La crisi, l’Italia e la via d’uscita. Intervista a Giovanni Principe

LA CRISI E L’ITALIA

Italia malataSiamo vittime innocenti della crisi mondiale o il nostro paese si è messo da solo in una condizione di debolezza?

L’Italia aveva un grande vantaggio rispetto ai paesi dove è esplosa la crisi: nessuna bolla speculativa sugli immobili e, quindi, banche relativamente solide perché non si erano esposte con i mutui “subprime”. Ma aveva anche i piedi d’argilla con:

–        una spesa pubblica senza margini di intervento perché condizionata dal peso degli interessi sul debito e gravata da enormi sprechi e inefficienze (semplificando, facciamo rientrare in queste voci anche l’evasione, la corruzione e l’economia criminale)

–        un sistema produttivo sempre meno competitivo sul mercato internazionale, globalizzato, mentre il mercato interno andava restringendosi per la progressiva perdita di potere di acquisto delle classi medio-basse.

Dunque, la relativa solidità del sistema finanziario ha fatto sì che la crisi non scoppiasse immediatamente. Tuttavia, la debolezza del sistema produttivo ci ha condannati a pagare un prezzo più alto degli altri (a parte la Grecia) nel momento in cui le conseguenze della crisi finanziaria si sono propagate all’economia reale.

labirinto italiaAppena le locomotive hanno rallentato, il nostro paese è sprofondato nel circolo vizioso a cui era destinato: meno traino del mercato mondiale -> meno produzione e meno posti di lavoro -> meno reddito disponibile -> contrazione del mercato interno -> meno produzione e così via.

Si poteva rompere quel circolo vizioso? Certamente sì, se ci fosse stato un governo in grado di comprendere la dinamica della crisi e disposto, sul piano politico, a intervenire per correggerla. Ma il centro-destra, liberista e affarista allo stesso tempo, non poteva che sommare i suoi danni a quelli della crisi e quindi accentuare ulteriormente il circolo vizioso.

Partiamo allora da qui. Ma senza nasconderci che, nel biennio che ha preceduto la crisi, il centro-sinistra al governo non ha avuto né la lungimiranza né la forza necessarie per adottare misure di contrasto adeguate. E, se non abbiamo paura delle verità spiacevoli, aggiungiamo che in una parte, non marginale, del suo gruppo dirigente non aveva neppure le carte in regola per farlo.

Sta di fatto che il governo dell’Unione (governo Prodi 2006-2008) nato debole e minacciato dalle compravendite, ha comunque lasciato che dilagasse una rivolta contro la linea economica del governo (e che la figura di Padoa-Schioppa fosse dileggiata) mentre l’attenzione della maggioranza era calamitata da questioni di principio e di schieramento. Ha così mancato di intervenire sulle condizioni di fondo, quelle che ci facevano crescere molto meno dei partner e che ci destinavano a un sicuro disastro al primo cambiar del vento.

Evidentemente l’Italia ha un problema di classe dirigente…

Direi di sì, anche se non penso si possano mettere sullo stesso piano le responsabilità del centro-destra guidato da Berlusconi e quelle del centro-sinistra (privo di una rotta, prima che di una guida).

Tuttavia è assolutamente necessario ripartire dall’analisi degli errori passati. Questo chiedono gli elettori: se siamo finiti nel baratro, dovete dirci come è potuto succedere.

 

FARE I CONTI CON L’EUROPA

crisi EuropaC’è anche da fare, perché è doveroso e urgente, un discorso serio sull’Europa, se è vero che la linea che sta prevalendo nella UE, che non è solo austerità, ma anche sopraffazione delle economie più forti nei confronti di quelle in ritardo, produce grossi danni.

Occorre cambiarla. Ma si devono anche avere chiari due punti:

–        il primo è che il cambiamento serve all’Italia e serve all’Europa perché recuperi un peso economico e torni ad essere un punto di riferimento politico, per i popoli che nei vari angoli del mondo anelano alla democrazia. Poteva essere tutto questo, nello spirito di Spinelli, dei padri fondatori, fino a Delors. Poteva andare in quella direzione anche l’unificazione tedesca, se la si legge in chiave europea e non di Grande Germania. Invece sta prevalendo il nazionalismo in Germania, ma non solo, nutrito dall’egoismo di classe (chiamiamo le cose col loro nome);

–        il secondo è che l’Italia ha poco peso in questa battaglia, in tutto e per tutto politica, per un diverso indirizzo economico e politico in Europa. E che ciò dipende in parte dalla debolezza della sinistra, che di quella battaglia è la protagonista su scala continentale, ma ancor più dal fatto che come Paese non pesiamo abbastanza a causa di quei vizi di fondo, tutti nostri, di cui abbiamo parlato all’inizio.

errori italiaA ben vedere siamo di fronte anche qui a un circolo vizioso.

La sinistra italiana non si dimostra capace di rimuovere gli ostacoli, sociali, economici, culturali, politici, che ci condannano al declino e resta quindi marginale nel quadro politico europeo, senza contribuire a volgerlo in un senso favorevole per le nostre prospettive di cambiamento e di ripresa.

Dovremmo avere imparato questa lezione dall’esperienza del governo Monti. Il sussiegoso professore, accolto con simpatia dalle élite conservatrici europee, non ha spostato di un millimetro la linea UE e, mediando tra una sinistra debole e incerta e una destra priva di senso dello Stato, non ha prodotto neanche un infinitesimo dei cambiamenti necessari per la ripresa.

ALLA RICERCA DI UNA VIA D’USCITA

riflettere sulla storiaSe non facciamo tesoro degli insegnamenti della storia recente siamo condannati a ripeterla, come sta avvenendo puntualmente con le larghe intese, che sono nate dall’incontro tra la debolezza della sinistra e il calcolo spregiudicato di una destra sempre meno libera dal condizionamento degli interessi economici (e giudiziari) del suo leader.

Ora abbiamo davanti una strada obbligata. Dobbiamo tracciare un percorso fatto di misure concrete, comprensibili per gli elettori, chiare nelle loro motivazioni e negli effetti attesi. Che non saranno, non potranno in nessun modo essere equamente distribuiti. Qualcuno pagherà di più, qualcun altro pagherà meno, altri avranno un guadagno immediato così da riequilibrare le sperequazioni subite: su questo non sono possibili né equilibrismi né illusionismi. L’importante è però che il gioco non sia a somma zero ma a somma positiva. Che modificando la distribuzione si faccia crescere la torta nell’assieme.

Significa ribaltare di 180 gradi il dogma liberista secondo cui l’aumento delle diseguaglianze fa crescere la torta per tutti. Non è così, fa solo i ricchi ancora più ricchi, a danno della collettività. Viceversa combattere le diseguaglianze non è solo socialmente preferibile (io direi doveroso) ma è economicamente più efficace.

Lotta alle disuguaglianze? La dovrebbe fare il governo Pd-Pdl?

dilemma PdIl Pd dovrebbe chiarire il suo percorso, dire cosa vuole fare e come. Per questo serve un congresso. Dopo si porrà il problema di cercare una maggioranza disposta a sostenere il percorso in questo Parlamento dando vita ad un Governo espressione di quella maggioranza. Altrimenti saranno gli elettori a decidere. Non vedo altre possibilità.

Di tempo se ne è perso fin troppo. Il Pd ha fatto una campagna elettorale basata sulla consegna del silenzio attorno alle proposte compiendo un errore colossale. Per due anni hanno discusso di formule politiche e alleanze, ma hanno perso di vista la concretezza dei problemi e delle soluzioni. Ora quell’errore non deve essere ripetuto.

C’è bisogno però di riscoprire anche il senso di fondo della scelta di campo di un partito che si colloca a sinistra. Non è una cosa complicata: basterebbe partire dalla riscoperta di quel tesoro comune che è la Costituzione, convincendosi, oltre che della sua validità, della sua attualità.

 

insegnamenti dalla costituzioneDALLA COSTITUZIONE AD UN PROGRAMMA DI GOVERNO

La Costituzione ha ancora qualcosa da dirci?

Altroché. La Costituzione ci parla di uguaglianza sostanziale, come promozione delle condizioni per lo sviluppo della persona e come diritto ad un lavoro dignitoso, per essere parte attiva nella società, e ad un’equa retribuzione. Ci parla della funzione sociale dell’impresa, della democrazia economica, del ruolo delle rappresentanze di interessi e delle condizioni, di democrazia e di libertà, su cui devono poggiare e a cui devono uniformarsi.

Uguaglianza, lavoro e diritti. Queste le basi, ma poi come si traducono in atti concreti?

Tutti gli studi, tutte le indagini, tutte le evidenze statistiche concordano nel dimostrare che la crisi non colpisce tutti i paesi in egual misura e che le risposte migliori vengono dai paesi che investono di più sulla qualità del lavoro, quindi sulla conoscenza, sui saperi incorporati nei servizi e nei prodotti. E i saperi di cui parlo non sono solo quelli attuali: mi riferisco anche alla capacità di valorizzare quelli che ci trasmette la storia. Ecco le nostre potenzialità, i nostri punti di forza su cui puntare: le particolarità del territorio, culturali e naturali, le “unicità”.

proposte di governoNon c’è dubbio che si dovrà partire dall’aggredire i nodi da cui siamo partiti. Lotta all’evasione (gli strumenti ci sono, manca un indirizzo politico univoco) ma anche modifica della struttura del prelievo fiscale per valorizzare il lavoro. Lotta agli sprechi, con interventi immediati (spending review sì, ma poi interventi concreti) e di più lungo respiro. Lotta alla corruzione e al degrado morale della vita pubblica (non solo costi della politica, ma anche conflitto di interessi, falso in bilancio, concussione, corruzione, codici etici e sanzioni, sistemi di valutazione).

Sulla questione “lavoro” si pone poi una condizione a monte. Non ci si può limitare a prendere atto del fatto che viviamo nel paese sviluppato con il mercato del lavoro meno inclusivo e più discriminatorio. Servono politiche di discriminazione positiva a favore di chi oggi è costretto ai margini: le donne, i giovani, i meridionali, gli over 50.

chiusura aziendeLavoro sì, ma le aziende stanno chiudendo a migliaia. Come si fa?

Infatti, non si può rinviare la ricostruzione di una politica industriale che abbia al centro: l’innovazione, da coniugare con la sostenibilità; la produzione di beni e servizi “non replicabili” legati alla storia e al territorio (prodotti di consumo, macchinari, ospitalità, beni culturali); il rilancio della domanda interna, per sostituire import, rilanciare i consumi (come l’edilizia abitativa sociale, attraverso riuso e riqualificazione, senza nuovo  cemento).

E poi: favorire la crescita dimensionale delle imprese e la cooperazione territoriale e in reti virtuali (per la patrimonializzazione, per l’accesso al credito); alleviare il rischio di impresa (con strumenti finanziari, microcredito, fondi rotativi, o con il ricorso a venture management); contrastare i monopoli e i cartelli nei settori con poca concorrenza (banche, energia, media,  utilities) e le corporazioni professionali; sostenere i giovani che avviano nuove imprese; sostenere le imprese in crisi oltre l’emergenza (riconversione) e anche, se inevitabile, per la ricollocazione dei dipendenti.

speranzaSembra un elenco troppo lungo, ma in realtà è incompleto. È solo un esempio di quali e quanti interventi si potrebbero compiere. Soluzioni semplici e ricette miracolose per problemi complessi non esistono. Il vero miracolo che andrebbe compiuto e che gli elettori si attendono è la corrispondenza tra le parole e i fatti e la possibilità di toccare con mano i risultati.

Chi si propone di governare deve credere innanzitutto nelle cose che propone e dare fiducia ai cittadini risvegliando la voglia di partecipazione e di protagonismo che oggi latita.

Se il PD vuole fare la sua parte deve svolgere il congresso e parlare di questi temi. Solo così si darà un senso al ritorno in campo della sinistra con una prospettiva vincente e convincente dopo decenni di neoliberismo imperante. Difficile? Non tanto: non mancano le idee, coltivate e confrontate nel corpo vivo della società. Manca la capacità di raccoglierle e fare sintesi, senza paura di affrontare le scelte necessarie.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Contro il precariato per riprendersi la bellezza della vita (di Simona Davoli)

Sono belli e incazzati i giovani che in questi ultimi anni sono scesi in piazza il contro il precariato. Una generazione che ha subito fin troppo e che ora dice basta a questa brutta realtà che non li rappresenta.

Ma l’idea di bellezza verso cui tendono le ragazze e i ragazzi che combattono questo sistema precario del lavoro, non è l’idea del bello imposta dalla società dell’immagine attuale fatta di apparenza e estetiche innaturali. Quello di cui ci si vuole riappropriare è un concetto di bellezza legato alla tradizione della Grecia antica.

Un’idea per cui la bellezza e’ l’armonia del tutto. E proprio per denunciare il disordine e la disarmonia della società italiana odierna che costringe le sue menti più preparate ad emigrare all’estero e relega in una specie di sottoscala emotivo e professionale i cervelli che restano che si continua a protestare contro un governo che con la sua riforma del lavoro sembra non aver compreso affatto la gravità del sistema del lavoro italiano e le conseguenze tragiche che questo sistema sta provocando.

Oggi viviamo in una realtà che costringe un’intera generazione di persone brillanti e colte a fare da assistenti, e spesso da schiavetti, a un folto gruppo di over 60 ignoranti e prepotenti che hanno dalla loro solo il peso (e non la forza) degli anni e dei posti fissi.
Non ne possiamo più di un’Italia che ci costringe ad imparare, dopo anni di studio, l’unica lezione che non abbiamo mai voluto apprendere, ovvero che una raccomandazione vale più di un buon curriculum. Non se ne può più di una realtà dove l’operaio non può più avere il figlio dottore, grazie ad un Paese in piena discesa sociale.

Noi che abbiamo dalla nostra la forza delle idee nuove e dei nostri studi, siamo pronti a riprenderci con ogni mezzo quel pezzo di bellezza della vita che ci è stato rubato dallo squallore dell’Italia dell’ultimo ventennio.

Noi non abbiamo colpe. Abbiamo studiato e lavorato come muli per veder realizzato quelli che consideravamo essere i nostri diritti prima ancora che e i nostri sogni.

Vogliamo goderci la bellezza di avere un figlio senza dover decidere se farlo o no in base ad un rinnovo contrattuale. Vogliamo avere la possibilità, a trent’anni, di ospitare degli amici in una casa di proprietà che abbiamo potuto comprare grazie a un mutuo che le banche ci hanno concesso. Vogliamo poter tornare a dormire serenamente, senza svegliarci nel mezzo della notte all’idea della scadenza trimestrale del contratto di lavoro. Vogliamo, in conclusione, poter tornare a goderci le cose belle che la vita ci offre.

Con le manifestazioni, i flashmob e le sporadiche apparizioni tv, chiediamo che il nostro non sia considerato lavoro atipico, ma lavoro e basta. E che quindi sia retribuito dignitosamente con contratti che ci permettano di esprimere le nostre capacità, senza essere tenuti al laccio da un giogo padronale che oramai sembra essere tornato di moda.

Per riappropriarci della bellezza della vita che ci è stata sottratta non vogliamo barattare più nulla. Questo è il nostro tempo. Questa è la nostra vita e se non avremo risposte siamo disposti anche a scendere in piazza ogni giorno (imparando dal popolo arabo, se serve) per fare una nuova rivoluzione, bella e possibile.

Simona Davoli

Il precariato: sono i giovani i veri colpevoli? (di Flora Frate)

Il ministro Fornero insiste che i giovani vogliono lavorare stando vicino a mamma e papà. Monti afferma che il posto fisso è noioso e si dice, inoltre, che chi guadagna 500 euro al mese è uno sfigato al pari, dunque, di una persona che si laurea in ritardo, quasi a costruire un parallelismo di questo tipo: “ lo sfigato che si laurea in ritardo guadagna 500 euro al mese”.

In qualità di rappresentante degli studenti e dei precari, cercherò di fare un punto della situazione basandomi sulla mia esperienza personale oltre che istituzionale. Un  laureato alla triennale, età compresa tra i 22 e 23 anni, non aspira (ancora) di sicuro al posto. Ascoltando le testimonianze di molti giovani studenti, posso affermare che l’aspettativa  del posto fisso non emerge e le motivazioni sono molteplici:

1) la coscienza del futuro non è ancora sviluppata; 2) la necessità è il completamento del percorso  di studi, al Nord quanto all’estero; 3) i giovani credono di investire nello studio per garantirsi le competenze necessarie alla realizzazione dei propri  progetti di vita; 4) perché, riportando l’esempio dei sociologi non sanno come spendere la propria laurea nel mercato del lavoro.

Non potendo lavorare gli studenti  aspirano ad  un tirocinio sia per  sviluppare competenze specifiche e pratiche – prevalentemente per i laureati nel settore umanistico –  sia per un efficace ed efficiente servizio di orientamento al lavoro. Il Sud, poi, soffre di un basso feedback tra la  laurea/ tirocinio/lavoro. In Campania abbiamo assistito ad un investimento regionale nella  formazione fine a se stessa e senza reali sbocchi lavorativi.  Softel e Almalaurea, servizi  telematici di orientamento al lavoro e all’università, non hanno mai soddisfatto gli studenti.

Una volta laureati non si trova altro che call center e centri commerciali. Se l’unica alternativa valida al contratto atipico sembra essere il posto fisso, è chiaro che si preferisce  la certezza di quest’ultimo. Or dunque, se la figlia della Fornero lavora a Torino, comoda affianco alla mamma, di quali giovani stiamo parlando? È chiaro che questo governo non conosce la situazione  reale dei giovani.

Dobbiamo renderci conto che le varie riforme universitarie non hanno affrontato i problemi in maniera risolutiva.  Dal 2000 al 2012  migliaia di studenti precari e senza lavoro sono parcheggiati ancora all’università. E dunque chi sono gli sfigati? Gli studenti, i giovani  o i ministri al governo?  Oltretutto, la scelta  tra i diritti e il lavoro è improponibile.

Noi abbiamo diritto sia all’articolo 18 sia al lavoro. Il sindacato, la Cgil, deve riflettere su stessa: la nuova generazione non ricorre più al sindacato perché non si sente adeguatamente rappresentato. La Cgil deve iniziare a fare un’attenta analisi e recuperare il suo antico valore storico.  Come al tempo della catena di montaggio ha salvato migliaia di operai e figli di operai, cosi oggi la Cgil deve rappresentare la salvezza dei precari e dei figli dei precari.

Flora Frate