Crisi del lavoro sì ma non per gli immigrati

giovani-e-lavoro-1

La realtà ha molte facce ed è difficile vederle tutte insieme. La realtà è anche mutevole e non procede dal bene al meglio, ma può segnare arretramenti che sconvolgono le vite delle persone. Così sta succedendo da anni nel campo del lavoro per il quale sembra essere scomparsa buona parte delle certezze alle quali erano abituate le generazioni arrivate alla maturità negli anni della crisi. Non esiste forse affermazione che raccoglie più consensi di questa: il lavoro non c’è e se c’è è pagato poco ed è precario. Le statistiche la confermano e i dati sulla fuga all’estero di tanti italiani contenuti nell’ultimo rapporto Migrantes raccontano di una parte, sicuramente coraggiosa e dinamica, delle giovani generazioni che vanno a cercare fuori dall’Italia quella speranza che il nostro Paese non riesce più ad offrire.

cervelli-in-fugaTutto vero, eppure esiste un’altra faccia della realtà, meno visibile e meno considerata sulla quale attira l’attenzione un articolo di Luca Ricolfi (Il Sole 24 Ore del 25 settembre). Ovviamente Ricolfi non disconosce gli effetti della crisi (contrazione del Pil, diminuzione degli occupati totali di un milione di unità), ma punta a far emergere qualcosa che non vediamo chiaramente e cioè che la crisi non è uguale per tutti.

Esiste, infatti, una parte della società italiana che, negli anni della crisi, si  è rafforzata sistematicamente, passo dopo passo. Si tratta degli occupati immigrati che alla fine del 2008 erano circa 1milione e 600 mila e che a distanza di otto anni crescono di 800 mila unità mentre gli italiani perdono 1,2 milioni di posti di lavoro.

Scrive Ricolfi che “queste cifre spiegano molte cose, ad esempio, perché l’opinione pubblica sia così poco convinta dall’ottimismo ufficiale. La ragione è che l’opinione pubblica resta costituita soprattutto da italiani (gli stranieri sono meno del 10%), e gli italiani hanno subito una mazzata che le cifre dell’occupazione globale, inflazionate dall’avanzata degli immigrati, non sono in grado di rilevare”. Infatti per tornare ai livelli del 2008 mancano “solo” 400 mila posti di lavoro, ma tale dato sconta una differenza tra la perdita di 1,2 milioni a totale carico degli italiani e una crescita di 800 mila a favore dei lavoratori immigrati.

migranti-al-lavoroTre sono le ragioni che spiegano tale andamento.

La prima discende dall’incremento della percentuale di stranieri nella popolazione che, di per sé, aumenta la probabilità che questi ottengano un maggior numero di posti di lavoro.

La seconda ragione è “che, durante la crisi, la domanda di lavoro è crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed è aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri)”.

La terza ragione è quella che deve suscitare una maggiore riflessione perché è più difficile accettarla. Scrive Ricolfi “anche se molto si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realtà è che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto” esigenti nella ricerca di un lavoro. Infatti “in tanti non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di sé stessi, opinione che scuola e università si incaricano di certificare. L’esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate”.

lavoro-integrazione-migrantiOvviamente questa situazione la si può interpretare coma una pura e semplice contrapposizione tra diritti e sfruttamento. Oppure la si può anche interpretare nel modo che segue: “Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60, quando il nostro livello di istruzione era più basso e non c’erano genitori e nonni disposti a mantenerci finché trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni”. È duro accettare che sia anche questa la spiegazione del divario tra posti persi e posti guadagnati, eppure appare abbastanza plausibile se solo pensiamo quanto possa essere difficile per chiunque retrocedere rispetto alla famiglia di origine. Certo gli immigrati possono essere ricattabili (meno salario e meno diritti), ma non accadeva così anche negli anni ’50 e ’60 da noi, ma anche all’estero con i milioni di migranti italiani? Anche adesso molti cercano all’estero la risposta alle loro aspirazioni e sappiamo che fuori dall’Italia spesso anche le occupazioni di basso livello sono retribuite meglio che da noi. Ebbene è esattamente ciò che accade agli immigrati quando riescono a trovare un lavoro nel nostro Paese. In Italia il lavoro è pagato poco, ma per loro anche quel poco è importante.

Nell’articolo si ricorda che c’è una responsabilità della scuola perché nel Paese c’è grande bisogno di competenze tecniche e professionali che non vengono fornite da un’istruzione superiore che non le favorisce e che, spesso, vengono ritenute di minor prestigio sociale rispetto al tradizionale percorso liceo-università.

Dando per scontata la crisi ed anche la mancanza di milioni di posti di lavoro per raggiungere uno standard occupazionale adeguato e l’ingiustizia del lavoro mal pagato bisogna dire che la grinta, l’umiltà e la determinazione degli immigrati che si sono bruciati i ponti alle spalle dà a loro una marcia in più proprio come accadeva in Italia negli anni della ricostruzione e del boom economico.

La realtà ha molte facce e bisogna conoscerle per migliorarla

Claudio Lombardi

Riforme istituzionali: la strada giusta già c’è e allora?

riforma senatoSembra quasi strano non commentare i temi del momento, quelli che campeggiano sulle prime pagine e in testa ai notiziari televisivi: la legge elettorale e la riforma del Senato.

Bè veramente ci sarebbe anche la continua caduta del Pil, l’aumento della disoccupazione e la battaglia in Europa per la flessibilità di bilancio. Ma queste sono questioni che ci vengono proposte sempre dopo le altre due. Chissà, forse ci sbagliamo a sottovalutarle e hanno ragione i giornalisti e i politici a metterle al primo posto. Eppure resta un dubbio.

Diciamo la verità: si profila una legge elettorale che introduce il ballottaggio e che si basa su collegi piccoli con pochi candidati e già così si avvicina molto a quanto necessario per voltare pagina rispetto alla situazione attuale. Qualche cambiamento si potrà introdurre durante l’esame, ma, insomma, sembra che la strada sia quella giusta. D’altra parte perfino il M5S sta partecipando alle trattative per cercare la soluzione migliore.

legge elettoraleAnche sul Senato possiamo dire che le ragioni del monocameralismo e i difetti del bicameralismo sono stati così discussi negli anni passati che riesce difficile adesso comprendere un dibattito che sembra ricominciare sempre da capo.

A parte il modo in cui è stato usato il bicameralismo perfetto (che basterebbe per non avere alcun rimpianto) non si può negare che la questione dell’elezione diretta dei senatori è collegata sia alle funzioni che il Senato dovrà svolgere, sia alla scelta di fondo tra bicameralismo paritario e bicameralismo diversificato. Se si sceglie questa seconda opzione e se la funzione che si vuole far svolgere al Senato è quella della rappresentanza delle autonomie regionali e locali diventa difficile sostenere l’elezione diretta da parte dei cittadini la quale non può che essere collegata ad un piano paritario tra le camere del Parlamento.

riforme istituzionaliNon si può nemmeno sostenere che la riforma del Senato sia una strada senza ritorno o una svolta autoritaria perché la situazione di provenienza (tutti gli eletti nominati dai capi partito) era quella più favorevole ad un regime di svuotamento della democrazia. Quella nella quale abbiamo vissuto dal 2005 ad oggi e non quella che si vuole costruire. Quindi, se la democrazia italiana è sopravvissuta a quella situazione (generando anche degli anticorpi molto efficaci come il M5S e il nuovo PD oltre che lo sfaldamento del centro destra), perché dovrebbe rischiare dalla riforma in discussione oggi?

Conclusione: le riforme istituzionali sono importanti perché oggi non abbiamo legge elettorale e perché il sistema politico si è rivelato inefficiente e utile soprattutto a chi di politica vive e non ai cittadini. Una maggioranza parlamentare si è già formata e potrebbe allargarsi intorno a soluzioni che sembrano essere sulla strada giusta. Quindi discutiamone molto, ma non perdiamo di vista che le questioni cruciali sono le altre (e su queste siamo in alto mare) – caduta del Pil e disoccupazione più austerità europea – e che gridare alla svolta autoritaria per suscitare allarme fra i cittadini può solo contribuire ad allontanarli dalla politica che, spesso e volentieri, discute solo su se stessa.

Claudio Lombardi

La crisi, l’Italia e la via d’uscita. Intervista a Giovanni Principe

LA CRISI E L’ITALIA

Italia malataSiamo vittime innocenti della crisi mondiale o il nostro paese si è messo da solo in una condizione di debolezza?

L’Italia aveva un grande vantaggio rispetto ai paesi dove è esplosa la crisi: nessuna bolla speculativa sugli immobili e, quindi, banche relativamente solide perché non si erano esposte con i mutui “subprime”. Ma aveva anche i piedi d’argilla con:

–        una spesa pubblica senza margini di intervento perché condizionata dal peso degli interessi sul debito e gravata da enormi sprechi e inefficienze (semplificando, facciamo rientrare in queste voci anche l’evasione, la corruzione e l’economia criminale)

–        un sistema produttivo sempre meno competitivo sul mercato internazionale, globalizzato, mentre il mercato interno andava restringendosi per la progressiva perdita di potere di acquisto delle classi medio-basse.

Dunque, la relativa solidità del sistema finanziario ha fatto sì che la crisi non scoppiasse immediatamente. Tuttavia, la debolezza del sistema produttivo ci ha condannati a pagare un prezzo più alto degli altri (a parte la Grecia) nel momento in cui le conseguenze della crisi finanziaria si sono propagate all’economia reale.

labirinto italiaAppena le locomotive hanno rallentato, il nostro paese è sprofondato nel circolo vizioso a cui era destinato: meno traino del mercato mondiale -> meno produzione e meno posti di lavoro -> meno reddito disponibile -> contrazione del mercato interno -> meno produzione e così via.

Si poteva rompere quel circolo vizioso? Certamente sì, se ci fosse stato un governo in grado di comprendere la dinamica della crisi e disposto, sul piano politico, a intervenire per correggerla. Ma il centro-destra, liberista e affarista allo stesso tempo, non poteva che sommare i suoi danni a quelli della crisi e quindi accentuare ulteriormente il circolo vizioso.

Partiamo allora da qui. Ma senza nasconderci che, nel biennio che ha preceduto la crisi, il centro-sinistra al governo non ha avuto né la lungimiranza né la forza necessarie per adottare misure di contrasto adeguate. E, se non abbiamo paura delle verità spiacevoli, aggiungiamo che in una parte, non marginale, del suo gruppo dirigente non aveva neppure le carte in regola per farlo.

Sta di fatto che il governo dell’Unione (governo Prodi 2006-2008) nato debole e minacciato dalle compravendite, ha comunque lasciato che dilagasse una rivolta contro la linea economica del governo (e che la figura di Padoa-Schioppa fosse dileggiata) mentre l’attenzione della maggioranza era calamitata da questioni di principio e di schieramento. Ha così mancato di intervenire sulle condizioni di fondo, quelle che ci facevano crescere molto meno dei partner e che ci destinavano a un sicuro disastro al primo cambiar del vento.

Evidentemente l’Italia ha un problema di classe dirigente…

Direi di sì, anche se non penso si possano mettere sullo stesso piano le responsabilità del centro-destra guidato da Berlusconi e quelle del centro-sinistra (privo di una rotta, prima che di una guida).

Tuttavia è assolutamente necessario ripartire dall’analisi degli errori passati. Questo chiedono gli elettori: se siamo finiti nel baratro, dovete dirci come è potuto succedere.

 

FARE I CONTI CON L’EUROPA

crisi EuropaC’è anche da fare, perché è doveroso e urgente, un discorso serio sull’Europa, se è vero che la linea che sta prevalendo nella UE, che non è solo austerità, ma anche sopraffazione delle economie più forti nei confronti di quelle in ritardo, produce grossi danni.

Occorre cambiarla. Ma si devono anche avere chiari due punti:

–        il primo è che il cambiamento serve all’Italia e serve all’Europa perché recuperi un peso economico e torni ad essere un punto di riferimento politico, per i popoli che nei vari angoli del mondo anelano alla democrazia. Poteva essere tutto questo, nello spirito di Spinelli, dei padri fondatori, fino a Delors. Poteva andare in quella direzione anche l’unificazione tedesca, se la si legge in chiave europea e non di Grande Germania. Invece sta prevalendo il nazionalismo in Germania, ma non solo, nutrito dall’egoismo di classe (chiamiamo le cose col loro nome);

–        il secondo è che l’Italia ha poco peso in questa battaglia, in tutto e per tutto politica, per un diverso indirizzo economico e politico in Europa. E che ciò dipende in parte dalla debolezza della sinistra, che di quella battaglia è la protagonista su scala continentale, ma ancor più dal fatto che come Paese non pesiamo abbastanza a causa di quei vizi di fondo, tutti nostri, di cui abbiamo parlato all’inizio.

errori italiaA ben vedere siamo di fronte anche qui a un circolo vizioso.

La sinistra italiana non si dimostra capace di rimuovere gli ostacoli, sociali, economici, culturali, politici, che ci condannano al declino e resta quindi marginale nel quadro politico europeo, senza contribuire a volgerlo in un senso favorevole per le nostre prospettive di cambiamento e di ripresa.

Dovremmo avere imparato questa lezione dall’esperienza del governo Monti. Il sussiegoso professore, accolto con simpatia dalle élite conservatrici europee, non ha spostato di un millimetro la linea UE e, mediando tra una sinistra debole e incerta e una destra priva di senso dello Stato, non ha prodotto neanche un infinitesimo dei cambiamenti necessari per la ripresa.

ALLA RICERCA DI UNA VIA D’USCITA

riflettere sulla storiaSe non facciamo tesoro degli insegnamenti della storia recente siamo condannati a ripeterla, come sta avvenendo puntualmente con le larghe intese, che sono nate dall’incontro tra la debolezza della sinistra e il calcolo spregiudicato di una destra sempre meno libera dal condizionamento degli interessi economici (e giudiziari) del suo leader.

Ora abbiamo davanti una strada obbligata. Dobbiamo tracciare un percorso fatto di misure concrete, comprensibili per gli elettori, chiare nelle loro motivazioni e negli effetti attesi. Che non saranno, non potranno in nessun modo essere equamente distribuiti. Qualcuno pagherà di più, qualcun altro pagherà meno, altri avranno un guadagno immediato così da riequilibrare le sperequazioni subite: su questo non sono possibili né equilibrismi né illusionismi. L’importante è però che il gioco non sia a somma zero ma a somma positiva. Che modificando la distribuzione si faccia crescere la torta nell’assieme.

Significa ribaltare di 180 gradi il dogma liberista secondo cui l’aumento delle diseguaglianze fa crescere la torta per tutti. Non è così, fa solo i ricchi ancora più ricchi, a danno della collettività. Viceversa combattere le diseguaglianze non è solo socialmente preferibile (io direi doveroso) ma è economicamente più efficace.

Lotta alle disuguaglianze? La dovrebbe fare il governo Pd-Pdl?

dilemma PdIl Pd dovrebbe chiarire il suo percorso, dire cosa vuole fare e come. Per questo serve un congresso. Dopo si porrà il problema di cercare una maggioranza disposta a sostenere il percorso in questo Parlamento dando vita ad un Governo espressione di quella maggioranza. Altrimenti saranno gli elettori a decidere. Non vedo altre possibilità.

Di tempo se ne è perso fin troppo. Il Pd ha fatto una campagna elettorale basata sulla consegna del silenzio attorno alle proposte compiendo un errore colossale. Per due anni hanno discusso di formule politiche e alleanze, ma hanno perso di vista la concretezza dei problemi e delle soluzioni. Ora quell’errore non deve essere ripetuto.

C’è bisogno però di riscoprire anche il senso di fondo della scelta di campo di un partito che si colloca a sinistra. Non è una cosa complicata: basterebbe partire dalla riscoperta di quel tesoro comune che è la Costituzione, convincendosi, oltre che della sua validità, della sua attualità.

 

insegnamenti dalla costituzioneDALLA COSTITUZIONE AD UN PROGRAMMA DI GOVERNO

La Costituzione ha ancora qualcosa da dirci?

Altroché. La Costituzione ci parla di uguaglianza sostanziale, come promozione delle condizioni per lo sviluppo della persona e come diritto ad un lavoro dignitoso, per essere parte attiva nella società, e ad un’equa retribuzione. Ci parla della funzione sociale dell’impresa, della democrazia economica, del ruolo delle rappresentanze di interessi e delle condizioni, di democrazia e di libertà, su cui devono poggiare e a cui devono uniformarsi.

Uguaglianza, lavoro e diritti. Queste le basi, ma poi come si traducono in atti concreti?

Tutti gli studi, tutte le indagini, tutte le evidenze statistiche concordano nel dimostrare che la crisi non colpisce tutti i paesi in egual misura e che le risposte migliori vengono dai paesi che investono di più sulla qualità del lavoro, quindi sulla conoscenza, sui saperi incorporati nei servizi e nei prodotti. E i saperi di cui parlo non sono solo quelli attuali: mi riferisco anche alla capacità di valorizzare quelli che ci trasmette la storia. Ecco le nostre potenzialità, i nostri punti di forza su cui puntare: le particolarità del territorio, culturali e naturali, le “unicità”.

proposte di governoNon c’è dubbio che si dovrà partire dall’aggredire i nodi da cui siamo partiti. Lotta all’evasione (gli strumenti ci sono, manca un indirizzo politico univoco) ma anche modifica della struttura del prelievo fiscale per valorizzare il lavoro. Lotta agli sprechi, con interventi immediati (spending review sì, ma poi interventi concreti) e di più lungo respiro. Lotta alla corruzione e al degrado morale della vita pubblica (non solo costi della politica, ma anche conflitto di interessi, falso in bilancio, concussione, corruzione, codici etici e sanzioni, sistemi di valutazione).

Sulla questione “lavoro” si pone poi una condizione a monte. Non ci si può limitare a prendere atto del fatto che viviamo nel paese sviluppato con il mercato del lavoro meno inclusivo e più discriminatorio. Servono politiche di discriminazione positiva a favore di chi oggi è costretto ai margini: le donne, i giovani, i meridionali, gli over 50.

chiusura aziendeLavoro sì, ma le aziende stanno chiudendo a migliaia. Come si fa?

Infatti, non si può rinviare la ricostruzione di una politica industriale che abbia al centro: l’innovazione, da coniugare con la sostenibilità; la produzione di beni e servizi “non replicabili” legati alla storia e al territorio (prodotti di consumo, macchinari, ospitalità, beni culturali); il rilancio della domanda interna, per sostituire import, rilanciare i consumi (come l’edilizia abitativa sociale, attraverso riuso e riqualificazione, senza nuovo  cemento).

E poi: favorire la crescita dimensionale delle imprese e la cooperazione territoriale e in reti virtuali (per la patrimonializzazione, per l’accesso al credito); alleviare il rischio di impresa (con strumenti finanziari, microcredito, fondi rotativi, o con il ricorso a venture management); contrastare i monopoli e i cartelli nei settori con poca concorrenza (banche, energia, media,  utilities) e le corporazioni professionali; sostenere i giovani che avviano nuove imprese; sostenere le imprese in crisi oltre l’emergenza (riconversione) e anche, se inevitabile, per la ricollocazione dei dipendenti.

speranzaSembra un elenco troppo lungo, ma in realtà è incompleto. È solo un esempio di quali e quanti interventi si potrebbero compiere. Soluzioni semplici e ricette miracolose per problemi complessi non esistono. Il vero miracolo che andrebbe compiuto e che gli elettori si attendono è la corrispondenza tra le parole e i fatti e la possibilità di toccare con mano i risultati.

Chi si propone di governare deve credere innanzitutto nelle cose che propone e dare fiducia ai cittadini risvegliando la voglia di partecipazione e di protagonismo che oggi latita.

Se il PD vuole fare la sua parte deve svolgere il congresso e parlare di questi temi. Solo così si darà un senso al ritorno in campo della sinistra con una prospettiva vincente e convincente dopo decenni di neoliberismo imperante. Difficile? Non tanto: non mancano le idee, coltivate e confrontate nel corpo vivo della società. Manca la capacità di raccoglierle e fare sintesi, senza paura di affrontare le scelte necessarie.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Civanomics: idee per rispondere alla crisi dal PolitiCamp di Civati (di Salvatore Sinagra)

cambiamentoIl 5, 6 e 7 Luglio, a Reggio Emilia, ho partecipato, insieme ad altre 1.500 persone (presenze registrate dagli organizzatori) all’incontro – maratona indetto da Pippo Civati e chiamato W LA LIBERTA’.  Era inevitabile si parlasse di rapporto con l’elettorato, del partito democratico e di partecipazione politica, ma non poteva mancare uno spazio dedicato anche all’economia. Si è parlato di tasse (in testa a tutti l’IMU), ma soprattutto di mercato del lavoro e di disoccupazione giovanile.

Poche parole sulle tasse. Civati è favorevole alla riduzione delle imposte sul lavoro e quindi contrario al superamento dell’IMU. La sua posizione è assolutamente allineata a quella delle più importanti organizzazioni internazionali, che hanno di recente sottolineato che se vi fosse margine per ridurre le imposte sarebbe preferibile, ai fini della crescita, agire su quelle sui redditi e non su quelle sul patrimonio. Giustamente Civati ha ricordato che non sono circoli di intellettuali di sinistra o enti solidaristici che ammoniscono l’Italia di non toccare l’IMU, ma lo fa il Fondo Monetario Internazionale.

giovane lavoratore1Ancor più centrali sono stati i temi della disoccupazione ed in particolare della disoccupazione giovanile, su cui oltre Civati, sono anche intervenuti gli economisti Rita Castellani e Filippo Taddei (e l’ex ministro Fabrizio Barca in apertura). In questi anni le lunghe ed estenuanti discussioni sull’articolo 18 hanno forse portato molti a pensare che i problemi del lavoro si riducano solo alla normativa sui licenziamenti; il dibattito sul lavoro così è stato inquinato e deviato. Ora questa polemica si è spenta e si riecse a vedere la vera natura dei problemi.

Rita Castellani ha sottolineato che non ha senso analizzare il problema disoccupazione in prima battuta con la lente della normativa sui licenziamenti. I problemi occupazionali che colpiscono soprattutto i giovani, ma negli ultimi tempi anche lavoratori over 50, sono dovuti in gran parte alla debolezza della domanda cioè ci sono pochi datori di lavoro disposti ad assumere. E’ prioritario quindi effettuare azioni volte a rilanciare la domanda, ovvero è prioritario favorire la nascita di imprese nei settori a più alto valore aggiunto.

Castellani ha poi sottolineato che non è vero che in Italia ci sono troppi laureati, come non è vero che i giovani italiani sono poco qualificati, mentre sono molto alte le disparità e il cosiddetto ascensore sociale (la possibilità di migliorare la posizione rispetto al punto di partenza) non funziona più (ammesso che sia mai esistito).

Per questo è vaniloquio continuare ad invocare riforme strutturali come se fossero una bacchetta magica senza spiegare quali riforme e per fare che cosa.

direzione lavoroCivati su lavoro e disoccupazione ha affermato che è ormai necessario un welfare che parli a tutti, che si rivolga anche a coloro che sono fuori dal mercato del lavoro. Si è impegnato ad introdurre il contratto unico tanto caro a Boeri ed ha affermato che è prioritario aprire un dibattito sul reddito minimo garantito (l’estensione a tutti degli ammortizzatori sociali), ma ciò non può avvenire se non insieme ad un gigantesco sforzo per la riqualificazione della forza lavoro.

La questione del reddito minimo garantito, centrale nel dibattito politico di tutti o quasi tutti i paesi europei, è arrivata nell’arena politica italiana nell’ultima campagna elettorale, Civati ha ricordato che si tratta di una grossa sfida che implica doveri, sia per il percettore del reddito che deve accettare percorsi di riqualificazione, sia per lo Stato e per il nostro sistema educativo  e della formazione.

Le tasse, la normativa del lavoro e il sostegno ai disoccupati,  non costituiscono che la cornice del contesto economico. La Civanomics è fatta anche di politica industriale, di investimenti in settori produttivi innovativi e non convenzionali, a partire dalla cultura e dall’economia verde. Un quadro ampio, ma fattibile composto di assi strategici e proposte concrete e, soprattutto, di tanta serietà. Lo “stile” Civati insomma.

Salvatore Sinagra

Una proposta anticrisi e per lo sviluppo? Prendersi cura del territorio (di Giorgio Nebbia)

Occupazione giovanile: è la “nuova” parola d’ordine del nuovo governo. Giustissimo impegno per il quale è giustissimo investire pubblico denaro per incentivare l’assunzione di giovani disoccupati. Un aspetto poco spiegato è, a mio parere, che cosa potranno fare i nuovi occupati nell’agricoltura, nell’industria, nell’edilizia, nei commerci, nei servizi. Si parla di impieghi nell’economia verde, altra parola magica che indica molte attività che vanno dalle fonti di energia alternative e rinnovabili, alla creazione e alla cura di aree protette, alla ristrutturazione degli edifici per renderli capaci di consumare meno energia, o di resistere ai terremoti o alle calamità “naturali”.cura del territorio

Alcune delle proposte di impiego consistono in opportune opere di riparazione dei danni dovuti ad eventi disastrosi come alluvioni o frane, ma credo che grande attenzione i governanti dovrebbero anche rivolgere alla prevenzione di tali eventi, in genere prevedibili. Non a caso Albert Schweitzer (1875-1965), premio Nobel e grande pensatore e profeta della pace e dell’amore per la natura e per la vita, mezzo secolo fa avvertiva che l’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire e che tale incapacità è la vera causa dei guasti ecologici.

Secondo la mia modesta opinione, una fonte di occupazione giovanile potrebbe essere proprio una campagna di difesa del territorio per evitare l’erosione del suolo e gli ostacoli al moto delle acque nei fossi, torrenti e fiumi, origine delle esondazioni nelle valli, nelle pianure, perfino nelle città. Eventi che ormai in tutte le stagioni dell’anno distruggono edifici, raccolti, campi, case, fabbriche, strade, eventi che costringono le autorità locali a invocare lo “stato di calamità naturale” (che naturale non è) e a chiedere risarcimento allo Stato per miliardi di euro ogni anno. Soldi che potrebbero essere risparmiati in futuro se investiti oggi pagando giovani disoccupati per interventi e opere di prevenzione.giovani1

L’idea non è nuova: quando Franklin Delano Rooservelt fu eletto presidente degli Stati Uniti nel 1933, in piena crisi economica, con una spaventosa disoccupazione anche giovanile, in condizioni, purtroppo, simili a quelle odierne dell’Italia e di altri paesi europei, dieci giorni dopo l’insediamento alla Casa Bianca istituì un corpo di giovani lavoratori, i Civilian Conservation Corps CCC, destinati proprio al riassetto del territorio e alla conservazione dell’ambiente. Nell’estate del 1933 trecentomila americani dai 18 ai 25 anni, figli di famiglie disagiate, erano nei boschi, impegnati nei lavori di difesa del suolo che da molti anni erano stati trascurati. Negli anni successivi, fino al 1942, in varie campagne coordinate dal Servizio Forestale nazionale, due milioni di giovani americani piantarono tre miliardi di alberi, costruirono e ripararono 150.000 chilometri di strade collinari e campestri, ripulirono il greto dei torrenti, costruirono dighe e laghetti artificiali, scavarono canali per l’irrigazione, costruirono ponti e 3500 torri antincendio, ripulirono spiagge e terreni. Ai giovani impiegati nei CCC veniva assicurato vitto e alloggio e un salario, in parte trasferito alle loro famiglie bisognose.

Alcuni potrebbero obiettare che l’organizzazione di un simile servizio giovanile ambientale oggi in Italia comporterebbe immediati costi per lo Stato, le cui finanze sono già dissestate; tali costi di oggi sarebbero però molte volte inferiori a quelli futuri certi, che dovremo affrontare se continueremo a fare niente per la difesa del territorio. Per quanto riguarda gli incentivi con pubblico denaro per chi assume giovani lavoratori nelle attività produttive, agricole e industriali, sempre a mio parere, sarebbe giusto che tali incentivi fossero assegnati dopo una analisi di quello che le imprese si propongono di fare.incentivi pubblici

Troppe volte sono stati chiesti e ottenuti soldi pubblici per iniziative che sembravano di successo e che si sono presto rivelate fallimentari (ne sa ben qualcosa il nostro Mezzogiorno) perché i mercati erano già saturi o perché tecnicamente sbagliate, operazioni finite con profitti per pochi privati e danni per lo Stato, i lavoratori e l’ambiente. Una nuova politica di incentivi all’occupazione giovanile dovrebbe essere accompagnata da attente indagini per identificare quali processi e produzioni di merci ci consentono di diminuire le importazioni e di aumentare le esportazioni, e da un controllo sulla validità delle iniziative produttive e commerciali.

E’ ben vero che il mercato e le imprese devono essere liberi nelle loro scelte, ma ciò vale quando investono o perdono il denaro dei privati; quando invece le imprese operano con incentivi o contributi di pubblico denaro, qualche controllo pubblico sarebbe pur necessario su quello che viene prodotto, sulla localizzazione degli insediamenti, sulle precauzioni che vengono prese per evitare inquinamenti o discariche nocivi. Al di la delle valutazioni di impatto ambientale, ogni volta che c’entrano soldi di tutti sarebbe opportuno, come talvolta è stato, invano, proposto in passato, un pubblico scrutinio tecnico-scientifico e merceologico di che cosa viene prodotto e dove e come. Proporre lavoro in imprese sbagliate o fallimentari sarebbe un ulteriore tradimento dei nostri giovani concittadini disoccupati.

Giorgio Nebbia da http://comune-info.net

Un governo c’è e deve lavorare (di Claudio Lombardi)

Ormai la storia è nota: per sfuggire alla paralisi politica e istituzionale si è formato un governo composto da forze politiche che stanno su fronti opposti. Anche se si fosse trattato di un governo tecnico o del Presidente i voti dovevano comunque arrivare da Pd, Pdl e Scelta Civica. Il M5S si è tirato fuori da qualunque soluzione che non fosse l’assurda proroga del governo Monti o la ridicola proposta di un governo targato Grillo sostenuto non si sa da chi. L’alternativa era tornare a votare senza alcuna garanzia che i risultati sarebbero stati diversi, ma con la certezza di uno sbandamento lungo fino alla fine dell’estate. Uno sbandamento che avremmo pagato noi ovviamente.Italia in fuga

L’alleanza fra centro destra e centro sinistra non è scandalosa di per sé; in Germania si è fatta diverse volte e con risultati importanti. Formare un governo e far lavorare le istituzioni e gli apparati dello stato è un dovere non un’opzione a disposizione delle convenienze degli eletti. Quindi che adesso ci sia un governo è un fatto positivo e l’unico problema che si dovrebbe porre è come farlo lavorare per ottenere i risultati più utili agli italiani in attesa di tempi migliori per alleanze più coerenti.

Dunque un governo c’è e deve produrre dei risultati. Per quanto tempo? Non si misura in mesi il tempo di questo governo, ma in obiettivi da raggiungere. Cassa integrazione, trattativa in Europa per l’allentamento dei vincoli di bilancio, provvedimenti contro la disoccupazione e la povertà, debiti da pagare alle imprese, riduzione del cuneo fiscale sul lavoro cioè diminuzione del costo senza incidere sulle buste paga. E poi legge elettorale, riduzione dei costi della politica e riduzione della pressione fiscale tra cui anche quella sulla casa. Il punto centrale non è l’abolizione dell’IMU che non serve a nulla se non a mettere in tasca a tutti i proprietari di case e solo a loro una manciata di euro. Il problema è la pressione fiscale e i servizi che vengono forniti e le politiche pubbliche che vengono fatte. Se elimino l’IMU non faccio nulla contro la disoccupazione. Se taglio il costo del lavoro aiuto chi vuole assumere a farlo. Cosa conta di più?giovane e crisi

Il fatto è che sul governo pesa la strategia del Pdl di farsi forte della crisi del centro sinistra, dello stato confusionale in cui è precipitato il Pd e dell’incapacità del M5S di andare otre la protesta per riconquistare la maggioranza alle prossime elezioni.

I processi di Berlusconi e le prime condanne rendono tutto più complicato perché mettono a nudo che ad allearsi sono due “incompiute” di centro destra e di centro sinistra. La prima coincide ancora con un partito personale completamente dipendente dal suo capo; la seconda corrisponde ad un partito nato da poco e che già si deve rifondare perché è soffocato dalla stretta di fazioni avverse disposte anche a distruggere il partito pur di sbarrarsi la strada l’una con l’altra.

L’anomalia italiana ha molte facce, ma sicuramente chi tiene in ostaggio l’Italia da molti anni è quel groviglio di poteri che si riconoscono in Berlusconi e che gli consentono ogni trasgressione come se si trattasse di un sovrano.

chiacchiere BerlusconiMa Berlusconi vive anche dell’incapacità dei suoi avversari di dare risposte credibili che convincano più di quelle finte che lui sta propinando agli italiani da quasi venti anni. Berlusconi è forte se chi gli si oppone non è capace di presentare un progetto politico forte. Ci stupiamo ancora dei suoi attacchi alla Magistratura che rimarrebbero grida nel deserto se qualcun altro fosse riuscito a prendere la guida dell’Italia e portarla fuori dalla crisi.

Così non è stato ed è arrivato il momento di concentrarsi su questo.

Lo sbandamento e la confusione che c’è nel campo della sinistra e del centro sinistra e che dura da molti anni è il problema. La soluzione non è proclamare la necessità di più sinistra come se fosse una pozione miracolosa, ma partire dalle proposte concrete e da un progetto politico credibile che rendano evidente a tutti la maggiore chiarezza di idee e la loro validità di chi si ispira agli ideali di sinistra. Dimostrare con i fatti che si è migliori nel governo della collettività, questa è la sfida che può emarginare un centro destra incapace di andare oltre Berlusconi.

Per farlo occorre certo rifondare il Pd, ma dimostrando di conoscere i limiti che hanno avuto finora le culture di centro sinistra e di sinistra. I diritti e i doveri, i poteri e le responsabilità, l’uguaglianza delle opportunità e la concretezza di una ridistribuzione di ricchezza che deve avere come sua premessa la produzione della ricchezza stessa. Per essere sinistra non basta sventolare le bandiere rosse e poi lasciare ad apparati politici e sindacali il monopolio della rappresentanza. Questa è una strada già percorsa e assolutamente inadatta ai tempi di oggi.

Se la rifondazione del Pd saprà andare oltre farà un gran bene anche a tutta l’area della protesta antagonista e di stampo populista perché metterà tutti di fronte ad un progetto politico forte adeguato ai bisogni di questa Italia.

Claudio Lombardi

Il regresso dell’IMU (di Roberta Carlini)

Intervenendo d’urgenza sulla tassa sulla casa, il governo Letta fa un triplice errore: spostando risorse dai più poveri ai più ricchi, dai più giovani ai più vecchi, dalle periferie al centro. Senza con questo aiutare l’economia. A chi giova?

IMU caseCostosa, inutile e dannosa. La prima manovra economica del governo Letta-Alfano, oltre a consegnare un plateale successo politico a Silvio Berlusconi – che vede la sua bandierina elettorale trasformata in decreto legge, il primo del neonato esecutivo – si colloca al di fuori di qualsiasi logica economica e al centro di un disegno redistributivo preciso: di censo (dai più poveri ai più ricchi), generazionale (dai più giovani ai più vecchi), territoriale (dalla periferia al centro).

Gli effetti redistributivi

Non è ancora chiara la sorte finale dell’Imu, visto che quella di giugno è solo una “sospensione”. Una parte della coalizione che sostiene il governo chiede che a regime l’Imu sparisca del tutto, e anzi che sia restituita anche quella pagata nel 2012; un’altra parte che sia tolta solo sulle prime case. Per comodità, ragioniamo sulla seconda opzione, che costerebbe alle casse pubbliche 4 miliardi di minori entrate. La vulgata vuole che, poiché sono moltissimi gli italiani proprietari di case, ci guadagnino quasi tutti. Ma andiamo a vedere i numeri. Secondo un rapporto sugli Immobili in Italia delle Agenzie del Territorio e delle Entrate, dei 41,5 milioni di contribuenti italiani, il 59% (26,4 milioni) è proprietario di un immobile. Il che già esclude dal beneficio dei tagli all’Imu più del 40% dei contribuenti italiani: non hanno immobili, dunque sono presumibilmente nella fascia più povera della popolazione. Tra coloro che hanno un immobile come prima casa, poi, non tutti sono tenuti al pagamento dell’Imu, poiché per le fasce più basse di reddito le detrazioni azzerano l’imposta: considerando anche questi ultimi, si viene a scoprire che circa la metà delle famiglie italiane non paga l’Imu (vuoi perché non ha la casa, vuoi perché le detrazioni annullano del tutto l’imposta).

Tra coloro che invece sono tenuti a pagarla, com’è invece la distribuzione del reddito? Secondo i calcoli fatti dagli economisti Bordignon, Pellegrino e Turati, al primo decile della distribuzione ci sono solo il 26,4% di famiglie con Imu “positiva” (cioè tenute al pagamento dell’imposta), e tale percentuale cresce al crescere del reddito fino ad arrivare al 78,7% dell’ultimo decile. Di fatto, più della metà del gettito Imu prima casa viene dai tre scalini più alti della scala della distribuzione, insomma, da coloro che guadagnano di più. (Massimo Bordignon, Simone Pellegrino e Gilberto Turati, “Effetto Imu”, lavoce.info. Si veda anche Bordigon, “Se la felicità è tagliare l’Imu“). Una abolizione pura e semplice dell’Imu prima casa potrebbe sì alleviare il peso fiscale su una parte di famiglie non benestanti, ma di certo avvantaggerebbe in modo più che proporzionale quelle più ricche.

L’effetto redistributivo generazionale è ancora più preoccupante, e smentisce clamorosamente le buone intenzioni dichiarate (o propagandate) in proposito dal governo del relativamente giovane Letta. Come già si era notato qui, sono proprietari di case solo 837.158 contribuenti nella fascia d’età tra i 21 e i 30 anni: costoro sono solo il 3,5% dei proprietari, pur essendo l’11% della popolazione. Dopo i 30, la quota dei proprietari di case sale, ovviamente, con l’età. Dunque, un trasferimento di risorse pubbliche ai proprietari di case può essere giustificato con mille altri motivi, ma non certo con l’argomento pro-giovani; risolvendosi invece in un netto trasferimento di risorse da tutta la collettività ai suoi membri più anziani.disparità

Infine, la distribuzione centro/periferia. Quando a giugno mancheranno i primi due miliardi dell’Imu di quest’anno, saranno i comuni a entrare in crisi. Dopo anni di propaganda federalista, con decisione centralista viene abolito il più importante tributo locale. Non sarebbe stato meglio lasciare ai comuni libertà di scelta sul da farsi?

Non-senso economico

Inoltre, i due effetti redistributivi – quello regressivo a sfavore dei più poveri, e quello dalle periferie al centro – si mostrano amplificati se passiamo alla seconda parte di tutti questi ragionamenti: come sarà sostituito il gettito Imu, visto che il governo si è impegnato a tenere invariati i saldi di bilancio e dunque a non finanziare riduzioni delle imposte con nuovo deficit? Qualche sindaco ha già annunciato che saranno aumentate le addizionali Irpef locali – dunque, l’imposizione si sposterebbe dalla casa al lavoro. In alternativa, i comuni saranno obbligati a tagliare le loro spese, per lo più legate a funzioni sociali e di assistenza, quelle che vanno a beneficio delle fasce più deboli della popolazione: che si troveranno a dover pagare di più per ticket, o contributi a tariffe come quelle degli asili nido, o trasporti, o tante altre spese legate alle funzioni dei comuni. A queste obiezioni si replica che potrebbe essere il governo centrale, con qualche marchingegno, a mettere risorse proprie sulla riduzione dell’Imu: ma anche in questo caso vanno valutati gli effetti redistributivi derivanti dalla scelta di impiegare le poche risorse disponibili in una riduzione dell’imposta sugli immobili invece che – per fare solo qualche esempio – in un piano per il lavoro dei giovani, o nella riduzione delle imposte sui redditi più bassi, o altro.

giovane e crisiCome ha scritto Mario Pianta, con i 4 miliardi del gettito dell’Imu sulla prima casa si possono azzerare le imposte sui redditi per tutti coloro che guadagnano meno di 15.000 euro l’anno. E ci sono molte ragioni per “tassare le case, non il lavoro” (v. intervista a Gilberto Muraro, su Il Bo). Misure nettamente rivolte ai più poveri, oppure al sostegno alle assunzioni dei più giovani, avrebbero inoltre un effetto sull’economia maggiore, sostenendo la domanda interna: cosa che la riduzione o cancellazione dell’Imu fa in misura assai minore. Molti tra i sostenitori della riduzione o abolizione dell’Imu, dicono che in questo modo si avrebbe una spinta alla ripresa economica attraverso il rilancio dell’edilizia (è quel che scrive per esempio Luca Ricolfi su La Stampa del 5 maggio 2013, nell’articolo “Parliamo di tasse senza ideologie”): ignorando però (o fingendo di ignorare) il fatto che le compravendite di case nuove sono ferme non per colpa dell’Imu ma perché le banche non danno più mutui, e che già sul mercato ci sono milioni di metri cubi costruiti e invenduti. Né si può pensare che un forte incentivo all’economia possa arrivare attraverso l’effetto della maggiore liquidità che una parte delle famiglie avrà a giugno: a meno di non immaginare che tutti i proprietari di case corrano a spendere i soldi risparmiati sull’Imu acquistando immediatamente beni, ovviamente italiani.

Roberta Carlini da www.sbilanciamoci.info

Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare…. (di Angela Masi)

“Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo”.  Don Luigi Milani.

solidarietàLe cronache dei TG pochi giorni fa contemplavano anche il funerale della famiglia marchigiana che alla vita e alla lotta per la sopravvivenza ha rinunciato passando, almeno si spera, a miglior vita. Nessuna ironia in questa frase, solo rabbia e stupore…. Indignazione? Può essere, ma da qualche anno abbiamo smesso….

Il signor B. lascia il Paese in una situazione drammatica. Canti e balli per le sue dimissioni… a distanza di poco più di un anno il popolo ha dimenticato e alle urne lo premia con uno strepitoso 125 seggi alla Camera e 117 al Senato.

Il dottor Bersani continua a cercare la risposta giusta alla drammatica situazione del Paese, ma non la trova. Forse perché ha “vinto” le elezioni con così pochi voti che qualcuno ha detto:  “ancora qualche settimana e ce la facevi a perdere”. Insomma abbiamo bisogno che qualcosa cambi e di trovarla ‘sta strada almeno per dire ai cittadini di resistere e sperare, ma chi dovrebbe guidare il rinnovamento non vince.

La novità dell’anno – l’exploit del M5S – tanto acclamata all’estero e elogiata persino dalla dott.ssa Le Pen non porta chiarezza e non si sa come il movimento intende onorare il mandato che i cittadini italiani gli hanno conferito. Ci aspettavamo botti e saette e tanti cambiamenti e, invece, l’unico risultato è stato lo stallo e i comitati dei saggi. Per fare che? Per arrivare senza annoiarci al nuovo Presidente. L’unica novità i conflitti interni al movimento gestiti, o forse annullati sul nascere dal supremo garante nonché fondatore, Grillo.

Aspettiamo di vedere un po’ di personalità politica autonoma di almeno qualcuno dei grillini? O anche una proposta che non sia la solita frase provocatoria lanciata sul blog? Faccio una battuta maligna: probabilmente col primo stipendio d’oro in tasca avranno la mente rilassata per pianificare i progetti politici.

Troppe le situazioni di criticità che con il governo Monti non hanno trovato soluzione. Da una recessione economica che ha messo in ginocchio numerose imprese, causando una crisi occupazionale senza precedenti, all’emigrazione cresciuta del 30% ( più di 80.000 persone, la metà della quali di età inferiore ai 40 anni, hanno lasciato il nostro Paese); dal monito dell’Unione europea e dei suoi Paesi più forti sul rischio di default al penultimo posto destinato al bel Paese per le spese destinate alla scuola e alla cultura.

Di responsabilità veramente poca. Ognuno tenta disperatamente di dar pace a sè stesso provando a convincerci che il dramma che ci si presenta di fronte non l’ha creato lui.crisi Europa

Questo accade nel “mondo di sopra”. Nel “mondo di sotto” intanto….

Monia: “Mi sono laureata nel Luglio del 2007 in Scienze dell’Educazione e dal 2001 lavoro presso una cooperativa come Educatrice. Di anno in anno ho visto abbassare il mio stipendio fino ad arrivare a stipendi da fame. Dopo alcuni mesi dalla laurea ho avuto la fortuna di trovare un impiego a tempo determinato per una multinazionale della moda. Le condizioni di lavoro erano massacranti, stressanti ed umilianti. Mi dissero che non potevo sperare di fare quel lavoro nel migliore dei modi dato che nella vita avevo solo studiato. Dopo 7 mesi non ho avuto il rinnovo del contratto, ho trascorso l’estate da disoccupata e da circa 10 mesi invio curriculum senza ricevere una risposta. Devo, quindi, dedurre che quello che mi hanno detto forse era vero? Altamente deprimente credere che ho impiegato tutta la mia vita nello studio a sgobbare sui libri per non saper fare nulla”.
precariatoFrancesca: “Mi sono laureata in lingue nel 2001 (con specializzazione in tedesco e francese). Dopo la laurea ho iniziato al meglio. Ho lavorato all’estero per più di un anno supportando un team di ingegneri per società farmaceutiche, in Svizzera ed in Francia, dove lavoravo essenzialmente come traduttrice ed interprete nelle linee di produzione. Purtroppo si trattava di progetti con scadenze vincolate ad appalti. Così ho cominciato a lavorare in Italia come assistente con mansioni di segretaria. Ho voluto sperare nel meglio. Così ho continuato a cercare un lavoro diverso, in un contesto internazionale e stimolante. Sono approdata in una società che si occupa di ricerca e selezione di personale altamente qualificato, riconosciuta a livello mondiale. L’ambiente era piacevole e giovanile, stimolante e intellettualmente appagante. Ma è arrivato il ridimensionamento aziendale e sono stata mandata via. Faccio presente che in tutte le mie precedenti esperienze avevo un regolare contratto a tempo indeterminato… compresa quest’ultima, in cui è stato utilizzato l’espediente dei sei mesi di prova per poter concludere il rapporto di lavoro. Niente indennità di disoccupazione. E così eccomi a 34 anni, ricco curriculum professionale, ma disoccupata. Dovrei ricominciare daccapo magari rifare quello che avrei potuto fare a 18 anni subito dopo il diploma. E questo nella migliore delle ipotesi, dal momento che per molte agenzie di somministrazione vengo definita “troppo qualificata” e pertanto non idonea. Tutto ciò non deve impedirci di continuare ad inseguire il nostro sogno… quello per cui abbiamo investito tanto, anima e mente. Spero di non dover cambiare mai idea”.

Angela Masi 

Una voce dalla Gran Bretagna contro il neoliberismo

Da un articolo di George Monbiot pubblicato dal Guardian.

“Come il neoliberismo ha cestinato la tua vita, ma ha reso i super-ricchi ancora più ricchi.”

ricchezza1Come devono essere addolorate per noi. Nel 2012, le 100 persone più ricche del mondo sono diventate più ricche di 241 miliardi dollari. Esse ora detengono un valore di 1.900 miliardi dollari: solo un pò meno del PIL del Regno Unito. Ma questo non è certo un caso. Le sorti sempre migliori dei super-ricchi sono il risultato diretto delle politiche dei governi tra cui ne cito solo alcune: la riduzione delle aliquote fiscali per gli alti redditi, il rifiuto dei governi di recuperare una quota decente di ricavi da minerali e terreni, la privatizzazione dei beni pubblici, la liberalizzazione dei salari e la distruzione di contrattazione collettiva.

La politica che ha creato questi “sovrani globali” così ricchi è quella di spremere tutti gli altri. Questo non è ciò che la teoria neoliberista aveva previsto. Friedrich Hayek, Milton Friedman e loro discepoli – sparsi in migliaia di scuole di business, nell’ FMI, nella Banca mondiale, nell’OCSE e presenti in quasi ogni governo – hanno sostenuto che riducendo le imposte dei ricchi, le tutele dei lavoratori e la redistribuzione di ricchezza, tutti sarebbero stati economicamente meglio. Ogni tentativo di ridurre le disuguaglianze avrebbe danneggiato l’efficienza del mercato, impedendo il diffondersi del benessere. Gli apostoli di queste teorie hanno condotto 30 anni di esperimenti globali ed i risultati sono ora il fallimento totale.

Prima di andare avanti, vorrei sottolineare che io non credo che la crescita economica perpetua sia sostenibile o auspicabile. Ma se la crescita è il tuo obiettivo – un obiettivo che  ogni governo sottoscrive – non si poteva fare un pasticcio più grande che quello di liberare i super-ricchi dai vincoli della democrazia.

reagan thatcher1La relazione annuale dello scorso anno da parte della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo avrebbe dovuto essere un necrologio per il modello neoliberista sviluppato da Hayek e Friedman e dei loro discepoli. Essa mostra in modo inequivocabile che le loro politiche hanno creato i risultati opposti a quelli che avevano previsto. Poiché le politiche neoliberiste (tagliare le tasse per i ricchi privatizzando beni dello Stato, deregolamentando il lavoro e riducendo la sicurezza sociale), hanno iniziato a farsi sentire dal 1980 in poi, da quel momento i tassi di crescita hanno cominciato a cadere mentre saliva la disoccupazione.

La notevole crescita nelle nazioni ricche nel corso degli anni 50, ’60 e ’70 è stata resa possibile dalla distruzione della ricchezza e del potere delle élite, a causa della depressione e della seconda guerra mondiale. Il loro declino ha dato al restante 99% una possibilità senza precedenti per chiedere la redistribuzione con la spesa pubblica e la sicurezza sociale, le quali hanno stimolato la domanda.

Il neoliberismo è stato un tentativo di tornare indietro rispetto a questo. Generosamente finanziato da milionari, i suoi sostenitori hanno avuto un incredibile successo politico. Ma economicamente hanno fatto flop.

In tutti i paesi OCSE, l’imposizione fiscale è diventata più regressiva: i ricchi pagano di meno, sono i poveri a pagare di più. Il risultato, secondo i neoliberisti, sarebbe dovuto essere che l’efficienza economica e gli investimenti avrebbero dovuto aumentare, arricchendo tutti. E’ successo il contrario:  le imposte sui ricchi e sulle imprese sono diminuite, si è perciò ridotta, la capacità di spesa sia dello Stato che delle persone più povere ed è caduta la domanda. Il risultato è stato che i tassi di investimento sono diminuiti  al passo con le aspettative di crescita delle imprese.

I neoliberisti hanno anche insistito sul fatto che la disuguaglianza sfrenata dei redditi e i salari flessibili avrebbero ridotto la disoccupazione. Ma in tutto il mondo ricco, sia la disuguaglianza che la disoccupazione sono salite alle stelle. La recente impennata della disoccupazione nei paesi più sviluppati – peggio che in qualsiasi precedente recessione degli ultimi tre decenni – è stata preceduta dal il più basso livello dei salari in percentuale del PIL, dopo la seconda guerra mondiale. La teoria è saltata. Per un’ovvia ragione: i bassi salari deprimono la domanda, che deprime l’occupazione.povertà

In una fase di stagnazione dei salari, le persone cercano di integrare i loro redditi indebitandosi. L’aumento del debito ha alimentato le banche non regolamentate e ha portato alle conseguenze che vediamo. La disuguaglianza è diventata maggiore. Le politiche con cui i governi neoliberali cercano di ridurre i loro deficit e stimolare le loro economie sono controproducenti.

Come ho detto, non voglio esprimere opinioni sulla crescita, se non la convinzione che nessuno, in questo mare di ricchezze, dovrebbe essere povero. Ma fissando interdetto ciò che accade in Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti, mi sembra che l’intera struttura del pensiero neoliberista sia una frode. Le esigenze degli ultra-ricchi sono stati rivestite da una sofisticata teoria economica applicata indipendentemente dal risultato. Il completo fallimento di questo esperimento su scala mondiale rischia purtroppo di ricevere il nulla osta per la sua ripetizione. Ma questo non ha nulla a che fare con l’economia. Ha tutto a che fare con il potere.

Il Problema Lavoro: intervista a Francesco Giubileo

Francesco Giubileo è un sociologo del lavoro autore del libro “Una possibilità per tutti, proposta per un nuovo welfare”.

D: In Italia, quando si parla di mercato del lavoro, si fa riferimento solo all’articolo 18, ma dai miei pochi ricordi di diritto del lavoro mi pare ci sia molto di più, come mai non si parla anche d’altro?

R: Ciò avviene essenzialmente per due motivi: anzitutto l’articolo 18 ha assunto grande rilevanza politica per ragioni storiche e culturali, inoltre l’attenzione del pubblico è spesso asimmetrica, un diritto che si perde fa più notizia di uno guadagnato. Certo le preoccupazioni dei lavoratori non sono sempre insensate, poiché anche nei paesi con una flexsecurity  iper-inflazionata chi perde il lavoro, soprattutto se non è giovanissimo, fa fatica  a trovarne un altro.

D: A destra affermano che l’articolo 18 causa il precariato: non potersi liberare dei lavoratori improduttivi scoraggia  i datori di lavoro ad assumere  a tempo indeterminato. L’articolo 18 è veramente un freno per la crescita? I piccoli imprenditori e Confindustria dicono di sì.

 R: Il mercato del lavoro italiano in entrata è tra i più flessibili al mondo, anzi è tra i più precari al mondo. L’Italia rischia di fare la fine della Spagna, dove i giovani hanno iniziato con Aznar con un contratto atipico e oggi, se sono fortunati, si trovano non più giovani e con in mano un contratto ancora atipico. Comunque, il modo più semplice ed efficace per ridurre l’utilizzo di contratti atipici è quello di renderli più costosi. Le imprese, soprattutto quelle piccole,  fanno grande ricorso a contratti a termine perché costano meno; renderli più costosi potrebbe incentivare il sommerso, tuttavia oggi la capacità di effettuare controlli dell’Agenzia delle Entrate, dell’INPS e degli enti locali è notevolmente cresciuta.

D: La disciplina del mercato del lavoro avrà pure in Italia i suoi elementi di rigidità, eppure l’Italia è anche un paese in cui abbondano precariato, lavoro in nero, dimissioni in bianco, finte partite iva (esempio tirocinanti). Qual è il livello di protezione effettiva del lavoratore in Italia?

R: La riforma Fornero ha introdotto alcuni strumenti contro le dimissioni in bianco, e sono stati positivi (anche se non pienamente condivisibili) gli interventi contro le finte partite iva. Gravissimo è invece il fatto che sia stata abolita la causale dei contratti a termine, infine una grossa carenza che permane è la mancanza di un obbligo di pagare una exit free nel caso in cui venga lasciato a casa un apprendista, ovvero chi non garantisce la stabilizzazione a chi termina l’apprendistato dovrebbe pagare una penale. L’apprendistato oggi è un contratto assolutamente indeterminato, che non impone al datore di lavoro alcun obbligo di assunzione.

D: Quanto è cambiato l’art. 18 con la riforma Fornero? Qualcuno dice che non c’è stata alcuna modifica sostanziale.

R: In linea con quanto avviene negli altri paesi europei, la riforma spinge verso la conciliazione, che può risultare una soluzione soddisfacente per il datore di lavoro, ma anche per il lavoratore. Statisticamente il numero di reintegri è molto limitato, anche perché sovente il lavoratore, anche con sentenza favorevole, preferisce il risarcimento. Spesso il lavoratore reintegrato viene inserito in una black list e lasciato a casa alla prima ristrutturazione ed in questo caso non c’è articolo 18 che tenga.

D: Esistono in altri paesi europei meccanismi di reintegro del lavoratore licenziato? Non pochi affermano che la Germania cresce perché è più facile licenziare. Forse la disciplina dei licenziamenti tedesca è estremamente flessibile?

R: I meccanismi di reintegro esistono anche in Europa e in Germania licenziare è più difficile che in Italia. L’obbligo di reintegro scatta dopo il periodo di prova (al massimo sei mesi) e vige in tutte le imprese con oltre dieci dipendenti, anche se vi sono significativi incentivi alla conciliazione. L’unico caso in cui è escluso il diritto al reintegro è la chiusura  del reparto del lavoratore licenziato. Inoltre le regole dei licenziamenti collettivi sono molto rigide e tutelano i lavoratori più anziani e con carichi di famiglia.

D: Ma se è più difficile licenziare in Germania che da noi che valore ha la correlazione tra la nostra scarsa crescita e la regolamentazione del mercato del lavoro? Per inciso l’Ocse ha verificato che la difficoltà di licenziare in Italia risulta essere inferiore a quella dei paesi  scandinavi e della Germania.

R: Non esistono robuste analisi statistiche o di correlazione che dimostrino un legame univoco tra la deregolamentazione del mercato del lavoro e la crescita del Pil. In Olanda, per esempio, licenziare non è difficile, ma c’è un controllo preliminare sulla legittimità e poi contano molto la forte spinta verso il part time, un sistema di servizi per l’impiego tra i più efficienti al mondo e un sistema economico che regge la crisi.

 D: In Italia si parla tanto di Flexsecurity, è vero che il paese che l’ha inventata, la Danimarca, l’ha già abbandonata?

R: La flexsecurity si basa un welfare generoso e sullo sviluppo del capitale umano. In Danimarca attorno al 2000 si è rilevata l’esplosione del numero di persone che hanno deciso di smettere di cercare lavoro, si è assistito a veri fenomeni “parassitari del sistema” (la cosidetta Carovana dei benefici) e tra l’altro i risultati dello sviluppo del capitale umano sono stati quasi nulli, deludenti in relazione alle ingenti risorse investite. Il welfare a favore dei licenziati non è stato abolito, ma ridotto.

D: Al di là della disciplina del licenziamento, ovvero della protezione del posto di lavoro, esiste anche la protezione del lavoratore e del cittadino. Qual è la relazione tra politiche attive del lavoro, sistema di sussidi e normativa dei licenziamenti? E’ possibile pensare di rendere più facile licenziare magari potenziando i sussidi? Sarebbe auspicabile?

R: La Commissione Onofri, una commissione parlamentare incaricata nel 1997 dal governo Prodi di formulare proposte per la revisione della spesa sociale e che ha fatto importanti analisi in merito all’esclusione sociale, proponeva l’introduzione di un reddito minimo garantito. Oggi tuttavia percorrere tale strada non è per nulla facile; anche con un significativo programma di riqualificazione e ricollocamento si rischia di produrre un esercito di sussidiati per via della strutturale carenza di domanda di lavoro. Se da un lato potenziare i sussidi potrebbe rendere possibile snellire l’articolo 18, dall’altro un’impennata dei licenziamenti potrebbe rendere insostenibile il sistema dei sussidi. Vi sono almeno tre tipologie di strumenti per attenuare il problema della disoccupazione: il salario minimo, il reddito minimo e il sussidio di disoccupazione. Tuttavia oggi in Italia tutte queste strade sono difficili da percorrere, soprattutto perché vi sono aree in cui la disoccupazione è troppo alta e il sistema diverrebbe insostenibile.

 D: Cosa si intende per politiche attive  del lavoro?  Quanto spende l’Italia rispetto ad altri paesi europei e quanto sono efficaci le sue politiche attive?

R: Si tratta di programmi di riqualificazione e di ricollocamento per i disoccupati: formazione, orientamento, accompagnamento all’inserimento. Per tali attività in Italia si spende pochissimo, meno di mezzo punto di PIL, ma sulla  loro efficienza non ci sono studi affidabili, quei pochi studi che esistono non portano a conclusioni confortanti. C’è un significativo opportunismo da parte dei privati che gestiscono tali servizi. Spesso vengono erogate prestazioni di formazione nell’interesse di chi le fornisce e non di chi cerca lavoro e infine le prestazioni di collocamento sono quasi inesistenti.

D: Certe formule come la job rotation hanno senso in Italia? Ha senso dalle nostre parti parlare di formazione continua? Come si può mettere al centro del mercato del lavoro la formazione?

R: La formazione pagata dalle aziende solitamente funziona. La job rotation, insieme ai contratti di solidarietà, è alla base del miracolo tedesco di questi anni, dove, anche a fronte della riduzione del PIL, non vi è stata una crescita significativa della disoccupazione. Sono questi gli strumenti su cui deve puntare il legislatore italiano.

(Intervista a cura di Salvatore Sinagra)

1 2