I paradossi dei politici italiani e la Grecia

A gennaio, dopo la vittoria di Syriza alla elezioni generali greche, il sito satirico Lercio titolava “si ribalta il carro del vincitore di Tsipras, feriti 85 politici italiani”.

Salvini e TsiprasE’ vero che l’estenuante dibattito sull’euro e sul futuro dell’Unione sta dividendo l’Europa e il mondo tra chi sta con Bruxelles e chi sta contro Bruxelles, ma in Italia la politica, come forse un pezzo rilevante di opinione pubblica, è andata ben oltre il ridicolo. Giorgia Meloni, Matteo Salvini, molti esponenti del M5S, tutti i mini-partiti della sinistra radicale italiana e buona parte del PD hanno esultato quando vi è stato l’ultimo avvicendamento di governo ad Atene. Anche il PD istituzionale, con il premier-segretario Renzi, e con il capodelegazione a Bruxelles, Pittella, che tra le altre cose è anche capogruppo di Socialisti e Democratici, non ha esitato a sottolineare che l’arrivo nei palazzi di Atene della sinistra radicale è simbolo e sintomo di un’Unione che per non morire deve cambiare.

crisi grecaSalvini ha definito Tsipras un premier non al servizio di Bruxelles ed anche Meloni, Grillo e Toti lo hanno lodato. In realtà l’unico partito italiano che può vantare un apparentamento con Syriza è SEL di Nichi Vendola, che ha contribuito in Italia ad eleggere uno sparuto gruppo di parlamentari che siede tra gli stessi banchi della sinistra radicale greca a Bruxelles.

Il Movimento 5Stelle, che forse avrebbe potuto dopo le europee di maggio 2014 arrivare ad una cooperazione con Syriza e Podemos ha deciso di fare un gruppo con un partito dell’estrema destra britannica, l’UK Indipendence Party di Nigel Farage. Così a fronte di uno Tsipras che si batte contro l’austerità, ma non contro l’euro, fa da contraltare un Di Battista che propugna un’alleanza per far saltare l’euro mentre Grillo e Di Maio vaneggiano di un asse del sud per cancellare l’Europa tedesca. Ma quale asse del sud se la Spagna è sempre stata assolutamente allineata ai tedeschi in tema di rigore ed è stata il campo degli esperimenti neoliberisti ed ultraliberisti nel mercato del lavoro ben prima che la Troika si affacciasse in Europa? E come non vedere che oggi i paesi che hanno beneficiato di programmi di assistenza, Spagna, Irlanda e Portogallo sono i peggiori nemici della sinistra greca?

GrexitIntanto in tanti, FMI compreso, sostengono da tempo che il debito greco deve essere rinegoziato e stiamo aspettando un disco verde di Madrid che probabilmente arriverà solo dopo le elezioni spagnole di autunno inoltrato.

Persino economisti liberisti come Zingales appaiono morbidi nei confronti di Tsipras, mentre che c’è stato un tempo in cui molti fra questi chiedevano a Monti di accettare l’aiuto del fondo salva stati e consegnarsi alla Troika.

Tutti questi paradossi sono diventati ancora più evidenti dopo il referendum greco del 5 luglio. Alcuni 5 stelle, Vendola, Fassina e il democratico D’Attorre hanno trascorso il giorno del referendum ad Atene. Paradosso nel paradosso il portavoce di Syriza in Italia aveva invitato i 5stelle a rimanere a casa poiché erano ospiti non graditi a causa dell’alleanza a Bruxelles con le forze xenofobe di estrema destra.

politici italiani e GreciaGrande paradosso anche per Salvini, leader di un partito che ha sempre criticato gli inefficienti ed inoperosi meridionali e che adesso si schiera con Tsipras. Evidentemente anche la Grecia può servire al suo gioco di assumere una dimensione nazionale. Dopo che anche il ministro acchiappa fannullone Brunetta ha dichiarato di tifare per il no al referendum greco manca solo che Berlusconi chieda a Tsipras di fare insieme la lotta ai comunisti.

La verità è che in giro c’è troppa irresponsabilità e troppo opportunismo. Ciò che è chiaro, però, è che in Europa occorre tornare ad una seria dialettica sinistra-destra, una dialettica che spinga alla ricerca di vie nuove per realizzare il progetto europeo superando la contrapposizione nord-sud che ha divorato la dimensione politica dell’Unione Europea e che è già diventata una tragedia in Europa ed una farsa in Italia.

Salvatore Sinagra

Grecia: e adesso cambiamo strada

Il dopo referendum

Il referendum in Grecia è finito come c’era da aspettarsi. Ha vinto il no alle condizioni che la Troika e le cancellerie europee volevano imporre come corrispettivo di un programma di aiuti che, in realtà, non è più sul tavolo dal 30 giugno. Ma il significato è abbastanza chiaro. Il popolo greco ha detto no a condizioni che ha ritenuto ingiuste e devastanti per accedere a un programma di aiuti nuovo. Senza il quale la strada per il default è aperta e, ancor prima, è spalancata quella della sospensione di qualsiasi fornitura di liquidità da parte della Bce alle banche greche. Dopodiché, la Banca centrale greca sarebbe costretta a stampare qualcosa da dare agli istituti di credito e allo Stato per mantenere in piedi i pagamenti e i rifornimenti in piena stagione turistica. crisi grecaGrexit? Chissà. Non c’è alcuna procedura codificata per l’uscita dall’euro. Nessuno può “cacciare” un paese dalla moneta unica. Potrebbe anche cominciare un lunghissimo contenzioso con ricorsi alla suprema Corte europea, alle corti costituzionali nazionali per quello che la Banca centrale europea avrà fatto o non avrà fatto. Per non parlare del collasso dell’economia greca, con costi sociali e umanitari altissimi, nel cuore di Europa. Una responsabilità troppo grande anche per una classe politica europea (Grecia ovviamente compresa) finora dimostratasi molto al di sotto dei compiti posti dalla drammaticità della storia.

L’Europa riprenda in mano la trattativa

C’è da augurarsi quindi che a un accordo, o almeno a un memorandum di intesa, si arrivi al più presto, cioè in pochissimi giorni. Da cosa si dovrebbe partire? Certamente dal debito e, in particolare, dalle scadenze dei prossimi anni. Tra queste spiccano per urgenza e dimensione quelle col Fondo monetario internazionale e quelle con la Bce. Proprio nei confronti di quest’ultima ci sono scadenze ravvicinatissime: 3,5 miliardi il 20 luglio, altri 3,2 il 20 agosto; mentre il 30 giugno è scaduta una rata di rimborso all’Fmi per 1,5 miliardi e 455 milioni scadranno il 13 luglio e altri 304 il 4 settembre.

scadenze GreciaCon queste scadenze e quelle successive occorre che il nuovo piano di aiuti, che andrà negoziato nei prossimi giorni, preveda un impegno dei partner europei a farsi carico della restituzione dei debiti del governo greco nei confronti di Fmi e della Bce, attraverso il fondo europeo Esm – European Stability Mechanism. Il credito così acquisito dall’Esm verso la Grecia dovrebbe avere scadenza molto lunga e tassi di interesse molto bassi; o potrebbe addirittura essere trasformato in perpetuities, in modo da prevedere la restituzione solo degli interessi. Lo stesso Fmi, in un recente documento, ammette che il livello attuale del debito greco è sostanzialmente insostenibile e che si rende necessario un alleggerimento al fine di evitare il default. La soluzione che proponiamo renderebbe chiaro che il salvataggio della Grecia non è il salvataggio di un paese estero ma una questione politica interna all’Unione Europea. Avrebbe il vantaggio di togliere dalla trattativa l’Fmi, che agisce con la logica di una banca, e la Bce, che si trova nella scomoda posizione di dovere prendere decisioni politiche pur essendo un organismo tecnico. Come suggerito da Lucrezia Reichlin, “la UE deve appropriarsi del negoziato futuro ed emanciparsi da questa strana partnership coll’Fmi”.

Impegni seri per un programma serio

condizioni aiuti GreciaNaturalmente, andrebbero previste alcune condizioni affinché i partner europei si facciano effettivamente carico delle rate di debito del governo greco verso Fmi e Bce. Il piano di rimborso a carico dell’Esm verrebbe interrotto in caso di mancato rispetto degli impegni da parte del governo greco. Ma la condizionalità non può essere basata sull’austerity. Quella – ancor prima che dal popolo greco nelle urne referendarie – è stata bocciata dai disastrosi risultati ottenuti. Per usare ancora le parole di Lucrezia Reichlin, “non ha senso concentrarsi sul gap fiscale e discutere di aumenti di tasse o diminuzione delle pensioni in un paese in cui l’economia è al collasso e la società civile in disintegrazione. Un terzo programma di assistenza economica e finanziaria va costruito su nuovi criteri che partano dalla consapevolezza che i problemi dell’economia greca sono strutturali”. E che la cura imposta dal 2010 ha peggiorato di molto la situazione, come dimostra il fatto che il Pil pro capite greco, salito dal 72 all’83 per cento di quello tedesco tra il 1981 e il 2007, è caduto al 58 per cento nel 2014. Ma il governo greco deve subito impegnarsi in un programma pluriennale, con tappe definite e monitorabili, di modernizzazione dell’economia e dello Stato, anche attraverso l’investimento di una parte delle risorse rivenienti da eventuali ulteriori prestiti europei. Tutti devono sapere che di programma di lungo periodo si tratta (diciamo un periodo nell’ordine dei dieci anni), perché la modernizzazione di un’economia a partire dalla presente situazione di prostrazione assoluta non può certo realizzarsi in pochi anni. Ma tutti devono anche sapere che, questa volta, l’impegno di Alexis Tsipras e del successore di Yanis Varoufakis è serio e può esserlo perché ragionevole e concordato, e non estorto sotto minaccia. Naturalmente, sta anche ai greci dimostrare che questa volta fanno sul serio.

Andrea Baglioni e Andrea Boitani tratto da http://www.lavoce.info

Le responsabilità di tutti nella crisi greca

Sulla crisi greca non ci sono grandi novità da scoprire. L’unica via d’uscita era ed è mettere da parte il debito e trattare sul rilancio dell’economia rinunciando ognuno a qualcosa. Molte riflessioni vanno fatte sull’intreccio di responsabilità che coinvolge tutti. Gli unici che hanno meno responsabilità o, forse, ne sono del tutto esenti, sono quegli elettori che domenica saranno chiamati a decidere col referendum indetto da Tsipras quel che il loro governo con tutta la forza delle conoscenze di cui dispone non è stato in grado di decidere pur essendo stato eletto per questo. Si chiama democrazia ed è bene che la riflessione parta da qui.

responsabilità elettoriDovranno decidere gli elettori se accettare o no le condizioni dei creditori. Sembra meraviglioso, ma siamo sicuri che è questa la vera democrazia e non una presa in giro per far decidere ad un popolo stremato quel che non si osa dire e cioè l’uscita dall’euro?

Ma la crisi greca stimola ad interrogarsi sui meccanismi della democrazia rappresentativa. Cosa decide realmente un popolo? E come lo fa? La vera decisione è la delega ad una élite che prende su di sé il compito di guidare una nazione a prescindere dai programmi con i quali ha ottenuto il voto. È persino banale ricordarlo, ma quasi sempre l’azione di governo si discosta dalle proposte sulle quali è stato chiesto il voto. Per malafede dei delegati? Anche, ma soprattutto perché all’elettorato si propone un indirizzo politico di massima tradotto in programmi che esemplificano una sua possibile attuazione. Gli elettori credono di votare un programma, ma stanno traducendo in voti l’orientamento politico (o l’umore) che prevale nelle loro teste.

Significa che le consultazioni elettorali sono finzioni? No sono momenti di presa di coscienza collettiva indispensabili, ma non sufficienti per costruire una società democratica. Per farlo occorre che ci sia un sistema di formazione delle opinioni indirizzato alle decisioni politiche a tutti i livelli basato sulla circolazione delle informazioni e sul confronto tra opzioni diverse nel quale ci si distacchi dal proprio interesse personale. In una parola occorre un sistema improntato alla partecipazione cioè un metodo di responsabilizzazione individuale rispetto alle decisioni di interesse collettivo.

responsabilità éliteC’è poi un altro problema. Le élite decidono governando e mediano con la società la distribuzione di oneri e vantaggi che non si traduce soltanto in norme da rispettare, ma anche in comportamenti permessi o tollerati o indotti che, a volte, sono anche più importanti.

Per esempio si sa che la spesa pensionistica non può espandersi all’infinito perché si alimenta della ricchezza prodotta da chi lavora (= tasse e contributi). Ma se chi governa da’ la possibilità ai cittadini di andare in pensione a 40 anni di età il singolo, usufruendo di questa possibilità, compirà un atto di grande impatto sulle finanze pubbliche presenti e future del quale non si renderà conto. Lo stesso dicasi per l’evasione fiscale che è un vero e proprio parassitismo e per tanti altri comportamenti che creano realtà diverse da quelle razionalmente auspicabili. I cittadini scelgono di fatto quali politiche attuare anche utilizzando le possibilità attive o omissive che chi gestisce le istituzioni mette a disposizione dei singoli. In tutti questi casi inutile aspettarsi un comportamento individuale conscio delle conseguenze delle proprie scelte: si sceglierà sempre in base alla propria convenienza a prescindere dall’interesse collettivo. Tutto ciò vuol dire che un pezzetto di responsabilità ce l’hanno (anzi, ce l’abbiamo) sempre in tanti.

crisi EuropaNel caso della Grecia c’è un gioco delle parti che prescinde dai comportamenti razionali per cui non si capisce cosa debbano decidere i greci col referendum e come possano farlo meglio del loro governo. Una parte dei greci è quasi alla fame e logica avrebbe voluto che non si chiedesse a loro di pagare il prezzo più alto per uscire dalla crisi, ma che si partisse dagli evasori e da chi ha di piùSoprattutto occorreva che si modificasse l’orientamento della spesa pubblica magari cominciando dal taglio delle spese militari. Si è seguita una strada diversa e alle dichiarazioni formali non seguivano i fatti (nemmeno le baby pensioni sono state toccate).

E’ evidente che il governo greco ha tentato per anni di navigare sulla crisi seguendo l’unica rotta di non toccare gli interessi dei gruppi sociali più forti o delle lobby che rappresentano la “costituzione materiale” del modello Grecia e lasciando che il lavoro “sporco” fosse imposto dall’esterno.

debito grecoD’altra parte l’Europa e il FMI hanno fatto finta che la Grecia non fosse un sistema economico e si sono fissati sulla richiesta di restituzione dei prestiti e su ricette per risanare il bilancio greco basate su criteri puramente contabili. Un taglio qui e un taglio là (guarda caso sulla parte più numerosa della popolazione) e a prescindere dagli effetti di sistema come se il crollo dell’economia non contasse nulla. Soltanto ottusità o anche un piano deliberato di restringere un’area dell’euro troppo disomogenea?

Comunque si è ancora in tempo per rimediare se l’Europa vuole continuare ad esistere come progetto politico. Mettere da parte la questione del debito greco e concentrarsi su interventi per lo sviluppo dell’economia. Ci costerà qualcosa subito, ma in futuro i vantaggi sarebbero per tutti. Se si fosse fatto così nel 2010 non staremmo qui a parlarne

Claudio Lombardi

Dalla crisi greca una ripartenza per l’Europa

La crisi del debito greco così come i segnali che arrivano da Inghilterra, Spagna e Polonia danno un chiaro avvertimento: l’Unione deve cambiare e rilanciare il suo progetto, altrimenti sarà consegnata alla storia come un esperimento fallito.

“When in trouble, go big”, dicono gli americani: quando sei nei guai, rilancia. La situazione attuale è il risultato del mancato completamento dell’Unione, perciò per svoltare non serve meno Europa, ma un’Europa migliore, più forte e più solidale. Per questo la crisi greca va governata ricercando con forza una soluzione condivisa perché le conseguenze di un eventuale default di Atene riguardano tutti gli Stati membri, nessuno escluso.

Soprattutto l’Italia non può permettersi di sottovalutare i rischi: subito dopo il crollo di Atene il mirino della speculazione potrebbe tornare a puntare su di noi e i timori di un rallentamento degli investimenti e di un forte rialzo dello spread sono tutt’altro che remoti. Lo scenario di un Grexit è dunque assolutamente da evitare, soprattutto ora che finalmente si intravedono i segnali della ripresa nel nostro paese.

fallimento troikaMai come in queste ore la Troika ha dimostrato il fallimento delle sue politiche, ancora divise fra l’oltranzismo dell’FMI e la linea più dialogante della BCE -che a sua volta deve vedersela con la forte opposizione del governatore della banca tedesca Weidmann, contrario a prolungare il programma di liquidità di emergenza per le banche greche. E’ la politica dunque l’unica forza che può riuscire a sbrogliare l’intricata matassa.

Una politica dialogante e ispirata, capace di superare gli egoismi degli Stati, di suggerire politiche di bilancio comuni e comuni interventi sulla disoccupazione, di riportare un giusto equilibrio tra conti e welfare, tra disciplina di bilancio e solidarietà.

Il Piano Juncker e il QE voluto da Mario Draghi rappresentano un passo nella direzione giusta, ma abbiamo bisogno di un vero “new deal” europeo, per rilanciare la crescita e affinché economia e sociale vadano finalmente insieme. L’Europa è al punto di svolta. Dobbiamo agire concretamente, ora, per accelerare i processi di coesione e di crescita: il tempo stringe e i tassi di povertà e la diseguaglianza sociale aumentano a dismisura, nazionalismi e populismi sono all’erta e abbiamo già avuto troppe lezioni dalla storia per non capire quanto siano pericolosi per la democrazia. Dobbiamo prendere coscienza una volta per tutte del rischio che sta correndo l’Europa e invertire la rotta, prima che diventi impossibile farlo.

Renato Soru (tratto da una nota pubblicata su Facebook)

Piccola osservazione sul debito greco

il punto del blogLa demagogia è una brutta bestia perché fa apparire reale ciò che sta al di fuori della realtà. Quando poi ci si mettono commentatori seri allora bisogna arrabbiarsi un po’. La questione è quella dei prestiti europei alla Grecia nel 2010 che, si dice, servirono in gran parte a far rientrare le banche francesi e tedesche che avevano finanziato il debito greco.

Basta applicare lo stesso ragionamento a tutte le banche che possiedono titoli di stato dei paesi europei (o anche di tutto il mondo) per capire che messa così la cosa è una stupidaggine demagogica colossale. Perché? Ma perché tutti i debiti pubblici si rinnovano ogni anno cioè si rimborsa e si prende in prestito. L’Italia per esempio rinnova lo stock a botte di oltre 400 miliardi l’anno. Pensate un po’ se dicessimo alle banche e agli altri finanziatori che le scadenze saranno rispettate a discrezione del governo. Il minimo che potrebbe capitare è che immediatamente nessuno presterebbe più soldi allo stato italiano e i tassi di interesse schizzerebbero alle stelle.

Ultima osservazione: chissà perché ci si dimentica sempre dei 100 miliardi di euro (con istituzioni private, forse le banche?) tagliati nel 2012. Quindi un bel pezzo di debito greco è stato già cancellato. Qualcuno pensa che la soluzione per la Grecia sia continuare così? Ma chi volete che ci stia?

Come finirà il braccio di ferro tra Grecia e UE?

euro rotturaCome finirà il braccio di ferro tra la Grecia di Tsipras e il resto dell’Europa? Purtroppo ciò che sta accadendo ci riguarda da vicino e non solo per i 40 o 50 miliardi di euro che abbiamo “prestato” al governo greco e che molto difficilmente ci saranno restituiti.

Le vicende della Grecia sono una prova difficile e drammatica su molti fronti. Innanzitutto la possibilità che esista una unione europea oltre la moneta unica. L’idea di un’Europa unita è nata dopo la seconda guerra mondiale per prevenire le tensioni e le rivalità tra gli stati che avevano portano in pochi decenni a due conflitti mondiali. Si è rafforzata con la globalizzazione perché i singoli stati non avevano più la possibilità di competere da soli né verso occidente né vero oriente. L’introduzione dell’euro doveva essere il punto di arrivo e di ripartenza per qualcosa di più solido e duraturo che puntasse ad una confederazione di stati.

Così non è stato e la crisi greca dimostra che l’Europa resta un’idea, ma non una realtà. Se una unione politica ci fosse stata la Grecia sarebbe stata costretta ad affrontare i problemi che oggi l’hanno messa in ginocchio: evasione fiscale, privilegi, sprechi, corruzione, clientelismo. Utopia? Forse, ma allora perché si è creata una moneta unica senza un’autorità politica sovranazionale?

Anche noi italiani ci siamo barcamenati tra artifici contabili e rinvii al debito futuro pur di non toccare i nodi del sistema di potere e della caduta di produttività dell’economia. Per questo siamo nella crisi più nera della storia repubblicana.

baratro crisi grecaComunque, la ragione dice che, quali che siano le responsabilità dei precedenti governi greci, o gli stati europei concedono una possibilità di recupero al nuovo governo o si aprirà una pagina ancora più drammatica e pericolosa e dagli sviluppi imprevedibili.

Per questo la proposta di Tsipras di allungare le scadenze del debito può essere una base di negoziato. Non c’è niente da fare, se vogliamo evitare guai peggiori il popolo greco deve vivere e deve essere aiutato. E per farlo c’è bisogno di soldi e di tempo. O pensiamo che nel giro di qualche settimana rinasca una nuova Grecia da quella fallita ormai da cinque anni? È chiaro che questa via d’uscita costerà e non poco, ma l’alternativa non c’è.

Ormai bisognerebbe mettersi l’anima in pace e dirsi che questo sacrificio (anche nostro) deve servire a qualcosa e portare a un cambiamento vero. Non basta dare fiducia a Tsipras, anzi serve a poco: bisogna che l’Europa faccia un passo avanti stringendo un patto ancora più vincolante sulle politiche e non solo sulla moneta che andrebbe usata come strumento e non come fine. Se ci riuscirà darà un aiuto a tutti gli stati e non solo alla Grecia perchè metterà le basi di una uscita dalla crisi dell’Europa intera.

Altrimenti bisogna che la Grecia esca dall’euro, ma in quel caso il costo sarà probabilmente più alto anche per noi

Claudio Lombardi

Tsipras a Roma: cosa gli diciamo?

Oggi Tsipras è a Roma. L’Italia è tra i maggiori creditori della Grecia avendoci messo una quarantina di miliardi di euro in prestiti che chissà quando mai saranno restituiti. Come si sa Tsipras ha vinto le elezioni dicendo che voleva mettere fine all’austerità imposta dalla Troika e che pretendeva la cancellazione della maggior parte del debito pubblico.

A pochi giorni dal voto sembra che già stia cambiando idea e che la cancellazione del debito si tramuti nella richiesta di un’ampia dilazione nei pagamenti e in un ulteriore abbattimento degli interessi. Era ovvio che sarebbe andata così perché la maggior parte del debito Atene ce l’ha con gli altri stati europei e con la BCE. Se fosse stato concesso un taglio alla Grecia pagato dagli altri stati è chiaro che si sarebbe aperta una strada che in molti avrebbero voluto imboccare.

Resta il fatto che la Grecia non ce la fa a pagare le sue spese con le entrate del suo bilancio e che il ricorso al debito, come avviene anche da noi, serve per le spese correnti cioè è strutturale. Una situazione di squilibrio determinata da una enorme evasione fiscale in gran parte legalizzata. Bisogna sapere che i guadagni degli armatori che possiedono una delle più grandi flotte commerciali mondiali sono esenti da imposizione fiscale per legge. Anche il patrimonio immobiliare della Chiesa ortodossa, secondo solo al quello statale, non paga imposte e i preti sono stipendiati dallo Stato.

In queste condizioni cosa possiamo dire a Tsipras? Che la Grecia deve guardarsi allo specchio per i suoi guai e decidere se è ancora possibile affamare la povera gente pur di non toccare i poteri forti. Poi, è chiaro che il dogma dell’austerità (cioè il 3% deficit/Pil, il 60% debito/Pil e il pareggio di bilancio) ha fatto tanti guai, ma l’impressione è che la Grecia non ce la farebbe comunque senza un cambiamento vero