Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (prima parte)

Dall’antipolitica alla partecipazione. Ne parliamo con Andrea Ranieri già assessore al comune di Genova, senatore, dirigente sindacale e ora animatore di Left.

andrea ranieriAltro che antipolitica: alla fine si è dovuto ammettere che il dato cruciale di questi anni è la fortissima spinta alla partecipazione che è emersa in tanti modi e che si esprime oggi anche con la mobilitazione di militanti ed elettori del Pd che si battono per il rinnovamento di quel partito. Quando si parla di partecipazione, però, si abbraccia uno spettro di rapporti e di soggetti diversi perché c’è una partecipazione che riguarda i militanti di un partito verso i vertici, c’è la partecipazione rivendicata da associazioni e movimenti che vogliono essere coinvolti nelle scelte politiche e c’è un ulteriore livello che tocca i singoli cittadini nei confronti delle amministrazioni ed istituzioni pubbliche. Ci aiuti a dipanare questa matassa?

In realtà i tre aspetti che tu citi sono molto interconnessi fra loro. E anche ciò che sta accadendo nel Pd ha risvolti che interessano tutti. In generale la discriminante che emerge dal dibattito è tra quelli che pensano che il problema fondamentale di questo paese sia la carenza di autorità (di qui la concentrazione sui diversi modi – il presidenzialismo per esempio – per abbreviare i processi decisionali e per dare stabilità alle strutture di potere) e quelli che pensano che il problema fondamentale dell’Italia sia una crisi di democrazia e di partecipazione. Io sostengo che questa sia la vera spiegazione e vedo che lo sostengono anche Barca e Civati (unico a dirlo tra i candidati alla segreteria del Pd!).intreccio di partecipazione

Ora, ci saranno da fare anche cose per rendere più spedite le decisioni e la loro attuazione, ma noi viviamo in un mondo in cui nessuno può pensare di avere le conoscenze e il sapere per decidere da solo anche se siede al vertice delle istituzioni. Nelle realtà sociali, dentro alle esperienze di cittadinanza attiva c’è anche il sapere necessario per governare. Il problema della governabilità del Paese o si pone in questi termini cioè utilizzando le competenze e i saperi che sono diffusi nella società in forme associative e in forma individuale (cioè tra le associazioni e tra i singoli cittadini) oppure questo Paese non è governabile.

democraziaQuesta discriminante va a toccare tutti i tipi di partecipazione ed io affermo che il dibattito interno al Pd (che poi tanto interno non è) ha immediatamente un risvolto nel tipo di stato e di democrazia che si pensa per tutti.

Io penso, quindi, che sia necessario cominciare ad elaborare proposte serie di democrazia partecipativa e mettere a punto strumenti di democrazia deliberativa. Per fare un esempio concreto: io trovo incredibile che sulle grandi opere in Italia non ci sia una legge come quella francese che rende obbligatorio il dibattito pubblico (le débat public alla francese). Io quando ero assessore a Genova l’ho fatto sulla Gronda autostradale pur in assenza di una legge. Noi come comune abbiamo nominato solo il presidente di una commissione neutra e abbiamo scelto una personalità che non fosse genovese e che non avesse competenze urbanistiche, bensì sulla democrazia deliberativa. Abbiamo scelto Luigi Bobbio che poi ha formato una commissione assolutamente in autonomia. Questo è un piccolo esempio delle possibilità e delle difficoltà perché non c’era e non c’è una legge a cui far riferimento.

democrazia dei cittadiniTra le difficoltà ci metto un solo esempio: l’opzione zero non era possibile metterla nel dibattito perché l’opera era già stata approvata dal governo, dal Cipe, dalle istituzioni locali precedenti. In questo caso il dibattito pubblico lo puoi fare solo se il soggetto che ha già ricevuto l’incarico di realizzare l’opera è disponibile a farlo.

Molto meglio sarebbe se ci fosse una legge che rendesse obbligatorio il dibattito prima di deliberare l’opera, prima che il progetto parta. Probabilmente se ci fosse stata una legge così la discussione sulla Tav sarebbe stata un’altra cosa. Ecco io credo che su questo ci possa essere un primo impegno delle forze politiche. Avere una legge eviterebbe che la partecipazione diventasse un optional delle attività delle amministrazioni secondo il noto schema “chiamo le associazioni, le informo e poi ce ne andiamo tutti a casa contenti”.

crisi politicaContenti perché ci si è legittimati a vicenda. L’ultima fase della concertazione è stata così: strutture in crisi di rappresentatività, Confindustria e sindacati, venivano legittimate dal fatto che venivano sentite dal governo e il governo si sentiva legittimato a decidere dal fatto che le aveva sentite. Bisogna superarla ‘sta cosa e davvero costruire modalità diverse e articolate che diano la parola ai cittadini. Questa è una cosa difficile. Io che ho fatto l’esperienza del dibattito pubblico le ho conosciute le difficoltà.

Per esempio i partiti in un dibattito pubblico in cui l’amministrazione non prende una posizione a priori sono assolutamente spiazzati perché gli levi la possibilità di accreditarsi come quelli che portano verso le amministrazioni le istanze dei cittadini. Spesso questo spiazzamento è sentito anche dai militanti, magari perché sono amici dell’assessore o del consigliere comunale. Molto più difficile è dire “andiamo al confronto con i cittadini senza avere una posizione politica predefinita”. Quando ci ho provato da assessore mi trovavo continue richieste di fare riunioni di partito per decidere quale era la linea del partito.

È difficile rendersi conto che questa cosa annulla il dibattito pubblico e trasforma la partecipazione in qualcosa di pilotato o di concesso e si rimane sempre dentro ai circuiti della vecchia politica in cui i cittadini non diventano mai protagonisti.

(A cura di Claudio Lombardi)

Tutti invocano la partecipazione. Parliamone sul serio (di Luca Montuori)

Anni di vuoto lasciato da una politica priva di una cultura progettuale e dalla degenerazione dei partiti hanno fatto sentire la partecipazione come un’esigenza da cui non può prescindere qualunque disegno di cambiamento. In effetti il caos creativo che si è sviluppato negli ultimi anni ha portato a forme di partecipazione alternative rispetto alla politica tradizionale. All’interno di questa fase di rinnovato impegno politico, in sé positiva e decisamente interessante, i modi e gli obiettivi sono diversi e molto spesso si confonde la qualità del risultato con il processo attraverso cui il risultato viene ottenuto.cooperazione

Il tema pone molti interrogativi sul modo in cui si sviluppa il processo democratico e sul ruolo della rappresentanza, ma la sostanza riguarda la capacità di governare e di concepire le soluzioni politiche ai problemi come risposte a bisogni ed esigenze dei cittadini.

Il principale laboratorio nel quale si sperimentano queste novità sono le città ed è interessante seguire le alterne fasi della partecipazione politica nell’ambiente urbano. A Roma, per esempio, ad una esplosione numerica dell’associazionismo e del movimentismo che ha portato alla proliferazione di sigle e di raggruppamenti di sigle sembra non aver corrisposto una adeguata capacità di portare queste esperienze nelle istituzioni locali. Infatti nell’elezione del sindaco, nonostante la grande spinta al cambiamento che sicuramente era presente tra i romani, sembra che la società civile organizzata non abbia influito né nel portare i cittadini al voto né nel portare nelle assemblee elettive propri rappresentanti.

coinvolgimento cittadiniÈ dunque forse il caso di riflettere su alcuni problemi che si nascondono dietro l’invocazione della partecipazione. Faccio solo qualche riflessione. Spesso è capitato che nel rapporto con il comune o con il municipio si parlasse con sicurezza di volontà popolare mentre quella che si era manifestata era solo la volontà dei gruppi di cittadini organizzati che avevano ricercato il rapporto con le istituzioni. Come è evidente le decisioni che riguardano il governo locale sono le più difficili perché impattano sulla vita quotidiana delle persone e bisogna stare attenti a non scambiare punti di vista specifici per reali processi di partecipazione dei cittadini alla vita della città. Ovviamente gestire un processo di partecipazione è compito difficile quindi l’atteggiamento migliore è quello dello sperimentalismo democratico nel quale si considera sempre aperto il processo e sempre parziale il risultato in modo che nessuno possa godere di una posizione privilegiata di interlocutore dell’amministrazione locale.

Il primo ad aver fatto della partecipazione uno strumento di metodo progettuale è stato Giancarlo De Carlo, architetto che ha realizzato molti importanti progetti e piani urbanistici (il più famoso è quello per la città di Urbino, raro esempio in cui moderno e antico convivono armoniosamente). Riguardo alle sue esperienze De Carlo affermava:

“Dunque io credo che non serve una teoria della partecipazione mentre invece occorre l’energia creativa necessaria a uscire dalle viscosità dell’autonomia e a confrontarsi con gli interlocutori reali che si vorrebbero indurre a partecipare. In Italia l’opposizione alla partecipazione è stata indubbiamente dura, ma questo è stato anche facilitato dalle posizioni deboli e dogmatiche di quelli che proponevano la partecipazione come processo meccanico e automatico secondo il quale basta andare dalla gente, chiederle quali sono i suoi bisogni e poi trascrivere le risposte in progetti grigi il più possibile. La partecipazione è molto più di così: si chiede, si dialoga, ma si “legge” anche quello che la vita quotidiana e il tempo hanno trascritto nello spazio fisico della città e del territorio, si “progetta in modo tentativo” per svelare le situazioni e aprire nuove vie alla loro trasformazione. Ogni vera storia di partecipazione è di un processo di grande impegno e fatica, sempre diverso e il più delle volte lungo e eventualmente senza fine. La partecipazione impone di superare diffidenze reciproche, riconoscere conflitti e posizioni antagoniste”.

(il testo completo è su: http://dau049.poliba.it/admin/doxer/doc/67_1164452296.pdf)

prendersi curaDunque dialogo, capacità di comprendere i bisogni di chi abita nei luoghi e capacità di tradurli in un progetto che sia capace di rispondere ai bisogni di oggi e di prevedere diverse e possibili soluzioni nel futuro. Dialogo necessario per far sentire ai cittadini (tutti, non solo quelli organizzati in associazioni) la responsabilità della cura e dell’attenzione per gli spazi. Fin dalla fase progettuale si stabilisce, con il dialogo, un nuovo sistema di relazioni tra i soggetti coinvolti che permette di pensare allo spazio urbano come a un bene realmente condiviso, la cui cura non può e non deve essere completamente delegata dai cittadini “consumatori” passivi del territorio.

Per esempio in molti paesi europei i parchi vengono gestiti in accordo con le comunità locali che partecipano alla definizione del quadro delle esigenze da soddisfare con la trasformazione e poi usano parti dei parchi stessi per le loro attività curandone anche gestione e manutenzione.

C’è poi la capacità dei progettisti di spiegare le ragioni delle trasformazioni ai cittadini e dei cittadini di ascoltare le ragioni di chi ha la capacità tecnica (e culturale aggiungerei) di sviluppare un progetto per la città. Infine c’è la capacità degli amministratori di assumersi le proprie responsabilità.  Si tratta di un discorso valido ad ogni livello, locale e nazionale.

cooperazioneInsomma un processo di partecipazione è complesso ed è ostacolato se qualcuno assume di essere la voce della volontà popolare che va imposta come una legge.

È evidente che questo discorso è valido anche quando qualche forza politica pretende di parlare a nome del popolo contrapponendosi a tutti gli altri. Senza tirare in ballo il Movimento 5 Stelle di cui si parla troppo bisogna pensare in grande alla partecipazione come una relazione che riguarda innanzitutto i cittadini e le istituzioni (o le amministrazioni pubbliche). Se la si considera come una riserva per gruppi politici organizzati, associazioni e movimenti si rischia molto facilmente di creare rendite di posizione e collusioni per chi magari ci fonda la sua carriera personale o politica.

È auspicabile, quindi, che della partecipazione a Roma e su scala nazionale si cominci a parlare fuori dalle cerchie degli esperti e dal giro dei convegni.

Luca Montuori

Parliamo sul serio di partecipazione? In Umbria facciamo così (di Annarita Cosso)

Nel momento in cui di partecipazione di cittadini si parla, ma le azioni concrete si limitano ad una delega per rappresentanti nelle istituzioni che poi rispondono alle varie discipline di partito o di gruppo, un’iniziativa di Cittadinanzattiva Umbria aiuta a capire come si agisce per la partecipazione.aprire le porte

Si chiama “Le primarie delle idee”, si rivolge ai cittadini dei comuni chiamati al voto per rinnovare il Consiglio comunale a maggio prossimo. Per migliorare la qualità dei programmi elettorali e delle successive azioni di governo viene organizzata una consultazione sulle proposte che i cittadini rivolgono a chi si candida a rappresentarli.

CITTADINANZATTIVA, è un movimento di partecipazione civica, che agisce per la tutela dei diritti umani, per la promozione e l’esercizio pratico dei diritti sociali e politici, per la lotta agli sprechi e alla corruzione.

Si tratta di un movimento che si pone pertanto quale soggetto di governo sussidiario ai sensi dell’art. 118, 4° comma Cost. e che è costretto a prendere atto della progressiva perdita di credibilità e di autorevolezza degli attori istituzionali, mentre i nuovi movimenti, primo dei quali il M5S, che tanto consenso hanno ricevuto, rischiano di concentrarsi sulla difesa della propria immagine. In questo modo, in realtà, si distaccano dai cittadini e rischiano di diventare null’altro che una nuova versione della cattiva politica a cui ci hanno abituato i partiti.

CITTADINANZATTIVA ritiene, invece, che sia necessaria l’azione diretta da parte di tutti i cittadini attivi e consapevoli per favorire la massima mobilitazione di tutte le risorse disponibili per salvaguardare lo sviluppo dei beni comuni; per assicurare l’uso accorto delle risorse pubbliche disponibili; annullare gli sprechi; cancellare gli enti inutili e fare un salto di qualità e responsabilità sul versante della trasparenza nella gestione delle risorse evitando che i provvedimenti di contenimento della spesa pubblica necessari per fronteggiare la crisi, si traducano in una riduzione dei servizi ai cittadini.

L’iniziativa consiste nella semplice somministrazione di un questionario, per conoscere le priorità che ogni cittadino ritiene giuste per i prossimi consigli comunali. Le primarie delle idee, si pongono anche come esempio di integrazione per la selezione dei candidati organizzata da formazioni politiche e partiti e troppo concentrata sui personalismi esposti ai condizionamenti delle varie clientele.

Qui di seguito il modulo che verrà consegnato a tutti i cittadini: assemblea di cittadini

I cittadini indicano le priorità per il programma della nuova Amministrazione

Io Sindaco di ……. farei:

 

Indica le tue priorità (massimo due) per ogni tematica:  
Edilizia e urbanisticao Nuova edificazione

o Recupero edifici già esistenti

o Riqualificazione urbanistica aree popolose

o Ripristinare i vincoli di rispetto ambientale

o Altro…………………………………………..  

Ambiente e territorioo    Raccolta differenziata e nuova gestione rifiuti

o    Tutela dell’acqua pubblica

o    Energie rinnovabili

o    Parchi urbani e Colle della Trinità

o Altro…………………………………………..

 

Servizi scolastici e socio-sanitario Scuole/mense scolastiche/tempo pieno

o Servizi medicina preventiva

o Politiche per l’occupazione

o Assistenza anziani e disabili

o Aiuto famiglie in difficoltà

o    Politiche giovanili

o Politiche per l’integrazione

o Altro…………………………………………..

 

Viabilità e trasportio Manutenzione della viabilità urbana

o Mobilità ciclo-pedonale

o Revisione del piano del traffico

o Trasporto pubblico

o Valorizzazione della stazione di Ellera

o Altro…………………………………………..

Amministrazioneo Trasparenza atti amministrativi/appalti pubblici

o Lotta alla corruzione

o Partecipazione democratica

o    Riduzione costi della politica

o   Bilancio partecipato

o Altro…………………………………………..

 

Associazionismo e tempo liberoo Strutture per la cultura

o Sport

o Tempo libero

o Consulta delle associazioni

o Altro…………………………………………..

 

Qualità di un buon amministratoreo Etica

o Competenza

o Esperienza politica

o Conoscenza del territorio

o Disponibilità ad ascoltare i cittadini

o Altro…………………………………………..

Economiao   Coltivazioni biologiche

o   Politiche per l’occupazione

o   Sostegno piccolo commercio

Reperimento risorse

o   Mutui e prestiti

o   Vendita immobili

o   Abolizione di Equitalia

o Altro…………………………………………..

 NOTE/PROPOSTE: ………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

Mi presento:

  1. SESSO:    F o        M o        2.  ETA’:            18/25 o        26/35  o            36/50 o                    51/60 o      OLTRE  o
  1. 3.       CONDIZIONE LAVORATIVA:    o STUDENTE                o CASALINGA      o OCCUPATO o DISOCCUPATO         o CASSA INTEGRAZIONE        o PENSIONATO        o ESODATO

Sussurri e grida: il duplice conservatorismo (di Claudio Lombardi)

Perché il M5S non indice un bel referendum online per decidere se appoggiare un governo che attui gli otto punti del programma del PD? Questa è la domanda semplice semplice che fa oggi Curzio Maltese su Repubblica. Già è strano che questa domanda debba essere fatta perché da un movimento che fa della regola “uno vale uno” il suo cardine e che evoca un luminoso avvenire di democrazia digitale non ci si aspetterebbe nient’altro che la coerente applicazione della più ampia e permanente consultazione di tutti su tutte le decisioni.m5s 2

La domanda su come funzioni realmente il M5S e sul perché ci sia una clamorosa contraddizione fra ciò che si vuole far credere di essere (la liberazione del cittadino da ogni sudditanza ai partiti) e la verità dei comportamenti (l’assoluta sudditanza a Grillo e Casaleggio e allo staff da questi diretto) ne porta con sé anche altre.

Ai partiti si rinfaccia che siano composti da persone che vivono di politica e che siano retti da apparati. E gli apparati esprimono una naturale propensione alla conservazione e alla chiusura verso chi sta fuori.

D’altra parte esiste anche una, forse altrettanto naturale, propensione di buona parte dei popoli a prendere come riferimento figure carismatiche. Partendo da aspettative deluse, passando per la fiducia in alcune persone assunte come guida, si arriva a porle su un gradino più alto e a considerare ogni critica come una minaccia. Da qui al fanatismo il passo è breve.

Anche questo porta ad una conservazione perché ostacola una più ampia crescita di coscienza critica e lo sviluppo di un dialogo democratico senza ostacoli o minacce. Intendiamoci, si tratta di una parte che agisce così, ma è una parte che, di solito, è molto determinata e aggressiva perché, appunto, è mossa non da ragionamenti, bensì dalla fede in qualcosa che appare indiscutibile.fans

L’urlo grillino del “tutti a casa” è esattamente il rifiuto di ragionare e l’espressione di una fiducia irrazionale in una virtù suprema dei cittadini che si condensa nell’urlo liberatorio e che viene contraddetta da subito con l’autoritarismo della gestione del movimento. L’invocazione di Grillo dei calci nel sedere per gli eletti che non seguono le direttive del M5S mentre queste direttive non vengono fuori da discussioni democratiche, ma vengono enunciate da due capi investiti dall’acclamazione del “popolo” grillino si traduce nell’intolleranza per una partecipazione fondata sulle regole universali della democrazia. Sicuramente chi ha votato M5S e chi ci sta dentro o chi è stato eletto non corrisponde in tutto a questa descrizione, ma è questo OGGI l’aspetto prevalente.

Diverso il caso del consenso a Berlusconi. Anche qui si parte da aspettative deluse, ma si arriva ad abbracciare una ideologia di liberazione da ogni sudditanza alle regole in favore di una più concreta sudditanza alle personalità che occupano i posti di potere. Da questi discendono favori, concessioni e soluzioni ai problemi personali in forza dei quali si acquisiscono vantaggi sugli altri. Per questo l’adesione è innanzitutto all’ideologia del “facciamo come ci pare” e per questo la persona che la incarna da venti anni è libero di fare lui per primo quel che gli pare e non si accetta che nessun’altra autorità gli ponga dei limiti. Tutto diverso dal M5S, ma anche in questo caso si esprime una fiducia acritica nel capo carismatico che blocca ogni evoluzione. E all’inizio anche il berlusconismo si manifestò come un urlo liberatorio.

L’effetto del duplice conservatorismo è quindi una duplice intolleranza all’invasione di una partecipazione organizzata e responsabile fondata sulla crescita di una solida cultura democratica.cooperazione

La vera partecipazione dei cittadini è un’altra cosa e non può svolgersi se non nell’assoluto rispetto di regole e principi di libertà e di democrazia. Ciò significa in primo luogo responsabilità, trasparenza e assenza di fanatismo. Significa anche rispetto delle istituzioni e ricerca di un circolarità fra queste e i cittadini organizzati. Un esempio semplice è quello del bilancio partecipato strumento conosciuto e praticato da molti anni in diversi comuni, ma che non ha avuto alcun successo. Ci sono altri esempi di strumenti di partecipazione molto efficaci, ma che suscitano poco entusiasmo e hanno poco seguito e nei quali i partiti progressisti per primi non hanno creduto (ecco il conservatorismo degli apparati!) preferendo la comoda via degli accordi di vertice che porta alla formazione di burocrazie e di gruppi di potere che sfruttano la politica. Da qui dovrebbe partire una riflessione seria e la ricerca di nuove strade per uscire da una crisi che è innanzitutto crisi del governo della collettività cioè crisi della politica alla quale ancora nessuno è riuscito a dare una risposta convincente.

Claudio Lombardi

Revocare gli eletti in democrazia? (di Rossella Aprea)

In inglese si chiama “recall”: la revoca degli eletti. L’atto che fa da contraltare alle elezioni politiche. E’ uno strumento mediante il quale gli elettori possono rimuovere un funzionario pubblico prima della scadenza del mandato, presumibilmente a causa della disapprovazione delle politiche da lui perseguite.

Si tratta di un istituto tipicamente americano (ma non esclusivamente), nato all’inizio del secolo scorso per contrastare l’eccessiva arrendevolezza degli eletti alle lobby organizzate e oggi presente praticamente in tutti gli stati degli USA.

Il recall si presenta come l’esaltazione del principio democratico di rappresentatività tra elettori ed eletti che non dovrebbe potersi esprimere solo nel momento dell’elezione, ma anche durante l’esercizio del mandato da parte degli elettori con l’esercizio da parte di questi ultimi di un potere di controllo e di sanzione di cui il recall costituisce la massima espressione.

Sconosciuto in Italia, il recall, oltre che negli Stati Uniti, dove opera soprattutto a livello locale, è utilizzato anche in altri paesi di cultura anglosassone come il Canada. Se ne registrano però diverse applicazioni in altre parti del mondo e in altre epoche (in Venezuela e in Bolivia per esempio).

La diffusione della revoca nei Paesi di lingua anglosassone è stata possibile in virtù dell’assenza, in Costituzione, del divieto di mandato imperativo, presente nella maggioranza delle Costituzioni europee e anche in quella italiana (art. 67).

Il senso della revoca

La democrazia secondo Bernard Manin, autore di Principi del governo rappresentativo (2011) ha vissuto tre stagioni di rappresentanza politica:

1- il parlamentarismo

2- la democrazia dei partiti

3- la democrazia del pubblico.

Il parlamentarismo ottocentesco di stampo aristocratico era espressione di una finta democrazia, in cui solo i notabili sedevano in parlamento con mandato libero, cioè senza dover rendere conto agli elettori del proprio operato.

La democrazia dei partiti, figlia del suffragio universale e della Grande guerra, ha visto la luce con i primi partiti di massa e la responsabilità degli eletti si spostava dagli elettori verso il partito e la sua ideologia.

La democrazia del pubblico è quella in cui viviamo oggi, i cui connotati risultano ancora imprecisi, anche se si differenzia rispetto alle forme precedenti. La personalizzazione del potere ne costituisce il fulcro e l’elemento fiduciario diventa essenziale, ridimensionando l’importanza dei partiti e dei loro programmi. I media hanno contribuito in maniera rilevante all’irruzione delle varie personalità politiche nella vita pubblica.

Il rapporto sempre più complicato tra elettori ed eletti e la carenza di fiducia nei confronti dei governanti nelle democrazie avanzate spiegano l‘attualità del recall  e la rinascita di interesse per la sua utilizzazione. Diventerebbe uno strumento nelle mani dei cittadini per richiamare i propri rappresentanti al rispetto del patto fiduciario stipulato al momento dell’elezione.

Il recall potrebbe contribuire probabilmente ad una democrazia più “democratica”, anche se con il rischio di renderla meno partecipativa. Infatti, c’è da tener conto del peso che hanno assunto oggi gli organi d’informazione che possono, nelle mani sbagliate, mettere in piedi campagne diffamatorie nei confronti di politici sgraditi, oppure esaltarne altri rivestendoli di un credito che non hanno o che non meritano.

È ciò che è accaduto negli USA, per esempio, ai danni di un governatore democratico della California e a favore di chi ne prese il posto, il repubblicano Arnold Schwarzenegger.

Da notare che in questo caso il recall è stato attivato dalla forza politica di opposizione, piuttosto che da gruppi organizzati della cittadinanza attiva e il successo è stato possibile grazie alla mobilitazione di ingenti risorse economiche.

Un recall in Italia?

Di questi rischi bisogna tenere conto ragionando sull’applicazione della revoca alla realtà italiana. Il primo problema di natura costituzionale è, però, il principio del libero mandato parlamentare (art. 67), che indubbiamente sembrerebbe escludere l’utilizzo del recall a tutti i livelli. Tuttavia, pur trattandosi di un meccanismo estraneo alla nostra storia costituzionale, potrebbe costituire un istituto di controllo tutt’altro che inutile a disposizione dei cittadini.

Ma a qualche condizione. Dovrebbe, innanzitutto, essere attivabile solo dai governati nei confronti dei governanti, un’arma a disposizione della società civile e non utilizzato (magari strumentalmente) da un gruppo politico contro gli organi elettivi.

Dovrebbe, in realtà, rappresentare un rimedio di ultima istanza, una sorta di extrema ratio da attivare nei casi di particolare gravità, in modo da evitare un uso distorto che possa inquinare ulteriormente il clima politico del nostro Paese.

Dovrebbe, infine, essere valutato non tanto per la sua efficacia formale quanto per il suo effetto di controllo sui governanti perché potrebbe svolgere una funzione sanzionatoria nei confronti dei governanti indegni, ma allo stesso tempo aprire nuovi e quanto mai opportuni canali di dialogo tra il ceto politico e l’opinione pubblica, di cui oggi nel nostro Paese si sente sempre più urgente bisogno. Inoltre, la possibilità di far valere la propria opinione non solo al momento dell’elezione potrebbe indurre i cittadini a comportamenti più partecipativi e più vigili, con il conseguente miglioramento del processo democratico.

Ovviamente sarebbe meglio se il recall fosse la parte finale di un’attività di controllo da parte dei cittadini resa stabile e che dovrebbe cominciare dalla partecipazione alle decisioni politiche.

Rossella Aprea (rielaborazione di un più ampio articolo da www.lib21.org)

A “tutto civismo”: movimenti e liste civiche alla carica (di Claudio Lombardi)

Non è solo il Movimento 5 stelle e non sono nemmeno più soltanto le liste civiche “tradizionali” che nelle elezioni locali sono presenti da anni per sostenere, senza simboli di partito, singoli candidati alle cariche di sindaco o di presidente di provincia. Adesso l’idea di lista civica sta diventando qualcosa di diverso che nasce nel locale e lì si sviluppa, ma si propone di assumere dimensioni nazionali e di diventare un soggetto politico autonomo. A promuoverle e a farle conoscere niente attori o personaggi dello spettacolo, ma cittadini comuni che si collegano fra loro e usano internet per dibattere e definire programmi e proposte.

Così la Rete dei cittadini (http://retedeicittadini.it) che si è presentata alle regionali del Lazio nel 2010 e così l’iniziativa per la costituzione di una lista civica nazionale nata da un fitto intreccio di realtà locali (http://www.perunalistacivicanazionale.it). Entrambe si propongono come uno sviluppo della democrazia fondata sui partiti. Probabilmente non sono e non rimarranno le sole anche perché il civismo sarà un’ancora cui si aggrapperanno anche alcuni partiti con la speranza di camuffare le loro precedenti esperienze di governo. Staremo a vedere.

Ai movimenti civici va ascritto anche il Movimento 5 stelle che, in realtà, non si definisce come una lista civica anche se di liste locali ne ha presentate molte. Secondo il suo statuto (anzi, Non statuto) non si tratta nemmeno di un’associazione bensì di una Non associazione come è specificato nell’art. 1 che definisce il Movimento come “una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.”. Sempre il blog individua le campagne e i temi da affrontare e il Movimento è “lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati” a promuoverle sul territorio. Movimento-strumento e, dunque, anche aderenti-organi dello strumento. Se la logica e le parole hanno un senso.

Si ritrova qui una “doppia verità” tipica dei movimenti fondati da personalità di spicco o da gruppi ristretti che vogliono mantenere il controllo senza rischiare di perderlo attraverso il confronto democratico. Molto battaglieri in nome della partecipazione verso l’esterno e molto autoritari verso l’interno dove non sono assicurate o rispettate le più elementari regole per la formazione delle decisioni. Molto spesso ciò accade “di fatto” (o con cavilli giuridici negli statuti) cioè con l’affermazione teorica di regole democratiche contraddette dalla pratica quotidiana nella quale i fondatori del movimento fanno valere la loro assoluta preminenza. Nel caso del M 5 S, invece, queste regole nemmeno esistono e, semplicemente, viene accettato il marchio proprietario di Beppe Grillo creando l’assurda situazione di un movimento che si batte per la totale trasparenza e apertura della politica, ma non accetta le forme più semplici della partecipazione al suo interno considerando i suoi aderenti come strumenti della volontà di uno solo.

Questo assetto inficia il programma che si propone come un elenco di punti che non vengono motivati e che sono scollegati da una analisi e da un quadro d’insieme. Nel complesso si presentano non come frutto di una visione politica, bensì tecnica. Messi lì senza collegamenti e spiegazioni assumono quasi le sembianze di una ricetta o di un manuale di istruzioni per l’uso. Se si aggiunge che non si sa da dove provengano – se da discussioni locali, nazionali, dai forum sul sito o dalla mente di Grillo – si ha il quadro di un non movimento che propone una non politica basata sull’attuazione di un programma tecnico. Ma l’opinione pubblica e gli elettori e nemmeno gli aderenti non danno molta importanza a questi aspetti. Secondo un recente sondaggio conta molto di più la personalità del leader e la forza del messaggio ossia l’impressione che lascia in chi ascolta. Ma, attenzione, questo vale solo per movimenti che esistono e hanno visibilità per i personaggi che li creano e che li rappresentano.

Ben diversa l’impostazione delle reti che stanno lavorando all’idea di una lista civica nazionale. Su tutto prevale la preoccupazione della democrazia interna che le spinge ad una cura persino pignola dei procedimenti decisionali. Entrambe le iniziative propongono un Manifesto o una Dichiarazione di intenti che serve a chiarire le intenzioni dei promotori e le finalità. La definizione dei programmi viene demandata ad assemblee nazionali precedute da numerose iniziative locali e da un fitto scambio di idee su internet. In ogni momento si sollecita la massima partecipazione individuale senza vincoli che non siano le cornici di principi, intenti e finalità messe a base delle iniziative.

Filo conduttore di entrambe (ma, a parole, anche del Movimento 5 stelle) è il superamento dell’assoluta preminenza della democrazia rappresentativa fondata sulla delega ai partiti e sulla separazione fra cittadini e istituzioni e l’espansione di tutte le forme di democrazia diretta.

A differenza del movimento di Grillo sia la Rete dei cittadini che Perunalistacivicanazionale indicano i punti del programma che intendono scrivere, ma dichiarano prima quali sono le finalità. In pratica presentano un approccio politico e non tecnico ai problemi del governo della collettività.

Il ragionamento non sarebbe completo senza parlare anche di Alba (www.soggettopoliticonuovo.it) il nuovo soggetto politico che nasce dal movimento referendario del 2011 per l’acqua (e non solo l’acqua) pubblica. Coagulato anch’esso sull’affermazione dei principi di massima partecipazione dei cittadini alle scelte della politica pone al centro della nuova politica la cura dei beni comuni. Anche in questo caso le regole della partecipazione interna sono definite per garantire apertura e trasparenza per chiunque voglia condividere il manifesto che ha lanciato l’iniziativa. E anche in questo caso l’approccio è dichiaratamente politico non essendoci elenchi di punti da attuare, ma un percorso, delle finalità e dei principi da cui muovere.

Se anche Alba, come è probabile, deciderà di presentarsi alle prossime elezioni il panorama politico italiano sarà sconvolto dalla presenza di diversi soggetti politici nuovi con una forte connotazione civica. Civica perché si partirà dal riconoscimento della centralità del cittadino come soggetto posto a base dello Stato. Vale la pena seguire questa evoluzione non dimenticando che il civismo da anni si esprime con tante associazioni che operano direttamente sui problemi della condizione sociale e dei servizi o sulla vita nelle città e che il patrimonio di esperienze accumulato deve, in qualche modo, entrare in contatto con le formazioni politiche che stanno nascendo. Altrimenti il civismo sarà una buona intenzione o uno slogan, ma non una realtà concreta. In ogni caso i partiti, se vorranno sopravvivere, dovranno misurarsi con questa realtà.

Claudio Lombardi

La nuova stagione dei diritti (di Stefano Rodotà)

«Scopriamo un’altra Europa, assai diversa dalla prepotente Europa economica e dall’evanescente Europa politica»..

Da “La Repubblica” del 12 maggio pubblichiamo una parte dell’articolo di Stefano Rodotà dedicato ai diritti e all’Europa. Nella sezione Documenti pubblichiamo il testo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

“Il fronte dei diritti si è appena rimesso in movimento……

La discussione sui rapporti tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, tornata con prepotenza in Italia anche per effetto degli ultimi risultati elettorali, trova nel Trattato chiarimenti importanti, a cominciare dal nuovo potere che almeno un milione di cittadini può esercitare chiedendo alla Commissione di intervenire in determinate materie…..

Scopriamo così un´altra Europa, assai diversa dalla prepotente Europa economica e dall´evanescente Europa politica. È quella dei diritti, troppo spesso negletta e ricacciata nell´ombra. Un´Europa fastidiosa per chi vuole ridurre tutto alla dimensione del mercato e che, invece, dovrebbe essere valorizzata in questo momento di rigurgiti antieuropeisti, mostrando ai cittadini come proprio sul terreno dei diritti l´Unione europea offra loro un “valore aggiunto”, dunque un volto assai diverso da quello, sgradito, che la identifica con la continua imposizione di sacrifici.

Questa è, o dovrebbe essere, una via obbligata. Dal 2010, infatti, la Carta ha lo stesso valore giuridico dei trattati, ed è quindi vincolante per gli Stati membri. Bisogna ricordare perché si volle questa Carta. Il Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, lo disse chiaramente: «La tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell´Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità. Allo stato attuale dello sviluppo dell´Unione, è necessario elaborare una Carta di tali diritti al fine di sancirne in modo visibile l´importanza capitale e la portata per i cittadini dell´Unione». Sono parole impegnative. All´integrazione economica e monetaria si affiancava, come passaggio ineludibile, l´integrazione attraverso i diritti…… Si avvertiva così che la costruzione europea non avrebbe potuto trovare né nuovo slancio, né compimento, né avrebbe potuto far nascere un suo “popolo” fino a quando l´Europa dei diritti non avesse colmato i molti vuoti aperti da quella dei mercati.

Negli ultimi tempi questo doppio deficit si è ulteriormente aggravato. L´approvazione del “fiscal compact”, con la forte crescita dei poteri della Commissione europea e della Corte di Giustizia, rende ancor più evidente il ruolo marginale dell´unica istituzione europea democraticamente legittimata – il Parlamento….

In una nuova agenda costituzionale europea dovrebbe avere il primo posto proprio il rafforzamento del Parlamento, proiettato così in una dimensione dove potrebbe finalmente esercitare una funzione di controllo degli altri poteri e un ruolo significativo anche per il riconoscimento e la garanzia dei diritti.

Non è vero, infatti, che l´orizzonte europeo sia solo quello del mercato e della concorrenza.

Lo dimostra proprio la struttura della Carta dei diritti. Nel Preambolo si afferma che l´Unione “pone la persona al centro della sua azione”. La Carta si apre affermando che “la dignità umana è inviolabile”. I principi fondativi, che danno il titolo ai suoi capitoli, sono quelli di dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia, considerati come “valori indivisibili”. Lo sviluppo, al quale la Carta si riferisce, è solo quello “sostenibile”, sì che da questo principio scaturisce un limite all´esercizio dello stesso diritto di proprietà. In particolare, la Carta, considerando “indivisibili” i diritti, rende illegittima ogni operazione riduttiva dei diritti sociali, che li subordini ad un esclusivo interesse superiore dell´economia. E oggi vale la pena di ricordare le norme dove si afferma che il lavoratore ha il diritto “alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato”, “a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose”, alla protezione “in caso di perdita del posto di lavoro”. Più in generale, e con parole assai significative, si sottolinea la necessità di “garantire un´esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti”. Un riferimento, questo, che apre la via all´istituzione di un reddito di cittadinanza, e ribadisce il legame stretto tra le diverse politiche e il pieno rispetto della dignità delle persone.

Tutte queste indicazioni sono “giuridicamente vincolanti”, ma sembrano scomparse dalla discussione pubblica. Si apre così una questione che non è tanto giuridica, quanto politica al più alto grado. Il riduzionismo economico non sta solo mettendo l´Unione europea contro diritti fondamentali delle persone, ma contro sè stessa, contro i principi che dovrebbero fondarla e darle un futuro democratico, legittimato dall´adesione dei cittadini. Da qui dovrebbe muovere un nuovo cammino costituzionale. Se l´Europa deve essere “ridemocratizzata”, come sostiene Jurgen Habermas, non basta un ulteriore trasferimento di sovranità finalizzato alla realizzazione di un governo economico comune, perché un´Unione europea dimezzata, svuotata di diritti, inevitabilmente assumerebbe la forma di una “democrazia senza popolo”. Da qui dovrebbero ripartire la discussione pubblica, e una diversa elaborazione delle politiche europee.

Conosciamo le difficoltà. L´emergenza economica vuole chiudere ogni varco. Dalla Corte di Giustizia non sempre vengono segnali rassicuranti. Lo stesso Parlamento europeo ha mostrato inadeguatezze sul terreno dei diritti, come dimostrano le tardive e modeste reazioni alla deriva autoritaria dell´Ungheria. Ma l´esito delle elezioni francesi, e non solo, ci dice che un´altra stagione politica può aprirsi, nella quale proprio la lotta per i diritti torna ad essere fondamentale. Di essa oggi abbiamo massimamente bisogno, perché da qui passa l´azione dei cittadini, protagonisti indispensabili di un possibile tempo nuovo.”

Stefano Rodotà

In Germania arrivano i pirati e in Italia i “grillini” (di Claudio Lombardi)

Potrebbero arrivare anche in Italia i nuovi pirati? Ovvero un movimento politico “né di destra né di sinistra”, che va oltre i vecchi partiti, piace finalmente ai giovani, è liberale ma non liberista, pratica la democrazia diretta tramite la rete e supera d’un balzo le stucchevoli chiacchiere sulla “riforma della politica” fatta dai partiti che l’hanno distrutta. Era questa fino a poco tempo fa la domanda che ci si faceva. Oggi è cambiata e ci si chiede se il Movimento 5 Stelle sia il Piratenpartei versione italiana. La domanda non è oziosa: in Germania il partito dei pirati ha preso un bel po’ di voti ogni volta che si è presentato alle elezioni e in Italia la stessa cosa è accaduta con le liste del Movimento 5 stelle alle ultime amministrative.

Vediamo di aiutarci a capire di che si tratta prendendo anche spunto da un articolo pubblicato su ”Internazionale” del 6 aprile scorso a firma di Michael Braun.

“Un partito apparentemente venuto dal nulla sta per cambiare completamente lo scenario politico tedesco” e riapre i giochi degli equilibri politici che sembravano chiusi in vista delle elezioni politiche del 2013: perdente la coalizione di Angela Merkel, vincenti i socialdemocratici e i verdi.

“Con una strabiliante affermazione alle elezioni per il parlamento regionale di Berlino – dove nel settembre 2011 hanno preso un sensazionale 8,9 per cento – sono apparsi sulla scena i Piraten, il partito dei pirati”. “Alle elezioni nel Land della Saar – quanto di più provinciale si possa immaginare – due settimane fa i Piraten hanno ottenuto un lusinghiero 7,4 percento, assicurandosi quattro seggi. E, con grande sconforto dei “vecchi” partiti, tutti i sondaggi ora prevedono a questi Pirati della politica un risultato fra il 9 e il 12 per cento alle prossime elezioni politiche.”

Questa la fotografia della novità che irrompe sulla scena tedesca. Ma ci sono somiglianze col fenomeno italiano del Movimento 5 stelle?

Braun afferma che “alcune analogie sono più che evidenti. Entrambe le forze si dichiarano “né di destra né di sinistra”, usano il web come piattaforma principale di comunicazione politica e hanno costruito la loro ascesa totalmente ignorati dai mezzi d’informazione. E tutt’e due affermano che i cittadini devono riappropriarsi della politica, togliendo spazio ai “vecchi partiti, giudicati autoreferenziali e obsoleti.”

Una correzione va fatta a questo elenco di analogie perché in Italia la fama del M5S deve molto a Beppe Grillo che da anni lavora per la diffusione del movimento e Grillo non è certo uno sconosciuto. Al contrario, la lunga marcia prima del battesimo elettorale, è stata segnata da tante apparizioni pubbliche e da un forte interessamento dei mezzi di comunicazione attirati, più che dai temi e dalle caratteristiche del movimento, dalle provocazioni di Grillo molto spesso una via di mezzo tra spettacoli di satira e comizi.

Ovviamente di questa differenza se n’è accorto anche Braun che sottolinea come il movimento sia nato e sia saldamente controllato dal comico genovese diventato leader politico.

Vediamo con l’aiuto del “Non statuto” del M5S perché si tratta di qualcosa di molto diverso dai partiti e da tutte le forme associative tradizionali.

Art. 1 – natura e sede

Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.

La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

Art. 3 – contrassegno

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

 Non associazione bensì piattaforma e veicolo di confronto di ciò che è contenuto nel blog di Beppe Grillo e poi nome registrato e di proprietà del medesimo Grillo, Beppe per gli aderenti del Movimento. Scrive Braun: “I Piraten, invece, sono al momento del tutto privi di un “lider maximo”: se si chiedesse oggi ai cittadini tedeschi di nominare qualche loro dirigente farebbero spallucce. Si vota, come ai vecchi tempi, un partito, non un capo carismatico. Eppure i Piraten sembrano, molto più dei grillini, un vero partito del ventunesimo secolo.”

Già, ma perché? Intanto si definiscono “partito” e non appare una scelta casuale. La loro nascita risale al 2006, pochi mesi dopo la fondazione dello svedese Piratpartiet (che a sua volta era nato per difendere politicamente il sito di filesharing Piratebay con un implicito riconoscimento, quindi, della funzione della politica e delle sedi istituzionali nelle quali si esprime). All’inizio l’unico tema del partito è stata la libertà – di download, contro la censura e i controlli – su Internet. Quindi un obiettivo deciso collettivamente da chi aderiva.

Un po’ diverso l’approccio del M5S. Vediamo

Art. 4 – oggetto e finalità

Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo…

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

Dunque il M5S viene definito “strumento” “nell’ambito del blog” di quanti potranno sviluppare le campagne promosse da Beppe Grillo. Il comma successivo, coerentemente, precisa che il confronto si svolgerà “al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi” che non avrebbero senso alcuno dato che si tratta di selezionare i migliori interpreti delle campagne decise e promosse dal titolare del nome, cioè Beppe Grillo.

Strano caso di un movimento che nasce e si sviluppa nell’ambito di un blog personale per svilupparne le tematiche. Più che un movimento si direbbe uno strumento di marketing. Inevitabile, quindi, che il forte legame personale fra aderenti e proprietario del marchio si rafforzi quando si presentano le liste alle elezioni. Vediamo come

Art. 7 – procedure di designazione dei candidati alle elezioni

In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.

Non si precisa da chi saranno autorizzati “di volta in volta e per iscritto” gli aderenti che promuoveranno le candidature né chi sceglierà i candidati. Non essendovi organismi direttivi o rappresentativi l’unico che può scegliere e autorizzare è, di conseguenza, il titolare del marchio cioè, ancora una volta, Beppe Grillo.

Torniamo al Piratenpartei. Secondo Braun il problema dei politici tradizionali è che sono abituati ad usare anche i nuovi strumenti della comunicazione come internet in maniera vecchia cioè “top down” dall’alto verso il basso. “I Piraten, invece, predicano il principio del “bottom up”: non a caso si classificano come “Schwarmintelligenz”, come “intelligenza dello sciame”. Tutte le decisioni del partito vengono prese via web, utilizzando software come liquid feedback, ogni iscritto può partecipare al dibattito virtuale e al voto conclusivo.”

Nel Movimento 5 Stelle, in realtà, sembra che questo principio si applichi soltanto in parte e cioè in ambito locale perché c’è il limite costituito dalle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo” che è per definizione uno schema top down nel quale da un vertice giungono indicazioni da sviluppare e attuare. Questo forte elemento di centralizzazione di quella che si potrebbe definire linea politica è del tutto assente, invece, nei pirati che condividono, però, con il 5 Stelle la visione di internet come un nuovo spazio di partecipazione.

Si domanda Braun: “E se il rapporto con internet fosse uno dei veri cantieri della politica futura?” e poi continua: “ È inutile dare degli utopisti ai Piraten. Ai vecchi partiti di massa sarebbe molto più utile interrogarsi se non è venuto anche per loro il tempo di aprire nuovi canali di reale partecipazione per i cittadini. Ed è inutile per loro sperare che i Piraten non avranno nulla da dire sulle altre questioni politiche: infatti già cominciano ad attrezzarsi, con gruppi di lavoro sul web, dedicati a scuola, politica sociale, diritti civili eccetera. Reddito minimo di cittadinanza, libero e gratuito accesso all’educazione, dagli asili nido all’università, sì agli sponsor privati nelle scuole ma no a una loro intromissione nei programmi scolastici, sì a una equiparazione completa fra coppie gay e coppie etero: sono queste le loro prime proposte programmatiche. Caratterizzano il nuovo partito come partito liberale ma non liberista, anzi con una forte vocazione sociale. E lo caratterizzano come partito che non viene dai margini, ma dal cuore della società tedesca.”

Ecco il limite che gli aderenti al Movimento 5 Stelle si troveranno di fronte non appena si troveranno a dover rispondere ai loro elettori sui problemi di governo degli enti locali oggi e, domani, del Paese nella sua interezza. Potranno sviluppare autonomamente e con strumenti democratici i temi politici che decideranno di voler affrontare o dovranno ricevere “per iscritto” l’autorizzazione dal proprietario del marchio nonché promotore delle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica” ?

Una trasformazione in organizzazione democratica è urgente e inevitabile. Gli italiani che li hanno votato e gli stessi “grillini” non possono giocare al Movimento, ora vogliono fare sul serio. E speriamo che Grillo non si metta ad urlare.

Claudio Lombardi

ALBA, la partecipazione e i limiti del nuovo soggetto politico (di Claudio Lombardi)

Nasce ALBA – alleanza lavoro beni comuni e ambiente  – un soggetto politico nuovo come si definisce nel Manifesto che circola su internet già da qualche settimana (www.soggettopoliticonuovo.it). Il manifesto, del quale qui di seguito si riporta una traccia, rappresenta effettivamente un approccio nuovo al discorso politico. Si parte dalla constatazione che “oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici” e che “al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico.” Per questo “bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo” che porti i cittadini “ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.”

Ciò significa che “la democrazia rappresentativa ha bisogno sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa” perché il punto cruciale sta nel fatto che “l’attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.”

“Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune” perché la crisi ha messo a nudo la degenerazione dei partiti e i danni dell’assoluta prevalenza nel mercato degli interessi privati su quelli della collettività. Infatti “i destini del pianeta non possono essere affidati esclusivamente ad interessi individualistici, guidati dal tasso di profitto a breve termine e dalla negazione della dignità del lavoro.”

Nel Manifesto si citano le esperienze già in corso di partecipazione finalizzata alla centralità dei beni comuni e le diverse modalità di attuazione pratica di questo indirizzo fra le quali spicca il bilancio partecipato inaugurato nella città di Porto Alegre in Brasile e già realizzato in molteplici esperienze locali anche in Italia. Il bilancio partecipato, fra tutte, è la pratica che meglio si presta ad essere presa come riferimento sia perché si articola in una pluralità di momenti finalizzati ad una decisione effettiva, sia perché è un processo, che si basa su gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica.

Viene poi messa sotto accusa l’identificazione della politica con la vita dei partiti perché questa non può esaurire lo spazio pubblico nel quale si assumono le decisioni rilevanti per la vita dei cittadini. “I partiti politici attuali” invece “sono diventati organizzazioni completamente  anacronistiche rispetto ad un modello di democrazia che non può più  esaurirsi nella rappresentanza e nella delega” all’interno della quale si sono generate “corruzione e  perversa contaminazione di interessi pubblici-privati.”

La volontà espressa nel Manifesto è, invece, quella di “creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l’altruismo” che favoriscano “l’autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all’insegna dell’eguaglianza.”

In sostanza ciò che si propone si può riassumere nella volontà di rompere con il modello novecentesco del partito; con il modello neo liberista europeo e con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul Parlamento e i partiti per creare un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorino insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini siano accolti e rispettati.

Leggendo il Manifesto non si può che restare colpiti dalla visione nuova che lo ispira e che fa perno su una doppia centralità, quella del cittadino come protagonista della politica e quella dei beni comuni come elemento indispensabile a tenere insieme una collettività. La politica non dovrebbe più ruotare intorno ad organizzazioni professionali dedicate alla gestione delle istituzioni (i partiti secondo la visione del Manifesto) esposte alle tentazioni e ai vizi del potere, ma dovrebbe esprimere lo spazio pubblico nel quale la comunità si ritrova su una base di eguaglianza, per decidere sul proprio governo.

La visione c’è, l’ispirazione è giusta, ma la sua attuazione? Una prima valutazione si può fare raffrontando le parole scritte nel Manifesto con le parole dette nell’assemblea fondativa che si è tenuta a Firenze il 28 aprile.

Ebbene qui non ci siamo; le parole dette non sono state innovative come quelle scritte perché non sono riuscite ad andare oltre la riaffermazione di obiettivi ed analisi già noti ed esplicitamente indirizzati a ricompattare la sinistra. Così dalla centralità del cittadino e della sua partecipazione si è approdati all’indicazione di due assi strategici: l’opposizione al liberismo e la difesa dello Statuto dei lavoratori messi come pregiudiziali ad ogni confronto di merito. Non hanno certo aiutato a superare questo imbuto alcuni interventi come quello di Ugo Mattei che ha invocato un fuoco purificatore, il diritto di resistenza, le più diverse forme di ribellione: “referendum, sciopero della fame, occupazioni… ”. In questi interventi sono riemerse atteggiamenti propri di minoranze che si sentono sotto attacco, mentre, invece, tutto il Manifesto sembra voler parlare alla maggioranza dei cittadini.

Con questa impostazione la mitezza e la fermezza rivendicate dai promotori come caratteri peculiari del nuovo soggetto politico rischiano di entrare nella zona d’ombra della rivolta di piazza motivata dal “tradimento” del sistema dei partiti e da un liberismo qualificato come aggressivo e “violento”.

Semplificando: uno dei primi interventi ha dato conto di una critica che è stata fatta al Manifesto nel quale la parola partecipazione è stata scritta molte volte mentre la parola conflitto solo una volta. Ebbene il dibattito ha invertito le parti e il conflitto ha avuto un ruolo centrale nella discussione.

Sia chiaro: nessun appunto quando si mette sotto accusa il liberismo o la degenerazione dei partiti o l’inadeguatezza del sistema politico a rappresentare i cittadini e a guidare il Paese. Ma se vengono inseriti nello schema di un’opposizione al capitalismo portano a finalizzare il Manifesto esclusivamente alla costituzione di un fronte unico della sinistra antagonista che si è messa alla prova nei movimenti sociali, nelle lotte dei lavoratori, nella lotta No-Tav, nella vittoria nei referendum nel 2011, nel movimento di opinione pubblica che ha segnato le svolte politiche dell’anno passato ed intende capitalizzarne il peso politico. Legittimamente perché ci si è resi conto che i partiti tradizionali della sinistra oltre il Pd non sono in grado di produrre una “massa critica” che li porti di nuovo in Parlamento e, soprattutto, che li porti a determinare sbocchi politici credibili in un panorama bloccato dal governo tecnico e dalle difficoltà degli altri partiti. Il timore, fondato, è che la logica del governo tecnico prosegua anche in un governo post elezioni del 2013 che continui nelle politiche del rigore verso i ceti a reddito medio e basso in nome degli equilibri di bilancio santificati dalla riforma della Costituzione votata quasi all’unanimità dal Parlamento. Per questo la sinistra a sinistra del Pd intende sbloccare la situazione e rovesciare gli equilibri superando due divisioni: fra le diverse formazioni politiche e fra queste e i movimenti sociali. E, non a caso, l’iniziativa è partita dai protagonisti e dagli ispiratori di questi movimenti e non dai vecchi leader ormai stretti nella loro storia di frammentazione e di litigiosità.

Cosa c’è che non va allora? C’è che aver annunciato la nascita di un soggetto politico nuovo, aver scelto la partecipazione dei cittadini come chiave di rinnovamento della politica e i beni comuni come asse portante di un assetto economico e sociale nuovo non può tradursi poi solo nel tentativo di far crescere un’alleanza fra formazioni politiche che si collocano alla sinistra del Pd.

Ricomporre le frammentazioni è sempre un bene, ma è un obiettivo piuttosto piccolo per chi è partito annunciando un cambiamento di ben più ampia portata e che investe l’assetto del sistema democratico e i rapporti fra cittadini e Stato.

Evocare una rivoluzione civica e puntare “solo” ad un fronte della sinistra che si colloca oltre il Pd rischia di essere un’occasione sprecata.

Claudio Lombardi

Il seme della democrazia (di Giulio Sensi)

I lavori “straordinari” alle scuole primarie e secondarie di Capannori, comune di 46mila abitanti in provincia di Lucca, partiranno la prossima estate.
A decidere gli investimenti che porteranno a sistemare e rendere più sicuri giardini e aree esterne, ad introdurre nuove tecnologie multimediali nelle classi, a migliorare gli spazi sportivi e ricreativi sono stati i cittadini, italiani e stranieri, estratti a sorte.

Il Comune ha messo sul piatto risorse pubbliche per 400mila euro, da destinare alle opere che ottanta persone hanno ideato e tutti i residenti sono stati chiamati a votare.
Capannori, già noto per i suoi avanzati progetti in campo ambientale, in particolare in tema di riduzione dei rifiuti, ha ricreato nella campagna lucchese lo spirito delle famose esperienze di Porto Alegre in Brasile. Il risultato è la prima prova di “bilancio partecipativo” in Italia, che si è concretizzata nei mesi scorsi con il progetto “Dire, fare, partecipare, il bilancio socio-partecipativo del Comune di Capannori”. Prima sono stati sorteggiati da un campione rappresentativo ottanta cittadini, venti per ciascuna delle quattro circoscrizionali in cui sono riunite le 40 frazioni. Nei mesi di settembre ed ottobre 2011 si sono riuniti frequentemente: prima per analizzare il bilancio del 2010, formulando pareri che sono stati integrati al bilancio sociale del Comune, poi per indirizzare le attività dell’anno successivo. Sulla base delle informazioni ricevute nell’analisi del bilancio, hanno messo nero su bianco alcune idee per nuove opere pubbliche. A novembre gli uffici del Comune hanno analizzato le proposte e si sono espressi sulla fattibilità o meno dei tanti interventi che erano stati prefigurati dai cittadini. Le idee fattibili sono quindi diventate schede progettuali e sono state sottoposte a una votazione aperta a tutti i residenti con età maggiore di 16 anni, stranieri comunitari ed extracomunitari compresi.

“Le idee emerse dai gruppi di lavoro -racconta Matteo Garzella, il consulente che ha coordinato il progetto- sono state molte. Gli uffici comunali le hanno filtrate e sono state scelte cinque o sei proposte progettuali per ognuna delle zone. Questo è servito anche ad avvicinare i cittadini alla macchina amministrativa, e far capire loro qual è il suo funzionamento e quali sono i progetti fattibili”.

“Dopo la selezione -continua Garzella-, abbiamo lanciato la ‘settimana del voto’. Per cinque giorni, dal 12 al 17 dicembre scorsi, la sala del Comune è stata aperta: ogni cittadino era chiamato ad andare in municipio per scegliere il miglior progetto della sua zona di residenza. Si sono espresse più di 1.100 persone, un buon numero che è una base di partenza per far crescere il progetto. Molto bene ha funzionato anche il voto on line”. E se nei primi anni dell’esperienza brasiliana i cittadini di Porto Alegre avevano deciso di puntare sulla sistemazione delle malmesse strade, a Capannori la priorità è stata la scuola, troppo trascurata dalle politiche pubbliche. “Tutti i progetti vincitori -spiega l’assessore all’Ambiente con delega alla partecipazione del Comune di Capannori Alessio Ciacci- fanno parte di un ambito, quello scolastico, che riguarda la vita quotidiana di molte famiglie. Dalla sistemazione dei marciapiedi alla pulitura dei canali intorno alla scuola, dalla cura dei giardini alla costruzione di aree gioco, i cittadini hanno espresso in questo modo il desiderio di scuole più accoglienti. Ma invitano anche ad investire in lavagne multimediali e computer più moderni, per migliorare la qualità della didattica”.

In totale saranno ventisette gli istituti che vedranno un intervento di miglioramento. “Da anni sperimentiamo la partecipazione -aggiunge Ciacci-: siamo partiti con esperienze all’interno delle commissioni comunali su vari temi, nell’Agenda 21, negli organi comunali. Ma è nella definizione del bilancio che la partecipazione si esprime ai più alti livelli, perché è lì che si decidono gli investimenti, è fra le sue pieghe che si disegna il futuro di una comunità. Per questo il Comune ha messo a disposizione 400mila euro, centomila per ognuna delle 4 zone”.
A misurarsi con le opere pubbliche “dal basso” non sono stati i soliti cittadini attivi. Gli 80 sono stati estratti a sorte da tutta la popolazione, secondo un campione rappresentativo. Un metodo che ricorda quello usato nell’antica “polis” greca dove i maschi adulti e di certe fasce sociali erano sorteggiati per partecipare alla vita pubblica. Molti secoli dopo le barriere sociali si sono abbattute e anche un 4% di immigrati, la percentuale di popolazione residente a Capannori proveniente da altri Paesi, ha potuto far parte dei gruppi.

“Per facilitare la loro partecipazione oltre i limiti classici delle assemblee in cui parlano solo i soliti -spiega ancora Garzella- abbiamo usato la tecnica del ‘world café’, una metodologia aperta che permette una sostanziale autogestione della discussione con alcune domande di riferimento”. A facilitare il processo di Capannori è stata una legge emanata dalla Regione Toscana, la numero 67 del 2007 sulla partecipazione, che mette a disposizione fondi per Comuni, singoli cittadini e imprese per realizzare processi partecipativi sul territorio.
Dalla Toscana sono giunti 45mila euro, utili al coordinamenteo del progetto e alla copertura di tutte le spese. “Abbiamo curato particolari importanti -aggiunge Garzella-, che hanno creato un clima positivo. Dalle cene offerte ai partecipanti, al trasporto da casa al Comune per anziani e invalidi. Per le famiglie con bambini ed era previsto anche il servizio di baby sitter. Prima di ogni seduta diffondevamo materiali specifici per permettere ai cittadini di arrivare preparati”.

Un processo nel quale i politici sono rimasti dietro le quinte per non influenzare i lavori. “Solo ad un certo punto -racconta Garzella-, i cittadini coinvolti hanno richiesto un confronto con il sindaco, per rivolgergli alcune domande. Per rendere questa riunione efficace abbiamo coinvolto un cronometrista di una squadra ciclistica, che con un pannello luminoso misurava il tempo massimo per le domande e le riposte. In cinque minuti erano costretti ad andare subito al sodo e fra i cittadini e il sindaco Giorgio Del Ghingaro si è instaurata una empatia notevole. Sono cose che fanno bene alla politica e alla coscienza civica delle comunità”. “Questo è uno dei punti più importanti -chiosa l’assessore Ciacci-: generare processi che contrastino il clima di sfiducia e la crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali”. A fine marzo gli ottanta cittadini verranno riconvocati per un’illustrazione dei progetti esecutivi da parte degli uffici. Un’ultima verifica, e poi le decisioni prese dai cittadini diventeranno realtà.



L’Italia “partecipata”

Sono decine le esperienze di bilancio partecipato dei Comuni italiani degli ultimi anni. Tra i primi a sperimentarlo, ci sono stati Comuni dell’area milanese -Pieve Emanuele, Cinisello Balsamo, Paderno Dugnano, Canegrate, Locate Triulzi, Vimodrone-. In Toscana, Arezzo e Massa, oltre a Capannori. Quest’ultima è ritenuta la più articolata e approfondita ed è stata infatti definita bilancio “partecipativo”, perché rispetto alle altre vede un ruolo più creativo dei cittadini. In Toscana è stata anche approvata la prima legge sulla partecipazione in Italia, alla fine del 2007 grazie anche alla collaborazione con la Rete del nuovo municipio (www.nuovomunicipio.org). Il principio di fondo della legge è costruire momenti di discussione e partecipazione intorno a problemi collettivi con documentazioni chiare e trasparenti. La legge ha istituito un’Autorità che ha il compito di valutare e ammettere al dibattito pubblico le proposte sui grandi interventi e i progetti partecipativi degli enti locali, di offrire orientamento e consulenza ai processi, elaborare rapporti annuali e documentazioni utili. Anche la Regione Emilia-Romagna ha approvato una legge sulla partecipazione (la n. 03/2010) con l’obiettivo di ampliare la partecipazione attiva e il coinvolgimento dei cittadini, e che permette alcune forme di democrazia diretta sostenute dalla Regione stessa e dagli enti locali. Le esperienze emiliane di bilancio partecipato sono Colorno (Pr), a Parma, a Novellara (Re), a Reggio Emilia, Modena e Castel Maggiore (Bo). Andando verso Sud ci sono poi Grottammare e San Benedetto del Tronto (Ap).

Un’idea da copiare

Ecco i cinque passaggi per ripetere nel vostro Comune il processo “Dire, fare, partecipare, il bilancio socio-partecipativo del Comune di Capannori”:

1)     Sorteggio: vengono selezionati 80 cittadini, un campione rappresentativo della popolazione di 46mila abitanti

2)     In 4 incontri gli 80 cittadini analizzano e commentano il bilancio sociale del Comune

3)     Divisi in 4 gruppi di 20 persone (uno per ciascuna circoscrizione) definiscono i progetti di opere pubbliche prioritari, su cui i competenti uffici comunali esprimono un giudizio di fattibilità

4)     I progetti selezionati vengono presentati in un’iniziativa pubblica, e con una settimana di elezioni aperte tutti i cittadini decidono su quali progetti spendere i 400mila euro messi a disposizione dal Comune

5)     I progetti prioritari -quelli più- votati verranno realizzati dal Comune nel corso del 2012

Giulio Sensi da www.altreconomia.it

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