Debito pubblico e riforma fiscale: dai cittadini il coraggio di una svolta (di Guido Grossi)

LʼItalia attraversa un momento delicatissimo. Sul fronte economico ma, prima ancora, sul fronte ben più delicato della coesione nazionale. Eʼ verosimile che la tensione crescerà mano a mano che si farà più acuto lʼeffetto cumulato dei troppi sacrifici imposti ai soliti noti – che sono le classi sociali più deboli dei lavoratori dipendenti e dei pensionati – per fronteggiare la crisi finanziaria ed economica.

In questo contesto lʼeconomia sommersa e la conseguente evasione fiscale sono un cancro che corrode il tessuto sociale. La dimensione – stimata dallʼISTAT in circa 250 miliardi di euro allʼanno – non lascia più adito a dubbi: va estirpato e rapidamente. Eʼ ormai intollerabile che la questione venga affrontata senza la dovuta convinzione e senza andare dritti alla radice del problema.

La nostra Costituzione – che è il Patto Sociale fondante la nostra comunità nazionale – allʼarticolo 53, recita: “ Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

La legge fiscale e le riforme che si sono succedute negli anni hanno però tradito i due principi fondamentali, concepiti dai padri costituenti per garantire giustizia sociale e solidarietà. La “capacità contributiva” richiede infatti che il reddito venga valutato al netto di tutte le spese necessarie al sostentamento della famiglia, solo allora è chiaro quanto un cittadino può sopportare il contributo alla collettività. La “progressività”, inoltre, implica che ai redditi dei ricchi vadano applicate aliquote più elevate (un tempo non lontanissimo lʼaliquota superiore era al 75%. NellʼAmerica prima di Reagan, era al 90%… Ed i ricchi potevano egualmente fare una vita da ricchi!).

Oggi, troppe persone benestanti – che non troviamo certo fra i lavoratori dipendenti ed i pensionati – o evadono totalmente, o pagano tasse in misura ridicola, mentre le imposte indirette (Iva, Accise etc,) colpiscono tutti in maniera piatta, e, quindi, in maniera ben più dolorosa e “regressiva” le persone più bisognose. Per finire, le spese che è possibile dedurre sono poche, si deducono solo parzialmente, nulla hanno a che vedere con la reale possibilità dei cittadini di sostenere il carico fiscale.

Ecco allora due proposte concrete che nascono dalla società civile, capaci di importanti sinergie che promettono di risolvere in maniera efficace il problema, restituendo finalmente agli Italiani quel diverso e prezioso senso di legalità, equità, solidarietà, di cui avvertiamo sempre più acutamente la mancanza e il desiderio.

LʼAssociazione articolo 53 propone, semplicemente, di applicare il dettato costituzionale. In questa maniera: si riuniscono tutte le fonti di reddito (da lavoro dipendente o autonomo, da capitale, da impresa, da terreni e fabbricati) in un unica voce riassuntiva. Da questa voce si sottraggono tutte le spese sostenute per il sostentamento della famiglia (abitazione, nutrimento, istruzione, salute, utenze, consulenze, etc.) che devono essere naturalmente documentate. Il risultato rappresenta la capacità contributiva del cittadino, che viene assoggettata ad una unica imposta sul reddito.

Esempio. Reddito complessivo 20.000 euro. Spese documentate 12.000 euro. Si pagano tasse solo su 8.000 euro. Reddito complessivo 250.000 euro, spese documentate 80.000, capacità contributiva di 170.000 euro. Alla somma così individuata si applicano scaglioni di aliquote aumentati di numero per garantire la progressività. Con aliquote più basse delle attuali per gli scaglioni più bassi, e aliquote sostanzialmente più alte per quelli più elevati.

Esempio. Fino a 10.000 euro aliquota del 10%; da 10.000 a 20.000 aliquota del x %…. Da 150.000 euro in su aliquota del 75 %.

Naturalmente è possibile graduare la deducibilità delle spese, in funzione della effettiva “necessità”. Esempio, il cibo si deduce integralmente. La barca da diporto solo al 5%. In questa maniera non solo si ripristina una reale giustizia sociale di cui cʼè assolutamente bisogno, ma si rende necessario “documentare tutte le spese”. E questa circostanza obbliga tutti i venditori allʼemissione sistematica di scontrini, ricevute, fatture.

Lʼuso di accorgimenti informatici può rendere automatico o semiautomatico il controllo incrociato fra le spese dedotte dai cittadini, e gli incassi registrati da imprese e professionisti.

La linfa vitale di cui si è nutrita lʼevasione e lʼeconomia sommersa si prosciuga dʼincanto.

Cosa succede alle imprese? Possono essere finalmente liberate da una pletora inutile, complessa e vessatoria di balzelli vari, mentre il vero risultato dʼesercizio confluirà nel reddito del titolare o dei soci.

Le imprese che oggi vengono spinte al fallimento dal sistema ingiusto basato sul reddito “presunto”, potranno tirare un enorme sospiro di sollievo, mentre quelle che dal metodo del reddito presunto traevano ingiustificati benefici saranno chiamate ad una più congrua contribuzione.

A livello complessivo, il carico fiscale si sposterà dai consumi al reddito, e dai redditi bassi ai redditi alti, dai poveri ai ricchi. Chi vorrà opporsi, non potrà nascondersi dietro un dito.

La seconda proposta, recentemente commentata e raffinata grazie al contributo degli amici dellʼassociazione ARDeP mira invece a colpire lo stock di ricchezza illegalmente detenuta allʼestero da innumerevoli cittadini italiani. Se lʼevasione in un anno è della dimensione indicata dallʼIstat, quante centinaia (o migliaia?) di miliardi ci sono nei conti svizzeri o in altri paradisi fiscali, accumulati negli anni? Di quelle risorse il paese ha un immenso bisogno, per crescere, per non dover più gravare sui deboli.

Lʼidea del condono va scartata con decisione. Se lʼobiettivo è quello di ripristinare la legalità, è infatti necessario garantire chiarezza e coerenza. La lotta tramite la Guardia di Finanza è necessaria, ma è sproporzionata di fronte al fenomeno. Eʼ possibile però invogliare i cittadini ad aderire spontaneamente ad una proposta dalla doppia faccia: carota, e bastone.

Si stabilisce che i titoli del debito pubblico italiano vengano resi sicuri, apponendo una garanzia reale sul patrimonio pubblico che opera esclusivamente a favore degli acquisti di Bot e BTP effettuati e mantenuti da cittadini residenti. Garanzia che assolutamente non deve operare a favore degli investitori esteri. Si invitano poi i detentori di capitali illegittimi a denunciare e rimpatriare i capitali. Si applica ai fondi rimpatriati una tassazione immediata del 10-15%. Si obbliga ad impiegare il 70% delle somme per lʼacquisto di speciali emissioni di titoli di stato con durata lunga o lunghissima (da 15 a 30 anni, o anche più lunga), che abbiano rendimenti inferiori ai tassi attuali di mercato ma che siano, come gli altri titoli acquistati dai cittadini, garantiti da patrimonio pubblico.

La tassazione immediata, la durata del titolo ed il suo rendimento possono essere calibrati

appositamente per assicurare che non si tratta di un condono. Non si concedono più sconti. Si può quindi offrire, a questo punto, la garanzia aggiuntiva che nessuna ulteriore imposta sarà applicata in tempi successivi sugli importi rimpatriati (senza la quale lʼadesione sarebbe giustamente scarsa o nulla).

La mancata adesione alla proposta costituisce novazione dellʼillecito, e configura un reato punibile con la multa pari almeno al 120% delle somme espatriate illegittimamente (che vuol dire confisca integrale e, in aggiunta, un ulteriore 20% ), e con la reclusione da 5 a 20 anni (con il massimo edittale sufficientemente lungo per garantire che il reato non possa prescriversi rapidamente).

La manovra va accompagnata con misure molto drastiche nei confronti dei paesi che assicurano ancora il segreto bancario e con la previsione di un rito abbreviato che vieti il patteggiamento. La scelta a favore dellʼadesione, a quel punto, dovrebbe essere sufficientemente e ragionevolmente incentivata, pur senza concedere sconti a chi ha violato la legge.

Anche questa proposta contribuisce a far emergere naturalmente lʼeconomia sommersa, e si sposa perfettamente con la precedente. Insieme, garantiscono una migliore impostazione per lʼequità presente e futura ma consentono, anche, di fare giustizia degli errori del passato.

Lʼeffetto congiunto, oltre ad assicurare finalmente una diversa equità, offre vantaggi enormi sul fronte della sostenibilità del debito pubblico, contribuendo a liberarci dalla precarietà attuale.

1. Lʼemersione dellʼeconomia sommersa produce contemporaneamente due benefici: aumenta il PIL nominale ed aumentano le entrate fiscali, portando ad una rapida riduzione del fatidico rapporto Debito/PIL (potrebbe scendere dal 120 al 100%).

2. Diminuiscono i tassi che lo stato deve pagare sui suoi titoli, sia per effetto delle speciali

emissioni, sia per lʼeffetto generale dovuto alla prestazione di garanzia.

3. Le risorse utilizzate per la riduzione del debito non vengono sottratte al sistema produttivo, perché attualmente sono occultate allʼestero. In tal modo non si causa ulteriore recessione che altre forme di prelievo comporterebbero.

4. Il debito pubblico viene sottratto in parte rilevante dai portafogli degli investitori istituzionali, specialmente esteri, che rappresentano una continua grave minaccia per la sostenibilità e per la stabilità dei prezzi.

5. Il patrimonio pubblico viene messo al sicuro, sottratto alla tentazione di quanti vorrebbero venderlo ai privati.

6. La sostanziale ridistribuzione della ricchezza a favore delle fasce meno abbienti favorisce – oltre ad un impagabile senso di giustizia sociale – il sostegno della domanda e la ripresa economica.

7. Lʼeliminazione di una serie molto numerosa di imposte più fastidiose che utili, resa possibile dallʼemersione dellʼeconomia sommersa, potrà liberare anche risorse sul fronte dellʼamministrazione finanziaria, che potrà concentrarsi con più efficacia nella lotta allʼevasione residua.

Per finire, lʼadozione di una tassa patrimoniale da applicare periodicamente ai patrimoni più elevati potrebbe dare lʼulteriore contributo necessario alla definitiva messa in sicurezza del debito pubblico.

Liberiamo con coraggio le risorse di cui abbiamo enorme bisogno per dare speranza a tutti

di un futuro migliore, e certezza di una società più giusta, solidale, sostenibile.

Se i politici non trovano il coraggio per attuare riforme semplici ed efficaci, per la cui attuazione manca solo la volontà, che sia la società civile, a far sentire la sua voce.

Eʼ in corso di valutazione la possibilità di costituire un Comitato Promotore per tradurre queste idee in proposte di legge di iniziativa popolare. Se i partiti tradizionali non avranno il coraggio di sostenerle, ci saranno al loro posto i numerosi movimenti che la società civile in rinnovato fermento sta esprimendo e milioni di cittadini, stanchi di essere sfruttati e ignorati, desiderosi e capaci di decidere le proprie sorti.

Il contributo di tutti i cittadini di buona volontà e tutte le associazioni che hanno a cuore le

sorti del paese, può essere prezioso.

Non è più tempo di lamentarsi: bisogna agire.

Guido Grossi

Al capolinea il modello Italia: è ora di cambiare (di Claudio Lombardi)

Sempre più l’esistenza del governo Monti e la manovra che ha presentato si rivela come il punto di arrivo di una lunga evoluzione della storia nazionale.

Ieri su Repubblica Gustavo Zagrebelsky si domandava: “quando tutto questo sarà finito, che cosa sarà della politica e delle sue istituzioni? Diremo che è stata una parentesi oppure una rivelazione?”

Non si tratta della legalità costituzionale perché, sotto questo profilo, “il Presidente della Repubblica ha fatto un uso delle sue prerogative che è valso a colmare il deficit d’iniziativa e di responsabilità di forze politiche palesemente paralizzate dalle loro contraddizioni”.

L’analisi di Zagrebelsky si concentra, invece, “sulla sostanza costituzionale” e su questa osserva che “di fronte alla pressione della questione finanziaria e alle misure necessarie per fronteggiarla, i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera bianca, riconoscendo la propria impotenza, e si sono messi da parte. Nessun partito, nessuno schieramento di partiti, nessun leader politico, è stato nelle condizioni di parlare ai cittadini”. E ancoraNé la maggioranza precedente, che proprio di fronte alle difficoltà, si andava sfaldando; né l’opposizione, che era sfaldata da prima. Niente di niente e, in questo niente, il ricorso al salvagente offerto dal Presidente della Repubblica con la sua iniziativa per un governo fuori dai partiti è evidentemente apparsa l’unica via d’uscita. Insomma, comunque la si rigiri, è evidente la bancarotta, anzi l’autodichiarazione di bancarotta”. “In un momento drammatico come questo, con il malessere sociale che cresce e dilaga, con la società che si divide tra chi può sempre di più, chi può ancora e chi non può più, con il bisogno di protezione dei deboli esposti a quella che avvertono come grande ingiustizia: proprio in questo momento i partiti sono come evaporati. Corrono il rischio che si finisca, per la loro stessa ammissione, per considerarli cose superflue”.

È un’analisi lucida assolutamente condivisibile (cfr anche http://www.civicolab.it/?p=1581 ) e preoccupante perché indica il punto estremo di involuzione cui è giunto il nostro sistema democratico che non è più in grado di produrre decisioni utili alla collettività avviluppandosi in pratiche di governo che, senza risultati che non siano la sopravvivenza, hanno portato ad uno spreco di risorse colossale.

La consistenza del debito pubblico dal 1991 ad oggi ha sfondato il muro del 100% del Pil. In pratica ogni anno lo Stato ha preso in prestito una somma superiore al valore di tutte le attività economiche prodotte in Italia. Il valore nominale dei prestiti contratti negli ultimi 20 anni ammonta a 26.615 miliardi di euro. Se si ricalcolano gli importi per riportarli ai valori attuali questa cifra aumenta e non si è lontani dal vero ipotizzando un prelievo di circa 40.000 miliardi di euro (circa 80 milioni di miliardi delle vecchie lire). Ovviamente questo non rileva per l’ammontare dello stock del debito, ma per l’incidenza della spesa per interessi che, rapportata a quel volume di prestiti, ha sempre costituito, negli ultimi venti anni, una palla al piede per la spesa pubblica. Anche non volendo calcolare l’ammontare esatto di questa cifra la si può facilmente immaginare di entità assai elevata. Di qui la domanda: per che cosa sono stati spesi tutti quei soldi?

Alla domanda facciamo ora seguire il confronto con lo stato del nostro Paese e domandiamoci che utilizzo vero è stato fatto di quei soldi. Se guardiamo la situazione dei servizi pubblici e delle infrastrutture o le condizioni economiche delle aree più arretrate o l’efficienza degli apparati pubblici o l’erogazione di prestazioni assistenziali per i giovani che sono alla ricerca di un lavoro dobbiamo concludere, quanto meno, che sono stati spesi male.

Questo è il dramma italiano: l’incapacità di utilizzare le risorse per migliorare le condizioni di vita e per crescere. Oggi in Italia è impossibile crescere: non possono farlo i giovani perché sono soli di fronte alla ricerca di un’occupazione che valorizzi le loro capacità; non possono farlo quelli che svolgono attività economiche che richiedono come presupposto un ambiente sociale e civile favorevole e, invece, si ritrovano a fare i conti con le molteplici forme di criminalità (spesso colluse con la politica) che rendono la vita difficile, per non parlare delle lentezze e degli ostacoli burocratici o dello stato dei trasporti e delle infrastrutture; non possono farlo quelli che vorrebbero fare i cittadini e che si trovano a lottare con un sistema chiuso che privilegia i gruppi di potere e le mille corporazioni nelle quali è frazionata la società.

E il dramma italiano è che tutto ciò è stato fatto nel quadro del sistema democratico fondato sui partiti.

La manovra del governo Monti è iniqua, su questo non ci sono dubbi, è inutile girarci intorno. Ma è iniqua perché questo governo non è il prodotto di un mutamento di classi dirigenti e non è portatore di un progetto di ricostruzione dell’Italia che ne sani i tanti mali accumulatisi fin dalla formazione dello Stato unitario.

Non se lo proponeva il governo Monti e non poteva che seguire un solco tracciato da decenni. Dov’è la novità nello scoprire che far pagare gli evasori è sempre la cosa più lenta e difficile quando su questo è stato costruito il patto sociale fin dagli anni ’50? Dov’è la novità nello scoprire che è sempre molto complicato battere i privilegi della Chiesa anche quando tutta la situazione grida che questo è il momento per cominciare? Dov’è la novità nell’accorgersi che un bene pubblico come le frequenze televisive lo si vuole regalare ai monopolisti controllati dal potere politico (Rai) e privato (Mediaset)? Sono circa venti anni che il conflitto d’interessi (per non parlare dei tanti reati comuni dei quali è accusato) è ben presente agli occhi dell’opinione pubblica e ciò non ha impedito che Berlusconi andasse al governo per tre volte con i voti degli italiani. D’altra parte nemmeno gli intervalli di governo delle forze a lui alternative hanno trovato il modo per porvi rimedio. Quindi di cosa ci meravigliamo?

Alla meraviglia si deve sostituire lo scandalo e la lucida determinazione a voltare pagina. Cominciando dalla manovra ovviamente. La pressione dell’opinione pubblica deve farsi sentire assumendo sia le motivazioni che hanno portato alla nascita di questo governo (salvare l’Italia raddrizzando i conti, riportarla in Europa da protagonista), sia gli obiettivi dichiarati della manovra.

Quindi a saldi invariati, anzi migliorati bisogna ottenere che la Chiesa paghi l’ICI sugli immobili non adibiti esclusivamente al culto; che le frequenze televisive siano fatte pagare favorendo non i monopolisti attuali, ma altri soggetti e che il loro uso non sia solo per le TV, ma anche per la banda larga di internet; che sui capitali scudati si applichi un’aliquota paragonabile a quelle già applicate nei principali paesi europei (se ci dobbiamo integrare cominciamo a farlo dagli evasori); che siano concentrate le forze su quei contribuenti che appartenendo a categorie di lavoro autonomo denunciano redditi ridicoli o che risultino intestatari di beni di lusso (barche, auto ecc); che siano ridotti gli acquisti di armamenti cominciando dai cacciabombardieri F35 (100 milioni l’uno). Come impegno del governo occorre che sia condotta un’analisi della spesa che porti alla cancellazione di enti inutili, sprechi e duplicazioni e che si orienti l’azione degli apparati del fisco e della Guardia di finanza alla lotta dell’evasione fiscale.

In tal modo si aumenterebbero le entrate in misura tale da: consentire di applicare la rivalutazione a tutte le pensioni fino a oltre 2mila euro mensili; di attenuare il passaggio al nuovo regime pensionistico per i lavoratori che hanno raggiunto i 40 anni di contributi; di introdurre indennità di disoccupazione per i giovani precari; di investire risorse per la sicurezza scolastica e per la mobilità.

Tutto ciò è possibile se si inizia a mettere in atto un nuovo modello di democrazia basato sulla partecipazione, sulla responsabilità, sulla condivisione e sull’equità unica base solida per costruire un futuro. Per questo è necessario che i movimenti, il popolo della rete, le associazioni e i comitati si mobilitino e intervengano con intelligenza e lungimiranza. Che mantengano viva e alimentino la memoria. L’obiettivo non è solo di spingere il governo a modificare le sue decisioni (di oggi e di domani), ma anche quello di costruire un’alternativa futura che segni la via d’uscita dalla crisi italiana abbandonando le strade del populismo, dell’affarismo, delle oligarchie irresponsabili, dell’individualismo egoista e anarcoide che rivendica l’illegalità come sua cifra culturale e come guida dei comportamenti di ognuno. E l’obiettivo è anche ridisegnare il nostro sistema democratico per sostituire alla centralità dei partiti la centralità della politica diffusa e condivisa, della cittadinanza attiva e nuove forme di rappresentanza e di partecipazione sociale alle decisioni e al controllo sulla loro attuazione.

Claudio Lombardi

Il paradosso della democrazia dai conti pubblici alle sfide del mondo globalizzato (di Claudio Lombardi)

Interessante analisi di Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace su Repubblica-affari e finanza di oggi. Il tema è l’effetto delle politiche dei governi Berlusconi negli ultimi dieci anni sull’entità del debito pubblico, sulla crescita del Pil, della spesa pubblica e del prelievo fiscale.

I numeri del rapporto debito pubblico/PIL  parlano chiaro. Si parte dal 2000 con il 109,2%, nel 2001 siamo al 108,8%, nel 2002 al 105,7%, nel 2003 al 104,4%, nel 2004 al 103,9%, nel 2005 si risale al 105,9% e nel 2006 al 106,6%.

Prendendo in considerazione gli anni del governo Berlusconi 2001-2006, anni di stabilità politica e di favorevoli condizioni economiche (la prima crisi negli Usa inizierà nella seconda metà del 2007), si passa dal 108,8% al 106,6%, ovvero il debito diminuisce in rapporto al Pil del 2,2%. Poco, molto? Considerando un ampio arco di tempo, la stabilità politica e le condizioni dell’economia e mettendo a confronto tutto ciò con le precarie condizioni della finanza pubblica italiana  che, all’avvio dell’euro, non rispettava assolutamente il parametro del 60% del rapporto debito/Pil fissato nei trattati, ma si era impegnata a ridurlo progressivamente, si può tranquillamente affermare che il risultato di cinque anni di governo è stato nettamente insufficiente.

Se poi si guarda agli anni successivi si constata che questo giudizio è fin troppo ottimistico.

Nel 2007 il rapporto debito/Pil va al 103,6% con una diminuzione, in un solo anno, del 3%. Cosa era successo? Era cambiato il governo nel corso del 2006, si era formato il governo Prodi che, pur gravato da una scarsissima maggioranza e minato dai contrasti interni, riuscì ad invertire la rotta e a raggiungere quel risultato straordinario.

Nel 2008 la coalizione di Berlusconi vince di nuovo le elezioni e il debito ricomincia subito a salire: 106,3% nel 2008, 116,1% nel 2009, 119,1% nel 2010 e nel 2011 le stime indicano una crescita ben più pesante. In pratica, in pochi anni, il debito pubblico italiano è diventato una palla al piede per l’Italia e per l’intera Europa e questo per l’inettitudine conclamata della maggioranza di centrodestra che ha disseminato il suo cammino di frottole e illusioni, ma ha causato un danno reale gravissimo agli italiani con un malgoverno simile a quello conosciuto negli anni peggiori di tangentopoli. La formula magica è stata: illudere la massa con provvedimenti truffaldini come l’abolizione dell’ICI (pagata comunque con il dissesto delle finanze locali) ed esibendo un ottimismo becero che non aveva nessun fondamento nella realtà; e lasciare campo libero nella gestione del denaro pubblico e degli apparati pubblici alle cricche e agli incompetenti.

Ormai si è capito che la crisi è stata l’occasione per nascondere un bel po’ di malefatte a cominciare dall’assoluta incapacità di guidare il Paese nello sfruttamento delle sue potenzialità economiche. Non a caso il Pil nel decennio 2001-2010 è cresciuto in media dello 0,4% l’anno mentre negli altri paesi europei a noi paragonabili la crescita è stata sempre oltre il doppio di quella italiana (media UE 1,4%).

Come ricordano gli autori dell’articolo “se vi è stato un miracolo di Berlusconi in Italia, è stato quello di avviarne in maniera inarrestabile il declino economico”. Anche i dati sul prelievo fiscale confermano che si è fatto il contrario di quello che è stato fatto credere agli italiani: in un decennio il gettito fiscale è aumentato del 33,7%, ben l’11% in più dell’incremento dei prezzi. La stessa cosa è accaduta con la spesa pubblica aumentata del 46,5% fra il 2000 e il 2010 (da 542 mld di euro a 794 mld di euro).

Bonafede e Di Pace concludono l’analisi con una considerazione amara: “insomma, l’imprenditore che si era presentato agli italiani come l’homo novus della politica, capace di rimettere a posto i disastrati conti dell’Italia, in realtà è stato l’ennesimo assaltatore della diligenza della spesa pubblica, tanto da dare quasi il colpo di grazia alle nostre finanze”.

Una considerazione ancora più amara deve essere fatta sulla politica. Chi si illude che le classi dirigenti che detengono nelle loro mani i poteri che in democrazia vengono concessi a chi riscuote il consenso degli elettori agiscano sempre per il bene della collettività si sbaglia di grosso.

Croce e delizia di ogni democrazia è la ricerca del consenso. Non se ne può fare a meno ovviamente, ma crea le occasioni perché la selezione dei rappresentanti politici non si faccia sulla capacità di governare, sulla lealtà e sulla qualità dei programmi. Troppo spesso, infatti, il rapporto con i cittadini è basato su illusioni e promesse irreali oppure sulla cultura dello scambio di favori che permette ai politici di fare quello che vogliono in cambio della soddisfazione di interessi personali degli elettori.

In tutti i casi la conseguenza sarà la selezione dei peggiori fra i rappresentanti politici che si faranno forti della mancanza di cultura democratica e della prevalenza dell’individualismo egoista sugli interessi della collettività.

È stata già osservata la stranezza del caso italiano che porta ad escludere dal governo i partiti quando si verificano situazioni di emergenza quasi si trattasse di ostacoli alla soluzione dei problemi. I governi tecnici nascono sempre dal fallimento della politica rappresentata dai partiti e gettano un’ombra sinistra sulla salute del nostro sistema democratico.

Anche guardando a quel che accade in altri paesi occidentali si ha l’impressione che i tradizionali percorsi di formazione del consenso non bastino più. Il mondo oggi è più complicato per tutti e non si può tornare al passato quando ogni Stato faceva per conto suo difendendo la sua moneta, i suoi commerci, le sue conquiste coloniali (quando c’erano) e ogni tanto scoppiava una guerra per sistemare le controversie più difficili. Dopo la seconda guerra mondiale, con la terra piena di armi atomiche e con nazioni di quello che era il terzo mondo che sono diventate potenze economiche e militari mondiali, con l’interdipendenza fra le economie quell’assetto porterebbe al disastro anche più rapidamente che nel passato. Per questo il consenso basato sulle semplificazioni e sulle illusioni oggi è un pericolo.

Una vera cultura democratica è quella che mette i cittadini in grado di capire e di valutare  le strategie che vengono proposte e l’impatto delle politiche che vengono praticate. La partecipazione serve a questo e costituisce una grande riserva di intelligenza e di competenza senza le quali nessuna elite per quanto preparata riuscirà a superare i paradossi della democrazia che vive di consenso,  ma dal consenso sbagliato può essere distrutta.

Claudio Lombardi

La crisi e quattro temi cruciali da affrontare (di Lapo Berti)

Siamo a una di quelle svolte nella storia in cui molti, per non dire tutti, avvertono che qualcosa si è rotto nel meccanismo che per tanto tempo ci ha consentito di abitare il nostro mondo godendo di un costante miglioramento delle nostre condizioni di vita. Il mito del progresso, con la sua apparentemente infinita capacità di attrarre consenso e di rinnovarsi, si è infranto.

Cominciamo a vivere fra i detriti di questa rottura, senza che ancora ne percepiamo tutta la gravità e ineluttabilità. Qualcuno di noi pensa ancora che, dopo tutto, anche questa passerà e si riprenderà il cammino inarrestabile del progresso. Qualcuno avrà perso, qualcun altro avrà guadagnato, come sempre.

La svolta che stiamo vivendo è invece inedita. Lo è per le dimensioni, perché coinvolge il mondo intero e si fa percepire, con maggiore o minore intensità, in tutti i paesi. La crisi finanziaria prima e la recessione economica ora non sono i fenomeni consueti, per quanto rovinosi, che da sempre accompagnano l’evoluzione del capitalismo e ne scandiscono la storia. Sono i sintomi della fine di un ciclo storico, dell’esaurimento di un modello di organizzazione della vita sociale e della sua riproduzione. Se li sappiamo cogliere, se li sappiamo interpretare, possiamo aprire una fase nuova in cui far nascere, dall’interazione di tutti e con il coinvolgimento del maggior numero di persone, un contesto sociale, economico e politico in cui ritrovare il senso delle nostre vite, la capacità e il piacere di stare insieme fra sconosciuti, le regole della democrazia. Se lasciamo passare l’occasione, non avremo certo la fine del mondo, che non siamo ancora in condizione di decretare, ma, certo, il mondo in cui viviamo continuerà a deteriorarsi e le nostre vite a desertificarsi. E’ in gioco la qualità della vita di tutti.

I modelli economici e sociali non si cambiano facilmente, checché ne dicano i politici di mestiere più o meno interessati a vendere la loro ricetta, ma le persone possono, anche singolarmente, cominciare a cambiare i modi della loro interazione, a cambiare le cose che fanno e i modi in cui le fanno, a cambiare le domande che pongono al mondo e ai loro simili. E’ da quest’interazione che nascono i veri cambiamenti, quelli che vanno in profondità, al cuore delle cose. Quello che serve prima di tutto, dunque, è un cambiamento culturale, un mutamento nei comportamenti e negli atteggiamenti delle persone, che dia spazio a nuove risposte, all’esplorazione di modi inusitati e inesplorati di fare le cose.

La politica è, nella sua versione migliore, il luogo in cui le persone che convivono in un determinato spazio collocano i loro sogni, le loro aspettative, i loro progetti di vita, è il luogo a cui rivolgono le domande a cui vorrebbero risposte per orientare le loro vite e costruire la loro felicità. La politica è il luogo che raccoglie e mette in scena l’immaginario sociale che è il frutto, la creazione spontanea di un’infinità di pensieri e di parole che riempiono i flussi della nostra vita quotidiana. E’ nel crogiolo della politica, quando questa mantiene fede alla sua missione, che si forgiano i contorni del presente e si delineano quelli del futuro. La politica, naturalmente, ha elaborato tecniche, procedure, per governare tutto ciò e per tradurlo in scelte concrete, materiali, in pratiche che ci coinvolgono e condizionano tutti, anche quando non ce ne accorgiamo. Ma il senso, la legittimazione della politica stanno in quella proiezione collettiva di senso che abbiamo appena descritto e reggono finché vive quel luogo che la rappresenta.

Quando la politica viene meno, in maniera evidente, irreversibile e irrimediabile, al compito di dare espressione alle fantasie degli uomini alla ricerca della loro felicità terrena, questo è il segno che è tempo di cambiare. Quando questo avviene, come oggi è sotto gli occhi di tutti, non solo nel nostro disgraziato paese, ma anche in Europa, anche in America, dove i politici sembrano aver perso il bandolo della matassa e si avvitano su caroselli di parole che non hanno presa sulle cose, che non sono in grado di guidare i fatti. Anche questo è un segno che siamo a una svolta che non si può evitare.

La seconda modernità, in cui abbiamo vissuto piuttosto confortevolmente fino all’altro ieri e che ora ci sta stritolando nelle spire della sua crisi, ci consegna una manciata di problemi cui dobbiamo assolutamente tentare di dare una risposta, perché dalle risposte che sapremo dare e mettere in pratica dipende il futuro nostro e dei nostri figli.

Il primo tema cruciale è quello del potere economico. La crisi finanziaria del 2008 ci ha mostrato, con tutta evidenza, che per troppo tempo abbiamo lasciato che il potere economico crescesse a dismisura, al di fuori di ogni regola e anche di ogni senso pratico. Ha mostrato, cosa ancora più grave, che le istituzioni democratiche, così come le abbiamo concepite e praticate, non hanno gli strumenti per governare e controllare la formazione di poteri economici esorbitanti, che danno luogo a compensi e a ricchezze inaudite e inaccettabili da qualunque collettività che debba condividere il destino di tutti coloro che ne fanno parte. Le nostre costituzioni regolano il potere legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario, ma hanno trascurato quello economico. Occorre porre rimedio a questa lacuna devastante.

Il secondo tema, strettamente intrecciato al primo, è quello della disuguaglianza economica. Anche qui, la politica e le istituzioni della democrazia si sono dimostrate insufficienti e incapaci di far sì che le disuguaglianze economiche, inevitabili in un sistema economico capitalistico, diventassero intollerabili e generassero condizioni di disuguaglianza e di sofferenza sociale che sono al di fuori del patto che tiene insieme le società democratiche.

Il terzo tema è quello delle dimensioni abnormi che il debito pubblico ha raggiunto in molti paesi senza che nulla e nessuno fosse in grado di porvi un argine, ma, soprattutto, senza che nessuno ne comprendesse il significato e si ponesse il problema di quali debbano essere i limiti che l’indebitamento dei governi può raggiungere e delle caratteristiche che deve avere per essere di sostegno all’economia e non di peso ai cittadini. L’irresponsabilità politica, e non solo, degli uomini di governo nelle cui mani è posto il potere di creare debito pubblico è parte del problema e richiede di essere affrontata.

Il quarto e ultimo dei temi cruciali, il più generale e comprensivo, è quello del ruolo che la mercificazione ha assunto nelle nostre società. Era prevedibile, e per molto tempo è apparso addirittura ovvio e necessario, che, in una società in cui una quota crescente dei beni e servizi in cui s’incarna il nostro benessere sono resi disponibili solo se vi è la prospettiva di un profitto ovvero se possono assumere la forma di una merce, non si ponesse alcun limite al novero delle cose che possono essere sottoposte a questo regime. E così è stato. Un po’ alla volta si è trasformato in merce il lavoro, l’ambiente, il corpo, la cultura, la vita privata, praticamente tutto ciò che compone la nostra civiltà millenaria. Oggi cominciamo a renderci conto che questo gigantesco sovvertimento dell’ordine sociale in cui per millenni si è svolta la vita delle civiltà ha progressivamente svuotato di senso le nostre vite, gli ha sottratto quella valenza culturale che avevamo impiegato millenni per costruire. Non è sensato pensare che quel sovvertimento possa essere ribaltato. Certo va governato, preso in mano. Occorre che si apra una grande discussione collettiva capace di produrre un cambiamento culturale che riporti sotto controllo dell’umanità nel suo insieme il mondo impazzito delle merci.

Lapo Berti da www.lib21.org

Uscire dalla crisi con un nuovo governo e nuovi cittadini (di Claudio Lombardi)

Di epitaffi per il peggior governo dell’Italia repubblicana (peggiore per chi lo ha guidato, per i suoi esponenti, per la sua politica, per come ha gestito un potere quasi assoluto) se ne scriveranno tanti. Senza ricorrere a toni urlati e alla retorica si può dire che l’era Berlusconi lascia in eredità agli italiani un Paese che ha ampliato i suoi squilibri sociali e ha sprecato capitale umano; che ha vissuto le liberalizzazioni solo come l’arbitrio dei potenti e degli affaristi; che non ha costruito un sistema di welfare capace di sostenere la parte più sana degli italiani, quelli che vogliono lavorare qualunque sia la loro età; che, in particolare per i giovani, ha lasciato che si affermasse un sistema arrogante e intimidatorio nel mondo del lavoro mortificando le capacità e annullando le competenze conquistate in anni di studio; che ha lasciato distruggere il territorio sia dalla speculazione edilizia che dall’incuria facendo pagare un prezzo impressionante a milioni di italiani; che ha piegato lo Stato ad interessi di parte lasciando che dilagassero corruzione e incompetenza che si sono imposte agli onesti e ai capaci.

Molto altro si potrebbe aggiungere, ma non serve perché i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le due notizie che occupano le prime pagine in questi giorni bastano a certificare un fallimento della classe dirigente e del sistema Italia così come è stato forgiato nel corso degli anni.

Il tracollo dell’Italia nei mercati finanziari risponde ad una paurosa mancanza di credibilità della sua classe di governo. Il disastro di Genova e delle alluvioni che l’hanno preceduto certifica che l’Italia è priva di classi dirigenti capaci di governare e che i cittadini non sono in grado di farsi ascoltare e non sono i soggetti centrali dello Stato. Se non fosse così la prevenzione sarebbe stata fatta anche a costo di togliere soldi ad opere di facciata o a grandi eventi di dubbia utilità. Se ciò non è accaduto e si è lasciata degenerare la situazione del territorio le responsabilità sono molto ampie e non limitate ad un sindaco, ad un presidente di regione e nemmeno ad un ministro del tesoro. Ci sarebbe da chiedere a caratteri cubitali, oggi come in tutte le altre occasioni di disastri naturali cui ci si poteva preparare meglio, DOVE ERAVATE TUTTI ? la domanda, purtroppo, va rivolta anche ai cittadini e alle loro espressioni organizzate troppo spesso emarginate dalle decisioni politiche, ma anche poco attente e poco attenti a sentirsi parte dello Stato e investiti di una responsabilità politica “naturale”. Migliaia di occhi hanno visto e migliaia di menti hanno compreso, ma il messaggio non è arrivato a chi ha il potere di decidere e di agire. Ricordiamocene per l’avvenire.

Ora che anche il Presidente della Repubblica ha parlato con una chiarezza inequivocabile (dimissioni certe di Berlusconi e poi o governo che riscuote la fiducia o nuove elezioni) occorre tentare di dare il proprio contributo alla definizione di un programma minimo per fronteggiare l’emergenza. Facciamo, però, chiarezza perché di provvedimenti di emergenza ne abbiamo conosciuti molti nel corso degli anni e la situazione del Paese non è cambiata, anzi, si è aggravato il dramma italiano di uno spreco di risorse gettate nel calderone del malgoverno o del governo senza strategie che ha assunto dimensioni colossali.

Quindi, per favore, non veniteci a parlare di emergenza senza convincerci che: 1) voi avete le idee chiare; 2) voi avete la statura morale per guidare noi; 3) voi sapete cosa state costruendo e lo volete fare insieme a noi. Perché, altrimenti, subiremo la vostra emergenza e continueremo a disinteressarci della cosa pubblica e voi avrete il peso di una società intera che se non rema contro quanto meno non vi aiuta.

Il noi e il voi è diventata una chiave per inaugurare un nuovo modo di parlarsi fra cittadini e persone che dedicandosi alla politica chiedono il consenso per dirigere le istituzioni. Bisogna convincerci tutti che farla finita con il berlusconismo significa uscire fuori da un modo oligarchico e autoreferenziale di gestire la funzione politica. Quando i cittadini stanno a guardare con disgusto o con rabbia a manovre politiche che non comprendono allora è arrivato il momento di cambiare strada.

Questa crisi dell’Italia e di questa specie di governo che è ancora in carica ci devono far riflettere oltre i numeri che la sanciscono, altrimenti metteremo al centro di tutto i numeri e dimenticheremo le persone che li fanno i numeri. Vediamo, quindi, se si può provare ad abbozzare un punto di vista civico ossia del cittadino senza ulteriori specificazioni. Vediamo se possiamo decidere qualcosa anche noi e non solo limitarci a seguire passo passo il programma imposto dall’Europa.

Qual’ è il problema principale dell’Italia? Il debito pubblico che strozza la capacità di spesa dello Stato, delle regioni e degli enti locali. Quindi occorre fermare la crescita del debito e puntare a ridurlo. Per questo bisogna che lo Stato incassi di più col prelievo fiscale e spenda meno e meglio il denaro pubblico.

Uno schemino semplice eppure qui sta il dramma italiano perché da decenni gli interessi di parte impediscono che si imbocchi la via di un risanamento. D’altra parte sono gli stessi interessi che hanno creato questa situazione, e allora come stupirsi?

Non si può qui delineare un programma di governo, ma provare a capire da dove si può cominciare sì.

Si imponga una patrimoniale ordinaria che effettui un prelievo sulla ricchezza che si è formata in questi anni di redistribuzione del reddito a danno dei ceti medi e bassi e a vantaggio degli evasori fiscali. Per non colpire due volte chi ha già pagato si può stabilire un limite oltre il quale la tassa possa incidere e la possibilità di detrarre l’importo delle imposte sul reddito già pagate. Lo chiede persino la Confindustria e allora perché finora il governo non l’ha presa in considerazione divagando su misure programmatiche con effetti vaghi e non immediati (licenziamenti facili per esempio)?

La spesa va ridotta certo, ma riqualificandola perché sia un volano per la crescita e non solo una scure che taglia alla cieca. Per esempio le pensioni. Si passi subito al contributivo per tutti così chi vuole va in pensione con quello che ha maturato sulla base dei contributi versati. Ma questo non può essere un espediente per mettere alla fame milioni di persone. Quindi non si può proporre questo per tagliare le pensioni da adesso in poi. Inoltre, se risparmi ci saranno dovranno alimentare un welfare riformato che aiuti chi vuole lavorare e i giovani innanzitutto.

A proposito di riqualificazione della spesa ricordiamoci delle 19 Maserati da 100mila euro l’una comprate in queste settimane dal ministero della difesa. Ecco un esempio di cosa può succedere quando manca la direzione politica o si lascia briglia sciolta ad una burocrazia folle che guarda solo il suo ombelico. Quanti altri casi di follia amministrativa ci sono in tutti i settori nei quali si ha il potere di spendere il denaro pubblico?

Per ripartire ci vuole una nuova classe dirigente cominciando con un nuovo governo. E ci vuole una cultura civica che rimetta al centro il cittadino con i suoi diritti e le sue responsabilità. Il ventennio berlusconiano non nasce dallo spazio, ma da qui. Guardiamoci in faccia e decidiamo se possiamo continuare così noi italiani e comprendiamo che la risposta non ce la daranno i partiti. Stavolta dobbiamo darla anche noi.

Claudio Lombardi

Un’ondata di partecipazione della società civile (di Claudio Lombardi)

“La politica appare debole e divisa, incapace di produrre scelte coraggiose, coerenti e condivise”.

Mentre il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano pronunciava queste parole la maggioranza compatta votava la fiducia sul provvedimento cosiddetto del “processo lungo” che mira ad intralciare i processi dando la possibilità a collegi di difesa e ad imputati (ovviamente con molti soldi a disposizione) di procrastinarne la durata con citazioni di testimoni senza alcun limite e impedendo l’utilizzo delle sentenze passate in giudicato.

Dopo aver tentato in ogni modo di tagliare la durata dei processi (chi si ricorda dei processi a scadenza predeterminata?) adesso la maggioranza ci prova con la misura contraria. Lo scopo è sempre lo stesso: impedire ai giudici di emettere sentenze su Silvio Berlusconi, in particolare sui processi nei quali la condanna è praticamente certa o molto probabile (casi Mills, Mediaset e Mediatrade).

Intanto va avanti la sceneggiata dei ministeri a Monza con sberleffi, gestacci e battute grevi. Gli autori sono, ovviamente, i capi della Lega non più in grado di produrre alcunché di credibile dopo il fallimento del federalismo soffocato dall’estrema centralizzazione delle politiche del Governo. Al posto di proposte serie e di un’azione vera da parte di chi occupa da molti anni posizioni di potere al centro e in periferia si ricorre alla presa in giro degli elettori buttandola in caciara tanto per distrarre gli animi semplici e sempliciotti di chi non vede più in là del proprio naso. Che nei comuni spesso la Lega governi bene non copre l’inadeguatezza dei vertici che siedono a Roma e che non sanno più che fare e che dire essendosi legati in tutto e per tutto a Berlusconi.

Tra uno scandalo e l’altro emerge la natura affaristica e banditesca di tanti politici che siedono in Parlamento o che manovrano le leve del potere dall’esterno. Ormai non passa giorni senza che nuove rivelazioni ci mostrino il vero volto di un bel pezzo della politica che comanda nel nostro Paese. Questo è il punto: in tanti possono delinquere, ma solo pochi lo possono fare con i poteri, i mezzi e gli strumenti dello Stato. Come dimostra il caso dei processi di Berlusconi l’apoteosi della politica impunita è quando la si utilizza senza più maschere per sfuggire alle leggi. Quello che leggiamo continuamente nelle cronache giudiziarie dimostra che questo è diventato un sistema che sta dentro quello istituzionale come gli alieni nei film di fantascienza di tanti anni fa.

Nel frattempo la finanza internazionale esprime la sua sfiducia sulle sorti dell’Italia e manda a picco la Borsa e in alto gli interessi sui titoli del debito pubblico. In pochi giorni una bella fetta dei soldi presi con la manovra e pagati dai ceti medi e bassi, sono già stati spesi proprio con gli interessi che lo Stato si è impegnato a pagare nei prossimi anni.

In questo quadro il giudizio di Napolitano appare fin troppo benevolo.

Ciò che gli italiani debbono affrontare è l’accertata incapacità di buona parte della politica di svolgere la propria funzione di governo. Ne hanno preso atto le maggiori associazioni del mondo del lavoro, dell’artigianato, dell’impresa e della cooperazione auspicando una “discontinuità” che porti ad un cambiamento. Non era mai successo prima che si formasse un tale schieramento e ciò dimostra la gravità della situazione.

È necessario che a quest’appello se ne aggiungano altri provenienti dalla società civile che ha dato prova negli ultimi mesi di essere una realtà e non una mera categoria sociologica.

La società civile deve prendersi il compito di organizzare la partecipazione dei cittadini e di rivendicarne il protagonismo che spinga ad un rinnovamento gli stessi partiti, quelli veri, ovviamente, non quelli che dipendono da un padrone.

Da settembre bisognerà porsi l’obiettivo di travolgere questa lunga stagione politica ormai finita con una ondata di rinnovamento che trovi strade nuove e faccia sentire la presenza di un’Italia in grado di spingere ai margini e cacciare dalle istituzioni e dalla politica i corrotti e gli affaristi.

Claudio Lombardi

Quale crisi per l’Italia? (di Claudio Lombardi)

Alcuni tremano, adesso che la crisi si è fatta seria e ha dimostrato di durare più del previsto. Si dice che la speculazione, dopo aver attaccato la Grecia e l’Irlanda, stia puntando verso Portogallo, Spagna e poi Italia. La speculazione? E cos’è? Ovviamente non si può credere che esista una banda che decide, di volta in volta, i suoi piani di attacco.
Si sta prendendo coscienza, anche nell’opinione pubblica, che sono le debolezze strutturali dei vari Stati ad attirare quelli che per mestiere le sfruttano per accrescere i loro capitali.
Così viene fuori che i Paesi sotto scacco hanno le loro responsabilità: vuoi per aver lasciato mano libera alle banche che si sono buttate sulla cosiddetta finanza creativa ossia quella che inventa valori che non esistono nella realtà costruendo un gigantesco intreccio di scommesse in genere basate su crediti di dubbia esigibilità (i famosi mutui subprime); vuoi per aver dato totale garanzia statale alle operazioni finanziarie delle banche; vuoi per aver lasciato crescere debiti pubblici colossali insieme a stati spreconi e inefficienti.

Ora si dice che i vecchi parametri dell’Unione Europea (entità del debito pubblico, rapporto deficit/PIL) non sono sufficienti e se ne introducono altri per tirar fuori la sostanza degli equilibri finanziari e patrimoniali di ogni nazione. Da questi nuovi calcoli escono fuori non poche sorprese. La più vicina al nostro interesse è che l’Italia non sta messa tanto male. Perché?

I nuovi parametri guardano al debito pubblico in mani estere, al rapporto fra debito pubblico totale e ricchezza finanziaria delle famiglie e a quello che comprende anche la ricchezza immobiliare, alla consistenza dei debiti delle famiglie, alla ricchezza media delle famiglie e al bilancio primario (entrate correnti meno spese correnti interessi esclusi).

Secondo questi nuovi parametri l’Italia risulta essere più vicina alla Francia e alla Germania che alla Grecia e all’Irlanda. Ovviamente ha un debito pubblico che ora si avvicina al 120% del PIL mentre, negli anni della virtù quando entrammo nell’euro, era molto più basso.

Dire, come fanno gli economisti che valutano i nuovi parametri, che l’entità che conta non è l’ammontare dal debito pubblico bensì il totale pubblico+privato e che non preoccupa la quota di debito pubblico collocata all’estero (quella che può essere manovrata dagli speculatori) perché la ricchezza finanziaria delle famiglie sarebbe di gran lunga superiore, equivale a dire che tutti gli italiani garantiscono con i loro risparmi e le loro case il debito pubblico dello Stato.
Formalmente e teoricamente corretto, disastroso se preso sul serio.

Ciò che preoccupa dell’Italia sta in altri valori numerici e poi nella constatazione di fatto di come si vive nel nostro Paese.

Un valore numerico è quello della spesa pubblica che è cresciuta del 45% dal 2000 al 2009 (dati Banca d’Italia) e questo a fronte di un incremento dei prezzi di molto inferiore alla metà. Si potrebbe dire: è l’effetto della crisi che ha richiesto un maggiore impegno degli Stati.
No, perché nel 2003 l’aumento della spesa pubblica è stato del 9% e non c’era nessuna crisi. E nel 2006 è stato del 5,34% e la crisi doveva ancora iniziare.

Ma di che tipo di spesa si trattava? A parte le varie prime pietre del Ponte sullo stretto e di simili opere che pure hanno avuto il loro peso (anche perché sono soldi regalati ad affaristi e speculatori e non producono sviluppo economico), si è trattato di un grosso aumento per l’acquisto di beni e servizi (+59%) proprio la voce che rientra maggiormente nel controllo esercitato dalla politica.

Un altro numero che guida alla comprensione è quello dell’evasione fiscale che il Centro studi di Confindustria ha recentemente quantificato in circa 120 miliardi di euro.

L’ultimo numero è quello che indica la crescita dell’economia cioè del PIL che vale quello che vale dato che non dice se il Paese sta bene oppure no, però è pur sempre un indicatore. Ebbene la crescita del PIL ci dice che l’Italia è indietro rispetto agli altri Paesi europei con economie dello stesso livello. Perché? Forse perché l’Italia non ha un’amministrazione pubblica efficiente ed impermeabile alla corruzione come quelle della Francia e della Germania? O forse perché non si è riusciti a praticare politiche dedicate alla ricerca e all’innovazione sulla base di un sistema formativo efficace? O ancora, forse perché la spesa pubblica improduttiva unita alla corruzione dilagante più volte denunciata dalla Corte dei Conti (quantificata in decine di miliardi di euro) e alle azioni delle cricche di malfattori dediti a rubare il denaro pubblico che hanno agito indisturbate per anni all’ombra di importanti settori delle istituzioni (vedi scandali della Protezione civile e il giro di affari legato all’emergenza rifiuti in Campania fino alla recente truffa dei pezzi  di ricambio per le metro di Roma) ha messo in ginocchio la capacità della spesa pubblica di produrre risultati utili generando un diffuso disinteresse per la cura dei beni comuni?

Sì pare proprio che queste siano le ragioni tutte riconducibili al male che corrode l’Italia che si chiama uso privato dei beni comuni e delle istituzioni e trasformazione della politica nel regno degli affaristi e dei banditi all’assalto del denaro pubblico. Basta un esempio.

Se fosse vero che Berlusconi, come capo del Governo, abbia “costretto” l’ENI a fare scelte di approvvigionamento del gas nell’interesse di Putin, facendo così pagare un sovrapprezzo a tutti gli italiani per mettersi in tasca una gigantesca tangente (pagata all’estero e transitata su una delle numerose società offshore nella disponibilità del Presidente del Consiglio come risulta da tante indagini dei magistrati).

Se fosse vero ciò cui alludono i documenti riservati dei diplomatici USA resi noti da Wikileaks allora ci troveremmo all’apoteosi della trasformazione del sistema di governo italiano, quella famosa Costituzione materiale cui si richiamano sempre i politici che vogliono superare quella scritta: avremmo finalmente istituzionalizzato lo Stato mafioso dominato dai banditi che rubano avendo conquistato le istituzioni e facendo le leggi nel loro unico interesse. Se fosse vero ciò a ben poco servirebbero le “punzecchiature di spillo” di una magistratura delegittimata e di una giustizia azzoppata a cui sono stati tolti i mezzi per funzionare.

Se questa fosse la verità dietro le ipocrisie e le finzioni tutti noi saremmo i sudditi genuflessi di un potere feudale costretti a chiedere mille raccomandazioni e favori per avere ciò che ci spetterebbe come diritto: la rimozione della spazzatura, un posto di lavoro, un letto in ospedale, una scuola pubblica decente.

Speriamo che non vada a finire così.

Claudio Lombardi

Chi paga la manovra: meno soldi e meno diritti per chi non può decidere (di Claudio Lombardi)

Ormai sulla manovra del Governo è in pieno svolgimento il dibattito pubblico ed è già iniziato l’esame del Parlamento. Sul perché si è arrivati alla manovra si è espresso su civicolab con chiarezza Gabriele Silvestri. Ciò che si può aggiungere è che l’Italia, come tutti i paesi con un alto debito pubblico, è stata sempre a rischio di manovre speculative. La fragilità del nostro Paese non nasce con la crisi finanziaria portata dai mutui subprime né inizia come conseguenza della crisi greca, ma risale a molto più tempo fa, a quando i governi degli anni ’80 ci regalarono il raddoppio del debito pubblico, l’incremento dell’inefficienza della macchina statale, l’aumento della corruzione a tutti i livelli e una spesa pubblica fuori controllo. Dovremmo ricordarci tutti che nel ’92 in Italia si dovette prelevare i soldi dai conti correnti dei cittadini tanto le cose si erano messe male. Praticamente fu una situazione di economia di guerra quella che dovettero sopportare gli italiani e la scoperta di tangentopoli fece capire a tutti quali ne erano le cause e quali i responsabili.

Negli ultimi anni siamo tornati alla spesa pubblica fuori controllo con le spese correnti che hanno superato, per la prima volta da un decennio, le entrate tributarie (e senza calcolare gli interessi da pagare sui titoli di Stato). La corruzione è dilagata e si è trasformata sfacciatamente nel dominio di una classe di faccendieri senza scrupoli che ha messo insieme politici, imprenditori e alti funzionari dello Stato. Grazie all’opera della magistratura e delle forze dell’ordine si è iniziato a scoprire la verità sui traffici che si sono svolti all’ombra delle vere e finte emergenze e del maneggio di denaro pubblico. Si è iniziato e non si continuerà perché la legge contro la magistratura voluta a tutti i costi da un Governo e da una maggioranza piena di corrotti veri e presunti sta mettendo il bavaglio all’informazione e sta legando le mani ai giudici. E questo mentre il Presidente del Consiglio, a capo di un Governo che ha emanato più di 50 decreti legge e che ha chiesto 34 voti di fiducia avendo una maggioranza di voti strabordante, si permette di dire che la Costituzione non gli permette di governare. Che si tratti del tentativo di cambiare la natura del nostro Stato democratico trasformandolo in stato autoritario dominato da gruppi di intoccabili autorizzati a violare le leggi e ad usare ciò che è pubblico come fosse patrimonio personale è evidente. Ciò che non si vede abbastanza è la reazione dei cittadini, forse, lentamente abituatisi ad accettare la natura autoritaria e classista del potere.

Che anche di una nuova forma di supremazia di classe si tratti è dimostrato dalla manovra finanziaria presentata dal Governo. Dopo anni di finanza allegra servita per conquistare la fiducia degli elettori e dopo aver inutilmente speso somme enormi con la politica economica attuata nel primo periodo di governo (valutata in più di 10 miliardi) adesso si scopre che i conti pubblici vanno male e che ci vogliono un bel po’ di soldi per tentare di raddrizzarli. E dove si prendono? Dai servizi erogati dalle regioni e dagli enti locali, dal pubblico impiego e dai pensionati. I numeri dicono questo. Poi, certo, ci sono altre misure che dovrebbero colpire l’evasione e ridurre un po’ le retribuzioni più elevate. Ma intanto bisogna dire che di misure contro l’evasione ce n’erano anche anni fa e che sono state abolite. E poi che non si tratta di strumenti scoperti adesso, bensì conosciuti da tempo ed accuratamente evitati da buona parte dei governi che si sono succeduti nel tempo. La mala fede e la cattiva coscienza è di chi conosceva lo stato dei conti pubblici e i suoi punti critici da anni e non ha agito per rimediare.

Perché? La risposta è semplice: poiché le risorse dello Stato si sono ridotte, ma la spesa gestita da chi comanda nelle istituzioni è aumentata, qualcuno doveva pagare il conto. Se il debito pubblico al 103,5% del PIL nel 2007 è salito nelle previsioni del 2010 al 117% e se la spesa per beni e servizi è cresciuta dal 2000 al 2009 del 59% ( gli scandali ogni tanto ci informano su cosa si nasconde dietro queste cifre ). Se la capacità dei governi di aiutare l’economia è crollata e l’Italia ha fatto passi indietro rispetto ai principali paesi europei in termini di PIL e di produttività, se non si investe in Italia perché il contesto è poco affidabile (specie al sud) con diffuse inefficienze nelle infrastrutture e nella sicurezza pubblica a fronte di risorse preziose dirottate su opere inutili come il Ponte sullo stretto di Messina.

Se questa è la situazione, chi paga? I responsabili? No, la risposta del nostro Governo è chiara: i ceti più deboli e quelli intermedi. Tutti coloro che hanno accumulato patrimoni magari residenti all’estero non sono chiamati a pagare nulla: nessuna tassa patrimoniale, nessuna aliquota fiscale straordinaria sui redditi altissimi, nessun provvedimento straordinario su quelli che hanno legalizzato (non rimpatriato) circa 100 miliardi di euro nascosti all’estero pagando il 5%, nessun adeguamento dell’imposizione fiscale sui guadagni finanziari sempre ferma al 12,5%, nessuna tassazione sui beni di lusso, nessun taglio vero ai costi della politica.

Più chiaro di così: il denaro vero viene preso a chi non può sfuggire e il resto si basa su impegni e promesse dei quali tra un po’ nessuno si ricorderà.

Basta leggere i giornali per sapere che le manovre in altri paesi europei sono diverse: lì, perlomeno, si tassano anche i ricchi e si pensa anche allo sviluppo ( Regno Unito, Germania e Spagna).

Ad esempio quale logica c’è nel tagliare i servizi di enti locali e regioni? Si peggiora la qualità della vita delle persone comuni e si impedisce lo sviluppo di interventi locali che possono anche aiutare  l’economia.

In conclusione, i diritti dei cittadini sono gravemente minacciati perché su un fronte il potere politico si sta costruendo l’impunità e mostra di voler impedire persino la diffusione dell’informazione mettendo al bando trasmissioni televisive scomode e impedendo ai giornalisti di fare il loro lavoro; su un altro fronte si comprime il tenore di vita di gran parte dei cittadini tagliando la base materiale su cui si garantiscono e riconoscono i diritti per migliorare un bilancio pubblico compromesso dalle politiche del Governo e senza far pagare nulla ai ceti più ricchi. Tutto ciò senza investire sullo sviluppo dell’economia e senza rafforzare la democrazia attraverso la partecipazione dei cittadini che, anzi, in questo quadro, sono trattati alla stregua di mandrie senza cervello da dominare e bastonare.

E se non è così è disposto il Governo a cambiare le misure proposte e ad abbandonare la legge-bavaglio e contro i magistrati?
Sembra proprio di no, per ora. Per questo i cittadini attivi devono far sentire la loro voce. 

 Claudio Lombardi

1 2 3 4