Altro che plebisciti e capi, pensiamo al futuro

Andrea Riccardi e Francesco Giavazzi in due recenti articoli sul Corriere della Sera affrontano questioni cruciali sulle quali è bene soffermarsi: chi decide, come si decide e per quali fini lo si fa. Fanno il punto sul presente per parlare di futuro.

Riccardi  si sofferma su due delle parole della politica che ricorrono più spesso: «popolo» e «poltrone». Il popolo sovrano da una parte e, dall’altra, l’accusa ai politici di essere accaparratori di poltrone. La versione che viene accreditata è quella che vorrebbe dare più potere al popolo e ridurre le poltrone. Non è un caso se oggi Salvini strepiti contro quelli che ambirebbero alle poltrone sostituendo la Lega al governo. Quella che è l’unica logica del sistema di governo vigente e cioè la formazione di accordi politici che diano luogo a maggioranze di governo viene fatta passare come una pratica deteriore.

La legge elettorale e l’assetto istituzionale attuali non prevedono plebisciti che investano un capo e non concedono pieni poteri a nessuno. Questa concezione non appartiene alla democrazia italiana. Bisognerebbe che ogni politico lo spiegasse ai cittadini invece di continuare ad avvalorare un modello alternativo fondato sul collegamento diretto tra popolo e leader che non ha alcuna legittimità costituzionale. Il tentativo di Salvini di andare a nuove elezioni dopo appena 18 mesi di legislatura risponde esattamente a questa logica extra costituzionale.

Anche il disprezzo per le «poltrone» fa parte di questo schema. Se l’investitura la riceve un capo ogni incarico trae da lui la sua legittimità. Chi ne è fuori può essere solo a caccia di una “poltrona”. Nel nostro sistema costituzionale esistono responsabilità ed incarichi che vengono assegnati secondo le procedure previste dalla Costituzione e dalle leggi e che sono essenziali per il funzionamento dello Stato. Il popolo, sovrano «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (articolo 1), ha bisogno di chi occupa le poltrone, anzi deve esigere da loro un servizio responsabile.

Sarebbe l’ora di rimettere le cose a posto tornando alla realtà dopo lo sbandamento di questi anni. E già questo sarebbe un contributo alla nostra identità nazionale.

È importante fare chiarezza e rimettere i piedi per terra perché stiamo vivendo tempi difficili. Tempi nei quali si mettono le basi per l’Italia che saremo nel futuro. Non quello lontano, ma quello più vicino. Osserva Giavazzi che quando si terranno le prossime elezioni 10 milioni di cittadini non potranno partecipare perché troppo giovani. Eppure sono proprio quelli che saranno toccati dalle scelte che si compiono adesso. In sostanza stiamo decidendo per loro. Quale sarà la nostra eredità dunque?  

Giavazzi riporta alcune domande che gli ha rivolto una studentessa quindicenne: «Professore, perché dovremmo farci noi carico dei debiti accumulati dalla vostra generazione? Quelle spese vi hanno consentito di vivere al di sopra dei vostri mezzi, mentre noi non ne abbiamo tratto alcun beneficio. Né ci avete lasciato, ad esempio, edifici scolastici o impianti sportivi più moderni». Forse la studentessa sapeva già che la crescita economica dovrebbe essere superiore a quella del debito per non cadere nella trappola di un incremento inarrestabile. Oppure immaginava che buona parte della spesa sociale è destinata agli anziani e che questa tende ad allargarsi come è dimostrato dalla legge sulla cosiddetta Quota 100 che aumenta il nostro «debito pensionistico» (differenza fra le pensioni che lo Stato si è impegnato a pagare in futuro e i contributi che lo Stato incasserà da chi lavora). Oggi questo debito è circa il doppio di quello «pubblico» composto da Bot, Btp etc. e Quota 100 lo ha aumentato di quasi 100 miliardi. Questa è la realtà con la quale bisogna fare i conti e che non segue le logiche della propaganda. Serve ancora aggiungere che aumentare il debito per investire sul futuro è un conto e aumentarlo per comprare il consenso è un altro? No lo sappiamo tutti.

L’eredità si compone già di due debiti, ma ce n’è un altro che incombe: il deterioramento del clima e dell’ambiente che avrà sicuramente costi economici elevati e peggiorerà le condizioni di vita.

Vista dalla prospettiva dei giovani e alla luce dei debiti che erediteranno dalle generazioni precedenti la paura del futuro diventa qualcosa di concreto che impone scelte responsabili e coraggiose. I debiti cui si è accennato corrispondono ad altrettanti snodi cruciali che già oggi stanno facendo scivolare indietro il nostro Paese. Compito della politica è mettere questi snodi al centro della sua attenzione e le deviazioni verso modelli di democrazia plebiscitaria ed illiberale o il disprezzo per le competenze e per la complessità delle decisioni che governano la nostra società aumentano la velocità dello scivolamento.

Alla visione agitata ed estremizzata che si è diffusa in questi anni dovrà sostituirsene una concreta che assuma il futuro prossimo come suo traguardo. Far finta che non esistano i problemi ed inventare nemici contro i quali indirizzare la rabbia e il malcontento è solo deleterio e ci danneggia. Se l’Italia è l’ultima fra i paesi della zona euro è perché da troppo tempo c’è la consapevolezza dei nodi strutturali che occorre affrontare, ma vengono sempre rinviati perché comportano dei prezzi da pagare. Non si tratta di fare dei sacrifici, ma, anzi, di smettere di farli per coprire le lacune. Ora è il tempo non solo di cambiare governo, ma di mutare mentalità e atteggiamento. Prima si comincia a farlo meglio è

Claudio Lombardi

La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

Il debito pubblico non si azzera per magia

L’Italia ha sprecato, nei primi anni dell’euro, l’occasione storica per risolvere il problema del debito pubblico. E oggi trovano sostenitori coloro che propongono ricette miracolose per ridurlo o eliminarlo senza pagare pegno. La realtà, però, è ben diversa.

Il debito e gli interessi

Circola da tempo nel paese una narrazione molto semplicistica sul nostro debito pubblico. Cioè che l’alto debito italiano non sia “colpa nostra”, bensì dell’alta spesa per interessi che strangola il paese. È di facile presa il dato secondo cui l’Italia spende per interessi sul debito le stesse risorse (in percentuale del Pil) che spende in istruzione. Dato ciò, è di moda il corollario secondo cui il nostro paese dovrebbe imitare il Giappone. Fare in modo cioè che le nuove emissioni di debito pubblico siano sistematicamente acquistate dalla banca centrale (evidentemente fuori dall’Eurozona) a tassi di interesse del tutto svincolati dal mercato e quindi, teoricamente, anche pari a zero. Il problema del debito si risolverebbe così per magia.

Questa narrazione fa risalire i problemi del nostro debito pubblico alla fine degli anni Settanta e a due circostanze: i) il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (per impedire che la banca acquistasse in ultima istanza le nuove emissioni di debito non recepite dal mercato); ii) la crescita dei tassi di interesse mondiali spinta dalla politica monetaria restrittiva della Fed (la banca centrale americana). Poiché i tassi americani tenderebbero a influenzare quelli di tutti i paesi avanzati, ciò avrebbe prodotto una crescita della spesa per interessi anche per l’Italia. E quindi una crescita del debito, a sua volta necessaria a finanziare i maggiori interessi. E così a seguire.

La logica sottostante presume che il tasso di interesse che un paese paga sul proprio debito sia “esogeno”, cioè determinato unicamente da fattori esterni (in questo caso la politica monetaria della Fed) e indipendente sia dalle politiche di (dis)avanzo primario che dallo stock accumulato di debito.

Una logica in realtà fallace. Per capirlo, è utile dare uno sguardo ai dati.

La figura 1 mostra (riquadro di sinistra) l’andamento dei tassi d’interesse fissati dalla Fed dal 1979 in poi. È evidente il forte rialzo intorno alla fine degli anni Settanta, ma è altrettanto evidente il trend secolare di discesa dal 1980 in poi. Nonostante ciò, nello stesso arco temporale, il debito pubblico italiano continua a salire (riquadro di destra). In più, se fosse vero che i tassi d’interesse sul debito sono determinati per ogni paese “esternamente” (dai tassi d’interesse americani e quindi mondiali) e che sia questa la causa principale dell’accumulazione del debito, non è chiaro perché negli anni successivi il debito pubblico cresca così tanto di più in Italia rispetto a tutti i paesi avanzati.

Figura 1

L’importanza dell’avanzo primario

Meccanicamente, la variazione in ogni istante di tempo del debito pubblico dipende da due componenti: (dis)avanzo primario (spesa meno tasse) e spesa per interessi. Le due componenti sono mostrate nel quadro di destra della figura 1, insieme all’evoluzione storica del debito pubblico (in rapporto al Pil) dal 1974 in poi.

I dati mostrano una relazione positiva tra rapporto debito/Pil e spesa per interessi fino a circa il 1992. Nello stesso periodo (1974-1991) il saldo primario rimane sempre negativo, ma il tasso di interesse di riferimento americano precipita da un picco del 18 per cento raggiunto nel 1981 fino a meno del 3 per cento nel 1992. In realtà, nel periodo 1979-1992, la crescita della spesa per interessi è alimentata dalla crescita del debito, che a sua volta riflette le imprudenti e persistenti politiche di disavanzo primario condotte nello stesso periodo.

Se la spesa per interessi raggiunge un picco nel 1992, da allora è in costante discesa. Al trend di discesa hanno contribuito diversi fattori. In parte il calo dei tassi di interesse mondiali, ma soprattutto l’ingresso dell’Italia nell’euro (nel 1999-2000). Contemporaneamente all’ingresso nella moneta unica, però, inizia una fase di compressione dell’avanzo primario, che scende rapidamente da circa il 6 per cento del Pil (intorno al 1998) a zero nel 2004.

A questo punto l’Italia spreca una occasione storica per risolvere forse in modo definitivo il problema del proprio debito pubblico. Sfruttando la riduzione della spesa per interessi – questa volta indotta veramente da “cause esterne” (cioè l’ingresso nell’euro) – e riducendo in modo più prudente l’avanzo primario, avrebbe potuto comprimere il rapporto debito-Pil ben al di sotto del pur dignitoso 100 per cento raggiunto poco prima del 2007. In altri termini, una gestione virtuosa dei (dis)avanzi primari nel periodo 2000-2006 avrebbe regalato al paese un ampio “spazio fiscale” da sfruttare per fronteggiare la fase di fortissima turbolenza che inizia con la grande recessione del 2007-2008.

Quell’occasione è stata persa e ciò pesa ancor oggi come un macigno nella gestione della politica fiscale del nostro paese

Tommaso Monacelli tratto da www.lavoce.info

La droga del deficit che ci salverà

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Ma voi la sapete quella del paese scarsamente produttivo che tuttavia riuscì a scavarsi alacremente la fossa? No? Ve la racconto. C’era una volta un paese che esprimeva governanti convinti che l’universo complottasse contro di esso. Una parte dell’universo, nello specifico: la regione in cui tale paese era situato.

Ad ogni elezione, i governanti pro tempore si dicevano certi di aver trovato la soluzione alle angustie della popolazione, sempre più anziana e sempre meno istruita, anche a seguito dell’emigrazione dei soggetti meno patriottici. Una popolazione sfibrata, in passato colpita da pesanti salassi per ripagare il debito fatto da chi per decenni diceva che quello sarebbe stato il passaporto per la prosperità.

E così, di volta in volta, ecco le soluzioni: ad esempio, un grande piano di mance alla popolazione, diciamo 80 euro al mese per alcuni milioni di cittadini lavoratori a reddito basso ma non bassissimo. Da lì, come d’incanto, sarebbe scaturita la fiducia, il boom dei consumi, la ripresa degli investimenti, il Rinascimento italiano.

Per riuscire a finanziare queste misure servivano soldi. Che fare, quindi? Idea: aggiungere deficit. Oggi si dice attingere al deficit, quel pozzo di San Patrizio che tanto bene fa alla popolazione. Dopo uno psicodramma negoziale che sfocia in psicodramma, si giunge ad un accordo di compromesso con l’Entità Esterna che vigila sui conti del paese. Che poi è una comunità di stati sovrani, che si sono dati regole di cooperazione. Ma è chiaro che tale presunta cooperazione è sempre stato in realtà un ignobile espediente per impoverirci. Sin quando non abbiamo aperto gli occhi.

Per trovare quei soldi, si promette all’Entità Esterna che, ove non altrimenti reperibili, per restituirli si provvederà a tassare di più i consumi. Affare fatto! Passa un anno, il deficit seminato nell’Orto dei Miracoli non ha prodotto il miracolo sperato e si deve quindi mettere mano all’aumento della tassazione dei consumi. State scherzando, vero? Sarebbe una catastrofe, vergogna, l’Entità Esterna ci vuole affamare, è un complotto per mettere le mani sul nostro servizio di piatti del dì di festa. C’è gente che è morta, per ridarci il deficit la libertà!

Tosto, si convocano le televisioni per informare il Popolo che stiamo resistendo alla cattiva Entità Esterna, di cui viene fatta sparire la bandiera. Dopo ulteriore snervante negoziato con l’Entità, si ottiene di poter restituire solo una parte di quel prestito, accendendone un altro. Nel frattempo, il governo è cambiato, sono arrivati dei veri patrioti che hanno scoperto, dopo anni di esercizio ed esperimenti su Twitter, che tagliando le tasse l’attività economica esplode e quel taglio viene ripagato, sempre con corposi interessi.

Metti sul mio conto, Entità Esterna! Tra un anno tornerò qui e ti ridarò tutto con gli interessi. “Ma veramente lo devi ridare non a me ma ai tuoi connazionali ed anche agli stranieri che hanno comprato quel debito”, echeggia una vocina dall’Entità Esterna. “Sono sciocchezze!”, replicano i Patrioti. “Se solo potessimo crearci i soldi che ci servono, metteremmo in moto un circolo virtuoso con cui fare crescere l’economia, e avremmo modo di ripagare tutto, con gli interessi e oltre!”.

Nel frattempo, per prestare soldi al Tesoro del paese, i creditori richiedevano tassi sempre più alti. “Voi non capite, noi siamo ricchi!”, ripetevano i Patrioti pro tempore al governo.

Nel frattempo, il paese viveva una vera e propria rinascita culturale. Era tutto un florilegio di dibattiti e convegni su John Maynard Keynes e contro una cosa chiamata “neoliberismo” che non era chiaro cosa fosse esattamente ma che era chiarissimo avesse sino a quel momento impoverito il paese. Milioni di cittadini sognavano ad occhi aperti la socialdemocrazia e finanche il socialismo, quella magica condizione in cui lo Stato pensa a te, dalla culla alla tomba, nel caso anche stampando denaro, e tu nel frattempo puoi restare sul divano a guardare Barbara D’Urso in televisione.

Ma nessuno intendeva votare per partiti di sinistra perché, in quel caso, sarebbero arrivate nuove tasse per finanziare il welfare. “Meglio creare banconote, meglio ancora se con la faccia di Tardelli sopra”, rispondevano convinti i Patrioti. “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani!” In questo clima di fervore culturale, le radio suonavano il remake attualizzato di una canzone del grande Renato Carosone: “Io, MMT e tu“.

A parte ciò, “Keynes sì che sapeva come combattere le recessioni!”, strepitavano i Patrioti. “Faceva deficit quando c’era crisi”. Una vocina si levava chiedendo “ma sapete che, quando l’economia torna a crescere, il precetto di Keynes era quello di stringere i cordoni della borsa, per ripagare il debito?” Pronta, arrivava la risposta: “‘zzo dici, da noi la ripresa non c’è mai stata, e comunque la nostra idea è quella di fare più deficit quando c’è crisi e più deficit quando c’è ripresa. Vorrete mica soffocare la ripresa in culla, eh? Eh?”. Non fa una piega, in effetti.

Nel frattempo, il tasso d’interesse richiesto dai creditori sul debito pubblico del paese era sempre più alto, e la spesa pubblica si gonfiava per pagarne gli interessi. “Ma chi se ne frega, quest’anno abbiamo fatto più deficit per 4 miliardi, è solo l’inizio”. La solita vocina, sospirando, faceva presente che nel frattempo la maggiore spesa annua per interessi era di 5 miliardi, ma veniva zittita dalla rabbia sempre più cupa dei cittadini.

“Sentiamo delle vocine: o siamo il popolo eletto dal Signore, oppure qualcuno sta cercando di fregarci!”, ringhiavano molti cittadini, sgranando nervosamente un rosario e danneggiandosi i denti mordendo crocefissi, perché era stato loro detto che “Maria e il Signore ci proteggono da lassù”. Si levava anche qualche isolato bestemmione per la mancata crescita, di quando in quando; di solito appena prima che si celebrassero convegni pro-famiglia in cui si chiedeva di mettere fuorilegge l’aborto, uno dei maggiori responsabili della nostra mancata crescita, giuravano in molti. E c’erano anche luminari che ricalcolavano il Pil senza la legge 194: un boom senza precedenti.

Ma eravamo e restavamo ad un passo dal decollo: bastava solo attingere ad un po’ di deficit aggiuntivo, e il meccanismo virtuoso si sarebbe innescato. “Ancora un po’ di deficit, ci siamo quasi, l’ultimo e poi inizierà il riscatto!”, si sgolavano i Patrioti. Ma il miracolo tardava a compiersi. Anzi, la crescita era sempre più esile, e in alcuni periodi si trasformava in una contrazione. “Per forza, è evidente che, con tutte queste vocine, la popolazione è a disagio e non riesce a spendere e crescere!”, berciavano i patrioti.

Ormai l’intero paese era in preda ad una nevrosi sempre più grave: i telegiornali dicevano che non riuscivamo a crescere perché nottetempo continuavano a sbarcare stranieri, che poi divoravano i nostri alberi e svuotavano le nostre dispense. Altri sostenevano che non riuscivamo ad arricchirci perché, in giro per il mondo, c’erano dei malvagi che spacciavano formaggi rancidi ed altre porcherie bisunte scrivendoci sopra “Made in Italy”.

Ma ormai la decisione era presa: serviva fare altro deficit, a cui “attingere”, per arrivare finalmente a crescere. L’ultimo buco e poi è fatta, giuro.

L’illusione monetaria dei keynesiani all’italiana

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto dal suo blog www.phastidio.net

Mentre il paese si prepara ad andare a sbattere con violenza contro gli scogli della realtà, con un deterioramento delle condizioni economiche frutto delle scelte demenziali di questo governo, tali da pompare incertezza ed amplificare la negativa congiuntura globale e soprattutto europea, ci sono poche speranze che il paradigma fallito che ci ha portati sin qui possa essere rovesciato in tempo per evitare il naufragio. Anzi, è assai probabile che questo stesso paradigma verrà riproposto da qualsiasi altra forza politica ambisca al timone del relitto Italia.

Sono due i capisaldi di questo fallimentare paradigma. Il primo è il convincimento che la spesa pubblica sia la leva strategica per aumentare non solo il livello del Pil ma anche la sua pendenza, cioè il tasso di crescita. Da lì originano tutte le idiozie su leggendari moltiplicatori della spesa, non solo di quella per investimenti ma anche di quella corrente.

Ovviamente, questa credenza è quella che ha portato il paese ad avere una spesa pubblica di qualità infima, e col passare del tempo ulteriormente degradata da tagli necessari a tenerla sotto controllo, in presenza di aumento della spesa per interessi sul debito pubblico.

Malgrado anni di denaro facile della Bce, l’Italia non è riuscita a piegare il rapporto debito-Pil a causa di una crescita nominale sempre inferiore al costo medio del debito. In conseguenza di ciò, ecco l’esigenza di incaprettarsi con persistenti ed elevati avanzi primari, che qualche genio pensa siano una raccolta punti da far valere a Bruxelles per vincere più deficit anziché la misura tangibile del fallimento della politica economica di un paese. Che fare, qui? Di certo, suggerire di monetizzare il debito “perché tanto l’inflazione è bassa” non porterà in Italia il Nobel per l’Economia.

Eppure, ad ogni legislatura, non manca mai la proposta geniale che vede spesa pubblica in aumento ed in grado di aumentare livello e pendenza del Pil. Un classico esempio di follia, quello di credere che ripetendo ossessivamente le stesse azioni si possa conseguire un esito differente.

L’altro caposaldo del paradigma è quello che crede che il problema italiano sia una insufficiente competitività a causa del cambio. In pratica, si argomenta, svalutando il cambio riusciremmo ad aumentare la crescita. Anche no. Intanto, i dati sulla competitività indicano che l’Italia dispone già oggi di un settore produttivo vocato all’export che è molto competitivo, pur se non molto grande.

Questa tesi non considera inoltre l’esistenza delle catene globali del valore (Global Value Chain) che sono quelle che hanno sin qui determinato un aumento del contenuto di import delle esportazioni. Detto in parole povere, i componenti del prodotto finito viaggiano attraverso i confini, spesso facendo la spola. Quindi una svalutazione serve assai meno di un tempo, e rischia di essere controproducente.

Credere che un paese competa sulla base del solo fattore prezzo, o meglio che quest’ultimo dipenda in modo determinante dal cambio anziché dal contenuto di valore aggiunto e dalla crescita della produttività è argomentazione che penso non usino più neppure in Bangladesh. Ma evidentemente, in Italia c’è un mainstream rimasto agli anni Settanta o che ambisce a retrocedere nella catena del valore. Non è un caso che, mentre noi facciamo la ola per le fulgide prospettive di esportazione di arance, altri vendono Airbus alla Cina. Ho la sensazione che il nostro deficit commerciale bilaterale con Pechino non si ridurrà, anzi.

Un corollario del secondo caposaldo sostiene ossessivamente da anni che “se non si può svalutare il cambio, si svaluta il lavoro”. Ottimo punto per chi soffre di illusione monetaria e vede un mondo fatto di grandezze nominali e non reali.

Prescindiamo per il momento dalla capacità di innovazione, ci porterebbe troppo al largo. Focalizziamoci sulla frontiera tecnologica esistente, e quindi sul breve-medio termine. Vedete, se il problema è recuperare competitività, e non si ritiene di dare peso a quella fanfaluca per professoroni nota come produttività (che qualche giornalista pensa derivi dal numero di ore lavorate pro capite, pensate che pazienza occorre), allora sappiate che la competitività si misura come metrica reale, e non nominale.

Quindi? Quindi svalutazione nominale del cambio richiede comunque svalutazione dei salari reali, altrimenti niente recupero di competitività, signora mia. Ma questo non vi verrà detto, ovviamente.

In sintesi: in Italia vige una forma di “keynesismo” caricaturale, dove la spesa pubblica (meglio se corrente) è il pivot di tutto (sia in recessione che in espansione), oltre ad una patologica illusione monetaria che ignora che le uniche variabili che contano, in economia, sono quelle reali. Probabile che l’Italia sia stata pesantemente spiazzata dalla globalizzazione, in cui è entrata con un’economia mediamente a basso valore aggiunto ed un settore domestico di servizi non tradable che spesso sono caratteristici dell’economia di vicolo. Ma le ricette che continuano ad essere proposte sono la via diretta per il fallimento.

Il discorso di Draghi a Pisa/3

CONVERGENZA E DIVERGENZA NELL’AREA DELL’EURO

Ma se è vero che i presunti vantaggi di una maggiore libertà di manovra al di fuori dell’unione monetaria appartengono a una memoria offuscata dal tempo e dai drammi della recente crisi, è anche vero che in alcuni paesi vari benefici che si attendevano dall’UEM non si sono ancora realizzati. Non era, e non è oggi, sbagliato attendersi maggiore crescita e occupazione da quella che allora fu chiamata la “cultura della stabilità”, che l’unione monetaria avrebbe portato. Ma non era pensabile che a questo risultato si arrivasse solo per aver aderito all’unione monetaria. Occorreva e occorre molto di più.

I fondatori dell’UEM sapevano bene che la costruzione di un’unione monetaria ben funzionante in tutti i suoi aspetti sarebbe stato un processo lungo, graduale. L’esperienza storica suggeriva che l’apertura dei mercati avrebbe prodotto guadagni asimmetrici, alcune regioni ne avrebbero beneficiato più di altre, determinando un processo di convergenza disomogeneo, come nel caso italiano e tedesco dopo le rispettive unificazioni nella seconda metà del XIX secolo.

Nei paesi dove la convergenza è stata maggiore: i paesi baltici, la Slovacchia e, in misura minore, Malta e Slovenia, la distanza del loro PIL pro capite dalla media dell’area dell’euro si è accorciata circa di un terzo dal 1999. Altri, anch’essi inizialmente assai distanti dalla media dell’area, non sono però riusciti a ridurre il divario in misura significativa, come la Grecia e il Portogallo. Ma queste divergenze non sono soltanto nell’area dell’euro.

Il PIL pro capite dello Stato più ricco degli USA è circa il doppio rispetto a quello dello Stato più povero, sostanzialmente lo stesso divario che abbiamo nell’area dell’euro. Inoltre, la dispersione dei tassi di crescita fra i paesi dell’area dell’euro si è ridotta notevolmente nel tempo e dal 2014 è paragonabile a quella tra i singoli Stati degli USA.

Che cosa ha determinato le diverse traiettorie di convergenza e in che misura queste sono legate all’appartenenza all’area dell’euro? Il processo di convergenza può essere pensato in due modi.

Il primo riguarda la convergenza dei livelli di PIL reale pro capite. Questo è un processo di lungo periodo, spinto da fattori quali la tecnologia importata, la crescita della produttività, la qualità delle istituzioni: questi possono essere favoriti dalla partecipazione a una moneta comune ma non sono da essa determinati. Sono le politiche nazionali, sono le riforme strutturali e istituzionali, nonché il contributo dei fondi strutturali della UE ad avere un ruolo cruciale.

Il secondo modo di guardare alla convergenza riguarda i tassi di crescita, il grado di sincronizzazione dei cicli economici, soprattutto in occasione di shock rilevanti. In questo caso l’appartenenza a un’unione monetaria gioca un ruolo importante perché influenza la capacità con cui le singole economie stabilizzano la domanda, soprattutto durante le fasi recessive.

Nel caso dell’Italia hanno contato entrambi gli aspetti. Fra il 1990 e il 1999, prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia registrava il più basso tasso di crescita cumulato rispetto agli altri paesi che hanno aderito fin dall’inizio alla moneta unica. Lo stesso accadde dal 1999 al 2008 sempre rispetto a tutti i paesi dell’area. Dal 2008 al 2017 il tasso di crescita è stato superiore solo a quello della Grecia. E, andando indietro nel tempo, la crescita degli anni ’80 fu presa a prestito dal futuro, cioè grazie al debito lasciato sulle spalle delle future generazioni. La bassa crescita italiana è dunque un fenomeno che ha inizio molti, molti anni prima della nascita dell’euro. Si tratta chiaramente di un problema di offerta, evidente del resto anche guardando alla crescita nelle varie regioni del paese. Esiste una correlazione fra i PIL pro capite regionali e alcuni indicatori strutturali, fra i quali, ma non solo, l’indice Doing Business con cui la Banca Mondiale sinteticamente misura la “facilità di fare impresa”, i cui valori per le regioni più povere sono in genere inferiori a quelli delle regioni più ricche.

Al contempo, il fatto che l’economia italiana – insieme con quelle di altri paesi – abbia registrato durante la crisi un andamento divergente rispetto alla media delle economie dell’area sottolinea due punti importanti. Primo, le economie strutturalmente deboli sono più vulnerabili di altre alle fasi cicliche negative; secondo, l’unione monetaria è ancora incompleta sotto diversi profili essenziali.

Esiste ampia evidenza circa la maggiore rapidità di recupero dopo la crisi da parte di quei paesi che hanno attuato politiche strutturali incisive. In questi paesi il mercato del lavoro è divenuto più reattivo alla crescita dell’economia, con il migliorare della situazione congiunturale, si sono registrati significativi aumenti di occupazione. Tuttavia, insieme alle politiche strutturali, sono necessari diversi strati di protezione per assicurare che i paesi riescano a stabilizzare le proprie economie in tempo di crisi.

In assenza di presidi adeguati a livello dell’area dell’euro, i singoli paesi dell’unione monetaria possono essere esposti a dinamiche auto-avveranti nei mercati del debito sovrano. Ne può scaturire nelle fasi recessive l’innesco di politiche fiscali pro-cicliche, producendo così un aggravamento della dinamica del debito, come nel 2011-12. Di norma, gli oneri del debito sovrano devono scendere in una recessione, ma in quella circostanza le economie di dimensione pari complessivamente a un terzo del PIL dell’area registrarono una correlazione positiva che si autoalimentava fra gli oneri del loro debito e il grado di avversione al rischio. La carenza di una azione di stabilizzazione macroeconomica incise sulla crescita e sulla sostenibilità del debito.

Sono quindi i paesi strutturalmente più deboli ad avere più bisogno che l’UEM disponga di strumenti che prima di tutto diversifichino il rischio delle crisi e che poi ne contrastino l’effetto nell’economia. Ho ricordato in altra sede come nei paesi, quali l’Italia, giunti alla crisi indeboliti da decenni di bassa crescita e senza spazio nel bilancio pubblico, una crisi di fiducia nel debito pubblico si sia trasformata in una crisi del credito con ulteriori pesanti riflessi sull’occupazione e sulla crescita.

Una maggiore condivisione dei rischi nel settore privato attraverso i mercati finanziari è fondamentale per prevenire il ripetersi di simili eventi. Negli Stati Uniti circa il 70% degli shock viene attenuato e condiviso tra i vari Stati attraverso mercati finanziari integrati, contro appena il 25% nell’area dell’euro. È perciò interesse anche dei paesi più deboli dell’area completare l’unione bancaria e procedere con la costruzione di un autentico mercato dei capitali.

Ma non basta: i bilanci pubblici nazionali non perderanno mai la loro funzione di strumento principale nella stabilizzazione delle crisi. Nell’area dell’euro gli shock sulla disoccupazione sono assorbiti per circa il 50% attraverso gli stabilizzatori automatici presenti nei bilanci pubblici nazionali, molto di più che negli Stati Uniti. L’uso degli stabilizzatori automatici da parte dei paesi dipende, tuttavia, dall’assenza di vincoli connessi al loro livello del debito. Occorre dunque ricreare il necessario margine per interventi di bilancio in caso di crisi.

E ancora non basta: occorre un’architettura istituzionale che dia a tutti i paesi quel sostegno necessario per evitare che le loro economie, quando entrano in una recessione, siano esposte al comportamento prociclico dei mercati. Ma ciò sarà possibile solo se questo sostegno è temporaneo e non costituisce un trasferimento permanente tra paesi destinato a evitare necessari risanamenti del bilancio pubblico, tantomeno le riforme strutturali fondamentali per tornare alla crescita.

CONCLUSIONI

Non è stato per una pulsione tecnocratica ad assicurare la convergenza fra paesi e il buon funzionamento dell’unione monetaria, che in questi anni ho frequentemente affermato l’importanza delle riforme strutturali. Ogni paese ha la sua agenda, ma è solo con esse che si creano le condizioni per far crescere stabilmente: salari, produttività, occupazione, per sostenere il nostro stato sociale. È un’azione che in gran parte non può che svolgersi a livello nazionale, ma può essere aiutata a livello europeo dalle recenti decisioni di creare uno strumento per la convergenza e la competitività.

Tuttavia, per affrontare le crisi cicliche future, occorre che i due strati di protezione contro le crisi – la diversificazione del rischio attraverso il sistema finanziario privato da un lato, il sostegno anticiclico pubblico attraverso i bilanci nazionali e la capacità fiscale del bilancio comunitario dall’altro – interagiscano in maniera completa ed efficiente. Quanto maggiore sarà il progresso nel completamento dell’unione bancaria e del mercato dei capitali, tanto meno impellente, sebbene sempre necessaria, diverrà la costruzione di una capacità fiscale che potrà talvolta fare da completamento agli stabilizzatori nazionali. L’inazione su entrambi i fronti accentua la fragilità dell’unione monetaria proprio nei momenti di maggiore crisi; la divergenza fra i paesi aumenta.

L’unione monetaria, conseguenza necessaria del mercato unico, è divenuta parte integrante e caratterizzante, con i suoi simboli e i suoi vincoli, del progetto politico che vuole un’Europa unita, nella libertà, nella pace, nella democrazia, nella prosperità. Fu una risposta eccezionale oggi, parafrasando Robert Kagan diremmo antistorica, a un secolo di dittature, di guerre, di miseria, che in questo non era dissimile dai secoli precedenti. L’Europa unita fu parte di quell’ordine mondiale, frutto esso stesso di eccezionali circostanze, che seguiva alla seconda guerra mondiale. Il tempo passato da allora avrebbe giustificato la razionalità di queste scelte in Europa e nel mondo: le sfide che da allora si sono presentate hanno sempre più carattere globale; possono essere vinte solo insieme, non da soli. E ciò è ancora più vero per gli europei nella loro individualità di Stati e nel loro insieme di continente: ricchi ma relativamente piccoli, esposti strategicamente, deboli militarmente. Eppure oggi, per tanti, i ricordi che ispirarono queste scelte appaiono lontani e irrilevanti, la loro razionalità sembra pregiudicata dalla miseria creata dalla grande crisi finanziaria dell’ultimo decennio. Non importa che se ne stia uscendo: nel resto del mondo il fascino di ricette e regimi illiberali si diffonde: a piccoli passi si rientra nella storia. È per questo che il nostro progetto europeo è oggi ancora più importante. È solo continuandone il progresso, liberando le energie individuali ma anche privilegiando l’equità sociale, che lo salveremo, attraverso le nostre democrazie, ma nell’unità di intenti.

Il discorso di Draghi a Pisa/2

I BENEFICI ATTUALI DI “UN MERCATO E UNA MONETA”

È opportuno chiedersi quali siano stati i benefici di “un mercato e una moneta”. Al riparo dello scudo dell’euro il commercio intra-UE ha accelerato, salendo dal 13% in rapporto al PIL nel 1992 al 20% oggi. Gli scambi all’interno dell’area dell’euro si sono accresciuti sia in termini assoluti sia come quota degli scambi totali tra le economie avanzate, anche dopo l’ingresso delle economie emergenti sul mercato globale. Gli IDE nell’area UE sono ugualmente aumentati, e nel caso italiano questi investimenti di origine UE sono aumentati del 36% tra il 1992 e il 2010.

Alla crescita del commercio intra-UE ha contribuito un fattore importante: l’infittirsi dei legami fra le economie tramite lo sviluppo delle catene di valore (value chains). Dall’inizio degli anni 2000 i legami all’interno della catena di approvvigionamento tra i paesi dell’UE si sono intensificati a un ritmo più sostenuto e hanno mostrato una maggiore tenuta durante la crisi, rispetto a quelli esistenti con i paesi al di fuori del mercato unico.

La rimozione delle barriere tariffarie ha favorito l’espansione dei flussi di commercio lordi in entrata e in uscita dai paesi, in corrispondenza alle diverse fasi del processo produttivo. La creazione e diffusione di standard europei ha conferito forte impulso alle catene di valore all’interno dell’Unione dando maggior certezza sulla qualità dei beni prodotti in altri paesi e in tal modo stimolando la frammentazione dei processi produttivi che è tipica delle catene di valore. La moneta unica, comprimendo i costi dei regolamenti delle transazioni e delle coperture dai rischi di cambio ha ulteriormente rafforzato questa tendenza. I paesi che sono parte delle catene di valore hanno tratto importanti benefici, soprattutto grazie all’aumento di produttività associato alla crescita degli input importati. A sua volta la maggiore produttività ha sospinto i salari: la partecipazione alle catene di valore da parte di un’impresa è correlata con un aumento dei salari per tutti i lavoratori, a prescindere dal loro grado di qualificazione.

Inoltre, ripartendo i guadagni e le perdite connesse con il commercio con il resto del mondo in modo più uniforme, le catene di valore hanno accresciuto la condivisione del rischio fra i paesi europei. Nell’Unione quasi il 20% dei lavoratori delle imprese orientate all’esportazione è impiegato in paesi diversi da quello dell’esportatore del prodotto finale.

Circa mezzo milione di lavoratori italiani partecipa ai processi produttivi di imprese che risiedono in altri paesi europei ed esportano nel resto del mondo. Dal canto loro, le imprese italiane partecipano, esse stesse, in misura significativa alle catene di valore, con effetti positivi sulla produttività del lavoro. È spesso attraverso questo legame con le catene di valore che specialmente la piccola-media impresa italiana, caratteristica del nostro sistema produttivo, riesce a sopravvivere e a crescere, conservando al Paese, in un mondo sempre più orientato alle grandi dimensioni, una sua caratteristica fondamentale. L’Italia è attraverso il mercato unico e con la moneta unica, strettamente integrato nel processo produttivo europeo.

Per i vari paesi dell’unione monetaria questa maggiore integrazione ha avuto due effetti importanti sulle loro relazioni di cambio. Primo, il costo di non poter svalutare nell’unione monetaria è diminuito. Analisi della BCE mostrano che l’entità dei disallineamenti dei tassi di cambio effettivi reali dei paesi dell’area dell’euro rispetto ai loro valori di equilibrio, sebbene più persistenti nel tempo, è inferiore rispetto a quella che si registra sia tra i paesi delle economie avanzate sia anche tra quelli legati da regimi di pegged exchange rate e che essa è diminuita nel secondo decennio di vita dell’UEM rispetto al primo.

Allo stesso tempo le catene di valore hanno ridotto i benefici di breve periodo delle svalutazioni competitive. Poiché le esportazioni hanno un maggior contenuto di beni importati, ogni espansione della domanda estera conseguita con una ipotetica svalutazione è ora controbilanciata dai maggiori costi dei prodotti intermedi importati. Le catene di valore hanno quindi diminuito la sensibilità dei volumi esportati al tasso di cambio.

Quindi, un paese che ipoteticamente volesse svalutare il proprio tasso di cambio per accrescere la propria competitività dovrebbe oggi utilizzare questo strumento in misura ben maggiore che in passato, non solo pregiudicando l’esistenza del mercato unico, ma subendo una sostanziale perdita di benessere al proprio interno a causa del maggior peso negativo della svalutazione sul prezzo delle importazioni. Alcuni studi su paesi extraeuropei suggeriscono che la perdita di benessere più elevata colpirebbe le fasce più povere della società, poiché le famiglie più povere tendono a spendere una quota maggiore di reddito per acquistare beni commerciabili rispetto alle famiglie più ricche, ma ciò accade in genere anche nei paesi dell’area dell’euro.

Non è neanche ovvio che un paese tragga vantaggio in termini di maggiore sovranità monetaria dal non essere parte dell’area dell’euro.

In primo luogo, la moneta unica ha consentito a diversi paesi di recuperare sovranità monetaria rispetto al regime di parità fisse vigenti nello SME. Le decisioni rilevanti di politica monetaria erano allora prese in Germania, oggi sono condivise da tutti i paesi partecipanti. La dimensione dei mercati finanziari dell’euro ha inoltre reso l’area della moneta unica meno esposta agli spillover della politica economica americana, nonostante l’accresciuta integrazione finanziaria globale.

Infine, vale la pena di osservare che fra i presunti vantaggi della sovranità monetaria quello di poter finanziare con la moneta la spesa pubblica non è in apparenza particolarmente apprezzato dai paesi che fanno parte del mercato unico ma non dell’euro. La media ponderata del debito pubblico di questi paesi è pari al 68% del PIL (44% del PIL escluso il Regno Unito), contro un rapporto dell’89% per quelli a moneta comune.

In ogni caso, come mostra la storia italiana, il finanziamento monetario del debito pubblico non ha prodotto benefici nel lungo termine. Nei periodi in cui fu estensivamente praticato, come negli anni ’70, il paese dovette ricorrere ripetutamente alla svalutazione per mantenere un ritmo di crescita simile a quelli degli altri partner europei. L’inflazione divenne insostenibile, il “carovita” colpì i più vulnerabili nella società.

La retromarcia del governo M5S Lega

Se gli italiani fossero tutti consapevoli della situazione del loro Paese dovrebbero arrabbiarsi con il governo M5S Lega. Rivisto adesso il film degli ultimi mesi sembra la brutta copia di una sceneggiata di una compagnia teatrale raffazzonata. Di Maio e compagni sul balcone che esultano per il deficit al 2,4%, la dichiarazione di voler “abolire la povertà”, Salvini che si esibisce nella parodia del fascista del terzo millennio (“me ne frego”, “tireremo dritto”, “chi si ferma è perduto”, “aspetto la letterina di Babbo Natale”). E poi le minacce di crisi di governo, la rivendicazione della sovranità assoluta in regime di moneta unica con altri 18 stati, lo sbeffeggiamento dei “burocrati” europei che sarebbero destinati a sparire dalla scena, l’attesa magica delle elezioni di maggio 2019 per avere una maggioranza di nazionalisti al vertice dell’Europa.

Tutta questa buffonata si è dissolta non appena la Commissione Europea ha detto che le regole si rispettano. Salvini e Di Maio hanno sbattuto il muso sulla dura realtà: i tanto deprecati “burocrati” europei hanno dietro i governi nessuno dei quali, a cominciare dai nazionalisti dell’Ungheria e dell’Austria, ha aperto il sia pur minimo spiraglio a favore dell’Italia.

Nel frattempo è arrivato il flop dell’asta dei Btp della settimana scorsa con la quale si dovevano raccogliere soldi innanzitutto tra i risparmiatori italiani. Ebbene il dato complessivo è che si è arrivati a 2-2,5 miliardi di euro contro un’aspettativa di circa 9 miliardi. I risparmiatori italiani che dovrebbero rispecchiare un consenso del 60% nei confronti del governo, non si sono fidati e non hanno comprato la loro quota di titoli pubblici.

Da ieri i due capetti del governo M5S Lega hanno cambiato atteggiamento e adesso si dicono disposti a far calare un po’ il deficit e a rinviare reddito di cittadinanza e quota 100 per dare più spazio agli investimenti. Sì certo continuano a dire che tutto resterà come prima, ma è solo l’ennesima presa in giro per i gonzi che ci credono.

Bisognerebbe applaudire a quest’opera buffa che è diventato il governo del cambiamento. Erano pronti alla crociata contro l’Europa, cianciavano addirittura di 60 milioni di italiani disposti a ribellarsi alla Commissione Europea e adesso fanno marcia indietro su tutta la linea. Come mai?

Primo non valgono niente come leader e come statisti. Salvini ha avuto buon gioco ad esibirsi con la sua sbruffonaggine, ma la Lega ha dimostrato capacità di governo nei territori, non a livello nazionale dove sta mostrando una confusione di idee pari all’arroganza del suo capo. Se ne sono accorti società civile, artigiani e industriali del nord che sono già scesi in piazza a protestare e che nelle prossime settimane hanno organizzato diverse manifestazioni a Milano, Torino e in Veneto. Non era mai accaduto prima d’ora. Perché lo fanno?

Perché lo spread cioè gli interessi che paghiamo sul debito è costantemente sopra 300 punti rispetto a quello di riferimento della Germania e questo significa un analogo incremento degli interessi sul credito e un riflesso anche sui mutui che penalizza fortemente le imprese. Perché nella manovra del governo non ci sono interventi a favore di chi crea lavoro, ma anzi un aggravio fiscale per le piccole imprese. Perché la produzione si sta fermando e il governo pensa di prendere in giro tutti favoleggiando di un aumento del Pil completamente inventato. Perché finora i soli annunci del governo sono costati all’Italia 100 miliardi di euro tra maggiore spesa per interessi e diminuzione del valore della ricchezza finanziaria delle famiglie (dati Banca d’Italia). Perché dietro l’angolo c’è il rischio di un default dello Stato.

Quando? Tra pochi mesi quando il Tesoro dovrà vendere decine e decine di miliardi di titoli di Stato per finanziare la spesa corrente (stipendi, pensioni, servizi, assistenza, sanità) e c’è il rischio che la sfiducia nei confronti dell’Italia faccia ripetere il flop dei Btp di pochi giorni fa. La differenza è che siccome l’Italia campa a debito se non riesce a trovare i finanziamenti fallisce. Passi per i 7-9 miliardi di giovedì scorso, ma 40-50 miliardi che vengono a mancare sarebbero un colpo micidiale.

Ecco dove può finire la favola della sovranità declamata in chiave isolazionista dai capetti del governo. L’Italia contro tutti che esiste solo nella loro fantasia malata di ambizione e di avventurismo. E, statene certi, l’unica salvezza per noi può venire da una rinnovata solidarietà europea e dal rafforzamento dei legami con gli stati più forti che ne stanno preparando una riforma storica.

Macron e Merkel hanno indicato nella creazione di un esercito europeo e nell’istituzione di un bilancio dell’eurozona con la formazione di un fondo per gli investimenti nei paesi che ne fanno parte (ma che rispettino le regole) i due traguardi più importanti per il prossimo anno. C’è da dubitare che Lega e M5S comprendano il significato del cambio di passo che Francia e Germania stanno imprimendo al governo dell’Europa. E pensano che l’Italia ne possa star fuori? Sarebbe un crimine contro gli italiani, un atto di autolesionismo che pagheremmo a caro prezzo.

Ma l’Italia è al tappeto soprattutto perché sono venuti al pettine i nodi di un sistema di governo che ha generato un debito gigantesco ormai insostenibile. Nel debito ci sono decenni di politiche clientelari, di problemi lasciati a decantare, di assistenzialismo malato, di sostegno a un capitalismo arretrato. Piano piano anche gli elettori leghisti e penta stellati cominciano a capire che nessuna sovranità è possibile con quel debito e che la panzana di un ritorno alla lira metterebbe la pietra tombale sullo sviluppo dell’Italia per molti anni. Il nostro Paese fuori dall’euro e dall’Europa non avrebbe scampo.

Sarebbe pure ora di mettere fine alla sceneggiata del peggior governo della storia repubblicana, un’accozzaglia di esibizionisti, bulli, ignoranti, incapaci, cialtroni. Bisogna tornare a votare sperando che gli italiani capiscano la lezione e scelgano persone serie alle quali consegnare il potere

Claudio Lombardi

La risposta del governo alla Commissione Europea

Pubblichiamo un graffiante articolo di Mario Seminerio sulla risposta del governo alle osservazioni della Commissione Europea sul bilancio 2019. Tratto dal sito www.phastidio.net

E dunque il governo italiano ha replicato alla Commissione Ue, mantenendo la propria posizione: la legge di bilancio più disfunzionale della recente storia italiana non si tocca; al più, saranno previste misure di “salvaguardia” che oscillano tra l’irrealizzabile e l’autolesionistico, dopo che il ministro dell’Economia ha deciso di prestare sino alla fine la sua immagine e la sua storia professionale a questa gigantesca operazione di voto di scambio di chiaro intento suicidario per il paese.

Già ieri, dopo un tentativo (almeno secondo la stampa) di rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2019, Giovanni Tria non aveva trovato di meglio che dettare alle agenzie il proprio pensiero, e ribadire che le stime di crescita sono frutto di “valutazione squisitamente tecnica”, e come tali “non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal governo” .

Che non è chiaro che significhi, esattamente: in cosa si sostanzierebbe, la “valutazione tecnica”? In una stima di crescita che è ormai del tutto irrealistica, vista l’evoluzione congiunturale? E provare a fare girare nuovamente i modelli, per verificare quello che è sotto gli occhi di tutti? Oppure la “valutazione tecnica” si sostanzia nei numeri al lotto dei moltiplicatori attesi dalla manovra? E qui servono alcune precisazioni di senso logico, prima che economico.

Se la congiuntura rallenta ma il governo tiene ferma la stima di crescita, ciò significa una ed una sola cosa: che i moltiplicatori aumentano. E già qui si fatica a restare seri. Ma non è tutto. Leggendo la lettera di replica di Tria alla Commissione, si apprende che il governo italiano punta ad alcune misure di “salvaguardia”. Ad esempio, il deficit-Pil per il 2019 al 2,4% è considerato (tenetevi forte) “limite invalicabile”.

Niente meno. Il che vuol dire che il deficit sarà sottoposto a

«[…] costante monitoraggio, verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l’andamento delle entrate e delle spese»

Sarebbe troppo facile segnalare al ministro che la “coerenza del quadro macroeconomico sottostante alle ipotesi di finanza pubblica” è già andata a farsi fottere, date le stime di crescita, ma quello che è ancora più surreale è che questo precetto implica che, in caso di crollo della crescita, il governo italiano promette solennemente di adottare una stretta fiscale, per esacerbarne gli effetti. Sembra quasi che l’esecutivo pensi che, data la pessima qualità della spesa pubblica, se andiamo a comprimerla riusciamo a stimolare la crescita. La realtà è che, se mai dovessero andare a difendere il “limite invalicabile” del rapporto deficit-Pil, ciò avverrà con una stretta tributaria, ed ulteriori danni.

In aggiunta, Tria “segnala” alla Commissione che la manovra è “costruita sul tendenziale e non tiene conto della crescita programmata”. Tradotto: poiché puntiamo a 1,5% e non a 0,9%, avremo circa uno 0,2% di Pil di maggiori entrate fiscali “virtuali” indotte da questa previsione, e di conseguenza il deficit-Pil andrebbe previsto al 2,2% e non al 2,4%. Meraviglioso: inventarsi la crescita per poi spendersi l’extragettito. Ci si chiede perché non immaginare un bel 2% di crescita, con tesoretto fiscale “programmatico” di 0,4%, allora. Oppure il 3%, con beneficio di 0,7%. Avremmo quadrato i conti prima e meglio, ipotizzando di avere come interlocutori la famosa colonia di gibboni. Il genio italiano della truffa, spesso ritratto nella nostra cinematografia, non è più quello di una volta, ahimè.

Segue poi, direttamente dal governo che combatte le “privatizzazioni” e vuole dare nuovo impulso allo stato imprenditore e regolatore, l’ideuzza di mettere un bel rinforzino alla discesa del rapporto debito-Pil, iscrivendo al bilancio 2019 proventi da dismissioni per ben 18 miliardi di euro, l’1% del Pil. Saranno “immobili che non servono”, si è affrettato a dire Giggino, per non irritare l’ala statalista dell’esecutivo, e magari anche revisioni ai regimi di concessione. Peccato che questi ultimi giungano a scadenza nei decenni, quindi anche la loro meritoria revisione non si materializzerà nell’arco del triennio di previsione. Ma resta sempre in essere qualche magheggio con la Cassa Depositi e Prestiti, sempre che le fondazioni bancarie e Giuseppe Guzzetti siano d’accordo.

Quanto al resto, ho già detto e scritto alla nausea: una misura sulle pensioni che fa esplodere il debito pensionistico e mette una corda al collo delle giovani generazioni, spacciata come un’epocale generazione di nuova occupazione (attenderete a lungo, ragazzi); la previsione di spesa pensionistica nel 2019 che è già del tutto sballata, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio; la necessità di avere effetti differiti dei pensionamenti “perché altrimenti la pubblica amministrazione entra in sofferenza”, con tutte quelle uscite. Abbiamo fretta di avere risultati ma non subito, perché dobbiamo limitare il tiraggio di spesa pubblica. E poi aiutiamo le imprese, come noto, con un epocale alleggerimento fiscale. Ah no, aspetta.

Dovrebbe esserci un “limite invalicabile” anche a stupidità e malafede. Purtroppo pare che quel limite, nel caso italiano, sia stato spostato enormemente più in là.

L’eterno debito pubblico

Spread, deficit e debito pubblico. Tutti i  giorni al centro dell’attenzione. Se non fosse che il debito è nostro, e che sempre noi ne paghiamo gli interessi e se non fosse che lo lasceremo ai nostri figli sarebbero anche venuti a noia. E invece bisogna parlarne e ripetere ciò che già è stato scritto perché è facile pensare che deficit, debito e spread siano affari della politica, dei burocrati di Bruxelles, delle banche e degli speculatori, magari anche occasioni per polemizzare, ma non questioni che toccano da vicino tutti. Dunque vale la pena di rifare discorsi semplici e persino banali, ma utili.

Innanzitutto tutti gli stati hanno un debito pubblico. In Europa però siamo noi ad avercelo più alto se si esclude la Grecia che è un caso a parte. Anche la spesa per interessi è un nostro primato che ci allontana dagli altri paesi europei. Lo spread ne indica la misura giorno per giorno.

Il debito non è un’imposizione perché nasce dalla decisione o dalla necessità di spendere più di quanto si incassa. Fino a che c’è uno sbilancio fra entrate e spese il debito aumenta. In cifra assoluta però perché poi il dato che conta veramente è quanto il debito sia sostenibile e questo lo indica un rapporto, quello tra valore del Pil e debito. Per esempio il debito italiano vale il 132% del Pil, quello della Germania sta intorno al 60%.

Il pareggio di bilancio non è impossibile, tanto è vero che in Europa nel 2017 tredici paesi ci sono riusciti. Così il debito non cresce e basta anche un piccolo aumento del Pil perché il rapporto tra i due cali. Riassumendo. Il caso italiano è questo: debito più grande, interessi più alti e crescita del Pil più bassa.

Comunque il debito pubblico è uno strumento di politica economica e ci possono essere periodi nei quali è persino saggio farne un po’. Il punto cruciale è però trovare finanziatori che prestino i loro soldi allo Stato ed è importante che possano fidarsi che quei titoli saranno ripagati alla scadenza o che manterranno il loro valore nel tempo. Perché questo avvenga bisogna che il debitore sia affidabile, altrimenti il prezzo della scarsa fiducia saranno interessi più elevati o persino la mancanza di acquirenti dei titoli.

Che vuol dire affidabile quando si parla di uno stato? Che chi governa abbia programmi capaci di incrementare l’economia e quindi anche le entrate fiscali. E che i comportamenti e le parole siano coerenti con questi. Se questi elementi mancano gli operatori finanziari diventano diffidenti e alzano il prezzo o si ritirano. Come è noto è successo proprio quest’anno: gli interessi sono cresciuti di molto e gli investitori esteri si sono liberati di una discreta quantità di titoli italiani. Alcuni dicono che il debito è una finzione e che non potrà mai essere restituito. Errore: il debito viene continuamente rinnovato cioè vengono rimborsati i vecchi titoli e ne vengono emessi di nuovi. infatti, l’Italia l’anno prossimo dovrà rinnovare qualcosa come 350 miliardi di euro di debito.

Per i sovranisti l’unica soluzione è tornare ad una moneta nazionale. Per loro è tutto semplice: basta che il governo ordini alla banca centrale di stampare moneta nella misura sufficiente a soddisfare tutte le necessità delle scelte politiche. Così era in Italia prima che fosse abolito l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli del Tesoro. Sarebbe la soluzione perfetta per qualsiasi governo. Funzionerebbe bene in un sistema chiuso, ma se il sistema chiuso non è ciò che conta è il valore della moneta e questo non lo decide il governo. L’inflazione può fare molto male alla gente comune costretta ad inseguire aumenti del costo della vita che possono raggiungere livelli impossibili da sopportare. Dunque l’opzione sovranista non può funzionare. Il problema è che il governo è composto da due forze, Lega e M5S, che fino alle elezioni facevano dell’uscita dall’euro la loro bandiera ed ora vanno avanti facendo crescere spesa corrente, tensioni e spread senza curarsi delle conseguenze. Sembra che vogliano creare la strada per un’uscita dall’euro senza dichiararlo. Ciò che è chiaro fin da oggi è che il debito salirà e la crescita non ci sarà avviando così una spirale di sprofondamento nella quale le spese assistenziali non basteranno perché l’economia creerà meno valore e richiederà meno lavoro. A quel punto si dirà che bisognerà aumentare ancora il debito per distribuire altri sussidi e così via fino al default dell’Italia. Questo è il muro contro cui andranno a sbattere i sovranisti che ci stanno governando.

Peccato. Si sta distruggendo una stabilità conquistata con molti sacrifici. Si dice che l’euro ci ha impoveriti, ma in realtà è la crisi del 2008 che ci ha colpito duramente. Se, però, fossimo stati soli a fronteggiarla sarebbe andata molto peggio. Chissà perché ci si dimentica sempre che in questi anni c’è stato un disastro nelle economie occidentali.

A questo punto il discorso dovrebbe concentrarsi sulle fragilità dell’Italia perché le polemiche correnti girano intorno a poche parole chiave – deficit, debito, spread, Europa – che non spiegano tutto e non vanno alla radice dei nostri problemi. Che non sono pochi e non hanno soluzioni semplici. Per affrontarli bisogna essere disposti a toccare interessi e convenienze che si sono formati nel corso di molti anni e a chi dipende dal voto degli elettori non conviene. Per modificare nel profondo la situazione italiana ci vuole grande lucidità politica, coraggio, una solida maggioranza di voti e tempo. Una combinazione di fattori che da molto tempo manca in Italia

Claudio Lombardi

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