Non avere paura di impegnarsi: intervista a Francesca Lagatta

Francesca Lagatta, 27 anni calabrese autrice della lettera aperta a Monti (pubblicata qui http://www.civicolab.it/?p=2437) impegnata nelle lotte sociali nell’alto tirreno cosentino

D. Quali sono le motivazioni del tuo impegno sociale e cosa pensi della politica?

R. Il mio impegno sociale nasce dall’esigenza che ho avvertito fortemente di dare una mano a chi ne ha bisogno. Da questa spinta sono arrivata anche all’impegno politico. La scintilla è stata una reazione a quella che considero una brutta pagina della politica calabrese: la riconversione dell’ospedale della mia città, Praia a mare. Ho pensato che non era giusto perché la salute dovrebbe essere tutelata ad ogni costo. L’ospedale di Praia era rimasto in vita per 41 anni salvando migliaia di vite e senza mai casi eclatanti di malasanità. Interessandomene ho anche scoperto che era l’unico ospedale della zona di Cosenza ad avere i conti in attivo. Da poco è stata decisa la sua trasformazione in Casa della salute con conseguenze gravissime sulla popolazione. Al momento abbiamo solo 2 ambulanze per un bacino di utenza di 62mila persone in un raggio di 70 km e una sola di queste è medicalizzata mentre l’altra può solo fare il trasporto.

Ecco io penso che la politica non possa compiere azioni che danneggiano i cittadini. La politica è il mezzo attraverso cui si arriva ad avere dei risultati, non il fine. Chi usa la politica come fine compie un’azione senza senso per il benessere della collettività anzi, lo danneggia con le conseguenze che, purtroppo, vediamo tutti i giorni.

D. Tu hai scritto una lettera aperta a Monti che rappresenta un grido di dolore dei giovani calabresi e un appello alle istituzioni e alla classe dirigente del Paese.

R. La lettera a Monti è arrivata in un momento di rabbia estrema nella quale ho avvertito che le situazioni di disagio delle quali tutti i giorni vengo a conoscenza svolgendo l’attività dell’associazione che presiedo non sono casi individuali bensì la manifestazione di un disagio collettivo. Ho provato una grande rabbia e un desiderio di ribellarmi, di fare qualcosa contro quella che sento come una grande ingiustizia. Per questo ho scritto quella lettera, prima di tutto volevo parlare ai calabresi e mostrare che reagire si può.

Oggi essere giovane è difficile ed essere giovane calabrese lo è ancora di più. Lottiamo ogni giorno contro l’ignoranza, contro l’omertà, contro la malavita e la crisi esaspera questi contrasti. Il messaggio che mando tutti i giorni ai miei concittadini è di non arrendersi e di non rassegnarsi a che le cose vadano così, perché possono cambiare a partire dal nostro impegno personale.

Cosa vuol dire cercare lavoro in Calabria  lo sanno bene i giovani calabresi, ma è un’esperienza che condividiamo con tutti i giovani. Il lavoro una volta era un mezzo per arrivare al benessere, oggi cercare lavoro è come giocare al lotto e il benessere appare molto lontano. Casomai l’obiettivo è la sopravvivenza il che significa, tra l’altro, continuare a farsi aiutare dalle famiglie e non pensare al futuro. Sappiamo dalle cronache che la ricerca del lavoro (e il lavoro che si perde) produce frustrazione e disperazione e rischia di diventare una piaga sociale con effetti negativi sulla vita delle persone.

D. E la politica in Calabria come risponde ?

R. La politica in Calabria è completamente sorda. Ci hanno tolto gli ospedali, ci vogliono far rimanere ignoranti, ci vogliono isolare. Fino a qualche anno fa spostarsi da Praia era più facile perché c’erano molti più treni, per esempio. Adesso non è più così e anche lo stato delle strade si può riassumere in un nome solo: Salerno-Reggio Calabria, l’eterna incompiuta. Sembra che l’Alto tirreno cosentino sia stato abbandonato e non faccia più parte nemmeno della Calabria. E i cittadini, purtroppo, non sembrano rendersene conto né capire che possono agire per il cambiamento.

Invece il modo ci sarebbe. Se i cittadini avessero dei punti di riferimento nei quali riconoscersi, qualcuno in grado di indicare obiettivi e di chiamarli all’impegno politico sarebbe un grande passo avanti. Questo c’è, ma in misura ancora insufficiente e così è ancora molto diffusa la rassegnazione e anche la paura. In realtà la presenza della ‘ndrangheta che si è impadronita di posizioni di potere anche nella politica si sente, ma io dico sempre a chi mi segue una frase: “l’uomo si nutre di cibo la mafia di omertà” perché fino a che rimarremo in silenzio faremo sempre il loro gioco. Basterebbe che ci ribellassimo tutti e che dimostrassimo di essere un popolo unito e le cose comincerebbero a cambiare da subito.

Ovviamente ribellarsi individualmente è difficile, bisogna organizzarsi nel sociale e in politica. In Calabria non mancano le associazioni, ma raramente sono associazioni che vogliono occuparsi di politica. Io, invece, penso che se ognuno si considera da solo non si possono affrontare i problemi della collettività. Io sono partita da un moto di rabbia personale, ma poi mi sono rivolta agli altri per agire insieme perché stare ognuno per conto suo e in silenzio fa solo il gioco della malapolitica e delle mafie.

D. Hai paura, non temi di rimanere isolata?

R. Assolutamente no, non ho paura e l’isolamento è il prezzo da pagare (e lo sto pagando), ma il mio è un messaggio di speranza perché si può fare molto per cambiare a partire da noi stessi. Io dico spesso agli altri: prendete esempio da me, reagire si può e si può non avere paura.

Per cambiare politica si deve partire dalle persone e spingere ad un cambiamento di mentalità e di cultura. È un lavoro lungo che non si fa in un giorno, ma da qualche parte si deve pur cominciare. Se ognuno di noi facesse un poco ogni giorno insieme potremmo fare tanto.

(Intervista del 25 maggio 2012)

Giovani in bilico, la vita sospesa dei NEET (di Rossella Rossini)

Sospesi. Nell’ombra. Hanno tra 15 e 29 anni. Non lavorano, non studiano, non seguono corsi di formazione. Li hanno chiamati bamboccioni. Li hanno chiamati fannulloni. Ora li chiamano “né, né”: trasposizione nostrana dell’acronimo inglese Neet, che indica il popolo dei giovani “not in employment, education or training“. Un fenomeno analizzato da istituti statistici e di ricerca in Italia e in Europa e ben in vista nell’agenda dei policy maker.

Nel nostro paese, uno studio recente della Banca d’Italia li ha contati: 2 milioni e 200 mila nel 2010, il 23,4% delle persone appartenenti a quella fascia di età, secondo l’ultimo rapporto “Economie regionali”. Quasi un giovane su quattro galleggia in questo limbo, di cui la crisi economica, dal 2009, ha dilatato i confini (erano meno di 2 milioni tra il 2005 e il 2008). Poco importa che l’Istat computi un più benevolo 22,1%, pari a 2 milioni e 100 mila: perché dietro i numeri ci sono persone, giovani senza presente e senza futuro, nella cui condizione si rispecchia il presente e il futuro di una nazione.

La rilevazione dell’Istituto centrale di statistica (“Noi Italia 2012”) mette in luce che nel 2010 la crescita dell’area dei Neet ha coinvolto principalmente il Centro-Nord, in particolare il Nord-Est, dove la crisi ha intensificato i fenomeni di non occupazione. Ma la quota di giovani che non studiano e non lavorano aumenta anche nel Mezzogiorno, dove la condizione di Neet rimane prevalente: l’incidenza raggiunge il picco del 30,9%, contro il 16,1% del Centro-Nord, evidenziando le maggiori criticità cui sono esposti i giovani residenti nel meridione. Soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia (tutte oltre il 30%), seguite da Puglia e Basilicata (28%). In termini di genere le donne, con una percentuale che supera il 26% sulla popolazione di riferimento, sono più rappresentate degli uomini (20%). Nel Mezzogiorno peraltro il fenomeno è così pervasivo da non mostrare nette differenze: il vantaggio per gli uomini si riduce (28,6%) rispetto alla quota femminile (33,2%). Aumenta anche la componente straniera, che nel 2010 raggiunge il 14,7% del totale dei Neet: 310 mila persone, un terzo della popolazione straniera tra 15 e 29 anni residente in Italia, con forte incidenza femminile. Quanto al titolo di studio, la quota più consistente di “sospesi” è in possesso della sola licenza di terza media: quasi un quarto (23,4%) dei giovani tra 15 e 29 anni privi di diploma sono Neet e la percentuale sale al 32,5% al Sud.

Ma neanche l’istruzione è una garanzia, in un paese caratterizzato da un forte disallineamento tra sistema scolastico e mercato del lavoro, come dimostrano i dati del sistema Excelsior (Unioncamere-ministero del Lavoro): nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro per giovani che le imprese non sono riuscite a reperire. Succede così che nello stesso limbo si trova anche il 19,8% dei laureati. In cifre assolute, sugli oltre 2 milioni di Neet, 988 mila sono privi di diploma (598 mila al Sud), 935 mila diplomati (oltre mezzo milione al Sud) e 187 mila laureati (di cui quasi la metà nelle regioni del Sud).

Ma chi sono, i giovani che appartengono a questa non-generazione? Giovani in bilico, perché hanno concluso gli studi e non trovano lavoro, neanche precario. Giovani che hanno abbandonato gli studi, rendendosi più fragili sul mercato del lavoro. Giovani che hanno perso il lavoro, più o meno precario, e non ne trovano un altro, neanche atipico. Aspettano. Disoccupati: un terzo dei Neet. Inattivi: il 65,5%. Sfiduciati: il 30% degli inattivi che non cercano lavoro. Anche perché non è facile smettere di essere Neet in un paese che ha il tasso di dispersione scolastica (18,8%) tra i più alti d’Europa; in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 35,9% (ultima rilevazione Istat, dato riferito al marzo 2012) e, tra i giovani che lavorano, 1 su 2 è precario. Al punto che, secondo Bankitalia, aumenta la quota di quanti escono dalla condizione di Neet entrando in attività formative e diminuisce quella di quanti riescono a farlo trovando un’occupazione, dopo periodi d’inattività sempre più lunghi: tra il 2007 e il 2008 il 32% dei giovani Neet trovava lavoro nel giro di 12 mesi, poi il periodo di completa inattività si è allungato e, già nel 2009, la percentuale è scesa al 28,8%. Succede così che in Italia la quasi totalità di figli resta in famiglia fino a 24 anni: il 96,9% tra 18 e 19 anni, l’86,1% tra 20 e 24. La percentuale continua a essere elevata anche tra i 25-29enni: 59,2%, attestandosi al 28,9% tra i 30 e i 34 anni. L’87,5% dei Neet maschi e il 55,9% delle femmine vive con almeno un genitore.

Rossella Rossini da www.lib21.org

Una generazione si costituisce parte civile (di Flora Frate)

La mia generazione, scriveva Giorgio Gaber, ha perso. La nostra no, perché non ci hanno fatto nemmeno tentare. La nostra generazione è negata, nascosta, omessa. Costretta a tacere, relegata in un angolo, soffocata. Negli ultimi quindici anni, la società ha subito stravolgimenti radicali. Ci hanno raccontato la “lieta novella” che più mercato e più flessibilità fossero opportunità di un futuro glorioso. Ci hanno costretto a credere, nostro malgrado, che precarizzare il mondo del lavoro fosse non solo ineluttabile, ma soprattutto un’opportunità che avrebbe prodotto “più lavoro per tutti”, andando a sostituire la rigidità del posto fisso con la dinamicità del mercato. Uno scambio del tutto impari e totalmente al ribasso per una generazione che si vuole negare, nascondere, omettere. Basta scorrere i dati in rete e le storie di precariato saltano agli occhi in tutta la loro prepotenza: agenzie interinali, una paga da fame, turni sempre più massacranti. Nel bel Paese della legge 30 (quella stessa legge che avrebbe dovuto garantire gli ammortizzatori sociali), l’unica traccia narrativa è quella dell’umiliazione e della solitudine sociale. In un Call Center non ci si può fidanzare, pena il licenziamento in tronco. Ci si distrae e si abbassa la produttività.

Eccola la nostra generazione, repressa e costretta a vivere in una dimensione approssimativa tra ricatti e certezze mancate. Una generazione che campa grazie ad un unico ammortizzatore, le nostre famiglie: padri e madri che hanno conosciuto una mobilità sociale inversa alla nostra, di crescita e consolidamento. Noi venti/trentenni abbiamo una mobilità capovolta, verso il basso, tendente all’esclusione e all’emarginazione. E non c’è da sorprendersi se è alta, e continua a crescere sempre più, la nostra disillusione nei confronti dei partiti e delle Istituzioni.

Sentiamo la politica come un corpo estraneo ed invasivo, piuttosto che come uno strumento di indirizzo della collettività. La politica di chi ha sbagliato e rubato, ricade sulla nostra instabile generazione: ci fanno pagare un prezzo altissimo per i loro errori e i loro sprechi.

Ci chiedono di risanare questo Paese sulle nostre spalle, stringendoci sempre più in un limbo di non-esistenza. Sempre più negati, sempre più nascosti, sempre più omessi. E oltre il danno, anche la beffa. Non solo relegati ma anche offesi; bamboccioni e sfigati è il modo in cui la nostra generazione viene rappresentata dai Signori del Governo, di ieri e di oggi. Siamo descritti come “mammoni” da persone che parlano di ciò che non conoscono, che si ergono su santuari di arroganza non avendo alcuna consapevolezza degli argomenti in questione. Perché non si dice, ad esempio, che la trasformazione del sistema universitario ha generato un enorme esamificio incapace di formare la futura classe dirigente di questo paese?! Perché non si dice, ancora, che la laurea triennale è stata una clamorosa truffa generazionale, di migliaia di giovani che prima si sono visti scartati a vantaggio di chi era laureato col Vecchio Ordinamento e poi nuovamente buttati via perché il mercato esigeva laureati con la Magistrale?! Perché ci si dimentica di dire che siamo schiavi all’interno di un meccanismo infinito di tirocini, il cui requisito d’ammissione – paradossalmente – è già di per sé un’alta qualità formativa?! Perché nessuno ricorda che a lasciare questo paese sono menti valide, di studiosi e ricercatori che qui non trovano alcuna prospettiva?! Come mai nessuno denuncia che a soffrire maggiormente del precariato sono le giovani donne, che ai colloqui si sentono chiedere se hanno intenzione di fare famiglia?!

È sempre più forte lo scollamento tra la realtà e ciò che si vuole rappresentare. A cominciare dai partiti, dove la nostra presenza la si vuole sempre più testimoniale e mai intesa come una reale risorsa. Dobbiamo tacere e non contraddire il capobastone di componente, pena l’esclusione totale. Partiti balcanizzati da logiche personalistiche, contro le quali le nuove generazioni si scontrano pesantemente. Il successo del Movimento 5 Stelle ci racconta questo: Grillo a parte, esiste una generazione capace di organizzarsi facendo emergere tutto il proprio malessere.

Ed è esattamente questo che dobbiamo fare, rompere il compromesso del silenzio e della mortificazione. Ai partiti che vorrebbero sublimare la questione all’insegna di un presunto patto generazionale, noi vogliamo rivendicare che negli ultimi quindici anni siamo stati vittime di una pesante truffa generazionale. Il precariato è un vestito tagliato su misura, un’imposizione categoriale che vogliamo rifiutare. Il precariato è stato costruito per svilire il nostro potenziale, per crocifiggerci all’esistente mortificando il nostro futuro. Un futuro che non vogliamo suicidare.  Contro questa truffa la nostra generazione si costituirà parte civile contro lo Stato. Ci presenteremo come parte lesa, come soggetti pesantemente danneggiati da scelte politiche che hanno messo un’ipoteca sui nostri sogni e sul nostro talento. Non vogliamo stare fermi a guardare. E vogliamo che tutto questo parta da Napoli, da quel Sud che si vuole rappresentare come una zavorra, come peso inutile di un’Italia che altrimenti prenderebbe il volo. Da qui, dal nostro Sud, muoveremo la nostra denuncia. Presenteremo un regolare esposto contro lo Stato, un gesto che va ben oltre il simbolico.

Siamo stanchi di essere negati, nascosti, omessi. Siamo vittime di una truffa e in quanto tale ci costituiremo parte lesa. La nostra generazione deve osare.

Flora Frate (tratto dal gruppo Facebook “Generazione parte civile”)

Il precariato: sono i giovani i veri colpevoli? (di Flora Frate)

Il ministro Fornero insiste che i giovani vogliono lavorare stando vicino a mamma e papà. Monti afferma che il posto fisso è noioso e si dice, inoltre, che chi guadagna 500 euro al mese è uno sfigato al pari, dunque, di una persona che si laurea in ritardo, quasi a costruire un parallelismo di questo tipo: “ lo sfigato che si laurea in ritardo guadagna 500 euro al mese”.

In qualità di rappresentante degli studenti e dei precari, cercherò di fare un punto della situazione basandomi sulla mia esperienza personale oltre che istituzionale. Un  laureato alla triennale, età compresa tra i 22 e 23 anni, non aspira (ancora) di sicuro al posto. Ascoltando le testimonianze di molti giovani studenti, posso affermare che l’aspettativa  del posto fisso non emerge e le motivazioni sono molteplici:

1) la coscienza del futuro non è ancora sviluppata; 2) la necessità è il completamento del percorso  di studi, al Nord quanto all’estero; 3) i giovani credono di investire nello studio per garantirsi le competenze necessarie alla realizzazione dei propri  progetti di vita; 4) perché, riportando l’esempio dei sociologi non sanno come spendere la propria laurea nel mercato del lavoro.

Non potendo lavorare gli studenti  aspirano ad  un tirocinio sia per  sviluppare competenze specifiche e pratiche – prevalentemente per i laureati nel settore umanistico –  sia per un efficace ed efficiente servizio di orientamento al lavoro. Il Sud, poi, soffre di un basso feedback tra la  laurea/ tirocinio/lavoro. In Campania abbiamo assistito ad un investimento regionale nella  formazione fine a se stessa e senza reali sbocchi lavorativi.  Softel e Almalaurea, servizi  telematici di orientamento al lavoro e all’università, non hanno mai soddisfatto gli studenti.

Una volta laureati non si trova altro che call center e centri commerciali. Se l’unica alternativa valida al contratto atipico sembra essere il posto fisso, è chiaro che si preferisce  la certezza di quest’ultimo. Or dunque, se la figlia della Fornero lavora a Torino, comoda affianco alla mamma, di quali giovani stiamo parlando? È chiaro che questo governo non conosce la situazione  reale dei giovani.

Dobbiamo renderci conto che le varie riforme universitarie non hanno affrontato i problemi in maniera risolutiva.  Dal 2000 al 2012  migliaia di studenti precari e senza lavoro sono parcheggiati ancora all’università. E dunque chi sono gli sfigati? Gli studenti, i giovani  o i ministri al governo?  Oltretutto, la scelta  tra i diritti e il lavoro è improponibile.

Noi abbiamo diritto sia all’articolo 18 sia al lavoro. Il sindacato, la Cgil, deve riflettere su stessa: la nuova generazione non ricorre più al sindacato perché non si sente adeguatamente rappresentato. La Cgil deve iniziare a fare un’attenta analisi e recuperare il suo antico valore storico.  Come al tempo della catena di montaggio ha salvato migliaia di operai e figli di operai, cosi oggi la Cgil deve rappresentare la salvezza dei precari e dei figli dei precari.

Flora Frate

Andare via o rimanere? (di Mila Spicola)

E’ stato presentato nei giorni scorsi il rapporto elaborato dalla SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, sullo stato dell’economia nel sud del Paese.

Abbiamo voluto capirci di più e quindi siamo andati a sfogliare il corposo dossier che fotografa l’inesorabile decadenza del mezzogiorno.

Basterebbe un solo dato per chiarire, se ve ne fosse ancora bisogno, di quanto il sud si allontani sempre più dal nord del Paese: 281 mila unità lavorative perse nel periodo 2008-2010. Un dato drammatico a cui si aggiunge un ulteriore tassello di riflessione: nel periodo 2000-2009 hanno lasciato le Regioni meridionali ben 600 mila uomini e donne in cerca di un futuro migliore verso le Regioni del settentrione o all’estero.

Ma quello che davvero lascia interdetti è il dato fornito relativamente alle previsioni per i prossimi quarant’anni: un giovane su quattro sarà costretto a lasciare il sud della penisola. Come commentare questi dati? cosa aggiungere al senso di profonda frustrazione che chiunque, vivendo in questo sud, prova alla lettura di queste cifre? D’altronde lo stato delle cose è più che evidente a chi qui vive e prova a realizzare il proprio percorso di vita. Quanti nostri amici hanno scelto, con dolore, di provare a costruire il proprio futuro altrove? Io per prima sto per andare via di nuovo…e me ne dolgo. Mi verrebbe da dire: m’indigno.

Allora cosa fare? Tante le domande e  la solita retorica: una classe dirigente inadeguata ed insufficiente è probabilmente la prima responsabile di questo sfascio.

Sicuramente è così; ma solo questo? certo no. Vien da chiedersi a questo punto la gente dov’è? La risposta anche in questo caso non è scontata.

La gente probabilmente è impegnata nella dura battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che oramai è assoggettata ad un qualunquismo che impone atteggiamenti e comportamenti che sono comuni in questi luoghi ma che non hanno nulla, davvero nulla a che fare con quel necessario e doveroso rispetto delle regole. Ci si arrabatta per come meglio di può, ricorrendo alle amicizie, alle raccomandazioni, alla politica, ma non nel senso sano, bensì insano, quella che “ci sistema il figlio” o ci “aiuta nelle pratiche”.

Io non ci sto e mi incazzo: credo che questo sia il vero punto della questione. Qui si lavora, quando si lavora, preferibilmente in nero; qui si propinano solo ed esclusivamente contratti parasubordinati; qui la gente vive di espedienti. A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento drammatico. Oggi chi paga più degli altri è la parte più avanzata della società culturale meridionale. E’ più facile “collocarsi” con una licenza media piuttosto che con un diploma o una laurea, annullando decenni di sviluppo e organizzazione sociale. Studiare in Sicilia non serve, secondo i dati Svimez. Studi solo per emigrare.

Un vero e proprio paradosso, un vero e proprio spreco di cervelli. Il 54% dei giovani che partono è laureato o diplomato e se ne va a far fruttare le sue competenze non qua, dove verrebbe umiliato e compresso, ma altrove.

Quei giovani che hanno acquisito, grazie al processo formativo, le migliori competenze per sviluppare e concretizzare il proprio futuro, e quindi quello dei luoghi dove vivono, oggi, per il perverso meccanismo che vede proprio nel mezzogiorno la presenza di una classe dirigente abbondantemente al di sopra dei 50anni, vedono letteralmente bloccato il proprio ingresso nella gestione del presente e nella costruzione del futuro.

Voglio raccontarvi la mia esperienza solo perchè  è indicativa ed è utile alla riflessione. Ricordo che non sono la sola, con me ci sono Antonio, Giacomo, Peppe, …e tanti tanti altri che hanno avuto esperienze fotocopia della mia. C’è la mamma di una ragazza ingegnere che adesso vive negli States e che è stata messa dai suoi letteralmente piangente in un aereo quando andò via la prima volta. Oggi è una ricercatrice affermata che produce sviluppo non per la sua terra ma per gli Stati Uniti.

Io poi…ero andata via nel ’92, sono ritornata nel 2007 e mi sa che rivado via, dopo 4 anni di lotte inenarrabili e sempre con gli occhi del sospetto per giustificare l’attivismo: perchè al sud se ti agiti troppo il retropensiero è sempre in agguato, meglio star fermi. Ma c’è chi si muove e vuole muoversi e c’è anche chi si muove per andarsene, una, due , più volte.

Ho appena vinto un concorso per l’ammissione a una scuola di dottorato internazionale con un esame difficilissimo,  in due lingue, studiando come un’ ossessa per prepararmi nonostante le discipline siano il mio cavallo di battaglia: i sistemi d’istruzione. Abituata al peggio ero convinta di non vincerlo, lo davo per scontato. Io sconosciuta e di una città lontana. E per la seconda volta nella vita il partire mi ha premiata a fronte di un rimanere che non premia bensì soffoca.

Lo dico solo per raccontarvi che sono la stessa persona che nel ‘92 non li superava ancora i dottorati salvo poi superarli altrove e , recidiva, due anni fa  non superò nuovamente, un concorso di ammissione a un dottorato ben più modesto presso l’ateneo palermitano per “vizio di forma”. Il concorso era solo per titoli, e  io avevo una carrettata di titoli dovuti a 15 anni di ricerca universitaria da precaria della ricerca fuori da Palermo e fuori dall’Italia.

Partecipai quasi per gioco, pensai che non c’era manco “prio”, così si dice da noi…e invece. Al peggio non c’è fine e il “solo per titoli” che avevo valutato come una fortuna si trasformò in una beffa da non credere, se non l’avessi vissuta. Non seppero trovare di meglio che il vizio di forma nel progetto di ricerca per escludere “questa qua che nessuno la conosce e che nemmeno si è permessa di fare una telefonata“. Come se non bastasse la produzione scientifica certificata, due lauree, un altro dottorato, una specializzazione, due master e le pubblicazioni a garantire un curriculum: mancava l’essenziale e il vizio di forma fu la mancata telefonata di rito. Io riti non ne seguo se non quelli della legalità e della chiarezza e li mandai a quel paese. Pensai tutta la miseria del mondo e la penso ancora quando mi capita di passare da via Ernesto Basile, non me ne abbiano i pochi che fanno eccezione alla regola. Ma la regola infame è quella. Pensai che dal ’92, anno delle stragi, al 2010 non era cambiato nulla nel sistema cooptativo siciliano. Se non sei cooptato puoi pure essere Rubbia: non hai niente da fare nell’Università di Palermo.Lo stesso vale negli altri ambiti.

Non mi stupii, ma me ne addolorai, quando quel ragazzo si lanciò dal balcone perchè qualcuno gli aveva detto, tra quei corridoi, che “non aveva futuro”. Per fortuna molti il futuro lo hanno: altrove. E se ne vanno. Ma è questo che spetta ai nostri figli?

L’Ateneo palermitano è tra gli ultimi Atenei per qualità della ricerca che abbiamo in Italia. Vi chiedete perchè?

Ha un buco di bilancio impressionante. Vi chiedete perchè?

I cognomi di chi lavora sono pochissimi e sempre ricorrenti. Vi chiedete perchè?

Chi lo sostiene? I nostri e i vostri contributi.

A chi serve? Non certo alla ricerca. Non certo allo sviluppo libero e competente delle menti migliori.

A meno che non siano cooptate.

Chi lo guida adesso è da decenni connivente di tutto, e addirittura adesso si candida a Sindaco.

Dove se ne vanno i migliori? Dove non sono costretti a fare una telefonata, dove non sono costretti a fare parte di un clan  e dove non devono essere loro a dire grazie ma viceversa il grazie arriva quando sono capaci di produrre, di riuscire, di regalare sviluppo. Dove non dovranno aspettare i 50 anni per vincere un concorso da ricercatore, con i capelli solo un pò meno bianchi del professore ormai 80enne che non si decide ad abbandonare la poltrona. Dove non dovranno mettersi in fila di fronte alla segreteria di qualcuno.

Dove l’autonomia e la libertà di giudizio critico e di pensiero sono un valore aggiunto e una qualità e non un onta o un ‘offesa. In una parola: dove avranno la possibilità di usare la loro libertà e di metterla in frutto al meglio.

Se ne vanno. Altrove. Intanto in Sicilia affondiamo e ci illudiamo di “combattere per il cambiamento” armando qualche banchetto per strada, se siamo al di qua, o accaparrandoci qualche poltrona se siamo di là. Ma non viene in testa a nessuno che se non cambiano i modi c’è poco da fare: non cambierà nulla e il destino del degrado è già segnato e costante.

Palermo è in cima ai dati dell’emigrazione giovanile: 29.000 tra i nostri giovani migliori hanno abbandonato, con dolore, la nostra città.

Per non tornare fino a quando le cose non cambieranno. O per tornare al momento opportuno per cambiarle davvero, mutando il dna generazionale.  Io farei una legge che persegua penalmente in modo determinato i comportamenti illeciti in tal senso dentro gli Atenei, come altrove.

Queste cose non possono avere il coraggio di dirle i ragazzi che le subiscono e che ne sono vittima, ma qualcuno dovrà pure iniziare a dirle.

Magari qualcuno di noi che sta già rifacendo la valigia per tornare ad andar via.

Io penso che la vera questione in Italia, la questione di tutte le questioni sia quella giovanile, connessa col merito, con la sfida dei saperi e delle conoscenze e con la possibilità di dar corso alle proprie aspirazioni in modo adeguato e libero.

Se non si risolve questa è inutile far altro.

Se non si risolve la questione l’esodo non diventerà mai un controesodo e la Sicilia, il sud, saranno destinati ad essere deserto.

Mila Spicola (Nota da FB 1° ottobre 2011)

Per ricostruire l’Italia si comincia dalla scuola (di Adriana Bizzarri)

Nuovo anno scolastico e va peggio di prima. Di nuovo aule sporche e insicure, aule ancora più affollate, tagli di bilancio che continuano ad infierire e che rendono difficile il sereno svolgimento delle attività scolastiche.

L’Italia investe poco sull’istruzione, è una constatazione confermata da tutte le rilevazioni statistiche. Il nostro Paese riserva alla scuola il 4,8% del Pil, mentre in media i paesi Ocse le garantiscono il 6,1%. I numeri mostrano un gap tra l’Italia e gli altri Paesi europei, non c’è niente da fare.

Il primo effetto di questo disinvestimento sulla scuola è il fenomeno della dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile. Infatti, secondo l’ISFOL sono quasi 120mila i ”dispersi” tra i 14 e i 17 anni, il 5% il che significa che 117.429 ragazzi in questa fascia d’età abbandonano gli studi. Questi ragazzi fuoriescono da qualsiasi percorso formativo, con un forte divario tra Nord e Sud: oltre 71mila risiedono al sud e nelle isole, mentre al Nord, le percentuali sono del 4,5% nel nord ovest e dell’1,7% nel nord est.

La disoccupazione giovanile è in crescita: mai così tanto dal 2004. Lo rileva l’Istat nel primo trimestre di quest’anno, secondo cui il tasso di disoccupati degli italiani tra i 15 e i 24 anni è aumentato al 28,6. C’è un legame (ovvio) fra efficacia dei percorsi formativi e occupazione. Tanta manodopera priva di formazione non può competere, in tempi di globalizzazione, con economie emergenti che, tra l’altro, stanno creando un sistema di istruzione in grado di preparare giovani qualificati in numero tale da “rifornire” di tecnici e ingegneri anche parte dei paesi occidentali.

E, invece, la scuola ha pagato e sta pagando un prezzo altissimo al risanamento dei conti pubblici e questo ben prima dell’ultima manovra e cioè a partire dalla legge 133 del luglio 2008. Anche se è sempre stato dichiarato dal Ministero dell’Istruzione che non si sarebbe avviata una riforma del sistema scolastico ma solo una sua razionalizzazione, nei fatti i cambiamenti che si registrano hanno avuto un effetto pari e superiore all’avvento di una riforma.

Tanti sono i punti dolenti causati dalla politica del governo. L’istituzione del maestro prevalente per la scuola primaria; il conseguente taglio di migliaia di posti di insegnanti e di personale ATA, con ripercussioni sul tempo pieno e sull’inserimento dei disabili; l’innalzamento progressivo del numero di alunni per aula fino all’esplosione del fenomeno delle classi “scatola di sardine” (circa 2.200 aule, con 66.000 studenti nel 2011); il ristabilimento dei voti al posto dei giudizi e del voto in condotta che incide sulla valutazione; la proposta di reinserimento dell’ora di educazione civica e dei grembiulini scolastici, poi, nei fatti, ritirate; la percentuale del 30% di alunni stranieri rispetto a quelli italiani; la riforma della scuola secondaria di II grado; il blocco degli scatti di anzianità per il personale. E, tra i più recenti: l’innalzamento del limite minimo di dimensione degli istituti comprensivi ad almeno 1.000 alunni (500 per quelli delle piccole isole, dei comuni montani); l’esclusione dei Dirigenti scolastici nelle istituzioni scolastiche con meno di 500 alunni (300 nelle piccole isole, nelle comunità montane, ecc.) con affidamento a reggenti; la riduzione del numero di Dirigenti scolastici; l’immissione in ruolo di 30.000 docenti precari e di personale ATA; la riduzione di fondi all’autonomia scolastica (da 127 milioni del 2010 a 79 milioni del 2011) che significa, tra l’altro, sforbiciate su tutte quelle attività previste dal Piano di Offerta Formativa e tanto amate dagli studenti (gite scolastiche, lingue straniere, corsi, ecc.). Il mancato rifinanziamento della legge ordinaria dell’edilizia scolastica, lo stanziamento di fondi straordinari (Fondi FAS, 1 miliardo di euro), con criteri e modalità di assegnazione discutibili e ancora in fase di implementazione per poco meno della metà; il mancato avvio della materia “Cittadinanza e Costituzione”. Tutto ciò rende la scuola più fragile e meno credibile.

Che la scuola per troppo tempo sia stata considerata alla stregua di un ammortizzatore sociale, che sia necessario apportare razionalizzazioni, per es. alla rete scolastica, che sia urgente eliminare fonti di spreco ed eccessivi squilibri, che sia indispensabile rivederne il sistema di governance: tutto ciò corrisponde al vero ma non giustifica un’operazione geometrico-quantitativa, come quella realizzata da tre anni a questa parte, che non è stata in grado di avviare alcuna politica legata al merito, non è stata in grado di elevare la qualità dell’istruzione e, tanto meno, di avviare una politica di investimento e di sviluppo.

Se la crisi in atto è anche e, forse, soprattutto crisi di un sistema di governo che ha puntato in maniera scellerata sull’egoismo e sull’individualismo esibendo, peraltro, esempi riprovevoli di comportamenti distruttivi di un’etica pubblica minima basata sul rispetto delle istituzioni, sulla cura degli interessi generali e sulla legalità, allora è incontestabile che il ruolo formativo della scuola torna ad essere un asset strategico per l’Italia.

Bisogna sperare che una nuova classe dirigente lo assuma come uno dei suoi impegni principali.

Adriana Bizzarri

La scuola pubblica di Berlusconi sulle montagne dell’Afghanistan (di Claudio Lombardi)

27 febbraio 2011 – dichiarazione di Berlusconi

“Come al solito anche le parole che ho pronunciato sulla scuola pubblica sono state travisate e rovesciate….il mio governo ha avviato una profonda riforma della scuola e dell’università, proprio per restituire valore alla scuola pubblica e dignità a tutti gli insegnanti che svolgono un ruolo fondamentale nell’educazione dei nostri figli……questo non significa non poter ricordare e denunciare l’influenza deleteria che, nella scuola pubblica, hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità….le mie parole non possono essere in alcun modo interpretate come un attacco alla scuola pubblica, ma al contrario come un richiamo al valore fondamentale della scuola pubblica che presuppone libertà d’insegnamento, ma anche ripudio dell’indottrinamento politico e ideologico”

26 febbraio 2011 – dal discorso di Berlusconi al congresso dei Cristiano sociali

“Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli a scuola in una scuola di Stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli”.

Con la legge 133 del 2008, alla scuola statale sono stati imposti tagli pari a 8 miliardi di euro (456 milioni per il 2009, 1,6 miliardi per il 2010, 2,5 miliardi per il 2011, 3,1 miliardi per il 2012) da conseguire attraverso l’innalzamento del numero di alunni per classe, il taglio del personale, l’accorpamento e la chiusura di istituti. Da notare che il taglio di 3,1 miliardi relativo al 2012 non vale solo per quell’anno, ma anche per gli anni seguenti.

In questa politica dei tagli rientra anche il “famoso” azzeramento delle spese di funzionamento e dei crediti che gli istituti scolastici avevano accumulato nei confronti del Ministero dell’Istruzione, disposto fin dal gennaio 2009. “Famoso” perché da allora le famiglie sono state costrette a versare direttamente alle scuole contributi variabili per acquistare materiale per le pulizie o di cancelleria o ad intervenire per le piccole riparazioni di arredi, porte e finestre che le scuole non potevano più pagare. Molti sono stati i casi di famiglie e studenti che hanno provveduto di persona a riverniciare la aule scolastiche o a portare da casa carta igienica, sapone o altro materiale necessario.

 Anche il settore privato ha perso una parte dei sussidi erogati dallo Stato: le scuole non statali nel 2010 hanno ricevuto 539 milioni di euro e quest’anno ne avranno 10 in meno. Come mai? Semplice: si è partiti con un taglio addirittura del 48% pari a 255 milioni. Poi, nel maxi emendamento presentato alla legge di stabilità, sono stati messi 245 milioni per coprire quel buco e, quindi, il taglio dei fondi statali per le scuole private alla fine è stato di 10 milioni pari al 2% del totale.

Questi i fatti. Anche i discorsi dei leader politici lo sono, tanto più se chi li pronuncia è anche a capo del Governo. Anzi, in tal caso, i discorsi enunciano la linea politica del Governo dato che “il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri” (art. 95 Costituzione).

Non solo, essendo anche, il Presidente, il leader della maggioranza e uno dei vertici istituzionali dello Stato le sue parole servono a trasmettere il senso profondo dell’attività di governo assumendo valore strategico e rappresentando l’attuazione della cultura politica che la maggioranza intende propugnare.

Bene, chiariti i termini della questione bastano poche osservazioni.

L’uso del verbo inculcare, in primo luogo, è significativo perché, magari, è desiderio segreto di tanti educatori di inculcare (cioè imprimere, come un qualcosa che si spinge a forza o si lascia come un marchio) i loro insegnamenti. Ma tutti sappiamo (o dovremmo sapere) che l’inculcare senza che il soggetto abbia accettato criticamente e, cioè, per sua stessa convinzione non porta a buoni risultati.

Però Berlusconi vorrebbe che le famiglie inculcassero nei figli i loro principi sfuggendo al rischio che questi siano inculcati da una scuola di Stato. E quali sarebbero i principi inculcati dalla scuola statale che da lui dipende in quanto Capo del Governo?

Quelli derivanti da “culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità” . E quale sarebbe la verità? Non si sa, ma si presuppone quella che ogni famiglia ritiene tale. E, dunque, una scuola cattolica, una buddista, una musulmana, una ecologista, una rockettara ecc ecc.. Tante sono le verità nelle quali le singole famiglie possono credere. Però, ciò che oggi appare verità, domani potrebbe non esserlo più e qualcuno potrebbe pentirsi amaramente di aver puntato tutto su una verità creduta tale, ma apparsa, successivamente, una illusione.

Se questo modello funzionasse Berlusconi dovrebbe lodare come esemplari le scuole di catechismo, ma anche le madrase dei fondamentalisti dove l’unico insegnamento è imparare a memoria il Corano oppure quegli ebrei che, per tutta la vita, studiano la Torah. Ogni persona di normale intelligenza capisce che sarebbe il disastro della gioventù e della società che non saprebbe che farsene di una formazione di questo tipo. Peccato che è la logica conseguenza del ragionamento del Presidente.

Per questo nel passato fu inventata la scuola pubblica laica che fornisce le nozioni di base e aspira ad insegnare il metodo per impossessarsi criticamente di un ampio ventaglio di materie e di competenze culturali e tecniche.   

Persino Berlusconi, riflettendoci meglio il giorno dopo, ha sentito il bisogno di richiamare il “valore fondamentale della scuola pubblica che presuppone libertà d’insegnamento”, precisando, però “anche ripudio dell’indottrinamento politico e ideologico”.

Dunque, apprendiamo che il Capo del Governo enuncia principi solenni nei quali non crede o ai quali non ha riflettuto se è costretto a smentirsi dopo un giorno.

Di questo siamo molto preoccupati perché è di dominio comune che la sfida della competitività, ma, ancor più, quella della qualità della vita, si gioca su una formazione di alto livello che metta i giovani in grado di conoscere tecniche e il metodo per evolvere nella conoscenza e inserirsi in società non statiche, come sono quelle dove si “inculcano i principi”, bensì in rapida trasformazione come sono, invece, quelle del mondo occidentale, ma adesso anche di gran parte dell’oriente e del sud del mondo.

Sentire dal Capo del Governo esaltare l’idea delle “bande ideologiche” nelle quali si dovrebbe frammentare la nostra società ci fa paura perché non ha niente a che vedere con il mondo reale e con le esigenze dei giovani e delle famiglie. È una concezione superata in occidente fin dalla fondazione delle libere università agli albori del Rinascimento e che resiste solo fra le montagne dell’Afghanistan.

Ci dicesse, piuttosto il Presidente, perché il Governo non investe sulla scuola pubblica che è di tutti e per tutti e come mai il 30% dei giovani è senza lavoro e quelli che lo trovano finiscono, in maggioranza, a fare i precari per quattro soldi e non possono neanche pensare a formare una famiglia.

Questi giovani non possono neanche accogliere il gentile invito al “bunga bunga” che ha concluso il discorso del Presidente del Consiglio ai “cristiani riformisti” sabato scorso, a meno che ciò non implichi il regalo minimo di 2000 euro per la sola serata (essendo la notte retribuita a parte) riservato alle ragazze giovani e carine che lo frequentavano nella sua residenza di Arcore. Vorremmo, al riguardo, sentire gli applausi dei “cristiani riformisti”, se possibile.

Claudio Lombardi

Parentopoli romana: una lettera da chi preferisce il merito al favore (di Ilaria Donatio)

Caro Civicolab,

oggi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto una cosa di buon senso che purtroppo, solo per un attimo, ha abbassato il volume dell’inutile e rumoroso dibattito acceso dalla manifestazione del 14 dicembre e dagli episodi di violenza nelle piazze: “La protesta pacifica è una spia di malessere che le democrazie non possono ignorare”.

Un’osservazione banale, forse, proprio perché si tratta di un dato di realtà. Che “vale doppio” per chi vive nella capitale: qui, il malessere, almeno tra i giovani (e meno giovani) precari, in cerca di occupazione, vittime di questa crisi economica che sembra accanirsi proprio sui più deboli, è un macigno pesantissimo.

Che pesa più che mai, da quando le inchieste della Procura di Roma e della Corte dei Conti hanno tolto il velo che ammantava la parentopoli capitolina: è venuta così alla luce una gigantesca macchina illegale che ha permesso di effettuare centinaia di assunzioni a chiamata diretta, in aziende che gestiscono servizi pubblici (le romane Atac e Ama che, tra l’altro, “vantano” bilanci disastrosi): parenti più o meno lontani, amici, amici di amici, conoscenti.

Tutti assunti “sulla parola”! Il merito? Ridotto a un legame di sangue. O comunque a criteri del tutto esterni rispetto a quelli che dovrebbero informare la corretta selezione del personale. E non per una qualsiasi impresa a conduzione familiare della Bassa padana, ma per un’azienda municipalizzata.

E chi controlla la qualità del servizio affidato al cugino di secondo grado, o all’amica di amici? Chi verifica il lavoro svolto di chi è stato cooptato e non scelto per meriti propri? E con quale trasparenza?

Un atto di arroganza come l’ha definito bene, nel proprio pezzo su Civicolab, Roberto Ceccarelli, “che offende i disoccupati ed i precari che continuano a lavorare per pochi soldi, senza continuità e senza una prospettiva per il futuro; che offende coloro che proseguono a fare i sempre più rari concorsi pubblici, fidandosi ancora del settore pubblico e ben sapendo che le speranze di vincerlo sono davvero poche”. Ma non si tratta solo di questo.

Quello che è avvenuto a Roma, e che si ripete ogni volta che un’azienda pubblica viene amministrata secondo logiche familistiche, come una “cosa propria”, abusando di un potere al posto di esercitare una responsabilità e offrire un servizio, è un vero e proprio furto.

Furto dell’idea – prima ancora che del posto in sé – del lavoro come “bene comune”.

“Comune” proprio come l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, la terra che tutti quanti calpestiamo.

Il giuslavorista Pietro Ichino, sul proprio sito web, utilizza una definizione forte per indicare il divario, sempre crescente – e in spregio del diritto sancito dalla Costituzione ad avere un lavoro dignitoso – tra “protetti e non protetti”. Ichino parla di apartheid e mi scuserai, caro Civicolab, se ti confermo di sentirmi esattamente così, vittima di una cattiva politica e di scelte normative peggiori, che hanno fatto della “segregazione” dei diritti (sicurezze e stabilità per pochi, eletti e privilegiati; instabilità e concessioni a singhiozzo per molti) una pratica ordinaria e non, invece, un’eccezione fuorilegge, come dovrebbe essere.

Dal canto mio, continuerò a inviare curricula, da cui, diligentemente, dovrò cancellare master, pubblicazioni, esperienze importanti: per non sentirmi ripetere, tutte le volte, sempre lo stesso ritornello. “È certa di voler fare questo lavoro? Con un curriculum pesante come il suo…”. Ed io, tutte le volte, che vorrei rispondere: “Di pesante c’è solo la paura del futuro”.

Ilaria Donatio

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