Deficit a confronto: Italia e Spagna

confronto Italia Spagna

Con graffiante ironia Mario Seminerio delinea un confronto tra Italia e Spagna. Ripercorriamo la sua analisi con ampi stralci dell’articolo pubblicato su http://phastidio.net.

“La Spagna ha chiuso il 2016 con una crescita reale del 3,2%, pari a quella del 2015, il biennio che ha segnato la maggiore crescita economica del paese dal 2007. Nel 2016, anche qui per il secondo anno consecutivo, il rapporto tra debito pubblico e Pil del paese iberico è diminuito. Una cosa che al governo italiano, con tutte le sue chiacchiere, distintivo, narrazione e vittimismo, pare proprio non riuscire.

debito pubblicoNei numeri, il debito pubblico spagnolo nel 2016 è aumentato in valore assoluto del 3% ma il Pil nominale ha fatto meglio, crescendo del 3,9%. Il rapporto debito-Pil, quindi, è passato dal 99,8% al 98,9%. Nel 2014 era al 100,4%. La buona notizia per gli spagnoli è quindi che, se l’attuale passo di crescita ed il livello di tassi d’interesse dovessero restare su questi livelli, il rapporto d’indebitamento pubblico del paese è destinato a proseguire la propria discesa. E poiché questo rapporto è l’unica cosa che conta, per valutare la sostenibilità del debito, ecco che improvvisamente anche un rapporto deficit-Pil che non torni sotto la fatidica soglia di Maastricht del 3% non è poi così drammatico. Che accade, invece, in Italia? Accade che, pur con un deficit-Pil sotto il 3%, e malgrado una posizione fiscale espansiva, testimoniata dall’aumento del deficit-Pil corretto per la fase del ciclo economico, il nostro avanzo primario non riesce a compensare il fatto che la crescita nominale è inferiore al costo del debito. (…..)

Quanti tra voi, facendo mostra di non aver colto il punto, insistessero con la tesi “si ma la Spagna cresce perché fa deficit, maestraaa!”, considerino che la Spagna sta in realtà compiendo un piccolo miracolo: quello di avere i consumi che contribuiscono in modo vitale alla crescita complessiva pur in presenza di un processo di deleveraging privato, cioè di riduzione del debito privato, sia in rapporto al Pil che (udite, udite) in valore assoluto. (..…)

sviluppo economicoTra le altre cose, la competitività spagnola ha contribuito a surplus delle partite correnti piuttosto stabili negli ultimi cinque anni, intorno a 1,5% del Pil, mentre la ripresa dell’occupazione è avvenuta in un contesto di costi reali del lavoro in flessione ininterrotta da anni, senza bisogno di sussidi farlocchi di decontribuzione temporanea, destinati a finirci in faccia l’anno prossimo, come un elastico incattivito. Altra eclatante differenza rispetto a noi: la Spagna sta vivendo una forte ripresa degli investimenti. Nel 2015, l’incidenza su Pil degli investimenti fissi lordi spagnoli era al 19,7%, quella italiana di solo il 16,6%. Siete sempre convinti che tutto si riconduca al solito mantra fallito “ah beh, se potessi avere altri due punti percentuali di flessibilità, sai quante mance e che boom economico?”

crescita pilNon è che la Spagna sia un paese modello e felice, sia chiaro. Non è in corso alcun miracolo economico ma resta il dato di fondo: il loro deficit è “servito” in qualche modo a puntellare una ripresa robusta, ed a contribuire alla flessione del rapporto debito-Pil. Politicamente, quest’ultimo è un enorme risultato, che consente a Madrid di guardare al futuro con più serenità, anche nel rapporto con i mercati, oltre che di trascinare i piedi con maggiore efficacia rispetto alle richieste “austere” di Bruxelles. (….) Forse servirebbe guardare al mercato del lavoro, forse alla ripulitura del sistema bancario spagnolo, forse anche ad altri aspetti del sistema paese. Quello che è certo è che la “via italiana” alla ripresa, qualunque essa sia, al netto della pestilenziale retorica che fa di noi il caso umano d’Europa, è fallita miseramente. (….)

E se guardassimo alla fragilità dell’Italia?

declino Italia

Cosa c’è che non va nel nostro Paese? La fragilità dell’Italia riguarda tutti noi che ne subiamo le conseguenze. Non è una cosa che tocca solo i giornalisti, gli specialisti, le burocrazie e i politici. Di fronte all’evidenza di un’economia che non cresce, di servizi ed infrastrutture carenti, di una spesa pubblica sempre molto alta la domanda si impone e non possiamo far finta di niente perché lì è la radice di tutto. Guardando le cose con occhi di straniero e, quindi, prendendo distanza dal giorno per giorno, l’impressione è che sia in atto da molto tempo un gigantesco spreco di risorse che non solo non produce sviluppo, progresso e benessere, ma, anzi, costituisce uno degli elementi fondamentali del declino che stiamo vivendo.

spesa-pubblicaLa fragilità si rivela e si descrive in pochi elementi ormai assodati. Il Pil cresce poco (quest’anno sarà l’1%), meno di tutti gli altri paesi europei. E’ così da una quindicina d’anni cioè da prima della grande crisi. Il debito pubblico è il secondo in Europa dopo quello della Grecia e non è giustificato dallo stato del Paese cioè, non si traduce in un miglioramento visibile né delle condizioni di vita degli italiani né dell’economia. Ma si traduce, invece, in un tirare a campare senza sapere dove si va.

Di contro il livello del debito obbliga a politiche di bilancio rigorose non tanto perché ci obbliga l’Europa (c’è anche questo ovviamente), quanto perché c’è bisogno di contrarre nuovi prestiti per circa 400 miliardi di euro l’anno. Se si vuole l’ombrello dell’euro e l’aiuto della BCE bisogna stare ai patti e godersi i benefici di tassi di interesse mai stati così bassi (e con il QE una parte dei titoli li compra la BCE stessa). Se si dovesse rinunciare all’euro il mercato ci chiederebbe interessi molto più alti perché l’Italia non è ritenuta un creditore affidabile (ci ricordiamo che questo significa lo spread?). I cosiddetti sovranisti vorrebbero risolvere tutto stampando moneta come se il mondo fosse popolato di “selvaggi” da abbindolare con le perline.

Un altro elemento poco considerato è l’invecchiamento della popolazione e la propensione al risparmio. Quindi minore domanda e accantonamento di risorse per l’incertezza del futuro.

giovani e lavoroI giovani, per quanto il loro numero sia in diminuzione, ne escono penalizzati perché il lavoro di qualità è scarso e quello poco appetibile (molto impegno, poco guadagno) è comunque già preso dagli immigrati.

Le imprese sono generalmente sottodimensionate, deficitarie in innovazione tecnologica e scarsamente capitalizzate quindi molto dipendenti dalle banche (di qui anche la caccia alla protezione dei politici per accaparrarsi i prestiti degli istituti di credito).

Dovrebbe essere una situazione nella quale la spinta al cambiamento è forte, ma, stranamente, così non è ed è invece diffusa la sensazione di un immobilismo rancoroso e impotente che si accontenta di sfoghi e non sa costruire alternative di governo (crescita del M5S, della Lega e delle destre estreme).

pressione fiscale ItaliaLa spesa pubblica è molto alta ed è pagata, oltre che con il debito, con una pressione fiscale che è di almeno 4 punti sopra la media europea ed un prelievo contributivo altrettanto pesante sul costo del lavoro. Con quali effetti? Carenza di infrastrutture, sistema educativo inadeguato, giustizia lenta, pubblica amministrazione inefficiente. Il tutto accompagnato da una legislazione ipertrofica e farraginosa e poi dai soliti noti: sprechi, corruzione ed evasione fiscale che hanno negli apparati pubblici il loro snodo fondamentale.

Qualche numero può aiutare ad inquadrare meglio la questione. Nel 2008 il debito era di 1.671 miliardi pari al 102% del Pil. Adesso ammonta a 2.240 miliardi circa il 133% del Pil. La spesa per interessi è di circa 70 miliardi più o meno il 4% del Pil ed è tenuta bassa grazie all’ombrello dell’euro e agli interventi della BCE (negli ultimi anni della lira ha oscillato dal 9 al 6%). Inutile dire che negli altri paesi europei assimilabili al nostro la spesa per interessi si aggira intorno a poco più della metà.

Colpisce il dato reso noto di recente che la spesa per interessi dell’Italia negli ultimi dieci anni è stata di circa 760 miliardi di euro, una tassa occulta pagata solo per mantenersi a galla.

sistema ItaliaSi è detto tante volte, però, che il debito pubblico non è necessariamente indice di squilibri economici e di debolezza. Può, al contrario, essere un fattore di crescita grazie agli investimenti. Ebbene anche su questo versante i numeri non ci premiano. Infatti dal 2009 al 2015 gli investimenti sono passati dal 3,4% al 2,2% del Pil mentre la spesa pubblica totale è salita negli stessi anni da 781 a 828 miliardi. Certo, in tempi di “vacche magre” è normale ridurre un po’ le spese, ma qui accade che la spesa cresce, si accende nuovo debito per farle fronte, ma solo per la parte corrente. Cioè non si semina nulla per il futuro, si vive alla giornata.

Spesso si contrappone al debito pubblico l’attivo patrimoniale delle famiglie italiane che è circa il quadruplo del debito. Grazie a questo attivo accumulato nel passato molte famiglie hanno potuto sostenere i giovani ed affrontare gli effetti della crisi economica. Ma questo non può proseguire all’infinito. Come scrive Paolo Bricco sul Sole 24 Ore “il nostro Paese ribalta il motto “il convento è ricco, i monaci sono poveri”. Da noi i monaci sono (per ora) ricchi, perché i monaci – gli italiani – hanno scaricato sul convento – i conti pubblici – gli scontrini  non pagati da consumatori e le evasioni e le elusioni fiscali realizzate con le loro aziende, le pensioni a cinquant’anni senza alcuna corrispondenza con i contributi versati e i prepensionamenti a 48 anni, che negli anni ’80 e ’90 hanno costituito il principale ammortizzatore sociale del sistema consociativo fra le forze politiche, le rappresentanze degli imprenditori e i sindacati”.

Il problema, quindi, non è tanto la libertà di crescita del deficit e del debito pubblico. Il problema è che siamo schiavi di meccanismi di spesa che vengono dal passato tutti centrati sulla spesa corrente che, a sua volta, è basata su un fitto intreccio di posizioni di rendita e di protezioni corporative. E tutto ciò si traduce in immobilismo e spreco.

Conclude Paolo Bricco “ l’insostenibilità è nel meccanismo di finanza pubblica che si nutre – e allo stesso tempo viene nutrito – dal fallimento storico delle nostre classi dirigenti e – in fondo – dall’irresponsabilità civile della maggioranza degli italiani”.

Purtroppo e non si vede all’orizzonte una soluzione.

Claudio Lombardi

Un ragionamento sul debito pubblico dell’Italia

debito pubblico

Un recente articolo di Marco Fortis sul Sole 24 ore svolge un ragionamento piuttosto insolito sul debito pubblico italiano. Insolito perché esce fuori dagli schemi consueti che indicano nel debito un “mostro” difficile da controllare che ci differenzia e ci penalizza rispetto agli altri paesi europei. Ovviamente non si mette in discussione la negatività dell’indebitamento e la necessità di ridurlo. Si contesta però che l’Italia possa essere considerata a rischio default.

crescita pilE infatti, “un recente Rapporto della Commissione Europea, ad esempio, ha definito il debito pubblico italiano a “basso rischio” nel breve termine (2016-17), ad “alto rischio” nel medio termine (2017-2026), peraltro assieme ai debiti di altri 10 Paesi tra cui Francia, Gran Bretagna, Spagna e anche Finlandia, e il debito meno rischioso in assoluto nel lungo termine (sull’orizzonte 2030)”. Precisa Fortis che l’indicazione di un alto rischio nel medio termine deriva esclusivamente dalla mancata convergenza sull’obiettivo di riportare il debito al 60% sul Pil nel 2030, “un obiettivo che nessuna nazione al di fuori dell’area Euro oggi si sognerebbe mai di porsi”. Osservazione suffragata dal fatto che “nello stesso scenario di base prefigurato dalla Commissione Ue, l’Italia, pur essendo considerata ad “alto rischio” nel medio termine, sarà comunque il Paese che ridurrà di più il proprio debito tra il 2017 e il 2026 abbassandolo di 19,9 punti dal 130% al 110,1%”. Ovviamente si tratta di previsioni, ma di queste si ragiona nella valutazione di rischiosità dei debiti.

Altro aspetto è quello del rating del debito che oggi per l’Italia è BBB- secondo l’agenzia di rating S&P. Un livello che si ripercuote sui tassi praticati nei mercati finanziari. Ragionevolmente ci si domanda nell’articolo “come può l’Italia, con tutto il rispetto, essere valutata allo stesso livello della Romania o un gradino appena superiore a quello del Portogallo, essendo la terza economia dell’Eurozona, avendo la seconda miglior bilancia commerciale manifatturiera con l’estero della Ue e avendo sempre presentato ininterrottamente (unico caso al mondo) un avanzo statale primario positivo dal 1992 ad oggi con la sola breve (insignificante nei numeri) parentesi del 2009?”

rating debitoLa valutazione BBB- deriva essenzialmente dall’alto rapporto debito/Pil e dalla bassa crescita dell’economia. Tuttavia, si domanda Fortis, “non conta nulla, a compensazione di ciò, avere una economia reale solida? Una ricchezza privata interna con pochi eguali nel mondo? Uno dei più bassi debiti delle famiglie in rapporto al Pil? Una posizione finanziaria netta sull’estero di tutta sicurezza? È così grave – nuova freccia all’arco dei nostri detrattori – avere banche con accresciuti NPLs (peraltro ben coperti da rettifiche e garanzie reali) derivanti da normali attività di prestito all’economia reale anziché bilanci poco trasparenti imbottiti di titoli tossici (non garantiti da nulla) come molte banche sistemiche del Nord Europa?”

A queste considerazioni l’autore ne aggiunge altre due cruciali: la limitata quantità di debito posseduta da investitori non residenti (44%) e il livello dell’avanzo primario cumulato negli ultimi dieci anni pari al 14,1% del Pil e inferiore solo a quello della Danimarca e accanto a Germania, Lussemburgo e Svezia. “Eppure il rating dell’Italia è solo BBB-. E anche Fitch e Moody’s, pur più generose di S&P, ci elevano al massimo al livello della Spagna, i cui conti pubblici sono fuori controllo ormai da anni e le cui banche sono state salvate anche col nostro contributo”.

Con questi dati, osserva Fortis, l’Italia dovrebbe avere lo stesso trattamento di altri paesi che hanno la tripla o la doppia A.

L’articolo si limita a prendere in esame alcuni dati, ma trascura un elemento non misurabile – l’affidabilità politica – cioè come funziona realmente il sistema di governo e come si ripercuote sull’economia. Probabilmente sta qui la “svalutazione” del sistema Italia che fa perdere terreno e considerazione sui mercati finanziari e nel rapporto con l’Europa. Sta a noi contribuire a rimediare a questa grande vulnerabilità del nostro Paese

Claudio Lombardi

Il peso del debito pubblico che frena l’Italia

peso debito pubblico

Gianni Toniolo sul Sole 24 Ore del 27 gennaio ci fornisce alcune chiavi di lettura utili a comprendere alcuni motivi di fondo della fragilità italiana. Il tema è quello del debito pubblico mai così elevato nella nostra storia recente. Il 135% del Pil toccato nel 2015 occupa il secondo posto in un arco di oltre un secolo venendo dopo il 159% del 1922 (ma c’erano i debiti contratti con gli alleati durante la prima guerra mondiale).

crisi economicaNessuna guerra mondiale in questa epoca invece, bensì una crisi iniziata nel 2008 cui si è risposto con l’espansione della spesa pubblica in disavanzo pressoché ovunque, anche se in misura diversa da paese a paese. L’Italia, che partiva da un debito già molto elevato (102% del Pil nel 2007), l’ha visto crescere di un terzo “tanto da costituire oggi forse il principale problema economico del Paese”. Infatti “la montagna del debito accumulato frena la crescita del reddito e dell’occupazione, favorisce la rendita, si accumula nei bilanci delle banche, con effetti negativi sulla loro capacità di sostenere le imprese, sottrae al bilancio pubblico, con il pagamento degli interessi, risorse che sarebbero preziose per gli investimenti pubblici e per rendere lo stato sociale più amico della crescita oltre che per l’uguaglianza”.

Un aspetto piuttosto trascurato è che un debito tanto elevato ha bisogno di essere costantemente rinnovato e ciò assegna un peso elevato alla volatilità dei mercati finanziari. “Infine, e non è cosa da poco, un indebitamento al limite della sostenibilità toglie alla politica fiscale la flessibilità necessaria per smussare gli andamenti ciclici. Se ci fosse un’altra crisi avremmo minore spazio di manovra che in quella recente”.

crescita pilE che il problema sia quello di contrastare il ciclo è dimostrato dalla storia. Sottolinea Toniolo che “la strada maestra per la riduzione del peso del debito è stata quella della crescita accompagnata da credibili impegni a contenere il disavanzo pubblico. Così l’Inghilterra abbatté a poco a poco sia il debito (oltre il 200% del Pil) accumulato per sconfiggere Napoleone sia quello creato nella guerra al nazismo. Così fece l’Italia tra il 1894 e il 1911, nei primi anni Venti e, con maggiore timidezza, tra il 1994 e il 2007”.

Il problema però è che la crescita italiana è troppo debole e l’inflazione è prossima a zero. È ovvio, dunque che, nel prossimo futuro “la riduzione del rapporto debito/Pil non potrà che essere lenta”. Ciò significa maggiore vulnerabilità del Paese e delle sue banche in particolare (peraltro gravate da una massa enorme di crediti incagliati).

Come si affronta questa situazione? Per Toniolo “i rischi legati a un elevato indebitamento si riducono, anzitutto, mostrando nei fatti che la riduzione del rapporto tra debito e reddito è una priorità strategica nazionale”. Nel passato ciò è stato fatto e ha consentito di superare momenti critici perché “tutta la classe dirigente del Paese aveva compreso che si trattava di un primario interesse nazionale”. Diversa la situazione attuale nella quale “l’insistenza per sforamenti del disavanzo pubblico per piccole frazioni di punto, riducono l’avanzo primario mentre contribuiscono in modo trascurabile alla crescita”. L’effetto è quello di mandare segnali ambigui ai mercati e di indebolire la posizione contrattuale del Governo nei confronti della Ue.

europa unitaSecondo Toniolo “per aumentare la crescita e ridurre i rischi sistemici, bisogna attenersi a un percorso di lungo periodo di riduzione del debito e rendere più attraente l’Italia agli investitori con le cosiddette riforme”. Tuttavia ciò non basta se non “diciamo chiaramente agli italiani che queste cose si fanno nell’interesse del Paese, non perché le chieda l’Europa. Riconosciamo piuttosto, anche nel discorso pubblico, che l‘Europa – perfino questa Europa tanto difettosa – è quanto di meglio un paese più fragile di altri possa avere per ridurre i rischi che vengono dalla geopolitica e dall’economia globali”.

L’articolo si conclude con la considerazione che “è per noi molto più importante ottenere una maggiore condivisione europea dei rischi che nuove piccole flessibilità di bilancio”. Perché “mostrando un credibile impegno alla riduzione, seppure lenta, del debito, l’Italia può contribuire a ridurre il gap di fiducia tra gli stati membri, avrà più peso e carte migliori nel negoziato sull’Unione Bancaria, a cominciare dal Single Resolution Fund, la cosa più importante di cui oggi abbiamo bisogno”.

C. L.

Qualcuno ricorda lo spread?

Bella giornata oggi. Bella per il tempo e bella perchè fra tante notizie preoccupanti ce n’è una rassicurante: il famoso spread è sceso a 122 punti e di conseguenza sono scesi anche i tassi sui titoli del debito pubblico (ora a meno del 2%) che continuano ad essere piazzati sui mercati. Già perché lo Stato continua ad avere bisogno di prestiti e la spesa per interessi continua a pesare sui conti pubblici. Risparmiarne un po’  è importante, giusto?

Bene, allora vogliamo ricordarlo che anche questa è una conseguenza dell’euro e dell’azione della BCE o ci interessa parlarne solo quando le cose vanno male? Tanto per rinfrescare la memoria a novembre 2011 lo spread era oltre 570. Bella differenza, no? Bene tornano i tassi bassi che avemmo per anni dall’ingresso nell’euro e noi che faremo di questa fortuna?

Domandiamocelo perché non dovremmo sprecare questa occasione come fu sprecata quella degli anni d’oro del berlusconismo che segnarono l’aumento della spesa pubblica poi rivelatasi il pozzo senza fondo delle cricche e delle bande. Lo scandalo di mafia capitale ci ricorda che il pericolo c’è sempre e che è inutile fare sacrifici o fare ancora più debiti per ingrassare i corrotti e i banditi

I risparmi di oggi = gli sprechi del passato. Cosa frena lo sviluppo

sprechi soldi pubbliciCi sono notizie che fanno piacere, ma nello stesso tempo spaventano. Nei giorni scorsi il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha annunciato i risultati della revisione della spesa per l’anno ancora in corso. Lo ha fatto parlando dei tagli che saranno imposti dalla legge di stabilità per invitare il governo a colpire solo le regioni che sprecano e non quelle che già stanno risparmiando. Il Lazio lo ha fatto con risparmi di 382,5 milioni per il 2014 e di ben 697 milioni sul 2015. Il risparmio maggiore viene dalla Centrale unica degli acquisti che dà 246 milioni di risparmi nel 2014 e ne darà 327 nel 2015. Altri 200 milioni nel biennio verranno da tagli a stipendi, vitalizi, rimborsi e a 500 poltrone di dirigenti e cda regionali. Segue la spesa farmaceutica (-38 milioni sui due anni) e quella sulle consulenze e gli atti sanitari (-23 milioni sul biennio). Zingaretti annuncia altri risparmi che verranno con l’attuazione dei Piani operativi sanitari e, quindi, taglio di 400 primariati e attacco ai ricoveri inappropriati. Ma non finisce qui perché arriverà il Magazzino unico regionale digitale della sanità.

Benissimo, bravissimo. Ma perché queste notizie spaventano un po’? Perché stanno a significare che per decenni abbiamo convissuto con sprechi immensi. Si dice sprechi per non infierire, ma, in realtà, dietro ad ogni spreco ci sono interessi personali o di gruppo o scambi che hanno rubato risorse alle casse pubbliche per mettersele in tasca nelle forme più diverse o per trarne vantaggio in qualsiasi modo (voti, posti di lavoro, privilegi, retribuzioni ecc).

centri di spesaLe cifre sopra riportate si riferiscono ad una sola regione e a due anni (2014 e 2015). Proviamo a moltiplicare quei dati per tutti i centri di spesa italiani e per tutti gli anni che abbiamo alle nostre spalle e avremo la spiegazione del debito pubblico italiano e della fine che hanno i soldi incassati e spesi dallo stato, dalle regioni, dalle province, dai comuni, dagli enti pubblici e da qualunque altra entità che ha vissuto (e vive) direttamente o indirettamente grazie alle risorse pubbliche.

Con i soldi che sono stati dilapidati dovremmo avere le strade d’oro e, invece, stiamo come stiamo. E abbiamo anche imparato a lagnarci della nostra condizione cercando un capro espiatorio lontano da noi – in Europa, nella finanza internazionale, nella globalizzazione – senza voler riconoscere che abbiamo vissuto, come nazione, in un modo indifendibile.

basta sistema clientelare mafiosoCiò non significa che chi perde il lavoro o chi porta a casa uno stipendio di mille euro o meno ha colpa di ciò che è accaduto. Significa che il sistema Italia è stato costruito sul parassitismo che ha garantito alle classi dirigenti di restare al potere prendendosi la parte più grande della torta e comprando con le briciole distribuite dal sistema clientelare (e mafioso) milioni di italiani.

Il debito pubblico serve e non è possibile pensare ai conti dello stato come a quelli di una famiglia. Ma serve se è investito per far crescere l’economia, i servizi e la qualità della vita complessiva in un paese. Se viene usato per alimentare il sistema clientelare e mafioso che dominava e dura ancora in Italia allora è un crimine perché stronca ogni possibilità di sviluppo consegnando le ricchezze del Paese alla guerra delle bande. Gli scandali che si sono succeduti nel corso degli anni hanno fatto emergere una realtà delinquenziale nella politica e nelle istituzioni che è un vero attentato alla convivenza civile.

Continuare così è impossibile ed è anche una follia pensarlo. Ma cambiare è doloroso e molto difficile. Ne siamo consapevoli?

Claudio lombardi

Quanto pesa la corruzione sul debito pubblico

vie della corruzioneUn articolo pubblicato su www.lavoce.info tratta del cruciale problema del rapporto tra corruzione e crescita del Pil. L’autore – Alfredo Del Monte – osserva che il dibattito sui fattori che hanno determinato il debito pubblico italiano non si è adeguatamente soffermato sul ruolo della corruzione. Eppure, la corruzione influisce direttamente sulle principali variabili che determinano il livello del debito: fa crescere la spesa pubblica perché aumenta il costo di beni e servizi e deprime la crescita del Pil con l’effetto di ridurre il gettito fiscale.

La corruzione pesa sulle attività produttive quasi fosse un’imposta e premia i più capaci nel costruire reti di relazioni improntate allo scambio di favori a pagamento nelle amministrazioni pubbliche. Tra l’altro favorisce gli investimenti in grandi progetti da cui è più facile estrarre tangenti piuttosto che in piccoli progetti. Porta inoltre ad una maggiore complessità delle procedure di spesa e amministrative.

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta una serie di scandali culminati in Tangentopoli accrebbero di molto l’attenzione dell’opinione pubblica e la richiesta di affrontare il problema della corruzione. Richiesta disattesa dai governi fino al punto che nel periodo successivo all’entrata nell’euro, in particolare dopo la seconda metà del 2000, il Parlamento approvò una serie di leggi (riduzione della prescrizione per i reati di corruzione, depenalizzazione del falso in bilancio) che di fatto hanno ridotto la probabilità di condanna per corruzione e aiutato a mantenerne i proventi incentivando, di fatto, il reato. Secondo l’autore anche la legge Severino, approvata dal Governo Monti, ha fornito ulteriori incentivi ai comportamenti illegali (reato di induzione).

intreccio debito pubblico corruzioneNell’articolo si dimostra come vi sia una stretta correlazione fra debito pubblico/Pil e indicatori di corruzione. In particolare l’aumento dell’indebitamento primario negli anni Settanta trova una spiegazione in entrate insufficienti a far fronte all’aumento della spesa. Per tutto quel decennio, la pressione fiscale in Italia fu decisamente inferiore a quella di Germania, Francia, Inghilterra. Se non vi fossero state la corruzione e l’evasione fiscale, si sarebbero potute avere entrate più elevate e una minore crescita del debito pubblico. Negli anni Ottanta l’aumento dei tassi reali caricò la spesa per interessi e portò ad una vera esplosione del debito che sfociò nella crisi del ’91-’92 .

Il miglioramento della situazione di finanza pubblica che precedette e seguì l’ingresso nell’euro non toccò la corruzione e l’evasione fiscale che non si interruppero, ma ingigantirono influendo sull’avvitamento del debito pubblico seguito alla crisi iniziata nel 2008 giungendo ai livelli elevati che nessun rigore è riuscito a diminuire.

Una stima quantitativa degli effetti della corruzione sul debito pubblico è complessa perché il fenomeno influisce sia sulle entrate che sulle spese. Inoltre occorre tenere conto che il debito è una variabile che viene influenzata dalle situazioni passate. Ad esempio, un effetto anche molto lieve della corruzione sulla crescita del Pil in ciascun anno, a causa del meccanismo minori entrate-maggior debito-maggiori interessi, può avere riflessi molto rilevanti sull’ammontare complessivo del debito.

corruzione sviluppo PilLe osservazioni dimostrano come l’effetto di riduzione del Pil dovuto alla corruzione assuma dimensioni ben maggiori in termini di rapporto debito/Pil. Ciò porta ad affermare che il problema del debito pubblico italiano non sta tanto nell’eccessiva spesa per consumi pubblici (il cui livello e la cui efficacia sono in ogni caso influenzati dalla corruzione), quanto nel fatto che l’elevata corruzione ha avuto effetti negativi sulla crescita del Pil.

La conclusione cui giunge l’articolo è che il non avere affrontato il problema della corruzione ha notevolmente peggiorato la situazione della finanza pubblica italiana, obbligandoci a seguire quelle politiche di austerità con le quali si è tentato di contrastare, non riuscendoci, la degenerazione della situazione. Che ci sia bisogno di una seria politica contro la corruzione è, dunque, anche un’esigenza di finanza pubblica anche se non in grado di ribaltare, nell’immediato, i valori effettivi del debito pubblico e del rapporto debito/Pil.

Non bisogna trascurare, infine, che uno degli effetti più importanti di una politica contro la corruzione riguarda le aspettative degli operatori italiani e stranieri. Purtroppo, su questo piano gli ultimi Governi hanno fatto poco e anche il Governo Renzi sembra privo di una visione organica.

Insomma alla battaglia contro la corruzione non si riserva mai un posto di prima fila nelle azioni dei governi e gli interventi necessari, per quanto studiati e definiti innumerevoli volte, sembrano sempre i più difficili da mettere in pratica. Sarà un caso?

Il governo da solo non basta

Renzi preoccupatoAnche la baldanza di Renzi deve frenare di fronte alla durezza e alla complessità della situazione e le battute non bastano a nascondere le difficoltà. Il fatto è che l’Italia arretra e non ci sono più i soldi per tappare i buchi di uno sviluppo sbagliato. Prima c’erano però e ci sono stati per tanti anni non solo al tempo della lira quando potevamo “allegramente” raddoppiare il debito in dieci anni, ma anche dopo. Grazie all’euro abbiamo avuto un bel periodo di tregua proprio sul fronte dei tassi di interesse. Però non ne abbiamo approfittato.

C’è chi dice che il debito pubblico è cresciuto per colpa degli speculatori che hanno incassato montagne di denaro con gli interessi. Sì vabbè…  Come se fosse semplice imporre a chi ti presta il denaro per pagare gli stipendi e le pensioni il tasso di interesse che vuoi tu. (A parte il fatto che i Bot sono stati il principale investimento per i risparmi delle famiglie..)

Il fatto è che l’Italia vive a debito e i soldi presi in prestito sono stati spesi male. Ciò che conta, oggi più di ieri, però, è la competitività del sistema – paese. No, non si tratta dell’articolo 18 o del costo del lavoro. Si tratta di un insieme di condizioni che rendono preferibile investire e vivere in un luogo piuttosto che in un altro. E l’Italia se la passa proprio male se è vero che il saldo tra “cervelli in fuga” e “cervelli che arrivano” è negativo perché qui poca gente ben preparata e qualificata ci vuole venire.

crisi sistema ItaliaD’altra parte pensare che criminalità, arretratezza delle infrastrutture di comunicazione e di trasporto e dei servizi, degrado del territorio siano poco influenti sullo sviluppo dell’economia è un po’ assurdo. Allora va bene dire che bisogna difendere il lavoratore e non il posto di lavoro, ma non per lasciare le persone in mezzo ad una strada. Oggi concentrare tutta l’attenzione sui contratti di lavoro alimenta l’illusione che basti imitare la Germania di Schroeder (con le sue riforme del lavoro) per imboccare la via giusta. Ma quella era la Germania di un welfare fenomenale e persino troppo generoso! Era la Germania dell’efficienza dei servizi e delle infrastrutture! E noi vogliamo imitarla solo per i minijob (che in Germania vengono pure integrati dallo Stato)?

No, non ci siamo. Competitività del sistema significa che una start up, per esempio in provincia di Catanzaro, ha la banda larga subito disponibile, apre in poche settimane perché non c’è burocrazia, vive in un territorio organizzato e sicuro e dispone di una vasta scelta tra giovani diplomati e laureati. Significa che le imprese corrono ad aprire le proprie sedi qui certamente perché il clima è buono, il cibo pure, ma anche perché i servizi sono eccellenti e nessuno chiede tangenti e “pizzi”. Significa anche che ogni controversia è risolta in poco tempo da un sistema giudiziario ( o di conciliazione) efficiente e semplice.

riforme in ItaliaCe l’abbiamo queste condizioni? No. Eppure siamo bravi lo stesso perché ci sono tante imprese che esportano e ci sono zone nelle quali l’economia funziona bene (nonostante i fallimenti) e si vive bene. Figuriamoci come potremmo stare senza la palla al piede di un sistema di governance (che non è governo, ma è politica, economia e società insieme) che non funziona!

Il problema dell’Italia – è stato detto tante volte – è un problema di classi dirigenti e di alleanze tra queste e i gruppi sociali che godono di rendite di posizione quasi sempre a spese del denaro pubblico e sempre dell’efficienza del sistema paese.

È chiaro che adesso abbiamo un nodo scorsoio intorno al collo perché se non possiamo sforare il 3% di deficit e se dobbiamo soggiacere al fiscal compact rischiamo di farci molto male. Perché comunque la spesa pubblica è così grande che bloccarla significa bloccare un po’ tutto. Bisogna andare per gradi e la cosa più sensata è sforare e non rispettare il fiscal compact, ma dimostrare di saper cambiare qualcosa. Farlo, però e non solo dirlo.

Di qui le aspettative sull’azione del governo, finora un po’ sopravvalutato, perché di cose Renzi ne ha dette molte e tante ne ha avviato. Ora deve puntare a farne alcune giuste subito riconoscibili che dicano in che direzione si va. Perché se si va a vedere nel dettaglio fra i tanti provvedimenti adottati, si può ricavare l’impressione che la sostanza non sia cambiata e che i ricatti o i favori, il peso degli interessi di sempre nonché quello delle burocrazie ministeriali siano sempre gli stessi, come i finanziamenti alla Salerno-Reggio Calabria.

Insomma la strada è per forza in salita e non ci si deve aspettare rabbiose accelerazioni. Già sarebbe molto un andamento regolare che trasmettesse fiducia. Ma per questo il governo da solo non basta e se Renzi avesse alle spalle anche uno o più partiti, associazioni, comitati insomma cittadinanza attiva e organizzata a spingere e a sorvegliare sarebbe meglio

Claudio Lombardi

Debito e sistema Italia: meglio dire la verità

crisi sistema ItaliaUn botta e risposta tra un pensionato e Michele Serra tratto dalla sua rubrica sul Venerdì di Repubblica

<<Ho 77 anni, sono pensionato dopo 55 anni di lavoro ben sodo come collaboratore esterno, traduttore e revisore dei testi, per le più note case editrici di Milano……

La lettrice parla di “debito creato da loro (notabili, boiardi…)”. Non è proprio così. “Loro” ne erano, certo, gli ideatori e i registi. Ma non gli unici beneficiari. Dell’esplosione del debito pubblico anch’io, ad esempio, ho beneficiato e, dunque, di quelli sono stato involontario complice……

“Loro”, alcune migliaia di imprenditori (?) furbi quanto basta e con la complicità di politici la cui principale preoccupazione era quella di comprarsi vagonate di preferenze elettorali, attingevano a piene mani (centinaia di miliardi di lire) dal pozzo di San Patrizio delle casse dello Stato. “Noi”, parecchi milioni, li intascavamo (non tutti si intende: prima c’erano le loro capaci tasche da riempire…)….. Corresponsabili, quindi, di quello scempio? Oggettivamente sì, anche se lavoravamo per guadagnarci la pagnotta…. Questo nel privato.

Nel pubblico, le cose andavano ancora peggio (i forestali del Pollino, i ponti lasciati a metà, gli ospedali mai utilizzati, le tante Salerno-Reggio Calabria). A mettere insieme il macigno che oggi grava sulle spalle dei nostri figli e nipoti abbiamo contribuito in tantissimi.

Solo una piccola minoranza l’ha fatto con colpevole consapevolezza. Io e milioni di altri italiani siamo stati la manovalanza, spesso mal retribuita. Giusto quanto bastava per sbarcare il lunario (ma anche, nella maggior parte dei casi, per comprarsi la macchina, rinnovare l’armadio, concedersi vacanze non proprio proletarie).>>

La risposta di Michele Serra  

nascita debito pubblico<<Abbiamo vissuto, come comunità nazionale nel suo insieme, al di sopra delle nostre possibilità? E lo abbiamo fatto grazie a un patto scellerato tra una politica corruttrice e un popolo immaturo e profittatore, che si è lasciato corrompere piuttosto volentieri, fino a ritrovarsi entrambi (lo Stato e i cittadini) con le casse vuote e il futuro (dei figli) compromesso?

Già sento le obiezioni indignate contro questa tesi: c’è chi ha sgobbato duro ed è rimasto con un pugno di mosche e c’è chi ha vissuto a scrocco; chi ha sfruttato e chi è stato sfruttato; chi ha rispettato le regole e pagato le tasse, chi ha derubato la collettività frodando il fisco. Non abbiamo dato tutti allo stesso  modo e non abbiamo preso tutti allo stesso modo. ……

Sì, fatte le debite e rilevanti differenze, noi italiani abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e ne stiamo pagando le conseguenze. Il balzo economico febbrile e ingegnoso che ci ha permesso, specie nel Nord del Paese, di uscire dalla guerra e dalla miseria, si è giovato anche di un lassismo fiscale che fino agli anni Ottanta permetteva di considerare le tasse quasi un obolo facoltativo; parallelamente un mostruoso assistenzialismo moltiplicava assunzioni e clientele, non solamente al Sud, distruggendo l’idea stessa del merito, del “lavoro ben fatto”, ossificando l’idea che si abbia diritto a molto a fronte di ben pochi doveri.

tasche vuote ItaliaSparute minoranze liberal-calviniste (penso a Ugo La Malfa, ma anche al Berlinguer dell’austerità) hanno provato ad alzare la voce contro l’andazzo; ma va riconosciuto che quell’andazzo ha avuto il merito di spalmare il benessere su aree molto vaste del Paese. Era una tendenza irresistibile. Faceva comodo a troppi: ai boiardi e ai sudditi, alla “casta” e ai suoi milioni di beneficiati.

Ora, di quel sistema, stiamo consumando fino all’osso il grasso accumulato. I risparmi. Le residue protezioni offerte da un welfare sempre più sfilacciato. … Nessuno ha il coraggio di dire apertamente che un’era è chiusa, che la coperta è troppo corta, che parlare ossessivamente di crescita è solo un modo per illudere oggi e alimentare nuova frustrazione e nuova rabbia domani. Cambiare testa, cambiare abitudini, ovviamente a partire da chi ha maggiori responsabilità e maggiore reddito: ce la faremo mai? Disperare è vietato. Ma sperare è diventato veramente arduo>>

Complotti e fesserie. Nessuno salverà l’Italia se non noi stessi

cambiare l'ItaliaL’economia italiana arranca e il dato sulla crescita che non c’è fa crollare la borsa. La crescita che non c’è significa meno ricchezza prodotta, meno incassi per aziende e fisco, meno soldi da distribuire, meno posti di lavoro. E perché non c’è la crescita? Lasciamo perdere le chiacchiere e guardiamo ai fatti. Quando un calo di produttività dura da anni (prima, durante e dopo la crisi), quando paesi simili o più “poveri” di noi come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda colgono al volo la ripresa e migliorano la loro situazione mentre noi no bisogna parlarsi chiaro.

Non prendiamoci in giro, i problemi dell’Italia sono di sistema non contingenti. Non cerchiamo di scaricare tutta la responsabilità sulla finanza o sull’Europa o sull’euro perché nella misura in cui queste responsabilità ci sono ebbene quella è la misura della debolezza strutturale del “sistema Italia” in tutte le sue componenti.

La prova? Semplice. Abbiamo avuto anni e anni di libertà di cambio, anni e anni di crescita a gogò del debito, anni e anni di bassi tassi di interesse (grazie all’euro). Ma il “sistema Italia” non è cambiato. Le risorse sono state dissipate a fiumi, montagne di denaro pubblico hanno arricchito pseudo o veri imprenditori finanziati solo grazie alle protezioni e alle connivenze che avevano (e molti soldi sono finiti nei paradisi fiscali), i sindacati hanno ottenuto il mantenimento in vita con denaro pubblico di aziende fallite o casse integrazioni decennali, la spesa pubblica ha alimentato pezzi di società retta dal clientelismo e dalla corruzione, le istituzioni sono state occupate da generazioni di politici propensi ad essere corrotti ed impegnati ad arricchirsi, gli apparati pubblici e le aziende pubbliche messe a servizio di gruppi di potere e affaristici. L’elenco potrebbe continuare, ma la sostanza è chiara: l’Italia si è scavata la fossa da sé ed è diventata da molto tempo facile preda anche per le scorribande di centri di potere internazionale.

nave Italia affondaIn queste condizioni disporre di più denaro aumentando il debito pubblico o fantasticare di uscire dall’euro somiglia alla follia di una nave senza pilota che sta andando contro gli scogli senza nessuno che sia disposto ad ammettere la loro presenza.

Che nella campagna elettorale per le elezioni europee si sia perso tempo a discutere su presunti complotti per far cadere Berlusconi somiglia proprio alla negazione che la “nave Italia” stia andando dritta a sbattere sugli scogli. Il dato di ieri sulla diminuzione del Pil è il primo impatto con la roccia della realtà rispetto al frastuono di chiacchiere inutili.

Chi si dedica al complotto alla ricerca di un colpevole della crisi italiana non vuole vedere la realtà di un paese con un’economia in declino perché non riesce ad essere competitiva e schiacciato da un debito pubblico enorme.

Ciò che è accaduto tra il 2010 e il 2011 lo abbiamo visto tutti. Berlusconi aveva consumato ormai tutta la fiducia internazionale ed interna per la sua inaffidabilità ed era diventato un pericolo per noi italiani innanzitutto e poi anche per l’Europa.

Tutti sapevano che l’Italia era troppo grande per fallire. Se fosse fallita ci sarebbe stata una reazione a catena che avrebbe travolto l’Europa intera e, in parte, anche gli Stati Uniti. Di qui le legittime preoccupazioni sui folli che guidavano il nostro Paese.

uscire dall'euroInutile far finta di essere Alice nel paese delle meraviglie e scoprire con stupore che siamo in un mondo in cui nessuno può stare in piedi da solo (a meno che non sia insignificante). Anche se il debito italiano era ed è in gran parte un debito nei confronti dei risparmiatori italiani, le sue dimensioni sono così grandi che sarebbero bastate ad innescare una crisi continentale.

Nel 2011 i nodi erano venuti tutti al pettine e il governo Berlusconi era del tutto incapace di controllare la situazione. Come un pugile suonato continuava a prendere colpi e a mostrarsi sorridente tra le scemenze dette da Berlusconi e le firme su impegni capestro (pareggio di bilancio in Costituzione e assicurato già per il 2013) chiesti da partner europei completamente sfiduciati nei confronti del nostro Paese. Ciò che gli italiani si ostinavano a non voler vedere, loro, invece, lo vedevano benissimo e pretendevano impegni stringenti come si fa con un debitore inaffidabile, falso e bugiardo.

salvezza ItaliaPer fortuna Berlusconi si dimise da solo e si fece sostenitore della nomina di Monti accettando di essere una forza essenziale della nuova maggioranza di governo che senza il Pdl non poteva esistere. Ora possiamo dire che se ci fossero state forze di opposizione con le idee chiare sarebbe stato meglio andare subito a nuove elezioni che il PD avrebbe vinto e imprimere subito una svolta radicale al governo del Paese. Purtroppo né il PD né altre forze politiche erano in grado di sostenere questo sforzo e gli sviluppi successivi inclusi la rielezione di Napolitano e gli innumerevoli scandali bipartisan hanno mostrato il perché.

Resta nella storia che l’Italia fu salvata dai sacrifici degli italiani e dall’intervento della BCE. Gli pseudo rivoluzionari che fanno tutto facile (cancelliamo il debito, torniamo alla lira) perché tanto non sono loro a pagare i danni che potrebbero provocare fanno finta che le cose funzionino come in un video gioco dove basta pigiare il pulsante “reset” per tornare sani e salvi al punto di partenza.

Non funziona così ed è meglio sforzarsi per vedere la realtà nella sua spietata semplicità. Nessuno salverà l’Italia se non noi stessi

Claudio Lombardi

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