Il discorso di Draghi a Pisa/3

CONVERGENZA E DIVERGENZA NELL’AREA DELL’EURO

Ma se è vero che i presunti vantaggi di una maggiore libertà di manovra al di fuori dell’unione monetaria appartengono a una memoria offuscata dal tempo e dai drammi della recente crisi, è anche vero che in alcuni paesi vari benefici che si attendevano dall’UEM non si sono ancora realizzati. Non era, e non è oggi, sbagliato attendersi maggiore crescita e occupazione da quella che allora fu chiamata la “cultura della stabilità”, che l’unione monetaria avrebbe portato. Ma non era pensabile che a questo risultato si arrivasse solo per aver aderito all’unione monetaria. Occorreva e occorre molto di più.

I fondatori dell’UEM sapevano bene che la costruzione di un’unione monetaria ben funzionante in tutti i suoi aspetti sarebbe stato un processo lungo, graduale. L’esperienza storica suggeriva che l’apertura dei mercati avrebbe prodotto guadagni asimmetrici, alcune regioni ne avrebbero beneficiato più di altre, determinando un processo di convergenza disomogeneo, come nel caso italiano e tedesco dopo le rispettive unificazioni nella seconda metà del XIX secolo.

Nei paesi dove la convergenza è stata maggiore: i paesi baltici, la Slovacchia e, in misura minore, Malta e Slovenia, la distanza del loro PIL pro capite dalla media dell’area dell’euro si è accorciata circa di un terzo dal 1999. Altri, anch’essi inizialmente assai distanti dalla media dell’area, non sono però riusciti a ridurre il divario in misura significativa, come la Grecia e il Portogallo. Ma queste divergenze non sono soltanto nell’area dell’euro.

Il PIL pro capite dello Stato più ricco degli USA è circa il doppio rispetto a quello dello Stato più povero, sostanzialmente lo stesso divario che abbiamo nell’area dell’euro. Inoltre, la dispersione dei tassi di crescita fra i paesi dell’area dell’euro si è ridotta notevolmente nel tempo e dal 2014 è paragonabile a quella tra i singoli Stati degli USA.

Che cosa ha determinato le diverse traiettorie di convergenza e in che misura queste sono legate all’appartenenza all’area dell’euro? Il processo di convergenza può essere pensato in due modi.

Il primo riguarda la convergenza dei livelli di PIL reale pro capite. Questo è un processo di lungo periodo, spinto da fattori quali la tecnologia importata, la crescita della produttività, la qualità delle istituzioni: questi possono essere favoriti dalla partecipazione a una moneta comune ma non sono da essa determinati. Sono le politiche nazionali, sono le riforme strutturali e istituzionali, nonché il contributo dei fondi strutturali della UE ad avere un ruolo cruciale.

Il secondo modo di guardare alla convergenza riguarda i tassi di crescita, il grado di sincronizzazione dei cicli economici, soprattutto in occasione di shock rilevanti. In questo caso l’appartenenza a un’unione monetaria gioca un ruolo importante perché influenza la capacità con cui le singole economie stabilizzano la domanda, soprattutto durante le fasi recessive.

Nel caso dell’Italia hanno contato entrambi gli aspetti. Fra il 1990 e il 1999, prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia registrava il più basso tasso di crescita cumulato rispetto agli altri paesi che hanno aderito fin dall’inizio alla moneta unica. Lo stesso accadde dal 1999 al 2008 sempre rispetto a tutti i paesi dell’area. Dal 2008 al 2017 il tasso di crescita è stato superiore solo a quello della Grecia. E, andando indietro nel tempo, la crescita degli anni ’80 fu presa a prestito dal futuro, cioè grazie al debito lasciato sulle spalle delle future generazioni. La bassa crescita italiana è dunque un fenomeno che ha inizio molti, molti anni prima della nascita dell’euro. Si tratta chiaramente di un problema di offerta, evidente del resto anche guardando alla crescita nelle varie regioni del paese. Esiste una correlazione fra i PIL pro capite regionali e alcuni indicatori strutturali, fra i quali, ma non solo, l’indice Doing Business con cui la Banca Mondiale sinteticamente misura la “facilità di fare impresa”, i cui valori per le regioni più povere sono in genere inferiori a quelli delle regioni più ricche.

Al contempo, il fatto che l’economia italiana – insieme con quelle di altri paesi – abbia registrato durante la crisi un andamento divergente rispetto alla media delle economie dell’area sottolinea due punti importanti. Primo, le economie strutturalmente deboli sono più vulnerabili di altre alle fasi cicliche negative; secondo, l’unione monetaria è ancora incompleta sotto diversi profili essenziali.

Esiste ampia evidenza circa la maggiore rapidità di recupero dopo la crisi da parte di quei paesi che hanno attuato politiche strutturali incisive. In questi paesi il mercato del lavoro è divenuto più reattivo alla crescita dell’economia, con il migliorare della situazione congiunturale, si sono registrati significativi aumenti di occupazione. Tuttavia, insieme alle politiche strutturali, sono necessari diversi strati di protezione per assicurare che i paesi riescano a stabilizzare le proprie economie in tempo di crisi.

In assenza di presidi adeguati a livello dell’area dell’euro, i singoli paesi dell’unione monetaria possono essere esposti a dinamiche auto-avveranti nei mercati del debito sovrano. Ne può scaturire nelle fasi recessive l’innesco di politiche fiscali pro-cicliche, producendo così un aggravamento della dinamica del debito, come nel 2011-12. Di norma, gli oneri del debito sovrano devono scendere in una recessione, ma in quella circostanza le economie di dimensione pari complessivamente a un terzo del PIL dell’area registrarono una correlazione positiva che si autoalimentava fra gli oneri del loro debito e il grado di avversione al rischio. La carenza di una azione di stabilizzazione macroeconomica incise sulla crescita e sulla sostenibilità del debito.

Sono quindi i paesi strutturalmente più deboli ad avere più bisogno che l’UEM disponga di strumenti che prima di tutto diversifichino il rischio delle crisi e che poi ne contrastino l’effetto nell’economia. Ho ricordato in altra sede come nei paesi, quali l’Italia, giunti alla crisi indeboliti da decenni di bassa crescita e senza spazio nel bilancio pubblico, una crisi di fiducia nel debito pubblico si sia trasformata in una crisi del credito con ulteriori pesanti riflessi sull’occupazione e sulla crescita.

Una maggiore condivisione dei rischi nel settore privato attraverso i mercati finanziari è fondamentale per prevenire il ripetersi di simili eventi. Negli Stati Uniti circa il 70% degli shock viene attenuato e condiviso tra i vari Stati attraverso mercati finanziari integrati, contro appena il 25% nell’area dell’euro. È perciò interesse anche dei paesi più deboli dell’area completare l’unione bancaria e procedere con la costruzione di un autentico mercato dei capitali.

Ma non basta: i bilanci pubblici nazionali non perderanno mai la loro funzione di strumento principale nella stabilizzazione delle crisi. Nell’area dell’euro gli shock sulla disoccupazione sono assorbiti per circa il 50% attraverso gli stabilizzatori automatici presenti nei bilanci pubblici nazionali, molto di più che negli Stati Uniti. L’uso degli stabilizzatori automatici da parte dei paesi dipende, tuttavia, dall’assenza di vincoli connessi al loro livello del debito. Occorre dunque ricreare il necessario margine per interventi di bilancio in caso di crisi.

E ancora non basta: occorre un’architettura istituzionale che dia a tutti i paesi quel sostegno necessario per evitare che le loro economie, quando entrano in una recessione, siano esposte al comportamento prociclico dei mercati. Ma ciò sarà possibile solo se questo sostegno è temporaneo e non costituisce un trasferimento permanente tra paesi destinato a evitare necessari risanamenti del bilancio pubblico, tantomeno le riforme strutturali fondamentali per tornare alla crescita.

CONCLUSIONI

Non è stato per una pulsione tecnocratica ad assicurare la convergenza fra paesi e il buon funzionamento dell’unione monetaria, che in questi anni ho frequentemente affermato l’importanza delle riforme strutturali. Ogni paese ha la sua agenda, ma è solo con esse che si creano le condizioni per far crescere stabilmente: salari, produttività, occupazione, per sostenere il nostro stato sociale. È un’azione che in gran parte non può che svolgersi a livello nazionale, ma può essere aiutata a livello europeo dalle recenti decisioni di creare uno strumento per la convergenza e la competitività.

Tuttavia, per affrontare le crisi cicliche future, occorre che i due strati di protezione contro le crisi – la diversificazione del rischio attraverso il sistema finanziario privato da un lato, il sostegno anticiclico pubblico attraverso i bilanci nazionali e la capacità fiscale del bilancio comunitario dall’altro – interagiscano in maniera completa ed efficiente. Quanto maggiore sarà il progresso nel completamento dell’unione bancaria e del mercato dei capitali, tanto meno impellente, sebbene sempre necessaria, diverrà la costruzione di una capacità fiscale che potrà talvolta fare da completamento agli stabilizzatori nazionali. L’inazione su entrambi i fronti accentua la fragilità dell’unione monetaria proprio nei momenti di maggiore crisi; la divergenza fra i paesi aumenta.

L’unione monetaria, conseguenza necessaria del mercato unico, è divenuta parte integrante e caratterizzante, con i suoi simboli e i suoi vincoli, del progetto politico che vuole un’Europa unita, nella libertà, nella pace, nella democrazia, nella prosperità. Fu una risposta eccezionale oggi, parafrasando Robert Kagan diremmo antistorica, a un secolo di dittature, di guerre, di miseria, che in questo non era dissimile dai secoli precedenti. L’Europa unita fu parte di quell’ordine mondiale, frutto esso stesso di eccezionali circostanze, che seguiva alla seconda guerra mondiale. Il tempo passato da allora avrebbe giustificato la razionalità di queste scelte in Europa e nel mondo: le sfide che da allora si sono presentate hanno sempre più carattere globale; possono essere vinte solo insieme, non da soli. E ciò è ancora più vero per gli europei nella loro individualità di Stati e nel loro insieme di continente: ricchi ma relativamente piccoli, esposti strategicamente, deboli militarmente. Eppure oggi, per tanti, i ricordi che ispirarono queste scelte appaiono lontani e irrilevanti, la loro razionalità sembra pregiudicata dalla miseria creata dalla grande crisi finanziaria dell’ultimo decennio. Non importa che se ne stia uscendo: nel resto del mondo il fascino di ricette e regimi illiberali si diffonde: a piccoli passi si rientra nella storia. È per questo che il nostro progetto europeo è oggi ancora più importante. È solo continuandone il progresso, liberando le energie individuali ma anche privilegiando l’equità sociale, che lo salveremo, attraverso le nostre democrazie, ma nell’unità di intenti.

Il discorso di Draghi a Pisa/2

I BENEFICI ATTUALI DI “UN MERCATO E UNA MONETA”

È opportuno chiedersi quali siano stati i benefici di “un mercato e una moneta”. Al riparo dello scudo dell’euro il commercio intra-UE ha accelerato, salendo dal 13% in rapporto al PIL nel 1992 al 20% oggi. Gli scambi all’interno dell’area dell’euro si sono accresciuti sia in termini assoluti sia come quota degli scambi totali tra le economie avanzate, anche dopo l’ingresso delle economie emergenti sul mercato globale. Gli IDE nell’area UE sono ugualmente aumentati, e nel caso italiano questi investimenti di origine UE sono aumentati del 36% tra il 1992 e il 2010.

Alla crescita del commercio intra-UE ha contribuito un fattore importante: l’infittirsi dei legami fra le economie tramite lo sviluppo delle catene di valore (value chains). Dall’inizio degli anni 2000 i legami all’interno della catena di approvvigionamento tra i paesi dell’UE si sono intensificati a un ritmo più sostenuto e hanno mostrato una maggiore tenuta durante la crisi, rispetto a quelli esistenti con i paesi al di fuori del mercato unico.

La rimozione delle barriere tariffarie ha favorito l’espansione dei flussi di commercio lordi in entrata e in uscita dai paesi, in corrispondenza alle diverse fasi del processo produttivo. La creazione e diffusione di standard europei ha conferito forte impulso alle catene di valore all’interno dell’Unione dando maggior certezza sulla qualità dei beni prodotti in altri paesi e in tal modo stimolando la frammentazione dei processi produttivi che è tipica delle catene di valore. La moneta unica, comprimendo i costi dei regolamenti delle transazioni e delle coperture dai rischi di cambio ha ulteriormente rafforzato questa tendenza. I paesi che sono parte delle catene di valore hanno tratto importanti benefici, soprattutto grazie all’aumento di produttività associato alla crescita degli input importati. A sua volta la maggiore produttività ha sospinto i salari: la partecipazione alle catene di valore da parte di un’impresa è correlata con un aumento dei salari per tutti i lavoratori, a prescindere dal loro grado di qualificazione.

Inoltre, ripartendo i guadagni e le perdite connesse con il commercio con il resto del mondo in modo più uniforme, le catene di valore hanno accresciuto la condivisione del rischio fra i paesi europei. Nell’Unione quasi il 20% dei lavoratori delle imprese orientate all’esportazione è impiegato in paesi diversi da quello dell’esportatore del prodotto finale.

Circa mezzo milione di lavoratori italiani partecipa ai processi produttivi di imprese che risiedono in altri paesi europei ed esportano nel resto del mondo. Dal canto loro, le imprese italiane partecipano, esse stesse, in misura significativa alle catene di valore, con effetti positivi sulla produttività del lavoro. È spesso attraverso questo legame con le catene di valore che specialmente la piccola-media impresa italiana, caratteristica del nostro sistema produttivo, riesce a sopravvivere e a crescere, conservando al Paese, in un mondo sempre più orientato alle grandi dimensioni, una sua caratteristica fondamentale. L’Italia è attraverso il mercato unico e con la moneta unica, strettamente integrato nel processo produttivo europeo.

Per i vari paesi dell’unione monetaria questa maggiore integrazione ha avuto due effetti importanti sulle loro relazioni di cambio. Primo, il costo di non poter svalutare nell’unione monetaria è diminuito. Analisi della BCE mostrano che l’entità dei disallineamenti dei tassi di cambio effettivi reali dei paesi dell’area dell’euro rispetto ai loro valori di equilibrio, sebbene più persistenti nel tempo, è inferiore rispetto a quella che si registra sia tra i paesi delle economie avanzate sia anche tra quelli legati da regimi di pegged exchange rate e che essa è diminuita nel secondo decennio di vita dell’UEM rispetto al primo.

Allo stesso tempo le catene di valore hanno ridotto i benefici di breve periodo delle svalutazioni competitive. Poiché le esportazioni hanno un maggior contenuto di beni importati, ogni espansione della domanda estera conseguita con una ipotetica svalutazione è ora controbilanciata dai maggiori costi dei prodotti intermedi importati. Le catene di valore hanno quindi diminuito la sensibilità dei volumi esportati al tasso di cambio.

Quindi, un paese che ipoteticamente volesse svalutare il proprio tasso di cambio per accrescere la propria competitività dovrebbe oggi utilizzare questo strumento in misura ben maggiore che in passato, non solo pregiudicando l’esistenza del mercato unico, ma subendo una sostanziale perdita di benessere al proprio interno a causa del maggior peso negativo della svalutazione sul prezzo delle importazioni. Alcuni studi su paesi extraeuropei suggeriscono che la perdita di benessere più elevata colpirebbe le fasce più povere della società, poiché le famiglie più povere tendono a spendere una quota maggiore di reddito per acquistare beni commerciabili rispetto alle famiglie più ricche, ma ciò accade in genere anche nei paesi dell’area dell’euro.

Non è neanche ovvio che un paese tragga vantaggio in termini di maggiore sovranità monetaria dal non essere parte dell’area dell’euro.

In primo luogo, la moneta unica ha consentito a diversi paesi di recuperare sovranità monetaria rispetto al regime di parità fisse vigenti nello SME. Le decisioni rilevanti di politica monetaria erano allora prese in Germania, oggi sono condivise da tutti i paesi partecipanti. La dimensione dei mercati finanziari dell’euro ha inoltre reso l’area della moneta unica meno esposta agli spillover della politica economica americana, nonostante l’accresciuta integrazione finanziaria globale.

Infine, vale la pena di osservare che fra i presunti vantaggi della sovranità monetaria quello di poter finanziare con la moneta la spesa pubblica non è in apparenza particolarmente apprezzato dai paesi che fanno parte del mercato unico ma non dell’euro. La media ponderata del debito pubblico di questi paesi è pari al 68% del PIL (44% del PIL escluso il Regno Unito), contro un rapporto dell’89% per quelli a moneta comune.

In ogni caso, come mostra la storia italiana, il finanziamento monetario del debito pubblico non ha prodotto benefici nel lungo termine. Nei periodi in cui fu estensivamente praticato, come negli anni ’70, il paese dovette ricorrere ripetutamente alla svalutazione per mantenere un ritmo di crescita simile a quelli degli altri partner europei. L’inflazione divenne insostenibile, il “carovita” colpì i più vulnerabili nella società.

La retromarcia del governo M5S Lega

Se gli italiani fossero tutti consapevoli della situazione del loro Paese dovrebbero arrabbiarsi con il governo M5S Lega. Rivisto adesso il film degli ultimi mesi sembra la brutta copia di una sceneggiata di una compagnia teatrale raffazzonata. Di Maio e compagni sul balcone che esultano per il deficit al 2,4%, la dichiarazione di voler “abolire la povertà”, Salvini che si esibisce nella parodia del fascista del terzo millennio (“me ne frego”, “tireremo dritto”, “chi si ferma è perduto”, “aspetto la letterina di Babbo Natale”). E poi le minacce di crisi di governo, la rivendicazione della sovranità assoluta in regime di moneta unica con altri 18 stati, lo sbeffeggiamento dei “burocrati” europei che sarebbero destinati a sparire dalla scena, l’attesa magica delle elezioni di maggio 2019 per avere una maggioranza di nazionalisti al vertice dell’Europa.

Tutta questa buffonata si è dissolta non appena la Commissione Europea ha detto che le regole si rispettano. Salvini e Di Maio hanno sbattuto il muso sulla dura realtà: i tanto deprecati “burocrati” europei hanno dietro i governi nessuno dei quali, a cominciare dai nazionalisti dell’Ungheria e dell’Austria, ha aperto il sia pur minimo spiraglio a favore dell’Italia.

Nel frattempo è arrivato il flop dell’asta dei Btp della settimana scorsa con la quale si dovevano raccogliere soldi innanzitutto tra i risparmiatori italiani. Ebbene il dato complessivo è che si è arrivati a 2-2,5 miliardi di euro contro un’aspettativa di circa 9 miliardi. I risparmiatori italiani che dovrebbero rispecchiare un consenso del 60% nei confronti del governo, non si sono fidati e non hanno comprato la loro quota di titoli pubblici.

Da ieri i due capetti del governo M5S Lega hanno cambiato atteggiamento e adesso si dicono disposti a far calare un po’ il deficit e a rinviare reddito di cittadinanza e quota 100 per dare più spazio agli investimenti. Sì certo continuano a dire che tutto resterà come prima, ma è solo l’ennesima presa in giro per i gonzi che ci credono.

Bisognerebbe applaudire a quest’opera buffa che è diventato il governo del cambiamento. Erano pronti alla crociata contro l’Europa, cianciavano addirittura di 60 milioni di italiani disposti a ribellarsi alla Commissione Europea e adesso fanno marcia indietro su tutta la linea. Come mai?

Primo non valgono niente come leader e come statisti. Salvini ha avuto buon gioco ad esibirsi con la sua sbruffonaggine, ma la Lega ha dimostrato capacità di governo nei territori, non a livello nazionale dove sta mostrando una confusione di idee pari all’arroganza del suo capo. Se ne sono accorti società civile, artigiani e industriali del nord che sono già scesi in piazza a protestare e che nelle prossime settimane hanno organizzato diverse manifestazioni a Milano, Torino e in Veneto. Non era mai accaduto prima d’ora. Perché lo fanno?

Perché lo spread cioè gli interessi che paghiamo sul debito è costantemente sopra 300 punti rispetto a quello di riferimento della Germania e questo significa un analogo incremento degli interessi sul credito e un riflesso anche sui mutui che penalizza fortemente le imprese. Perché nella manovra del governo non ci sono interventi a favore di chi crea lavoro, ma anzi un aggravio fiscale per le piccole imprese. Perché la produzione si sta fermando e il governo pensa di prendere in giro tutti favoleggiando di un aumento del Pil completamente inventato. Perché finora i soli annunci del governo sono costati all’Italia 100 miliardi di euro tra maggiore spesa per interessi e diminuzione del valore della ricchezza finanziaria delle famiglie (dati Banca d’Italia). Perché dietro l’angolo c’è il rischio di un default dello Stato.

Quando? Tra pochi mesi quando il Tesoro dovrà vendere decine e decine di miliardi di titoli di Stato per finanziare la spesa corrente (stipendi, pensioni, servizi, assistenza, sanità) e c’è il rischio che la sfiducia nei confronti dell’Italia faccia ripetere il flop dei Btp di pochi giorni fa. La differenza è che siccome l’Italia campa a debito se non riesce a trovare i finanziamenti fallisce. Passi per i 7-9 miliardi di giovedì scorso, ma 40-50 miliardi che vengono a mancare sarebbero un colpo micidiale.

Ecco dove può finire la favola della sovranità declamata in chiave isolazionista dai capetti del governo. L’Italia contro tutti che esiste solo nella loro fantasia malata di ambizione e di avventurismo. E, statene certi, l’unica salvezza per noi può venire da una rinnovata solidarietà europea e dal rafforzamento dei legami con gli stati più forti che ne stanno preparando una riforma storica.

Macron e Merkel hanno indicato nella creazione di un esercito europeo e nell’istituzione di un bilancio dell’eurozona con la formazione di un fondo per gli investimenti nei paesi che ne fanno parte (ma che rispettino le regole) i due traguardi più importanti per il prossimo anno. C’è da dubitare che Lega e M5S comprendano il significato del cambio di passo che Francia e Germania stanno imprimendo al governo dell’Europa. E pensano che l’Italia ne possa star fuori? Sarebbe un crimine contro gli italiani, un atto di autolesionismo che pagheremmo a caro prezzo.

Ma l’Italia è al tappeto soprattutto perché sono venuti al pettine i nodi di un sistema di governo che ha generato un debito gigantesco ormai insostenibile. Nel debito ci sono decenni di politiche clientelari, di problemi lasciati a decantare, di assistenzialismo malato, di sostegno a un capitalismo arretrato. Piano piano anche gli elettori leghisti e penta stellati cominciano a capire che nessuna sovranità è possibile con quel debito e che la panzana di un ritorno alla lira metterebbe la pietra tombale sullo sviluppo dell’Italia per molti anni. Il nostro Paese fuori dall’euro e dall’Europa non avrebbe scampo.

Sarebbe pure ora di mettere fine alla sceneggiata del peggior governo della storia repubblicana, un’accozzaglia di esibizionisti, bulli, ignoranti, incapaci, cialtroni. Bisogna tornare a votare sperando che gli italiani capiscano la lezione e scelgano persone serie alle quali consegnare il potere

Claudio Lombardi

La risposta del governo alla Commissione Europea

Pubblichiamo un graffiante articolo di Mario Seminerio sulla risposta del governo alle osservazioni della Commissione Europea sul bilancio 2019. Tratto dal sito www.phastidio.net

E dunque il governo italiano ha replicato alla Commissione Ue, mantenendo la propria posizione: la legge di bilancio più disfunzionale della recente storia italiana non si tocca; al più, saranno previste misure di “salvaguardia” che oscillano tra l’irrealizzabile e l’autolesionistico, dopo che il ministro dell’Economia ha deciso di prestare sino alla fine la sua immagine e la sua storia professionale a questa gigantesca operazione di voto di scambio di chiaro intento suicidario per il paese.

Già ieri, dopo un tentativo (almeno secondo la stampa) di rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2019, Giovanni Tria non aveva trovato di meglio che dettare alle agenzie il proprio pensiero, e ribadire che le stime di crescita sono frutto di “valutazione squisitamente tecnica”, e come tali “non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal governo” .

Che non è chiaro che significhi, esattamente: in cosa si sostanzierebbe, la “valutazione tecnica”? In una stima di crescita che è ormai del tutto irrealistica, vista l’evoluzione congiunturale? E provare a fare girare nuovamente i modelli, per verificare quello che è sotto gli occhi di tutti? Oppure la “valutazione tecnica” si sostanzia nei numeri al lotto dei moltiplicatori attesi dalla manovra? E qui servono alcune precisazioni di senso logico, prima che economico.

Se la congiuntura rallenta ma il governo tiene ferma la stima di crescita, ciò significa una ed una sola cosa: che i moltiplicatori aumentano. E già qui si fatica a restare seri. Ma non è tutto. Leggendo la lettera di replica di Tria alla Commissione, si apprende che il governo italiano punta ad alcune misure di “salvaguardia”. Ad esempio, il deficit-Pil per il 2019 al 2,4% è considerato (tenetevi forte) “limite invalicabile”.

Niente meno. Il che vuol dire che il deficit sarà sottoposto a

«[…] costante monitoraggio, verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l’andamento delle entrate e delle spese»

Sarebbe troppo facile segnalare al ministro che la “coerenza del quadro macroeconomico sottostante alle ipotesi di finanza pubblica” è già andata a farsi fottere, date le stime di crescita, ma quello che è ancora più surreale è che questo precetto implica che, in caso di crollo della crescita, il governo italiano promette solennemente di adottare una stretta fiscale, per esacerbarne gli effetti. Sembra quasi che l’esecutivo pensi che, data la pessima qualità della spesa pubblica, se andiamo a comprimerla riusciamo a stimolare la crescita. La realtà è che, se mai dovessero andare a difendere il “limite invalicabile” del rapporto deficit-Pil, ciò avverrà con una stretta tributaria, ed ulteriori danni.

In aggiunta, Tria “segnala” alla Commissione che la manovra è “costruita sul tendenziale e non tiene conto della crescita programmata”. Tradotto: poiché puntiamo a 1,5% e non a 0,9%, avremo circa uno 0,2% di Pil di maggiori entrate fiscali “virtuali” indotte da questa previsione, e di conseguenza il deficit-Pil andrebbe previsto al 2,2% e non al 2,4%. Meraviglioso: inventarsi la crescita per poi spendersi l’extragettito. Ci si chiede perché non immaginare un bel 2% di crescita, con tesoretto fiscale “programmatico” di 0,4%, allora. Oppure il 3%, con beneficio di 0,7%. Avremmo quadrato i conti prima e meglio, ipotizzando di avere come interlocutori la famosa colonia di gibboni. Il genio italiano della truffa, spesso ritratto nella nostra cinematografia, non è più quello di una volta, ahimè.

Segue poi, direttamente dal governo che combatte le “privatizzazioni” e vuole dare nuovo impulso allo stato imprenditore e regolatore, l’ideuzza di mettere un bel rinforzino alla discesa del rapporto debito-Pil, iscrivendo al bilancio 2019 proventi da dismissioni per ben 18 miliardi di euro, l’1% del Pil. Saranno “immobili che non servono”, si è affrettato a dire Giggino, per non irritare l’ala statalista dell’esecutivo, e magari anche revisioni ai regimi di concessione. Peccato che questi ultimi giungano a scadenza nei decenni, quindi anche la loro meritoria revisione non si materializzerà nell’arco del triennio di previsione. Ma resta sempre in essere qualche magheggio con la Cassa Depositi e Prestiti, sempre che le fondazioni bancarie e Giuseppe Guzzetti siano d’accordo.

Quanto al resto, ho già detto e scritto alla nausea: una misura sulle pensioni che fa esplodere il debito pensionistico e mette una corda al collo delle giovani generazioni, spacciata come un’epocale generazione di nuova occupazione (attenderete a lungo, ragazzi); la previsione di spesa pensionistica nel 2019 che è già del tutto sballata, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio; la necessità di avere effetti differiti dei pensionamenti “perché altrimenti la pubblica amministrazione entra in sofferenza”, con tutte quelle uscite. Abbiamo fretta di avere risultati ma non subito, perché dobbiamo limitare il tiraggio di spesa pubblica. E poi aiutiamo le imprese, come noto, con un epocale alleggerimento fiscale. Ah no, aspetta.

Dovrebbe esserci un “limite invalicabile” anche a stupidità e malafede. Purtroppo pare che quel limite, nel caso italiano, sia stato spostato enormemente più in là.

L’eterno debito pubblico

Spread, deficit e debito pubblico. Tutti i  giorni al centro dell’attenzione. Se non fosse che il debito è nostro, e che sempre noi ne paghiamo gli interessi e se non fosse che lo lasceremo ai nostri figli sarebbero anche venuti a noia. E invece bisogna parlarne e ripetere ciò che già è stato scritto perché è facile pensare che deficit, debito e spread siano affari della politica, dei burocrati di Bruxelles, delle banche e degli speculatori, magari anche occasioni per polemizzare, ma non questioni che toccano da vicino tutti. Dunque vale la pena di rifare discorsi semplici e persino banali, ma utili.

Innanzitutto tutti gli stati hanno un debito pubblico. In Europa però siamo noi ad avercelo più alto se si esclude la Grecia che è un caso a parte. Anche la spesa per interessi è un nostro primato che ci allontana dagli altri paesi europei. Lo spread ne indica la misura giorno per giorno.

Il debito non è un’imposizione perché nasce dalla decisione o dalla necessità di spendere più di quanto si incassa. Fino a che c’è uno sbilancio fra entrate e spese il debito aumenta. In cifra assoluta però perché poi il dato che conta veramente è quanto il debito sia sostenibile e questo lo indica un rapporto, quello tra valore del Pil e debito. Per esempio il debito italiano vale il 132% del Pil, quello della Germania sta intorno al 60%.

Il pareggio di bilancio non è impossibile, tanto è vero che in Europa nel 2017 tredici paesi ci sono riusciti. Così il debito non cresce e basta anche un piccolo aumento del Pil perché il rapporto tra i due cali. Riassumendo. Il caso italiano è questo: debito più grande, interessi più alti e crescita del Pil più bassa.

Comunque il debito pubblico è uno strumento di politica economica e ci possono essere periodi nei quali è persino saggio farne un po’. Il punto cruciale è però trovare finanziatori che prestino i loro soldi allo Stato ed è importante che possano fidarsi che quei titoli saranno ripagati alla scadenza o che manterranno il loro valore nel tempo. Perché questo avvenga bisogna che il debitore sia affidabile, altrimenti il prezzo della scarsa fiducia saranno interessi più elevati o persino la mancanza di acquirenti dei titoli.

Che vuol dire affidabile quando si parla di uno stato? Che chi governa abbia programmi capaci di incrementare l’economia e quindi anche le entrate fiscali. E che i comportamenti e le parole siano coerenti con questi. Se questi elementi mancano gli operatori finanziari diventano diffidenti e alzano il prezzo o si ritirano. Come è noto è successo proprio quest’anno: gli interessi sono cresciuti di molto e gli investitori esteri si sono liberati di una discreta quantità di titoli italiani. Alcuni dicono che il debito è una finzione e che non potrà mai essere restituito. Errore: il debito viene continuamente rinnovato cioè vengono rimborsati i vecchi titoli e ne vengono emessi di nuovi. infatti, l’Italia l’anno prossimo dovrà rinnovare qualcosa come 350 miliardi di euro di debito.

Per i sovranisti l’unica soluzione è tornare ad una moneta nazionale. Per loro è tutto semplice: basta che il governo ordini alla banca centrale di stampare moneta nella misura sufficiente a soddisfare tutte le necessità delle scelte politiche. Così era in Italia prima che fosse abolito l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli del Tesoro. Sarebbe la soluzione perfetta per qualsiasi governo. Funzionerebbe bene in un sistema chiuso, ma se il sistema chiuso non è ciò che conta è il valore della moneta e questo non lo decide il governo. L’inflazione può fare molto male alla gente comune costretta ad inseguire aumenti del costo della vita che possono raggiungere livelli impossibili da sopportare. Dunque l’opzione sovranista non può funzionare. Il problema è che il governo è composto da due forze, Lega e M5S, che fino alle elezioni facevano dell’uscita dall’euro la loro bandiera ed ora vanno avanti facendo crescere spesa corrente, tensioni e spread senza curarsi delle conseguenze. Sembra che vogliano creare la strada per un’uscita dall’euro senza dichiararlo. Ciò che è chiaro fin da oggi è che il debito salirà e la crescita non ci sarà avviando così una spirale di sprofondamento nella quale le spese assistenziali non basteranno perché l’economia creerà meno valore e richiederà meno lavoro. A quel punto si dirà che bisognerà aumentare ancora il debito per distribuire altri sussidi e così via fino al default dell’Italia. Questo è il muro contro cui andranno a sbattere i sovranisti che ci stanno governando.

Peccato. Si sta distruggendo una stabilità conquistata con molti sacrifici. Si dice che l’euro ci ha impoveriti, ma in realtà è la crisi del 2008 che ci ha colpito duramente. Se, però, fossimo stati soli a fronteggiarla sarebbe andata molto peggio. Chissà perché ci si dimentica sempre che in questi anni c’è stato un disastro nelle economie occidentali.

A questo punto il discorso dovrebbe concentrarsi sulle fragilità dell’Italia perché le polemiche correnti girano intorno a poche parole chiave – deficit, debito, spread, Europa – che non spiegano tutto e non vanno alla radice dei nostri problemi. Che non sono pochi e non hanno soluzioni semplici. Per affrontarli bisogna essere disposti a toccare interessi e convenienze che si sono formati nel corso di molti anni e a chi dipende dal voto degli elettori non conviene. Per modificare nel profondo la situazione italiana ci vuole grande lucidità politica, coraggio, una solida maggioranza di voti e tempo. Una combinazione di fattori che da molto tempo manca in Italia

Claudio Lombardi

L’azzardo nei conti del governo Lega M5S

In attesa della nota di aggiornamento il ministro Tria ha descritto la strategia del governo: più deficit, più crescita e meno debito. Un piano che rinnega gli impegni assunti in precedenza e sottostima il costo per il bilancio delle misure proposte.

Deficit e debito colorati di gialloverde nella Nota di aggiornamento

Come ogni anno, a fine settembre arriva il momento in cui il governo comunica i dati della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef, per gli addetti ai lavori). Il che sarebbe ordinaria amministrazione, se non fosse che tali numeri sono spesso il risultato di trattative dell’ultim’ora, cosicché le cifre diffuse ai media escono in anticipo rispetto alla relazione, cioè senza un testo ufficiale da commentare. E così gli analisti e, più di recente, il grande pubblico della politica e dei social network si esercitano a commentare titoli e interviste più che documenti ufficiali. In definitiva, però, i numeri diffusi finora – soprattutto nell’intervista del ministro Giovanni Tria al Sole-24Ore – consentono di dare una valutazione preliminare dei contenuti della Nadef.

Da quel che si sa, il governo intende mantenere il rapporto deficit-Pil al 2,4 per cento nel 2019-2021. Un deficit al 2,4 sembra un dato in netto rialzo rispetto al deficit tendenziale dello 0,9 per cento previsto per il 2019 (e lo è ancora di più sui dati previsti per gli anni successivi, che lasciamo da parte). Non è proprio così. Come ricordato dal ministro Tria nella sua intervista, lo 0,9 previsto per il 2019 era anche il risultato di una crescita 2019 prevista all’1,4 per cento. Ora però, a causa di un rallentamento in atto nel mondo e in Europa, ma in modo più pronunciato in Italia – la crescita attesa per il 2019 non arriva all’1 per cento (è +0,9, esattamente). Il che di per sé, ricorda Tria, porta il deficit tendenziale previsto all’1,2 per cento del Pil. Se poi si considera che il dato tendenziale incorporava 0,8 punti percentuali (12,4 miliardi) per l’entrata in vigore degli aumenti automatici delle imposte indirette, ecco che si arriva a un andamento tendenziale prima della manovra vicino al 2 per cento. Si potrebbe quindi concludere che il 2,4 per cento previsto dal governo per il 2019 si limita ad aggiungere un modesto +0,4 per cento (6,2 miliardi di euro) ai numeri appena citati.

C’è poi da dire che nelle intenzioni del governo il maggiore deficit ha uno scopo: vuole consentire all’economia italiana di accelerare il passo. Non a caso, il ministro dell’Economia cita una crescita dell’1,6 per il 2019 e dell’1,7 per il 2020. In effetti: con una crescita all’1,6 e un’inflazione di poco superiore all’1 per cento, il rapporto debito-Pil potrebbe scendere di un punto percentuale circa – la differenza negativa tra il 2,4 del deficit e il 3,4 del prodotto della crescita del Pil nominale (pari a 2,6) e il rapporto debito-Pil con cui potrebbe chiudersi il 2018, cioè 1,31. È algebra: 2,4 meno 3,4 fa meno 1. Proprio il numero citato da Tria nella sua intervista.

Davvero – si chiedevano dalla balconata di Palazzo Chigi – l’Europa vuole far partire una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo per 0,4 punti di Pil? E davvero vuole farlo in presenza di un impegno a far scendere il rapporto debito-Pil di un punto percentuale l’anno?

L’azzardo nei numeri del governo

Questi numeri sono stati probabilmente condivisi dal ministro Tria con i ministri economici della Commissione. Rimane che – dopo il colloquio con Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici – Tria è ritornato a Roma a “lavorare sul bilancio”. I rilievi mossi dalla Commissione agli orientamenti di bilancio del governo Lega-M5s – per quanto non noti – possono essere di due tipi. Il primo è che ci sono impegni assunti dal governo italiano – cioè, dai precedenti governi italiani, “traditori dell’interesse nazionale” – che vincolano l’Italia a proseguire un cammino fatto di deficit gradualmente in calo e di stabilizzazione tendenza del rapporto debito-Pil. Tale orientamento, dice la Commissione, può essere – ed è già stato più volte – diluito nel tempo. Ma non può essere sovvertito come il governo italiano sembra ora voler fare. I patti devono essere rispettati, prima o poi. La flessibilità – a differenza dei diamanti – non è per sempre: lo si diceva già ai tempi del governo Renzi.

C’è poi anche un secondo rilievo che Europa, mercati e – perché no? – cittadini potrebbero sollevare. Lo sfoggio di apparente moderazione nello sforamento degli impegni implicito nei numeri dell’esecutivo (solo 0,4 punti) è in contrasto con le conquiste sbandierate da vari esponenti della maggioranza e in particolare dai rappresentanti nel governo del M5s.

Se, come ha fatto ad esempio la redazione online del Sole-24Ore, si sommano le varie misure (reddito di cittadinanza, 10 miliardi; aliquota di imposta al 15 per cento per 1,5 milioni di partite Iva, 1,5 miliardi; quota 100 (62 anni + 38 di anzianità) per superare la legge Fornero, 6-8 miliardi; risarcimenti ai truffati dalla banche, 1,5 miliardi) si arriva a più di 20 miliardi che potrebbero essere coperti solo per circa 3 miliardi con la cosiddetta “pace fiscale” (un condono per i contribuenti con pendenze con il Fisco). Il ministro dell’Economia allude anche a una “corposa spending review” di cui però non sono noti i dettagli e che in ogni caso – se attuata – attenuerebbe il carattere espansivo della manovra. Per ora insomma, dal conto mancano almeno 17 miliardi, cioè un punto intero di Pil che dovrebbe essere aggiunto al 2 per cento di deficit tendenziale. Senza contare le altre esigenze di bilancio (come spese indifferibili per vari miliardi di euro) che porterebbero il deficit programmatico del governo certamente oltre il 3 per cento. Di questo si preoccupano Europa, mercati e (alcuni) cittadini: che il governo gialloverde la faccia troppo facile e che invece sotto alle sue cifre ci sia un azzardo non raccontato o mal quantificato.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Tria e Di Maio: il serio e l’ominicchio

“Un ministro serio i soldi li trova”, “io pretendo che trovi i soldi”. Cosa pensava di fare Di Maio ingiungendo al prof Tria di trovare i soldi per le richieste del Movimento 5 stelle? A prima vista sembra paradossale che proprio Di Maio, un giovane astuto e fortunato catapultato in un ruolo evidentemente spropositato per la sua preparazione e la sua esperienza politica e di governo, si metta a dar lezioni di serietà ad una persona di ben altro livello professionale ed intellettuale. In realtà Di Maio ci ha abituati alle sue sparate propagandistiche: l’accordo sull’Ilva era un imbroglio e non si doveva fare, la concessione ad Autostrade si doveva considerare annullata istantaneamente e così via sentenziando. Propaganda smentita dai fatti.

La spiegazione però è semplice. Di Maio ha scelto questo stile di comunicazione perché il governo ha abbondantemente superato i 100 giorni e, di fatto, non sta facendo nulla di sostanziale. Il decreto cosiddetto dignità tanto sbandierato (più problemi ai lavoratori e alle aziende invece di risolverli) e le sceneggiate sui migranti sono il magro bilancio di quattro mesi che sono già costati in perdita di fiducia alcuni miliardi di euro di aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico e svariate decine di disinvestimento sui titoli pubblici da parte degli investitori esteri.

Con la manovra di finanza pubblica arriva il momento cruciale però, perché gli italiani hanno votato e stanno sostenendo i partiti di governo sulla base di promesse consapevolmente irreali e dunque false.

I sostenitori del governo dicono che bisogna spendere per spingere la crescita, ma le spese che loro vogliono imporre sono tutte correnti, assistenzialistiche o regali ai redditi più alti. Reddito e pensioni di cittadinanza, riduzione dell’età di pensionamento, flat tax.

Le spese correnti non generano crescita. Al massimo possono aumentare la domanda interna cioè la spesa delle persone che non è detto si indirizzi su prodotti che fanno lavorare le aziende italiane. Ammesso e non concesso che l’espansione del mercato interno sia il problema principale che affligge l’Italia.

È vero che i poveri vanno aiutati e già lo si sta facendo con il reddito di inclusione introdotto dal precedente governo. È vero che chi cerca un lavoro va sostenuto con un’indennità di disoccupazione e pure questa è una misura che già esiste e casomai va potenziata. È vero che le imposte vanno ridotte a partire dai redditi medi e pure questo è stato già fatto con i famosi 80 euro che andrebbero trasformati in una riduzione di aliquote anche per i redditi più bassi.

L’assistenzialismo ha senso se è accompagnato da politiche che puntino alla crescita economica vera cioè a far sviluppare le imprese e a migliorare la produttività del lavoro e del sistema. Se, invece, come dicono leghisti e 5 stelle, si pensa che il Pil si possa rialzare grazie all’assistenzialismo allora si preparano giorni drammatici per il nostro Paese.

I nodi veri da affrontare stanno per esempio in una cifra: 150 miliardi. È la somma degli stanziamenti per opere pubbliche che si sono cumulati nelle precedenti manovre finanziarie e che non si riesce a spendere per la lentezza del sistema decisionale ed attuativo che è il vero peso morto che schiaccia l’Italia. Se il governo si occupasse di questo insieme con il pagamento del debito verso i fornitori dello Stato già avrebbe dato un bel contributo a spingere la crescita.

Se poi volesse fare di più potrebbe riprendere alcune scelte di politica industriale introdotte da Calenda che vanno nella direzione dell’innovazione tecnologica. Oppure pensare a come superare il nanismo delle imprese italiane (al 95% di piccole e piccolissime dimensioni) che le penalizza nella concorrenza internazionale e nel campo della ricerca e sviluppo.

Ma Di Maio e Salvini preferiscono vestire i panni dei rivoluzionari intransigenti che danno voce al popolo. Ne hanno bisogno perché hanno il loro motivo di essere in una campagna elettorale permanente e, dunque, devono parlare a slogan. Se tentassero di ragionare si scontrerebbero con la realtà che è molto più dura delle loro invettive. Per questo si scagliano contro Tria, che, da persona seria quale è, non ha bisogno di fare campagna elettorale.

Ne ”Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia fa pronunciare al boss Don Mariano Arena un breve discorso sull’umanità. Eccolo:

Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

La categoria degli ominicchi sembra tagliata su misura per i due “rivoluzionari” al governo, ma in particolare per Di Maio che non può nemmeno vantare l’esperienza politica di Salvini. Il guaio è che quando uomini così ricevono un consenso sproporzionato alle loro capacità il rischio che lo usino male è una certezza

Claudio Lombardi

Dove ci portano M5S e Lega?

Tempi difficili per l’Italia. Tra un ponte che crolla e un governo di apprendisti eccitati dal potere, tra una fuga degli investitori esteri e lo spread che aumenta c’è poco da stare allegri. Se un anno fa sembrava un vanto aver raggiunto una discreta stabilità e il segno + sul Pil oggi ci troviamo in una situazione completamente diversa in attesa che l’autunno ci porti le prove più difficili. Lega e M5S sembrano non rendersi conto dei pericoli che corriamo di scivolare indietro. Anzi, alcuni autorevoli esponenti come gli economisti della Lega Borghi e Bagnai sembrano dei generali che si fregano le mani pregustando la battaglia. Il piano B per l’uscita dall’euro si avvicina. In realtà lo hanno anche annunciato che forse saranno gli altri a buttarci fuori. O lo faranno i fatti. Basta imboccare una certa strada e il resto verrà da sé.

Ogni giorno porta il suo passettino verso il marasma tra un Salvini che si atteggia a duce del popolo italiano unica fonte di diritto superiore alle altre autorità dello Stato e alle leggi e un Di Maio che gioca con le nazionalizzazioni e con la sorte dell’Ilva. Proclamano senza pensare a cosa dicono, ebbri del consenso ricevuto da un elettorato in vena di sfoghi che ha scambiato il governo nazionale e gli intrecci europei per un gioco di ripicche, come se si trattasse di una bega familiare o di condominio. Non sarebbe la prima volta che il consenso premia i più ignoranti, spregiudicati, fanfaroni. Il popolo è un’entità astratta composta da milioni di teste ben poche delle quali sono in grado di rendersi conto delle implicazioni delle proprie scelte. È sempre così in democrazia: l’incompetente deve indicare quale competente sceglie. A volte si è fortunati, a volte no. I regimi più infami hanno sempre ricevuto il consenso popolare che è rimasto anche quando si è arrivati alla guerra e alla distruzione totale.

Speriamo di non arrivare a tanto e cerchiamo di mantenere lucidità di pensiero e la capacità di comprendere e distinguere. Stando con i piedi per terra perché la vita reale non è un videogioco.

Il crollo del Ponte Morandi ha scoperchiato una realtà che conosciamo bene. C’è l’incuria, c’è il peso delle burocrazie, c’è l’avidità, c’è lo sfruttamento dei beni pubblici, ma, soprattutto, c’è uno Stato che non riesce a svolgere la sua funzione. Non riusciva a gestire in maniera efficiente le aziende prima quando mezza Italia era sotto il controllo pubblico e non è riuscito a regolare i suoi rapporti con i gestori privati poi. Chi proclama con leggerezza “nazionalizziamo” non conosce la storia dell’intervento pubblico nell’economia e non vede la realtà di oggi. Atac e Ama sono due aziende romane di proprietà del comune di Roma che gestiscono da decenni due servizi essenziali per una città: trasporti e rifiuti. Ebbene entrambe sono state distrutte dalla mala gestione, dal clientelismo, dalla corruzione, dalle ruberie, dagli interessi di persone e gruppi (sindacati inclusi). Entrambe sono costate e costano cifre enormi ai cittadini e rendono un servizio pessimo. Perché? La causa principale è la totale dipendenza dalla politica cioè da chi rappresenta gli elettori. La stessa cosa accadeva con le partecipazioni statali dalla fine degli anni ’60 alla privatizzazione degli anni ’90. Questi sono fatti non opinioni. Eppure il M5S sembra arrivare dalla luna e candidamente ripropone ciò che ha fallito nel passato (e fallisce nel presente). Non avendo né capacità di governo né idee forti si aggrappa al controllo e al comando come unici strumenti della politica. Sono ingenui e sprovveduti, pensano che sia sufficiente mettere nei posti chiave persone da loro dirette per ottenere i risultati a cui aspirano. È l’altra faccia del complottismo: se la situazione esistente nasce da complotti per fregare gli onesti basta sconfiggerli e automaticamente le cose cambieranno in meglio. Il loro pensiero esclude la complessità e gli intrecci intorno ai quali si dipanano decisioni e governo di istituzioni ed apparati.

La stessa ingenuità, ma intrisa di cattiveria, muove Salvini. Va avanti a testate, a provocazioni, in un clima rissaiolo ed eccitato tra una diretta Facebook e un comizio. La sua impronta di governo non si vede. Dovrebbe gestire il ministero dell’interno e, come vice presidente del Consiglio, contribuire ad indirizzare la politica del governo. Lo fa? Ovviamente no. Se si depurano i suoi interventi dalle provocazioni e dalle sparate non resta nulla di rilevante. Un abisso lo separa dal suo predecessore Minniti senza il quale non ci sarebbe stata la riduzione dell’80% degli sbarchi e, soprattutto, non ci sarebbe stato l’impegno nella strategia europea in Africa che il governo italiano sembra aver abbandonato.

Intanto i ministri economici consapevoli dei rischi che corre l’Italia chiedono all’Europa di aiutarci a fare ciò che vogliono i padroni del governo. Candidamente ci si aspetta sostegno dalla Bce ben sapendo che l’acquisto dei titoli pubblici sta finendo. Ingenuamente si pretende di alzare l’asticella del deficit e del debito come se fosse un regalo della Commissione Europea. Chi pagherà più interessi saremo noi italiani non Bruxelles. E chi si troverà a fare i conti con un debito in crescita saremo sempre noi e i nostri figli.

Intanto, silenziosamente, c’è chi toglie i suoi soldi dall’Italia. Già un’asta di Bot è andata deserta a luglio e per uno Stato che si vive di prestiti (intorno ai 400 miliardi l’anno) è un segnale molto serio.

Dove ci stanno portando il M5S e la Lega forti di un consenso incontrastato tra gli italiani? All’orizzonte si vedono solo guai, rischi e problemi. Della stabilità e della fiducia riconquistata negli ultimi anni non vi è più traccia. Se una strategia c’è e se atti e parole hanno un senso è quella di rompere con l’euro e l’Europa. Prima o poi ci accorgeremo di non essere solo spettatori di un’esibizione di bulli apprendisti governanti, ma protagonisti delle conseguenze dei loro errori

Claudio Lombardi

La folle illusione di cancellare il debito

Proposte come quella di annullare 250 miliardi di titoli del debito pubblico italiano detenuti dalla Bce si alimentano della confusione profonda su quali siano i limiti alla capacità della banca centrale di alleviare le obbligazioni fiscali di uno stato.
Il ruolo della banca centrale

Seppur smentita, la proposta di annullare 250 miliardi di titoli del debito pubblico italiano detenuti dalla Banca centrale europea sul proprio bilancio ha destato scalpore e innervosito pericolosamente i mercati finanziari. Proposte così radicali, pur nella loro apparente semplicità, si alimentano della confusione profonda su ciò che una banca centrale veramente è, e su quali siano i limiti alla sua capacità di alleviare, o addirittura cancellare, le obbligazioni fiscali di uno Stato.

La Bce ha acquistato titoli di stato italiani come parte del programma di Quantitative easing iniziato nel 2013. Con questo programma, ad esempio, la Bce acquista 100 euro di titoli di stato dalle banche e accredita, in cambio, 100 euro di riserve, detenute dalle banche stesse presso la Bce. Molto semplicemente, la Bce acquisisce un’attività (i titoli) e contemporaneamente, creando riserve (cioè moneta), bilancia queste attività con maggiori passività. Le riserve detenute dalle banche presso la Bce, infatti, sono un’obbligazione che la banca centrale detiene nei confronti delle banche stesse. Il cosiddetto processo di creazione di moneta è sostanzialmente questo, cioè creazione di riserve. È molto importante ricordare che il QE non costituisce una modalità sistematica di finanziamento delle emissioni di debito, per due ragioni. Primo, la Bce acquista titoli sul mercato secondario, non svolge quindi il ruolo di prestatore di ultima istanza di uno stato all’atto di emissione iniziale di titoli del debito. Secondo, il programma di QE è, per costruzione, temporalmente limitato. Quindi non coincide di per sé con una espansione permanente della quantità di moneta (che sarebbe quasi per definizione inflazionistica).

Un default della banca centrale

La narrazione (illusoria) sul ruolo della moneta e della banca centrale recita così: poiché la banca centrale è potenzialmente in grado di creare moneta in modo illimitato, ciò non porrebbe alcun limite alla sua capacità di acquisto di titoli. In estrema ipotesi, tutto il debito pubblico di un paese potrebbe essere acquistato e detenuto dalla banca centrale. Se, quindi, la banca centrale semplicemente bruciasse quei titoli, ciò non avrebbe alcuna conseguenza, perché le perdite potrebbero sempre essere ripianate stampando più moneta.

Eppure, nonostante si alimenti del potere inebriante di creare moneta dal nulla, la narrazione è del tutto fallace. Se la banca centrale bruciasse i 100 euro di titoli detenuti a bilancio, ciò comporterebbe una perdita dal lato delle attività di 100 euro. La perdita dovrebbe essere ripianata con maggiori entrate per ricapitalizzare la banca centrale stessa, che non potrebbero che venire dal bilancio dello stato attraverso maggiori tasse. In prima istanza, dunque, un falò dei titoli vorrebbe dire maggiori tasse.

Eppure, i fautori più convinti del potere taumaturgico della moneta non sarebbero probabilmente ancora soddisfatti. Perché mai dovremmo ricorrere a maggiori tasse per ripianare le perdite della banca centrale? Le perdite di una banca centrale sono un concetto artificiale: una banca centrale non può mai fallire, proprio perché può creare moneta in modo illimitato. Perché non ripianare le perdite semplicemente stampando più moneta, invece che tartassare la gente con maggiori tasse (o minori spese)? La moneta si crea dal nulla, dopo tutto.

L’illusione si scontra però contro due macigni logici. La moneta (circolante e riserve bancarie) costituisce una passività della banca centrale. Ripianare una perdita di 100 euro dal lato delle attività (il falò dei titoli) stampando moneta sarebbe equivalente a ripianare un minore attivo di bilancio incrementando le passività (invece di diminuirle). Non proprio una condotta da buon contabile. Anzi, una follia. Ma supponiamo pure di ignorare questa fondamentale legge di bilancio. Supponiamo, per puro paradosso, che a fronte del falò di titoli di Stato, la banca centrale continuasse a stampare moneta. Esiste comunque un limite alla possibilità di stampare moneta e si chiama default della banca centrale. Il default di una banca centrale non corrisponde a sportelli che chiudono e persone che perdono il lavoro. Il default di una banca centrale è più sottile, ma non meno rilevante. E corrisponde al non onorare la promessa originale che ogni banca centrale sottoscrive nell’emettere un singolo euro di moneta: che se quell’euro compra una mela al momento dell’emissione, deve continuare quanto meno a comprare una mela anche domani e dopodomani. Quando il pubblico si rende conto che la promessa potrebbe non essere mantenuta, tende a liberarsi della moneta come una patata bollente. Quando le masse monetarie in gioco sono grandi (e nel caso della monetizzazione del debito italiano staremmo parlando di volumi giganteschi), possiamo chiamarla iperinflazione, o svalutazione della moneta, o altro: di fatto, vorrebbe dire default della banca centrale. Il compito di una banca centrale ben funzionante, infatti, è prima di tutto quello di contenere il livello e la variabilità dell’inflazione, proprio per onorare la propria promessa di debitore che emette moneta.

La possibilità di stampare moneta illimitata, non rende quindi la banca centrale immune da default. Quanto più la banca centrale cercasse di rincorrere la sirena dello stampare moneta per spegnere il falò del debito, tanto più scaverebbe la fossa del proprio default. Perché ogni euro stampato in più vorrebbe dire un maggiore prezzo delle mele. E quindi meno mele che quell’euro sarà in grado di acquistare domani e dopodomani. Spegnere il falò del debito con la moneta equivale a estinguere il fuoco con la benzina. Un esercizio vano. Anzi, pericoloso.

Tommaso Monacelli tratto da www.lavoce.info

Deficit a confronto: Italia e Spagna

Con graffiante ironia Mario Seminerio delinea un confronto tra Italia e Spagna. Ripercorriamo la sua analisi con ampi stralci dell’articolo pubblicato su http://phastidio.net.

“La Spagna ha chiuso il 2016 con una crescita reale del 3,2%, pari a quella del 2015, il biennio che ha segnato la maggiore crescita economica del paese dal 2007. Nel 2016, anche qui per il secondo anno consecutivo, il rapporto tra debito pubblico e Pil del paese iberico è diminuito. Una cosa che al governo italiano, con tutte le sue chiacchiere, distintivo, narrazione e vittimismo, pare proprio non riuscire.

debito pubblicoNei numeri, il debito pubblico spagnolo nel 2016 è aumentato in valore assoluto del 3% ma il Pil nominale ha fatto meglio, crescendo del 3,9%. Il rapporto debito-Pil, quindi, è passato dal 99,8% al 98,9%. Nel 2014 era al 100,4%. La buona notizia per gli spagnoli è quindi che, se l’attuale passo di crescita ed il livello di tassi d’interesse dovessero restare su questi livelli, il rapporto d’indebitamento pubblico del paese è destinato a proseguire la propria discesa. E poiché questo rapporto è l’unica cosa che conta, per valutare la sostenibilità del debito, ecco che improvvisamente anche un rapporto deficit-Pil che non torni sotto la fatidica soglia di Maastricht del 3% non è poi così drammatico. Che accade, invece, in Italia? Accade che, pur con un deficit-Pil sotto il 3%, e malgrado una posizione fiscale espansiva, testimoniata dall’aumento del deficit-Pil corretto per la fase del ciclo economico, il nostro avanzo primario non riesce a compensare il fatto che la crescita nominale è inferiore al costo del debito. (…..)

Quanti tra voi, facendo mostra di non aver colto il punto, insistessero con la tesi “si ma la Spagna cresce perché fa deficit, maestraaa!”, considerino che la Spagna sta in realtà compiendo un piccolo miracolo: quello di avere i consumi che contribuiscono in modo vitale alla crescita complessiva pur in presenza di un processo di deleveraging privato, cioè di riduzione del debito privato, sia in rapporto al Pil che (udite, udite) in valore assoluto. (..…)

sviluppo economicoTra le altre cose, la competitività spagnola ha contribuito a surplus delle partite correnti piuttosto stabili negli ultimi cinque anni, intorno a 1,5% del Pil, mentre la ripresa dell’occupazione è avvenuta in un contesto di costi reali del lavoro in flessione ininterrotta da anni, senza bisogno di sussidi farlocchi di decontribuzione temporanea, destinati a finirci in faccia l’anno prossimo, come un elastico incattivito. Altra eclatante differenza rispetto a noi: la Spagna sta vivendo una forte ripresa degli investimenti. Nel 2015, l’incidenza su Pil degli investimenti fissi lordi spagnoli era al 19,7%, quella italiana di solo il 16,6%. Siete sempre convinti che tutto si riconduca al solito mantra fallito “ah beh, se potessi avere altri due punti percentuali di flessibilità, sai quante mance e che boom economico?”

crescita pilNon è che la Spagna sia un paese modello e felice, sia chiaro. Non è in corso alcun miracolo economico ma resta il dato di fondo: il loro deficit è “servito” in qualche modo a puntellare una ripresa robusta, ed a contribuire alla flessione del rapporto debito-Pil. Politicamente, quest’ultimo è un enorme risultato, che consente a Madrid di guardare al futuro con più serenità, anche nel rapporto con i mercati, oltre che di trascinare i piedi con maggiore efficacia rispetto alle richieste “austere” di Bruxelles. (….) Forse servirebbe guardare al mercato del lavoro, forse alla ripulitura del sistema bancario spagnolo, forse anche ad altri aspetti del sistema paese. Quello che è certo è che la “via italiana” alla ripresa, qualunque essa sia, al netto della pestilenziale retorica che fa di noi il caso umano d’Europa, è fallita miseramente. (….)

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