Niente innovazione e l’Italia declina

L’avversione o l’indifferenza alla ricerca scientifica (o alla scienza in generale) evidenziate senza possibilità di dubbio dalle scelte effettuate dalla dirigenza politica in Italia sono un riflesso ormai di una più generale avversione che permea la società stessa, a partire  anche e soprattutto dalle classi benestanti e dal ceto intellettuale “colto”  ed hanno profonde e lontane  radici culturali e storiche.

Sussistono comunque anche motivazioni altrettanto importanti e decisive, legate a passaggi storici decisamente più recenti ed è importante sottolinearle in un contesto più legato alle vicende economiche del nostro paese. Cerchiamo di schematizzare quanto affermato con alcune considerazioni puntuali:

  • Le più generali considerazioni storiche contro la scienza e la libera ricerca non sono una peculiarità italiana. Si pensi a particolari momenti della storia (a volte durati anche secoli) di grandi nazioni come Spagna, Francia, Polonia, Russia, ecc. ecc. che hanno oggi un’altissima considerazione della ricerca scientifica.
  • Le basi antiscientifiche non sono tutte assimilabili ad una matrice religiosa (come è il caso di tutto il periodo della Controriforma) ma attraversano trasversalmente anche il cosiddetto mondo laico; si pensi per esempio alla posizione dell’idealismo italiano, in particolare al provincialismo antiscientifico di Croce e Gentile, che ha influenzato non poco la   riflessione “marxista” dello stesso Togliatti e del gruppo dirigente del PCI.
  • Infatti si può affermare serenamente che la storia italiana dell’area chiamata progressista o di sinistra non è certo immune da questo problema. Si pensi per esempio alle tante battaglie portate avanti dal movimento ambientalista sulla base del principio NIMBY (magari senza ammetterlo). Oppure si pensi ancora alla chiusura aprioristica da parte della cultura di sinistra di fronte ai temi della ricerca scientifica in campo genetico, con un rifiuto assoluto (e in gran parte inutile e ipocrita) degli OGM.

A tutte queste considerazioni deve comunque aggiungersi una motivazione molto più concreta che affonda le sue radici  nel campo dell’economia e delle strategie industriali compiute dalla classe dirigente della nostra nazione.

Con questi presupposti, il momento fondamentale di svolta si situa tra la fine degli anni 50 e i primissimi anni 60.  Riprendiamo le parole di Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, nell’editoriale del numero di luglio 2018 della rivista.

Poco più di mezzo secolo fa l’Italia era ai primi posti al mondo nelle nuove tecnologie. Quelle di allora, beninteso. Vale a dire la produzione di energia nucleare per uso civile (terzi dopo Stati Uniti e Unione Sovietica), il settore della farmacologia pubblica con relativa ricerca, la chimica dei polimeri con il polipropilene di Giulio Natta, l’elettronica di Adriano Olivetti che portava all’Expo di New York il primo personal computer, il P101, l’ingegneria aerospaziale (terzo paese al mondo a lanciare un satellite per telecomunicazioni).

Se non bastasse, in quegli stessi anni in questa tormentata penisola nascevano gli anelli di accumulazione, con Ada e Adone, i nonni di LHC. E si promuoveva la nascita del CERN…..”

Una serie di eventi nel corso degli anni indicati cambiò radicalmente lo scenario nazionale.

  • Uccisione di Enrico Mattei;
  • Processo e condanna di F. Ippolito, con la dismissione completa del programma nucleare futuro (completò l’opera di distruzione il movimento antinucleare degli anni 80);
  • processo al direttore dell’Istituto Superiore di Sanità G. Marotta, con la cessazione dei programmi di farmacologia pubblica. Il prof. Marotta fu poi assolto in appello, ma ormai i giochi erano già fatti (non ci ricorda qualcosa questo modo di procedere della magistratura?)
  • Morte di Adriano Olivetti e vendita della Divisione Elettronica della società per concentrarla sul “core business” (niente più personal computer, ma solo macchine da scrivere!)

I punti elencati rappresentano momenti di rottura in settori strategici (allora e soprattutto oggi) che vedevano l’Italia all’avanguardia. Va notato che anche il PCI contribuì per sua parte alle campagne diffamatorie e alle indagini strumentali della magistratura, contribuendo alle campagne stampa che crearono un clima di “caccia alle streghe”. In parte perché  questi eventi venivano giudicati come contraddizioni interne al sistema di potere della DC, in parte perché mancavano totalmente strumenti e capacità di analisi di una fase di evoluzione del sistema capitalistico moderno.

In sostanza, la scelta di fondo compiuta dal sistema economico nazionale fu quella di privilegiare una produzione manifatturiera a basso o medio contenuto tecnologico (auto, elettrodomestici, macchine da scrivere, prodotti di chimica di base…) che richiedevano pochi investimenti e garantivano alti profitti nel mercato italiano e estero grazie al basso costo di produzione (salari bassi, inflazione e, quando necessario, svalutazione).

Nel frattempo la spinta contro la ricerca e l’innovazione tecnologica è continuata imperterrita nel nostro paese e le varie campagne NO a qualcosa sono coerenti con il punto di partenza e sono gli effetti finali delle scelte del periodo che abbiamo indicato (NO-OGM, NO-TAP, NO-TAV e NO-VAX sono solo le ultime recenti acquisizioni di un movimento mai spento).

Come accennato, la sinistra dal PCI alle varie formazioni attualmente esistenti, non ha elaborato strumenti concettuali alternativi né è stata in grado di produrre progetti di contrasto e la reazione di buona parte di essa alle timide riforme costituzionali del periodo renziano, con le timidissime aperture del mercato del lavoro alle sfide internazionali, ha reso evidente la sua inessenzialità in questo passaggio storico.

Abbiamo detto passaggio storico perché la situazione internazionale è profondamente cambiata rispetto agli anni 50 e 60. Il libero scambio delle merci, l’abbattimento delle frontiere europee, l’introduzione dell’Euro, la inevitabile perdita dello strumento monetario per causare inflazione o svalutazione e mantenere concorrenziali le nostre merci (a bassissimo contenuto tecnologico, ormai) e finalmente la mancanza di investimenti nella ricerca e nell’innovazione tecnologica fanno sì che l’Italia sia rimasta ferma, senza futuro. E tutto ciò mentre altri paesi europei hanno invece investito percentuali elevate del PIL in ricerca e sviluppo, anche e soprattutto in occasioni delle ultime crisi economiche e monetarie. In parole povere: l’Italia è un paese in gravissima crisi strutturale e forse condannato al default (o comunque ad una perdita di status economico e di importanza globale) anche e soprattutto perché non ha investito in ricerca scientifica e si trova adesso a produrre e vendere merci povere e di scarso futuro nel mercato mondiale.

Per adesso la reazione di gran parte del ceto dirigente del paese (e conseguentemente di tutti i mass media) si è indirizzata a salvare l’esistente e a rifiutare i timidi tentativi di riforma del sistema. L’estrema sinistra e l’ambientalismo radicale del No a tutto sono stati (come da tradizione) le mosche cocchiere di questa scelta, che si è tradotta per adesso in un governo politico che accelera il fenomeno di taglio degli investimenti produttivi in campo culturale e scientifico e aumenta a dismisura il fenomeno di aiuti a pioggia di natura clientelare.

Il rischio è l’impoverimento generale e il ritorno alla moneta nazionale inflazionata.

L’elaborazione di una proposta politica per l’aumento degli investimenti destinati alla ricerca scientifica, affiancata al ritorno al periodo di riforme costituzionali e amministrative, è quindi un passaggio fondamentale per un programma alternativo all’esistente.

Sergio Mancioppi

Il cancro che divora l’Italia: l’attrazione fatale della rendita (di Lapo Berti)

La rendita rappresenta un elemento costitutivo, strutturale, del modello capitalistico italiano, e non una semplice perversione. La centralità della rendita affonda le sue radici nelle origini stesse del capitalismo italiano post-unitario; è figlia, non necessaria, dell’intreccio fra intervento statale e sviluppo capitalistico che caratterizza le nazioni che si immettono tardivamente sul sentiero dell’industrializzazione, come l’ Italia e la Germania.

In Italia, diversamente dalla Germania dove pure l’intervento statale nell’economia è ampio e articolato, la ricerca del profitto, che è l’anima e la ragion d’essere di una classe di capitalisti, assume ben presto e stabilmente la forma della ricerca della rendita ovvero di un guadagno garantito dalla tutela statale e coperto dalle risorse che lo Stato è in grado di sottrarre alla collettività per indirizzarle verso lo sviluppo industriale.

ceto politico corrottoNasce in questo contesto, e non importa qui stabilire quale sia il rapporto di causa ed effetto, un ceto politico, destinato a imporsi e a permanere, che trae il suo potere dall’intermediazione clientelare di risorse pubbliche, in primo luogo nei confronti delle imprese, ma poi, sempre più, anche nei confronti di determinati ceti sociali. Imprenditori e capitalisti di ogni ordine e grado si piegano volentieri a questo rapporto di sudditanza nei confronti del ceto politico e amministrativo in cambio di una tranquillità di prospettive che la competizione sui mercati, specialmente esteri, non sarebbe mai in grado di offrire. Si forma quel modello di capitalismo che viene pudicamente definito “relazionale” o, più brutalmente e significativamente, “clientelare” (Zingales).

Come insegna la dottrina del rent-seeking, la ricerca di privilegi e di protezioni atti ad assicurare rendite genera costi, al netto di quelli della corruzione che pure ne viene incentivata, i quali gravano sull’efficienza complessiva del sistema economico. Una quantità considerevole, e tendenzialmente crescente, di risorse viene investita non a fini produttivi, ma distributivi, non per creare prodotto aggiuntivo, ma per appropriarsi di una quota crescente del prodotto dato. La ricerca di protezione e di favori da parte dei titolari del potere pubblico diventa cultura diffusa; investe anche il mondo del lavoro. Soffoca lo stimolo a intraprendere; fa venire meno gli incentivi alla ricerca e all’innovazione. Il sistema nel suo complesso risulta appesantito da una quantità di oneri impropri, la cui mole, nel caso italiano, è icasticamente approssimata dal peso attuale del debito pubblico. L’economia nel suo complesso imbocca il sentiero del declino.

Lapo Berti – (primo di tre articoli) da www.lib21.org

Un Paese votato a colonizzazione e declino

Allarmi, lo Straniero è alle porte! Dopo l’insediamento del governo Gentiloni, un fremito scuote la Penisola: ci stanno comprando a pezzi, poco alla volta. Sono lustri che va avanti, è intollerabile, signora mia. Ora è la volta di Mediaset, il “patrimonio del paese” di dalemiana memoria, sotto attacco di un pirata bretone che di fatto si è già mangiato Telecom Italia, la sciagurata “privatizzazione” dell’era Prodi passata per la merchant bank dalemiana (corsi e ricorsi) e molti cambi di mano sempre col denominatore comune del “bambole, non c’è una lira”. Oltre ad innumerevoli altri esempi degli ultimi anni, come Parmalat. Eppure, non è difficile da capire: siamo un paese senza capitalisti né capitali. E da molti anni votato al declino.

sistema-italiaMediaset è un’azienda che rischia di essere troppo piccola per l’evoluzione tecnologica globale, che va verso l’integrazione sempre più spinta tra piattaforme e contenuti. Dopo decenni passati nel confortevole duopolio con la Rai, e dopo essere stata indebolita da Sky, che ha deragliato Mediaset Premium, si avvicina il tempo delle scelte. Quando non si ha la massa critica per reggere investimenti in nuove tecnologie, si possono tentare alleanze. Che gli alleati, ad un certo momento, ipotizzino di prendersi tutto il piatto, fa parte degli eventi della vita. Ma il punto vero è un altro: il nostro è un paese in cui i capitalisti non hanno capitale, da sempre, e preferiscono intessere rapporti malati con la politica e le banche, in chiave protezionistica. Saltata la protezione delle banche, la politica è finita con le spalle al muro.

Quanti tra voi ricordano il modo in cui Fiat “prosperava”, in Italia? Giovani Agnelli trattava coi governi di turno la protezione sul mercato domestico. Il suo implacabile mastino, quello che spingeva il governo italiano a battersi come un leone in Europa per frenare le importazioni di auto giapponesi, attraverso i contingentamenti, era Cesare Romiti. I sindacati erano al fianco della casa reale di Villar Perosa, senza pensare che l’apertura del mercato avrebbe permesso di portare altri costruttori in Italia, come accaduto in altri paesi europei, dove notoriamente la schiavitù è regola di vita. Meglio allora le pratiche collusive sindacati-imprese-governo romano, che aprirsi alla competizione. Da lì discese l’iper-normazione socialista che caratterizza questo disgraziato paese, che da sempre opera febbrilmente per creare un ambiente tossico per lo sviluppo dell’impresa.

crisi-alitaliaUn balzo ai giorni nostri, ed ecco l’eterno ritorno: Alitalia che non doveva andare ad Air France, “altrimenti i turisti esteri diretti in Italia verrebbero dirottati nella Valle della Loira“. Forse dovremmo dare il Cavalierato a Michael O’Leary di Ryanair: ha fatto più lui per favorire i flussi turistici internazionali in questo paese che ministeri ed improbabili “Enti per il turismo”, nati morti e la cui decomposizione procede serenamente. Come quella del sistema-paese, del resto. Ma è mai realmente esistito, il sistema-paese Italia? Si, ma ha avuto un’unica missione: quella di autodistruggersi nel suo socialismo surreale e capitalismo di debito, con i governi a fare da mediatori o più spesso da faccendieri. Voi ricordate le leggendarie sinergie tra Alitalia e Poste italiane, vero? Chiusura dopo chiusura, protezione dopo protezione, abbiamo plasmato un paese incapace a competere. Ma anche un paese ostile all’investimento diretto estero, per sostituire gli inetti “capitalisti” domestici. Forse era fatale, visto che ormai siamo definiti essenzialmente come un paese di consumatori anziani.

gestione-bancheVolete un altro plastico esempio? Il settore bancario italiano. Chiuso al mondo (la “foresta pietrificata”), controllato dalla politica mediante il sistema delle fondazioni, perennemente a corto di capitali, con gruppi di controllo divenuti comitati d’affari localistici oppure parte della costellazione di potere oligarchico nazionale. Quando l’habitat ha iniziato a divenire ostile, richiedendo sempre maggiore capitale, dopo una crisi devastante ma che soprattutto ha messo a nudo prassi di concessione del credito non particolarmente avvedute (per usare un understatement), ecco che è scattata la reazione difensiva dei gruppi di controllo: mettere titoli computabili come capitale (i subordinati) nei portafogli dei risparmiatori, pagando il meno possibile. La vigilanza, come l’intendenza, ha seguito, ed ora siamo a questo punto.

Problema sofferenze: anche qui, la soluzione sarebbe semplice: mancano i capitali domestici? Li si va a cercare dove ci sono, fuori dal paese. Che implica, questo? Una cosa terribilmente semplice: che esiste un prezzo per ogni cosa. Quindi, spazio a chi ha soldi per comprare le sofferenze al “suo” prezzo, cioè molto basso. Il successivo buco di capitale della banca può essere colmato con un aumento destinato al fondo “avvoltoio”. Il quale comprerebbe un “pacchetto”: la redditività bassa ma stabile della banca commerciale più quella potenziale molto elevata delle sofferenze. Troppo cinico? Forse, ma vale il solito Articolo Quinto: chi mette i soldi sul tavolo ha vinto. Invece, quello a cui assistiamo è un gigantesco gioco a somma negativa, dove la difesa delle sedicenti “élites” al comando finisce a scavare la fossa all’intero paese. E giù le mani dalle nostre sofferenze bancarie: le abbiamo fatte noi, col sudore della nostra fronte e l’incapacità collusa e spesso criminale dei nostri banchieri. La crisi di un paese che attende che il proprio destino si compia ha fatto il resto.

cittadino-arrabbiatoNon stiamo assistendo ad una sceneggiatura originale ma all’ennesimo remake. Solo che, in un paese privo di memoria storica, a nessuno viene in mente di unire i puntini attraverso i decenni. Per fortuna, come ben si addice ad un paese malato di socialismo, abbiamo sempre il tic della “protezione” a soccorrerci. La narrativa del rapimento oltre confine ha sempre il suo fascino: dai turisti al risparmio. Poi ci sono anche quelli che “se avessimo una nostra moneta, non accadrebbe”. In effetti, se andassimo avanti a colpi di svalutazioni competitive (che competitive non erano, ma solo l’adeguamento “a scatti” alla costante perdita di competitività di un sistema-paese già all’epoca incapace di adattarsi all’ambiente esterno), alla fine qualcuno da fuori potrebbe arrivare a comprare i nostri gioielli per un tozzo di pane. Ma a quel punto noi interverremmo con la clausola dell’”interesse nazionale”, e bloccheremmo ogni scalata straniera. Come dite? Con quali soldi finanzieremmo gli investimenti, in quel caso? Con le stampanti, che domanda. Mai come nel caso italiano appare chiaro che il patriottismo, nella sua versione applicata all’economia, è l’ultimo rifugio di oligarchi-canaglie e di falliti. Perché è sempre e comunque un complotto esterno: tedeschi, francesi, romulani, vulcaniani. E su questo complotto, generazioni di editorialisti costruiscono la loro sussidiata carriera. Quanto sarebbe più semplice leggere tutte queste vicende in un modo solo: siamo un paese inadatto alla competizione internazionale. Ogni apertura è una crepa nel nostro edificio. Il nostro modello finirà ad essere la Corea del Nord.

Per tutti questi motivi, permetteteci di dirlo chiaro e forte: Mediaset è sotto minaccia dello Straniero? E chissenefrega.

Firmato: un cittadino-contribuente che ne ha piene le palle. Da molto tempo.

Tratto da http://phastidio.net

Riflessioni sul referendum costituzionale

Mettiamo subito una cosa in chiaro: il quesito referendario ha giocato un ruolo marginale nella dinamica del voto e figura agli ultimi posti nell’elenco dei fattori che ne hanno determinato il risultato.

Due mi sembrano i fattori principali che hanno predisposto il successo travolgente del no.
Il primo è quello che potremmo considerare come la matrice di ciò che è successo ai seggi: un’Italia infelice. Il paese vive da decenni un processo di declino, cui nel 2008 si è aggiunta la crisi prima finanziaria e poi economica che ha investito l’economia globale.

declino-italiaI ceti che un tempo costituivano il nerbo economico e politico del paese si sono impoveriti e hanno sperimentato una progressiva perdita di ruolo, a partire dal mondo del lavoro. Il presente si è fatto grigio, il futuro si è fatto fosco e, soprattutto, incerto. I primi a risentirne sono stati i giovani, che si sono scontrati con un mondo del lavoro che non risponde alle loro aspettative sotto tutti i punti di vista, dalla qualità degli impieghi offerti, all’entità, spesso risibile, delle remunerazioni, alle prospettive di carriera. Nel sud del paese, probabilmente, questi problemi sono stati aggravati da inerzie e arretratezze secolari. L’impatto delle grandi ondate migratorie ha fatto il resto. Il clima sociale si è fatto pesante e si è rafforzata l’atavica tendenza a chiedere a chi comanda, talora a pretendere, la soluzione dei propri problemi.

Due aspetti rendono la percezione di questo stato di cose ancora più pericolosa. Da un lato, il fatto che la politica non ha registrato in tutta la sua gravità lo stato di declino e non l’ha quindi portato alla coscienza degli interessati, inducendoli a credere che si trattasse di difficoltà transitorie. Che i problemi dell’Italia sono profondi e vengono da lontano sono in pochi a percepirlo con la dovuta chiarezza. Ancora meno percepito, dall’altro lato, è il fatto che la soluzione dei problemi in cui versa l’Italia, da quelli economici, a quelli politici e istituzionali, a quelli culturali, richiede tempi lunghi e una visione prospettica che nessuno in questo momento mostra di avere.

matteo-renziIl secondo ha a che vedere con la figura dell’uomo – Matteo Renzi – che, seppur in maniera confusa, discontinua e anch’essa priva di una visione, questi problemi ha cominciato ad affrontarli. L’inevitabile personalizzazione, in tempi di partiti evanescenti, che inizialmente ha suscitato la sensazione di avere finalmente trovato una guida capace di affrontare la crisi, si è a poco a poco rovesciata in una demonizzazione, alimentata anche dal fatto che alcuni obiettivi basilari, come la crescita economica, l’occupazione, che il premier ha maggiormente enfatizzato, non sono alla portata di nessuno governo attuale e futuro che si trovi a operare nelle condizioni di un paese come l’Italia.

I governi, in generale, possono fare poco, al di là delle narrazioni, e quel poco richiede tempo e mosse azzeccate. Ci vogliono equilibrio e pazienza, due ingredienti che non erano a disposizione né del premier né degli elettori. I cittadini, gli elettori, aspettavano, pretendevano il miracolo e il miracolo non è arrivato, semplicemente perché non poteva arrivare. Quel poco che è arrivato, perché qualcosa è arrivato, era ben lontano dalla dimensione del miracolo atteso.

uomo-solo-al-comandoIn un regime politico come quello attuale, in cui non ci sono più i partiti a dare continuità e prospettiva all’azione di governo, i premier-star diventano usa e getta. Il tempo di metterli alla prova e poi, se non funzionano, come è molto probabile che avvenga, si buttano. Questo è il loop mortale che imprigiona le nostre democrazie. Non aiuta il fatto che ci sia una popolazione infelice e quindi arrabbiata, ma anche e soprattutto confusa, disorientata, che si muove sempre più sulla base degli umori acclamando presunti salvatori della patria che nel giro di poco tempo diventano nemici da abbattere.

Naturalmente, è un quadro approssimativo e disegnato con tratti molto grossolani, ma ritengo che aiuti a porre nella giusta prospettiva quello che è successo domenica scorsa. Se il contesto politico non offre prospettive da perseguire e metodi o pratiche da adottare, che consentano ai cittadini di dividersi e di dibattere “politicamente”, ci può essere solo una forte pulsione a identificarsi nel no, che ha l’enorme vantaggio di accogliere tutte le motivazioni possibili, senza, apparentemente, addossare nessuna responsabilità. Non è un caso che in molti abbiano votato no a prescindere, per dare un segnale, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze e, ancor meno, per le soluzioni da ricercare il giorno dopo la sfogo.

veritaQuesto è il punto a cui siamo. La vita non si ferma, tanto meno quella politica e, dunque, qualcosa succederà, qualcosa si farà. Compariranno nuovi leader o, peggio, ricompariranno quelli vecchi. Ma, sempre, senza aver prima fatto un bagno di verità collettivo in cui tutti, politici e cittadini, si dicono come stanno davvero le cose; e senza aver fatto lo sforzo di costruire una visione, in cui i cittadini possano riconoscersi e possano tornare a scegliere con la testa, lasciando la pancia ad altre, pur nobili, funzioni.

Un grande psicologo ed economista, Daniel Kahneman, ci ha insegnato che la “pancia” è un impulso primordiale che ci aiuta a decidere velocemente in situazioni di pericolo, in cui ne va della sopravvivenza. È con la “pancia” che l’uomo primitivo ha affrontato le prime fasi dell’evoluzione. Poi la vita si è fatta più complessa, si sono formate quelle aggregazioni sempre più complesse che sono le società moderne e l’uomo si è progressivamente attrezzato con una “testa” sempre più raffinata, che prende decisioni ponderate, che richiedono tempo. Forse oggi abbiamo bisogno di tutt’e due queste capacità, ma se ci fermiamo alla “pancia” non andiamo da nessuna parte e le decisioni che contano, alla fine, le prenderanno quelli che usano la “testa”.

Lapo Berti

L’Economist dossier Italia: un paese che non cresce

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

Perché l’Italia non cresce

È vero che l’Italia ha evitato il disastro durante l’ultima tempesta, ma è altrettanto vero che la sua economia arranca da decenni. La visione rosea dell’economia italiana poggia su due assunti che sono veri solo a metà. Il primo è che l’Italia sia un paese prevalentemente esportatore, come la Germania. Però, a differenza della Germania, l’Italia ha la bilancia commerciale in rosso dal 2005. La sua base industriale è ancora la sesta al mondo, ma la Gran Bretagna, spesso dipinta come un nano industriale, produce ed esporta più automobili dell’Italia.

ricchi e poveriUn’altra convinzione radicata è che l’alto livello di risparmio privato, in genere investito in titoli di stato o semplicemente parcheggiato in banca, tiene l’economia al riparo dai guai. In realtà, il 47 per cento del debito pubblico è detenuto all’estero, una percentuale inferiore alla maggior parte dei paesi europei ma non certo ristretta.

È piuttosto la dimensione del debito pubblico (i titoli di stato italiani sono il terzo mercato obbligazionario al mondo) a farne la forza, ma anche la debolezza. Infatti, il costo sostenuto dall’Italia per il suo debito cresce di una quantità pari all’1 per cento del Pil ogni volta che i tassi aumentano di un punto percentuale.

Il problema più grande è però la mancata crescita che è stata la principale debolezza dell’economia italiana negli ultimi vent’anni e la ragione principale è che le imprese hanno un problema di produttività e competitività.

Molti italiani sono convinti che la loro economia sia trainata dal settore manifatturiero e dall’industria, ma, in realtà, il 70 per cento della forza lavoro è occupata nel settore dei servizi.

velocità sviluppoNegli anni cinquanta e sessanta l’Italia cresceva al ritmo di un paese in via di sviluppo: di norma a un tasso vicino al 10 per cento all’anno. Questo ritmo vertiginoso fu innescato dall’applicazione di nuove tecnologie e dalla grande migrazione interna, soprattutto dal sud al nord del paese (9 milioni di persone tra il 1955 e il 1971) con una grande disponibilità delle persone a lottare per ritagliarsi un posto nella nuova Italia.

Invece, tra il 2001 e il 2005 la produttività del lavoro è cresciuta di un misero 0,1 per cento all’anno, e tra il 2006 e il 2009 è addirittura scesa dello 0,8 per cento all’anno.

L’Italia è invecchiata più in fretta di quasi tutti gli altri paesi ricchi. Secondo le proiezioni attuali, nel 2030 per ogni pensionato ci saranno solo due italiani di età compresa tra i 20 e i 64 anni.

scelte sbagliateLa struttura produttiva è fatta di tante aziende con meno di venti dipendenti e le famiglie proprietarie, ancora molto diffuse, non cedono facilmente il controllo.

Inoltre in Italia si lavora con i contanti e questo grava anche sui costi bancari. Queste due caratteristiche – aziende di piccole dimensioni e uso del contante – facilitano l’evasione fiscale il che aggrava la già molto elevata pressione fiscale.

Elusione fiscale, bassa produttività, imprese a conduzione familiare, mercati dei capitali poco sviluppati, scarsa competitività: sono tutti problemi ben documentati e noti.

Le debolezze economiche del paese riflettono il modo di fare della maggioranza degli italiani. E questo modo di fare, come molte altre cose in questo vecchissimo giovane paese, ha radici profonde. (fine prima parte)