La teoria delle finestre rotte

Nel 1969, presso l’Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo ha condotto un esperimento di psicologia sociale. Lasciò due auto abbandonate in strada, due automobili identiche, la stessa marca, modello e colore. Una l’ha lasciata nel Bronx, quindi una zona povera e conflittuale di New York ; l’altra a Palo Alto, una zona ricca e tranquilla della California. Due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, a studiare il comportamento delle persone in ciascun sito.

auto abbandonataSi è scoperto che l’automobile abbandonata nel Bronx ha cominciato ad essere smantellata in poche ore. Ha perso le ruote, il motore, gli specchi, la radio, ecc. Tutti i materiali che potevano essere utilizzati sono stati presi, e quelli non utilizzabili sono stati distrutti. Dall’altra parte, l’automobile abbandonata a Palo Alto, è rimasta intatta.

È comune attribuire le cause del crimine alla povertà. Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici (destra e sinistra). Tuttavia, l’esperimento in questione non finì lì: quando la vettura abbandonata nel Bronx fu demolita e quella a Palo Alto dopo una settimana era ancora illesa, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto, California. Il risultato fu che scoppiò lo stesso processo, come nel Bronx di New York : furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato come era accaduto nel Bronx.

Perchè il vetro rotto in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale? Non è la povertà, ovviamente ma qualcosa che ha a che fare con la psicologia, col comportamento umano e con le relazioni sociali.

rifiuti abbandonatiUn vetro rotto in un’auto abbandonata trasmette un senso di deterioramento, di disinteresse, di non curanza, di rottura dei codici di convivenza, di assenza e di inutilità di norme e regole. Ogni nuovo attacco subito dall’auto ribadisce e moltiplica quell’idea, fino all’escalation di atti, sempre peggiori, incontrollabili, col risultato finale di una violenza irrazionale.

In esperimenti successivi James q. Wilson e George Kelling hanno sviluppato la teoria delle finestre rotte, con la stessa conclusione da un punto di vista criminologico, che la criminalità è più alta nelle aree dove l’incuria, la sporcizia, il disordine e l’abuso sono più alti.

Se si rompe un vetro in una finestra di un edificio e non viene riparato, saranno presto rotti tutti gli altri. Se una comunità presenta segni di deterioramento e questo è qualcosa che sembra non interessare  a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. Se sono tollerati piccoli reati come parcheggio in luogo vietato, superamento del limite di velocità o passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi.

parco pubblico degradoSe parchi e altri spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno abbandonati dalla maggior parte delle persone (che smettono di uscire dalle loro case per paura) e questi stessi spazi lasciati dalla comunità, saranno progressivamente occupati dai criminali.

Gli studiosi hanno concluso che l’incuria ed il disordine accrescono molti mali sociali e contribuiscono a far degenerare l’ambiente.

A casa, tanto per fare un esempio, se il capofamiglia lascia degradare progressivamente la  sua casa, come la mancanza di tinteggiature alle pareti che stanno in pessime condizioni, cattive abitudini di pulizia, proliferazioni di cattive abitudine alimentari, utilizzo di parolacce, mancanza di rispetto tra i membri della famiglia, ecc, ecc, ecc. poi, sia pure gradualmente, cadranno anche la qualità dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia ed inizieranno a crearsi cattivi rapporti con la società in generale. Forse alcuni, perfino un giorno, entreranno in carcere.

degrado metropolitanaLa “teoria delle finestre rotte” è stata applicata per la prima volta alla metà degli anni ottanta nella metropolitana di New York City, che era divenuto il punto più pericoloso della città. Si cominciò combattendo le piccole trasgressioni: graffiti che deterioravano il posto, lo sporco dalle stazioni, ubriachezza tra il pubblico, evasione del pagamento del biglietto, piccoli furti e disturbi. I risultati sono stati evidenti: a partire della correzione delle piccole trasgressioni si è riusciti a fare della Metro un luogo sicuro.

Successivamente, nel 1994, Rudolph Giuliani, sindaco di New York, basandosi sulla teoria delle finestre rotte e sull’esperienza della metropolitana, ha promosso una politica di tolleranza zero. La strategia era quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento di tutti i tassi di criminalità a New York City.

La frase “tolleranza zero” suona come una sorta di soluzione autoritaria e repressiva, ma il concetto principale è più prevenzione e promozione di condizioni sociali di sicurezza. Non è questione di  violenza ai trasgressori, né manifestazione di arroganza da parte della polizia. Infatti, anche in materia di abuso di autorità, dovrebbe valere la tolleranza zero. Non è tolleranza zero nei confronti della persona che commette il reato, ma è tolleranza zero di fronte al reato stesso. L’idea è di creare delle comunità pulite, ordinate, rispettose della legge e delle regole che sono alla base della convivenza  umana in modo civile e socialmente accettabile.

Tratto da un articolo pubblicato su http://www.unitresorrentina.org

Roma è l’Italia

Sembra che una maledizione si sia abbattuta sulla Capitale. Dai trasporti ai rifiuti, dalla pulizia della città al decoro urbano, dalla convivenza tra le persone all’ordine pubblico, dallo stato delle strade all’uso del denaro pubblico, dal funzionamento delle amministrazioni al rispetto della legalità. L’impressione è che non funzioni più nulla e che la città sia allo sbando. Persino l’aeroporto di Fiumicino è colpito da disservizi e disastri che, dolosi o colposi che siano, rivelano grande fragilità e assenza di autorità di governo.

degrado RomaIn questo quadro si continua a porre al centro dell’attenzione la guerra di posizione e di logoramento che vede protagonisti il sindaco Marino, il Pd, gli altri partiti presenti in Consiglio comunale. Marino criticato, Marino sfiduciato da Renzi, Sel che se ne va, gli assessori che si dimettono e quelli che arrivano. Il tutto mettendo sullo sfondo l’analisi delle cause del degrado e le idee per uscirne. Che la cosa sia voluta o meno l’effetto è quello di alimentare una generale insoddisfazione rancorosa e irresponsabile i cui sbocchi sono temibili.

Qualche avvisaglia si è avuta con l’ottuso boicottaggio della metropolitana da parte dei macchinisti i quali, di fronte alla richiesta di fare un orario di lavoro simile a quello dei loro colleghi di Napoli o Milano hanno deliberatamente sabotato il servizio. Rancore e rabbia irresponsabili che hanno suscitato altra rabbia da parte dei passeggeri a cui è stata resa la vita impossibile. Finora si è riusciti a non varcare il confine della violenza, ma ci si è andati vicini.

arrabbiatoRancore e rabbia irresponsabili anche da parte di cittadini che da anni vivono il degrado essendone in parte diventati attori e autori. Il trionfo dell’abuso, il premio al più furbo e al disonesto, l’avanzata del malfattore arrivato a tutti i livelli di potere nella vita cittadina sono andati di pari passo con l’allontanamento dalla legalità e dalle buone regole. L’assenteismo eccezionale e la bassa produttività dei lavoratori nelle aziende comunali fallite (AMA e Atac) e che solo la continua iniezione di capitali pubblici tiene in vita sono sempre stati lo specchio dell’abuso dei livelli dirigenziali. I fatti ne hanno dimostrato l’incapacità e l’attitudine predatoria, con risultati di gestione pessimi, ma con retribuzioni spropositate ottenute grazie alla connivenza di politici interessati solo a consolidare i propri feudi locali.

Il fatto è che il degrado parte sempre dall’alto e diffonderlo in basso serve perché divenga sistema di potere nel quale il grande abuso sia coperto dai mille piccoli abusi di un popolo di clienti legati dalla stessa cultura del disprezzo dello Stato e del saccheggio delle sue risorse.

illegalità di massaIl grande problema di Roma sta qui e vive della complicità di massa tra un popolo abituato a stendere la mano per chiedere favori e privilegi allo stato parallelo dell’illegalità e chi è stato capace di impadronirsi degli strumenti e delle risorse del potere pubblico.

Ovviamente non sempre è stato così e ci sono stati periodi migliori di questo, ma da anni le cose vanno peggiorando. Di fatto fino a ieri a Roma tutto era possibile con la corruzione e l’inchiesta “mafia capitale” ha mostrato solo in minima parte quanto il sistema fosse diffuso e potente.

No, davvero la discussione sul sindaco è veramente misera cosa e rischia di sviare l’attenzione dalla vera natura dei problemi che sono talmente profondi da scoraggiare chiunque. L’unica cosa certa è che la pulizia non si può fare se non c’è la lucida consapevolezza di dover smantellare un sistema di potere fondato su un blocco sociale e di interessi e di ricostruirne un altro che sia il suo opposto.

opinione pubblica romanaAncora una volta Roma si rivela specchio del Paese. Il problema dell’Italia non è lo sforamento dei limiti del deficit per la semplice ragione che tutti gli sforamenti del passato hanno prodotto uno sviluppo imbastardito e un immenso spreco di risorse. In questi giorni si denuncia il sottosviluppo del Mezzogiorno. Ebbene si guardi alla Sicilia e alla fine che hanno fatto i fiumi di capitali pubblici che sono stati bruciati nella fornace del sistema di potere che la governa. Quello è l’esempio di un cancro capace di divorare ben più di ciò che gli si somministra per alimentarlo.

Pensiamo di andare da qualche parte in questo modo? Da ogni parte si invoca un’autorità di governo che prenda in mano la situazione. Magari ci fosse e fosse libera dagli intrecci del passato. Per ora non c’è e in ogni caso non basterà se non ci metterà il suo impegno la maggioranza degli italiani.

Claudio Lombardi

L’abbandono delle periferie: lettera di un abitante di Tor Sapienza

rivolta tor sapienzaAbito a Tor Sapienza, in quel viale Giorgio Morandi che nei giorni scorsi è finito (finalmente…) all’attenzione della stampa nazionale. Gruppi di destra estrema hanno trovato la strada spalancata per infiltrarsi in una legittima e giustificata protesta, facendola diventare una violenza terribile ed ingiustificata .

La presenza di un Centro di accoglienza nel quartiere, con i suoi ospiti a volte “invadenti”, è stata la miccia che ha acceso l’esplosivo, ma non il vero fatto scatenante. Questa zona, come quasi tutte le altre della periferia della Capitale, paga un progressivo abbandono. A metà anni ’80 sono venuto ad abitare qui, socio di una cooperativa di abitazione che stava costruendo in un quartiere nuovo, fatto essenzialmente di case Iacp e di enti. Fino alla fine degli anni ’90 le cose sono andate abbastanza bene: periferia, certo; quartiere popolare, certo; ma tutto sommato dignitoso. Poi l’abbandono è diventato il tratto dominante della politica in questo quartiere.

campo rom via di saloneUna decina di anni fa venne insediato un gigantesco campo nomadi. Non ero contro a priori, ritenevo che un campo regolato, vigilato e dotato di servizi fosse una possibilità e un’occasione. Mi sbagliavo. Dopo alcuni anni è saltato tutto: sporcizia a non finire, bande che girano su automobili e camion scassatissimi, i cassonetti della spazzatura sempre (sempre!) svuotati sui marciapiedi per frugarci dentro, gente che vomita e defeca in quello che una volta era un parco e il suddetto campo che sembra un pezzo di quarto o quinto mondo calato nella Capitale: senza vigilanza, senza servizi, circondato da immondizia che brucia generando fumi tossici di ogni tipo.

In un grande complesso di case popolari di fronte al mio condominio c’era una struttura commerciale di negozi e spazi a disposizione della cittadinanza. C’erano il calzolaio, il barbiere, bar, biblioteca ecc…. Dopo la fuga dei commercianti la struttura è stata occupata da extracomunitari che vivono in condizioni igieniche inimmaginabili, senza allacci, senza bagni, con rudimentali cucine all’aperto e immondizia ovunque. I viali intorno alle nostre abitazioni sono occupati da prostitute a tutte le ore, in un ignobile mercato della carne attivo 24 ore su 24.

tor sapienza protesteLa presenza di un Centro di accoglienza all’interno di quello che una volta era un palazzo per uffici non è certo il maggiore dei problemi, ma la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come dire: prima quelli, poi quegli altri, adesso basta. E noi che risiediamo qui abbiamo pagato 25 anni di mutuo.

La sinistra in cui da sempre milito, che governa e ha a lungo governato questa città, ha abbandonato le periferie e i cittadini che vi risiedono a favore di operazioni-spot tipo la (falsa) pedonalizzazione dei Fori Imperiali o l’apertura di un pezzo della linea metro C, ma fino alle 18,30. In campagna elettorale Ignazio Marino, il mio sindaco, giustamente diceva: “Non segnalatemi solo problemi, suggeritemi anche soluzioni”. Bene, eccone alcune possibili da subito: verificare bollo e assicurazione di tutti i mezzi, anche all’interno dei campi nomadi e, se in difetto, sequestrarli; controllare cosa fanno i bambini nei campi nomadi, se vanno a scuola o no, se sono obbligati ad elemosinare e se così affidarli a strutture protette; liberare tutti gli immobili di proprietà pubblica dagli occupanti abusivi; riconsegnare alla fruizione collettiva spazi pubblici come i parchi giochi per bambini, allontanando chi ne fa un uso “improprio”.

In attesa di soluzioni vere, di quelle scelte difficili che solo la politica che sa guardare lontano sa fare, questi potrebbero essere gesti importanti. Sappiamo che la fiducia dei cittadini si nutre anche di questi. Prima che sia troppo tardi

(Tratto da una lettera a Michele Serra pubblicata sul Venerdì del 28 novembre 2014)

Periferie: frammenti di non luoghi senza idea ( di Paolo Gelsomini)

degrado periferieLa periferia delle grandi città sta diventando un girone dantesco di umanità dolente. Sento il fallimento completo della politica, della cultura, dell’urbanistica, dell’architettura, della sociologia, dell’economia. Nessuno ha oramai il controllo dei processi sociali nuovi e sempre più tumultuosi e distruttivi. Tor Sapienza purtroppo è un segnale iniziale di quello che potrà succedere a Roma e altrove. Nessuno di noi può dirsi estraneo ed indifferente e non più per spirito di cristiana carità o di laica solidarietà, ma per puro istinto di autodifesa.

Bisogna solo capire dove occorre indirizzare questa umana reazione di autodifesa. Ci si può difendere anche non attaccando, ci si può difendere integrando, ci si può difendere gestendo l’immigrazione in tutte le sue forme da quella abitativa a quella lavorativa a quella culturale. Ma per fare questo ci vorrebbe una Politica di altissimo livello e un personale di grande profilo morale e culturale. E prima della Politica alta ci vorrebbe una Cultura alta che crea le condizioni per la formazione e la selezione del personale politico.

I gravi problemi delle nostre periferie appartengono ad una nuova categoria non confrontabile con quelle della Roma di Ferrarotti e di Pasolini. Allora c’erano ancora gli strumenti culturali, sociali, politici ed economici per gestirli, oggi pare drammaticamente di no!

periferie abbandonateSe non capiamo questo passaggio epocale avremo strumenti sempre più inutili non solo per fronteggiare ma per capire la tragedia che si sta svolgendo sotto i nostri occhi e che percepiamo non più dentro un asettico schermo televisivo, ma per contatto diretto, umorale, carnale, animale.

Di fronte allo scenario delle periferie di oggi non bastano più cristiani inviti alla solidarietà o sterili tentativi di analisi sociologiche sugli egoismi sociali, sui ricchi, sui poveri, sugli esclusi, sugli ultimi per concludere dicendo che la rabbia si deve indirizzare con chi detiene la massima parte della ricchezza sociale.

Ci vuole una rielaborazione di una teoria e di una pratica sociale e politica che sappia non solo interpretare i fenomeni, ma prevenirli e guidarli verso esiti di integrazione sociale, economica, culturale. Che scendano in campo gli intellettuali, che i politici più seri abbiano uno scatto di dignità per una vera rivoluzione della politica!

Ci vuole un sussulto di dignità anche da parte degli architetti quando si costruiscono quartieri solo con la verifica di bianchi plastici spettrali e di freddi rendering in autocad 3D.

Basta con le periferie senza servizi, senza aggregazioni sociali, senza bellezza, senza regole, senza lavoro, senza istruzione, senza pietas!

Nel 1979 nei miei cinquanta giorni in India ho toccato con mano i relitti umani, eppure tutto mi sembrava quasi composto in un ordine cosmico che trascendeva l’umana tragedia.

integrazione periferieOggi ho visto un servizio sulle favelas brasiliane e su fantasmi umani vaganti nella notte di Rio, disfatti dal crack in una città che per celebrare i Mondiali ha distrutto interi quartieri e cacciato migliaia di abitanti. All’orrore metropolitano non c’è mai fine se queste sono le metropoli del futuro! Oggi abbiamo la netta sensazione della sopraffazione della Natura Matrigna sulla Polis non solo per quanto riguarda gli eventi meteorologici ma anche per quelli di un degrado senza fine della condizione umana.

E sia per le cataratte che si aprono e che fanno tracimare fiumi e torrenti che per i lividi scenari dell’orrore metropolitano la colpa è nella mancanza del governo delle cose e dell’assenza di Cultura e di Etica che questo Governo delle cose non riesce più ad esprimere. Oramai la mancanza di un’idea di Città e di altri modelli di coesione sociale nella Città non è più tollerabile. A Roma come altrove.

Paolo Gelsomini

Napoli e la Campania come un campo di battaglia (di Paolo Miggiano)

Le mafie in Italia sono l’impresa economica più potente e costituiscono uno dei pilastri dell’economia Europea, con un giro d’affari che qualcuno ha calcolato intorno ai 150 miliardi di euro all’anno. A questo bilancio si devono aggiungere, però, anche le migliaia di morti in più di trent’anni di guerre tra i clan. La Campania è la regione d’Italia e tra le prime nel mondo, con il maggior numero di morti ammazzati. 

Roberto Saviano, pur sostenendo, nel suo libro Gomorra, che la conta del numero dei morti costituisce l’elemento meno indicativo per comprendere il potere criminale della camorra, fornisce una conta dettagliata del numero dei morti ammazzati per camorra dal 1979 al 2005. Una conta che in 27 anni raggiunge, l’incredibile e raccapricciante numero di 3.600 morti. E questi numeri si registrano in Campania, regione che sulla cartina geografica costituisce il centro della civile Europa e non di un continente permanentemente alle prese con guerre e pulizie etniche e non è neanche la Bosnia in pieno conflitto degli anni novanta, l’Algeria o la Somalia e neanche la Georgia dell’agosto 2008. 

La Campania e Napoli in particolare non sono luoghi dove ognuno decide il proprio destino, la propria sorte. Molto spesso è la guerra tra clan a decidere la sorte delle persone, anche di quelle che con i poteri criminali non hanno nulla a che vedere. Qui si muore perché qualcuno deve dare un messaggio a qualcun’altro, perché si conosce una persona di un clan opposto, per una semplice somiglianza, per un taglio di capelli, per la somiglianza del motorino sul quale si viaggia. In sostanza, qui, il rischio di morire per caso è davvero molto alto. Campare a Napoli è una roulette, dice Fabio, un ragazzo di diciotto anni, appena scampato ad un attentato compiuto in un distributore di benzina a Napoli nel mese di settembre del 2007. Si tratta di una semplice presa d’atto che una vita giovanissima e pulita in questa città deve comunque fare i conti con il pericolo ed il rischio della morte per errore. Questi sono i momenti in cui te ne scapperesti dalla città senza più girarti indietro. Lavorare sulla strada è come stare in un campo di guerra, pure a mezzogiorno, è lo sfogo di una altro testimone dell’agguato. 

Arrivano in motocicletta, sparano come dei pazzi in mezzo alla gente, tra i bambini e le donne che fanno la spesa, disposti a tutto pur di eseguire la sentenza di morte. Come dei codardi sparano alla schiena, ammazzano persone innocenti per dare un segnale. Lo scenario a cui spesso molte persone si trovano davanti è quello di una guerra. Forse uno scenario come quello di Bagdad o di Kabul può riservare le stesse sorprese. Invece qui a Napoli si tratta di episodi che non sono eccezionali, ma sempre più frequenti e con i quali la gente si sta abituando a convivere. 

Isaia Sales nel suo saggio pubblicato nel 2006 per Ancora del Mediterraneo, riprendendo il giornalista Gigi di Fiore, un altro autorevole studioso e conoscitore di questioni di camorra, sostiene che a Napoli c’è il record dei “morti per caso”, tra cui diversi bambini e adolescenti, persone cioè incappate casualmente nel fuoco dei killer. La camorra di città, sostiene l’autore, ha assunto caratteristiche di gangsterismo urbano e i delitti esterni al suo ambiente lo dimostrano. I suoi giovani killer fanno uso frequente di cocaina che compromette loro la capacità di mirare bene il bersaglio, colpendo non di rado passanti innocenti, magari scambiandoli per nemici. Per la camorra, a differenza della mafia, l’omicidio non è progettato, non è motivato da una logica strategica, ben mirata ed improntata alla massima efficienza, ma agisce risposta a risposta, omicidio ad omicidio con un istinto sanguinario. Non è un caso che i soldati di queste ultime guerre, di tutti contro tutti, siano sempre più giovani. E questo spiega perché nelle bande di camorra la brutalità costituisce la normalità e il motivo dei numerosi morti per sbaglio. 

Ed è proprio seguendo questa logica di guerriglia, di risposta a risposta che la sera del due novembre 2008, si è compiuto un episodio che ha davvero dell’incredibile proprio perché commesso da giovani violenti dall’età compresa tra i dodici e i sedici anni. Durante una rissa scoppiata in un centro commerciale di Casoria, un giovane viene accoltellato ad una gamba. Un affronto da far pagare caro e così poco dopo la reazione in via Abate Desiderio al rione Berlingieri di Secondigliano al confine con Casavatore. Un commando di sei persone a bordo di tre scooter arriva davanti al circolo Danzi, il club dei “bambini” a rischio – gestito da un quarantaquattrenne pregiudicato – e sparano una quarantina di colpi di pistola calibro 9 tra le gambe di un gruppo di adolescenti che a mezzanotte sostavano sul marciapiede del circolo. A terra rimangono sanguinanti cinque ragazzini, tra gli undici e i sedici anni, feriti chi alla spalla, chi al ginocchio, chi al piede, chi alle gambe. 

La vicenda criminale conferma lo stato di degenerazione sociale e di degrado culturale che vige tra i ragazzi di questo territorio. Questa volta al centro della scena sono degli adolescenti cresciuti seguendo le logiche di un branco che segue valori fondati sulla prepotenza, sull’arroganza, sulla tracotanza, sulla sopraffazione e sulla vendetta tipiche degli insegnamenti dei cattivi maestri quali sono i boss della camorra. Un episodio che oltre a rimbalzare sulle cronache nazionali e internazionali ed a far particolarmente irritare il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ancora una volta ha dimostrato che negli ultimi vent’anni (dagli omicidi di Nunzio Pandolfi ucciso nel 1990 alla sola età di due anni; del dodicenne Fabio De Pandi – ucciso a dodici anni nel quartiere di Soccavo nel 1991; di Silvia Ruotolo; di Annalisa Durante; di Gelsomina Verde; di Dario Scherillo, tanto per fare solo alcuni nomi di giovani innocenti) la china è diventata sempre più pericolosa.  Una vicenda che per la sua dinamica fa pensare che per ragazzi come questi il punto di arrivo obbligato possa essere davvero la camorra. 

L’elenco delle persone innocenti uccise in campania è davvero lungo. Si contano oltre duecento morti senza colpa.  Delle oltre duecento persone uccise dalla violenza criminale in Campania, la Fondazione Pol.i.s. della Regione Campania, costituita proprio per sostenere le vittime innocenti della criminalità in Campania, sta realizzando delle pubblicazioni per raccontare la storia di tutte. La prima, scritta da Raffele Sardo, per Pironti Editore è in libreria proprio in questi giorni. Si intitola Al di là della notte. Storie di vittime innocenti della criminalità e racconta un periodo che va dall’uccisione di Joe Petrosino – 12 marzo del 1909-  alla strage del Rapido 904 del 23 dicembre del 1984. Personalmente, in un libro intitolato Qualcun altro bussò alla porta. Dario Scherillo ed altre storie di persone vittime della violenza criminale ho raccolto le vicende umane delle vittime e dei loro familiari caduti nell’anno 2004, quando, insieme a Dario Scherillo, un giovane di 26 anni ucciso per sbaglio la sera del 6 dicembre (aveva un motorino uguale a quello di un criminale, condannato a morte dal clan opposto), venivano uccisi Francesco Estatico (assassinato con una coltellata, per aver fatto un complimento ad una ragazza), Matilde Sorrentino (uccisa per vendetta, poiché aveva denunciato chi aveva commesso abusi nei confronti del figlio), Annalisa Durante (di quattordici anni, uccisa in un agguato contro un camorrista del suo quartiere che si face scudo con il suo corpo per sfuggire ai colpi dell’attentato), Fabio Nunneri (di venti anni, ucciso da una coltellata al petto per essere intervenuto a fare da paciere in una lite per motivi di viabilità), Gelsomina Verde (morta per un’amicizia sbagliata), Francesco Graziano e Antonio Landieri, anche loro scambiati per criminali ed uccisi. 

Angelo Vassallo e Teresa Buonocore sono le ultime persone che sono state uccise. Angelo Vassallo, era il sindaco di Pollica – Acciaroli. Una persona onesta che voleva fare il sindaco onestamente. Lo hanno massacrato a colpi di pistola. Come a lui trent’anni fa è toccato a Marcello Torre, sindaco di Pagani nel salernitano (si era opposto all’infiltrazione negli appalti della ricostruzione post terremoto. Stessa sorte è toccata al consigliere comunale del P.C. di Ottaviano, Mimmo Beneventano. Teresa Buonocore aveva semplicemente fatto ciò che avrebbe fatto ogni madre: denunciare e fare condannare chi aveva abusato della sua bambina. Per questo è stata uccisa. 

Presto a queste vittime sarà dedicato un luogo della memoria, voluto dalla Fondazione Pol.i.s. Uno spazio dove la memoria degli innocenti si nutrirà della produttività di chi con passione e coraggio ancora oggi lotta, combatte, si arma contro un cancro che sembra duro da debellare. 

 Paolo Miggiano Cittadinanzattiva Campania