La politica e la situazione dei giovani

crisi-giovani

Si sa che i giovani hanno votato in stragrande maggioranza NO al referendum (dal 68 all’81% secondo diverse rilevazioni). I promotori del No hanno festeggiato la loro vittoria, ma c’è poco da festeggiare perché più del dissenso sulla riforma costituzionale ha pesato la situazione dei giovani e il loro rapporto con la politica che non sembra in grado di migliorare la loro condizione.

disoccupazione-giovaniUna conferma viene da un’altra rilevazione che fissa una prevalenza del NO al 66% dei voti nei 100 comuni con più disoccupati cui corrisponde il 59% di Sì nei 100 comuni con meno disoccupati. Il fatto è che in Italia i giovani stanno pagando più degli altri le conseguenze della crisi tanto è vero che si è prodotta una disuguaglianza speciale, tutta per loro, che li allontana dalle altre classi di età.

Secondo dati della Banca d’Italia negli ultimi 20 anni il reddito delle persone con più di 65 anni è cresciuto del 19% mentre quello dei minori di 35 anni è diminuito del 15% e quello della fascia fra 35 e 44 anni ha segnato un meno 12%. In pratica la crisi è stata pagata dalle classi di età che comprendono la giovinezza e la maturità, mentre i più anziani hanno goduto di una tutela efficace ed estesa.

lavoro-giovaniUn trend confermato dal Censis che ha rilevato nel corso degli ultimi 25 anni una diminuzione di reddito del 15% per le famiglie di giovani con meno di 35 anni che si traduce anche nella diminuzione della ricchezza disponibile. Nel concreto significa che i giovani hanno potuto beneficiare del patrimonio accumulato dalle famiglie di origine, ma non sono in grado di farsene uno proprio. Inoltre, nel confronto tra il 1991 e il 2016 il reddito dei giovani di oggi è inferiore del 26,5% a quello dei coetanei di allora. Ma il reddito di coloro che hanno più di 65 anni è aumentato del 24,3%. Se ci aggiungiamo che la disoccupazione giovanile è al 36% e che la riforma del mercato del lavoro ha creato più occupazione per gli adulti abbiamo un quadro veramente demoralizzante per i giovani.

Per correggere le disuguaglianze ci sono però due strumenti politici da utilizzare: il fisco e la spesa pubblica. Funzionano? Sembra di no.

Alcuni analisti esemplificano la situazione paragonando la disuguaglianza dei redditi italiana a quella dell’Inghilterra, ma non con la pressione fiscale inglese bensì con quella, molto alta, della Svezia. Un record singolare, non c’è che dire.

spesa-pubblicaL’effetto della spesa pubblica viene rappresentato da un dato: l’intervento dello Stato fa crescere la disuguaglianza invece di ridurla. In pratica, per dirla brutalmente, lo Stato preleva con le tasse molti soldi che non servono a ridurre il disagio di chi sta peggio ma vanno a chi sta meglio. Dati Ocse dicono che il 35% della spesa sociale va al 20% più ricco  e meno del 10% al 20% più povero. La spesa pensionistica in rapporto al Pil è al 16% e la pressione contributiva sui salari al 33%, percentuali fra le più alte al mondo. Dulcis in fundo, chi gode delle prestazioni del welfare è all’84% anziano. Naturalmente si potrebbe dire dato che gli anziani godono di pensioni che assorbono un’alta percentuale di spesa pubblica e sono i maggiori fruitori delle prestazioni assistenziali e sanitarie. Tutto ciò porta Roberto Perotti ex responsabile della spending review del governo e docente presso l’università Bocconi di Milano a scrivere nel suo ultimo libro (Status quo) che il rischio di povertà estrema grava soprattutto sui giovani.

Si dice che il lavoro è la prima preoccupazione degli italiani. È vero, ma bisogna precisare che non si tratta solo di una questione personale perché al lavoro corrisponde il futuro del nostro Paese. Come stupirsi se ad ogni occasione proprio i giovani esprimono la loro protesta contro chi governa? Se i politici non capiscono questa situazione si condannano ad essere rifiutati

Claudio Lombardi

Genitori contro figli? I giovani e il lavoro

giovani e lavoro1Continua la saga dell’epiteto con cui vengono etichettati i giovani. Di recente il commissario unico di Expo Giuseppe Sala ha dichiarato che la gran parte di coloro che hanno inviato un curriculum ha rifiutato offerte di lavoro remunerate tra 1.300 e 1.500 euro e sarà un grosso problema trovare qualche centinaio di lavoratori. Aldo Grasso, noto giornalista e docente si è subito scagliato contro i bamboccioni e sono partite in rete le invettive: molte migliaia di persone non hanno esitato ad ingiuriare i giovani, sarebbero loro, troppo schizzinosi e poco avvezzi al lavoro, il più grosso limite del nostro paese.

Nell’Italia provata da anni di crisi economica e da anni di pochezza di idee la questione sociale si interseca con quella giovanile, ma non la sostituisce perché sono i figli di chi ha meno a pagare a più caro prezzo le transizioni scuola-lavoro troppo lunghe, la disoccupazione giovanile e gli stage non retribuiti. Affermare che i giovani non trovano lavoro perché hanno pretese esagerate e non accettano la fatica altro non che è una moderna rivisitazione della convinzione Thatcheriana secondo cui i poveri sono poveri per colpa loro. La prima generazione italiana che ha passato tutta la vita senza conoscere la guerra oggi si scopre liberista con i suoi figli, ma lo è stata ben poco con se stessa nei decenni precedenti.

ricerca del lavoroIn Italia ci sono circa 3 milioni di disoccupati, ma gli esperti del mercato del lavoro affermano che sarebbe utile conteggiare anche gli sfiduciati per fare comparazioni con altri paesi. Secondo diversi ed autorevoli analisti in realtà i disoccupati in Italia sono 5 o 6 milioni. Ci insegna la teoria economica che più alta è la disoccupazione più si riscontra disponibilità ad accettare opportunità di lavoro poco allettanti, sia dal punto di vista della remunerazione che da quello delle mansioni. Sui manuali di economia politica è riportata una formula che tutti gli studenti di economia hanno almeno una volta nella vita scritto su un foglio durante un esame che lega salari e disoccupazione. Ora io credo non occorra aver studiato economia politica per capire che in un paese ove ci sono 5 o 6 milioni di disoccupati o sfiduciati non si possa fare fatica a riempire 15.000 o 20.000 posizioni lavorative remunerate 1.300 o più euro al mese, come non si può far fatica a riempire un secchio nell’oceano.

Del resto un sociologo del lavoro incisivo e preparato come Francesco Giubileo ben prima delle sparate di Sala e Grasso ha più volte segnalato, numeri alla mano, che non è vero che in Italia chiunque può trovare un lavoro se si accontenta. Giubileo scrive negli ultimi anni in merito almeno tre articoli illuminanti per Linkiesta (“non esistono lavori che i giovani non vogliono fare”; “diffidate da chi vi dice che ci sono tanti posti di lavoro”; “ la disoccupazione reale è il doppio di quella ufficiale”.

crisi e giovaniScriveva un paio di settimane fa sul Corriere della Sera Antonella De Ruggero che in Cina gli ingegneri italiani hanno molto successo, sono considerati più preparati dei cinesi e si accontentano di stipendi più bassi dei cinesi. Non è mai metodologicamente corretto citare la propria esperienza quando si parla di mercato del lavoro, eppure io che ho amici delle superiori che lavorano in Gran Bretagna, in Germania e addirittura in Nigeria e Cina mi chiedo spesso su quale pianeta vivano coloro che affermano che i giovani italiani sono disoccupati perché cercano un lavoro solo sotto casa. E’ vero che in altri paesi tra cui la stracitata (spesso a sproposito) Germania i buoni livelli di occupazione sono stati raggiunti anche grazie al fatto che i giovani che rifiutano il lavoro perdono il sussidio erogato dallo Stato, ma in Italia i giovani che non hanno mai lavorato non hanno nessun assegno. Se si ritiene opportuno che un giovane fuori dal mercato del lavoro debba accettare anche un lavoro pagato poche centinaia di euro in una grande città lontano da casa, lo Stato deve integrare la remunerazione con un adeguato contributo per l’alloggio.

expo MilanoE’ chiaro che c’è qualcosa che non gira nella ricostruzione di Grasso e Sala. La verità è che Expo purtroppo si fonderà sul lavoro di qualche migliaio di giovani volontari, che avranno al massimo un rimborso spese per l’alloggio ed a cui verrà comunicata l’assunzione negli ultimi giorni di Aprile. Non è certo il massimo per chi deve prendere un aereo per arrivare a Milano. Eppure tutto ciò non basta ancora a sfatare il mito dei bamboccioni. La voglia dei baby boomers, o almeno di troppi di loro, di sottolineare la loro differenza e superiorità morale e materiale rispetto ai propri figli è più forte di un fiume di accurate ricerche. Allora basta un video di un Grasso che passa per strada (tra l’altro è un esperto di cinema e non di mercato del lavoro), per scatenare l’ira funesta dei vecchi contro i giovani.

Mi permetto quindi, forse con un pizzico di presunzione, di consigliare alla generazione dei miei genitori di smetterla di prendere a calci i figli (e tra l’altro troppo spesso non i propri ma quelli degli altri), perché l’Italia del calo demografico e della fuga dei cervelli ha bisogno disperato dei giovani. Ma, in particolare, vista la scarsa propensione degli italiani ad iscriversi a facoltà scientifiche, bisogna mettere a punto al più presto una strategia per rendere più allettante questo paese per i nostri migliori ingegneri e per i nostri fisici e chimici, ed anche per quelli che potrebbero arrivare dall’estero. Se non si affronta così il problema continuare a parlare di innovazione per tornare a crescere avrà la stessa valenza di due chiacchiere in ascensore sul clima

Salvatore Sinagra

Dietro il populismo (di Tito Boeri)

Perché in tutta Europa si affermano i partiti populisti? Basta guardare al profilo per età del voto populista, giovane al Sud e vecchio al Nord. E la soluzione passa allora per politiche europee che sappiano affrontare davvero il problema della disoccupazione giovanile nei paesi più periferici.

onda del populismoSQUILIBRI E SPINTE MIGRATORIE

Se si pensa all’Unione Europea come a un unico paese e si guarda alla diseguaglianza dei redditi, concentrandosi in particolare sui giovani, si comprendono bene le ragioni che stanno dietro alla vittoria dei movimenti populisti alle elezioni europee.

L’indice più comune per misurare la diseguaglianza, il coefficiente di Gini, tra i redditi delle famiglie con capofamiglia di meno di 30 anni è cresciuto marcatamente in tutto il periodo della grande recessione e della crisi del debito dell’Eurozona. È passato dal 28,5 per cento nel 2007 al 31,5 per cento nel 2011: un aumento del 10 per cento. E il rapporto “primi dieci-ultimi dieci” è aumentato in maniera simile, da 4 a 5: significa che il reddito medio nel decile più alto nella distribuzione è ora cinque volte maggiore del reddito medio nel decile più basso.

L’aumento della disuguaglianza tra i giovani non è dovuto, come per gli altri gruppi d’età, a una concentrazione nella parte più alta della scala dei redditi, con alcune persone molto ricche che aumentano la loro distanza dal resto della popolazione. I giovani, che già all’inizio della crisi erano sottorappresentati nella parte più alta della distribuzione del reddito, sono oggi una percentuale ancora minore rispetto agli altri gruppi di età.

disuguaglianzaLa diseguaglianza dei redditi è aumentata principalmente a causa delle differenze nei livelli di disoccupazione giovanile. In Grecia e Spagna i tassi di disoccupazione in quella fascia sono oltre il 50 per cento, in Italia sopra il 40 per cento, mentre in Austria e Germania sono sotto la doppia cifra. È significativo che sia l’aumento della diseguaglianza dei redditi sia l’aumento delle differenze nei tassi di disoccupazione giovanile tra le diverse aree dell’Unione Europea abbiano una dimensione marcatamente nazionale: la diseguaglianza tra paesi è quasi raddoppiata, mentre all’interno dei paesi la crescita delle diseguaglianze è stata molto più contenuta; nel caso dei tassi di disoccupazione, la variazione inter-regionale all’interno di ogni paese si è dimezzata, mentre la differenza tra paesi è aumentata di due volte e mezzo.

POPULISMI DEL NORD E POPULISMI DEL SUD

Perché tutto questo è importante per capire la vittoria del populismo alle elezioni europee? I giovani sono la componente più mobile della popolazione e sperimentare la disoccupazione così presto, quasi all’inizio della loro vita lavorativa, lascia cicatrici profonde. Quelli che vivono nei paesi con un’alta disoccupazione (il cosiddetto ClubMed, incluso il Portogallo) hanno solo due opzioni: exit or voice – andarsene via o “farsi sentire”. Londra e Berlino sono state inondate da giovani italiani e spagnoli. E ancora di più da giovani bulgari o rumeni che hanno lasciato l’Italia o la Spagna per cercare lavoro altrove. L’alternativa è farsi sentire e i movimenti populisti del Sud Europa tendono a consentire ai giovani proprio quel tipo di protesta radicale contro le istituzioni europee e l’euro che più apprezzano. Il profilo di età dei voti di Tsipras in Grecia, del movimento di Grillo in Italia, di Podemos in Spagna e del Front National in Francia è molto ben definito: in molte circoscrizioni, questi movimenti sono il primo partito tra coloro che hanno meno di 30 anni.

protesta anti euroL’altro lato della medaglia è il populismo del Nord Europa, che somiglia molto a una collezione di sentimenti anti-immigrazione. L’Ukip ha fatto la sua campagna contro il flusso di cittadini europei, chiedendo lo smantellamento della libera mobilità dei lavoratori, uno dei pilastri dell’Unione Europea fin dal trattato di Roma. E non sorprende che il profilo di età sia, in questo caso, speculare rispetto al populismo del Sud: quasi il 90 per cento dei sostenitori di Nigel Farage ha più di 40 anni, 3 sostenitori del People’s Party danese su 4 hanno più di 50 anni e il FPÖ austriaco ha percentuali doppie tra gli ultra cinquantenni. La concentrazione all’altro capo dello spettro di età nel populismo del Nord è dovuta al fatto che i lavoratori più anziani rappresentano le componenti meno mobili della popolazione ed è quindi probabile che soffrano di più per la competizione dei giovani lavoratori che arrivano da altre parti dell’Unione.

COME SPENDERE MEGLIO LE RISORSE

Se l’analisi è corretta, ne consegue che sarà difficile per i movimenti populisti europei coordinare i loro voti utilizzando la grande fetta di seggi che si sono guadagnati nel Parlamento europeo. Ma ci sono lezioni ancora più importanti da imparare riguardo al futuro dell’Europa. A meno che non si faccia qualcosa per affrontare il problema delle diseguaglianze tra paesi e della disoccupazione giovanile, questa tendenza proseguirà e porterà con sé, al Nord, tensioni per l’immigrazione e, al Sud, fuga di cervelli ed euroscetticismo. Non è una prospettiva positiva per l’integrazione: è poco probabile che così si promuova un’identità europea, qualunque essa sia.

I politici tedeschi conoscono molto bene la questione, dal momento che l’hanno dovuta affrontare dopo l’unificazione della Germania, spendendo molto per prevenire la migrazione da Est a Ovest. Fortunatamente, in questo caso, non c’è bisogno dei massicci trasferimenti fiscali registrati dall’Ovest verso l’Est dopo la caduta del Muro di Berlino. Sarebbe sufficiente prestare più attenzione allo sviluppo nelle economie più periferiche quando si prendono decisioni di politica monetaria, partendo col pianificare una svalutazione dell’euro rispetto al dollaro.

fiscal compactAllo stesso tempo, il bilancio europeo dovrebbe essere usato meglio per affrontare i problemi legati alla disoccupazione giovanile. Oltre a essere troppo contenuta (6 miliardi di euro, ovvero, circa 400 euro per giovane disoccupato all’anno), l’Iniziativa europea per l’occupazione giovanile si dà obiettivi sbagliati e coinvolge attori sbagliati: si propone di avviare al lavoro i giovani nei paesi in cui non ci sono posti disponibili per loro; inoltre, trasferisce denaro dal bilancio europeo direttamente alle regioni povere, saltando le giurisdizioni nazionali, mentre l’aumento della disoccupazione giovanile ha una dimensione marcatamente nazionale.

Il risultato sono programmi regionali co-finanziati dall’Ue che, per contrastare la disoccupazione giovanile, si affidano a una grande varietà di progetti di piccola portata e di durata limitata. Vi rientrano molti corsi di formazione più adatti ad arricchire chi tiene il corso (spesso con curricula limitati, come quelli per estetista) che ad aiutare effettivamente coloro che dovrebbero beneficiare della formazione.

Nell’ambito dell’iniziativa non c’è spazio, invece, per le riduzioni fiscali permanenti e i sussidi salariali che promuoverebbero la domanda di lavoro per i più giovani nei paesi con un alto tasso di disoccupazione. Insomma, si ripetono esattamente gli stessi errori compiuti nell’allocazione dei fondi strutturali: spesso i governi locali non sanno che fare di questi soldi e finiscono o per non spenderli (la stessa efficiente amministrazione tedesca utilizza non più del 60 per cento delle allocazioni dei fondi strutturali) o per disperderli in una miriade di piccoli progetti, i cui costi di gestione superano frequentemente il 50 per cento del budget di ciascun singolo progetto.

zero contributi zero finanziamentiCon le regole attuali, alle nazioni in crisi converrebbe arrivare a un accordo di “zero a zero”: non contribuire in alcun modo al bilancio Ue e non riceverne nulla in cambio. Ma se chi più ha bisogno di sostegno sotto i colpi di crisi asimmetriche ricava un maggior beneficio chiamandosi fuori dal fondo comune, è evidente che quel fondo comune non ha ragione di esistere sotto il profilo della condivisione del rischio e del mutuo soccorso. L’Iniziativa europea per l’occupazione giovanile dovrebbe quindi essere riconsiderata, consentendo il finanziamento di programmi nazionali per la creazione di posti di lavoro nei paesi con un’alta disoccupazione giovanile, mentre i fondi strutturali dovrebbero trasformarsi in strumenti per sostenere quelle riforme strutturali che incrementino la convergenza economica all’interno dell’Unione. Dovrebbero essere fondi per compensare gli svantaggi della liberalizzazione economica secondo la filosofia dei Contractual Arrangements, oltre che per assorbire gli shock. Oggi non ci sono le basi per un ampliamento del bilancio dell’Ue, ma possiamo iniziare a spendere meglio il denaro a disposizione.

Tito Boeri tratto da www.lavoce.info

Giovani e lavoro: tre proposte concrete (di Salvatore Sinagra)

giovani e lavoroTutti i media riportano l’ultimo dato sulla disoccupazione giovanile, 42,4%. È un dato che fa impressione anche se si riferisce a giovani che in gran parte sono nell’età degli studi. Il dato generale sfiora, invece, il 13% e pure questo è drammatico. Resta il fatto che la crisi colpisce innanzitutto i giovani dei quali, giorni fa, il ricco erede della famiglia Agnelli, John Elkann, ha detto che avrebbero tante opportunità, ma non le colgono perché sono mammoni. Detto da lui fa un po’ rabbia, ma il tema merita attenzione anche perché non è la prima volta che si tira in ballo l’argomento dei giovani che “preferiscono stare in famiglia”.

Poiché affermazioni simili girano da anni mi chiedo se sia da sani di mente pensare che quasi tutti coloro nati dagli anni settanta in avanti siano incapaci o pigri.

Si dice che oggi i giovani possono puntare sui mercati emergenti che prima non c’erano oltre che su l’Europa e gli USA. E’ innegabile che grazie ad iniziative come il programma Erasmus attivo dal 1987 i giovani oggi hanno opportunità di conoscere altri paesi e di tentare di farsi una vita altrove che, di certo, non avevano i ragazzi del dopoguerra. Grazie ai voli low cost, per esempio, un giovane può non solo viaggiare, ma anche fare colloqui di lavoro con facilità e con costi ragionevoli in tutta Europa. Certo, le cose non sono sempre facili e la crisi produce pure reazioni di razzismo e di intolleranza nei confronti di chi viene da “fuori”.

disoccupazione giovaniResta il fatto che è duro a morire lo stereotipo dell’italiano mammone che non rende giustizia ad una nazione in cui la mobilità dei lavoratori è sempre stata elevatissima almeno da sud a nord, e che rischia di tornare ad essere terra di emigrazione. Il 2,3% dei laureati italiani lavora all’estero, contro lo 0,6% dei tedeschi e l’1,1% dei francesi. Certo abbiamo anche record negativi come quello degli studenti fuori corso, ma  non è corretto usare questo dato per attaccare l’etichetta di fannulloni a diverse generazioni negando l’evidente realtà che il nostro paese non premia nemmeno coloro che hanno studiato bene e in tempi ragionevoli.

ostacoli per i giovaniE poi domandiamoci: i giovani a casa stanno veramente così bene? Possibile, ma l’alternativa com’è? Bisognerebbe, infatti, chiedersi come stanno quelli che vivono fuori casa. In una città come Milano per esempio, un precario incontra grandi difficoltà anche nello stipulare un contratto d’affitto. Per non parlare dei prestiti bancari. E poi i lavori sono in buona parte sottopagati rispetto al costo della vita e così in una grande città un giovane che fa il lavoro per cui ha studiato rischia di non potersi  permettere altro che una condivisione di un appartamento per anni. Molti giovani, tra l’altro, mentre fanno tirocini e stage di solito ben poco retribuiti sono pure costretti ad arrotondare facendo altri lavoretti: consegna di pizze, lezioni private, servizio presso ristoranti. E’ chiaro che se dopo qualche anno di fatica il giovane (ormai neanche troppo giovane) non ottiene l’incremento di reddito necessario per condurre una vita da adulto, è forte la tentazione di ritornare in famiglia. Se poi a lavori precari si alternano periodi di disoccupazione allora il ritorno a casa è quasi certo. Basta informarsi per capire che la vita autonoma, magari in una grande città, non permette “vuoti lavorativi”.

giovane in crisiCosì si arriva anche a rinunciare alla ricerca del lavoro. All’estero li chiamano scoraggiati, in Italia li chiamiamo “bamboccioni”. Invece il fenomeno dei lavoratori scoraggiati è una cosa seria ed è determinato in gran parte da fattori economici, sociali e geografici. Il fatto che i giovani disoccupati tedeschi o olandesi  siano più attivi di quelli italiani nella ricerca del lavoro non dipende  dalla voglia di fare dei popoli nordici, ma in larga misura dal welfare, ovvero da un sistema di aiuti ed obblighi, che spinge, e spesso costringe, i giovani a non demordere nella ricerca del posto di lavoro pena la perdita non solo del sussidio ma anche dei servizi dei centri per l’impiego.

Arriviamo alle proposte. Le riassumo in tre punti:

Un sussidio ai giovani che cercano lavoro.  Un sussidio statale potrebbe integrare un reddito da lavoro e sarebbe un incentivo ad iniziare una vita autonoma. Si tratterebbe di una  misura di “mobilità sostenibile dei giovani lavoratori”  che dovrebbe, però, essere accompagnata da misure per evitare che i datori di lavoro diventino i veri beneficiari di tali interventi “delegando” lo Stato a pagare una parte delle retribuzioni. Un reddito minimo ovviamente non garantirebbe ai giovani disoccupati e precari un tenore di vita elevato, tuttavia darebbe loro uno stimolo ad uscire dalla cerchia degli scoraggiati, evitando che la lunga crisi che stiamo vivendo bruci il capitale umano di un’intera generazione.

Mappe che censiscano le opportunità di lavoro su tutto il territorio nazionale. Ciascun centro per l’impiego potrebbe individuare le competenze che sono richieste nel proprio territorio, poi i diversi centri potrebbero procedere allo scambio di informazioni. In questo modo il disoccupato che apprende da fonte affidabile che le sue competenze potrebbero realmente servire in una data area può prendere in considerazione l’idea di recarvisi senza timore di girare a vuoto.

Un sistema di voucher gestito dai centri per l’impiego, che supporti i giovani che vogliono fare colloqui di lavoro lontano da casa (con tutte le opportune condizioni per evitare che qualcuno se ne approfitti).

Ovviamente tali tre misure non sono in grado di riassorbire nel mercato del lavoro qualche milione di giovani e devono essere adeguatamente finanziate, tuttavia sono preferibili alla facile demagogia di chi risolve la questione parlando di “bamboccioni” o di giovani svogliati. Prima di parlare di merito e di impegno bisogna garantire le condizioni perché si creino opportunità accessibili a tutti

Salvatore Sinagra

L’inverno milanese, la crisi e le paure del ceto medio (di Salvatore Sinagra)

crisi economicaCon le statistiche che ci parlano di caduta dei redditi e di crescita della povertà vale la pena andare a vedere da vicino che succede nella vita reale, per esempio a Milano. Niente analisi, ma solo piccoli spunti tratti dalle cronache quotidiane di un’esperienza personale, la mia. TENTATIVI. Pochi giorni fa mi è capitato di entrare in un nuovo e grazioso caffè alla periferia est di Milano, un posto insolito per la città lombarda. L’esercente avrà quarant’anni o poco più. Questo posto è una novità assoluta nel mio quartiere, sembra un angolo rubato alla periferia parigina. A Milano est i piccoli esercizi commerciali sono il termometro se non delle difficoltà, almeno dell’instabilità del momento. Un anziano calzolaio è morto e nessuno ha preso il suo posto, qualche bar ha chiuso dall’oggi al domani, una sarta è sparita e un cliente le ha scritto un messaggio sulla saracinesca intimandole di restituirgli la sua giacca; una lavanderia che funzionava bene improvvisamente ha chiuso perché la proprietaria non ce la faceva più.

barIl proprietario del bar (Matteo di origini pugliesi), mi ha spiegato che per quasi vent’anni ha lavorato in un’azienda di una quindicina di dipendenti, poi gli hanno imposto una riduzione di orario di lavoro che gli è sembrato il preludio della disoccupazione e ha deciso di usare i suoi risparmi per mettere su un’attività.

IL CONTESTO. Il mio quartiere pullula di bar, il caffè ha quasi ovunque lo stesso sapore, eppure il nuovo arrivato spera di poter attrarre molti clienti grazie all’atmosfera del suo locale e quando passo dalle sue parti il sabato mattina ho l’impressione che, in effetti, le cose per lui non vadano male.

strada milanoDa ormai undici anni frequento la grande arteria che collega il centro di Milano all’aeroporto di Linate e ho visto le sue trasformazioni: l’arrivo di un discount-primo prezzo di una grande catena francese, il proliferare di bar gestiti da cinesi, la continua sostituzione di piccoli esercizi commerciali con punti vendita di catene diffuse in tutto il territorio nazionale, l’avvento di qualche sarto indiano o pachistano ed infine un negozio di una catena danese che vende cianfrusaglie. Eppure c’è ancora qualche italiano che prova ad aprire un esercizio commerciale, magari come ultima chance dopo il licenziamento o dopo una lunga ricerca del lavoro. Fiducia ed entusiasmo sicuramente anche se nella mia zona succede spesso che, alla chiusura di un negozio, segua l’apertura di un’altra attività. Ma è raro che lo faccia un italiano, questo è il punto.

precarioSTORIE NORMALI. La vita quotidiana è piena di storie normali. Roberto è giovane, ma ha già dieci anni di precariato alle spalle. Di fronte ha la decisione di convivere con la sua compagna con l’intenzione di mettere su famiglia. Ad aprile scade di nuovo il suo contratto di lavoro e lui non sa se e come verrà rinnovato. La sua compagna si è laureata a dicembre e adesso cerca lavoro. Non fa niente, aspettare ancora significherebbe non farlo più. Così la decisione è presa; per la casa, come accade per tanti giovani, la soluzione si è trovata in famiglia, ma senza convivenza con i genitori per fortuna. Per ora va bene e in futuro si vedrà.

Lui e la sua compagna rappresentano purtroppo abbastanza bene l’Italia che ha tanto patrimonio, poco reddito e nessuna speranza in un futuro migliore. Hanno studiato più dei genitori, si sono laureati bene ed in tempi ragionevoli, ma prendono casa solo grazie alle risorse della famiglia. Ovviamente, non avrebbero potuto chiedere un mutuo perché nessuna banca l’avrebbe concesso.

over 50Altro incontro. Andrea, quadro bancario, ha passato i cinquanta da un paio di anni. Lavora a Novara. Non è povero, ma quando racconta la sua storia ti fa quasi toccare ed annusare il declino del ceto medio. Entra in banca neolaureato e si occupa subito di cose interessanti, nei primi anni ottiene una serie di promozioni, nessuna gli cambia la vita ma ogni anno le cose per lui vanno un po’ meglio, poi a un certo punto non arrivano più scatti e gli vengono assegnate mansioni molto routinarie. La scorsa estate arriva la doccia fredda, la società in cui lavora la moglie chiude la sua sede milanese, lei rimane a casa e entra nella categoria di coloro che cercano lavoro senza particolare speranza di trovarlo. Ogni mattina, (adesso ha tanto tempo libero) accompagna il marito alla stazione. Chiedo ad Andrea come va, lui mi risponde che aspetta con ansia il nuovo accordo tra sindacati e dirigenza, perché sembra che la dirigenza voglia che molti over 50, quelli che in banca guadagnano di più, accettino un lavoro part-time fino al pensionamento. Andrea mi dice che con la moglie a carico per lui anche una riduzione dello stipendio di 10 euro è pesante, mi dice che è quasi contento che il padre, anche lui bancario, sia morto da un anno e non abbia visto il declino del suo settore e di suo figlio.

CONCLUSIONE. Milano è ancora Milano cioè una città benestante, eppure adesso, al sesto inverno da quando è divenuta conclamata la crisi il ceto medio ha paura. È sempre la capitale economica del paese, non è una città povera, eppure dopo un inizio di millennio non brillante e dopo diversi anni di crisi acuta non si salva dalle tensioni e dai drammi. I giovani fanno molta fatica a trovare lavoro, intraprendere un’attività diventa sempre più una scommessa e chi ha superato i 50 anni sta in mezzo al guado e ha paura di cadere all’improvviso. La speranza è che chi ha in mano il potere si ricordi di queste e di tante altre storie normali delle quali è fatta l’Italia. La fiducia e l’entusiasmo sono beni preziosi e la politica, finora, li ha dissipati senza criterio

Salvatore Sinagra

Lettera aperta a chi è come me

Anche l’operaio vuole il figlio dottore…… Impressa nella mente e nell’indole rivoluzionaria di una 15enne che avrebbe voluto cambiare il Mondo, di chi da bambina ha vissuto le ingiustizie di un Mondo corrotto, ingiusto, quasi sempre contro i più deboli.

prospettiva giovaniIl bilancio a distanza di quasi 20 anni? Forse ci avrei dovuto rinunciare a tali pretese.

Sono cresciuta e ho maturato la mia coscienza politica nei centri sociali. Ho imparato tanto: la passione, la determinazione e la consapevolezza che i cambiamenti sono possibili con l’impegno e la dedizione: si è cominciato con le occupazioni a scuola, con le manifestazioni nella piazza di un piccolo paese di provincia che poi, ho scoperto, nessuno…. neanche i tuoi stessi concittadini, nonostante vivessero lo stesso disagio, avrebbero preso in considerazione.

Ho imparato l’amore, per me ma soprattutto per gli altri, per chi (secondo le mie illusioni gli elementi culturali e la forza di tutelare i propri diritti non ce l’aveva). AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO, per me, ha assunto le forme di “Ama il prossimo tuo più di te stesso”.

Mi sono iscritta all’Università. Ho studiato Scienze Politiche: anche qui impegno, dedizione, sete di sapere e di essere. Notti di studio, non solo strumentali agli esami perché, da qualche parte avevo letto che per essere liberi bisogna essere colti e il rapporto è direttamente proporzionale. Certamente non me lo avevano insegnato al Liceo, né tantomeno all’Università ma sapevo che era vero, in sostanza non potevo essere infinocchiata se sapevo! Che volessero farlo, infatti, mi era chiaro dallo sguardo del mentitore: in televisione, per strada, tra i miei coetanei….

Mi sono laureata nel 2006, quasi col massimo dei voti e il mio territorio mi stava troppo stretto, mi opprimeva, avevo voglia di scoprire e di essere fuori di un contesto protettivo, troppo protettivo.

Una grande opportunità: una borsa di studio per un master fuori regione. 15.000 Euro in tasca per realizzare un sogno, non solo professionale.

Valigia, ricordi, laurea e via…. Intercity per Roma….. Master in studi europei e relazioni internazionali: volevo raggiungere, in qualche modo, il mondo delle ONG.

Ancora libri, studi, dedizione, interesse molto oltre quello che imponeva il mondo accademico post-universitario.

Ecco fatto, un altro titolo in tasca…. Via, si parte con la ricerca del lavoro perché non è che nella vita si può essere rivoluzionari sognatori per sempre….

1187 Curricula inviati…. Nessuna risposta, neanche quella classica: “non siamo in cerca di nuove risorse ma terremo in banca dati le sue referenze”…. NIENTE.

Che faccio? Bagagli e a casa?giovani e futuro

No! Eccola, arriva la grande opportunità della tua vita: un progetto di servizio civile in una onlus. 13 Mesi di impegno civile e di tutela dei diritti. La lotta rivoluzionaria che col passare del tempo ti rendi conto deve essere razionalizzata, canalizzata e diventare costruttiva aveva l’opportunità di concretizzarsi. Un anno bello, intenso, piacevole, di grande valore umano….

Mi sono impegnata tanto ed ecco che, per una volta, qualcuno è stato capace di intercettare il tuo impegno: PROPOSTA DI CONTRATTO, a tempo determinato…. Ma sempre proposta di contratto…. Potevo lavorare e combattere per i valori di giustizia, libertà e uguaglianza cui sempre avevo creduto: era un’opportunità fantastica. L’ho sfruttata fino in fondo e anche i miei colleghi di lavoro e i responsabili se ne sono accorti: mi hanno offerto un lavoro a tempo indeterminato…

Ho comiciato a costruire il mio futuro, ho anche trovato l’amore: un ragazzo senegalese della mia età. Un amore meraviglioso, di quelli che fanno venire i brividi: la diversità culturale ti arricchisce, ti stimola, ti fa pensare che tutti gli uomini del mondo e della terra hanno il sangue rosso e il cuore che batte con le stesse frequenze.

Un passato doloroso ci ha uniti e la voglia di cambiare il Mondo, il motore del nostro rapporto.

In Europa però c’è la crisi. Lui non ha lavoro e rischia il rimpatrio per la mancata possibilità di rinnovo del permesso di soggiorno. La tua famiglia non condivide la tua scelta; il tuo reddito, appena sufficiente al sostentamento, adesso deve bastare per due; la tua famiglia ti è ostile e tu ricominci una trafila che ormai dura da tanti anni, da troppi: cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi fino a non poterne più…. Fino ad esserne stremato…..

C’è qualcosa, però, che ti dice che non sarà così per sempre: hai fiducia, speranza e desiderio forte di cambiare perché quando una situazione diventa insostenibile, come quella di oggi non può essere diversamente: in meglio o in peggio la stasi non può perdurare.

Sono convinzioni personali, però, illusioni non riscontrabili nella realtà di questo nostro Paese che, a distanza di due mesi dalle elezioni politiche non riesce a darsi un governo, non riesce ad unirsi intorno ad un unico grande tema: il benessere delle persone e la restituzione della dignità ad ognuno.

Scritto da: Una persona come tante

Gioventù bruciata: dalla beat alla neet generation (di Gaspare Serra)

Saranno forse “non + disposti a tutto” -ricalcando un noto slogan sindacale- ma i giovani italiani dovranno al più presto farsi le ossa per crescere in un Paese di “lupi travestiti d’agnello”, pronti a sbatterli sommariamente sul banco degli accusati.

Al bando ogni senilismo demagogico o giovanilismo di comodo, è solare che sia facile scovare, nel mucchio dell’intera “generazione Y” nata a cavallo tra gli anni ‘80 e ’90, adolescenti viziati e menefreghisti, pronti a prendersela col mondo intero pur di non assumersi le proprie responsabilità; studenti parcheggiati all’università, che preferiscono vivere di rendita piuttosto che cercarsi un lavoro; giovani fannulloni impiegati nella pubblica amministrazione i quali, conquistato il “posto fisso”, ripongono il minimo impegno nel proprio lavoro.

Di “mele marce” se ne trovano in qualsiasi paniere: chi fa politica, anzi, ha meno autorità di chicchessia nel dare lezioni di morale…

Esiste, però, un’Italia “per bene” di cui andare fieri: una “meglio gioventù”, silenziosa ma pur sempre maggioritaria, che tutti i giorni si fa in quattro per formarsi al meglio nelle nostre università, per mantenersi in qualche modo negli studi o per farsi strada nel mondo del lavoro puntando sulle proprie forze.

È accettabile, allora, che lo sport nazionale preferito da certi politici -ultimamente praticato con successo anche dai tecnici- sia divenuto il “tiro al bersaglio dei giovani”, una gara senza regole ad offendere, umiliare, bistrattare un’intera generazione (ieri sconsideratamente cresciuta a “pane e televisione”, oggi maldestramente rabbonita con “bastoni e carote”)?

Il ministro del Lavoro ha esortato i giovani ad “accontentarsi” nella ricerca di prima occupazione.

Il vero problema, semmai, è che ci si accontenta fin troppo: i più non sono affatto “schizzinosi”, né nella ricerca del primo né del secondo, terzo od ennesimo lavoro!

I dati parlano da soli: il 71% dei giovani under 35 è disponibile ad accettare qualsiasi lavoro, purché remunerato (fonte CISL), mentre il 25% dei laureati si è adattato benissimo a svolgere un’occupazione con bassa o nessuna qualifica e oltre il 30% svolge un’occupazione del tutto diversa da quella per la quale ha studiato (fonte Banca d’Italia).

Chiedere quantomeno d’essere pagati, fosse anche per il più umile mestiere, vuol forse dire esser “choosy”?

Liquidare il problema dei giovani senza lavoro con un “vadano a scaricare le cassette al mercato” (alias Renato Brunetta), poi, è quanto di più banale e demagogico si possa affermare.

Qual è la funzione della Politica? Preparare sommessamente i giovani “al peggio” oppure tentare di offrir loro opportunità, ricercando qualsiasi soluzione per sciogliere i nodi e i lacciuoli che legano il mercato del lavoro e bloccano l’economia?

Invitarli a competere con la manodopera rumena e la manovalanza tunisina o stimolarli a misurarsi con i giovani ingegneri indiani e i nuovi imprenditori cinesi?

Se s’inculca nei giovani la convinzione che il lavoro serva soltanto a guadagnarsi da vivere e “portare a casa lo stipendio”, non anche a realizzarsi e mettere in campo le proprie capacità, come stupirsi del fatto che i laureati diminuiscono sempre di più, mentre crescono gli inattivi e gli sfiduciati?

Se s’inibisce nei giovani finanche la capacità di sognare un futuro migliore, che ne sarà di loro?

L’impressione è che, dietro a queste ripetute “gaffe”, si celi una strategia ben mirata: la ricerca dell’“alibi perfetto” per sottacere le gravi responsabilità di un’intera classe dirigente nell’affrontare i problemi della mancanza di occupazione, crescita e sviluppo, che certo non dipendono solo da fattori esogeni (l’assenza di un’Europa politica, la crisi finanziaria internazionale o la congiuntura economica sfavorevole).

Un esempio chiarificatore? Tra il 1999 ed il 2007 l’Italia ha beneficiato del c.d. “dividendo dell’euro”, ovvero di bassi tassi d’interesse sul debito pubblico che hanno consentito di risparmiare centinaia di miliardi (secondo alcuni economisti, addirittura “100 miliardi” di euro all’anno).

Un enorme “tesoretto” che, se oculatamente speso in politiche d’investimento e affiancato da riforme strutturali, avrebbe consentito all’Italia di essere tra i paesi più virtuosi d’Europa, piuttosto che tra gli stati “pigs” citati come modello negativo persino nella campagna elettorale americana.

Di chi la responsabilità se l’Italia negli anni Duemila ha “dilapidato” queste risorse?

Se in capo ad ogni italiano grava un debito pubblico di oltre “30.000 euro”, in termini assoluti il terzo al mondo (tra il 1950 e il 1969 la media del debito pubblico in rapporto al Pil era del 30%, oggi ha sfondato quota 126%)? Se la spesa pubblica è lievitata a dismisura (nel 1950 si attestava sotto il 25% in rapporto al Pil, oggi supera il 50%)? Se la pubblica amministrazione è divenuta un ente erogatore di stipendi, piuttosto che di servizi (Sicilia docet)? Se il nostro regime tributario è il più opprimente al mondo (nel 1951 la pressione fiscale era del 18,2%, oggi supera il 55%)? Se i costi del lavoro e dell’energia sono nettamente più alti della media europea? Se le ultime grandi imprese italiane (vedi la Fiat) e le poche multinazionali straniere presenti (vedi l’Alcoa) pagherebbero penali pur di delocalizzare? Se la corruzione ci costa “60 miliardi” di euro l’anno, mentre l’evasione fiscale il doppio?

Di chi la responsabilità se l’Italia si è ridotta ad un Paese “a corto di futuro”, con il cappio al collo del debito e la pistola dei mercati alla tempia?

Tutto questo è forse imputabile ai giovani che solo oggi si affacciano sul mercato del lavoro, magari illusi che il mondo reale non fosse poi così distante da quello rappresentato da “mamma Tv”? È colpa dei giovani italiani se un loro coetaneo su tre è senza lavoro? Se la loro generazione è divenuta “precaria” per antonomasia? Se l’ingresso nel mercato del lavoro solitamente passa attraverso la scorciatoia obbligata di un’occupazione in nero e senza tutele? Se il mondo delle professioni è chiuso a camera stagna da caste autoreferenziali, mentre il mercato del lavoro è drogato dal precariato? Se gli stipendi degli italiani sono in media i più bassi d’Europa, per molti insufficienti a garantire una piena indipendenza economica dalla famiglia d’origine? Se molti di loro -i migliori o i più audaci- preferiscono scappare all’estero piuttosto che accontentarsi di un lavoro tanto dequalificato quanto malpagato?

Su un punto ha perfettamente ragione il viceministro Martone: essere giovani in Italia vuol dire aver ricevuto in dote dalla sorte una “sfiga” pazzesca!

A chi il compito di indicare una qualche via d’uscita, “una luce in fondo al tunnel”? A una classe politica “novecentesca”, la stessa che fin oggi ha scavato la fossa sotto i piedi dei propri figli? Ad un governo tecnico -il più sobrio degli ultimi 150 anni- che, definendo “perduta” la generazione dei 30/40enni (alias Mario Monti), ha già giudicato spacciati un quinto dei cittadini che rappresenta?

Che futuro può avere un Paese che, piuttosto che riconoscere i giovani come un “organo vitale” del Sistema, li liquida sbrigativamente come un “arto in cancrena” da amputare per salvare il resto del Corpo sociale?

  Trovi il testo completo del dossier “Gioventù bruciata” sul blog Panta Rei:

http://gaspareserra.blogspot.it/2012/11/gioventu-bruciata.html

Giovani, svegliatevi (di Giovanna Faggionato)

Pubblichiamo un articolo tratto da www.lettera43.it che rappresenta un punto di vista sulla questione giovanile che merita di essere conosciuto e dibattuto.

La chiamano generazione jobless, senza lavoro. Oppure perduta, come la Gioventù che diede il titolo a un film di Pietro Germi nel dopo guerra. Sono i giovani europei dai 20 ai 30 anni: un’infornata di vite interrotte dalla crisi finanziaria globale, dal riposizionamento strutturale dell’Europa nell’economia mondiale e dallo scoppio della bolla del debito pubblico italiano.
Un insieme di crisi sovrapposte ha deviato le loro biografie, modificato le abitudini e ristretto le prospettive. Forse per sempre. La stampa americana vi ha dedicato rivoli di inchiostro, la politica nostrana fiumi di parole. Ma pochi, in compenso, hanno provato ad affrontare la realtà per quella che è, a capire chi sono veramente i giovani perduti d’Europa, che prospettive hanno e come sarà il mondo quando finalmente vi troveranno posto.

LA PAROLA AGLI ESPERTI. Lettera43.it ha cercato di capire chi sono e cosa possono aspettarsi dalla vita, dialogando con il senatore, già ministro del Lavoro, Tiziano Treu, e con il sociologo, già direttore del Censis, Nadio Delai. Con un primo consiglio da tenere a mente: «I ragazzi devono prendere in mano il loro destino, dare uno scossone al sistema», ha esordito Treu. Ma partendo dalla realtà: «Devono smettere di lottare per avere il futuro dei genitori», ha avvertito Delai, «perché quello non lo avranno mai».

La crisi e un mercato del lavoro morto

La crisi del sistema Italia e dei suoi giovani risale a metà degli anni Duemila, ben prima dello scoppio della bolla dei subprime americana che ha trascinato l’economia mondiale nella recessione. Buona parte della classe imprenditoriale e politica italiana ha abbassato gli occhi, fatto finta di non vedere o incolpato qualcun altro. Il risultato è  che in Italia la platea dei perduti è più ampia che in altri Paesi.

Con buona approssimazione si può dire che la generazione jobless comprende chi oggi ha dai 20 e ai 35 anni. Poi sono arrivati a farci compagnia anche spagnoli, portoghesi e greci, ma anche francesi e olandesi. In un’Eurozona in cui la disoccupazione giovanile ha toccato il tasso record del 22,6%, si può dire che tedeschi e scandinavi sono l’eccezione.

APPRENDISTATO DIFFUSO. L’Italia in più si è presentata di fronte alla crisi con strumenti di protezione ormai diventati trappole. E le imprese hanno utilizzato il sistema della cassa integrazione per parcheggiare rami d’azienda decotti.

Secondo l’ex ministro invertire la rotta si può: con l’introduzione massiccia dell’apprendistato e con investimenti nella ricerca. «Tutte cose che già sappiamo, ma che non sono mai state fatte», ha commentato amaro. «Se iniziamo domani mattina, tra due o tre anni avremo risultati. In Germania,  intanto, il 60% dei giovani entra nel mercato del lavoro grazie a questa formula. Persino l’ex numero uno di Mercedes è stato apprendista».

TUTELARE I GIOVANI. Certo c’è un problema di volontà politica, di ricambio della  classe dirigente, ammette Treu, responsabile dell’introduzione nel 1996 dei primi contratti di lavoro interinale. Un’iniziativa di cui non è affatto pentito: «Il problema sono le aziende che distorcono gli strumenti, la precarietà diffusa delle false partite Iva». E poi la politica immobile: «Renzi», ha commentato il senatore, «sta tirando calci negli stinchi e, anche se non lo ritengo un genio, spero che continui».

Dopo tante speranze mal riposte, però, sarebbe stupido affidare il destino di una generazione a un nuovo parlamento e sperare nella politica. Piuttosto conviene prendere consapevolezza delle prospettive e costruire il proprio progetto individuale. Tenendo conto di quattro macro tendenze.

1. Meno università e figli prima

Il consiglio degli esperti è rassegnarsi su un punto: la vita da studente sarà più corta, l’illusione dell’istruzione perpetua è finita. E il mercato del lavoro Ue non tornerà ai livelli pre crisi: il sistema continentale sta dimagrendo ed è destinato a rimanere sottopeso.
In questo scenario l’Italia vanta istituti d’istruzione secondaria di eccellenza, equivalenti per preparazione alle università triennali francesi e tedesche e dovrebbe sfruttarli al meglio.
AL LAVORO A 22 ANNI. L’ingresso nel mondo del lavoro avverrà prima: in media a 22 anni, dopo una laurea triennale, sul modello dei Paesi del Nord. I master saranno probabilmente per pochi, sperando che non siano solo per pochi ricchi. «Non si può continuare a spostare la selezione sempre in avanti», ha argomentato Treu. “E anche la biologia si adatterà al nuovo sistema: si faranno figli prima e il ciclo di vita ritornerà ad assomigliare a quello dei ventenni degli anni Cinquanta e Sessanta.”

2. Il ritorno dell’industria, imprenditoria sociale e nuovo artigianato

Secondo trend: i grandi fiumi del lavoro si sono esauriti. Finiti gli impieghi pubblici, scomparsi i concorsi, ma ridotti anche gli sbocchi nei servizi, da sempre  ventre molle dell’economia italiana.
Finora tutti potevano improvvisarsi consulenti o tentare la professione di avvocato, regalandoci il più alto tasso di legulei in Europa, in media 3,7 ogni mille abitanti, quando la Germania si ferma a 1,8 e la Francia allo 0,8.

FINITA LA BOLLA DEI SERVIZI. Il terziario è destinato a sgonfiarsi almeno fino al 2017, poi la selezione sarà più stretta. Intanto sarebbe bene rivalutare le opportunità occupazionali offerte dall’architrave dell’economia italiana: la piccola e media industria. Rivalutare quindi le professionalità tecniche, anche altamente qualificate, nei campi dell’elettronica, dell’idraulica o della meccanica. Una conseguenza inevitabile sarà la contrazione verticale della scala sociale. «Forse l’universitario tornerà a fare il tornitore», ha ammesso Delai.

CURA E MANUTENZIONE. In compenso si amplieranno le possibilità nel campo dell’assistenza e della cura della persona e della famiglia, il settore paramedico e dell’educazione. E poi altro spazio ci sarà nella manutenzione del territorio e, se la classe dirigente dimostrasse intelligenza, dei beni culturali. Probabile anche un ritorno al mestiere di artigiano, anche creativo, intellettuale, magari digitalizzato: un artigianato degli anni Dieci del Terzo millennio.

3. Il disimpegno dello Stato e un nuovo equilibrio famigliare

L’altra tendenza in atto con cui confrontarsi è il progressivo ritiro dello Stato dall’intervento economico. Ci sarà dunque uno spostamento forzoso dagli impieghi pubblici a quelli privati. E sarà necessario un cambiamento profondo di mentalità, inclusa quella della famiglia.
Questa generazione smetterà di offrire ai figli abitazioni e case e piuttosto pagherà loro un soggiorno all’estero per trovare lavoro. Si passerà insomma da un investimento nella rendita a uno produttivo anche nel bilancio famigliare. L’erosione del risparmio privato, necessaria per affrontare la crisi attuale, farà sì che si ritorni al punto di partenza: ogni generazione dovrà fare da sé. Il divario tra aspettativa di vita e realtà, infatti, è destinato ad allargarsi ulteriormente: «Questa generazione ha impattato in un cambio del ciclo di vita e ora ha l’onere di costruire il proprio futuro», ha affermato Delai.

4. Nuovi migranti e una scommessa da vincere

Per costruirlo, questo futuro negato, tanti prenderanno la valigia. Una minoranza l’ha già fatto, ma oggi il 54% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni vive coi genitori. Nei prossimi anni invece la rotta Catania – Torino su cui negli Anni 60 si mossero 3 milioni di persone, con punte di 700 mila migranti l’anno, sarà sostituita dalla Rovigo – Stoccolma, cioè dalla migrazione verso il Nord Europa. L’orizzonte diventerà quello continentale e lavorare a 200 chilometri da casa potrebbe essere normale.

TOPI NEL FORMAGGIO. «E basta dire che la generazione precedente ha rubato loro il futuro, quando magari hanno potuto studiare grazie alla pensione dei genitori. Anche loro sono topi che hanno rosicchiato nel formaggio», ha sintetizzato Delai con una metafora.
Topi pieni di illusioni gonfiate a dismisura, che a un certo punto hanno visto scoppiare la bolla delle aspettative: «Abbiamo vissuto un periodo in cui ogni desiderio era un diritto per tutti. C’è stata la bolla del mattone e della finanza e anche quella dell’individualismo».
Paradossalmente il sociologo trentino è convinto che debba tornare anche la solidarietà: «Competitività e solidarietà sono ingredienti da equilibrare in ogni società. E per troppo tempo la prima ha dominato la seconda». Forse sarà questa la chiave con cui vincere la scommessa. Forse un giorno la gioventù che oggi è perduta sarà ricordata per essere stata capace di svoltare e di costruirsi un futuro diverso.

Giovanna Faggionato da www.lettera43.it

I giovani: una generazione perduta? (di Luca Aterini)

«Impegnamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre di generazioni perdute». Nell’intervista rilasciata a Sette, Mario Monti spiega che tra le qualità che gli piacerebbe avere rientra «la spontaneità», ma talvolta la esercita con fin troppo vigore. La realtà che accomuna una fetta sempre più grande dei giovani italiani è certamente allarmante; non serve ricorrere alle opinioni per averne conferma quando, una volta tanto, basta osservare i numeri. I dati più recenti prodotti dall’Istat parlano di un tasso di disoccupazione giovanile giunto al 36,2%, un record. Fossimo davvero in un «percorso di guerra», questo sarebbe un bagno di sangue.

Se la libertà di stampa, come suggeriva Orwell, consiste nel diritto di poter dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire, è opportuno che il premier rimarchi la drammaticità della situazione. Un conto, però, è dire che sì, i giovani sono tra le prime vittime della crisi, ma che comunque la società tutta saprà impegnarsi per garantire loro un futuro (che è il futuro stesso della società); un altro paio di maniche è invece affermare che «la verità purtroppo non bella da dire, è che messaggi di speranza – nel senso della trasformazione e del miglioramento del sistema – possono essere dati ai giovani che verranno tra qualche anno. Ma esiste un aspetto di “generazione perduta” purtroppo. Più che attenuare il fenomeno con parole buone credo che chi in qualche modo partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni».

«Limitare i danni» è urgente, ma non sufficiente. Tolta anche la speranza, davvero non rimane più nulla, e questo non possiamo permettercelo: resterebbe l’accanimento terapeutico, e staccare la spina al paziente esangue sarebbe allora un attimo. Questa forma di rassegnazione ben si inserisce nella corrente che – da decenni, ormai – spinge la maggioranza dei Paesi occidentali, i cosiddetti “paesi civili”, a produrre ambienti sociali caratterizzati dalla disuguaglianza, che è l’unica cosa che cresce in questi tempi di magra economia.

Secondo dati Ocse, nel 2008 il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta. Ecco che le proteste di strada dei movimenti Occupy contro l’1% della popolazione ricca, contrapposta al restante 99%, nelle loro estremizzazioni ne nascondono un’altra, di “verità purtroppo non bella da dire”: come scrive Leopoldo Fabiani per La Repubblica, citando i dati proposti dal Nobel Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro, The Price of Inequality: addirittura negli Stati Uniti «accade che sei persone (gli eredi della famiglia Walton che controlla l’impero commerciale Wal-Mart) dispongano di una ricchezza di 90 miliardi dollari, equivalente a quella dell’intero 30% della popolazione americana.

La disuguaglianza tra la parte più ricca e quella più povera della società, diventata clamorosamente evidente in questi anni di recessione e di impoverimento generale, ha radici che vanno indietro nel tempo».

La nostra stessa Carta costituzionale afferma, all’articolo 3, che «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Un principio di uguaglianza sostanziale, che il presidente del Consiglio non può liquidare affermando soltanto la volontà di «limitare i danni» della crisi per le nuove generazioni.

Rifacendosi alla definizione stessa di sviluppo sostenibile, stilata nel 1987 nel rapporto Brundtland della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, quello desiderato è «uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni». Non c’è spazio per limitazioni dei danni, quanto per la volontà propositiva di cambiare modello di sviluppo, un compito per le quali le giovani generazioni – che abiteranno il pianeta negli anni a venire – hanno un ruolo centrale.

Riscoprendosi progressista, nella stessa intervista Monti afferma che «non bisogna più avere paura, come è stato per venti-trent’anni dopo l’inizio di Reagan e Thatcher, di parlare di politiche contro le eccessive disuguaglianze e di fiscalità progressiva». Bene, cominciamo dunque a parlarne da subito, riguardo al presente e non solo ad un futuro indefinito.

Luca Aterini da www.greenreport.it

Contro il precariato per riprendersi la bellezza della vita (di Simona Davoli)

Sono belli e incazzati i giovani che in questi ultimi anni sono scesi in piazza il contro il precariato. Una generazione che ha subito fin troppo e che ora dice basta a questa brutta realtà che non li rappresenta.

Ma l’idea di bellezza verso cui tendono le ragazze e i ragazzi che combattono questo sistema precario del lavoro, non è l’idea del bello imposta dalla società dell’immagine attuale fatta di apparenza e estetiche innaturali. Quello di cui ci si vuole riappropriare è un concetto di bellezza legato alla tradizione della Grecia antica.

Un’idea per cui la bellezza e’ l’armonia del tutto. E proprio per denunciare il disordine e la disarmonia della società italiana odierna che costringe le sue menti più preparate ad emigrare all’estero e relega in una specie di sottoscala emotivo e professionale i cervelli che restano che si continua a protestare contro un governo che con la sua riforma del lavoro sembra non aver compreso affatto la gravità del sistema del lavoro italiano e le conseguenze tragiche che questo sistema sta provocando.

Oggi viviamo in una realtà che costringe un’intera generazione di persone brillanti e colte a fare da assistenti, e spesso da schiavetti, a un folto gruppo di over 60 ignoranti e prepotenti che hanno dalla loro solo il peso (e non la forza) degli anni e dei posti fissi.
Non ne possiamo più di un’Italia che ci costringe ad imparare, dopo anni di studio, l’unica lezione che non abbiamo mai voluto apprendere, ovvero che una raccomandazione vale più di un buon curriculum. Non se ne può più di una realtà dove l’operaio non può più avere il figlio dottore, grazie ad un Paese in piena discesa sociale.

Noi che abbiamo dalla nostra la forza delle idee nuove e dei nostri studi, siamo pronti a riprenderci con ogni mezzo quel pezzo di bellezza della vita che ci è stato rubato dallo squallore dell’Italia dell’ultimo ventennio.

Noi non abbiamo colpe. Abbiamo studiato e lavorato come muli per veder realizzato quelli che consideravamo essere i nostri diritti prima ancora che e i nostri sogni.

Vogliamo goderci la bellezza di avere un figlio senza dover decidere se farlo o no in base ad un rinnovo contrattuale. Vogliamo avere la possibilità, a trent’anni, di ospitare degli amici in una casa di proprietà che abbiamo potuto comprare grazie a un mutuo che le banche ci hanno concesso. Vogliamo poter tornare a dormire serenamente, senza svegliarci nel mezzo della notte all’idea della scadenza trimestrale del contratto di lavoro. Vogliamo, in conclusione, poter tornare a goderci le cose belle che la vita ci offre.

Con le manifestazioni, i flashmob e le sporadiche apparizioni tv, chiediamo che il nostro non sia considerato lavoro atipico, ma lavoro e basta. E che quindi sia retribuito dignitosamente con contratti che ci permettano di esprimere le nostre capacità, senza essere tenuti al laccio da un giogo padronale che oramai sembra essere tornato di moda.

Per riappropriarci della bellezza della vita che ci è stata sottratta non vogliamo barattare più nulla. Questo è il nostro tempo. Questa è la nostra vita e se non avremo risposte siamo disposti anche a scendere in piazza ogni giorno (imparando dal popolo arabo, se serve) per fare una nuova rivoluzione, bella e possibile.

Simona Davoli

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