Contro le cricche siano benedetti euro e rigore

Da come si sono messe le cose in Italia bisogna arrivare ad una conclusione “drammatica”: meno male che c’è l’euro e una Germania che impone il rigore! Perché?

Perché gli scandali che riempiono da molti anni le cronache politiche ruotano tutti intorno all’accaparramento delle risorse pubbliche e allo strangolamento della concorrenza tra privati in nome del prepotere di gruppi affaristico-politici-burocratici-delinquenziali.

Scopo di questi gruppi è controllare i soldi pubblici e i mercati per prendersi una fetta sempre più grande di profitti. Essenziale per loro è non avere limiti e autorità che li mettano sotto controllo.

Il debito pubblico per loro è ossigeno e sono nemici del rigore perché costringe molti a fare sacrifici e impedisce di nascondere le ruberie in deficit senza freni. La crisi e i sacrifici scatenano la ricerca dei responsabili e rendono molto più difficile il loro predominio.

I delinquenti non riescono a controllare la situazione se devono sostenere politici che predicano il rigore, impongono tagli, ma devono continuare ad assicurare potere e soldi alle cricche. Bisogna capirli, non ce la fanno e così sono costretti a lottare per liberarsi di qualunque vincolo di autorità sovranazionali e di moneta unica. I nodi vengono al pettine e qualcuno viene preso con le mani nel sacco che si è fatto sempre più piccolo e conteso.

Bisogna anche capire che, fino a che comandano loro, come si può pensare che in Europa i paesi meno corrotti accettino di mettere in comune i debiti con quelli dominati dalla corruzione? E così il pungolo della scarsità delle risorse scopre il fango sotto l’acqua e l’opinione pubblica si inferocisce rendendo difficilissimo il compito dei politici di copertura.

Per questo siano benedetti l’euro e persino il rigore ottuso dei tedeschi. Almeno fino a che una parte della classe dirigente italiana sarà dominata da cricche politico-mafiose. Almeno fino a quando gli italiani non ci sbatteranno il muso e apriranno gli occhi. Quando riusciremo a liberarcene anche il rigore finirà come per incanto….

I tempi delle vacche grasse

Scontro fra Tremonti e un giornalista tedesco a Otto e mezzo. Tremonti si è arrabbiato perchè il giornalista ha mostrato i dati della Banca d’Italia secondo i quali l’euro ha portato una netta riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico che è durata anni e anni.

I famosi mercati finanziari allora non punivano l’Italia che godeva di credito e di tassi bassi senza problemi in un quadro generale di crescita economica. Purtroppo proprio in quegli anni la spesa corrente aumentò in maniera tale da creare nuovo debito pubblico che passò dal 108% del Pil al 119% (dal 2001 al 2010) cioè da 1.358 a 1.843 miliardi di euro. In pratica centinaia di miliardi di euro sono scomparsi senza lasciare traccia se non negli interessi particolari che sono andati a compensare. Oggi sappiamo che il debito ha superato il 135% con un Pil declinante. Ma questo non è frutto del rigore dell’Europa o dei perfidi speculatori, bensì del fatto che quegli anni senza problemi finanziari non furono utilizzati dalle classi dirigenti italiane per investire e per risolvere i problemi strutturali del Paese.

Infatti come furono utilizzati quei margini possiamo vederlo, in parte, dalle cronache giudiziarie e, in parte, dalle sacche di spreco, di parassitismo, di privilegi, di inefficienza che piano piano andiamo scoprendo e che ci mostrano una società italiana frantumata nel culto degli interessi particolari incapace di riconoscere e di ritrovarsi intorno agli interessi generali.

Risorse immense sono state distrutte e oggi ci ritroviamo più poveri e con gli stessi problemi. Tutto è avvenuto con la guida della politica che ha ampiamente approfittato del denaro pubblico godendo per di più di un potere capace di penetrare in ogni settore della società. Ma tutto è avvenuto anche con la partecipazione della classe dirigente in senso ampio dai vertici delle burocrazie pubbliche, agli industriali, agli intellettuali, a tutti i rappresentanti degli interessi organizzati. Tutti uniti intorno alla spartizione delle risorse pubbliche e alla colonizzazione degli apparati e delle aziende pubbliche. Cerchiamo di ricordarcene per non ripetere gli stessi errori

L’Europa e noi: rendiamoci conto che…

Non è vero che l’Europa è stata sempre troppo severa nei confronti dei conti italiani, altrimenti non saremmo arrivati a 2100 miliardi di debito. Lo è dal 2011, quando abbiamo sforato la soglia di non ritorno del 130% del Pil, con il rischio della bancarotta alle porte.

L’Europa non ha fiducia nei nostri politici – come noi italiani del resto – e ne ha fondati motivi. Nessuno crede che un governo userebbe i soldi pubblici per rilanciare l’economia con un New Deal o per investire sull’ammodernamento del Paese, istruzione, ricerca, grandi opere… Semplicemente perché nessun governo l’ha mai fatto negli ultimi trent’anni.

Il colossale debito pubblico italiano è servito a finanziare la ricerca di consenso da parte di un sistema di partiti ormai impopolare. Il debito nasce, cresce e si moltiplica (per sette) negli anni Ottanta, quando la Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti e il PSI di Bettino Craxi fanno esplodere la spesa pubblica per crearsi forti clientele elettorali, alimentare un sistema sempre più corrotto e garantire i privilegi di corporazioni e categorie, compresi milioni di evasori fiscali. Silvio Berlusconi ripete la stessa politica, e così pure alcuni governi di centrosinistra (D’Alema, Amato), con l’eccezione dei due governi Prodi, gli unici a ridurre il debito.

Il tutto avviene con la complicità di milioni di cittadini, indifferenti al fatto che saranno i figli a dover pagare il prezzo di tanta scelleratezza…. Con simili precedenti, perché l’Europa dovrebbe credere a Matteo Renzi e non pensare che lo sforamento dei parametri serva semplicemente a foraggiare un’altra campagna elettorale?

Tratto da un articolo di Curzio Maltese del 28 febbraio 2014

Parametri assurdi e realtà italiana

ipocrisia italianiIl 3% di deficit è assurdo; il 60% di debito sul PIL è assurdo; il fiscal compact è assurdo con la sua pretesa di bilanciare entrate e spese e di diminuire il debito. Tutto assurdo perché vuole costringere realtà molto diverse in parametri finanziari rigidi e predeterminati.

Però.

Però il Trattato di Maastricht è del 1992, la moneta unica c’è dal 2002. La fase preparatoria della moneta unica è durata una ventina d’anni durante i quali c’è stato tutto il tempo di studiare l’impatto dell’euro sulle economie e sulla finanza pubblica. Però fino allo scoppio della crisi nel 2008 i mercati finanziari ci hanno lasciato in pace regalandoci tassi di interesse sul debito pubblico molto bassi. In quegli anni l’euro ha portato in Europa una stabilità che prima non c’era. Ma qualcosa non ha funzionato. È scoppiata la crisi degli speculatori della finanza che ha “costretto” i governi a mobilitare risorse enormi per salvare le banche. E sotto stress i nodi vengono al pettine….

Però la corruzione, il clientelismo, gli sprechi, le bande di ladri che si sono annidati nella politica, nelle istituzioni e negli apparati pubblici non ce li ha portati la speculazione internazionale.

spesa pubblicaPerò risorse enormi sono state (e sono) dilapidate grazie a un sistema di potere che ha dato vita a un blocco sociale fortissimo basato sul parassitismo ai danni della spesa pubblica. E blocco sociale significa che c’è un po’ di tutto, dalla pensione di invalidità regalata ai finti ciechi, all’affarista che si prende milioni di euro, all’industriale che si prende contributi a pioggia e chi si è visto si è visto tanto c’è l’onorevole, il ministro e Sua Eccellenza a copertura (e a libro paga).

Però la Sicilia ha avuto prima di tutti il federalismo e i soldi e tanto potere e un fiume di contributi pubblici, statali ed europei, non hanno prodotto nessuno sviluppo e l’acqua ancora non arriva ad Agrigento. Insieme alla Sicilia tante altre zone dell’Italia hanno ricevuto aiuti, finanziamenti, incentivi e non ci ritroviamo più nemmeno l’asfalto delle strade. Per tutti i terremoti e le calamità naturali sono stati stanziati migliaia, decine di migliaia di miliardi, ma i territori colpiti non sono diventati quei paradisi che tutti quei soldi facevano immaginare. E i soldi non nascono sugli alberi e, prima o poi, finiscono.

bei tempi liraPerò negli anni ’70 si andava in pensione anche a 15 anni, sei mesi e un giorno di anzianità. Però in Alitalia i privilegi dei lavoratori erano inimmaginabili per i comuni mortali. Però le cure termali le facevano (quasi) tutti gli statali ed erano 2 settimane di ferie in più e a qualcuno lo Stato gli pagava pure l’albergo. Però i ticket sanitari sono sempre stati evasi da una maggioranza di assistiti. Però gli industriali hanno succhiato soldi pubblici facendo pagare allo Stato le crisi e i fallimenti, ma nessuno di loro ha mai pagato veramente di persona. Anzi, i guadagni li hanno portati all’estero anche quando le loro aziende avrebbero avuto bisogno di investimenti. Però le case popolari se le vendevano gli occupanti e gli impiegati degli enti di gestione e con 5-10 milioni la casa te la prendevi. Qualcuno, non tutti. Gli altri stavano in graduatoria per 10 anni.

Però le “Infrastrutture Lombarde” hanno regalato milioni di euro in consulenze ad avvocati e professionisti vari alcuni dei quali sono adesso sotto processo. E quante altre Infrastrutture Lombarde ci sono state e ci sono in Italia?

Però le “famose” siringhe costavano 10 da una parte e 80 dall’altra. E per quanti anni le abbiamo pagate?

Però i miracoli non esistono e se avessimo oggi la lira saremmo degli straccioni alla bancarotta perché quando c’era la LIRA ai bei tempi non c’erano India e Cina e Taiwan e in Vietnam si faceva la guerra non tutti i prodotti che si fanno oggi. Che sono più di quelli che facevamo ai bei tempi quando c’era la lira e potevamo giocare con l’inflazione e la svalutazione.

Però ogni anno dobbiamo chiedere in prestito oltre 400 miliardi di euro e perché ce li dovrebbero dare?

Superare il berlusconismo non solo Berlusconi (di Claudio Lombardi)

fine BerlusconiIl tema del giorno è la fine del ventennio berlusconiano. In realtà con la decadenza dalla carica di senatore per Berlusconi finisce solo la copertura dell’immunità parlamentare. Il suo ciclo politico era già finito con le dimissioni dalla carica di Presidente del Consiglio nel novembre 2011. Ed era finito non tanto e non solo per le dimissioni, ma per la profonda crisi finanziaria ed economica in cui è stata precipitata l’Italia. La crisi ha segnato la fine della pretesa berlusconiana di rappresentare una rivoluzione liberale che segnasse una rinascita del miracolo italiano.

illusioni berlusconismoLa storia del berlusconismo è una storia di illusioni, tecniche del marketing applicate alla politica che, però, sono riuscite ad intercettare bisogni diffusi e tendenze di lungo periodo che nessun altro riuscì a comprendere in quegli anni. All’inizio fu Forza Italia con l’illusione di liberare l’Italia da uno statalismo soffocante e da una partitocrazia degenerata. La situazione del Paese nel 1994 si prestava al lancio di una forza politica nuova che puntasse a far emergere le migliori capacità individuali e che dichiarasse di voler fare piazza pulita dello strapotere di una vecchia classe politica. Gli italiani credettero a quelle promesse anche se le uniche liberalizzazioni furono poi fatte dai governi di centro sinistra che vinse due volte le elezioni (1996 e 2006), ma sempre con numeri insufficienti e con un vizio congenito: quello della frammentazione.

contratto con gli italianiBen quattro governi di centro sinistra segnati da lotte intestine e colpi di mano portarono alla fine dell’Ulivo prima e della maggioranza uscita dalle elezioni del 2006. Di contro le due principali vittorie elettorali di Berlusconi (nel 2001e nel 2008) furono nette. Specie nel 2001 iniziarono anni di un potere quasi assoluto grazie alla presenza di un’opposizione divisa e confusa. La firma del contratto con gli italiani con il quale si prometteva diminuzione della pressione fiscale, aumento di un milione dei posti di lavoro, aumento delle pensioni minime e avvio di un gigantesco piano di lavori pubblici segnò il rilancio del sogno berlusconiano di una rinascita dell’Italia.

tassi bassi 2001Ci fu in quegli anni una vera opportunità di sviluppo per l’Italia avviata con il passaggio all’euro fortemente voluto da Prodi e Ciampi fin dalla fine degli anni ’90 (ed osteggiato già allora dal centro destra). I tassi di interesse sul debito pubblico scesero a livelli fra i più bassi mai registrati seguiti da quelli sui prestiti bancari e senza nessuna crisi all’orizzonte. Il governo Berlusconi non colse quella occasione e ne approfittò per un aumento della spesa pubblica sempre più fondata sugli sprechi, sulla corruzione e sulle ruberie. Esemplare fu la mutazione della Protezione Civile da organismo di gestione delle emergenze a “general contractor” alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio per ogni genere di evento con un potere di spesa illimitato e incontrollato. Furono quelli gli anni della formazione e del consolidamento delle “cricche” e delle P3, P4 e seguenti che presero in mano interi pezzi di apparati dello Stato e di importanti sedi istituzionali. La realtà del metodo di governo berlusconiano condivisa anche dalla Lega fu quella del massimo accentramento delle decisioni, della mancanza di trasparenza e dell’affermazione di una classe dirigente votata al culto degli interessi personali e unita intorno alla spartizione del potere e delle risorse pubbliche.

crisi economicaNiente rivoluzione liberale con la prima Forza Italia, nessuno sviluppo reale e nessuna riforma di struttura nonostante le più favorevoli condizioni economiche mai conosciute da decenni.

Dopo la parentesi aperta con le elezioni del 2006 con una coalizione di centro sinistra senza numeri, rissosa e inconcludente, il 2008 segnò il ritorno al potere di Berlusconi con una maggioranza di seggi schiacciante e, quindi, nelle migliori condizioni per governare. Nonostante ciò in soli tre anni Berlusconi dimostrò tutta la sua inadeguatezza a governare nel pieno di una crisi che avrebbe richiesto una classe dirigente forte, coesa e con le idee chiare. Di nuovo il berlusconismo si dimostrò una cultura di governo inadatta a gestire un’economia avanzata e una società complessa. La classe dirigente iniziò a frantumarsi e a non riconoscere più la leadership del centro destra concentrata sulla difesa degli interessi personali del leader e della sua corte di seguaci. La sfiducia e poi la rottura con buona parte dell’imprenditoria seguì quella con la parte dell’opinione pubblica che non poteva più tollerare l’esibizione del malgoverno e la degenerazione dell’etica pubblica.

La fine del governo Berlusconi segnò il fallimento definitivo del berlusconismo come strategia e come modello. Soltanto la persistente confusione di idee nell’opposizione creò le condizioni per la formazione prima del governo Monti e poi del governo delle larghe intese.

Oggi Berlusconi non ha più nulla da dire all’Italia, la sua reputazione personale è quella di un malavitoso che ha commesso numerosi reati e che ha usato la politica per garantirsi l’impunità. Il problema vero è il berlusconismo che minaccia di recare ancora danni agli italiani e che persiste in una parte della classe dirigente. Superare il berlusconismo, nel quale si condensano tutte le arretratezze dell’Italia, sarà la scommessa dei prossimi anni e il passaggio ineludibile per una rinascita.

Claudio Lombardi

Pensioni d’oro e facce di bronzo

Ogni tanto rispuntano le pensioni d’oro. Come nell’avanspettacolo nel momento in cui il pubblico comincia ad agitarsi vengono fatte uscire le ballerine seminude per distrarre gli spettatori così nel dibattito politico quando non si sa che pesci prendere vengono tirate in ballo le pensioni d’oro. Segue provvedimento che ne taglia un pezzetto, segue ricorso alla Corte Costituzionale, segue cancellazione della norma (di solito scritta male). E si ricomincia.

Intendiamoci: le pensioni d’oro esistono realmente (già ma chi stabilisce il limite perché siano d’oro?) e quelle favolose da decine di migliaia di euro al mese colpiscono per la loro assurdità. Però bisogna sapere che tutte le pensioni calcolate col sistema retributivo ossia sugli ultimi stipendi e non sull’ammontare dei contributi versati  possono contenere un regalo non meritato dai pensionati.

Esistono ancora centinaia di migliaia di pensioni date a prescindere dai limiti di età. Un tempo si andava in pensione anche con 15 – 19 anni di servizio, si raggiungeva il minimo e dal quel momento ogni ulteriore anno (21, 22, 23, 25 ecc) era buono per decidere di andarsene e prendere la pensione. Tanti/e ex quarantenni hanno passato gli ultimi decenni da pensionati di fatto prendendo una rendita (magari bassa) a spese dello stato. Ne vogliamo parlare?

La demagogia è quando si agita un problema per suscitare la rabbia popolare nascondendo la verità. Ciò che è successo nel passato è che almeno una generazione di italiani ha accettato che i politici risolvessero i problemi col debito pubblico caricando sulle spalle dei futuri giovani i conti delle loro decisioni.

Che fare dunque? Un’indagine seria su tutte le pensioni, un ricalcolo dei contributi, fissare dei tetti oltre i quali non si può andare e un contributo di solidarietà che non discrimini tra d’oro e non d’oro

Ancora Alitalia

Ancora un fallimento di Alitalia, ancora un salvataggio con denaro dei cittadini. Il governo ha imposto a Poste Italiane di partecipare alla ricapitalizzazione con 75 milioni di euro. Poste italiane è una società pubblica al 100% e viene usata in questo caso come una banca da cui prelevare i soldi che servono ad un’operazione politica disperata senza alcun senso industriale.

Come tutti sanno Alitalia era già fallita nel 2008 e il suo salvataggio voluto da Berlusconi e dalla Lega costò ai contribuenti qualcosa come 5 miliardi di euro.

Adesso Alitalia è fallita di nuovo e il governo cerca di tenerla in vita a tutti i costi. Ammesso che ci riesca quanto durerà? E quanto costerà a tutti noi?

Non si comprende l’accanimento del governo. A che serve una compagnia di bandiera che fallisce ogni 5 anni e che perde sempre più credibilità anche fra i viaggiatori?

Si dice che così si salvano posti di lavoro. Se guardiamo le cose dal punto di vista di chi ci lavora allora Alitalia dovrebbe tornare ad essere interamente  mantenuta dai soldi pubblici. Nelle “allegre” gestioni dei tempi andati ci stava dentro di tutto: stipendi milionari per i manager, favori politici, assunzioni clientelari, difesa forsennata non dei diritti dei dipendenti, ma dei privilegi corporativi. Tutto pagato con soldi pubblici cioè nostri. E tutto senza che i sindacati si siano mai alzati in piedi a dire “basta”.

Bisognerebbe riesumare quei ricordi, sarebbe utile anche a capire da dove vengono i guai finanziari italiani e, soprattutto, i disastri di un’acquiescenza di massa al corporativismo pagato dal debito pubblico

IMU, eliminarla o no? (di Tullio Marra)

L’incasso finale per il 2012 derivato dal gettito proveniente dall’IMU  è stato di 23,7 miliardi di euro, 1,2 miliardi in più rispetto alle previsioni. Dalla sola casa di abitazione sono arrivati  4 miliardi. Il versamento medio è stato di 918 euro (incluso quanto pagato dalle grandi aziende), mentre per la prima casa (un quarto delle quali però è risultato esente), la media è stata di 225 euro. Oltre il 25% del gettito IMU derivante dalle manovre deliberate dai Comuni, proviene da cinque grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli), dove gli importi medi dei versamenti vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Le imprese hanno pagato un conto assai salato: 6.3 miliardi di euro, con una media di 9.313 euro ciascuna. IMU
Questi sono i conti, ora per ragioni politiche e direi demagogiche si vorrebbe eliminarla, intanto la rata di giugno 2013 è stata rimandata. La domanda è: è possibile eliminarla visto che l’economia va ancora male e tocca comunque far quadrare i conti pubblici ?

Eliminando una tassa e il relativo gettito che finanzia le spese dello Stato, occorre capire dove recuperare i soldi; ci sono 4 alternative:

  1. Aumentare il debito pubblico, e qui occorre trattare in sede europea, in quanto sarebbe necessaria una revisione sugli accordi comunitari siglati nel 2011 dal governo Berlusconi.
  2. Taglio ulteriore di spese (Provaci ancora Sam….).
  3. Introduzione di nuove tasse (Sic!).
  4. Grande prelievo notturno dai C/C bancari e postali (Genocidio della classe politica).

Che tipo di tassa è l’IMU ? Si tratta di una tassa che prende di mira le rendite immobiliari, e sappiamo che gli immobili non producono crescita economica, si tratta di ricchezza statica, inoltre i soldi investiti in immobili sono soldi distolti dalle realtà produttive.  Questo è un punto a favore di una tassa come l’IMU, far cassa e stimolare la crescita.

contribuenti ricchi e poveriPer quanto riguarda i comuni, per loro il gettito derivato dall’IMU è importantissima fonte d’entrata finanziaria. La sua eliminazione comporterebbe un aumento delle tasse comunali, quindi per le famiglie i soldi risparmiati sull’IMU uscirebbero dalla finestra dei nuovi aggravi comunali, o tagli di servizi essenziali.

Il buon senso dovrebbe far sì che l’IMU sia riformulata e riformata, eliminandone storture.
Con l’eliminazione dell’IMU a guadagnarci sarebbero i proprietari di case con alto valore catastale.
Mantenendo l’IMU sarebbe possibile ridurre l’Irpef, così ne guadagnerebbero le famiglie specie quelle numerose. Riduzione possibile estendendo la No Tax Area, e aumentando le detrazioni per i figli a carico.

L’IMU dovrebbe poi essere affidata completamente ai comuni, ciò rappresenterebbe un passo avanti verso una maggiore autonomia fiscale, possono gestire meglio l’adeguamento dei valori catastali.

Tullio Marra da www.tulliomarra.it

Il dovere di governare (di Claudio Lombardi)

Come scrive su Repubblica Stefano Micossi l’ostacolo più serio per l’Unione Europea “nasce dalla divergenza nella qualità delle istituzioni e, perciò, nella capacità di governo”. Questo è il vero spread che ci separa da altri paesi europei e che ci rende più deboli e vulnerabili. Non si tratta di modelli astratti ma di concreta capacità di governo, di come vengono applicate le leggi, di come lavorano gli apparati e di come si fronteggia la corruzione.alleanze

Ormai il dato sui costi della corruzione che, secondo una valutazione della Corte dei Conti, ammonta a circa 60 miliardi di euro, è entrato fra le citazioni ricorrenti in tutti i discorsi e le analisi della situazione italiana. Ma non descrive abbastanza l’impatto della corruzione sulla vita degli italiani. Corruzione è inefficienza, è arbitrio, è prepotenza, è spreco, è disordine. Corruzione è un freno allo sviluppo e all’equità che tutti paghiamo (corrotti e corruttori a parte).

La verità è che di risorse l’Italia ne ha avute e ne ha sprecate tante. Oggi piangiamo sul debito e sul peso degli interessi, ma quando le cose andavano bene i soldi venivano dissipati senza ritegno. Ci sono stati periodi lunghi nei quali ci prendevamo i “dividendi” dell’euro cioè i bassi tassi di interesse e la stabilità finanziaria e poco si pensava a sistemare le cose per il futuro. Soltanto i governi del centro sinistra hanno tentato di frenare la corsa allo spreco mirando alla razionalizzazione della spesa e alla riduzione del debito. I governi di Berlusconi hanno speso come se i soldi piovessero dal cielo e hanno permesso a cricche di ladroni (come quelli raccolti intorno alla Protezione Civile) di spolpare lo Stato. Questa è la verità. E gli italiani glielo hanno lasciato fare confermando più volte con il loro voto Berlusconi al governo.

La conservazione è stato il valore dominante per tanti anni. Secondo una recente analisi di Sabino Cassese il nostro sistema di governo è caratterizzato da “primitivismo organizzativo, rudimentalità delle procedure, insufficienze del personale, scarso ricorso a tecnologie informatiche, arcaicità del disegno complessivo: un anacronismo rispetto agli altri governi moderni”. La conservazione, che ha lasciato marcire le amministrazioni pubbliche, ha reso impotenti le decisioni politiche, ha pensato solo a consolidare i poteri amministrativi e politici a disposizione di chi volesse mantenersi in sella con i soldi di tutti pagando clientele di tutti i tipi e in tutti i modi. Basta scorrere le cronache di questi ultimi dieci anni per averne gli esempi.

conflittoOra ci troviamo nel pieno della crisi e scopriamo di essere un “Paese inefficiente, corrotto e privo di capacità di governo, ma soprattutto irresponsabile.” Come scrive Stefano Micossi “quando non siamo con le spalle al muro, ci spendiamo anche la camicia, tra il generale consenso; quando andiamo a sbattere contro il vincolo delle risorse, l’opinione pubblica si ribella alla resa dei conti e i partiti cercano di scaricare le colpe all’esterno.”

Non serve disperarsi perché una via d’uscita esiste ed è assumere il risanamento delle istituzioni come asse portante di qualunque azione di governo. Un risanamento che deve partire da una legge elettorale fatta per coinvolgere i cittadini e non per fregarli come, non a caso, fece il governo Berlusconi con la “legge porcata”. E che deve poi passare per un drastico taglio dei costi della politica; per una riorganizzazione delle burocrazie, dei loro poteri e dei loro costi; per una limitazione dei poteri della politica sugli apparati e sulle società pubbliche; per arrivare ad una ristrutturazione istituzionale che dimezzi il numero dei parlamentari e superi il bicameralismo perfetto.

Questa è la strada per prendere in mano il governo della crisi con misure urgenti che non possono più aspettare. Non serve pensare a grandi disegni, basta trovare il modo per far pagare i debiti dello Stato verso le imprese e già questo può mettere in circolazione fino a 100 miliardi di euro. Basta dare il via a lavori pubblici urgenti per la salvaguardia del territorio e la sicurezza delle scuole. Basta mettersi con forza a combattere corruzione ed evasione fiscale. Bastano pochi atti per dare il segnale che l’Italia vuole imboccare una via d’uscita e che ha la forza per riprendersi per veder diminuire lo spread. E poi ci vuole che l’Europa cambi strada. Ma per tutto ciò ci vuole un governo non basta dire che si va in Parlamento e lì si decide.

Le schermaglie di questi giorni per la formazione di un governo rischiano di confinare i cittadini in una posizione di osservatori ai quali si chiede di fare il tifo senza poter condizionare niente. In realtà tutte le forze politiche che hanno ricevuto il voto sono vincolate ad un mandato ben preciso che non dovrebbero ignorare: governare. Sarebbe bene che tutti se lo ricordassero.

Claudio Lombardi

Scandali: la triste verità che prende a schiaffi l’Italia (di Claudio Lombardi)

Di scandalo in scandalo si fa sempre più chiara una semplice verità già conosciuta e detta, ma che ancora sorprende per la sua crudezza. La politica è stata invasa e conquistata da affaristi. L’unica vera ideologia nella quale hanno creduto ( nascosti dietro l’invenzione della padania o dietro la rivoluzione liberale o la paura del comunismo) è stata quella della conquista del potere e delle risorse che il potere permette di controllare. Mai come adesso il peso di tutto ciò che è promana dai poteri pubblici è stato così grande. Poteri pubblici contagiosi che hanno supportato un sistema di potere fondato sulle relazioni e sulle fedeltà personali che si è esteso a tutta la società e all’economia. I meriti e la libera competizione sono stati schiacciati sotto tonnellate di raccomandazioni, di scelte discrezionali, di connivenze e di collusioni implicite ed esplicite senza incontrare resistenze e sbarramenti, lasciando così unicamente alla Magistratura  il compito di inseguire i reati più macroscopici.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza della geniale operazione di marketing che negli ultimi venti anni ha preso il posto dei vecchi partiti. Il sogno che è stato suggerito agli italiani è la liberazione di quelle pulsioni individualistiche che prima ci si vergognava ad esibire e la liberazione dai valori tradizionali della serietà, della responsabilità, dell’onestà che ancora resistevano nell’immaginario collettivo. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi è stata questa: una sottile mano di vernice che salvasse le apparenze di una spinta alla corruzione di massa guidata e mediata dalla politica e pagata con le ricchezze dell’Italia.

I partiti che si sono opposti da sinistra sono riusciti a guidare il governo per periodi non brevi e pure con risultati importanti frutto dell’incontro con le componenti più intelligenti presenti al loro interno e in altre parti politiche, ma non hanno capito la forza dell’assalto del berlusconismo e non hanno prodotto idee unificanti. Da un lato ha prevalso una sinistra vecchia incapace di comprendere ciò che stava accadendo e concentrata sul culto delle proprie differenze. Dall’altro lato l’opposizione al berlusconismo si è basata su una ripulsa morale, ma lì si è fermata.

L’immaturità delle opposizioni ha permesso che la “narrazione” favolistica delle destre prendesse il sopravvento fornendo agli italiani l’unica ideologia che li abbia davvero unificati in questi venti anni: l’affermazione di sé, il rifiuto di limiti e di regole, il disinteresse verso la collettività avvertita come limite e non come risorsa.

Su queste basi ogni intervento pubblico è stato distorto nell’interesse di privati e il disastro segnalato dall’abnorme livello del debito pubblico non è la sua entità, ma il sistematico spreco di risorse per il quale è stato utilizzato. Fare appello oggi ad una espansione dell’intervento pubblico senza intervenire in profondità sui meccanismi del potere rischia di essere una tragica presa in giro.

Contro le degenerazioni della politica l’appello alla società civile è diventato rituale, vuoto e stucchevole. È ora di dire che le forze sane sono solo una parte della società civile nella quale finora hanno prevalso l’apatia, la visione angusta e accidiosa del familismo amorale, la cultura dei furbi legittimata dall’esibizione della ricchezza comunque conseguita, il gusto della lamentela in attesa che dall’alto piova qualcosa, l’inclinazione ad attendere che siano gli altri a farsi carico dei problemi.

C’è poi un’altra parte che sta crescendo. Una miriade di iniziative sociali, culturali, politiche che aspirano a un mondo diverso, cercano di prefigurarlo, di metterlo in atto, facendo lucidamente e coraggiosamente i conti con le sfide del presente. E’ l’immenso bacino del volontariato e del terzo settore, in cui si sta formando una nuova classe dirigente e dove si sperimentano modelli sociali ed economici alternativi. Sono i giovani che tenacemente s’impegnano nell’amministrazione dei loro territori; sono i giovani e meno giovani che profondono energie nel mondo delle professioni intellettuali, cercando forme di lavoro e di socialità nuove. Sono i giovani che cercano all’estero quello che non trovano in patria e spesso ci riescono brillantemente.

Anche l’economia è ricca di energie positive, di imprese piccole e grandi che innovano, che si misurano con le sfide della globalizzazione, che non aspettano protezione ma esigono supporto.

Il problema è che questa parte della nostra società non è rappresentata nella politica. Eppure in un’economia mista quale è quella italiana le politiche pubbliche hanno un ruolo decisivo. La situazione italiana è grave perché chi detiene i poteri pubblici non è affidabile e, fino a quando la sfera dell’azione pubblica non sarà risanata, l’economia non potrà contare sull’apporto dello stato e del governo. Per questo un programma minimo per la ricostruzione dell’Italia dovrà prevedere:

  • lotta senza quartiere all’illegalità e alla corruzione;
  • eliminazione di tutte le posizioni di privilegio e delle normative che le sostengono;
  • drastico abbattimento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza quindi limiti alle retribuzioni e reintroduzione di una imposizione sui patrimoni ereditati;
  • liberalizzazione piena delle attività economiche accompagnata da una sostanziale revisione dei meccanismi e degli organismi di controllo e supervisione dei mercati;
  • riforma radicale della pubblica amministrazione, con una verifica delle reali necessità di impiego non solo nelle amministrazioni centrali, ma anche negli enti locali e nelle regioni sia a statuto ordinario che speciale;
  • programma di investimenti finalizzati nella ricerca scientifica;
  • promozione degli investimenti nella green economy;
  • riqualificazione del sistema dell’Istruzione pubblica, basata sulla valorizzazione del merito e la tutela dei soggetti deboli.

Non è tutto, ovviamente, e non tutte queste cose potranno essere attuate contemporaneamente e con lo stesso tasso di riuscita. Ciò che conta è rendersi conto che è da qui che si dovranno misurare i programmi delle liste che chiedono il voto per governare. Ed è sempre da questo elenco che si misurerà la serietà dell’impegno di chi avrà la maggioranza nel futuro parlamento.

Claudio Lombardi

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