L’azzardo nei conti del governo Lega M5S

In attesa della nota di aggiornamento il ministro Tria ha descritto la strategia del governo: più deficit, più crescita e meno debito. Un piano che rinnega gli impegni assunti in precedenza e sottostima il costo per il bilancio delle misure proposte.

Deficit e debito colorati di gialloverde nella Nota di aggiornamento

Come ogni anno, a fine settembre arriva il momento in cui il governo comunica i dati della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef, per gli addetti ai lavori). Il che sarebbe ordinaria amministrazione, se non fosse che tali numeri sono spesso il risultato di trattative dell’ultim’ora, cosicché le cifre diffuse ai media escono in anticipo rispetto alla relazione, cioè senza un testo ufficiale da commentare. E così gli analisti e, più di recente, il grande pubblico della politica e dei social network si esercitano a commentare titoli e interviste più che documenti ufficiali. In definitiva, però, i numeri diffusi finora – soprattutto nell’intervista del ministro Giovanni Tria al Sole-24Ore – consentono di dare una valutazione preliminare dei contenuti della Nadef.

Da quel che si sa, il governo intende mantenere il rapporto deficit-Pil al 2,4 per cento nel 2019-2021. Un deficit al 2,4 sembra un dato in netto rialzo rispetto al deficit tendenziale dello 0,9 per cento previsto per il 2019 (e lo è ancora di più sui dati previsti per gli anni successivi, che lasciamo da parte). Non è proprio così. Come ricordato dal ministro Tria nella sua intervista, lo 0,9 previsto per il 2019 era anche il risultato di una crescita 2019 prevista all’1,4 per cento. Ora però, a causa di un rallentamento in atto nel mondo e in Europa, ma in modo più pronunciato in Italia – la crescita attesa per il 2019 non arriva all’1 per cento (è +0,9, esattamente). Il che di per sé, ricorda Tria, porta il deficit tendenziale previsto all’1,2 per cento del Pil. Se poi si considera che il dato tendenziale incorporava 0,8 punti percentuali (12,4 miliardi) per l’entrata in vigore degli aumenti automatici delle imposte indirette, ecco che si arriva a un andamento tendenziale prima della manovra vicino al 2 per cento. Si potrebbe quindi concludere che il 2,4 per cento previsto dal governo per il 2019 si limita ad aggiungere un modesto +0,4 per cento (6,2 miliardi di euro) ai numeri appena citati.

C’è poi da dire che nelle intenzioni del governo il maggiore deficit ha uno scopo: vuole consentire all’economia italiana di accelerare il passo. Non a caso, il ministro dell’Economia cita una crescita dell’1,6 per il 2019 e dell’1,7 per il 2020. In effetti: con una crescita all’1,6 e un’inflazione di poco superiore all’1 per cento, il rapporto debito-Pil potrebbe scendere di un punto percentuale circa – la differenza negativa tra il 2,4 del deficit e il 3,4 del prodotto della crescita del Pil nominale (pari a 2,6) e il rapporto debito-Pil con cui potrebbe chiudersi il 2018, cioè 1,31. È algebra: 2,4 meno 3,4 fa meno 1. Proprio il numero citato da Tria nella sua intervista.

Davvero – si chiedevano dalla balconata di Palazzo Chigi – l’Europa vuole far partire una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo per 0,4 punti di Pil? E davvero vuole farlo in presenza di un impegno a far scendere il rapporto debito-Pil di un punto percentuale l’anno?

L’azzardo nei numeri del governo

Questi numeri sono stati probabilmente condivisi dal ministro Tria con i ministri economici della Commissione. Rimane che – dopo il colloquio con Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici – Tria è ritornato a Roma a “lavorare sul bilancio”. I rilievi mossi dalla Commissione agli orientamenti di bilancio del governo Lega-M5s – per quanto non noti – possono essere di due tipi. Il primo è che ci sono impegni assunti dal governo italiano – cioè, dai precedenti governi italiani, “traditori dell’interesse nazionale” – che vincolano l’Italia a proseguire un cammino fatto di deficit gradualmente in calo e di stabilizzazione tendenza del rapporto debito-Pil. Tale orientamento, dice la Commissione, può essere – ed è già stato più volte – diluito nel tempo. Ma non può essere sovvertito come il governo italiano sembra ora voler fare. I patti devono essere rispettati, prima o poi. La flessibilità – a differenza dei diamanti – non è per sempre: lo si diceva già ai tempi del governo Renzi.

C’è poi anche un secondo rilievo che Europa, mercati e – perché no? – cittadini potrebbero sollevare. Lo sfoggio di apparente moderazione nello sforamento degli impegni implicito nei numeri dell’esecutivo (solo 0,4 punti) è in contrasto con le conquiste sbandierate da vari esponenti della maggioranza e in particolare dai rappresentanti nel governo del M5s.

Se, come ha fatto ad esempio la redazione online del Sole-24Ore, si sommano le varie misure (reddito di cittadinanza, 10 miliardi; aliquota di imposta al 15 per cento per 1,5 milioni di partite Iva, 1,5 miliardi; quota 100 (62 anni + 38 di anzianità) per superare la legge Fornero, 6-8 miliardi; risarcimenti ai truffati dalla banche, 1,5 miliardi) si arriva a più di 20 miliardi che potrebbero essere coperti solo per circa 3 miliardi con la cosiddetta “pace fiscale” (un condono per i contribuenti con pendenze con il Fisco). Il ministro dell’Economia allude anche a una “corposa spending review” di cui però non sono noti i dettagli e che in ogni caso – se attuata – attenuerebbe il carattere espansivo della manovra. Per ora insomma, dal conto mancano almeno 17 miliardi, cioè un punto intero di Pil che dovrebbe essere aggiunto al 2 per cento di deficit tendenziale. Senza contare le altre esigenze di bilancio (come spese indifferibili per vari miliardi di euro) che porterebbero il deficit programmatico del governo certamente oltre il 3 per cento. Di questo si preoccupano Europa, mercati e (alcuni) cittadini: che il governo gialloverde la faccia troppo facile e che invece sotto alle sue cifre ci sia un azzardo non raccontato o mal quantificato.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Tria e Di Maio: il serio e l’ominicchio

“Un ministro serio i soldi li trova”, “io pretendo che trovi i soldi”. Cosa pensava di fare Di Maio ingiungendo al prof Tria di trovare i soldi per le richieste del Movimento 5 stelle? A prima vista sembra paradossale che proprio Di Maio, un giovane astuto e fortunato catapultato in un ruolo evidentemente spropositato per la sua preparazione e la sua esperienza politica e di governo, si metta a dar lezioni di serietà ad una persona di ben altro livello professionale ed intellettuale. In realtà Di Maio ci ha abituati alle sue sparate propagandistiche: l’accordo sull’Ilva era un imbroglio e non si doveva fare, la concessione ad Autostrade si doveva considerare annullata istantaneamente e così via sentenziando. Propaganda smentita dai fatti.

La spiegazione però è semplice. Di Maio ha scelto questo stile di comunicazione perché il governo ha abbondantemente superato i 100 giorni e, di fatto, non sta facendo nulla di sostanziale. Il decreto cosiddetto dignità tanto sbandierato (più problemi ai lavoratori e alle aziende invece di risolverli) e le sceneggiate sui migranti sono il magro bilancio di quattro mesi che sono già costati in perdita di fiducia alcuni miliardi di euro di aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico e svariate decine di disinvestimento sui titoli pubblici da parte degli investitori esteri.

Con la manovra di finanza pubblica arriva il momento cruciale però, perché gli italiani hanno votato e stanno sostenendo i partiti di governo sulla base di promesse consapevolmente irreali e dunque false.

I sostenitori del governo dicono che bisogna spendere per spingere la crescita, ma le spese che loro vogliono imporre sono tutte correnti, assistenzialistiche o regali ai redditi più alti. Reddito e pensioni di cittadinanza, riduzione dell’età di pensionamento, flat tax.

Le spese correnti non generano crescita. Al massimo possono aumentare la domanda interna cioè la spesa delle persone che non è detto si indirizzi su prodotti che fanno lavorare le aziende italiane. Ammesso e non concesso che l’espansione del mercato interno sia il problema principale che affligge l’Italia.

È vero che i poveri vanno aiutati e già lo si sta facendo con il reddito di inclusione introdotto dal precedente governo. È vero che chi cerca un lavoro va sostenuto con un’indennità di disoccupazione e pure questa è una misura che già esiste e casomai va potenziata. È vero che le imposte vanno ridotte a partire dai redditi medi e pure questo è stato già fatto con i famosi 80 euro che andrebbero trasformati in una riduzione di aliquote anche per i redditi più bassi.

L’assistenzialismo ha senso se è accompagnato da politiche che puntino alla crescita economica vera cioè a far sviluppare le imprese e a migliorare la produttività del lavoro e del sistema. Se, invece, come dicono leghisti e 5 stelle, si pensa che il Pil si possa rialzare grazie all’assistenzialismo allora si preparano giorni drammatici per il nostro Paese.

I nodi veri da affrontare stanno per esempio in una cifra: 150 miliardi. È la somma degli stanziamenti per opere pubbliche che si sono cumulati nelle precedenti manovre finanziarie e che non si riesce a spendere per la lentezza del sistema decisionale ed attuativo che è il vero peso morto che schiaccia l’Italia. Se il governo si occupasse di questo insieme con il pagamento del debito verso i fornitori dello Stato già avrebbe dato un bel contributo a spingere la crescita.

Se poi volesse fare di più potrebbe riprendere alcune scelte di politica industriale introdotte da Calenda che vanno nella direzione dell’innovazione tecnologica. Oppure pensare a come superare il nanismo delle imprese italiane (al 95% di piccole e piccolissime dimensioni) che le penalizza nella concorrenza internazionale e nel campo della ricerca e sviluppo.

Ma Di Maio e Salvini preferiscono vestire i panni dei rivoluzionari intransigenti che danno voce al popolo. Ne hanno bisogno perché hanno il loro motivo di essere in una campagna elettorale permanente e, dunque, devono parlare a slogan. Se tentassero di ragionare si scontrerebbero con la realtà che è molto più dura delle loro invettive. Per questo si scagliano contro Tria, che, da persona seria quale è, non ha bisogno di fare campagna elettorale.

Ne ”Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia fa pronunciare al boss Don Mariano Arena un breve discorso sull’umanità. Eccolo:

Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

La categoria degli ominicchi sembra tagliata su misura per i due “rivoluzionari” al governo, ma in particolare per Di Maio che non può nemmeno vantare l’esperienza politica di Salvini. Il guaio è che quando uomini così ricevono un consenso sproporzionato alle loro capacità il rischio che lo usino male è una certezza

Claudio Lombardi

Dove ci portano M5S e Lega?

Tempi difficili per l’Italia. Tra un ponte che crolla e un governo di apprendisti eccitati dal potere, tra una fuga degli investitori esteri e lo spread che aumenta c’è poco da stare allegri. Se un anno fa sembrava un vanto aver raggiunto una discreta stabilità e il segno + sul Pil oggi ci troviamo in una situazione completamente diversa in attesa che l’autunno ci porti le prove più difficili. Lega e M5S sembrano non rendersi conto dei pericoli che corriamo di scivolare indietro. Anzi, alcuni autorevoli esponenti come gli economisti della Lega Borghi e Bagnai sembrano dei generali che si fregano le mani pregustando la battaglia. Il piano B per l’uscita dall’euro si avvicina. In realtà lo hanno anche annunciato che forse saranno gli altri a buttarci fuori. O lo faranno i fatti. Basta imboccare una certa strada e il resto verrà da sé.

Ogni giorno porta il suo passettino verso il marasma tra un Salvini che si atteggia a duce del popolo italiano unica fonte di diritto superiore alle altre autorità dello Stato e alle leggi e un Di Maio che gioca con le nazionalizzazioni e con la sorte dell’Ilva. Proclamano senza pensare a cosa dicono, ebbri del consenso ricevuto da un elettorato in vena di sfoghi che ha scambiato il governo nazionale e gli intrecci europei per un gioco di ripicche, come se si trattasse di una bega familiare o di condominio. Non sarebbe la prima volta che il consenso premia i più ignoranti, spregiudicati, fanfaroni. Il popolo è un’entità astratta composta da milioni di teste ben poche delle quali sono in grado di rendersi conto delle implicazioni delle proprie scelte. È sempre così in democrazia: l’incompetente deve indicare quale competente sceglie. A volte si è fortunati, a volte no. I regimi più infami hanno sempre ricevuto il consenso popolare che è rimasto anche quando si è arrivati alla guerra e alla distruzione totale.

Speriamo di non arrivare a tanto e cerchiamo di mantenere lucidità di pensiero e la capacità di comprendere e distinguere. Stando con i piedi per terra perché la vita reale non è un videogioco.

Il crollo del Ponte Morandi ha scoperchiato una realtà che conosciamo bene. C’è l’incuria, c’è il peso delle burocrazie, c’è l’avidità, c’è lo sfruttamento dei beni pubblici, ma, soprattutto, c’è uno Stato che non riesce a svolgere la sua funzione. Non riusciva a gestire in maniera efficiente le aziende prima quando mezza Italia era sotto il controllo pubblico e non è riuscito a regolare i suoi rapporti con i gestori privati poi. Chi proclama con leggerezza “nazionalizziamo” non conosce la storia dell’intervento pubblico nell’economia e non vede la realtà di oggi. Atac e Ama sono due aziende romane di proprietà del comune di Roma che gestiscono da decenni due servizi essenziali per una città: trasporti e rifiuti. Ebbene entrambe sono state distrutte dalla mala gestione, dal clientelismo, dalla corruzione, dalle ruberie, dagli interessi di persone e gruppi (sindacati inclusi). Entrambe sono costate e costano cifre enormi ai cittadini e rendono un servizio pessimo. Perché? La causa principale è la totale dipendenza dalla politica cioè da chi rappresenta gli elettori. La stessa cosa accadeva con le partecipazioni statali dalla fine degli anni ’60 alla privatizzazione degli anni ’90. Questi sono fatti non opinioni. Eppure il M5S sembra arrivare dalla luna e candidamente ripropone ciò che ha fallito nel passato (e fallisce nel presente). Non avendo né capacità di governo né idee forti si aggrappa al controllo e al comando come unici strumenti della politica. Sono ingenui e sprovveduti, pensano che sia sufficiente mettere nei posti chiave persone da loro dirette per ottenere i risultati a cui aspirano. È l’altra faccia del complottismo: se la situazione esistente nasce da complotti per fregare gli onesti basta sconfiggerli e automaticamente le cose cambieranno in meglio. Il loro pensiero esclude la complessità e gli intrecci intorno ai quali si dipanano decisioni e governo di istituzioni ed apparati.

La stessa ingenuità, ma intrisa di cattiveria, muove Salvini. Va avanti a testate, a provocazioni, in un clima rissaiolo ed eccitato tra una diretta Facebook e un comizio. La sua impronta di governo non si vede. Dovrebbe gestire il ministero dell’interno e, come vice presidente del Consiglio, contribuire ad indirizzare la politica del governo. Lo fa? Ovviamente no. Se si depurano i suoi interventi dalle provocazioni e dalle sparate non resta nulla di rilevante. Un abisso lo separa dal suo predecessore Minniti senza il quale non ci sarebbe stata la riduzione dell’80% degli sbarchi e, soprattutto, non ci sarebbe stato l’impegno nella strategia europea in Africa che il governo italiano sembra aver abbandonato.

Intanto i ministri economici consapevoli dei rischi che corre l’Italia chiedono all’Europa di aiutarci a fare ciò che vogliono i padroni del governo. Candidamente ci si aspetta sostegno dalla Bce ben sapendo che l’acquisto dei titoli pubblici sta finendo. Ingenuamente si pretende di alzare l’asticella del deficit e del debito come se fosse un regalo della Commissione Europea. Chi pagherà più interessi saremo noi italiani non Bruxelles. E chi si troverà a fare i conti con un debito in crescita saremo sempre noi e i nostri figli.

Intanto, silenziosamente, c’è chi toglie i suoi soldi dall’Italia. Già un’asta di Bot è andata deserta a luglio e per uno Stato che si vive di prestiti (intorno ai 400 miliardi l’anno) è un segnale molto serio.

Dove ci stanno portando il M5S e la Lega forti di un consenso incontrastato tra gli italiani? All’orizzonte si vedono solo guai, rischi e problemi. Della stabilità e della fiducia riconquistata negli ultimi anni non vi è più traccia. Se una strategia c’è e se atti e parole hanno un senso è quella di rompere con l’euro e l’Europa. Prima o poi ci accorgeremo di non essere solo spettatori di un’esibizione di bulli apprendisti governanti, ma protagonisti delle conseguenze dei loro errori

Claudio Lombardi

La folle illusione di cancellare il debito

Proposte come quella di annullare 250 miliardi di titoli del debito pubblico italiano detenuti dalla Bce si alimentano della confusione profonda su quali siano i limiti alla capacità della banca centrale di alleviare le obbligazioni fiscali di uno stato.
Il ruolo della banca centrale

Seppur smentita, la proposta di annullare 250 miliardi di titoli del debito pubblico italiano detenuti dalla Banca centrale europea sul proprio bilancio ha destato scalpore e innervosito pericolosamente i mercati finanziari. Proposte così radicali, pur nella loro apparente semplicità, si alimentano della confusione profonda su ciò che una banca centrale veramente è, e su quali siano i limiti alla sua capacità di alleviare, o addirittura cancellare, le obbligazioni fiscali di uno Stato.

La Bce ha acquistato titoli di stato italiani come parte del programma di Quantitative easing iniziato nel 2013. Con questo programma, ad esempio, la Bce acquista 100 euro di titoli di stato dalle banche e accredita, in cambio, 100 euro di riserve, detenute dalle banche stesse presso la Bce. Molto semplicemente, la Bce acquisisce un’attività (i titoli) e contemporaneamente, creando riserve (cioè moneta), bilancia queste attività con maggiori passività. Le riserve detenute dalle banche presso la Bce, infatti, sono un’obbligazione che la banca centrale detiene nei confronti delle banche stesse. Il cosiddetto processo di creazione di moneta è sostanzialmente questo, cioè creazione di riserve. È molto importante ricordare che il QE non costituisce una modalità sistematica di finanziamento delle emissioni di debito, per due ragioni. Primo, la Bce acquista titoli sul mercato secondario, non svolge quindi il ruolo di prestatore di ultima istanza di uno stato all’atto di emissione iniziale di titoli del debito. Secondo, il programma di QE è, per costruzione, temporalmente limitato. Quindi non coincide di per sé con una espansione permanente della quantità di moneta (che sarebbe quasi per definizione inflazionistica).

Un default della banca centrale

La narrazione (illusoria) sul ruolo della moneta e della banca centrale recita così: poiché la banca centrale è potenzialmente in grado di creare moneta in modo illimitato, ciò non porrebbe alcun limite alla sua capacità di acquisto di titoli. In estrema ipotesi, tutto il debito pubblico di un paese potrebbe essere acquistato e detenuto dalla banca centrale. Se, quindi, la banca centrale semplicemente bruciasse quei titoli, ciò non avrebbe alcuna conseguenza, perché le perdite potrebbero sempre essere ripianate stampando più moneta.

Eppure, nonostante si alimenti del potere inebriante di creare moneta dal nulla, la narrazione è del tutto fallace. Se la banca centrale bruciasse i 100 euro di titoli detenuti a bilancio, ciò comporterebbe una perdita dal lato delle attività di 100 euro. La perdita dovrebbe essere ripianata con maggiori entrate per ricapitalizzare la banca centrale stessa, che non potrebbero che venire dal bilancio dello stato attraverso maggiori tasse. In prima istanza, dunque, un falò dei titoli vorrebbe dire maggiori tasse.

Eppure, i fautori più convinti del potere taumaturgico della moneta non sarebbero probabilmente ancora soddisfatti. Perché mai dovremmo ricorrere a maggiori tasse per ripianare le perdite della banca centrale? Le perdite di una banca centrale sono un concetto artificiale: una banca centrale non può mai fallire, proprio perché può creare moneta in modo illimitato. Perché non ripianare le perdite semplicemente stampando più moneta, invece che tartassare la gente con maggiori tasse (o minori spese)? La moneta si crea dal nulla, dopo tutto.

L’illusione si scontra però contro due macigni logici. La moneta (circolante e riserve bancarie) costituisce una passività della banca centrale. Ripianare una perdita di 100 euro dal lato delle attività (il falò dei titoli) stampando moneta sarebbe equivalente a ripianare un minore attivo di bilancio incrementando le passività (invece di diminuirle). Non proprio una condotta da buon contabile. Anzi, una follia. Ma supponiamo pure di ignorare questa fondamentale legge di bilancio. Supponiamo, per puro paradosso, che a fronte del falò di titoli di Stato, la banca centrale continuasse a stampare moneta. Esiste comunque un limite alla possibilità di stampare moneta e si chiama default della banca centrale. Il default di una banca centrale non corrisponde a sportelli che chiudono e persone che perdono il lavoro. Il default di una banca centrale è più sottile, ma non meno rilevante. E corrisponde al non onorare la promessa originale che ogni banca centrale sottoscrive nell’emettere un singolo euro di moneta: che se quell’euro compra una mela al momento dell’emissione, deve continuare quanto meno a comprare una mela anche domani e dopodomani. Quando il pubblico si rende conto che la promessa potrebbe non essere mantenuta, tende a liberarsi della moneta come una patata bollente. Quando le masse monetarie in gioco sono grandi (e nel caso della monetizzazione del debito italiano staremmo parlando di volumi giganteschi), possiamo chiamarla iperinflazione, o svalutazione della moneta, o altro: di fatto, vorrebbe dire default della banca centrale. Il compito di una banca centrale ben funzionante, infatti, è prima di tutto quello di contenere il livello e la variabilità dell’inflazione, proprio per onorare la propria promessa di debitore che emette moneta.

La possibilità di stampare moneta illimitata, non rende quindi la banca centrale immune da default. Quanto più la banca centrale cercasse di rincorrere la sirena dello stampare moneta per spegnere il falò del debito, tanto più scaverebbe la fossa del proprio default. Perché ogni euro stampato in più vorrebbe dire un maggiore prezzo delle mele. E quindi meno mele che quell’euro sarà in grado di acquistare domani e dopodomani. Spegnere il falò del debito con la moneta equivale a estinguere il fuoco con la benzina. Un esercizio vano. Anzi, pericoloso.

Tommaso Monacelli tratto da www.lavoce.info

Deficit a confronto: Italia e Spagna

Con graffiante ironia Mario Seminerio delinea un confronto tra Italia e Spagna. Ripercorriamo la sua analisi con ampi stralci dell’articolo pubblicato su http://phastidio.net.

“La Spagna ha chiuso il 2016 con una crescita reale del 3,2%, pari a quella del 2015, il biennio che ha segnato la maggiore crescita economica del paese dal 2007. Nel 2016, anche qui per il secondo anno consecutivo, il rapporto tra debito pubblico e Pil del paese iberico è diminuito. Una cosa che al governo italiano, con tutte le sue chiacchiere, distintivo, narrazione e vittimismo, pare proprio non riuscire.

debito pubblicoNei numeri, il debito pubblico spagnolo nel 2016 è aumentato in valore assoluto del 3% ma il Pil nominale ha fatto meglio, crescendo del 3,9%. Il rapporto debito-Pil, quindi, è passato dal 99,8% al 98,9%. Nel 2014 era al 100,4%. La buona notizia per gli spagnoli è quindi che, se l’attuale passo di crescita ed il livello di tassi d’interesse dovessero restare su questi livelli, il rapporto d’indebitamento pubblico del paese è destinato a proseguire la propria discesa. E poiché questo rapporto è l’unica cosa che conta, per valutare la sostenibilità del debito, ecco che improvvisamente anche un rapporto deficit-Pil che non torni sotto la fatidica soglia di Maastricht del 3% non è poi così drammatico. Che accade, invece, in Italia? Accade che, pur con un deficit-Pil sotto il 3%, e malgrado una posizione fiscale espansiva, testimoniata dall’aumento del deficit-Pil corretto per la fase del ciclo economico, il nostro avanzo primario non riesce a compensare il fatto che la crescita nominale è inferiore al costo del debito. (…..)

Quanti tra voi, facendo mostra di non aver colto il punto, insistessero con la tesi “si ma la Spagna cresce perché fa deficit, maestraaa!”, considerino che la Spagna sta in realtà compiendo un piccolo miracolo: quello di avere i consumi che contribuiscono in modo vitale alla crescita complessiva pur in presenza di un processo di deleveraging privato, cioè di riduzione del debito privato, sia in rapporto al Pil che (udite, udite) in valore assoluto. (..…)

sviluppo economicoTra le altre cose, la competitività spagnola ha contribuito a surplus delle partite correnti piuttosto stabili negli ultimi cinque anni, intorno a 1,5% del Pil, mentre la ripresa dell’occupazione è avvenuta in un contesto di costi reali del lavoro in flessione ininterrotta da anni, senza bisogno di sussidi farlocchi di decontribuzione temporanea, destinati a finirci in faccia l’anno prossimo, come un elastico incattivito. Altra eclatante differenza rispetto a noi: la Spagna sta vivendo una forte ripresa degli investimenti. Nel 2015, l’incidenza su Pil degli investimenti fissi lordi spagnoli era al 19,7%, quella italiana di solo il 16,6%. Siete sempre convinti che tutto si riconduca al solito mantra fallito “ah beh, se potessi avere altri due punti percentuali di flessibilità, sai quante mance e che boom economico?”

crescita pilNon è che la Spagna sia un paese modello e felice, sia chiaro. Non è in corso alcun miracolo economico ma resta il dato di fondo: il loro deficit è “servito” in qualche modo a puntellare una ripresa robusta, ed a contribuire alla flessione del rapporto debito-Pil. Politicamente, quest’ultimo è un enorme risultato, che consente a Madrid di guardare al futuro con più serenità, anche nel rapporto con i mercati, oltre che di trascinare i piedi con maggiore efficacia rispetto alle richieste “austere” di Bruxelles. (….) Forse servirebbe guardare al mercato del lavoro, forse alla ripulitura del sistema bancario spagnolo, forse anche ad altri aspetti del sistema paese. Quello che è certo è che la “via italiana” alla ripresa, qualunque essa sia, al netto della pestilenziale retorica che fa di noi il caso umano d’Europa, è fallita miseramente. (….)

E se guardassimo alla fragilità dell’Italia?

Cosa c’è che non va nel nostro Paese? La fragilità dell’Italia riguarda tutti noi che ne subiamo le conseguenze. Non è una cosa che tocca solo i giornalisti, gli specialisti, le burocrazie e i politici. Di fronte all’evidenza di un’economia che non cresce, di servizi ed infrastrutture carenti, di una spesa pubblica sempre molto alta la domanda si impone e non possiamo far finta di niente perché lì è la radice di tutto. Guardando le cose con occhi di straniero e, quindi, prendendo distanza dal giorno per giorno, l’impressione è che sia in atto da molto tempo un gigantesco spreco di risorse che non solo non produce sviluppo, progresso e benessere, ma, anzi, costituisce uno degli elementi fondamentali del declino che stiamo vivendo.

spesa-pubblicaLa fragilità si rivela e si descrive in pochi elementi ormai assodati. Il Pil cresce poco (quest’anno sarà l’1%), meno di tutti gli altri paesi europei. E’ così da una quindicina d’anni cioè da prima della grande crisi. Il debito pubblico è il secondo in Europa dopo quello della Grecia e non è giustificato dallo stato del Paese cioè, non si traduce in un miglioramento visibile né delle condizioni di vita degli italiani né dell’economia. Ma si traduce, invece, in un tirare a campare senza sapere dove si va.

Di contro il livello del debito obbliga a politiche di bilancio rigorose non tanto perché ci obbliga l’Europa (c’è anche questo ovviamente), quanto perché c’è bisogno di contrarre nuovi prestiti per circa 400 miliardi di euro l’anno. Se si vuole l’ombrello dell’euro e l’aiuto della BCE bisogna stare ai patti e godersi i benefici di tassi di interesse mai stati così bassi (e con il QE una parte dei titoli li compra la BCE stessa). Se si dovesse rinunciare all’euro il mercato ci chiederebbe interessi molto più alti perché l’Italia non è ritenuta un creditore affidabile (ci ricordiamo che questo significa lo spread?). I cosiddetti sovranisti vorrebbero risolvere tutto stampando moneta come se il mondo fosse popolato di “selvaggi” da abbindolare con le perline.

Un altro elemento poco considerato è l’invecchiamento della popolazione e la propensione al risparmio. Quindi minore domanda e accantonamento di risorse per l’incertezza del futuro.

giovani e lavoroI giovani, per quanto il loro numero sia in diminuzione, ne escono penalizzati perché il lavoro di qualità è scarso e quello poco appetibile (molto impegno, poco guadagno) è comunque già preso dagli immigrati.

Le imprese sono generalmente sottodimensionate, deficitarie in innovazione tecnologica e scarsamente capitalizzate quindi molto dipendenti dalle banche (di qui anche la caccia alla protezione dei politici per accaparrarsi i prestiti degli istituti di credito).

Dovrebbe essere una situazione nella quale la spinta al cambiamento è forte, ma, stranamente, così non è ed è invece diffusa la sensazione di un immobilismo rancoroso e impotente che si accontenta di sfoghi e non sa costruire alternative di governo (crescita del M5S, della Lega e delle destre estreme).

pressione fiscale ItaliaLa spesa pubblica è molto alta ed è pagata, oltre che con il debito, con una pressione fiscale che è di almeno 4 punti sopra la media europea ed un prelievo contributivo altrettanto pesante sul costo del lavoro. Con quali effetti? Carenza di infrastrutture, sistema educativo inadeguato, giustizia lenta, pubblica amministrazione inefficiente. Il tutto accompagnato da una legislazione ipertrofica e farraginosa e poi dai soliti noti: sprechi, corruzione ed evasione fiscale che hanno negli apparati pubblici il loro snodo fondamentale.

Qualche numero può aiutare ad inquadrare meglio la questione. Nel 2008 il debito era di 1.671 miliardi pari al 102% del Pil. Adesso ammonta a 2.240 miliardi circa il 133% del Pil. La spesa per interessi è di circa 70 miliardi più o meno il 4% del Pil ed è tenuta bassa grazie all’ombrello dell’euro e agli interventi della BCE (negli ultimi anni della lira ha oscillato dal 9 al 6%). Inutile dire che negli altri paesi europei assimilabili al nostro la spesa per interessi si aggira intorno a poco più della metà.

Colpisce il dato reso noto di recente che la spesa per interessi dell’Italia negli ultimi dieci anni è stata di circa 760 miliardi di euro, una tassa occulta pagata solo per mantenersi a galla.

sistema ItaliaSi è detto tante volte, però, che il debito pubblico non è necessariamente indice di squilibri economici e di debolezza. Può, al contrario, essere un fattore di crescita grazie agli investimenti. Ebbene anche su questo versante i numeri non ci premiano. Infatti dal 2009 al 2015 gli investimenti sono passati dal 3,4% al 2,2% del Pil mentre la spesa pubblica totale è salita negli stessi anni da 781 a 828 miliardi. Certo, in tempi di “vacche magre” è normale ridurre un po’ le spese, ma qui accade che la spesa cresce, si accende nuovo debito per farle fronte, ma solo per la parte corrente. Cioè non si semina nulla per il futuro, si vive alla giornata.

Spesso si contrappone al debito pubblico l’attivo patrimoniale delle famiglie italiane che è circa il quadruplo del debito. Grazie a questo attivo accumulato nel passato molte famiglie hanno potuto sostenere i giovani ed affrontare gli effetti della crisi economica. Ma questo non può proseguire all’infinito. Come scrive Paolo Bricco sul Sole 24 Ore “il nostro Paese ribalta il motto “il convento è ricco, i monaci sono poveri”. Da noi i monaci sono (per ora) ricchi, perché i monaci – gli italiani – hanno scaricato sul convento – i conti pubblici – gli scontrini  non pagati da consumatori e le evasioni e le elusioni fiscali realizzate con le loro aziende, le pensioni a cinquant’anni senza alcuna corrispondenza con i contributi versati e i prepensionamenti a 48 anni, che negli anni ’80 e ’90 hanno costituito il principale ammortizzatore sociale del sistema consociativo fra le forze politiche, le rappresentanze degli imprenditori e i sindacati”.

Il problema, quindi, non è tanto la libertà di crescita del deficit e del debito pubblico. Il problema è che siamo schiavi di meccanismi di spesa che vengono dal passato tutti centrati sulla spesa corrente che, a sua volta, è basata su un fitto intreccio di posizioni di rendita e di protezioni corporative. E tutto ciò si traduce in immobilismo e spreco.

Conclude Paolo Bricco “ l’insostenibilità è nel meccanismo di finanza pubblica che si nutre – e allo stesso tempo viene nutrito – dal fallimento storico delle nostre classi dirigenti e – in fondo – dall’irresponsabilità civile della maggioranza degli italiani”.

Purtroppo e non si vede all’orizzonte una soluzione.

Claudio Lombardi

Un ragionamento sul debito pubblico dell’Italia

Un recente articolo di Marco Fortis sul Sole 24 ore svolge un ragionamento piuttosto insolito sul debito pubblico italiano. Insolito perché esce fuori dagli schemi consueti che indicano nel debito un “mostro” difficile da controllare che ci differenzia e ci penalizza rispetto agli altri paesi europei. Ovviamente non si mette in discussione la negatività dell’indebitamento e la necessità di ridurlo. Si contesta però che l’Italia possa essere considerata a rischio default.

crescita pilE infatti, “un recente Rapporto della Commissione Europea, ad esempio, ha definito il debito pubblico italiano a “basso rischio” nel breve termine (2016-17), ad “alto rischio” nel medio termine (2017-2026), peraltro assieme ai debiti di altri 10 Paesi tra cui Francia, Gran Bretagna, Spagna e anche Finlandia, e il debito meno rischioso in assoluto nel lungo termine (sull’orizzonte 2030)”. Precisa Fortis che l’indicazione di un alto rischio nel medio termine deriva esclusivamente dalla mancata convergenza sull’obiettivo di riportare il debito al 60% sul Pil nel 2030, “un obiettivo che nessuna nazione al di fuori dell’area Euro oggi si sognerebbe mai di porsi”. Osservazione suffragata dal fatto che “nello stesso scenario di base prefigurato dalla Commissione Ue, l’Italia, pur essendo considerata ad “alto rischio” nel medio termine, sarà comunque il Paese che ridurrà di più il proprio debito tra il 2017 e il 2026 abbassandolo di 19,9 punti dal 130% al 110,1%”. Ovviamente si tratta di previsioni, ma di queste si ragiona nella valutazione di rischiosità dei debiti.

Altro aspetto è quello del rating del debito che oggi per l’Italia è BBB- secondo l’agenzia di rating S&P. Un livello che si ripercuote sui tassi praticati nei mercati finanziari. Ragionevolmente ci si domanda nell’articolo “come può l’Italia, con tutto il rispetto, essere valutata allo stesso livello della Romania o un gradino appena superiore a quello del Portogallo, essendo la terza economia dell’Eurozona, avendo la seconda miglior bilancia commerciale manifatturiera con l’estero della Ue e avendo sempre presentato ininterrottamente (unico caso al mondo) un avanzo statale primario positivo dal 1992 ad oggi con la sola breve (insignificante nei numeri) parentesi del 2009?”

rating debitoLa valutazione BBB- deriva essenzialmente dall’alto rapporto debito/Pil e dalla bassa crescita dell’economia. Tuttavia, si domanda Fortis, “non conta nulla, a compensazione di ciò, avere una economia reale solida? Una ricchezza privata interna con pochi eguali nel mondo? Uno dei più bassi debiti delle famiglie in rapporto al Pil? Una posizione finanziaria netta sull’estero di tutta sicurezza? È così grave – nuova freccia all’arco dei nostri detrattori – avere banche con accresciuti NPLs (peraltro ben coperti da rettifiche e garanzie reali) derivanti da normali attività di prestito all’economia reale anziché bilanci poco trasparenti imbottiti di titoli tossici (non garantiti da nulla) come molte banche sistemiche del Nord Europa?”

A queste considerazioni l’autore ne aggiunge altre due cruciali: la limitata quantità di debito posseduta da investitori non residenti (44%) e il livello dell’avanzo primario cumulato negli ultimi dieci anni pari al 14,1% del Pil e inferiore solo a quello della Danimarca e accanto a Germania, Lussemburgo e Svezia. “Eppure il rating dell’Italia è solo BBB-. E anche Fitch e Moody’s, pur più generose di S&P, ci elevano al massimo al livello della Spagna, i cui conti pubblici sono fuori controllo ormai da anni e le cui banche sono state salvate anche col nostro contributo”.

Con questi dati, osserva Fortis, l’Italia dovrebbe avere lo stesso trattamento di altri paesi che hanno la tripla o la doppia A.

L’articolo si limita a prendere in esame alcuni dati, ma trascura un elemento non misurabile – l’affidabilità politica – cioè come funziona realmente il sistema di governo e come si ripercuote sull’economia. Probabilmente sta qui la “svalutazione” del sistema Italia che fa perdere terreno e considerazione sui mercati finanziari e nel rapporto con l’Europa. Sta a noi contribuire a rimediare a questa grande vulnerabilità del nostro Paese

Claudio Lombardi

Il peso del debito pubblico che frena l’Italia

Gianni Toniolo sul Sole 24 Ore del 27 gennaio ci fornisce alcune chiavi di lettura utili a comprendere alcuni motivi di fondo della fragilità italiana. Il tema è quello del debito pubblico mai così elevato nella nostra storia recente. Il 135% del Pil toccato nel 2015 occupa il secondo posto in un arco di oltre un secolo venendo dopo il 159% del 1922 (ma c’erano i debiti contratti con gli alleati durante la prima guerra mondiale).

crisi economicaNessuna guerra mondiale in questa epoca invece, bensì una crisi iniziata nel 2008 cui si è risposto con l’espansione della spesa pubblica in disavanzo pressoché ovunque, anche se in misura diversa da paese a paese. L’Italia, che partiva da un debito già molto elevato (102% del Pil nel 2007), l’ha visto crescere di un terzo “tanto da costituire oggi forse il principale problema economico del Paese”. Infatti “la montagna del debito accumulato frena la crescita del reddito e dell’occupazione, favorisce la rendita, si accumula nei bilanci delle banche, con effetti negativi sulla loro capacità di sostenere le imprese, sottrae al bilancio pubblico, con il pagamento degli interessi, risorse che sarebbero preziose per gli investimenti pubblici e per rendere lo stato sociale più amico della crescita oltre che per l’uguaglianza”.

Un aspetto piuttosto trascurato è che un debito tanto elevato ha bisogno di essere costantemente rinnovato e ciò assegna un peso elevato alla volatilità dei mercati finanziari. “Infine, e non è cosa da poco, un indebitamento al limite della sostenibilità toglie alla politica fiscale la flessibilità necessaria per smussare gli andamenti ciclici. Se ci fosse un’altra crisi avremmo minore spazio di manovra che in quella recente”.

crescita pilE che il problema sia quello di contrastare il ciclo è dimostrato dalla storia. Sottolinea Toniolo che “la strada maestra per la riduzione del peso del debito è stata quella della crescita accompagnata da credibili impegni a contenere il disavanzo pubblico. Così l’Inghilterra abbatté a poco a poco sia il debito (oltre il 200% del Pil) accumulato per sconfiggere Napoleone sia quello creato nella guerra al nazismo. Così fece l’Italia tra il 1894 e il 1911, nei primi anni Venti e, con maggiore timidezza, tra il 1994 e il 2007”.

Il problema però è che la crescita italiana è troppo debole e l’inflazione è prossima a zero. È ovvio, dunque che, nel prossimo futuro “la riduzione del rapporto debito/Pil non potrà che essere lenta”. Ciò significa maggiore vulnerabilità del Paese e delle sue banche in particolare (peraltro gravate da una massa enorme di crediti incagliati).

Come si affronta questa situazione? Per Toniolo “i rischi legati a un elevato indebitamento si riducono, anzitutto, mostrando nei fatti che la riduzione del rapporto tra debito e reddito è una priorità strategica nazionale”. Nel passato ciò è stato fatto e ha consentito di superare momenti critici perché “tutta la classe dirigente del Paese aveva compreso che si trattava di un primario interesse nazionale”. Diversa la situazione attuale nella quale “l’insistenza per sforamenti del disavanzo pubblico per piccole frazioni di punto, riducono l’avanzo primario mentre contribuiscono in modo trascurabile alla crescita”. L’effetto è quello di mandare segnali ambigui ai mercati e di indebolire la posizione contrattuale del Governo nei confronti della Ue.

europa unitaSecondo Toniolo “per aumentare la crescita e ridurre i rischi sistemici, bisogna attenersi a un percorso di lungo periodo di riduzione del debito e rendere più attraente l’Italia agli investitori con le cosiddette riforme”. Tuttavia ciò non basta se non “diciamo chiaramente agli italiani che queste cose si fanno nell’interesse del Paese, non perché le chieda l’Europa. Riconosciamo piuttosto, anche nel discorso pubblico, che l‘Europa – perfino questa Europa tanto difettosa – è quanto di meglio un paese più fragile di altri possa avere per ridurre i rischi che vengono dalla geopolitica e dall’economia globali”.

L’articolo si conclude con la considerazione che “è per noi molto più importante ottenere una maggiore condivisione europea dei rischi che nuove piccole flessibilità di bilancio”. Perché “mostrando un credibile impegno alla riduzione, seppure lenta, del debito, l’Italia può contribuire a ridurre il gap di fiducia tra gli stati membri, avrà più peso e carte migliori nel negoziato sull’Unione Bancaria, a cominciare dal Single Resolution Fund, la cosa più importante di cui oggi abbiamo bisogno”.

C. L.

Qualcuno ricorda lo spread?

Bella giornata oggi. Bella per il tempo e bella perchè fra tante notizie preoccupanti ce n’è una rassicurante: il famoso spread è sceso a 122 punti e di conseguenza sono scesi anche i tassi sui titoli del debito pubblico (ora a meno del 2%) che continuano ad essere piazzati sui mercati. Già perché lo Stato continua ad avere bisogno di prestiti e la spesa per interessi continua a pesare sui conti pubblici. Risparmiarne un po’  è importante, giusto?

Bene, allora vogliamo ricordarlo che anche questa è una conseguenza dell’euro e dell’azione della BCE o ci interessa parlarne solo quando le cose vanno male? Tanto per rinfrescare la memoria a novembre 2011 lo spread era oltre 570. Bella differenza, no? Bene tornano i tassi bassi che avemmo per anni dall’ingresso nell’euro e noi che faremo di questa fortuna?

Domandiamocelo perché non dovremmo sprecare questa occasione come fu sprecata quella degli anni d’oro del berlusconismo che segnarono l’aumento della spesa pubblica poi rivelatasi il pozzo senza fondo delle cricche e delle bande. Lo scandalo di mafia capitale ci ricorda che il pericolo c’è sempre e che è inutile fare sacrifici o fare ancora più debiti per ingrassare i corrotti e i banditi

I risparmi di oggi = gli sprechi del passato. Cosa frena lo sviluppo

sprechi soldi pubbliciCi sono notizie che fanno piacere, ma nello stesso tempo spaventano. Nei giorni scorsi il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha annunciato i risultati della revisione della spesa per l’anno ancora in corso. Lo ha fatto parlando dei tagli che saranno imposti dalla legge di stabilità per invitare il governo a colpire solo le regioni che sprecano e non quelle che già stanno risparmiando. Il Lazio lo ha fatto con risparmi di 382,5 milioni per il 2014 e di ben 697 milioni sul 2015. Il risparmio maggiore viene dalla Centrale unica degli acquisti che dà 246 milioni di risparmi nel 2014 e ne darà 327 nel 2015. Altri 200 milioni nel biennio verranno da tagli a stipendi, vitalizi, rimborsi e a 500 poltrone di dirigenti e cda regionali. Segue la spesa farmaceutica (-38 milioni sui due anni) e quella sulle consulenze e gli atti sanitari (-23 milioni sul biennio). Zingaretti annuncia altri risparmi che verranno con l’attuazione dei Piani operativi sanitari e, quindi, taglio di 400 primariati e attacco ai ricoveri inappropriati. Ma non finisce qui perché arriverà il Magazzino unico regionale digitale della sanità.

Benissimo, bravissimo. Ma perché queste notizie spaventano un po’? Perché stanno a significare che per decenni abbiamo convissuto con sprechi immensi. Si dice sprechi per non infierire, ma, in realtà, dietro ad ogni spreco ci sono interessi personali o di gruppo o scambi che hanno rubato risorse alle casse pubbliche per mettersele in tasca nelle forme più diverse o per trarne vantaggio in qualsiasi modo (voti, posti di lavoro, privilegi, retribuzioni ecc).

centri di spesaLe cifre sopra riportate si riferiscono ad una sola regione e a due anni (2014 e 2015). Proviamo a moltiplicare quei dati per tutti i centri di spesa italiani e per tutti gli anni che abbiamo alle nostre spalle e avremo la spiegazione del debito pubblico italiano e della fine che hanno i soldi incassati e spesi dallo stato, dalle regioni, dalle province, dai comuni, dagli enti pubblici e da qualunque altra entità che ha vissuto (e vive) direttamente o indirettamente grazie alle risorse pubbliche.

Con i soldi che sono stati dilapidati dovremmo avere le strade d’oro e, invece, stiamo come stiamo. E abbiamo anche imparato a lagnarci della nostra condizione cercando un capro espiatorio lontano da noi – in Europa, nella finanza internazionale, nella globalizzazione – senza voler riconoscere che abbiamo vissuto, come nazione, in un modo indifendibile.

basta sistema clientelare mafiosoCiò non significa che chi perde il lavoro o chi porta a casa uno stipendio di mille euro o meno ha colpa di ciò che è accaduto. Significa che il sistema Italia è stato costruito sul parassitismo che ha garantito alle classi dirigenti di restare al potere prendendosi la parte più grande della torta e comprando con le briciole distribuite dal sistema clientelare (e mafioso) milioni di italiani.

Il debito pubblico serve e non è possibile pensare ai conti dello stato come a quelli di una famiglia. Ma serve se è investito per far crescere l’economia, i servizi e la qualità della vita complessiva in un paese. Se viene usato per alimentare il sistema clientelare e mafioso che dominava e dura ancora in Italia allora è un crimine perché stronca ogni possibilità di sviluppo consegnando le ricchezze del Paese alla guerra delle bande. Gli scandali che si sono succeduti nel corso degli anni hanno fatto emergere una realtà delinquenziale nella politica e nelle istituzioni che è un vero attentato alla convivenza civile.

Continuare così è impossibile ed è anche una follia pensarlo. Ma cambiare è doloroso e molto difficile. Ne siamo consapevoli?

Claudio lombardi

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