Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (prima parte)

Dall’antipolitica alla partecipazione. Ne parliamo con Andrea Ranieri già assessore al comune di Genova, senatore, dirigente sindacale e ora animatore di Left.

andrea ranieriAltro che antipolitica: alla fine si è dovuto ammettere che il dato cruciale di questi anni è la fortissima spinta alla partecipazione che è emersa in tanti modi e che si esprime oggi anche con la mobilitazione di militanti ed elettori del Pd che si battono per il rinnovamento di quel partito. Quando si parla di partecipazione, però, si abbraccia uno spettro di rapporti e di soggetti diversi perché c’è una partecipazione che riguarda i militanti di un partito verso i vertici, c’è la partecipazione rivendicata da associazioni e movimenti che vogliono essere coinvolti nelle scelte politiche e c’è un ulteriore livello che tocca i singoli cittadini nei confronti delle amministrazioni ed istituzioni pubbliche. Ci aiuti a dipanare questa matassa?

In realtà i tre aspetti che tu citi sono molto interconnessi fra loro. E anche ciò che sta accadendo nel Pd ha risvolti che interessano tutti. In generale la discriminante che emerge dal dibattito è tra quelli che pensano che il problema fondamentale di questo paese sia la carenza di autorità (di qui la concentrazione sui diversi modi – il presidenzialismo per esempio – per abbreviare i processi decisionali e per dare stabilità alle strutture di potere) e quelli che pensano che il problema fondamentale dell’Italia sia una crisi di democrazia e di partecipazione. Io sostengo che questa sia la vera spiegazione e vedo che lo sostengono anche Barca e Civati (unico a dirlo tra i candidati alla segreteria del Pd!).intreccio di partecipazione

Ora, ci saranno da fare anche cose per rendere più spedite le decisioni e la loro attuazione, ma noi viviamo in un mondo in cui nessuno può pensare di avere le conoscenze e il sapere per decidere da solo anche se siede al vertice delle istituzioni. Nelle realtà sociali, dentro alle esperienze di cittadinanza attiva c’è anche il sapere necessario per governare. Il problema della governabilità del Paese o si pone in questi termini cioè utilizzando le competenze e i saperi che sono diffusi nella società in forme associative e in forma individuale (cioè tra le associazioni e tra i singoli cittadini) oppure questo Paese non è governabile.

democraziaQuesta discriminante va a toccare tutti i tipi di partecipazione ed io affermo che il dibattito interno al Pd (che poi tanto interno non è) ha immediatamente un risvolto nel tipo di stato e di democrazia che si pensa per tutti.

Io penso, quindi, che sia necessario cominciare ad elaborare proposte serie di democrazia partecipativa e mettere a punto strumenti di democrazia deliberativa. Per fare un esempio concreto: io trovo incredibile che sulle grandi opere in Italia non ci sia una legge come quella francese che rende obbligatorio il dibattito pubblico (le débat public alla francese). Io quando ero assessore a Genova l’ho fatto sulla Gronda autostradale pur in assenza di una legge. Noi come comune abbiamo nominato solo il presidente di una commissione neutra e abbiamo scelto una personalità che non fosse genovese e che non avesse competenze urbanistiche, bensì sulla democrazia deliberativa. Abbiamo scelto Luigi Bobbio che poi ha formato una commissione assolutamente in autonomia. Questo è un piccolo esempio delle possibilità e delle difficoltà perché non c’era e non c’è una legge a cui far riferimento.

democrazia dei cittadiniTra le difficoltà ci metto un solo esempio: l’opzione zero non era possibile metterla nel dibattito perché l’opera era già stata approvata dal governo, dal Cipe, dalle istituzioni locali precedenti. In questo caso il dibattito pubblico lo puoi fare solo se il soggetto che ha già ricevuto l’incarico di realizzare l’opera è disponibile a farlo.

Molto meglio sarebbe se ci fosse una legge che rendesse obbligatorio il dibattito prima di deliberare l’opera, prima che il progetto parta. Probabilmente se ci fosse stata una legge così la discussione sulla Tav sarebbe stata un’altra cosa. Ecco io credo che su questo ci possa essere un primo impegno delle forze politiche. Avere una legge eviterebbe che la partecipazione diventasse un optional delle attività delle amministrazioni secondo il noto schema “chiamo le associazioni, le informo e poi ce ne andiamo tutti a casa contenti”.

crisi politicaContenti perché ci si è legittimati a vicenda. L’ultima fase della concertazione è stata così: strutture in crisi di rappresentatività, Confindustria e sindacati, venivano legittimate dal fatto che venivano sentite dal governo e il governo si sentiva legittimato a decidere dal fatto che le aveva sentite. Bisogna superarla ‘sta cosa e davvero costruire modalità diverse e articolate che diano la parola ai cittadini. Questa è una cosa difficile. Io che ho fatto l’esperienza del dibattito pubblico le ho conosciute le difficoltà.

Per esempio i partiti in un dibattito pubblico in cui l’amministrazione non prende una posizione a priori sono assolutamente spiazzati perché gli levi la possibilità di accreditarsi come quelli che portano verso le amministrazioni le istanze dei cittadini. Spesso questo spiazzamento è sentito anche dai militanti, magari perché sono amici dell’assessore o del consigliere comunale. Molto più difficile è dire “andiamo al confronto con i cittadini senza avere una posizione politica predefinita”. Quando ci ho provato da assessore mi trovavo continue richieste di fare riunioni di partito per decidere quale era la linea del partito.

È difficile rendersi conto che questa cosa annulla il dibattito pubblico e trasforma la partecipazione in qualcosa di pilotato o di concesso e si rimane sempre dentro ai circuiti della vecchia politica in cui i cittadini non diventano mai protagonisti.

(A cura di Claudio Lombardi)

La Tav e la grande scoperta del débat public (di Claudio Lombardi)

Ci volevano anni di tensioni e scontri sulla Tav in Piemonte per scoprire che il coinvolgimento delle comunità locali interessate dai lavori per realizzare opere pubbliche è un elemento essenziale. Così si è “scoperto” il metodo francese del débat public e il governo ha annunciato di voler introdurre qualcosa di analogo anche in Italia.

In realtà qualcosa di simile già esiste in una legge della Regione Toscana, la n. 69/2007, che ricalca il modello della legge francese.

Intendiamoci, niente di miracoloso perché l’efficacia di ogni legge dipende dalla sua attuazione e dai comportamenti dei diversi attori dei processi partecipativi, ma la strada è quella giusta. Sarà per questo che sul versante francese non ci sono state le proteste che ci sono da noi per la Tav? Soltanto per questo magari no, ma anche per questo sì.

In Francia il débat public è previsto da una legge del 1995 (modificata nel 2002). Oltre ad introdurre il principio della partecipazione è stata creata un’istituzione, la Commission nationale du débat public (Cndp, trasformata nel 2002 in una vera e propria autorità amministrativa indipendente), con il compito di presiedere alle modalità organizzative e al regolare svolgimento del dibattito pubblico.

Una legge che ha risposto alla domanda sociale di partecipazione che si è diffusa in Francia come negli altri paesi europei negli ultimi venti anni.

Una domanda che non si è indirizzata solo alle organizzazioni tradizionalmente deputate alla mediazione fra istanze sociali e istituzioni – partiti e sindacati – ma ha cercato e trovato vie autonome di svolgimento sia sotto il profilo soggettivo con la nascita e il ruolo crescente di movimenti organizzati, comitati e associazioni, sia sotto quello oggettivo mettendo al centro il rapporto diretto fra istituzioni e cittadini.

È un fatto che i cittadini non accettano più di vedersi imporre dai poteri pubblici decisioni suscettibili di incidere sul loro ambiente o stile di vita, né sono disposti ad affidarsi solo al meccanismo della delega: vogliono sapere e prendere parte alle decisioni che li toccano più direttamente.

Anche per questo la nozione di interesse generale che, in passato, si accettava fosse definito dallo Stato, deve conciliarsi con diversi tipi di interessi generali che esistono e vanno combinati tra loro.

Proprio questa è la ragione per cui serve un dibattito pubblico nel quale raccogliere e far esprimere i diversi punti di vista mettendoli a base di una decisione che non estromette gli organismi istituzionalmente responsabili, ma richiama la loro attenzione (e la loro responsabilità) su elementi essenziali per la decisione che non rimangono nascosti o relegati alla protesta di piazza,  ma vengono portati alla luce e razionalizzati all’interno di una procedura che mette tutti i pareri allo stesso livello.

In Francia la Commission nationale du débat public ha il compito di vigilare sul rispetto del principio di partecipazione pubblica al processo di elaborazione dei progetti infrastrutturali d’interesse nazionale dello Stato, delle comunità territoriali, degli enti pubblici e dei privati, qualora abbiano una forte valenza sociale ed economica, o un significativo impatto sull’ambiente o sull’assetto del territorio.

In pratica, la Cndp che è un’autorità amministrativa indipendente è chiamata ad agire da terzo garante tra il committente dell’opera e i cittadini per ogni categoria di opera pubblica. Automaticamente ove il costo dell’opera superi determinate soglie oppure su richiesta del committente, di dieci parlamentari, di una comunità locale interessata o di un’associazione di tutela ambientale riconosciuta a livello nazionale.

Quando è chiamata a intervenire, la Cndp deve valutare se il progetto che le viene sottoposto richieda o meno la convocazione di un dibattito pubblico ovvero se anche un progetto già in fase avanzata può giustificare un dibattito pubblico quando la popolazione interessata non è stata sufficientemente consultata.

Gli obiettivi del dibattito pubblico, che si rivolge a tutti i cittadini senza mediazioni, sono essenzialmente di: informare; consentire la raccolta di osservazioni, critiche e suggerimenti; fornire elementi alla decisione finale sull’esecuzione dell’opera.

Non è, quindi, il dibattito pubblico la sede nella quale si assume una decisione (che resta attribuita alle istituzioni competenti), ma è la modalità con la quale la decisione viene legittimata e resa trasparente per tutti perché tutti hanno potuto avere le informazioni ed esprimere il proprio punto di vista. È ovvio, inoltre, che l’istituzione che prende la decisione finale lo fa assumendosi le proprie responsabilità di fronte a cittadini informati e resi competenti dal processo partecipativo.

Va notata la profonda differenza tra dibattito pubblico e sondaggi e referendum. I sondaggi non costituiscono partecipazione. I referendum consistono in un voto nel quale si decide o si dà un’indicazione univoca. Tuttavia senza dibattito pubblico viene a mancare quella fase di conoscenza e approfondimento che è alla base di qualunque ulteriore sviluppo. Anche i tempi sono importanti perché un processo partecipativo ha tempi decisamente più lunghi di un referendum e non richiede di schierarsi per un sì o per un no, ma consente un libero sviluppo delle opinioni che possono formarsi e cambiare in base al confronto stesso e dove contano la qualità degli argomenti espressi. Il dibattito pubblico indirizza verso una fase di ascolto e di dialogo e, quindi, non implica la conquista dei voti.

A questo punto bisogna domandarsi perché questo bell’esempio non sia stato raccolto in Italia (se non dalla regione Toscana). La risposta non è facile ed è fatta di vari “pezzi” che, messi insieme, costituiscono la modalità con la quale si affrontano le decisioni pubbliche nel nostro Paese.

Un primo pezzo è sicuramente l’egoismo di quanti siedono nelle istituzioni e le gestiscono e non vogliono privarsi del potere di decidere e di concedere, ma anche del potere di contrattare con entità organizzate e di mediare senza incorrere nelle difficoltà di un dibattito pubblico, aperto e trasparente.

Un secondo pezzo è l’inerzia degli apparati che difendono l’opacità delle loro procedure che tengono lontani i cittadini.

Un altro ancora è l’attitudine dei cittadini a non impegnarsi nella ricerca della via migliore limitandosi ad oscillare tra la supina acquiescenza nei confronti di chi dispone del potere e la ribellione che si accende quando si modifica l’assetto esistente.

L’obiettivo di costruire modalità nuove di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini nelle politiche e nelle decisioni pubbliche ha carattere strategico perché può far guadagnare significativi vantaggi al sistema-Paese. Per questo dovrebbe essere al centro dell’interesse delle istituzioni e di qualunque entità organizzata finalizzata ad intervenire nelle scelte politiche. Non solo i partiti quindi, ma anche il vasto mondo dell’associazionismo e dei movimenti che, spesso, oscillano tra cura del proprio spazio vitale e contrapposizione che disconosce sedi e strumenti della democrazia rappresentativa.

Claudio Lombardi