Il Parlamento europeo, le elezioni e l’Europa

Sembra strano, visto che l’attenzione è concentrata su tutt’altro, ma tra una settimana i cittadini europei eleggeranno il Parlamento che li rappresenterà per i prossimi cinque anni. Dunque un parlamento eletto a suffragio universale da tutti quelli che possono essere definiti cittadini. Cittadini di cosa? Di uno stato che aderisce all’Unione europea. Cittadini europei, appunto. Il 26 maggio si voterà su questo. Per anni gli euroscettici ci hanno abituati a considerare l’Europa come il regno dei burocrati e, invece, andremo a votare per eleggere direttamente una delle massime istituzioni europee. Strano, no? Un piccolo dubbio dovrebbe venirci nei confronti della buona fede di chi ci racconta frottole per attizzare l’ostilità. Questi stessi, infatti, saranno in prima fila a chiedere i voti per le loro liste. Perché li chiedono se il Parlamento non conta e comandano solo i burocrati messi lì non si sa da chi? E perché ci tengono tanto al Parlamento europeo che è l’unico nucleo di federalismo in un’Europa dominata dalle decisioni intergovernative?

C’è da dubitare che tutti gli italiani sappiano per cosa andranno a votare domenica 26 maggio e, ancor meno, come è governata l’Europa. Di sicuro per molti si tratta solo di un’entità esterna che ci impedisce di fare quello che vogliamo. Il che equivale a dire che da soli staremmo meglio. Tanti anni di storia e le guerre devastanti che ci sono state non hanno insegnato nulla. La visione politica di tanti spesso non riesce a vedere oltre la porta della propria casa. Nulla di strano, in Italia è un atteggiamento abbastanza diffuso. L’ignoranza e la chiusura però non portano nulla di buono perché non capiscono la realtà e la trasformano in una rappresentazione falsata e deforme.

Proviamo dunque a fare chiarezza.

Il Parlamento europeo è una delle istituzioni che governano l’Unione europea ed è l’unica eletta direttamente dai cittadini. Le altre – Commissione, Consiglio dell’Unione e Consiglio europeo – derivano la loro legittimazione dai governi dei singoli stati. Legittimazione sempre democratica, ma di secondo grado.

I commissari europei (quelli additati come “euroburocrati”) sono i componenti della Commissione che è l’organo esecutivo dell’Unione. Sono nominati dai governi (ognuno ne nomina uno) e devono attuare e far rispettare gli atti normativi approvati dal Parlamento e dal Consiglio Ue.

Il Consiglio europeo composto dai capi di stato o di governo degli stati membri è l’organo che fissa l’indirizzo politico dell’Unione.

Il Consiglio della Ue è la sede nella quale si incontrano i ministri competenti in relazione alle materie trattate. Ha potere decisionale sugli atti normativi europei e lo condivide con il Parlamento.

Ma cosa fa esattamente il Parlamento europeo? Come già detto condivide il potere legislativo con il Consiglio della Ue (ma non l’iniziativa legislativa che spetta alla Commissione in quanto principale destinataria degli indirizzi decisi dal Consiglio europeo), partecipa all’approvazione del bilancio dell’Unione, elegge il Presidente della Commissione europea e vota sull’approvazione dei commissari indicati dai governi. Può censurare l’operato della Commissione obbligandola a dimettersi. Altre funzioni sono quelle consultive per le nomine nella Corte di giustizia, nella Corte dei conti e nel Direttorio della Banca centrale europea.

In generale in quanto rappresentante diretto dei cittadini esercita i poteri di controllo politico sull’operato della Commissione e costituisce il punto di riferimento per monitorare le istanze che provengono dalle società e dalle economie degli stati europei. Ma lo fa da un punto di vista che collega ciò che accade in 27 realtà diverse. Un ruolo prezioso sia per superare i limiti della trattativa intergovernativa che per conoscere i problemi comuni dei cittadini europei.

Il problema e il limite dell’attuale assetto europeo è che la dimensione intergovernativa prevale cioè l’Europa non è un’entità politica unica, ma le politiche europee sono il prodotto del bilanciamento e della mediazione tra i diversi governi che la compongono.

In poche parole in Europa comandano gli interessi nazionali e lo spazio per una dimensione europea autonoma è molto ridotto. Le regole comuni sono tutte frutto delle decisioni dei governi. Ma non è proprio ciò che rivendicano i cosiddetti sovranisti? Non esattamente, perché questi vorrebbero che l’Europa fosse solo un’area di libero commercio nella quale ogni stato possiede la sua moneta e pratica la sua politica economica e di bilancio.

Bella idea, vero? Peccato che sia la situazione che abbiamo già avuto dalla formazione del primo nucleo del mercato comune fino all’istituzione dell’Unione europea nel 2002. E non sembra che le cose ci siano andate così bene come Italia da desiderare di ritornarci. Non avere memoria è molto pericoloso

Claudio Lombardi

Il Nobel all’Unione Europea tra passato e futuro (di Paolo Acunzo)

Negli ultimi mesi, abbiamo letto numerosi editoriali sull’opportunità o meno d’insignire l’Unione europea del premio Nobel per la pace e, personalmente, concordo con chi sostiene che questa onorificenza sia più un’esortazione a ritrovare la strada smarrita, e un atto di gratitudine per ciò che ha rappresentato il Vecchio Continente negli ultimi sei decenni, che un’effettiva apertura di credito nei confronti di un’Europa mai così lacerata e impotente come in questo periodo.

Tuttavia, se vogliamo dare un senso al nostro futuro e costruire un avvenire migliore per le nuove generazioni, non possiamo tralasciare la riflessione sulla drammaticità del nostro presente, stretti come siamo nella morsa di un’economia che non riparte e di scelte politiche incomprensibili (basti pensare al recente fallimento del vertice straordinario per la definizione del  bilancio UE 2014-2020), dettate dalla miopia di gran parte della classe dirigente continentale che spesso si rivela pavida ed inadeguata ad affrontare una crisi strutturale che sta sconvolgendo per sempre gli equilibri globali e, di conseguenza, lo stesso modo di vivere e di pensare.

La battuta più tagliente che si è sentita sull’argomento, non è tanto quella che “la UE non avrebbe mai vinto il nobel per l’economia” ma quella che “il Nobel per la pace alla UE è un premio alla carriera ad un attore internazionale che si avvia sul viale del tramonto”. Con questa breve frase si sintetizza la crescente marginalizzazione dei mercati europei rispetto a quelli emergenti; i nuovi equilibri geopolitici sempre meno incentrati sui rapporti trans-atlantici e sempre più su quelli trans-pacifici; la mancanza di ruolo di interlocuzione svolto dalla UE durante la cosiddetta primavera araba e più in generale negli scenari di guerra che toccano la sponda sud del mediterraneo e il medio oriente. Inoltre l’Europa unita attraverso i meccanismi attuali si ritrova senza reali strumenti per uscire definitivamente da una crisi che col tempo si sta dimostrando in primis politica e poi solo di conseguenza economica e finanziaria.

Ormai pare evidente che stiamo vivendo una crisi di sistema a cui le cancellerie non riescono a dare una risposta esauriente attraverso il classico metodo intergovernativo che accentua gli interessi momentanei di parte a discapito di quelli comunitari di lunga durata. Spesso dall’opinione pubblica si sottolineano l’ingerenza di alcuni paesi nelle scelte sovrane di altri, mettendo in crisi lo stesso sistema decisionale e di legittimazione democratica europeo. Siamo giunti ad un punto in cui la crisi richiede la completa cessione di sovranità ad organi sovranazionali legittimati direttamente dai cittadini europei per avere la forza, e soprattutto il consenso popolare, per adottare quelle misure, non certo indolori ma necessarie, in grado di far uscire i vari paesi europei definitivamente dalla crisi. Non si può più tollerare che scelte impopolari vengano scaricate sulla UE da alcuni governi semplicemente dicendo “c’e’ lo chiede l’Europa” come se fosse qualcosa di estraneo rispetto alla vita politica nazionale. Non è più accettabile avere dei partiti provinciali che non pongano il dibattito sul ruolo e il futuro dell’Europa al centro della loro proposta politica.

Oggi è possibile uscire da questa crisi di sistema soltanto ridando lo scettro del potere ai cittadini. Per far ciò bisogna creare quella arena politica europea in cui partiti, forze sociali e imprenditoriali possano confrontarsi con le scelte che realmente incidano sul nostro futuro. Un sistema che non funziona più deve essere cambiato dalle radici, passando dal classico metodo intergovernativo ad un sistema di stampo federale, al fine di delegare ad un potere democratico comune la decisione su determinate ma fondamentali questioni senza cui l’Europa continuerà a condannarsi all’impotenza.

Ma per far tutto ciò occorre coinvolgere attivamente i cittadini. Pensare una convenzione costituente per la riforma complessiva dei trattati che giunga ad una proposta di Costituzione federale europea che entrerà in vigore solo se la maggioranza dei cittadini e degli stati coinvolti l’approveranno attraverso un referendum europeo. Solo così gli stati dell’Eurogruppo potranno dotarsi di quel governo comune dell’economia necessario per creare accanto all’Unione monetaria, anche l’Unione bancaria e fiscale, costruendo finalmente intorno all’Euro un potere statuale in grado di presentare un condiviso piano europeo di sviluppo sostenibile per l’occupazione, la crescita e l’innovazione credibile per tutti.

Fino ad oggi tutto ciò è stato considerato da molti solo un’utopia allo stesso modo in cui un secolo fa poteva essere considerata la possibilità di avere una pace stabile in Europa. Il vero premio sarebbe se il Nobel assegnato all’Unione europea non fosse considerato meramente celebrativo del suo passato, ma possa in futuro simboleggiare il punto di svolta del processo d’integrazione verso gli Stati Uniti d’Europa.

Paolo Acunzo – Movimento Federalista Europeo

Uscire dalla crisi con un’altra Europa (da www.sbilanciamoci.org)

Pubblichiamo il documento conclusivo del Forum «Un’altra strada per l’Europa» tenuto al Parlamento europeo alla fine di giugno. Fra i promotori dell’incontro Sbilanciamoci che raccoglie l’adesione di oltre cinquanta associazioni della società civile e della cittadinanza attiva. Le conclusioni del Forum possono essere considerate, quindi, anche il risultato della partecipazione delle associazioni aderenti.

“I 150 partecipanti al Forum Internazionale «Un’altra strada per l’Europa» del 28 giugno 2012 al Parlamento europeo a Bruxelles hanno discusso delle alternative praticabili alla mancanza di azione efficace contro la crisi europea attese dal Consiglio europeo di Bruxelles.

Tra le azioni concrete richieste, le seguenti assumono il carattere di estrema urgenza:

1. Per affrontare la drammatica accelerazione della crisi finanziaria europea – segnata dall’interazione tra crisi bancaria e crisi del debito pubblico – la Banca centrale europea deve agire immediatamente in qualità di prestatore di ultima istanza per i titoli di Stato. Il problema del debito pubblico va risolto con una responsabilità comune dell’eurozona, attraverso meccanismi istituzionali che possano essere introdotti immediatamente; il debito va sottoposto a una valutazione e a un “audit” pubblico.

2. E’ necessario un radicale ridimensionamento della finanza, con l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali e con un’estensione del controllo sociale, in particolare sulle banche che ricevono salvataggi pubblici. Il sistema finanziario dovrebbe essere trasformato in modo tale da sostenere investimenti produttivi sostenibili da un punto di vista sociale ed ambientale.

3. E’ necessario rovesciare le politiche di austerità in tutti i paesi d’Europa e rivedere i termini dei Memorandum imposti ai paesi che hanno richiesto “aiuti d’emergenza” dall’Unione europea, a cominciare dalla Grecia; i pericolosi vincoli del “Patto fiscale” vanno eliminati in modo che i governi possano tutelare la spesa pubblica, il welfare e i salari, mentre l’Europa deve assumere un ruolo maggiore per stimolare la domanda, promuovere la piena occupazione e avviare uno sviluppo equo e sostenibile. Le politiche europee devono inoltre portare all’armonizzazione fiscale, mettere fine alla concorrenza tra stati e spostare l’imposizione fiscale dal lavoro ai profitti e alla ricchezza. Il lavoro e la contrattazione collettiva devono essere difesi; i diritti del lavoro sono parte essenziale dei diritti democratici in Europa.

Occorre impegnarci subito per cambiamenti di lungo termine nelle seguenti direzioni:

4. Un “new deal verde” può rappresentare la via d’uscita dalla recessione in Europa con grandi investimenti per una transizione ecologica verso la sostenibilità, creando nuovi posti di lavoro di qualità, ampliando le capacità produttive in settori innovativi e allargando le possibilità di politiche nuove a livello locale, in modo particolare sui beni pubblici.

5. La democrazia deve essere estesa a tutti i livelli in Europa; l’Unione europea va riformata e la concentrazione di potere nelle mani degli Stati più potenti – così come si è realizzata con la crisi – va rovesciata. L’obiettivo è una maggiore partecipazione dei cittadini, un ruolo più incisivo del Parlamento europeo e un controllo democratico molto più significativo sulle decisioni chiave. Le prossime elezioni europee del 2014 devono rappresentare un’opportunità per compiere scelte tra proposte alternative per l’Europa all’interno e trasversalmente gli Stati membri dell’Unione.

Di fronte al rischio di un collasso dell’Europa, le politiche europee devono cambiare strada e un’alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste – in particolare nel Parlamento europeo – è necessaria per portare l’Europa fuori dalla crisi prodotta da neoliberalismo e finanza, e verso una vera democrazia.

Bruxelles 28 giugno 2012

Il grande gioco della finanza e la via d’uscita per l’Europa (di Guido Grossi)

I capi di stato stanno confabulando per salvare le banche. Cerchiamo di capire.

Il sistema bancario internazionale ha un cancro: la finanza. Si prende tutta la linfa vitale. E’ solo per questo che non c’è più credito per aziende e famiglie.

Negli ultimi decenni è stato permesso alle banche che fanno credito commerciale di fare investimenti finanziari. Erano vietati. Nuove leggi hanno sistematicamente abolito tutti i divieti mentre il sistema veniva privatizzato. Perché è sbagliato?

Se io compro in borsa un titolo di una azienda che poi fallisce, perdo il mio capitale. Se una banca d’affari fa la stessa cosa, perde i suoi soldi. Ma il resto del mondo va avanti felice.

Se una banca commerciale, che raccoglie i depositi dei risparmiatori ed eroga prestiti a singoli, famiglie ed aziende specula sui mercati finanziari e perde i soldi crea problemi seri a chi ha avuto le ha dato fiducia perché le banche non investono il loro patrimonio privato bensì un grossissimo multiplo del loro patrimonio che è costituito dal denaro dei risparmiatori.

Non ci vuole uno scienziato per capire che questa commistione è una grave imprudenza. Le attività vanno separate. Eppure, non solo ciò è stato consentito, lo si è pure incentivato. Come? In due modi:

1) I regolamenti “prudenziali” (sic!) obbligano le banche ad avere un proprio patrimonio disponibile per far fronte alle eventuali perdite. Se prestano 100 euro ad un’ azienda devono accantonare 8 euro di patrimonio. Se comprano un titolo della stessa azienda devono accantonare solo una piccola frazione di 8 euro. Se comprano un derivato sul quel titolo l’onere corrisponde ad una frazione ancora più piccola. Quindi i cosiddetti regolamenti “prudenziali” incentivano l’investimento finanziario a scapito dell’economia reale.

2) Se i soldi vengono indirizzati più sui mercati finanziari che nell’economia reale, nascono inevitabilmente le bolle speculative: i valori dei titoli salgono anche se l’economia reale è ferma. Cosa fanno le banche centrali quando i mercati finanziari oscillano? Regalano montagne di liquidità alle banche private senza alcun vincolo di destinazione. Così le bolle rinascono, si spostano e continuano a crescere fino a livelli insostenibili.

Perché lo fanno? Sono forse dirette da matti o da ignoranti? No, sono in conflitto d’interesse.

Le speculazioni finanziarie hanno provocato buchi enormi nei bilanci delle banche private. Nello stesso tempo, però, hanno arricchito i loro manager ed i loro migliori clienti. Poche grandi banche d’investimento internazionali legate da intrecci azionari controllano tutta l’operatività sui mercati finanziari e sono in posizione tale da poter privilegiare alcuni clienti importanti, quelli che non perdono quasi mai, che hanno l’informazione giusta al momento giusto.

Si è creata prevalentemente così – e non con la bravura di qualcuno né con il sudore della fronte – l’élite, il famoso 1% della popolazione mondiale che dall’altalena delle bolle speculative ha tratto enormi benefici. Assieme ad un potere immenso con il quale ha potuto “comprare” la politica, l’informazione, la ricerca che avalla un certo tipo di cultura e ci infila nella testa i miti della crescita, della competizione, dei mercati e quant’altro. Un potere che è riuscito ad influenzare i governi, le banche centrali, le istituzioni sovranazionali che disegnano e mettono a punto il modello.

Chi fa i regolamenti “prudenziali”? Chi gestisce le banche centrali? Chi deve decidere se far scoppiare le bolle speculative e far fallire le banche oppure salvarle?

Organismi al confine fra il pubblico e il privato, nei quali le persone che decidono non sono scelte con metodi elettivi e democratici: sono cooptate all’interno di una cerchia di persone non propriamente larga, nata e cresciuta nella cultura neo liberista. Magari convinti in buona fede che sia il sistema migliore per far progredire il mondo. Persone comunque ricche, che appartengono all’élite ed hanno propri ingenti patrimoni personali il cui valore è fortemente legato a quel sistema.

Non ci interessano le teorie complottiste. Usiamo tempo ed intelligenza per osservare i fatti. Torniamo alle banche, piene di buchi nei bilanci. Buon senso vorrebbe che le perdite degli investimenti finanziari si esauriscano per quello che sono: capitale bruciato. Chi ha sbagliato paga e chi lo ha fatto per conto d’altri perde il posto. Vi sembra che prevalga il buon senso?

L’attuale classe dirigente e le persone che dovrebbero tirarci fuori dai problemi, cosa decideranno: di lasciar svanire quel castello di carta come sarebbe giusto? O si arrampicheranno sugli specchi per salvare il salvabile del castello nel quale sono stabilmente insediate?

Con la scusa che le banche fanno anche credito commerciale, e che quindi se falliscono rovinano le aziende e le imprese ci stanno raccontando che è nostro dovere salvarle!

Sono ammalate di cancro. Non sono curabili. Ma ci chiedono sacrifici enormi per attaccarle alla spina e salvarle.

Alzi la mano chi ha udito una proposta proveniente dagli stessi ambienti che miri a curare il male alla radice. Pannicelli caldi: Tobin tax, blind trust, nuovi regolamenti, agenzie di supervisori.. Ma pensano che la gente abbia tutta l’anello al naso??

E’ tristissimo dover constatare quanto le istituzioni dell’Unione Europea – che non ha mai avuto il coraggio di farsi Stato – si siano trasformate in strumento di difesa acritica dei mercati finanziari. Ci raccontano che, se non salviamo le banche (queste banche piene di cancro finanziario), come prevedono studi “autorevoli” le conseguenze saranno drammatiche: crollo dell’economia.. crollo degli stati.. inflazione incontrollabile, recessione, disperazione. Ci spaventano per indurci ad accettare nuovi sacrifici. Nuovo debito pubblico che con l’altra mano ci stanno imponendo di ridurre!!

L’unica certezza è che, se fallissero queste banche, a crollare con fragore sarebbe sicuramente la ricchezza ed il potere dell’élite che da questo sistema privato ha tratto enormi e ingiustificati profitti e privilegi. Solo dalla separazione delle due attività e dal conseguente fallimento della finanza speculativa, si potranno liberare, finalmente, le risorse per la crescita del benessere dei cittadini. Magari a qualcuno sarà già venuto in mente che questo sarebbe un buon motivo per tentare di toglierci la democrazia: perché i cittadini se correttamente informati e resi partecipi ridiventano sovrani e, prima o poi, scoprono quale sia la scelta più giusta e più conveniente per loro. È appena il caso di ricordare che la nascita del neoliberismo alcuni decenni or sono nacque proprio da questo ragionamento.

Guido Grossi

La nuova stagione dei diritti (di Stefano Rodotà)

«Scopriamo un’altra Europa, assai diversa dalla prepotente Europa economica e dall’evanescente Europa politica»..

Da “La Repubblica” del 12 maggio pubblichiamo una parte dell’articolo di Stefano Rodotà dedicato ai diritti e all’Europa. Nella sezione Documenti pubblichiamo il testo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

“Il fronte dei diritti si è appena rimesso in movimento……

La discussione sui rapporti tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, tornata con prepotenza in Italia anche per effetto degli ultimi risultati elettorali, trova nel Trattato chiarimenti importanti, a cominciare dal nuovo potere che almeno un milione di cittadini può esercitare chiedendo alla Commissione di intervenire in determinate materie…..

Scopriamo così un´altra Europa, assai diversa dalla prepotente Europa economica e dall´evanescente Europa politica. È quella dei diritti, troppo spesso negletta e ricacciata nell´ombra. Un´Europa fastidiosa per chi vuole ridurre tutto alla dimensione del mercato e che, invece, dovrebbe essere valorizzata in questo momento di rigurgiti antieuropeisti, mostrando ai cittadini come proprio sul terreno dei diritti l´Unione europea offra loro un “valore aggiunto”, dunque un volto assai diverso da quello, sgradito, che la identifica con la continua imposizione di sacrifici.

Questa è, o dovrebbe essere, una via obbligata. Dal 2010, infatti, la Carta ha lo stesso valore giuridico dei trattati, ed è quindi vincolante per gli Stati membri. Bisogna ricordare perché si volle questa Carta. Il Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, lo disse chiaramente: «La tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell´Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità. Allo stato attuale dello sviluppo dell´Unione, è necessario elaborare una Carta di tali diritti al fine di sancirne in modo visibile l´importanza capitale e la portata per i cittadini dell´Unione». Sono parole impegnative. All´integrazione economica e monetaria si affiancava, come passaggio ineludibile, l´integrazione attraverso i diritti…… Si avvertiva così che la costruzione europea non avrebbe potuto trovare né nuovo slancio, né compimento, né avrebbe potuto far nascere un suo “popolo” fino a quando l´Europa dei diritti non avesse colmato i molti vuoti aperti da quella dei mercati.

Negli ultimi tempi questo doppio deficit si è ulteriormente aggravato. L´approvazione del “fiscal compact”, con la forte crescita dei poteri della Commissione europea e della Corte di Giustizia, rende ancor più evidente il ruolo marginale dell´unica istituzione europea democraticamente legittimata – il Parlamento….

In una nuova agenda costituzionale europea dovrebbe avere il primo posto proprio il rafforzamento del Parlamento, proiettato così in una dimensione dove potrebbe finalmente esercitare una funzione di controllo degli altri poteri e un ruolo significativo anche per il riconoscimento e la garanzia dei diritti.

Non è vero, infatti, che l´orizzonte europeo sia solo quello del mercato e della concorrenza.

Lo dimostra proprio la struttura della Carta dei diritti. Nel Preambolo si afferma che l´Unione “pone la persona al centro della sua azione”. La Carta si apre affermando che “la dignità umana è inviolabile”. I principi fondativi, che danno il titolo ai suoi capitoli, sono quelli di dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia, considerati come “valori indivisibili”. Lo sviluppo, al quale la Carta si riferisce, è solo quello “sostenibile”, sì che da questo principio scaturisce un limite all´esercizio dello stesso diritto di proprietà. In particolare, la Carta, considerando “indivisibili” i diritti, rende illegittima ogni operazione riduttiva dei diritti sociali, che li subordini ad un esclusivo interesse superiore dell´economia. E oggi vale la pena di ricordare le norme dove si afferma che il lavoratore ha il diritto “alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato”, “a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose”, alla protezione “in caso di perdita del posto di lavoro”. Più in generale, e con parole assai significative, si sottolinea la necessità di “garantire un´esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti”. Un riferimento, questo, che apre la via all´istituzione di un reddito di cittadinanza, e ribadisce il legame stretto tra le diverse politiche e il pieno rispetto della dignità delle persone.

Tutte queste indicazioni sono “giuridicamente vincolanti”, ma sembrano scomparse dalla discussione pubblica. Si apre così una questione che non è tanto giuridica, quanto politica al più alto grado. Il riduzionismo economico non sta solo mettendo l´Unione europea contro diritti fondamentali delle persone, ma contro sè stessa, contro i principi che dovrebbero fondarla e darle un futuro democratico, legittimato dall´adesione dei cittadini. Da qui dovrebbe muovere un nuovo cammino costituzionale. Se l´Europa deve essere “ridemocratizzata”, come sostiene Jurgen Habermas, non basta un ulteriore trasferimento di sovranità finalizzato alla realizzazione di un governo economico comune, perché un´Unione europea dimezzata, svuotata di diritti, inevitabilmente assumerebbe la forma di una “democrazia senza popolo”. Da qui dovrebbero ripartire la discussione pubblica, e una diversa elaborazione delle politiche europee.

Conosciamo le difficoltà. L´emergenza economica vuole chiudere ogni varco. Dalla Corte di Giustizia non sempre vengono segnali rassicuranti. Lo stesso Parlamento europeo ha mostrato inadeguatezze sul terreno dei diritti, come dimostrano le tardive e modeste reazioni alla deriva autoritaria dell´Ungheria. Ma l´esito delle elezioni francesi, e non solo, ci dice che un´altra stagione politica può aprirsi, nella quale proprio la lotta per i diritti torna ad essere fondamentale. Di essa oggi abbiamo massimamente bisogno, perché da qui passa l´azione dei cittadini, protagonisti indispensabili di un possibile tempo nuovo.”

Stefano Rodotà