Quanto pesa la corruzione sul debito pubblico

vie della corruzioneUn articolo pubblicato su www.lavoce.info tratta del cruciale problema del rapporto tra corruzione e crescita del Pil. L’autore – Alfredo Del Monte – osserva che il dibattito sui fattori che hanno determinato il debito pubblico italiano non si è adeguatamente soffermato sul ruolo della corruzione. Eppure, la corruzione influisce direttamente sulle principali variabili che determinano il livello del debito: fa crescere la spesa pubblica perché aumenta il costo di beni e servizi e deprime la crescita del Pil con l’effetto di ridurre il gettito fiscale.

La corruzione pesa sulle attività produttive quasi fosse un’imposta e premia i più capaci nel costruire reti di relazioni improntate allo scambio di favori a pagamento nelle amministrazioni pubbliche. Tra l’altro favorisce gli investimenti in grandi progetti da cui è più facile estrarre tangenti piuttosto che in piccoli progetti. Porta inoltre ad una maggiore complessità delle procedure di spesa e amministrative.

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta una serie di scandali culminati in Tangentopoli accrebbero di molto l’attenzione dell’opinione pubblica e la richiesta di affrontare il problema della corruzione. Richiesta disattesa dai governi fino al punto che nel periodo successivo all’entrata nell’euro, in particolare dopo la seconda metà del 2000, il Parlamento approvò una serie di leggi (riduzione della prescrizione per i reati di corruzione, depenalizzazione del falso in bilancio) che di fatto hanno ridotto la probabilità di condanna per corruzione e aiutato a mantenerne i proventi incentivando, di fatto, il reato. Secondo l’autore anche la legge Severino, approvata dal Governo Monti, ha fornito ulteriori incentivi ai comportamenti illegali (reato di induzione).

intreccio debito pubblico corruzioneNell’articolo si dimostra come vi sia una stretta correlazione fra debito pubblico/Pil e indicatori di corruzione. In particolare l’aumento dell’indebitamento primario negli anni Settanta trova una spiegazione in entrate insufficienti a far fronte all’aumento della spesa. Per tutto quel decennio, la pressione fiscale in Italia fu decisamente inferiore a quella di Germania, Francia, Inghilterra. Se non vi fossero state la corruzione e l’evasione fiscale, si sarebbero potute avere entrate più elevate e una minore crescita del debito pubblico. Negli anni Ottanta l’aumento dei tassi reali caricò la spesa per interessi e portò ad una vera esplosione del debito che sfociò nella crisi del ’91-’92 .

Il miglioramento della situazione di finanza pubblica che precedette e seguì l’ingresso nell’euro non toccò la corruzione e l’evasione fiscale che non si interruppero, ma ingigantirono influendo sull’avvitamento del debito pubblico seguito alla crisi iniziata nel 2008 giungendo ai livelli elevati che nessun rigore è riuscito a diminuire.

Una stima quantitativa degli effetti della corruzione sul debito pubblico è complessa perché il fenomeno influisce sia sulle entrate che sulle spese. Inoltre occorre tenere conto che il debito è una variabile che viene influenzata dalle situazioni passate. Ad esempio, un effetto anche molto lieve della corruzione sulla crescita del Pil in ciascun anno, a causa del meccanismo minori entrate-maggior debito-maggiori interessi, può avere riflessi molto rilevanti sull’ammontare complessivo del debito.

corruzione sviluppo PilLe osservazioni dimostrano come l’effetto di riduzione del Pil dovuto alla corruzione assuma dimensioni ben maggiori in termini di rapporto debito/Pil. Ciò porta ad affermare che il problema del debito pubblico italiano non sta tanto nell’eccessiva spesa per consumi pubblici (il cui livello e la cui efficacia sono in ogni caso influenzati dalla corruzione), quanto nel fatto che l’elevata corruzione ha avuto effetti negativi sulla crescita del Pil.

La conclusione cui giunge l’articolo è che il non avere affrontato il problema della corruzione ha notevolmente peggiorato la situazione della finanza pubblica italiana, obbligandoci a seguire quelle politiche di austerità con le quali si è tentato di contrastare, non riuscendoci, la degenerazione della situazione. Che ci sia bisogno di una seria politica contro la corruzione è, dunque, anche un’esigenza di finanza pubblica anche se non in grado di ribaltare, nell’immediato, i valori effettivi del debito pubblico e del rapporto debito/Pil.

Non bisogna trascurare, infine, che uno degli effetti più importanti di una politica contro la corruzione riguarda le aspettative degli operatori italiani e stranieri. Purtroppo, su questo piano gli ultimi Governi hanno fatto poco e anche il Governo Renzi sembra privo di una visione organica.

Insomma alla battaglia contro la corruzione non si riserva mai un posto di prima fila nelle azioni dei governi e gli interventi necessari, per quanto studiati e definiti innumerevoli volte, sembrano sempre i più difficili da mettere in pratica. Sarà un caso?

Il governo da solo non basta

Renzi preoccupatoAnche la baldanza di Renzi deve frenare di fronte alla durezza e alla complessità della situazione e le battute non bastano a nascondere le difficoltà. Il fatto è che l’Italia arretra e non ci sono più i soldi per tappare i buchi di uno sviluppo sbagliato. Prima c’erano però e ci sono stati per tanti anni non solo al tempo della lira quando potevamo “allegramente” raddoppiare il debito in dieci anni, ma anche dopo. Grazie all’euro abbiamo avuto un bel periodo di tregua proprio sul fronte dei tassi di interesse. Però non ne abbiamo approfittato.

C’è chi dice che il debito pubblico è cresciuto per colpa degli speculatori che hanno incassato montagne di denaro con gli interessi. Sì vabbè…  Come se fosse semplice imporre a chi ti presta il denaro per pagare gli stipendi e le pensioni il tasso di interesse che vuoi tu. (A parte il fatto che i Bot sono stati il principale investimento per i risparmi delle famiglie..)

Il fatto è che l’Italia vive a debito e i soldi presi in prestito sono stati spesi male. Ciò che conta, oggi più di ieri, però, è la competitività del sistema – paese. No, non si tratta dell’articolo 18 o del costo del lavoro. Si tratta di un insieme di condizioni che rendono preferibile investire e vivere in un luogo piuttosto che in un altro. E l’Italia se la passa proprio male se è vero che il saldo tra “cervelli in fuga” e “cervelli che arrivano” è negativo perché qui poca gente ben preparata e qualificata ci vuole venire.

crisi sistema ItaliaD’altra parte pensare che criminalità, arretratezza delle infrastrutture di comunicazione e di trasporto e dei servizi, degrado del territorio siano poco influenti sullo sviluppo dell’economia è un po’ assurdo. Allora va bene dire che bisogna difendere il lavoratore e non il posto di lavoro, ma non per lasciare le persone in mezzo ad una strada. Oggi concentrare tutta l’attenzione sui contratti di lavoro alimenta l’illusione che basti imitare la Germania di Schroeder (con le sue riforme del lavoro) per imboccare la via giusta. Ma quella era la Germania di un welfare fenomenale e persino troppo generoso! Era la Germania dell’efficienza dei servizi e delle infrastrutture! E noi vogliamo imitarla solo per i minijob (che in Germania vengono pure integrati dallo Stato)?

No, non ci siamo. Competitività del sistema significa che una start up, per esempio in provincia di Catanzaro, ha la banda larga subito disponibile, apre in poche settimane perché non c’è burocrazia, vive in un territorio organizzato e sicuro e dispone di una vasta scelta tra giovani diplomati e laureati. Significa che le imprese corrono ad aprire le proprie sedi qui certamente perché il clima è buono, il cibo pure, ma anche perché i servizi sono eccellenti e nessuno chiede tangenti e “pizzi”. Significa anche che ogni controversia è risolta in poco tempo da un sistema giudiziario ( o di conciliazione) efficiente e semplice.

riforme in ItaliaCe l’abbiamo queste condizioni? No. Eppure siamo bravi lo stesso perché ci sono tante imprese che esportano e ci sono zone nelle quali l’economia funziona bene (nonostante i fallimenti) e si vive bene. Figuriamoci come potremmo stare senza la palla al piede di un sistema di governance (che non è governo, ma è politica, economia e società insieme) che non funziona!

Il problema dell’Italia – è stato detto tante volte – è un problema di classi dirigenti e di alleanze tra queste e i gruppi sociali che godono di rendite di posizione quasi sempre a spese del denaro pubblico e sempre dell’efficienza del sistema paese.

È chiaro che adesso abbiamo un nodo scorsoio intorno al collo perché se non possiamo sforare il 3% di deficit e se dobbiamo soggiacere al fiscal compact rischiamo di farci molto male. Perché comunque la spesa pubblica è così grande che bloccarla significa bloccare un po’ tutto. Bisogna andare per gradi e la cosa più sensata è sforare e non rispettare il fiscal compact, ma dimostrare di saper cambiare qualcosa. Farlo, però e non solo dirlo.

Di qui le aspettative sull’azione del governo, finora un po’ sopravvalutato, perché di cose Renzi ne ha dette molte e tante ne ha avviato. Ora deve puntare a farne alcune giuste subito riconoscibili che dicano in che direzione si va. Perché se si va a vedere nel dettaglio fra i tanti provvedimenti adottati, si può ricavare l’impressione che la sostanza non sia cambiata e che i ricatti o i favori, il peso degli interessi di sempre nonché quello delle burocrazie ministeriali siano sempre gli stessi, come i finanziamenti alla Salerno-Reggio Calabria.

Insomma la strada è per forza in salita e non ci si deve aspettare rabbiose accelerazioni. Già sarebbe molto un andamento regolare che trasmettesse fiducia. Ma per questo il governo da solo non basta e se Renzi avesse alle spalle anche uno o più partiti, associazioni, comitati insomma cittadinanza attiva e organizzata a spingere e a sorvegliare sarebbe meglio

Claudio Lombardi

Debito e sistema Italia: meglio dire la verità

crisi sistema ItaliaUn botta e risposta tra un pensionato e Michele Serra tratto dalla sua rubrica sul Venerdì di Repubblica

<<Ho 77 anni, sono pensionato dopo 55 anni di lavoro ben sodo come collaboratore esterno, traduttore e revisore dei testi, per le più note case editrici di Milano……

La lettrice parla di “debito creato da loro (notabili, boiardi…)”. Non è proprio così. “Loro” ne erano, certo, gli ideatori e i registi. Ma non gli unici beneficiari. Dell’esplosione del debito pubblico anch’io, ad esempio, ho beneficiato e, dunque, di quelli sono stato involontario complice……

“Loro”, alcune migliaia di imprenditori (?) furbi quanto basta e con la complicità di politici la cui principale preoccupazione era quella di comprarsi vagonate di preferenze elettorali, attingevano a piene mani (centinaia di miliardi di lire) dal pozzo di San Patrizio delle casse dello Stato. “Noi”, parecchi milioni, li intascavamo (non tutti si intende: prima c’erano le loro capaci tasche da riempire…)….. Corresponsabili, quindi, di quello scempio? Oggettivamente sì, anche se lavoravamo per guadagnarci la pagnotta…. Questo nel privato.

Nel pubblico, le cose andavano ancora peggio (i forestali del Pollino, i ponti lasciati a metà, gli ospedali mai utilizzati, le tante Salerno-Reggio Calabria). A mettere insieme il macigno che oggi grava sulle spalle dei nostri figli e nipoti abbiamo contribuito in tantissimi.

Solo una piccola minoranza l’ha fatto con colpevole consapevolezza. Io e milioni di altri italiani siamo stati la manovalanza, spesso mal retribuita. Giusto quanto bastava per sbarcare il lunario (ma anche, nella maggior parte dei casi, per comprarsi la macchina, rinnovare l’armadio, concedersi vacanze non proprio proletarie).>>

La risposta di Michele Serra  

nascita debito pubblico<<Abbiamo vissuto, come comunità nazionale nel suo insieme, al di sopra delle nostre possibilità? E lo abbiamo fatto grazie a un patto scellerato tra una politica corruttrice e un popolo immaturo e profittatore, che si è lasciato corrompere piuttosto volentieri, fino a ritrovarsi entrambi (lo Stato e i cittadini) con le casse vuote e il futuro (dei figli) compromesso?

Già sento le obiezioni indignate contro questa tesi: c’è chi ha sgobbato duro ed è rimasto con un pugno di mosche e c’è chi ha vissuto a scrocco; chi ha sfruttato e chi è stato sfruttato; chi ha rispettato le regole e pagato le tasse, chi ha derubato la collettività frodando il fisco. Non abbiamo dato tutti allo stesso  modo e non abbiamo preso tutti allo stesso modo. ……

Sì, fatte le debite e rilevanti differenze, noi italiani abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e ne stiamo pagando le conseguenze. Il balzo economico febbrile e ingegnoso che ci ha permesso, specie nel Nord del Paese, di uscire dalla guerra e dalla miseria, si è giovato anche di un lassismo fiscale che fino agli anni Ottanta permetteva di considerare le tasse quasi un obolo facoltativo; parallelamente un mostruoso assistenzialismo moltiplicava assunzioni e clientele, non solamente al Sud, distruggendo l’idea stessa del merito, del “lavoro ben fatto”, ossificando l’idea che si abbia diritto a molto a fronte di ben pochi doveri.

tasche vuote ItaliaSparute minoranze liberal-calviniste (penso a Ugo La Malfa, ma anche al Berlinguer dell’austerità) hanno provato ad alzare la voce contro l’andazzo; ma va riconosciuto che quell’andazzo ha avuto il merito di spalmare il benessere su aree molto vaste del Paese. Era una tendenza irresistibile. Faceva comodo a troppi: ai boiardi e ai sudditi, alla “casta” e ai suoi milioni di beneficiati.

Ora, di quel sistema, stiamo consumando fino all’osso il grasso accumulato. I risparmi. Le residue protezioni offerte da un welfare sempre più sfilacciato. … Nessuno ha il coraggio di dire apertamente che un’era è chiusa, che la coperta è troppo corta, che parlare ossessivamente di crescita è solo un modo per illudere oggi e alimentare nuova frustrazione e nuova rabbia domani. Cambiare testa, cambiare abitudini, ovviamente a partire da chi ha maggiori responsabilità e maggiore reddito: ce la faremo mai? Disperare è vietato. Ma sperare è diventato veramente arduo>>

Complotti e fesserie. Nessuno salverà l’Italia se non noi stessi

cambiare l'ItaliaL’economia italiana arranca e il dato sulla crescita che non c’è fa crollare la borsa. La crescita che non c’è significa meno ricchezza prodotta, meno incassi per aziende e fisco, meno soldi da distribuire, meno posti di lavoro. E perché non c’è la crescita? Lasciamo perdere le chiacchiere e guardiamo ai fatti. Quando un calo di produttività dura da anni (prima, durante e dopo la crisi), quando paesi simili o più “poveri” di noi come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda colgono al volo la ripresa e migliorano la loro situazione mentre noi no bisogna parlarsi chiaro.

Non prendiamoci in giro, i problemi dell’Italia sono di sistema non contingenti. Non cerchiamo di scaricare tutta la responsabilità sulla finanza o sull’Europa o sull’euro perché nella misura in cui queste responsabilità ci sono ebbene quella è la misura della debolezza strutturale del “sistema Italia” in tutte le sue componenti.

La prova? Semplice. Abbiamo avuto anni e anni di libertà di cambio, anni e anni di crescita a gogò del debito, anni e anni di bassi tassi di interesse (grazie all’euro). Ma il “sistema Italia” non è cambiato. Le risorse sono state dissipate a fiumi, montagne di denaro pubblico hanno arricchito pseudo o veri imprenditori finanziati solo grazie alle protezioni e alle connivenze che avevano (e molti soldi sono finiti nei paradisi fiscali), i sindacati hanno ottenuto il mantenimento in vita con denaro pubblico di aziende fallite o casse integrazioni decennali, la spesa pubblica ha alimentato pezzi di società retta dal clientelismo e dalla corruzione, le istituzioni sono state occupate da generazioni di politici propensi ad essere corrotti ed impegnati ad arricchirsi, gli apparati pubblici e le aziende pubbliche messe a servizio di gruppi di potere e affaristici. L’elenco potrebbe continuare, ma la sostanza è chiara: l’Italia si è scavata la fossa da sé ed è diventata da molto tempo facile preda anche per le scorribande di centri di potere internazionale.

nave Italia affondaIn queste condizioni disporre di più denaro aumentando il debito pubblico o fantasticare di uscire dall’euro somiglia alla follia di una nave senza pilota che sta andando contro gli scogli senza nessuno che sia disposto ad ammettere la loro presenza.

Che nella campagna elettorale per le elezioni europee si sia perso tempo a discutere su presunti complotti per far cadere Berlusconi somiglia proprio alla negazione che la “nave Italia” stia andando dritta a sbattere sugli scogli. Il dato di ieri sulla diminuzione del Pil è il primo impatto con la roccia della realtà rispetto al frastuono di chiacchiere inutili.

Chi si dedica al complotto alla ricerca di un colpevole della crisi italiana non vuole vedere la realtà di un paese con un’economia in declino perché non riesce ad essere competitiva e schiacciato da un debito pubblico enorme.

Ciò che è accaduto tra il 2010 e il 2011 lo abbiamo visto tutti. Berlusconi aveva consumato ormai tutta la fiducia internazionale ed interna per la sua inaffidabilità ed era diventato un pericolo per noi italiani innanzitutto e poi anche per l’Europa.

Tutti sapevano che l’Italia era troppo grande per fallire. Se fosse fallita ci sarebbe stata una reazione a catena che avrebbe travolto l’Europa intera e, in parte, anche gli Stati Uniti. Di qui le legittime preoccupazioni sui folli che guidavano il nostro Paese.

uscire dall'euroInutile far finta di essere Alice nel paese delle meraviglie e scoprire con stupore che siamo in un mondo in cui nessuno può stare in piedi da solo (a meno che non sia insignificante). Anche se il debito italiano era ed è in gran parte un debito nei confronti dei risparmiatori italiani, le sue dimensioni sono così grandi che sarebbero bastate ad innescare una crisi continentale.

Nel 2011 i nodi erano venuti tutti al pettine e il governo Berlusconi era del tutto incapace di controllare la situazione. Come un pugile suonato continuava a prendere colpi e a mostrarsi sorridente tra le scemenze dette da Berlusconi e le firme su impegni capestro (pareggio di bilancio in Costituzione e assicurato già per il 2013) chiesti da partner europei completamente sfiduciati nei confronti del nostro Paese. Ciò che gli italiani si ostinavano a non voler vedere, loro, invece, lo vedevano benissimo e pretendevano impegni stringenti come si fa con un debitore inaffidabile, falso e bugiardo.

salvezza ItaliaPer fortuna Berlusconi si dimise da solo e si fece sostenitore della nomina di Monti accettando di essere una forza essenziale della nuova maggioranza di governo che senza il Pdl non poteva esistere. Ora possiamo dire che se ci fossero state forze di opposizione con le idee chiare sarebbe stato meglio andare subito a nuove elezioni che il PD avrebbe vinto e imprimere subito una svolta radicale al governo del Paese. Purtroppo né il PD né altre forze politiche erano in grado di sostenere questo sforzo e gli sviluppi successivi inclusi la rielezione di Napolitano e gli innumerevoli scandali bipartisan hanno mostrato il perché.

Resta nella storia che l’Italia fu salvata dai sacrifici degli italiani e dall’intervento della BCE. Gli pseudo rivoluzionari che fanno tutto facile (cancelliamo il debito, torniamo alla lira) perché tanto non sono loro a pagare i danni che potrebbero provocare fanno finta che le cose funzionino come in un video gioco dove basta pigiare il pulsante “reset” per tornare sani e salvi al punto di partenza.

Non funziona così ed è meglio sforzarsi per vedere la realtà nella sua spietata semplicità. Nessuno salverà l’Italia se non noi stessi

Claudio Lombardi

Contro le cricche siano benedetti euro e rigore

Da come si sono messe le cose in Italia bisogna arrivare ad una conclusione “drammatica”: meno male che c’è l’euro e una Germania che impone il rigore! Perché?

Perché gli scandali che riempiono da molti anni le cronache politiche ruotano tutti intorno all’accaparramento delle risorse pubbliche e allo strangolamento della concorrenza tra privati in nome del prepotere di gruppi affaristico-politici-burocratici-delinquenziali.

Scopo di questi gruppi è controllare i soldi pubblici e i mercati per prendersi una fetta sempre più grande di profitti. Essenziale per loro è non avere limiti e autorità che li mettano sotto controllo.

Il debito pubblico per loro è ossigeno e sono nemici del rigore perché costringe molti a fare sacrifici e impedisce di nascondere le ruberie in deficit senza freni. La crisi e i sacrifici scatenano la ricerca dei responsabili e rendono molto più difficile il loro predominio.

I delinquenti non riescono a controllare la situazione se devono sostenere politici che predicano il rigore, impongono tagli, ma devono continuare ad assicurare potere e soldi alle cricche. Bisogna capirli, non ce la fanno e così sono costretti a lottare per liberarsi di qualunque vincolo di autorità sovranazionali e di moneta unica. I nodi vengono al pettine e qualcuno viene preso con le mani nel sacco che si è fatto sempre più piccolo e conteso.

Bisogna anche capire che, fino a che comandano loro, come si può pensare che in Europa i paesi meno corrotti accettino di mettere in comune i debiti con quelli dominati dalla corruzione? E così il pungolo della scarsità delle risorse scopre il fango sotto l’acqua e l’opinione pubblica si inferocisce rendendo difficilissimo il compito dei politici di copertura.

Per questo siano benedetti l’euro e persino il rigore ottuso dei tedeschi. Almeno fino a che una parte della classe dirigente italiana sarà dominata da cricche politico-mafiose. Almeno fino a quando gli italiani non ci sbatteranno il muso e apriranno gli occhi. Quando riusciremo a liberarcene anche il rigore finirà come per incanto….

I tempi delle vacche grasse

Scontro fra Tremonti e un giornalista tedesco a Otto e mezzo. Tremonti si è arrabbiato perchè il giornalista ha mostrato i dati della Banca d’Italia secondo i quali l’euro ha portato una netta riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico che è durata anni e anni.

I famosi mercati finanziari allora non punivano l’Italia che godeva di credito e di tassi bassi senza problemi in un quadro generale di crescita economica. Purtroppo proprio in quegli anni la spesa corrente aumentò in maniera tale da creare nuovo debito pubblico che passò dal 108% del Pil al 119% (dal 2001 al 2010) cioè da 1.358 a 1.843 miliardi di euro. In pratica centinaia di miliardi di euro sono scomparsi senza lasciare traccia se non negli interessi particolari che sono andati a compensare. Oggi sappiamo che il debito ha superato il 135% con un Pil declinante. Ma questo non è frutto del rigore dell’Europa o dei perfidi speculatori, bensì del fatto che quegli anni senza problemi finanziari non furono utilizzati dalle classi dirigenti italiane per investire e per risolvere i problemi strutturali del Paese.

Infatti come furono utilizzati quei margini possiamo vederlo, in parte, dalle cronache giudiziarie e, in parte, dalle sacche di spreco, di parassitismo, di privilegi, di inefficienza che piano piano andiamo scoprendo e che ci mostrano una società italiana frantumata nel culto degli interessi particolari incapace di riconoscere e di ritrovarsi intorno agli interessi generali.

Risorse immense sono state distrutte e oggi ci ritroviamo più poveri e con gli stessi problemi. Tutto è avvenuto con la guida della politica che ha ampiamente approfittato del denaro pubblico godendo per di più di un potere capace di penetrare in ogni settore della società. Ma tutto è avvenuto anche con la partecipazione della classe dirigente in senso ampio dai vertici delle burocrazie pubbliche, agli industriali, agli intellettuali, a tutti i rappresentanti degli interessi organizzati. Tutti uniti intorno alla spartizione delle risorse pubbliche e alla colonizzazione degli apparati e delle aziende pubbliche. Cerchiamo di ricordarcene per non ripetere gli stessi errori

L’Europa e noi: rendiamoci conto che…

Non è vero che l’Europa è stata sempre troppo severa nei confronti dei conti italiani, altrimenti non saremmo arrivati a 2100 miliardi di debito. Lo è dal 2011, quando abbiamo sforato la soglia di non ritorno del 130% del Pil, con il rischio della bancarotta alle porte.

L’Europa non ha fiducia nei nostri politici – come noi italiani del resto – e ne ha fondati motivi. Nessuno crede che un governo userebbe i soldi pubblici per rilanciare l’economia con un New Deal o per investire sull’ammodernamento del Paese, istruzione, ricerca, grandi opere… Semplicemente perché nessun governo l’ha mai fatto negli ultimi trent’anni.

Il colossale debito pubblico italiano è servito a finanziare la ricerca di consenso da parte di un sistema di partiti ormai impopolare. Il debito nasce, cresce e si moltiplica (per sette) negli anni Ottanta, quando la Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti e il PSI di Bettino Craxi fanno esplodere la spesa pubblica per crearsi forti clientele elettorali, alimentare un sistema sempre più corrotto e garantire i privilegi di corporazioni e categorie, compresi milioni di evasori fiscali. Silvio Berlusconi ripete la stessa politica, e così pure alcuni governi di centrosinistra (D’Alema, Amato), con l’eccezione dei due governi Prodi, gli unici a ridurre il debito.

Il tutto avviene con la complicità di milioni di cittadini, indifferenti al fatto che saranno i figli a dover pagare il prezzo di tanta scelleratezza…. Con simili precedenti, perché l’Europa dovrebbe credere a Matteo Renzi e non pensare che lo sforamento dei parametri serva semplicemente a foraggiare un’altra campagna elettorale?

Tratto da un articolo di Curzio Maltese del 28 febbraio 2014

Parametri assurdi e realtà italiana

ipocrisia italianiIl 3% di deficit è assurdo; il 60% di debito sul PIL è assurdo; il fiscal compact è assurdo con la sua pretesa di bilanciare entrate e spese e di diminuire il debito. Tutto assurdo perché vuole costringere realtà molto diverse in parametri finanziari rigidi e predeterminati.

Però.

Però il Trattato di Maastricht è del 1992, la moneta unica c’è dal 2002. La fase preparatoria della moneta unica è durata una ventina d’anni durante i quali c’è stato tutto il tempo di studiare l’impatto dell’euro sulle economie e sulla finanza pubblica. Però fino allo scoppio della crisi nel 2008 i mercati finanziari ci hanno lasciato in pace regalandoci tassi di interesse sul debito pubblico molto bassi. In quegli anni l’euro ha portato in Europa una stabilità che prima non c’era. Ma qualcosa non ha funzionato. È scoppiata la crisi degli speculatori della finanza che ha “costretto” i governi a mobilitare risorse enormi per salvare le banche. E sotto stress i nodi vengono al pettine….

Però la corruzione, il clientelismo, gli sprechi, le bande di ladri che si sono annidati nella politica, nelle istituzioni e negli apparati pubblici non ce li ha portati la speculazione internazionale.

spesa pubblicaPerò risorse enormi sono state (e sono) dilapidate grazie a un sistema di potere che ha dato vita a un blocco sociale fortissimo basato sul parassitismo ai danni della spesa pubblica. E blocco sociale significa che c’è un po’ di tutto, dalla pensione di invalidità regalata ai finti ciechi, all’affarista che si prende milioni di euro, all’industriale che si prende contributi a pioggia e chi si è visto si è visto tanto c’è l’onorevole, il ministro e Sua Eccellenza a copertura (e a libro paga).

Però la Sicilia ha avuto prima di tutti il federalismo e i soldi e tanto potere e un fiume di contributi pubblici, statali ed europei, non hanno prodotto nessuno sviluppo e l’acqua ancora non arriva ad Agrigento. Insieme alla Sicilia tante altre zone dell’Italia hanno ricevuto aiuti, finanziamenti, incentivi e non ci ritroviamo più nemmeno l’asfalto delle strade. Per tutti i terremoti e le calamità naturali sono stati stanziati migliaia, decine di migliaia di miliardi, ma i territori colpiti non sono diventati quei paradisi che tutti quei soldi facevano immaginare. E i soldi non nascono sugli alberi e, prima o poi, finiscono.

bei tempi liraPerò negli anni ’70 si andava in pensione anche a 15 anni, sei mesi e un giorno di anzianità. Però in Alitalia i privilegi dei lavoratori erano inimmaginabili per i comuni mortali. Però le cure termali le facevano (quasi) tutti gli statali ed erano 2 settimane di ferie in più e a qualcuno lo Stato gli pagava pure l’albergo. Però i ticket sanitari sono sempre stati evasi da una maggioranza di assistiti. Però gli industriali hanno succhiato soldi pubblici facendo pagare allo Stato le crisi e i fallimenti, ma nessuno di loro ha mai pagato veramente di persona. Anzi, i guadagni li hanno portati all’estero anche quando le loro aziende avrebbero avuto bisogno di investimenti. Però le case popolari se le vendevano gli occupanti e gli impiegati degli enti di gestione e con 5-10 milioni la casa te la prendevi. Qualcuno, non tutti. Gli altri stavano in graduatoria per 10 anni.

Però le “Infrastrutture Lombarde” hanno regalato milioni di euro in consulenze ad avvocati e professionisti vari alcuni dei quali sono adesso sotto processo. E quante altre Infrastrutture Lombarde ci sono state e ci sono in Italia?

Però le “famose” siringhe costavano 10 da una parte e 80 dall’altra. E per quanti anni le abbiamo pagate?

Però i miracoli non esistono e se avessimo oggi la lira saremmo degli straccioni alla bancarotta perché quando c’era la LIRA ai bei tempi non c’erano India e Cina e Taiwan e in Vietnam si faceva la guerra non tutti i prodotti che si fanno oggi. Che sono più di quelli che facevamo ai bei tempi quando c’era la lira e potevamo giocare con l’inflazione e la svalutazione.

Però ogni anno dobbiamo chiedere in prestito oltre 400 miliardi di euro e perché ce li dovrebbero dare?

Superare il berlusconismo non solo Berlusconi (di Claudio Lombardi)

fine BerlusconiIl tema del giorno è la fine del ventennio berlusconiano. In realtà con la decadenza dalla carica di senatore per Berlusconi finisce solo la copertura dell’immunità parlamentare. Il suo ciclo politico era già finito con le dimissioni dalla carica di Presidente del Consiglio nel novembre 2011. Ed era finito non tanto e non solo per le dimissioni, ma per la profonda crisi finanziaria ed economica in cui è stata precipitata l’Italia. La crisi ha segnato la fine della pretesa berlusconiana di rappresentare una rivoluzione liberale che segnasse una rinascita del miracolo italiano.

illusioni berlusconismoLa storia del berlusconismo è una storia di illusioni, tecniche del marketing applicate alla politica che, però, sono riuscite ad intercettare bisogni diffusi e tendenze di lungo periodo che nessun altro riuscì a comprendere in quegli anni. All’inizio fu Forza Italia con l’illusione di liberare l’Italia da uno statalismo soffocante e da una partitocrazia degenerata. La situazione del Paese nel 1994 si prestava al lancio di una forza politica nuova che puntasse a far emergere le migliori capacità individuali e che dichiarasse di voler fare piazza pulita dello strapotere di una vecchia classe politica. Gli italiani credettero a quelle promesse anche se le uniche liberalizzazioni furono poi fatte dai governi di centro sinistra che vinse due volte le elezioni (1996 e 2006), ma sempre con numeri insufficienti e con un vizio congenito: quello della frammentazione.

contratto con gli italianiBen quattro governi di centro sinistra segnati da lotte intestine e colpi di mano portarono alla fine dell’Ulivo prima e della maggioranza uscita dalle elezioni del 2006. Di contro le due principali vittorie elettorali di Berlusconi (nel 2001e nel 2008) furono nette. Specie nel 2001 iniziarono anni di un potere quasi assoluto grazie alla presenza di un’opposizione divisa e confusa. La firma del contratto con gli italiani con il quale si prometteva diminuzione della pressione fiscale, aumento di un milione dei posti di lavoro, aumento delle pensioni minime e avvio di un gigantesco piano di lavori pubblici segnò il rilancio del sogno berlusconiano di una rinascita dell’Italia.

tassi bassi 2001Ci fu in quegli anni una vera opportunità di sviluppo per l’Italia avviata con il passaggio all’euro fortemente voluto da Prodi e Ciampi fin dalla fine degli anni ’90 (ed osteggiato già allora dal centro destra). I tassi di interesse sul debito pubblico scesero a livelli fra i più bassi mai registrati seguiti da quelli sui prestiti bancari e senza nessuna crisi all’orizzonte. Il governo Berlusconi non colse quella occasione e ne approfittò per un aumento della spesa pubblica sempre più fondata sugli sprechi, sulla corruzione e sulle ruberie. Esemplare fu la mutazione della Protezione Civile da organismo di gestione delle emergenze a “general contractor” alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio per ogni genere di evento con un potere di spesa illimitato e incontrollato. Furono quelli gli anni della formazione e del consolidamento delle “cricche” e delle P3, P4 e seguenti che presero in mano interi pezzi di apparati dello Stato e di importanti sedi istituzionali. La realtà del metodo di governo berlusconiano condivisa anche dalla Lega fu quella del massimo accentramento delle decisioni, della mancanza di trasparenza e dell’affermazione di una classe dirigente votata al culto degli interessi personali e unita intorno alla spartizione del potere e delle risorse pubbliche.

crisi economicaNiente rivoluzione liberale con la prima Forza Italia, nessuno sviluppo reale e nessuna riforma di struttura nonostante le più favorevoli condizioni economiche mai conosciute da decenni.

Dopo la parentesi aperta con le elezioni del 2006 con una coalizione di centro sinistra senza numeri, rissosa e inconcludente, il 2008 segnò il ritorno al potere di Berlusconi con una maggioranza di seggi schiacciante e, quindi, nelle migliori condizioni per governare. Nonostante ciò in soli tre anni Berlusconi dimostrò tutta la sua inadeguatezza a governare nel pieno di una crisi che avrebbe richiesto una classe dirigente forte, coesa e con le idee chiare. Di nuovo il berlusconismo si dimostrò una cultura di governo inadatta a gestire un’economia avanzata e una società complessa. La classe dirigente iniziò a frantumarsi e a non riconoscere più la leadership del centro destra concentrata sulla difesa degli interessi personali del leader e della sua corte di seguaci. La sfiducia e poi la rottura con buona parte dell’imprenditoria seguì quella con la parte dell’opinione pubblica che non poteva più tollerare l’esibizione del malgoverno e la degenerazione dell’etica pubblica.

La fine del governo Berlusconi segnò il fallimento definitivo del berlusconismo come strategia e come modello. Soltanto la persistente confusione di idee nell’opposizione creò le condizioni per la formazione prima del governo Monti e poi del governo delle larghe intese.

Oggi Berlusconi non ha più nulla da dire all’Italia, la sua reputazione personale è quella di un malavitoso che ha commesso numerosi reati e che ha usato la politica per garantirsi l’impunità. Il problema vero è il berlusconismo che minaccia di recare ancora danni agli italiani e che persiste in una parte della classe dirigente. Superare il berlusconismo, nel quale si condensano tutte le arretratezze dell’Italia, sarà la scommessa dei prossimi anni e il passaggio ineludibile per una rinascita.

Claudio Lombardi

Pensioni d’oro e facce di bronzo

Ogni tanto rispuntano le pensioni d’oro. Come nell’avanspettacolo nel momento in cui il pubblico comincia ad agitarsi vengono fatte uscire le ballerine seminude per distrarre gli spettatori così nel dibattito politico quando non si sa che pesci prendere vengono tirate in ballo le pensioni d’oro. Segue provvedimento che ne taglia un pezzetto, segue ricorso alla Corte Costituzionale, segue cancellazione della norma (di solito scritta male). E si ricomincia.

Intendiamoci: le pensioni d’oro esistono realmente (già ma chi stabilisce il limite perché siano d’oro?) e quelle favolose da decine di migliaia di euro al mese colpiscono per la loro assurdità. Però bisogna sapere che tutte le pensioni calcolate col sistema retributivo ossia sugli ultimi stipendi e non sull’ammontare dei contributi versati  possono contenere un regalo non meritato dai pensionati.

Esistono ancora centinaia di migliaia di pensioni date a prescindere dai limiti di età. Un tempo si andava in pensione anche con 15 – 19 anni di servizio, si raggiungeva il minimo e dal quel momento ogni ulteriore anno (21, 22, 23, 25 ecc) era buono per decidere di andarsene e prendere la pensione. Tanti/e ex quarantenni hanno passato gli ultimi decenni da pensionati di fatto prendendo una rendita (magari bassa) a spese dello stato. Ne vogliamo parlare?

La demagogia è quando si agita un problema per suscitare la rabbia popolare nascondendo la verità. Ciò che è successo nel passato è che almeno una generazione di italiani ha accettato che i politici risolvessero i problemi col debito pubblico caricando sulle spalle dei futuri giovani i conti delle loro decisioni.

Che fare dunque? Un’indagine seria su tutte le pensioni, un ricalcolo dei contributi, fissare dei tetti oltre i quali non si può andare e un contributo di solidarietà che non discrimini tra d’oro e non d’oro

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