Una spending review dei cittadini: intervista a Marco Frey

Marco Frey è direttore dell’Istituto di Management della scuola superiore Sant’Anna di Pisa e presidente di Cittadinanzattiva

D: Insieme allo spread la spending review sta diventando una delle definizioni più usate non solo dai politici e dai giornalisti, ma anche dai cittadini. Il suo significato vero, tuttavia, lo si intuisce, ma resta confuso con l’attuazione concreta fatta col decreto legge del Governo. Facciamo un po’ di chiarezza?

R: Sì volentieri, fare chiarezza sull’uso dei termini è, non solo cosa buona e giusta, ma necessaria per capire e per valutare. E, come dovrebbe ormai essere chiaro, la valutazione dei cittadini è una delle parti più importanti della partecipazione democratica.

Dunque, chiariamo subito che quella che oggi viene definita dal Governo spending review è, in realtà, una manovra finanziaria. La traduzione in italiano di spending review è semplicemente revisione della spesa. Però prima della revisione occorrerebbe fare l’audit ossia un’attività di verifica diretta a scandagliare tutti gli aspetti che stanno a monte ad una decisione di spesa (procedure, obiettivi ecc). Se non faccio l’audit sicuramente non indovino la revisione della spesa perché mi mancano gli elementi per valutare le motivazioni e le finalità della spesa. In realtà Bondi (il Commissario del Governo incaricato di collaborare alla spending review) ha individuato alcuni capitoli di spesa da revisionare e sottolineo alcuni perché la manovra del Governo è molto più ampia. Detto questo la revisione in generale dovrebbe servire a rendere efficiente ed efficace un sistema. Vanno, perciò, individuati obiettivi agendo su organizzazione, processi, risultati. Per farla ci vuole tempo, molto tempo e raramente la politica ha tempo. Senza tempo il processo di revisione risulta, quindi, parziale.

D: Nella risposta sembra implicito un giudizio di inefficacia o di inadeguatezza o anche di inappropriatezza della spending review. È così?

R: Intanto non è la prima volta che si tenta una revisione della spesa. Già nel 2006 era stata creata una commissione dal ministro Padoa Schioppa e all’epoca il risparmio era stato quantificato in 700 milioni che sono ben lontani dai numerosi miliardi di risparmio che si vogliono raggiungere adesso. Già questo dato, insieme con il poco tempo passato dal conferimento dell’incarico al Commissario, dice che qualcosa non quadra.

In effetti, o si iniziava subito il giorno stesso dell’incarico del Governo a mettere sotto revisione la spesa o il tentativo, oggi, è quello di mettere una pezza. Bondi non ha impostato male il lavoro, anzi, ma le cose sono andate più in fretta sospinte dalla necessità di rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea e, quindi, di abbassare la spesa pubblica. Ciò ha portato ad una spending review nella quale ci sono anche i “famosi” tagli orizzontali. Nel complesso direi un’operazione debole anche perché il risultato effettivo è semplicemente che si spenda meno non che si spenda meglio. In definitiva un’operazione finanziaria a somma zero se si tiene conto dei previsti incrementi dell’IVA che potranno essere rinviati o annullati del tutto.

D: Veniamo ad una domanda che sono in tanti a farsi: cosa può fare ognuno di noi e cosa può fare un’associazione di cittadini per migliorare le cose? Sappiamo che il Governo ha promosso una consultazione online per ricevere suggerimenti da parte dei cittadini. Probabilmente questo non basta se mancano strumenti di informazione, di riflessione e di formazione di un’opinione matura che non vada oltre le sollecitazioni e le campagne del momento.

R: In effetti il Governo ha consultato online i cittadini a maggio ricevendo 135.000 contributi sugli sprechi da tagliare. I risultati sembrano riflettere i temi più comuni e diffusi di protesta: le auto blu; il funzionamento degli uffici pubblici; la sanità. Dunque, tre macro aree di intervento segnalate dai cittadini. Le altre (pensioni, energia etc) seguono con percentuali più basse. Cosa ci dice questo esperimento? Che manca qualcosa. Se ci fosse un audit collegato e precedente alla revisione potremmo verificare la funzionalità del servizio nel contesto in cui si trova e in relazione alle esigenze dei cittadini. Tutt’altra cosa da quella è stata fatta perché, lo ripeto, l’urgenza di oggi è ricavare numeri di bilancio compatibili con gli impegni europei e non c’è tempo né disponibilità ad una revisione che potrebbe anche portare ad un incremento della spesa in alcuni settori.

E qui veniamo alle possibilità delle associazioni e dei movimenti di partecipazione civica. Da tempo tante di queste realtà hanno superato un atteggiamento puramente rivendicativo e di protesta. Alcune parole chiave sono diventate linee guida per l’azione sociale. Fra tutte l’appropriatezza dei servizi (riconducibile anche all’uso razionale di risorse scarse) sembra quella più rilevante. Quando si mettono sul tavolo esperienze, competenze e riflessioni poi ci si impegna anche a dire dei sì e non solo dei no perché la logica del difendere tutto a prescindere non fa’ più presa quando ci si misura con la realtà e si mira a cambiarla in meglio. Da questo punto di vista Cittadinanzattiva ha imboccato da tempo una via originale per rendere concreta la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche: la valutazione civica. Non dico per l’attuale spending review perché ormai il decreto legge è diventato legge e sappiamo che il Governo non lasciava margini di modifica, ma per l’immediato futuro (intendo da settembre in poi) ci sarà molto bisogno di una revisione permanente della spesa che parta dall’informazione e dalla consapevolezza dei cittadini. Cittadinanzattiva farà la sua parte e promuoverà una spending review civica mettendo a disposizione di tutti gli strumenti di cui dispone (audit e valutazione civici) perché i primi ad essere interessati ad eliminare gli sprechi e le inefficienze sono i cittadini.

Intervista a cura di C.Lombardi

Spending review ? sì grazie, ma seria (di Claudio Lombardi)

Con un debito pubblico che si avvicina ai 2000 miliardi di euro una vera revisione della spesa pubblica è inevitabile. Per due motivi: 1. Perché non avrebbe senso non chiedersi se il livello attuale della spesa pubblica corrisponde a risultati concreti, visibili e percepibili dai cittadini in livello e qualità dei servizi nonchè misurabili in termini di efficienza del sistema-paese; 2. Perché, appunto, i risultati del debito pubblico cioè come sono stati spesi i soldi finora, non sono visibili in alcun modo.

Questo secondo punto rinvia a due aspetti cruciali di come si sono strutturate le decisioni politiche e la loro attuazione in Italia: 1. La politica con i suoi meccanismi decisionali ha espresso un tipo di rappresentanza che ha usato le risorse pubbliche o i beni comuni controllati dai poteri pubblici (non solo soldi, ma anche territorio e ambiente e persino legalità) per premiare gruppi sociali o imprenditori o procacciatori di voti o raggruppamenti di interessi. Più che di disegni strategici di governo e di sviluppo del Paese si è trattato di redistribuzione di redditi (comunque ottenuti) in base alle convenienze del momento; 2. I cittadini sono stati in gran parte coinvolti in questo sistema di gestione del potere ricavandone vantaggi grandi e piccoli, leciti e illeciti. La gamma di tali vantaggi è vasta ed è giunta anche al mercanteggiamento dei diritti trasformati in moneta di scambio con la quale acquistare pace sociale o smorzamento delle pressioni rivendicative. L’opera corruttrice è arrivata dappertutto e ha permesso la costruzione di piccole e grandi rendite di posizione che facevano parte della coscienza collettiva che non è mutata in maniera radicale negli ultimi anni, anzi, forse, si è fatta anche più cinica . C’è stato un tempo, immortalato persino in alcuni film con protagonisti i “mostri sacri” della commedia all’italiana (Sordi, Manfredi, Gasman), che persino ottenere un certificato all’anagrafe richiedeva una raccomandazione.

Senza prendere atto di questo retroterra sul quale si è formata la convivenza civile degli italiani e il loro rapporto con lo Stato è difficile capire come siamo arrivati fin qui, è difficile cambiare strada, è impossibile risolvere la crisi con una nuova stagione di sviluppo.

I nostri problemi non giungono dagli USA o dall’Europa o dalla speculazione finanziaria o, meglio, arrivano anche da lì, ma sono ingigantiti dalla sclerosi di cui soffre l’Italia da decenni.

Per questo una revisione della spesa pubblica dovrebbe essere l’occasione di una presa di coscienza collettiva degli italiani che li porti a rifiutare il modello di sistema del passato e che faccia avanzare quelle opzioni politiche che propongono una rivoluzione civile che dia vita e spazio ad una nuova rappresentanza, ad una revisione della democrazia, ad un cambiamento drastico della politica.

L’opera del governo Monti può solo essere l’avvio di una transizione verso quel tipo di trasformazione, ma non può guidarla.

Per questo tutti i provvedimenti adottati dal governo in questi mesi stanno in bilico fra soggezione al vecchio sistema di potere e apertura ad un nuovo corso. Anche la spending review si colloca su questo crinale: alcuni elementi di novità, tanta prosecuzione di politiche vecchie. Fissare un obiettivo di pareggio di bilancio, decidere la cifra che serve per arrivarci e, quindi, rivedere la spesa per tagliarla di quel tanto che basta è uno schema ben conosciuto e praticato che non ha mai risolto niente; al massimo ha permesso di svoltare il momento di crisi rinviando l’aggressione ai problemi di fondo e ai meccanismi malati che si sono, infatti, riattivati sempre creando le condizioni per nuovi interventi.

L’Italia è un paese ricco che produce reddito e che, nonostante il suo sistema di potere, nonostante la mancanza di una cultura civile unificante, nonostante la lontananza fra cittadini e Stato e il rapporto degenerato che ha fatto di quest’ultimo il bancomat per ogni genere di spinta corporativa, nonostante una presenza pervasiva di poteri criminali in grado da tempo di controllare parte dell’economia e della politica, nonostante tutto ciò è riuscito a restare una delle potenze economiche mondiali. Quasi un miracolo.

Ma oggi il sogno è finito, l’incantesimo non si può più ripetere. L’ex terzo mondo ha sviluppato una potenza economica e un dinamismo incomparabili con la paralisi di un paese come il nostro. Non c’è più spazio per svalutazioni competitive e non ci sarà più un surplus di ricchezza da redistribuire. Al massimo si potrà tirare a campare accettando una riduzione del nostro tenore di vita tutto incluso (capacità di spesa, redditi medi e bassi, servizi pubblici) e una lotta ancora più feroce dei gruppi privilegiati per ritagliarsi fette di ricchezza.

Che fare allora? In democrazia l’unica cosa sensata è che avanzi quella parte dei cittadini più cosciente dell’urgenza di un cambiamento e sappia generare una nuova classe dirigente cominciando ad aggregarne pezzi da subito sia a livello territoriale sia nelle sedi di comunicazione e di formazione delle opinioni. Questo è il grande compito che spetta ai movimenti che animano la società italiana. Ed è il terreno sul quale bisogna incontrare il meglio della politica sopravvissuta a decenni di corruzione. Bisognerebbe riuscire a far diventare l’Italia un gigantesco laboratorio politico e civico per il cambiamento. Allora si potrebbe ricostruire su nuove basi.

Claudio Lombardi

Il ventennio perduto dell’Italia: le cause profonde del declino

Una delle tante ricostruzioni delle cause del divario fra Italia e paesi europei più avanzati è quella comparsa su La Stampa.it , autore Marco Alfieri. Ne riassumiamo i contenuti perché brilla per chiarezza e ricchezza di dati.

L’Europa, che inchioda i cittadini a pagare per scelte su cui non possono decidere, è diventata l’alibi comodo dei nostri fallimenti, anche se la sua sovranità è sempre ciò che gli stati nazionali lasciano che sia.

Dalla crisi del 92-93 ad oggi sono 20 anni. Se confrontiamo i principali indicatori del sistema paese (debito, spesa pubblica, Pil, redditi, evasione, pressione fiscale, produttività, Borsa, dualismo nordsud e commercio mondiale) scopriamo che l’Italia del 2011 ereditata dal governo Monti è messa uguale, se non peggio, di quella del terribile 1993, quando nasce in emergenza la Seconda Repubblica e, da Maastricht, comincia il lungo viaggio verso la moneta unica.

Debito pubblico

La crisi mondiale ci restituisce un paese con un debito pubblico che a fine 2011 ha toccato il 122% del Pil, 6,5 punti sopra il livello del 1993. A parte l’incasso delle privatizzazioni realizzate a partire da quella data (che assommano alla bella cifra di 146 miliardi di euro nel periodo 1993-2007) soprattutto, è stata gettata al vento la grande occasione dei bassi tassi di interesse. Infatti, per quasi 15 anni, fino alla prima metà del 2011, grazie all’euro abbiamo pagato tassi ‘tedeschi’ il che ha significato più o meno 60 miliardi di minori interessi l’anno che fanno ottocento miliardi in 15 anni. Se li avessimo usati per ridurre il debito pubblico oggi avremmo un rapporto debito/Pil del 70% invece che del 120, e non saremmo nel mirino della speculazione. Viene spontanea la domanda: che fine hanno fatto tutti quei soldi?

Pil e redditi

L’Italia, nord produttivo compreso, nell’ultimo ventennio ha perso per strada un punto e mezzo medio di crescita strutturale, passando dall’1,5% allo «0 virgola» degli anni duemila. La distanza accumulata rispetto agli altri paesi dell’eurozona vale circa 300 miliardi di minor ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2010 il Pil italiano era appena il 3,8% sopra il livello del 2000. Significa che in rapporto alla popolazione, nel frattempo salita del 6,2% grazie all’immigrazione, è sceso in termini reali del 2,3%. Si tratta della peggior performance tra i paesi avanzati: ha fatto +7,6% il Giappone (in deflazione da 20 anni), +9,5 la Germania, +11,8 la Francia, +16,7 gli Usa, +18,1 la Gran Bretagna. Se dunque la crisi mondiale, la speculazione e la dittatura dello spread cominciano dal 2008, la stagnazione italiana è precedente. Lo dimostra anche la serie storica del Pil pro capite: nel 1990 era del 2% inferiore a quello dei tedeschi, nel 2010 il solco si è allargato al 15%, nonostante i pesanti oneri dell’unificazione tedesca. Quello con la Francia si è ampliato dal -3 al -7%. Con Londra si è addirittura passati da un vantaggio del 6% a un delta negativo di 12 punti. Il risultato è che nel 1990 il nostro Pil per abitante valeva il 107% della media Ue, nel 2011 è sceso al 94%. «Il reddito medio annuo delle famiglie italiane nel 2010, al netto delle imposte e dei contributi sociali, risulta pari a 32.714 euro, cioè 2.726 euro al mese, una cifra inferiore in termini reali del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991», conferma Bankitalia.

Nord-Sud
In termini di reddito prodotto, quello meridionale resta inchiodato al 59-60% di quello del nord Italia. Un divario cresciuto nell’ultimo ventennio (nel 1993 si attestava intorno al 63%).
Quel che invece non è cambiata è la spirale spesa pubblica buona/ spesa pubblica cattiva. Quella cosiddetta discrezionale, cioè per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, cioè per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In sostanza nell’ultimo ventennio non solo si è riallargato il gap Nord-Sud nelle risorse prodotte, ma si sono perpetuati i vizi nei trasferimenti dallo stato centrale al mezzogiorno: più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture.

Economia sommersa

L’Italia del Dopoguerra è un paese che fonda il proprio accumulo di benessere su una costituzione materiale distorta: un settore pubblico sterminato e inefficiente usato da ammortizzatore sociale; un settore privato e di piccola industria spina dorsale del paese a cui si concede, quasi a compensazione, il vizietto dell’evasione. Col tempo la prassi degenera: il piccolo «nero» si fa grande evasione, coinvolgendo fette sempre più larghe di popolazione. Finchè il patto improprio ha funzionato ha prodotto ricchezza per tutti, ma da fine anni 90, con l’ingresso in Europa e la concorrenza globale, il Bengodi è finito. Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil. Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario. Una cifra simile a quella di 20 anni fa, quando il sommerso oscillava tra il 15 e il 18% del Pil. Se poi guardiamo i redditi dichiarati da imprenditori e liberi professionisti, si scopre che in Italia il peso delle loro tasse sul totale delle imposte riscosse è sceso dal 13,2% del 1993 al 5% del 2010 per i primi, dal 7,6% al 4,2% per i secondi.

Borsa e made in Italy

La globalizzazione ha stravolto la mappa economica planetaria, trasferendo a Oriente ricchezza, potere e commerci. Nella classifica del commercio globale l’Italia è scesa dal 4,8% del 1993 al 3,1% del 2011, dal quinto al settimo posto. Certo la nostra forza rimane l’export. Ma secondo l’Ocse stiamo rallentando. Nell’ultimo ventennio quello italiano è cresciuto del 113% contro il 260% della Germania e il 152% della Francia. Nel 1990 le nostre esportazioni valevano il 54% di quelle di Berlino e il 96% di quello di Parigi; l’anno scorso siamo scesi rispettivamente al 32 e all’81%.

Se poi guardiamo alla Borsa, la foresta rimane pietrificata: il 40% delle aziende di Piazza Affari mantiene un’azionista di riferimento pubblico. Lo stesso numero di società quotate al 2011 (271) è fermo da un decennio. Nel 1993 erano poco meno: 222. Non basta. Tra le cosiddette multinazionali tascabili del «Quarto capitalismo», meno di 20 sono quotate. La Borsa nell’ultimo ventennio è dunque servita a fare cassa in vista dell’euro, non a creare un moderno mercato dei capitali. Il risultato è che a fine 2011 Piazza Affari, con una capitalizzazione pari al 20,7% del Pil, si colloca al 20esimo posto al mondo, preceduta anche dai listini dei mercati emergenti: Brasile (64,9% del Pil), Russia (72,8%) e Sudafrica (207%). E dire che ancora nel 2001 la piazza milanese era ottava al mondo, con una capitalizzazione pari al 50% del Pil.

Tasse

La progressione delle tasse in Italia comincia negli anni 80, quando la pressione fiscale era del 30%, per salire al 35% a metà decennio, in parallelo all’esplosione del debito pubblico. Nel ’92, sull’orlo della bancarotta, sfonda la soglia del 40% per non tornare più indietro, anzi. Il record del 43,9% del 1997 verrà infranto alla fine di quest’anno quando le tasse saliranno all’astronomico 45,1% (+2,1% sul 2011). E ancora di più nel 2013, quando la proiezione è di un insostenibile 45,4% nominale, perché depurato dall’evasione schizza al 55% per chi le imposte è costretto a pagarle fino all’ultimo centesimo.

Solo negli ultimi 7 anni, tra il 2005 e il 2012, la pressione fiscale è salita di 4,7 punti di Pil. In media un punto di tasse in più ogni 532 giorni. Altro che aliquota unica Irpef al 33%, la mitica «flat tax» annunciata dal Berlusconi del 1994, scritta a chiare lettere nel programma economico firmato Antonio Martino che tanto fece sognare gli italiani. Se analizziamo la speciale classifica del salasso, calcolata sull’arco temporale 1995-2011, le rispettive coalizioni che si sono alternate al governo, si sono praticamente equivalse: una media pressione fiscale del 42,6% per i governi di centrosinistra, una media pressione fiscale del 42% per i governi di centrodestra.

Spesa pubblica

Nell’ultimo decennio la spesa pubblica primaria, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di 141,7 miliardi di euro (+24,4%). Toccando, nel 2010, quota 723,3 miliardi (46,7% del Pil), pari a 11.931 euro spesi per ciascun cittadino (1.875 in più rispetto al 2000). Nel 2011 lo stato ha invece speso il 45,5% del Pil, superando il livello del 1993 (43,5%).

La cruda verità è che nella Seconda Repubblica si è fatto pochissimo per intervenire sui flussi di spesa pubblica. Tranne il governo Ciampi (-0,54% nel biennio 93-94) e il primo Berlusconi (-1,20% nel 94-95), tutti gli esecutivi l’hanno aumentata: +6% il Prodi 96-98, addirittura +16,9% il Berlusconi 2001-2006, intaccando l’avanzo primario, fondamentale nei paesi ad alto debito per garantire la sostenibilità dei conti. Non solo. In questo ventennio la forte riduzione della spesa per interessi si è accompagnata ad un’esplosione delle uscite correnti, per quasi 2/3 fatte da stipendi della Pa e prestazioni sociali. In un raffronto impietoso 1995-2012 fatto dall’Eurostat, l’Italia è il paese che ha registrato la maggior crescita cumulata di spesa corrente primaria: +5,9% contro il 3,6% della Francia, il 3,3% della Spagna, il -0,8% della Germania e una media dell’Eurozona pari al 2,2%. Troppe cicale al governo e troppo poche formiche.

Sintesi dell’articolo di Marco Alfieri su www.lastampa.it

Il vero spread dell’Italia (di Claudio Lombardi)

Un’interessante analisi comparsa sul Washington Post in questi giorni e ripresa dalla stampa italiana merita di essere presa come riferimento in tempi di tagli di spesa e di appelli al rigore di bilancio.

L’Italia viene definita la grande malata dell’euro e la sua malattia si chiama crollo di competitività. In generale e verso la Germania in particolare. Non è cosa da poco ovviamente e ben poco possono fare i provvisori (perché soggetti ad attuazione particolareggiata) risultati del Consiglio europeo di Bruxelles.

Certo, lo scudo anti-spread può allentare la pressione sulla spesa pubblica e mettere a disposizione dello Stato più soldi sottratti ai detentori dei titoli del debito pubblico. Purtroppo, però, questo lascia inalterati i problemi strutturali sia dell’economia che della stessa spesa pubblica cioè dello Stato. Se è vero come osserva la Corte dei Conti nell’ultimo documento sul rendiconto del bilancio dello Stato che la corruzione porta ad un aumento del 40% del costo delle opere pubbliche, se è vero, per fare un solo esempio, che le differenze di costi nei soli acquisti di materiali e medicinali delle ASL e delle aziende ospedaliere portano a “sprechi” (in realtà anticamera o rivelatore della corruzione) di denaro pubblico. Se questo (e molto altro) è vero non sarà uno spread più basso a risolvere il problema.

Nello stesso modo e a maggior ragione l’economia trarrà poco giovamento dalla sola diminuzione dello spread. E non perché gli italiani lavorano poco, ma per l’inefficienza complessiva che grava sul sistema economico.

Ecco i numeri del paradosso riportati dal Washington Post: gli italiani lavorano, in media, più di tutti i loro concorrenti: 1.744 ore all’anno contro le 1.705 degli americani, 1.480 in Francia, 1.411 in Germania. Ma la produttività reale di questo lavoro è rovesciata. Campioni mondiali di produttività sono gli Stati Uniti con 60,9 dollari all’ora, seguono Germania e Francia sopra quota 55, poi la Svezia a 52 e l’Inghilterra a 47,8. L’Italia è in fondo alla classifica, con 45 dollari di Pil per ogni ora lavorata. Osserva l’autore dell’analisi che «da anni l’Italia continua a perdere terreno. Le zone improduttive della sua economia si espandono, prevalgono sulle parti migliori». Tutto ciò spiega perché dall’introduzione della moneta unica ad oggi, abbiamo perso il 30% di produttività nei confronti della Germania.

È interessante leggere come spiega il giornale USA questo paradosso. Al centro viene messo il modello culturale fatto di evasione fiscale record, di mancanza di spirito civico, di nepotismo, di mortificazione del merito.

Praticamente un bel campionario di disvalori che generano e, contemporaneamente, si alimentano con l’inefficienza dello Stato, la corruzione, lo stato pietoso della giustizia (civile in particolare).

In questo modo è l’intero sistema Paese che genera sprechi e scarsa produttività. Per quante risorse ci vengano immesse i risultati saranno sempre mediocri e la qualità della vita dei cittadini ben poco soddisfacente.

D’altra parte l’enorme massa del debito pubblico sta lì a testimoniare, con l’immenso spreco di denaro che non ha generato sviluppo né servizi né infrastrutture all’avanguardia, di un fallimento storico delle classi dirigenti italiane. Detto semplicemente: i soldi non bastano mai se vengono sistematicamente dilapidati fra inefficienze, ruberie e spreco generato dall’individualismo anarchico delle mille frammentazioni in cui si suddivide la società.

Qui c’è un problema serio perché il vero spread fra l’Italia e altri paesi europei sta qui. Che l’Europa sia il nostro futuro dovrebbe stare a cuore a tutti, ma non ci si può stare con tali differenze di produttività di sistema. I saldi della finanza pubblica non sono il Vangelo, ma solo la risultante finale di problemi strutturali più profondi. Quindi, è inutile che ci affanniamo intorno ai puri dati finanziari se non riusciamo ad affrontare le cause. La conseguenza sarà sempre un aumento dell’imposizione fiscale su chi le tasse le paga e una diminuzione dei servizi in quantità e in qualità.

Questo è il vero abisso in cui rischia di precipitare l’Italia.

Claudio Lombardi

I disastri, la crisi e l’insostenibile leggerezza dei politici (di Claudio Lombardi)

In una delle zone più ricche e più sviluppate del Paese un terremoto di media intensità provoca crolli diffusi, numerose vittime e molte migliaia di sfollati perché la prevenzione e il rispetto di regole prudenziali nella costruzione degli edifici e nella messa in sicurezza è l’ultima delle preoccupazioni delle istituzioni, delle amministrazioni pubbliche e di tanti cittadini abituati al tirare a campare, all’arte di arrangiarsi e incapaci di chiedere il rispetto dell’interesse generale da chi questo deve fare senza se e senza ma.

Un politico di lungo corso e di esibita fede cattolica, Roberto Formigoni, viene scoperto a libro paga di un mediatore di affari nella sanità lombarda. Sanità che dipende dal governo della Regione cioè dallo stesso Formigoni. Secondo i magistrati molti milioni di euro costituiscono il bottino del mediatore, Daccò, e le spese a favore del Presidente della Regione, scoperte finora, ammontano a cifre dell’ordine di milioni di euro (una barca di 27 metri a disposizione, vacanze in paradisi non celesti bensì terreni da decine di migliaia di euro a volta, una villa in Sardegna venduta ad un terzo del suo valore ecc ecc). Non serve altro per dichiarare il Formigoni bugiardo e disonesto e per chiedere alla Magistratura di metterlo nelle condizioni di non nuocere ulteriormente alle istituzioni. Un presidente di regione pagato in natura con viaggi, ville scontate e altre utilità da chi è in affari con la regione stessa è incompatibile con la democrazia ed è inutile e dannoso per i cittadini.

Ci siamo appena liberati da un governo diretto da un imbroglione che ha passato più tempo a svicolare dalle inchieste giudiziarie a suo carico, a fabbricare leggi personali e a combattere i magistrati che a governare e assistiamo increduli al tentativo di riciclarsi come un leader del popolo addirittura preso a riferimento da giovani che vorrebbero rifondare il Pdl. Ma cosa vogliono rifondare e su che basi se non fanno i conti con i disastri prodotti dal berlusconismo? E Berlusconi sarebbe il loro candidato alla Presidenza della Repubblica con il suo codazzo di ladri e di puttane? C’è da chiedersi da dove vengano questi giovani e che idea abbiano dell’Italia e dello Stato.

In questi confini si svolge la vicenda italiana emblema di una leggerezza della politica che non sa governare, ma sa conquistare il potere e mantenerlo distruggendo risorse e mandando a picco il Paese.

Domandiamoci quanto ci è costato il sistema di potere clientelare dei governi di centro, centro destra e centro sinistra che hanno diretto la ricostruzione dell’Italia, ma lo hanno fatto non con la legalità e la crescita della cultura civica dei cittadini, ma elevando a sistema il nepotismo, l’abuso e l’uso del denaro pubblico per conquistare consensi corrompendo le regole del vivere civile e il regolare funzionamento delle amministrazioni pubbliche.

La montagna del debito pubblico sta lì a testimoniare di quanto sia costata agli italiani quella lunga stagione.

La situazione è drammaticamente peggiorata col berlusconismo, degenerazione estrema del clientelismo, che ha costruito uno spregiudicato sistema di governo di cricche e di gruppi di potere dando l’illusione che fosse un progetto liberale che avrebbe reso gli italiani più liberi e più ricchi.

I risultati li stiamo toccando con mano e i crolli in Emilia Romagna e lo stato disastroso del territorio esposto a frane, smottamenti, esondazioni, terremoti ne sono l’emblema più evidente. Ciò che sta crollando è quell’Italia governata da oligarchie imbelli avviluppate in lotte di palazzo o semplicemente criminali in lotta per accaparrarsi risorse pubbliche che abbiamo visto all’opera negli ultimi venti anni. Fra gli imbelli mettiamoci pure le opposizioni che molto di più avrebbero potuto fare se non avessero messo al centro il loro narcisismo, se avessero guardato oltre i loro schemini teorici o i loro slanci adolescenziali per realizzare qui ciò che hanno tanto ammirato in paesi molto lontani e molto diversi da noi come gli Usa o anche se avessero guardato oltre la loro rete di rapporti nei palazzi del potere. Possiamo dire che anche loro sono in parte responsabili dei disastri di oggi?

Oggi abbiamo un governo di professori che non ha la forza per dare una sterzata e riportare il rigore e la legalità al primo posto perché è sotto ricatto di un Parlamento che non rappresenta più il Paese e perché è stretto in vincoli europei sempre più insensati che fanno apparire l’Europa come un peso insopportabile e non come un’opportunità. Un governo che, però, ha trovato la forza per dare battaglia sull’art. 18 che persino la Confindustria ha dichiarato inutile per la ripresa economica e per imporre una riforma delle pensioni servita solo a fare cassa facendo pagare a chi ha poco i conti della crisi.

In questo scenario nulla di buono potrà accadere se i cittadini non si risveglieranno dal torpore che ha consegnato tutto il potere in mano a una classe dirigente di incapaci e di predoni strettamente alleati di fatto con le varie forme di criminalità che imperversano in Italia e che rappresentano ormai anche un potere economico diffuso.

Risvegliarsi non significa solo mandare tutti a quel paese, ma vuol dire impegnarsi, pretendere e imporre una nuova politica e una nuova democrazia portando alla guida delle istituzioni le parti migliori della società civile costringendo a rinnovarsi anche quelle forze politiche disposte a fare la loro parte per la ricostruzione dell’Italia.

Claudio Lombardi

La sfida della crisi e i quattro problemi dell’Italia (di Marco Frey)

Tutti siamo consapevoli della criticità della situazione che stiamo vivendo: una crisi che per durata e intensità ci pone degli interrogativi fondamentali sul futuro nostro e dei nostri figli. Sappiamo bene che i cicli nell’economia sono un elemento strutturale, ma sicuramente oggi stiamo pagando un lungo periodo di gestione assolutamente non previdente da parte delle nostre classi dirigenti. Saremo in grado di uscirne in modo adeguato, con una società ed un’economia più sana e più forte?

L’Europa resta il nostro faro, grazie ad una capacità di progettare il cambiamento in una prospettiva di lungo periodo. Come sappiamo i cardini di questo progetto di rilancio dello sviluppo nella proiezione al 2020 sono una crescita intelligente (basata sulla conoscenza e sull’innovazione), sostenibile (efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva), inclusiva (favorendo l’occupazione, la coesione sociale e territoriale).

E’ una sfida tutt’altro che semplice: ma dobbiamo credere molto nel modello socio-economico europeo, che vuole combinare la crescita economica sostenibile con elevate condizioni di vita e di lavoro, con la piena occupazione, la protezione sociale, le pari opportunità, l’inclusione sociale ed un processo decisionale aperto e democratico caratterizzato dalla piena partecipazione dei cittadini alle decisioni che li riguardano.

In Italia abbiamo quattro grandi problemi oggi: il debito pubblico, la distribuzione dei redditi, il welfare, la competitività.

L’indebitamento dello Stato non è necessariamente un grande problema di per sé se serve a finanziare lo sviluppo. In Italia la crescita sconsiderata del debito è servita soprattutto ad alimentare le rendite e oggi  siamo costretti a rimediare rapidamente all’incuria del passato. Noi cittadini stiamo accettando con grande maturità questo impegno, pensando sopratutto ai nostri figli, ma è necessario che lo sforzo sia adeguatamente distribuito su tutti. La distribuzione dei redditi, infatti, sta diventando sempre più diseguale: l’indice di diseguaglianza (Gini) continua a crescere; una famiglia su cinque oggi in Italia è in condizione di povertà;  i redditi da lavoro dipendente rappresentano il 75% dell’IRPEF.

A queste sempre più pesanti condizioni si associa un importante arretramento delle risorse per il welfare: per le pensioni, la salute, i servizi sociali, l’istruzione. Sono tutti ambiti in cui sarebbe necessario investire perché la vita media si allunga, cresce la domanda di servizi, la conoscenza è una risorsa sempre più essenziale; ma forse non c’è alternativa: dobbiamo abituarci a fare di più con meno.

Per questo sono ancora più inaccettabili gli sprechi della politica, la corruzione, le inefficienze amministrative che riducono inopinatamente le già scarse risorse disponibili. Nelle classifiche sulla corruzione di Trasparency International siamo piombati al 69° posto: all’epoca di Tangentopoli eravamo 33°; nella graduatoria della Banca Mondiale che misura la complessità degli adempimenti fiscali siamo al 163 posto su 183 paesi; deteniamo anche il primato in molti ambiti inerenti la numerosità dei provvedimenti legislativi: non è sorprendente che poi veniamo considerati il Paese dei commercialisti e degli avvocati.

Eppure malgrado questa situazione ci sono molte imprese italiane che nell’ultimo anno hanno aumentato le esportazioni nei Paesi emergenti, hanno mantenuto posizioni di leadership globale in particolare nicchie di mercato, hanno sviluppato un crescente orientamento green nelle proprie strategie e comportamenti. Ciò che ci manca è la capacità di fare sistema, per costruire un progetto per lo sviluppo che porti il nostro Paese fuori dalle sabbie mobili in cui si è impantano e che ci consenta di guardare al futuro con l’indispensabile ottimismo. I cittadini attivi in ciò sono una forza essenziale per spingere le nostre istituzioni ad essere previdenti e coerenti, per riconoscere a chi si impegna il giusto merito, ma soprattutto nel dare sostegno ad azioni collettive dal basso che spingano gradualmente il nostro bellissimo Paese fuori dal pantano.

Marco Frey da www.Cittadinanzattiva.it

Debito pubblico e riforma fiscale: dai cittadini il coraggio di una svolta (di Guido Grossi)

LʼItalia attraversa un momento delicatissimo. Sul fronte economico ma, prima ancora, sul fronte ben più delicato della coesione nazionale. Eʼ verosimile che la tensione crescerà mano a mano che si farà più acuto lʼeffetto cumulato dei troppi sacrifici imposti ai soliti noti – che sono le classi sociali più deboli dei lavoratori dipendenti e dei pensionati – per fronteggiare la crisi finanziaria ed economica.

In questo contesto lʼeconomia sommersa e la conseguente evasione fiscale sono un cancro che corrode il tessuto sociale. La dimensione – stimata dallʼISTAT in circa 250 miliardi di euro allʼanno – non lascia più adito a dubbi: va estirpato e rapidamente. Eʼ ormai intollerabile che la questione venga affrontata senza la dovuta convinzione e senza andare dritti alla radice del problema.

La nostra Costituzione – che è il Patto Sociale fondante la nostra comunità nazionale – allʼarticolo 53, recita: “ Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

La legge fiscale e le riforme che si sono succedute negli anni hanno però tradito i due principi fondamentali, concepiti dai padri costituenti per garantire giustizia sociale e solidarietà. La “capacità contributiva” richiede infatti che il reddito venga valutato al netto di tutte le spese necessarie al sostentamento della famiglia, solo allora è chiaro quanto un cittadino può sopportare il contributo alla collettività. La “progressività”, inoltre, implica che ai redditi dei ricchi vadano applicate aliquote più elevate (un tempo non lontanissimo lʼaliquota superiore era al 75%. NellʼAmerica prima di Reagan, era al 90%… Ed i ricchi potevano egualmente fare una vita da ricchi!).

Oggi, troppe persone benestanti – che non troviamo certo fra i lavoratori dipendenti ed i pensionati – o evadono totalmente, o pagano tasse in misura ridicola, mentre le imposte indirette (Iva, Accise etc,) colpiscono tutti in maniera piatta, e, quindi, in maniera ben più dolorosa e “regressiva” le persone più bisognose. Per finire, le spese che è possibile dedurre sono poche, si deducono solo parzialmente, nulla hanno a che vedere con la reale possibilità dei cittadini di sostenere il carico fiscale.

Ecco allora due proposte concrete che nascono dalla società civile, capaci di importanti sinergie che promettono di risolvere in maniera efficace il problema, restituendo finalmente agli Italiani quel diverso e prezioso senso di legalità, equità, solidarietà, di cui avvertiamo sempre più acutamente la mancanza e il desiderio.

LʼAssociazione articolo 53 propone, semplicemente, di applicare il dettato costituzionale. In questa maniera: si riuniscono tutte le fonti di reddito (da lavoro dipendente o autonomo, da capitale, da impresa, da terreni e fabbricati) in un unica voce riassuntiva. Da questa voce si sottraggono tutte le spese sostenute per il sostentamento della famiglia (abitazione, nutrimento, istruzione, salute, utenze, consulenze, etc.) che devono essere naturalmente documentate. Il risultato rappresenta la capacità contributiva del cittadino, che viene assoggettata ad una unica imposta sul reddito.

Esempio. Reddito complessivo 20.000 euro. Spese documentate 12.000 euro. Si pagano tasse solo su 8.000 euro. Reddito complessivo 250.000 euro, spese documentate 80.000, capacità contributiva di 170.000 euro. Alla somma così individuata si applicano scaglioni di aliquote aumentati di numero per garantire la progressività. Con aliquote più basse delle attuali per gli scaglioni più bassi, e aliquote sostanzialmente più alte per quelli più elevati.

Esempio. Fino a 10.000 euro aliquota del 10%; da 10.000 a 20.000 aliquota del x %…. Da 150.000 euro in su aliquota del 75 %.

Naturalmente è possibile graduare la deducibilità delle spese, in funzione della effettiva “necessità”. Esempio, il cibo si deduce integralmente. La barca da diporto solo al 5%. In questa maniera non solo si ripristina una reale giustizia sociale di cui cʼè assolutamente bisogno, ma si rende necessario “documentare tutte le spese”. E questa circostanza obbliga tutti i venditori allʼemissione sistematica di scontrini, ricevute, fatture.

Lʼuso di accorgimenti informatici può rendere automatico o semiautomatico il controllo incrociato fra le spese dedotte dai cittadini, e gli incassi registrati da imprese e professionisti.

La linfa vitale di cui si è nutrita lʼevasione e lʼeconomia sommersa si prosciuga dʼincanto.

Cosa succede alle imprese? Possono essere finalmente liberate da una pletora inutile, complessa e vessatoria di balzelli vari, mentre il vero risultato dʼesercizio confluirà nel reddito del titolare o dei soci.

Le imprese che oggi vengono spinte al fallimento dal sistema ingiusto basato sul reddito “presunto”, potranno tirare un enorme sospiro di sollievo, mentre quelle che dal metodo del reddito presunto traevano ingiustificati benefici saranno chiamate ad una più congrua contribuzione.

A livello complessivo, il carico fiscale si sposterà dai consumi al reddito, e dai redditi bassi ai redditi alti, dai poveri ai ricchi. Chi vorrà opporsi, non potrà nascondersi dietro un dito.

La seconda proposta, recentemente commentata e raffinata grazie al contributo degli amici dellʼassociazione ARDeP mira invece a colpire lo stock di ricchezza illegalmente detenuta allʼestero da innumerevoli cittadini italiani. Se lʼevasione in un anno è della dimensione indicata dallʼIstat, quante centinaia (o migliaia?) di miliardi ci sono nei conti svizzeri o in altri paradisi fiscali, accumulati negli anni? Di quelle risorse il paese ha un immenso bisogno, per crescere, per non dover più gravare sui deboli.

Lʼidea del condono va scartata con decisione. Se lʼobiettivo è quello di ripristinare la legalità, è infatti necessario garantire chiarezza e coerenza. La lotta tramite la Guardia di Finanza è necessaria, ma è sproporzionata di fronte al fenomeno. Eʼ possibile però invogliare i cittadini ad aderire spontaneamente ad una proposta dalla doppia faccia: carota, e bastone.

Si stabilisce che i titoli del debito pubblico italiano vengano resi sicuri, apponendo una garanzia reale sul patrimonio pubblico che opera esclusivamente a favore degli acquisti di Bot e BTP effettuati e mantenuti da cittadini residenti. Garanzia che assolutamente non deve operare a favore degli investitori esteri. Si invitano poi i detentori di capitali illegittimi a denunciare e rimpatriare i capitali. Si applica ai fondi rimpatriati una tassazione immediata del 10-15%. Si obbliga ad impiegare il 70% delle somme per lʼacquisto di speciali emissioni di titoli di stato con durata lunga o lunghissima (da 15 a 30 anni, o anche più lunga), che abbiano rendimenti inferiori ai tassi attuali di mercato ma che siano, come gli altri titoli acquistati dai cittadini, garantiti da patrimonio pubblico.

La tassazione immediata, la durata del titolo ed il suo rendimento possono essere calibrati

appositamente per assicurare che non si tratta di un condono. Non si concedono più sconti. Si può quindi offrire, a questo punto, la garanzia aggiuntiva che nessuna ulteriore imposta sarà applicata in tempi successivi sugli importi rimpatriati (senza la quale lʼadesione sarebbe giustamente scarsa o nulla).

La mancata adesione alla proposta costituisce novazione dellʼillecito, e configura un reato punibile con la multa pari almeno al 120% delle somme espatriate illegittimamente (che vuol dire confisca integrale e, in aggiunta, un ulteriore 20% ), e con la reclusione da 5 a 20 anni (con il massimo edittale sufficientemente lungo per garantire che il reato non possa prescriversi rapidamente).

La manovra va accompagnata con misure molto drastiche nei confronti dei paesi che assicurano ancora il segreto bancario e con la previsione di un rito abbreviato che vieti il patteggiamento. La scelta a favore dellʼadesione, a quel punto, dovrebbe essere sufficientemente e ragionevolmente incentivata, pur senza concedere sconti a chi ha violato la legge.

Anche questa proposta contribuisce a far emergere naturalmente lʼeconomia sommersa, e si sposa perfettamente con la precedente. Insieme, garantiscono una migliore impostazione per lʼequità presente e futura ma consentono, anche, di fare giustizia degli errori del passato.

Lʼeffetto congiunto, oltre ad assicurare finalmente una diversa equità, offre vantaggi enormi sul fronte della sostenibilità del debito pubblico, contribuendo a liberarci dalla precarietà attuale.

1. Lʼemersione dellʼeconomia sommersa produce contemporaneamente due benefici: aumenta il PIL nominale ed aumentano le entrate fiscali, portando ad una rapida riduzione del fatidico rapporto Debito/PIL (potrebbe scendere dal 120 al 100%).

2. Diminuiscono i tassi che lo stato deve pagare sui suoi titoli, sia per effetto delle speciali

emissioni, sia per lʼeffetto generale dovuto alla prestazione di garanzia.

3. Le risorse utilizzate per la riduzione del debito non vengono sottratte al sistema produttivo, perché attualmente sono occultate allʼestero. In tal modo non si causa ulteriore recessione che altre forme di prelievo comporterebbero.

4. Il debito pubblico viene sottratto in parte rilevante dai portafogli degli investitori istituzionali, specialmente esteri, che rappresentano una continua grave minaccia per la sostenibilità e per la stabilità dei prezzi.

5. Il patrimonio pubblico viene messo al sicuro, sottratto alla tentazione di quanti vorrebbero venderlo ai privati.

6. La sostanziale ridistribuzione della ricchezza a favore delle fasce meno abbienti favorisce – oltre ad un impagabile senso di giustizia sociale – il sostegno della domanda e la ripresa economica.

7. Lʼeliminazione di una serie molto numerosa di imposte più fastidiose che utili, resa possibile dallʼemersione dellʼeconomia sommersa, potrà liberare anche risorse sul fronte dellʼamministrazione finanziaria, che potrà concentrarsi con più efficacia nella lotta allʼevasione residua.

Per finire, lʼadozione di una tassa patrimoniale da applicare periodicamente ai patrimoni più elevati potrebbe dare lʼulteriore contributo necessario alla definitiva messa in sicurezza del debito pubblico.

Liberiamo con coraggio le risorse di cui abbiamo enorme bisogno per dare speranza a tutti

di un futuro migliore, e certezza di una società più giusta, solidale, sostenibile.

Se i politici non trovano il coraggio per attuare riforme semplici ed efficaci, per la cui attuazione manca solo la volontà, che sia la società civile, a far sentire la sua voce.

Eʼ in corso di valutazione la possibilità di costituire un Comitato Promotore per tradurre queste idee in proposte di legge di iniziativa popolare. Se i partiti tradizionali non avranno il coraggio di sostenerle, ci saranno al loro posto i numerosi movimenti che la società civile in rinnovato fermento sta esprimendo e milioni di cittadini, stanchi di essere sfruttati e ignorati, desiderosi e capaci di decidere le proprie sorti.

Il contributo di tutti i cittadini di buona volontà e tutte le associazioni che hanno a cuore le

sorti del paese, può essere prezioso.

Non è più tempo di lamentarsi: bisogna agire.

Guido Grossi

Al capolinea il modello Italia: è ora di cambiare (di Claudio Lombardi)

Sempre più l’esistenza del governo Monti e la manovra che ha presentato si rivela come il punto di arrivo di una lunga evoluzione della storia nazionale.

Ieri su Repubblica Gustavo Zagrebelsky si domandava: “quando tutto questo sarà finito, che cosa sarà della politica e delle sue istituzioni? Diremo che è stata una parentesi oppure una rivelazione?”

Non si tratta della legalità costituzionale perché, sotto questo profilo, “il Presidente della Repubblica ha fatto un uso delle sue prerogative che è valso a colmare il deficit d’iniziativa e di responsabilità di forze politiche palesemente paralizzate dalle loro contraddizioni”.

L’analisi di Zagrebelsky si concentra, invece, “sulla sostanza costituzionale” e su questa osserva che “di fronte alla pressione della questione finanziaria e alle misure necessarie per fronteggiarla, i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera bianca, riconoscendo la propria impotenza, e si sono messi da parte. Nessun partito, nessuno schieramento di partiti, nessun leader politico, è stato nelle condizioni di parlare ai cittadini”. E ancoraNé la maggioranza precedente, che proprio di fronte alle difficoltà, si andava sfaldando; né l’opposizione, che era sfaldata da prima. Niente di niente e, in questo niente, il ricorso al salvagente offerto dal Presidente della Repubblica con la sua iniziativa per un governo fuori dai partiti è evidentemente apparsa l’unica via d’uscita. Insomma, comunque la si rigiri, è evidente la bancarotta, anzi l’autodichiarazione di bancarotta”. “In un momento drammatico come questo, con il malessere sociale che cresce e dilaga, con la società che si divide tra chi può sempre di più, chi può ancora e chi non può più, con il bisogno di protezione dei deboli esposti a quella che avvertono come grande ingiustizia: proprio in questo momento i partiti sono come evaporati. Corrono il rischio che si finisca, per la loro stessa ammissione, per considerarli cose superflue”.

È un’analisi lucida assolutamente condivisibile (cfr anche http://www.civicolab.it/?p=1581 ) e preoccupante perché indica il punto estremo di involuzione cui è giunto il nostro sistema democratico che non è più in grado di produrre decisioni utili alla collettività avviluppandosi in pratiche di governo che, senza risultati che non siano la sopravvivenza, hanno portato ad uno spreco di risorse colossale.

La consistenza del debito pubblico dal 1991 ad oggi ha sfondato il muro del 100% del Pil. In pratica ogni anno lo Stato ha preso in prestito una somma superiore al valore di tutte le attività economiche prodotte in Italia. Il valore nominale dei prestiti contratti negli ultimi 20 anni ammonta a 26.615 miliardi di euro. Se si ricalcolano gli importi per riportarli ai valori attuali questa cifra aumenta e non si è lontani dal vero ipotizzando un prelievo di circa 40.000 miliardi di euro (circa 80 milioni di miliardi delle vecchie lire). Ovviamente questo non rileva per l’ammontare dello stock del debito, ma per l’incidenza della spesa per interessi che, rapportata a quel volume di prestiti, ha sempre costituito, negli ultimi venti anni, una palla al piede per la spesa pubblica. Anche non volendo calcolare l’ammontare esatto di questa cifra la si può facilmente immaginare di entità assai elevata. Di qui la domanda: per che cosa sono stati spesi tutti quei soldi?

Alla domanda facciamo ora seguire il confronto con lo stato del nostro Paese e domandiamoci che utilizzo vero è stato fatto di quei soldi. Se guardiamo la situazione dei servizi pubblici e delle infrastrutture o le condizioni economiche delle aree più arretrate o l’efficienza degli apparati pubblici o l’erogazione di prestazioni assistenziali per i giovani che sono alla ricerca di un lavoro dobbiamo concludere, quanto meno, che sono stati spesi male.

Questo è il dramma italiano: l’incapacità di utilizzare le risorse per migliorare le condizioni di vita e per crescere. Oggi in Italia è impossibile crescere: non possono farlo i giovani perché sono soli di fronte alla ricerca di un’occupazione che valorizzi le loro capacità; non possono farlo quelli che svolgono attività economiche che richiedono come presupposto un ambiente sociale e civile favorevole e, invece, si ritrovano a fare i conti con le molteplici forme di criminalità (spesso colluse con la politica) che rendono la vita difficile, per non parlare delle lentezze e degli ostacoli burocratici o dello stato dei trasporti e delle infrastrutture; non possono farlo quelli che vorrebbero fare i cittadini e che si trovano a lottare con un sistema chiuso che privilegia i gruppi di potere e le mille corporazioni nelle quali è frazionata la società.

E il dramma italiano è che tutto ciò è stato fatto nel quadro del sistema democratico fondato sui partiti.

La manovra del governo Monti è iniqua, su questo non ci sono dubbi, è inutile girarci intorno. Ma è iniqua perché questo governo non è il prodotto di un mutamento di classi dirigenti e non è portatore di un progetto di ricostruzione dell’Italia che ne sani i tanti mali accumulatisi fin dalla formazione dello Stato unitario.

Non se lo proponeva il governo Monti e non poteva che seguire un solco tracciato da decenni. Dov’è la novità nello scoprire che far pagare gli evasori è sempre la cosa più lenta e difficile quando su questo è stato costruito il patto sociale fin dagli anni ’50? Dov’è la novità nello scoprire che è sempre molto complicato battere i privilegi della Chiesa anche quando tutta la situazione grida che questo è il momento per cominciare? Dov’è la novità nell’accorgersi che un bene pubblico come le frequenze televisive lo si vuole regalare ai monopolisti controllati dal potere politico (Rai) e privato (Mediaset)? Sono circa venti anni che il conflitto d’interessi (per non parlare dei tanti reati comuni dei quali è accusato) è ben presente agli occhi dell’opinione pubblica e ciò non ha impedito che Berlusconi andasse al governo per tre volte con i voti degli italiani. D’altra parte nemmeno gli intervalli di governo delle forze a lui alternative hanno trovato il modo per porvi rimedio. Quindi di cosa ci meravigliamo?

Alla meraviglia si deve sostituire lo scandalo e la lucida determinazione a voltare pagina. Cominciando dalla manovra ovviamente. La pressione dell’opinione pubblica deve farsi sentire assumendo sia le motivazioni che hanno portato alla nascita di questo governo (salvare l’Italia raddrizzando i conti, riportarla in Europa da protagonista), sia gli obiettivi dichiarati della manovra.

Quindi a saldi invariati, anzi migliorati bisogna ottenere che la Chiesa paghi l’ICI sugli immobili non adibiti esclusivamente al culto; che le frequenze televisive siano fatte pagare favorendo non i monopolisti attuali, ma altri soggetti e che il loro uso non sia solo per le TV, ma anche per la banda larga di internet; che sui capitali scudati si applichi un’aliquota paragonabile a quelle già applicate nei principali paesi europei (se ci dobbiamo integrare cominciamo a farlo dagli evasori); che siano concentrate le forze su quei contribuenti che appartenendo a categorie di lavoro autonomo denunciano redditi ridicoli o che risultino intestatari di beni di lusso (barche, auto ecc); che siano ridotti gli acquisti di armamenti cominciando dai cacciabombardieri F35 (100 milioni l’uno). Come impegno del governo occorre che sia condotta un’analisi della spesa che porti alla cancellazione di enti inutili, sprechi e duplicazioni e che si orienti l’azione degli apparati del fisco e della Guardia di finanza alla lotta dell’evasione fiscale.

In tal modo si aumenterebbero le entrate in misura tale da: consentire di applicare la rivalutazione a tutte le pensioni fino a oltre 2mila euro mensili; di attenuare il passaggio al nuovo regime pensionistico per i lavoratori che hanno raggiunto i 40 anni di contributi; di introdurre indennità di disoccupazione per i giovani precari; di investire risorse per la sicurezza scolastica e per la mobilità.

Tutto ciò è possibile se si inizia a mettere in atto un nuovo modello di democrazia basato sulla partecipazione, sulla responsabilità, sulla condivisione e sull’equità unica base solida per costruire un futuro. Per questo è necessario che i movimenti, il popolo della rete, le associazioni e i comitati si mobilitino e intervengano con intelligenza e lungimiranza. Che mantengano viva e alimentino la memoria. L’obiettivo non è solo di spingere il governo a modificare le sue decisioni (di oggi e di domani), ma anche quello di costruire un’alternativa futura che segni la via d’uscita dalla crisi italiana abbandonando le strade del populismo, dell’affarismo, delle oligarchie irresponsabili, dell’individualismo egoista e anarcoide che rivendica l’illegalità come sua cifra culturale e come guida dei comportamenti di ognuno. E l’obiettivo è anche ridisegnare il nostro sistema democratico per sostituire alla centralità dei partiti la centralità della politica diffusa e condivisa, della cittadinanza attiva e nuove forme di rappresentanza e di partecipazione sociale alle decisioni e al controllo sulla loro attuazione.

Claudio Lombardi

Il paradosso della democrazia dai conti pubblici alle sfide del mondo globalizzato (di Claudio Lombardi)

Interessante analisi di Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace su Repubblica-affari e finanza di oggi. Il tema è l’effetto delle politiche dei governi Berlusconi negli ultimi dieci anni sull’entità del debito pubblico, sulla crescita del Pil, della spesa pubblica e del prelievo fiscale.

I numeri del rapporto debito pubblico/PIL  parlano chiaro. Si parte dal 2000 con il 109,2%, nel 2001 siamo al 108,8%, nel 2002 al 105,7%, nel 2003 al 104,4%, nel 2004 al 103,9%, nel 2005 si risale al 105,9% e nel 2006 al 106,6%.

Prendendo in considerazione gli anni del governo Berlusconi 2001-2006, anni di stabilità politica e di favorevoli condizioni economiche (la prima crisi negli Usa inizierà nella seconda metà del 2007), si passa dal 108,8% al 106,6%, ovvero il debito diminuisce in rapporto al Pil del 2,2%. Poco, molto? Considerando un ampio arco di tempo, la stabilità politica e le condizioni dell’economia e mettendo a confronto tutto ciò con le precarie condizioni della finanza pubblica italiana  che, all’avvio dell’euro, non rispettava assolutamente il parametro del 60% del rapporto debito/Pil fissato nei trattati, ma si era impegnata a ridurlo progressivamente, si può tranquillamente affermare che il risultato di cinque anni di governo è stato nettamente insufficiente.

Se poi si guarda agli anni successivi si constata che questo giudizio è fin troppo ottimistico.

Nel 2007 il rapporto debito/Pil va al 103,6% con una diminuzione, in un solo anno, del 3%. Cosa era successo? Era cambiato il governo nel corso del 2006, si era formato il governo Prodi che, pur gravato da una scarsissima maggioranza e minato dai contrasti interni, riuscì ad invertire la rotta e a raggiungere quel risultato straordinario.

Nel 2008 la coalizione di Berlusconi vince di nuovo le elezioni e il debito ricomincia subito a salire: 106,3% nel 2008, 116,1% nel 2009, 119,1% nel 2010 e nel 2011 le stime indicano una crescita ben più pesante. In pratica, in pochi anni, il debito pubblico italiano è diventato una palla al piede per l’Italia e per l’intera Europa e questo per l’inettitudine conclamata della maggioranza di centrodestra che ha disseminato il suo cammino di frottole e illusioni, ma ha causato un danno reale gravissimo agli italiani con un malgoverno simile a quello conosciuto negli anni peggiori di tangentopoli. La formula magica è stata: illudere la massa con provvedimenti truffaldini come l’abolizione dell’ICI (pagata comunque con il dissesto delle finanze locali) ed esibendo un ottimismo becero che non aveva nessun fondamento nella realtà; e lasciare campo libero nella gestione del denaro pubblico e degli apparati pubblici alle cricche e agli incompetenti.

Ormai si è capito che la crisi è stata l’occasione per nascondere un bel po’ di malefatte a cominciare dall’assoluta incapacità di guidare il Paese nello sfruttamento delle sue potenzialità economiche. Non a caso il Pil nel decennio 2001-2010 è cresciuto in media dello 0,4% l’anno mentre negli altri paesi europei a noi paragonabili la crescita è stata sempre oltre il doppio di quella italiana (media UE 1,4%).

Come ricordano gli autori dell’articolo “se vi è stato un miracolo di Berlusconi in Italia, è stato quello di avviarne in maniera inarrestabile il declino economico”. Anche i dati sul prelievo fiscale confermano che si è fatto il contrario di quello che è stato fatto credere agli italiani: in un decennio il gettito fiscale è aumentato del 33,7%, ben l’11% in più dell’incremento dei prezzi. La stessa cosa è accaduta con la spesa pubblica aumentata del 46,5% fra il 2000 e il 2010 (da 542 mld di euro a 794 mld di euro).

Bonafede e Di Pace concludono l’analisi con una considerazione amara: “insomma, l’imprenditore che si era presentato agli italiani come l’homo novus della politica, capace di rimettere a posto i disastrati conti dell’Italia, in realtà è stato l’ennesimo assaltatore della diligenza della spesa pubblica, tanto da dare quasi il colpo di grazia alle nostre finanze”.

Una considerazione ancora più amara deve essere fatta sulla politica. Chi si illude che le classi dirigenti che detengono nelle loro mani i poteri che in democrazia vengono concessi a chi riscuote il consenso degli elettori agiscano sempre per il bene della collettività si sbaglia di grosso.

Croce e delizia di ogni democrazia è la ricerca del consenso. Non se ne può fare a meno ovviamente, ma crea le occasioni perché la selezione dei rappresentanti politici non si faccia sulla capacità di governare, sulla lealtà e sulla qualità dei programmi. Troppo spesso, infatti, il rapporto con i cittadini è basato su illusioni e promesse irreali oppure sulla cultura dello scambio di favori che permette ai politici di fare quello che vogliono in cambio della soddisfazione di interessi personali degli elettori.

In tutti i casi la conseguenza sarà la selezione dei peggiori fra i rappresentanti politici che si faranno forti della mancanza di cultura democratica e della prevalenza dell’individualismo egoista sugli interessi della collettività.

È stata già osservata la stranezza del caso italiano che porta ad escludere dal governo i partiti quando si verificano situazioni di emergenza quasi si trattasse di ostacoli alla soluzione dei problemi. I governi tecnici nascono sempre dal fallimento della politica rappresentata dai partiti e gettano un’ombra sinistra sulla salute del nostro sistema democratico.

Anche guardando a quel che accade in altri paesi occidentali si ha l’impressione che i tradizionali percorsi di formazione del consenso non bastino più. Il mondo oggi è più complicato per tutti e non si può tornare al passato quando ogni Stato faceva per conto suo difendendo la sua moneta, i suoi commerci, le sue conquiste coloniali (quando c’erano) e ogni tanto scoppiava una guerra per sistemare le controversie più difficili. Dopo la seconda guerra mondiale, con la terra piena di armi atomiche e con nazioni di quello che era il terzo mondo che sono diventate potenze economiche e militari mondiali, con l’interdipendenza fra le economie quell’assetto porterebbe al disastro anche più rapidamente che nel passato. Per questo il consenso basato sulle semplificazioni e sulle illusioni oggi è un pericolo.

Una vera cultura democratica è quella che mette i cittadini in grado di capire e di valutare  le strategie che vengono proposte e l’impatto delle politiche che vengono praticate. La partecipazione serve a questo e costituisce una grande riserva di intelligenza e di competenza senza le quali nessuna elite per quanto preparata riuscirà a superare i paradossi della democrazia che vive di consenso,  ma dal consenso sbagliato può essere distrutta.

Claudio Lombardi

La crisi e quattro temi cruciali da affrontare (di Lapo Berti)

Siamo a una di quelle svolte nella storia in cui molti, per non dire tutti, avvertono che qualcosa si è rotto nel meccanismo che per tanto tempo ci ha consentito di abitare il nostro mondo godendo di un costante miglioramento delle nostre condizioni di vita. Il mito del progresso, con la sua apparentemente infinita capacità di attrarre consenso e di rinnovarsi, si è infranto.

Cominciamo a vivere fra i detriti di questa rottura, senza che ancora ne percepiamo tutta la gravità e ineluttabilità. Qualcuno di noi pensa ancora che, dopo tutto, anche questa passerà e si riprenderà il cammino inarrestabile del progresso. Qualcuno avrà perso, qualcun altro avrà guadagnato, come sempre.

La svolta che stiamo vivendo è invece inedita. Lo è per le dimensioni, perché coinvolge il mondo intero e si fa percepire, con maggiore o minore intensità, in tutti i paesi. La crisi finanziaria prima e la recessione economica ora non sono i fenomeni consueti, per quanto rovinosi, che da sempre accompagnano l’evoluzione del capitalismo e ne scandiscono la storia. Sono i sintomi della fine di un ciclo storico, dell’esaurimento di un modello di organizzazione della vita sociale e della sua riproduzione. Se li sappiamo cogliere, se li sappiamo interpretare, possiamo aprire una fase nuova in cui far nascere, dall’interazione di tutti e con il coinvolgimento del maggior numero di persone, un contesto sociale, economico e politico in cui ritrovare il senso delle nostre vite, la capacità e il piacere di stare insieme fra sconosciuti, le regole della democrazia. Se lasciamo passare l’occasione, non avremo certo la fine del mondo, che non siamo ancora in condizione di decretare, ma, certo, il mondo in cui viviamo continuerà a deteriorarsi e le nostre vite a desertificarsi. E’ in gioco la qualità della vita di tutti.

I modelli economici e sociali non si cambiano facilmente, checché ne dicano i politici di mestiere più o meno interessati a vendere la loro ricetta, ma le persone possono, anche singolarmente, cominciare a cambiare i modi della loro interazione, a cambiare le cose che fanno e i modi in cui le fanno, a cambiare le domande che pongono al mondo e ai loro simili. E’ da quest’interazione che nascono i veri cambiamenti, quelli che vanno in profondità, al cuore delle cose. Quello che serve prima di tutto, dunque, è un cambiamento culturale, un mutamento nei comportamenti e negli atteggiamenti delle persone, che dia spazio a nuove risposte, all’esplorazione di modi inusitati e inesplorati di fare le cose.

La politica è, nella sua versione migliore, il luogo in cui le persone che convivono in un determinato spazio collocano i loro sogni, le loro aspettative, i loro progetti di vita, è il luogo a cui rivolgono le domande a cui vorrebbero risposte per orientare le loro vite e costruire la loro felicità. La politica è il luogo che raccoglie e mette in scena l’immaginario sociale che è il frutto, la creazione spontanea di un’infinità di pensieri e di parole che riempiono i flussi della nostra vita quotidiana. E’ nel crogiolo della politica, quando questa mantiene fede alla sua missione, che si forgiano i contorni del presente e si delineano quelli del futuro. La politica, naturalmente, ha elaborato tecniche, procedure, per governare tutto ciò e per tradurlo in scelte concrete, materiali, in pratiche che ci coinvolgono e condizionano tutti, anche quando non ce ne accorgiamo. Ma il senso, la legittimazione della politica stanno in quella proiezione collettiva di senso che abbiamo appena descritto e reggono finché vive quel luogo che la rappresenta.

Quando la politica viene meno, in maniera evidente, irreversibile e irrimediabile, al compito di dare espressione alle fantasie degli uomini alla ricerca della loro felicità terrena, questo è il segno che è tempo di cambiare. Quando questo avviene, come oggi è sotto gli occhi di tutti, non solo nel nostro disgraziato paese, ma anche in Europa, anche in America, dove i politici sembrano aver perso il bandolo della matassa e si avvitano su caroselli di parole che non hanno presa sulle cose, che non sono in grado di guidare i fatti. Anche questo è un segno che siamo a una svolta che non si può evitare.

La seconda modernità, in cui abbiamo vissuto piuttosto confortevolmente fino all’altro ieri e che ora ci sta stritolando nelle spire della sua crisi, ci consegna una manciata di problemi cui dobbiamo assolutamente tentare di dare una risposta, perché dalle risposte che sapremo dare e mettere in pratica dipende il futuro nostro e dei nostri figli.

Il primo tema cruciale è quello del potere economico. La crisi finanziaria del 2008 ci ha mostrato, con tutta evidenza, che per troppo tempo abbiamo lasciato che il potere economico crescesse a dismisura, al di fuori di ogni regola e anche di ogni senso pratico. Ha mostrato, cosa ancora più grave, che le istituzioni democratiche, così come le abbiamo concepite e praticate, non hanno gli strumenti per governare e controllare la formazione di poteri economici esorbitanti, che danno luogo a compensi e a ricchezze inaudite e inaccettabili da qualunque collettività che debba condividere il destino di tutti coloro che ne fanno parte. Le nostre costituzioni regolano il potere legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario, ma hanno trascurato quello economico. Occorre porre rimedio a questa lacuna devastante.

Il secondo tema, strettamente intrecciato al primo, è quello della disuguaglianza economica. Anche qui, la politica e le istituzioni della democrazia si sono dimostrate insufficienti e incapaci di far sì che le disuguaglianze economiche, inevitabili in un sistema economico capitalistico, diventassero intollerabili e generassero condizioni di disuguaglianza e di sofferenza sociale che sono al di fuori del patto che tiene insieme le società democratiche.

Il terzo tema è quello delle dimensioni abnormi che il debito pubblico ha raggiunto in molti paesi senza che nulla e nessuno fosse in grado di porvi un argine, ma, soprattutto, senza che nessuno ne comprendesse il significato e si ponesse il problema di quali debbano essere i limiti che l’indebitamento dei governi può raggiungere e delle caratteristiche che deve avere per essere di sostegno all’economia e non di peso ai cittadini. L’irresponsabilità politica, e non solo, degli uomini di governo nelle cui mani è posto il potere di creare debito pubblico è parte del problema e richiede di essere affrontata.

Il quarto e ultimo dei temi cruciali, il più generale e comprensivo, è quello del ruolo che la mercificazione ha assunto nelle nostre società. Era prevedibile, e per molto tempo è apparso addirittura ovvio e necessario, che, in una società in cui una quota crescente dei beni e servizi in cui s’incarna il nostro benessere sono resi disponibili solo se vi è la prospettiva di un profitto ovvero se possono assumere la forma di una merce, non si ponesse alcun limite al novero delle cose che possono essere sottoposte a questo regime. E così è stato. Un po’ alla volta si è trasformato in merce il lavoro, l’ambiente, il corpo, la cultura, la vita privata, praticamente tutto ciò che compone la nostra civiltà millenaria. Oggi cominciamo a renderci conto che questo gigantesco sovvertimento dell’ordine sociale in cui per millenni si è svolta la vita delle civiltà ha progressivamente svuotato di senso le nostre vite, gli ha sottratto quella valenza culturale che avevamo impiegato millenni per costruire. Non è sensato pensare che quel sovvertimento possa essere ribaltato. Certo va governato, preso in mano. Occorre che si apra una grande discussione collettiva capace di produrre un cambiamento culturale che riporti sotto controllo dell’umanità nel suo insieme il mondo impazzito delle merci.

Lapo Berti da www.lib21.org

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