra i mille esempi che si possono fare.

C’è veramente da auspicare una rivoluzione civica e la formazione di una nuova classe dirigente. Speriamo che i movimenti che sono riusciti ad esprimersi in questi anni, a destra, a sinistra e al centro, sappiamo assumere il compito di guidare un tale cambiamento.

Claudio Lombardi