Il PD nel suo labirinto

Ad un osservatore esterno ignaro delle problematiche interne il PD appare in preda ad una sindrome di confusione che gli impedisce di agire con lucidità, prontezza e determinazione. Il risultato elettorale ha colpito il partito cardine delle maggioranze di governo della passata legislatura. Eppure i governi Letta, Renzi e Gentiloni avevano ottenuto risultati importanti nel gestire l’uscita dalla crisi e le conseguenze delle decisioni più impopolari del precedente governo Monti. Tuttavia, dal 2013 al 2017 il PD è stato scosso da una lotta politica sempre più lacerante e dall’abbandono di una parte rilevante del gruppo dirigente che aveva guidato il partito nel periodo precedente, in rotta con le scelte politiche compiute dalla segreteria Renzi e dal governo da questi diretto. Anni di polemiche, di scontri, di esacerbazione dei contrasti hanno avuto conseguenze sull’opinione pubblica indotta a pensare che, se personaggi del calibro di Bersani, D’Alema, Enrico Rossi, Vasco Errani ed altri, erano arrivati alla rottura con il partito che avevano contribuito a fondare, delle ragioni molto serie dovessero esserci. Il distacco tra PD e una parte consistente degli elettori si era già creato con l’esplosione del M5S alle elezioni del 2013 che ne aveva eguagliato i voti sull’onda di una protesta che si era fatta via via sempre più intransigente. Le scissioni nel PD hanno fornito la conferma, ben al di là del seguito dei personaggi che se ne andavano, che il partito guidato da Renzi si era diviso perché votato a politiche antipopolari di difesa dei privilegi e dei centri di potere economico e finanziario interni ed europei. I programmi elettorali dei vincitori delle elezioni del 4 marzo, M5S e centro destra, hanno potenziato questa convinzione indicando alternative di uscita dalla crisi del tutto illusorie, ma coerenti con la rappresentazione messa sotto gli occhi dell’opinione pubblica dei travagli interni del PD.

Ottenuti i voti, però, e con il passare delle settimane è iniziata una metamorfosi nelle posizioni del Movimento 5 Stelle espresse da Luigi Di Maio che, oggettivamente, sono arrivate a porsi in sostanziale continuità o perlomeno non in contrasto con alcuni indirizzi seguiti dal governo Gentiloni. Dal reddito di cittadinanza, alla collocazione internazionale ed europea, ai vincoli di bilancio si è realizzato un riposizionamento del Movimento. Ovviamente bisogna tener conto della facilità con la quale il M5S cambia idee e programmi senza porsi il problema della coerenza, ma ciò non toglie che è in corso un tentativo (partito in realtà già da prima delle elezioni) di accreditarsi come una forza di governo moderata e affidabile. Nel Movimento convivono più istanze e pesa molto una direzione verticistica ed autoritaria che tiene a bada i contrasti potendo decidere autonomamente le politiche da presentare all’opinione pubblica. In questo momento prevale la volontà di arrivare al governo sulle pulsioni protestatarie, ma non è detto che il Movimento reagisca bene alla prova del governo. Di sicuro restare all’opposizione sarebbe la scelta che manterrebbe la compattezza dei 5 Stelle.

In questo quadro va collocata la questione di un confronto tra PD e M5S per verificare la fattibilità di un programma comune di maggioranza che non significa automaticamente un governo insieme.

La negazione di ogni possibilità di dialogo e l’opposizione della pregiudiziale di diversità avanzate subito dopo le elezioni da Renzi, dai dirigenti e dai militanti del PD, comprensibili due mesi fa di fronte ad un’ipotesi di alleanza M5S – Lega, non lo sono più oggi. Se è vero come è vero che il PD è stato ed è ancora il partito con il più credibile programma di governo basato su un’esperienza positiva durata cinque anni, e se è vero che le scissioni che lo hanno colpito si sono rivelate fallimentari, è difficile comprendere per quale motivo il PD abbia rinunciato a far valere questi suoi punti di forza nel dibattito politico post elezioni concentrandosi, invece, come hanno fatto gli altri partiti, sulle formule di governo.

L’ennesimo scontro che ha lacerato il PD ha trasmesso all’opinione pubblica l’immagine di un partito confuso, diviso, instabile e incapace di riprendersi il ruolo di forza politica di riferimento del Paese. Le dimissioni da segretario di Renzi non erano necessarie nell’immediato e hanno privato il partito del suo vertice eletto democraticamente. Tuttavia Renzi ha mantenuto la sua influenza per il tramite dei dirigenti eletti insieme a lui. Interlocutore presente, ma formalmente assente il volontario allontanamento di Renzi ha aumentato, di fatto, la confusione e il disorientamento. Di queste dimissioni, per le quali qualcuno adesso parla di possibile revoca tanto per accentuare l’instabilità, sfugge il senso politico profondo e resta l’impressione degli effetti di un carattere intemperante e della propensione alla personalizzazione degli avvenimenti politici. Due elementi difficilmente conciliabili con la guida di un partito come il PD.

Se il PD vuole uscire dal labirinto nel quale si è cacciato non ha altra scelta che concentrarsi sui temi del governo dell’Italia chiamando le altre forze politiche a dimostrare la loro capacità di affrontarli. Per questo non si può negare il confronto con il M5S chiesto ripetutamente e con modalità convincenti da Di Maio. Il confronto ci deve essere e deve mostrare all’opinione pubblica il volto di una forza politica lucida e determinata, coraggiosa ed aperta che non esclude nessuna ipotesi, ma che non si sente obbligata a seguire chi non lo merita. L’esatto contrario del volto rancoroso e chiuso che tante reazioni di dirigenti e militanti stanno mostrando in questi giorni

Claudio Lombardi

Un voto di sfiducia a Renzi

Inutile girarci intorno: il risultato del referendum costituzionale è stato innanzitutto un voto di sfiducia degli italiani al governo e a Renzi. Sì certo, si votava sulla riforma della Costituzione, ma non è credibile tanto accanimento per una razionalizzazione del sistema di governo e delle competenze regionali. Non è credibile che, dopo anni di discussioni e innumerevoli prove di inefficienza, tutti si siano improvvisamente affezionati al bicameralismo paritario e alle competenze concorrenti delle regioni.

referendum-4-dicembreIl 60% dei voti non si raggiunge perché Rodotà o Zagrebelsky lanciano allarmi sul rischio di deriva autoritaria o dimostrano la complessità della suddivisione di funzioni di cui all’art 70 commi 2, 3, 4 e 5. Queste sono motivazioni buone per i convegni, per i saggi o per qualche osservatore che vuole approfondire l’argomento. Nello scontro politico, invece, sono buone soprattutto da rilanciare in comizi nei quali il “pezzo“ forte è l’attacco personale a Renzi, presentato come un bullo, un prepotente, un aspirante ducetto e al suo governo.

Certo la mobilitazione del fronte del NO è stata impressionante e ha coinvolto sindacati, magistrati (che si confermano protagonisti delle battaglie politiche in spregio alla loro funzione), docenti, associazioni e comitati della più varia natura. Tanti piccoli vascelli che hanno fatto da scorta alle tre corazzate che hanno guidato l’attacco: Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia. Ha voglia D’Alema a dire che si è evitata l’impronta della destra sul voto perché un pezzo di sinistra ha votato No. La realtà è molto diversa e ci restituisce la conferma di una sinistra sbandata che ha fatto fuori l’ultimo governo europeo guidato da un suo leader in nome di una resistenza al cambiamento che ormai è diventata patologica.

campagna-referendariaLa gran parte dei voti sono arrivati dallo scontento per l’opera di governo e dall’antipatia per Renzi. Antipatia e simpatia sono ormai diventate categorie della politica nell’epoca del leaderismo e stanno assumendo un peso superiore a quello dei programmi e delle strategie. Lo è diventata anche l’impazienza. Il governo  è durato circa tre anni e ha sfornato provvedimenti importanti su scuola, lavoro, economia, diritti civili. Ha portato una nuova immagine dell’Italia in Europa con risultati tangibili in termini di elasticità sul deficit e di credibilità sulla scena internazionale.

Niente da fare. Per molti italiani il governo non ha cancellato la disoccupazione, non ha risolto tutti i problemi della scuola, non ha fatto ripartire l’economia ecc ecc.. In due anni e mezzo! L’impazienza deriva dalla semplificazione dei problemi e delle soluzioni. Non si accetta che una politica in uno qualsiasi dei settori sui quali è intervenuto il governo debba durare anni e che i conti si debbano tirare alla fine. Gli oppositori, ovviamente, soffiano sul fuoco e spergiurano di avere le soluzioni facili facili, basta far fare a loro. Ad esempio si potrebbe prendere la vicenda di Roma dove un M5S vincitore predestinato e collettore della rabbia e del malcontento dei romani ha fatto eleggere sindaco una sua inesperta consigliera che aveva come slogan “cambiamo tutto” . Ciò che a distanza di sei mesi Virginia Raggi sta realmente facendo è sotto gli occhi di tutti e lo sfascio della città è ormai a un livello che non si vedeva da molti anni. E tutto nella più assoluta opacità. Ed è solo un esempio della distanza che c’è tra la fase dell’attacco e quella della ricostruzione. A livello nazionale tutto sarebbe più drammatico. Gli italiani lo sanno che è così, ma è tanto gratificante sentire qualcuno dire le stesse cose che hai in mente tu anche se intuisci che governare non è proprio come dare sfogo al malcontento che hai dentro. Però tu non hai pazienza e hai solo il voto per esprimerti e così lo usi per punire o per dare un segnale.

renzi-5-dicembreCiò detto bisogna anche vedere quali errori siano stati commessi da Renzi e dal suo governo perché una disfatta di queste proporzioni non si giustifica solo con l’antipatia. Degli atteggiamenti di eccessiva sicurezza o di arroganza del premier si è detto molto e bisogna confermare che hanno pesato sia in senso positivo quando gli italiani videro in lui un leader sicuro di sé, propositivo e decisionista; sia in senso negativo quando le aspettative sono state in parte deluse e la fiducia iniziale si è tramutata in astio che in tanti casi ha sfiorato l’odio.

Bisogna anche dire che alcuni provvedimenti troppo esaltati come risolutivi si sono rivelati, invece, fonte di conflitti e di insoddisfazione (per esempio scuola e lavoro). Meglio sarebbe stato ammetterne i limiti. Questo è stato il primo errore del Renzi comunicatore: pensare che la propaganda potesse prevalere sull’esperienza diretta delle persone che sperimentavano su di loro le politiche del governo.

L’errore più grande di Renzi, però, è aver voluto portare a termine la riforma costituzionale che era parte importante del suo programma di governo, ma che poteva tranquillamente essere lasciata alla discussione parlamentare senza forzare la mano perché fosse approvata rapidamente. Non era quella riforma un’urgenza alla quale dare la priorità. Perché Renzi ha commesso un errore così grande? Voleva forse legare il suo nome alla prima vera riforma del sistema istituzionale dell’Italia repubblicana? Oppure è stata un’altra manifestazione del suo stile di governo improntato all’efficienza e alla velocità con relativa sottovalutazione degli ostacoli da superare? Entrambe le spiegazioni sono valide.

riforma-costituzionaleLa riforma in sé aveva una sua razionalità che la rendeva accettabile anche se l’esame parlamentare ne aveva complicato inutilmente alcune parti. Avrebbe funzionato con un po’ di rodaggio e con aggiustamenti successivi. Sarebbe stata una svolta, ma agli italiani i cambiamenti razionali non piacciono. Preferiscono le manifestazioni viscerali anche se non si sa dove portano perché è più facile dare sfogo al proprio malcontento che progettare e costruire il futuro.

Cosa resta di positivo in questa vicenda? Forse la scoperta della Costituzione da parte di tanti che non la conoscevano. È auspicabile, adesso che l’hanno conosciuta, che ne pretendano il rispetto da tutti e che siano esigenti anche con i governi che verranno. Esigenti nel senso che i governi devono governare senza subire ricatti da gruppi e gruppetti. Perché se i governi non sono forti e stabili comandano i poteri più opachi, quelli che non faranno mai nessuna campagna elettorale, ma che tutti sono costretti a rispettare. Chissà se i professori eretti a difesa della Costituzione ci hanno mai pensato?

Claudio Lombardi

Referendum 4 dicembre: voto Sì nonostante Renzi

L’unico aspetto che condividono i comitati del Sì e del No in vista del 4 dicembre è il giudizio sulla campagna referendaria in corso come una delle peggiori e delle più cruente degli ultimi anni. Ciò dipende dal fatto che molti argomentano le proprie posizioni unicamente in quanto contro a quelle ritenute sbagliate degli avversari e non si soffermano a spiegare la propria. Si discute di tutto, si prospettano scenari futuribili, ma difficilmente ci si sofferma sulle reali differenze nei contenuti della riforma, creando non pochi problemi alla capacità di assumere una decisione consapevole da parte dei cittadini.

si-no-referendumSicuramente l’errore iniziale è stato fatto dal Presidente del Consiglio che ha aperto la campagna elettorale come una sua personale cavalcata rusticana in cui “uno contro tutti” avrebbe sbaragliato gli ostacoli che si fossero frapposti davanti a sé. Così facendo ha avuto il solo risultato che tutti coloro che avessero avuto una minima ragione per vederlo indebolito (nel partito, nello schieramento politico o nel sistema istituzionale) si sono “accozzagliati” in nome del nemico comune da fermare. Inoltre è sempre più facile spiegare che si vota contro qualcuno che si conosce, rispetto a qualcosa di nuovo che si sta costruendo e deve essere ancora sperimentato, divenendo quasi trendy in certi ambienti dire che si vota contro. Ovviamente non tutti in entrambi i fronti agiscono a prescindere dai contenuti della riforma, ma ormai il dibattito si è spostato sul 5 dicembre, ovvero su cosa potrebbe succedere il giorno dopo del referendum. Fino a giungere a risultati paradossali, come nel caso in cui non si trovasse una maggioranza in grado di cambiare l’Italicum in una situazione di forte instabilità politica e si tornasse ad eleggere le due camere con due sistemi elettorali diversi. Proprio l’effetto contrario dell’impegno assunto di modificare anche la legge elettorale (che non è oggetto del referendum) una volta approvata la riforma.

renzi-5-dicembreRenzi dunque si è infilato in questo “cul de sac” in cui più tenta di parlare della riforma e più gli chiedono del suo futuro. Ormai solo una “mossa del cavallo” tipo annunciare le sue dimissioni non solo in caso di sconfitta, ma anche in quella di vittoria, potrebbe spersonalizzare definitivamente il voto referendario, spazzando il terreno da questioni extra costituzionali e rimandando il giudizio sul suo operato a prossime elezioni politiche. Ciò sarebbe particolarmente importante, perché i governi e le leggi elettorali passano, mentre la nostra legge fondamentale rimane nel tempo.

Con questo spirito ho provato a motivare la mia scelta “nonostante Renzi” a favore della riforma pubblicando il solo testo di nuove 25 norme della riforma su cui mi sorgeva spontanea la domanda “perché no? Meglio un Sì”. Spero che questo esercizio possa essere utile anche ad altri per maturare una autonoma scelta consapevole.

Perché no? Meglio un Sìreferendum-costituzionale

  1. “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza.” (nuovo art. 55)
  2. “La Camera dei deputati é titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo.” (nuovo art.55)
  3. Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali… Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione Europea. Valuta…e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori.” (nuovo art. 55)
  4. “…in conformità alle scelte espresse dagli elettori…, con legge approvata da entrambe le camere sono regolate le modalità di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra consiglieri regionali e sindaci…” (nuovo art. 57)
  5. “I regolamenti delle camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari…e quello della camera disciplina lo statuto delle opposizioni.” (nuovo art. 64)
  6. I membri del parlamento hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’assemblea e ai lavori delle commissioni.” (nuovo art 64)
  7. “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere per…le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione Europea…” (nuovo art 70)
  8. “Le altre leggi sono approvate (solo) dalla Camera dei deputati” (nuovo art. 70)
  9. “Nei trenta giorni successivi (alla richiesta di esaminarlo) il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva.” (nuovo art. 70)
  10. “Il Senato della Repubblica può…richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge.” (nuovo art. 71)
  11. “La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari.” (nuovo art. 71)
  12. “Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali.” (nuovo art. 71)
  13. “Le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera e del Senato possono essere sottoposte prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo di legittimità da parte della corte costituzionale.” (nuovo art. 73)
  14. “La proposta soggetta a referendum (abrogativo) é approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, o se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera…” (nuovo art. 75)
  15. “Il governo non può mediante provvedimenti provvisori aventi forza di legge… Reiterare disposizioni adottate con decreti non convertiti in legge e regolare i rapporti giuridici sorti sulla base dei medesimi,…” (nuovo art. 77)
  16. “Le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea sono approvate da entrambe le camere.” (nuovo art. 80)
  17. “Il Presidente della Repubblica.. Ratifica i trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, previa autorizzazione di entrambe le camere.” (nuovo art. 87)
  18. “Il Presidente della Repubblica può, sentito il suo presidente, sciogliere la Camera dei deputati.” (nuovo art. 88)
  19. “Il governo deve avere la fiducia dalla (sola) Camera dei deputati.” (nuovo art. 94)
  20. “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizione di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento, l’imparzialità e la trasparenza dell’amministrazione.” (nuovo art. 97)
  21. “La Repubblica è costituita dai comuni, dalle città metropolitane, dalle regioni e dallo stato…sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.” (art. 114)
  22. “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia…possono essere attribuite alle regioni…, purché la regione sia in condizione di equilibrio tra entrate e le spese del proprio bilancio. La legge è approvata da entrambe le camere, sulla base d’intesa tra Stato e la Regione interessata.” (nuovo art. 116)
  23. “La potestà legislativa è esercitata dallo stato e dalle regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea e dagli obblighi internazionali” (nuovo art.117)
  24. “Le regioni…partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell’Unione Europea e provvedono all’attuazione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione Europea…” (nuovo art. 117)
  25. “…la legge della Repubblica stabilisce la durata degli organi elettivi (regionali) e i relativi emolumenti nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai Sindaci dei comuni capoluogo di regione. La legge della Repubblica stabilisce altresì i principi fondamentali per promuovere l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza (regionale).” (nuovo art. 122)

Paolo Acunzo