Nazionalpopulismo contro democrazia/2

Pubblichiamo la seconda parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Crisi della democrazia e dell’Occidente

“Quella che mi piace chiamare “la costituzione dell’occidente” è un’esperienza storica tutto sommato recente persino là dove si è formata e cioè nel Regno Unito, in America e in Francia. Ancor più recente è stata da parte di paesi come l’Italia, la Germania, il Giappone, la Spagna, il Portogallo, la Grecia l’acquisizione di quell’insieme di principi, di regole, di comportamenti in cui consiste una democrazia liberale. E non di rado l’acquisizione è avvenuta dopo sconfitte militari e sanguinose guerre civili.

Eppure, in tutto l’occidente la democrazia occidentale era diventata un sentire comune, era diventata popolare e in essa riponevano fiducia governi e opposizioni insieme con la più larga opinione pubblica. Oggi invece assistiamo alla crisi delle forze di destra, di centro e di sinistra che l’avevano sostenuta, che si erano cioè identificate con la democrazia e il libero mercato, con lo stato di diritto e con lo stato sociale comunque declinati.

Attenzione: a essere sotto schiaffo non è la democrazia genericamente intesa, piuttosto quel sistema di libertà individuali per tutelare le quali la democrazia è stata impiantata e senza le quali la democrazia diventa un simulacro, peggio, un’ipocrita messinscena.

Torna d’attualità un vecchio monito di Amartya Sen: la democrazia non si può ridurre al voto a maggioranza. Certo, un criterio per deliberare, cioè per decidere liberamente, è necessario e la prevalenza di chi ottiene la maggioranza sembra essere il criterio migliore. Eppure, proprio le “democrature” e i dittatori che si fregiano di votazioni quasi unanimi a loro favore avrebbero dovuto metterci in guardia. Il voto è democratico se conclude un processo democratico di formazione della volontà popolare, se cioè, come diceva Amartya Sen, esistono degli spazi pubblici, liberi e aperti di discussione, di confronto, di dialogo. Spazi che non esistono nelle democrazie autoritarie o democrature. Spazi che si restringono dove il potere esecutivo prevarica sugli altri poteri separati e indipendenti come quello giudiziario, quello economico, quello dell’informazione. Spazi inquinati dove prevalgono corruzione e clientele, dove le minoranze sono discriminate e la libertà di informazione e di espressione è limitata o minacciata o sotterrata sotto un diluvio di fake news pilotate da qualcuno.

Ma in fondo questi potrebbero essere mali emendabili, quasi a conferma del noto aforisma di Winston Churchill, “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, ad eccezione di tutte le altre”. Anche di altri pericoli che insidiano le libere democrazie si discute da sempre. Mi riferisco a quei processi degenerativi delle democrazie antiche studiati e catalogati da Aristotele, il primo scienziato politico della nostra storia. Le preferenze di Aristotele andavano naturalmente ai regimi aristocratici, eppure non esitò a indagare e descrivere come il governo dei migliori potesse tramutare e degenerare nel governo dei pochi, in oligarchie inamovibili, accaparratrici e sopraffattrici. Parimenti lo stagirita descrisse la degenerazione della democrazia in demagogia. Che cos’è la demagogia dovremmo averlo imparato a scuola, ma forse le scuole di oggi non lo insegnano più. Grosso modo le definizioni correnti descrivono la demagogia come un comportamento politico che attraverso promesse false e ingannevoli ma gradite al popolo mira a conquistare o conservare il potere. Aristotele, che non di rado confonde volutamente democrazia e demagogia, identificava entrambe come governo dispotico dei poveri, delle classi inferiori fomentate e irretite da tribuni che Aristotele chiamava “adulatori del popolo”.

Tanto ci serve per catapultarci nel presente un po’ più avveduti, accorti quanto basta per capire che la democrazia è non solo imperfetta ma anche costantemente insidiata tanto dalle oligarchie quanto da moltitudini guidate dai demagoghi che ne sfruttano il risentimento per conquistare il potere.

Sostituiamo alle antiche oligarchie dei possidenti le tecnocrazie attuali e ai demagoghi del tempo andato i moderni populisti ed ecco dalle nebbie del passato emergere i contorni dell’attualità politica.

Il titolo di questo primo incontro parla di enigma della sovranità. Intendo sovranità al plurale cioè come sovranità del popolo e sovranità della nazione.

Da una parte condividiamo il risentimento del popolo per essere stato espropriato, depredato di una parte del suo reddito e di non riuscire a ripartire. Dall’altra constatiamo la dichiarata impossibilità della nazione di agire e porvi rimedio decidendo politiche efficaci.

E’ questo connubio tra sofferenza e impotenza che ha unito il popolo e la nazione nella contestazione di quel potere o di quei poteri sovranazionali giudicati responsabili del suo impoverimento. Non potendo agire direttamente contro la globalizzazione, gli strali sono stati puntati contro l’Unione europea. Ma a farne le spese per prime sono state le élites politiche domestiche accusate di soggezione allo straniero cioè a Berlino e a Bruxelles. Governanti banchieri imprenditori, il cosiddetto establishment. E in questo impasto limaccioso è dalla sua narrazione faziosa che ha tratto origine la resistibile ascesa del nazionalpopulismo.

Della sua versione italiana parleremo nei prossimi incontri. Adesso mi preme affrontare la dimensione internazionale anzi mondiale del fenomeno di cui parliamo.

Partiamo dai fatti: il nazionalpopulismo si sta espandendo in tutto il mondo. Leader e partiti che si richiamano più o meno a un’ispirazione simile sono al governo negli Stati Uniti, la nazione più potente del mondo, ma anche in Italia, in Austria, in Polonia, Ungheria e in buona parte dell’Europa dell’est. In Francia i nazionalisti alla Le Pen sono arrivati al ballottaggio presidenziale anche nelle ultime elezioni. Insieme ai populisti di sinistra di Mélenchon hanno ottenuto al primo turno il 49 per cento dei suffragi. Solo il sistema presidenziale, la novità di Macron e le loro divisioni hanno impedito che uniti trionfassero.

Nel Regno Unito il partito indipendentista ha condizionato il partito conservatore e con lo sciagurato referendum indetto da Cameron ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Anche in Germania l’AfD con il suo risultato a due cifre influenza la politica nazionale e in particolare la Csu, l’ala bavarese della dc tedesca che si contrappone alla cancelliera alleata, Angela Merkel e ne paralizza l’azione. Il nazionalpopulismo si è fatto strada anche in Asia. In Indonesia e in Thailandia, dove l’alternanza al potere è spesso scandita da insurrezioni violente e repressioni ancor più violente, le formazioni populiste hanno più volte ottenuto la maggioranza.

Nazionalpopulisti di credo socialista sono al potere nel Venezuela di Chávez e di Maduro e nella Bolivia di Evo Morales. Lo sono stati a lungo in Argentina dove oggi guidano la principale forza di opposizione. Del resto sono stati proprio Perón e il peronismo con i loro descamisados a rimettere in circolo alla metà del ‘900 il marchio apparso per la prima volta in Russia nella seconda metà dell’800.”

Fine seconda parte/segue

Il fascino di Tsipras

Il fascino di Tsipras copre tutto. Nei commenti entusiastici degli ammiratori nostrani scompare la consistenza degli astenuti (quasi il 40%); non suscita critiche una legge elettorale che con il 36 attribuisce quasi la maggioranza assoluta dei seggi; nessuna critica anche per l’alleanza di Tsipras con una formazione di destra senza congressi, deliberazioni degli organi dirigenti, referendum tra gli iscritti; esaltazione per il programma di questa alleanza centrato sulla fine dell’austerità; nessuna domanda se sia giusto dirottare rabbia e disperazione verso un finto nemico esterno (la “perfida” troika) quando bisognerebbe che dicesse su che basi intende ricostruire il suo paese senza rifare gli errori del passato. Un tipico espediente da demagogia pura.

Insomma una parte della sinistra italiana sempre pronta a spaccare il capello in quattro e a sollevare problemi e dubbi su tutto è rimasta folgorata da Tsipras a tal punto che non vede più nulla. Vuole fare come lui e basta. Cosa però?

Fine dell’austerità. Tsipras non vuole uscire dall’euro ovviamente. Dove troverebbe un altro contesto internazionale disposto a dare soldi senza garanzie e in parte a fondo perduto? Non lo ammette però, ma proclama di voler stracciare i patti con l’Europa dando per scontato che i governi europei non pretendano indietro i loro soldi. Persino il piano di emergenza (giustissimo!) per il popolo greco non si sa come sarà finanziato. Scommettiamo che chiederà i soldi all’Europa? Intanto, però, mancano al bilancio greco qualcosa come 77 miliardi di tasse non pagate, pare, nell’ultimo anno. Che dice Tsipras su questo? Boh, però assicura che è una svolta storica e che la parola austerità sarà cancellata. Ma le cause di fondo della crisi greca che dura da anni quali sono? Meglio non toccare questo argomento che si rischia di perdere i voti.

Insomma tante chiacchiere e propaganda che servono per andare alla trattativa europea facendo la voce grossa, sperando che il ricatto dell’uscita dall’euro funzioni ancora e rinvii di qualche anno i problemi veri. Cosa c’è di così entusiasmante per gli ammiratori nostrani di Tsipras?

Speriamo solo che qualcuno in Europa stia al gioco e colga l’occasione per quel cambio di politiche che da tempo è maturo

Una riforma riformista per i servizi pubblici locali ( di Maurizio Chiarini)

Articolo un pò lungo, ma vale la pena conoscere questo punto di vista.

riforma servizi pubblici localiDa oltre vent’anni assistiamo nel nostro paese al tentativo di avviare una riforma dei servizi pubblici locali che sia in grado di risolvere i cronici problemi che il settore presenta. Non c’è governo, di centrodestra o di centrosinistra, che non abbia annunciato tale riforma come una delle riforme essenziali per il rilancio del paese.

Tutti i tentativi sono, però, clamorosamente naufragati ed oggi assistiamo ad un assetto del settore profondamente inadeguato alle esigenze del benessere collettivo, e ben lontano dal costruire un punto di sostegno al percorso di sviluppo del sistema industriale italiano. Va sottolineato, infatti, che settori come quello idrico, quello energetico e quello della raccolta e trattamento dei rifiuti non solo sono fondamentali per migliorare il benessere delle collettività, ma sono anche essenziali per consentire una crescita delle “prestazioni” del paese dal punto di vista degli investimenti, della capacità competitiva con gli altri paesi e per favorire lo sviluppo delle attività produttive.

I principali ostacoli alle realizzazione di una seria riforma sono stati da un lato l’approccio strumentalmente demagogico che in questi ultimi tempi ha caratterizzato la generalità delle forze politiche e il conseguente diffondersi a livello generale di una cultura antindustriale e dall’altro il permanere di piccoli interessi di bottega di una classe politica tuttora ancorata ad un idea di potere ormai largamente superata dall’evoluzione delle moderne società occidentali.

Il livello di arretratezza e di ritardo di questi servizi è una palla al piede straordinaria per il nostro sistema industriale e, conseguentemente, è una delle cause non secondarie che hanno determinato la caduta di capacità competitiva delle imprese.

aziende servizi localiFa piacere che il commissario Cottarelli abbia recentemente messo sotto l’occhio della pubblica opinione le palesi storture del sistema di gestione dei servizi pubblici locali, evidenziando la straordinaria numerosità delle aziende di gestione, la loro cronica inefficienza, l’elevato numero delle aziende a capitale interamente pubblico che presentano gestioni strutturalmente in perdita. Per evidenziare lo stato di arretratezza del settore rispetto alla media europea sono sufficienti alcuni dati.

Nel settore del trattamento dei rifiuti siamo ai primi posti in Europa per uso delle discariche, notoriamente il sistema più inquinante in assoluto, e siamo agli ultimi posti sia per la raccolta differenziata sia per l’uso dei moderni impianti di termovalorizzazione dei rifiuti. L’uso dei moderni termovalorizzatori, accanto alla raccolta differenziata è la prassi comune in tutti i paesi europei. La assoluta innocuità delle loro emissioni è un fatto assodato sia sul piano degli studi epidemiologici che delle ricerche sul campo.

E’ talmente vero tutto ciò che nelle grandi città europee questi impianti di enormi dimensioni vengono localizzati nei centri delle aree urbane; Parigi, Vienna, Copenaghen sono alcuni degli esempi più clamorosi. Da noi la demagogia imperante ha fatto sì che si considerino questi impianti come mostri dannosi per la salute e portatori di tumori collettivi. Ma allora o i danesi, i francesi, gli olandesi e gli austriaci sono pazzi incoscienti, oppure la facile demagogia da noi prevale sulla serietà di analisi. Purtroppo non ricordo nessuna forza politica che abbia avuto il coraggio di affrontare il tema con un approccio riformista che racconti alla gente come stanno realmente le cose. A Napoli, per esempio si è dato per parzialmente risolto il problema dei rifiuti solo grazie al funzionamento dell’inceneritore di Acerra e agli inceneritori tedeschi ed olandesi che trattano i rifiuti di quella città a costi assai elevati, dopo tutti i proclami dell’attuale sindaco su irrealistiche e fantasiose percentuali di raccolta differenziata mai raggiunte.

inceneritore ViennaAncora più eclatante è il caso del settore idrico. Lo stato delle reti e degli impianti è sotto gli occhi di tutti: perdite di rete tra il 35 e il 40%, il 30% della popolazione non allacciata a impianti di depurazione e quasi il15% non allacciata a sistemi fognari. Insomma, uno stato del sistema idrico italiano più vicino al Terzo mondo che al resto dell’Europa. Ebbene cosa si fa per affrontare questo problema drammatico, per salvaguardare il bene comune acqua e la salute della popolazione? Si fa un bel referendum sull’acqua pubblica e contro la remunerazione dei capitali investiti per finanziare gli investimenti di cui il settore ha cronico bisogno! Una vera follia finalizzata a contrastare gli investimenti privati nel settore favoleggiando di risorse pubbliche da detenere e investimenti del tutto inesistenti. Tutto questo contro la “logica del profitto” con un approccio demagogico degno di miglior causa.

Nessuna forza politica ha avuto il coraggio di raccontare alla gente che le tariffe del servizio idrico in Italia sono le più basse d’ Europa (dopo di noi solo la Romania) e che sono quattro cinque volte inferiori alle tariffe che pagano i cittadini danesi, tedeschi e francesi, dove però le perdite di rete oscillano tra il 7 e il 15%, e sono completamente allacciati a moderni impianti di depurazione. Questo ovviamente perché le tariffe più alte hanno consentito, a quei paesi, di fare gli investimenti necessari per adeguare il servizio idrico.

In questo straordinario processo di disinformazione si sono distinti alcuni dei più autorevoli quotidiani nazionali che hanno a più riprese gridato allo scandalo a fronte di denunciati aumenti delle tariffe dell’acqua senza mai una volta evidenziare che dai noi un metro cubo d’acqua costa circa un euro e mezzo contro i quattro euro della Francia e i sei euro della Danimarca.

incentivi fotovoltaicoInfine non meno “esemplare” è il caso del settore energetico in cui le scelte demagogiche dei vari governi hanno portato al risultato che il costo dell’energia nel nostro paese è di circa il 25/30% superiore alla media europea, con un danno evidente non solo per i cittadini, ma soprattutto per le imprese che devono competere sui mercati partendo con una fondamentale componente di costo più elevata rispetto al resto delle imprese europee.

Anche in questo caso un approccio ideologico ha fatto sì che in anni assai recenti si sia iperincentivata la realizzazione di impianti fotovoltaici (oltre 100 miliardi di euro) tanto che oggi l’Italia è il secondo paese in Europa per energia prodotta da fotovoltaico. Peccato che il costo di quegli incentivi sia a carico delle tariffe dell’energia elettrica (la famosa componente “A 3” che vediamo in bolletta) pagata da tutti i cittadini e, soprattutto dalle imprese.

Si aggiunga che una così rilevante componente di energia viene prodotta solo di giorno e quanto splende il sole, rendendo indispensabile il ruolo delle centrali a turbo gas per compensare la domanda di notte e in caso di mal tempo, ma rendendo al contempo tali centrali del tutto sottoutilizzate e fonte di perdita certa per i gestori, perché non possono operare con continuità a pieno regime.

scelte riformiste serviziQuesti gli effetti devastanti della demagogia imperante, ai quali vanno sommate le resistenze corporative e le rendite di posizione dei potentati locali, che impediscono il superamento di modelli gestionali basati su una polverizzazione degli enti gestori, fonte di inefficienza e di sprechi evidenti di risorse.

Il dibattito che ha tenuto impegnata la gran parte delle forze politiche sulla prevalenza del modello a totale partecipazione pubblica delle aziende di gestione dei servizi pubblici locali fa parte di una cultura risalente al dibattito di inizio Novecento più che a un moderno approccio finalizzato alla individuazione di gestori efficienti in grado di realizzare performances adeguate ai modelli europei.

I risultati stanno a dimostrare che adeguate dimensioni dei gestori, in grado di realizzare sufficiente massa critica, sono condizioni imprescindibili.

Superare ogni approccio ideologico e le resistenze corporative sono le uniche condizioni per rilanciare un settore così strategico. Ci vuole, da parte del governo, coraggio, determinazione e la messa in pratica di una politica autenticamente riformista. Meno annunci rivoluzionari e più fatti riformisti.

Maurizio Chiarini tratto da www.ilcampodelleidee.it

I capi e il popolo

Dunque lo pseudo movimento dei “Forconi” nel più perfetto stile insurrezionale della destra estrema si prepara a bloccare l’Italia. Da Forza Nuova a Casa Pound e persino agli ultras degli stadi, i gruppi fascisti, neonazisti o soltanto teppisti si preparano a scendere in piazza con i “forconi”.

“Demolire il sistema, tutti a casa” le parole d’ordine. Un  linguaggio che invoca una resa dei conti finale, ma che mette in secondo piano il che fare dopo. Le parole della rabbia non lo dicono perché ciò che conta è sfasciare. Ma dopo? Si vive sfasciando forse?

Per il dopo l’unica risposta è “dare il potere al popolo”. Troppo poco. L’esperienza dimostra che la finzione del popolo che decide nasconde sempre un imbroglio, nasconde cioè qualcuno che si autonomina CAPO e che si incarica di interpretare direttamente i bisogni del popolo senza bisogno dei politici e della politica. Con queste idee si governa una piccola tribù non un paese di 60 milioni di persone.

La storia ci dice che i capi hanno finito sempre per prendersi poteri assoluti e li hanno usati per distruggere i popoli non per farli vivere meglio. E allora perché i capi che avanzano oggi dovrebbero fare meglio? Sono forse dei santi? Uno degli aspiranti capi è Berlusconi e non c’è altro da dire: basta la parola. Un altro è Grillo e di lui, invece, bisogna parlare.

Il suo cavallo di battaglia è la democrazia diretta digitale. Trasforma uno strumento – tra tutti il meno sicuro, il più falsificabile e inaffidabile – in un potere istituzionale. L’idea di una partecipazione attraverso internet non è assurda, anzi, è il futuro. Ma da sola non basta e poi è l’esempio costituito dal M5S che non va (a parte il fatto che lì dentro nessuno ruba e non è poco). Il M5S vive una colossale contraddizione perché non esiste alcun modo per mettere in discussione i due capi del movimento, Grillo e Casaleggio e le loro decisioni. Eppure il movimento è vivo, diffuso e partecipato, ma nessuno ha il potere per contestare le scelte dei capi. È questo l’esempio da seguire? Una democrazia diretta senza trasparenza nelle mani di pochi? No e allora le urla da comizio e la rabbia a cui si vuole dare voce non bastano perché poi quando si vanno a compiere le scelte politiche i capi devono ispirare, non comandare. Cambiare il sistema politico è una cosa complessa. Governare pure. Quindi buon esempio, proposte concrete e libertà di scelta perché a scatola chiusa non si compra nemmeno il Movimento 5 stelle

L’ideologia dell’antipartito. Intervista a Salvatore Lupo

Pubblichiamo stralci di un’intervista di Simonetta Fiori a Salvatore Lupo

«L’antipartito? Non è la soluzione ma il problema. Sono convinto che molte tendenze degenerative non siano state conseguenza di “un eccesso di partito”, ma al contrario della presa sempre più debole dei partiti sulla società italiana»

partito e antipartito“Un’ideologia” – l’antipartito – che sin dal fascismo si estende prepotentemente nel sottofondo della storia nazionale, fino a esplodere nel 1993 con la retorica della nuova politica contrapposta alla vecchia – vedi Lega o Forza Italia – ora ripresa quasi in fotocopia dal Movimento 5 Stelle. Un fiume sotterraneo che invade luoghi inaspettati, come la destra eversiva e la P2, le mafie e la nuova camorra organizzata, ma anche – su un versante opposto – il movimento del Sessantotto e più di recente il «partito dei giudici». Con conseguenze talvolta simili, nell’arco degli ultimi vent’anni, «perché i propugnatori del cambiamento hanno dimostrato analoghi se non maggiori difetti della tanto detestata partitocrazia: partiti personali o neopartiti che – sventolando il vessillo della novità e della società civile – sono stati assai meno incisivi dei partiti tradizionali».

Nostalgia per i vecchi partiti? « No, nessuna nostalgia. Però dobbiamo levarci gli occhiali con cui negli ultimi vent’anni abbiamo guardato la storia repubblicana. Non solo nei primi decenni le forze politiche furono in grado di rappresentare davvero l’Italia reale, ma anche negli anni Settanta – a dispetto delle tesi storiografiche prevalenti – fecero cose fondamentali come la riforma delle pensioni, della sanità, della psichiatria, il nuovo diritto di famiglia, e molto altro ancora. E aggiungo: non è forse un caso che tra le rovine fumanti dell’attuale scena pubblica il massimo leader morale, il presidente della Repubblica, sia figlio di quella storia, una personalità cresciuta nel “partito più partito” di tutti».

grillo vaffaLei rintraccia un’analogia con i 5 Stelle. «Grillo porta all’esasperazione i toni dell’antipartito, riprendendo la retorica dei neopartiti: i partiti tradizionali fanno schifo, noi siamo un’altra cosa. Pretende di incarnare il nuovo e ripete slogan coniati dai manifestanti di vent’anni fa. “Arrendetevi, siete circondati dal popolo italiano”, è un’espressione usata dai militanti neofascisti davanti a Montecitorio nel 1993. E poi ritorna la mistica della società civile, una formula fin troppo abusata nell’ultimo ventennio»….Questi movimenti non ammettono di essere una parte tra le altre, appunto “partiti”, ma si pensano come totalità. Noi siamo la società civile – e dunque l’insieme delle persone perbene – voi no. Ora questo procedimento diventa inquietante quando coinvolge la magistratura, che è un potere dello Stato, e dunque non dovrebbe per principio prendere parte».

Di solito l’origine dell’antipartito viene collocata nel movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, tra il 1944 e il 1946. Lei risale ancora più indietro, a Giuseppe Bottai. «Bottai fu il primo a cogliere dentro lo stesso fascismo la dinamica tra antipartito e iperpartito: prima la diffidenza verso il Pnf, sospettato di riprodurre il vecchio mondo prefascista delle parti, poi la sopravvalutazione di quel partito unico che si identifica con lo Stato, ed è qui la nascita del regime.

Questa doppia pulsione la ritroveremo in età repubblicana, specie a destra, con la liquidazione dei partiti come principale ostacolo nel rapporto tra popolo e sovranità».

Tra i più tipici rappresentanti dell’antipartito, negli anni Cinquanta, lei include personalità diverse come Indro Montanelli ed Edoardo Sogno: tutti artefici in vario modo di oscure trame anticomuniste. «Sì, sospettavano che gli scrupoli legalitari della Dc – che si rifiutava di mettere fuori legge i comunisti – dipendessero da solidarietà partitocratiche. E il loro arcinemico era l’iperpartito per eccellenza, il Pci. Non è un caso che l’antipartito fosse diffuso soprattutto nelle correnti culturali e politiche della destra».

Può sorprendere che in questa genealogia dell’antipartito lei arruoli anche la P2, la loggia massonica di Gelli.

«Senza però sposare tesi complottiste. Non penso infatti che la P2 sia stata la centrale dello stragismo, piuttosto un importante campo di comunicazione tra membri dell’establishment. La loggia massonica si proponeva come un pezzo importante della destra che non riusciva a farsi partito.

Se si va a rileggere i documenti della P2, colpisce il tono critico al “professionismo politico corruttore”, “incapace di esprimere gli interessi della società“».loggia P2

Lei sostiene che lo stesso Grillo, pur totalmente estraneo alla loggia, sia consapevole della curiosa parentela. «È stato lui a dichiarare: “Vedete, io ho messo su una piccola P2 sobria e trasparente. La piduina degli aggrillati”. La sua è una provocazione, ma mostra di saper bene che la loggia massonica fu una forma di antipartito».

Continuando in questa storia nera, tra le forme di antipartito lei inserisce anche la mafia e le Brigate Rosse.

«Sì. Per la mafia occorre una distinzione: fino a un certo punto rappresentò una struttura di servizio per la macchina politica, poi si mise in proprio per una drammatica scalata al potere in concorrenza con i partiti».

Ma sarebbe sbagliato liquidare l’antipartito come pulsione storicamente antidemocratica.

«Sbagliato sì, anche perché è esistito un antipartito di tutt’altro segno, di radice azionista o liberaldemocratica. Ed era antipartito anche il Sessantotto. Quel che però viene fuori è che la retorica antipartititica è vecchia quanto è vecchio il Novecento, seppure più robustamente fondata negli anni Novanta del secolo scorso. E il fatto che oggi Grillo ripeta slogan del ’93 rivela il carattere fumoso e inconcludente di queste formule.

L’antipartito non ha mai portato da nessuna parte. E più che distruggere i partiti, dovremmo oggi preoccuparci di rifondarli daccapo».

Il testo integrale dell’intervista su Repubblica del 26 aprile 2013

Il 14 febbraio, una giornata esemplare

La giornata di ieri con gli arresti e le notizie di altre accuse giudiziarie contro il mondo politico affaristico che capiamo adesso essere stato la classe dirigente dell’Italia negli ultimi venti anni ci insegna tante cose.

  1. I politici non sono tutti uguali. C’è una bella differenza fra dire, come fa Berlusconi, che le tangenti sono giustificate e dire, come fanno Bersani, Vendola, Monti, Ingroia, che sono un male da combattere. Berlusconi parla così perché questa è la cultura che ha in testa e ci conferma che questo è il criterio che ha sempre usato nella sua vita di affarista e di pseudo politico. Non servivano conferme esplicite: ce n’eravamo accorti dai tanti reati di cui è stato accusato, dalla lotta ai processi e ai magistrati con l’utilizzo di tutte le armi (pulite e sporche) del potere, dalle condanne che sono arrivate, dalla gente che ha e che ha avuto attorno, dalle leggi che ha scritto per sé stesso e fatte approvare dai suoi dipendenti seduti in Parlamento. Questa è la persona che ha comandato in Italia e che ancora vorrebbe comandare tentando persino di allargare il suo impero televisivo con l’acquisto de La7.
    Gli altri politici hanno commesso tanti errori, ma non hanno questa cultura in testa e non hanno questa potenza economica e mediatica a disposizione. È un differenza enorme e non vederla è una colpa e un pericolo.
  2. Grillo non la vede e va all’assalto urlando “via tutti” . Prenderà sicuramente tanti voti e darà sfogo alla rabbia di tanti cittadini che si sentono traditi dalla politica e dalla democrazia. Ma non distingue e non aiuta i cittadini a capire. È una colpa perché se attiri l’interesse di milioni di persone ti prendi una responsabilità.  Ed è una colpa perché sfogata la rabbia bisogna costruire qualcosa. Adesso urla perché deve prendere i voti, ma dopo che li avrà presi dovrà finire di urlare e insultare perché dovrà dimostrare cosa è capace di fare. Meglio che si metta anche a ragionare e dialogare perché al mondo non c’è solo lui e nessuno gli ha dato il potere di decidere chi può rappresentare gli italiani.
  3. Il problema dell’Italia è il sistema di potere che lega insieme politica, apparati pubblici, parte del mondo delle imprese private, manager di aziende pubbliche. Un sistema che corrisponde ad un blocco sociale e ad una classe dirigente che ha comandato finora. Ebbene questo blocco deve essere smantellato dal prossimo governo e non solo dalla Magistratura. Ci vuole un piano di revisione di tutte le cariche dirigenziali nello Stato, negli enti pubblici e nelle aziende pubbliche. E ci vuole la fine del sistema degli aiuti alle imprese che dissipano miliardi di euro distribuiti secondo accordi e rapporti politico-clientelari

Chi la spara più grossa vince? (di Claudio Lombardi)

Grillo chiede ad Al Qaeda di bombardare il Parlamento. Berlusconi si preoccupa delle signore che vogliono pagare in contanti pellicce e gioielli e contemporaneamente promette aliquote fiscali molto basse, abolizione e restituzione dell’IMU, “guerra” alla Germania e, persino, l’uscita dall’euro. Entrambi non parlano il linguaggio della verità, ma quello della pubblicità. Sanno benissimo che quello che dicono è aria fritta cioè irrealizzabile o falso, ma lo dicono lo stesso per il coinvolgimento emotivo che può suscitare esattamente come fanno i piazzisti nei mercati di provincia quando si impongono con le urla e con l’esagerazione smodata per vendere qualcosa che non potrà mai corrispondere a ciò che dicono. Tutti lo capiscono, ma soggiacciono all’illusione o subiscono la forza di chi afferma una verità urlata.

Si sa che governare e fare politica non è facile e che bisogna avere cultura, senso della missione da compiere per la collettività, capacità di vedere lontano, competenze, lealtà, onestà. Si sa, eppure nel momento della campagna elettorale ad alcuni piace lasciarsi andare alla suggestione ancestrale di ammirare chi si candida ad essere il “capobranco” ed esibisce la sua sfrontatezza e la sua determinazione al di là di qualunque ragionamento. È il carisma micidiale arma con la quale tante volte i popoli sono stati catturati e portati al disastro.

Lo si sa, ma gli aspiranti “capibranco” volitivi e sfrontati riescono sempre ad avere un seguito. Perché? Prendiamo due esempi: Grillo e Berlusconi.

Il primo si identifica con un’intransigenza verbale che si trasforma in aggressione e in insulto. Il suo “segreto” è presentare obiettivi strategici complessi come soluzioni immediatamente realizzabili. Automaticamente nemici e degni di insulto sono quelli che le ostacolano. Grillo non si espone al dubbio, non fa distinzioni, semplifica al massimo e propone ai suoi seguaci una identificazione che divide la realtà fra chi lo segue ed è amico e chi non lo segue ed è nemico.

In nome di questa distinzione lui può dire tutto e il contrario di tutto: ciò che conviene alla sua visibilità è comunque legittimato. Il bombardamento del Parlamento (con dentro anche i grillini neo eletti)? Va bene. I fascisti di Casa Pound e il ripudio dell’antifascismo? Va bene pure questo. Non ci sono limiti perché il marketing è tutto. La scelta è sempre quella di esasperare i toni e di far leva sulla distinzione amico-nemico.

Quanto detto sul metodo Grillo non è però valido per il Movimento 5 Stelle i cui aderenti dimostrano una volontà di partecipazione vera fondata sul confronto, sulla ricerca e diffusione delle informazioni, sulla coerenza e sull’onestà. E allora perché la comunicazione pubblica monopolizzata da Grillo si svolge su un altro piano? E perché è accettata da tutti quelli che poi cambiano linguaggio nella loro pratica politica quotidiana? Il dubbio di quale sia il vero programma del M5S però rimane perché all’iperpresenza di Grillo non si sovrappongono proposte articolate e precise e perché lo stesso Grillo non si sottopone a confronti. Spesso l’aggressività della comunicazione e l’estrema semplificazione nascondono proprio l’indecisione e la vaghezza dei programmi e il rinvio delle decisioni vere.

Veniamo a Berlusconi. Qui il discorso è più semplice perché la comunicazione pubblica è tutta orientata all’esaltazione degli interessi individuali che verrebbero ostacolati dalla legalità e dallo Stato. Dietro alla ridicola riesumazione del “pericolo comunista” e alla lotta alla magistratura c’è solo questo. Messaggio molto semplice e molto fuorviante che propone alla massa ciò che si può realizzare solo per pochi. Pochi, spregiudicati e senza scrupoli.

Guidare uno Stato è difficile e le scelte che convengono a un ristretto ceto di affaristi in grado di sfruttare l’illegalità e l’assenza di regole e controlli non possono essere quelle con cui si gestisce la collettività pena un gigantesco spreco di risorse e una cultura civile improntata all’arrembaggio di tutti nei confronti delle risorse pubbliche. La conseguenza è che diventa inevitabile aumentare la pressione fiscale su quelli che pagano sia per coprire quelli che non pagano, sia per pagare servizi e apparati inefficienti e inquinati dalla corruzione. Se si mettono insieme corruzione, inefficienza, arretratezza e trascuratezza delle infrastrutture e degli spazi pubblici si ha un quadro rappresentativo del declino dell’Italia che parte da lontano, ma che si è esasperato, negli ultimi 17 anni, con l’ideologia e la pratica del berlusconismo. Tagliato su misura per gli interessi privati di pochi che sfruttano il potere per consolidare ed espandere le proprie ricchezze non può essere adatto a governare una collettività.

Eppure anche in questo caso la fascinazione esercitata dal messaggio primordiale del “capobranco” Berlusconi gli consente di smuovere un bel po’ di consenso. Irrazionale certamente perché messo al servizio dell’interesse privato di pochi, ma pur sempre consenso.

Uscire dal predominio dell’irrazionalità e dell’illusione dei messaggi di marketing politico è un obiettivo di medio-lungo periodo per chi crede nella democrazia. Il miglior antidoto è sicuramente l’esercizio della partecipazione perché forma la coscienza civica e permette al cittadino di conoscere, valutare e far pesare il suo punto di vista di membro della collettività. Ma è un esercizio che ha bisogno di tempo e di radicamento per produrre i suoi effetti. Bisogna crederci e bisogna che sempre più forze politiche, associazioni e movimenti lo assumano come loro obiettivo strategico.

Claudio Lombardi