Il regresso dell’IMU (di Roberta Carlini)

Intervenendo d’urgenza sulla tassa sulla casa, il governo Letta fa un triplice errore: spostando risorse dai più poveri ai più ricchi, dai più giovani ai più vecchi, dalle periferie al centro. Senza con questo aiutare l’economia. A chi giova?

IMU caseCostosa, inutile e dannosa. La prima manovra economica del governo Letta-Alfano, oltre a consegnare un plateale successo politico a Silvio Berlusconi – che vede la sua bandierina elettorale trasformata in decreto legge, il primo del neonato esecutivo – si colloca al di fuori di qualsiasi logica economica e al centro di un disegno redistributivo preciso: di censo (dai più poveri ai più ricchi), generazionale (dai più giovani ai più vecchi), territoriale (dalla periferia al centro).

Gli effetti redistributivi

Non è ancora chiara la sorte finale dell’Imu, visto che quella di giugno è solo una “sospensione”. Una parte della coalizione che sostiene il governo chiede che a regime l’Imu sparisca del tutto, e anzi che sia restituita anche quella pagata nel 2012; un’altra parte che sia tolta solo sulle prime case. Per comodità, ragioniamo sulla seconda opzione, che costerebbe alle casse pubbliche 4 miliardi di minori entrate. La vulgata vuole che, poiché sono moltissimi gli italiani proprietari di case, ci guadagnino quasi tutti. Ma andiamo a vedere i numeri. Secondo un rapporto sugli Immobili in Italia delle Agenzie del Territorio e delle Entrate, dei 41,5 milioni di contribuenti italiani, il 59% (26,4 milioni) è proprietario di un immobile. Il che già esclude dal beneficio dei tagli all’Imu più del 40% dei contribuenti italiani: non hanno immobili, dunque sono presumibilmente nella fascia più povera della popolazione. Tra coloro che hanno un immobile come prima casa, poi, non tutti sono tenuti al pagamento dell’Imu, poiché per le fasce più basse di reddito le detrazioni azzerano l’imposta: considerando anche questi ultimi, si viene a scoprire che circa la metà delle famiglie italiane non paga l’Imu (vuoi perché non ha la casa, vuoi perché le detrazioni annullano del tutto l’imposta).

Tra coloro che invece sono tenuti a pagarla, com’è invece la distribuzione del reddito? Secondo i calcoli fatti dagli economisti Bordignon, Pellegrino e Turati, al primo decile della distribuzione ci sono solo il 26,4% di famiglie con Imu “positiva” (cioè tenute al pagamento dell’imposta), e tale percentuale cresce al crescere del reddito fino ad arrivare al 78,7% dell’ultimo decile. Di fatto, più della metà del gettito Imu prima casa viene dai tre scalini più alti della scala della distribuzione, insomma, da coloro che guadagnano di più. (Massimo Bordignon, Simone Pellegrino e Gilberto Turati, “Effetto Imu”, lavoce.info. Si veda anche Bordigon, “Se la felicità è tagliare l’Imu“). Una abolizione pura e semplice dell’Imu prima casa potrebbe sì alleviare il peso fiscale su una parte di famiglie non benestanti, ma di certo avvantaggerebbe in modo più che proporzionale quelle più ricche.

L’effetto redistributivo generazionale è ancora più preoccupante, e smentisce clamorosamente le buone intenzioni dichiarate (o propagandate) in proposito dal governo del relativamente giovane Letta. Come già si era notato qui, sono proprietari di case solo 837.158 contribuenti nella fascia d’età tra i 21 e i 30 anni: costoro sono solo il 3,5% dei proprietari, pur essendo l’11% della popolazione. Dopo i 30, la quota dei proprietari di case sale, ovviamente, con l’età. Dunque, un trasferimento di risorse pubbliche ai proprietari di case può essere giustificato con mille altri motivi, ma non certo con l’argomento pro-giovani; risolvendosi invece in un netto trasferimento di risorse da tutta la collettività ai suoi membri più anziani.disparità

Infine, la distribuzione centro/periferia. Quando a giugno mancheranno i primi due miliardi dell’Imu di quest’anno, saranno i comuni a entrare in crisi. Dopo anni di propaganda federalista, con decisione centralista viene abolito il più importante tributo locale. Non sarebbe stato meglio lasciare ai comuni libertà di scelta sul da farsi?

Non-senso economico

Inoltre, i due effetti redistributivi – quello regressivo a sfavore dei più poveri, e quello dalle periferie al centro – si mostrano amplificati se passiamo alla seconda parte di tutti questi ragionamenti: come sarà sostituito il gettito Imu, visto che il governo si è impegnato a tenere invariati i saldi di bilancio e dunque a non finanziare riduzioni delle imposte con nuovo deficit? Qualche sindaco ha già annunciato che saranno aumentate le addizionali Irpef locali – dunque, l’imposizione si sposterebbe dalla casa al lavoro. In alternativa, i comuni saranno obbligati a tagliare le loro spese, per lo più legate a funzioni sociali e di assistenza, quelle che vanno a beneficio delle fasce più deboli della popolazione: che si troveranno a dover pagare di più per ticket, o contributi a tariffe come quelle degli asili nido, o trasporti, o tante altre spese legate alle funzioni dei comuni. A queste obiezioni si replica che potrebbe essere il governo centrale, con qualche marchingegno, a mettere risorse proprie sulla riduzione dell’Imu: ma anche in questo caso vanno valutati gli effetti redistributivi derivanti dalla scelta di impiegare le poche risorse disponibili in una riduzione dell’imposta sugli immobili invece che – per fare solo qualche esempio – in un piano per il lavoro dei giovani, o nella riduzione delle imposte sui redditi più bassi, o altro.

giovane e crisiCome ha scritto Mario Pianta, con i 4 miliardi del gettito dell’Imu sulla prima casa si possono azzerare le imposte sui redditi per tutti coloro che guadagnano meno di 15.000 euro l’anno. E ci sono molte ragioni per “tassare le case, non il lavoro” (v. intervista a Gilberto Muraro, su Il Bo). Misure nettamente rivolte ai più poveri, oppure al sostegno alle assunzioni dei più giovani, avrebbero inoltre un effetto sull’economia maggiore, sostenendo la domanda interna: cosa che la riduzione o cancellazione dell’Imu fa in misura assai minore. Molti tra i sostenitori della riduzione o abolizione dell’Imu, dicono che in questo modo si avrebbe una spinta alla ripresa economica attraverso il rilancio dell’edilizia (è quel che scrive per esempio Luca Ricolfi su La Stampa del 5 maggio 2013, nell’articolo “Parliamo di tasse senza ideologie”): ignorando però (o fingendo di ignorare) il fatto che le compravendite di case nuove sono ferme non per colpa dell’Imu ma perché le banche non danno più mutui, e che già sul mercato ci sono milioni di metri cubi costruiti e invenduti. Né si può pensare che un forte incentivo all’economia possa arrivare attraverso l’effetto della maggiore liquidità che una parte delle famiglie avrà a giugno: a meno di non immaginare che tutti i proprietari di case corrano a spendere i soldi risparmiati sull’Imu acquistando immediatamente beni, ovviamente italiani.

Roberta Carlini da www.sbilanciamoci.info

Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare…. (di Angela Masi)

“Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo”.  Don Luigi Milani.

solidarietàLe cronache dei TG pochi giorni fa contemplavano anche il funerale della famiglia marchigiana che alla vita e alla lotta per la sopravvivenza ha rinunciato passando, almeno si spera, a miglior vita. Nessuna ironia in questa frase, solo rabbia e stupore…. Indignazione? Può essere, ma da qualche anno abbiamo smesso….

Il signor B. lascia il Paese in una situazione drammatica. Canti e balli per le sue dimissioni… a distanza di poco più di un anno il popolo ha dimenticato e alle urne lo premia con uno strepitoso 125 seggi alla Camera e 117 al Senato.

Il dottor Bersani continua a cercare la risposta giusta alla drammatica situazione del Paese, ma non la trova. Forse perché ha “vinto” le elezioni con così pochi voti che qualcuno ha detto:  “ancora qualche settimana e ce la facevi a perdere”. Insomma abbiamo bisogno che qualcosa cambi e di trovarla ‘sta strada almeno per dire ai cittadini di resistere e sperare, ma chi dovrebbe guidare il rinnovamento non vince.

La novità dell’anno – l’exploit del M5S – tanto acclamata all’estero e elogiata persino dalla dott.ssa Le Pen non porta chiarezza e non si sa come il movimento intende onorare il mandato che i cittadini italiani gli hanno conferito. Ci aspettavamo botti e saette e tanti cambiamenti e, invece, l’unico risultato è stato lo stallo e i comitati dei saggi. Per fare che? Per arrivare senza annoiarci al nuovo Presidente. L’unica novità i conflitti interni al movimento gestiti, o forse annullati sul nascere dal supremo garante nonché fondatore, Grillo.

Aspettiamo di vedere un po’ di personalità politica autonoma di almeno qualcuno dei grillini? O anche una proposta che non sia la solita frase provocatoria lanciata sul blog? Faccio una battuta maligna: probabilmente col primo stipendio d’oro in tasca avranno la mente rilassata per pianificare i progetti politici.

Troppe le situazioni di criticità che con il governo Monti non hanno trovato soluzione. Da una recessione economica che ha messo in ginocchio numerose imprese, causando una crisi occupazionale senza precedenti, all’emigrazione cresciuta del 30% ( più di 80.000 persone, la metà della quali di età inferiore ai 40 anni, hanno lasciato il nostro Paese); dal monito dell’Unione europea e dei suoi Paesi più forti sul rischio di default al penultimo posto destinato al bel Paese per le spese destinate alla scuola e alla cultura.

Di responsabilità veramente poca. Ognuno tenta disperatamente di dar pace a sè stesso provando a convincerci che il dramma che ci si presenta di fronte non l’ha creato lui.crisi Europa

Questo accade nel “mondo di sopra”. Nel “mondo di sotto” intanto….

Monia: “Mi sono laureata nel Luglio del 2007 in Scienze dell’Educazione e dal 2001 lavoro presso una cooperativa come Educatrice. Di anno in anno ho visto abbassare il mio stipendio fino ad arrivare a stipendi da fame. Dopo alcuni mesi dalla laurea ho avuto la fortuna di trovare un impiego a tempo determinato per una multinazionale della moda. Le condizioni di lavoro erano massacranti, stressanti ed umilianti. Mi dissero che non potevo sperare di fare quel lavoro nel migliore dei modi dato che nella vita avevo solo studiato. Dopo 7 mesi non ho avuto il rinnovo del contratto, ho trascorso l’estate da disoccupata e da circa 10 mesi invio curriculum senza ricevere una risposta. Devo, quindi, dedurre che quello che mi hanno detto forse era vero? Altamente deprimente credere che ho impiegato tutta la mia vita nello studio a sgobbare sui libri per non saper fare nulla”.
precariatoFrancesca: “Mi sono laureata in lingue nel 2001 (con specializzazione in tedesco e francese). Dopo la laurea ho iniziato al meglio. Ho lavorato all’estero per più di un anno supportando un team di ingegneri per società farmaceutiche, in Svizzera ed in Francia, dove lavoravo essenzialmente come traduttrice ed interprete nelle linee di produzione. Purtroppo si trattava di progetti con scadenze vincolate ad appalti. Così ho cominciato a lavorare in Italia come assistente con mansioni di segretaria. Ho voluto sperare nel meglio. Così ho continuato a cercare un lavoro diverso, in un contesto internazionale e stimolante. Sono approdata in una società che si occupa di ricerca e selezione di personale altamente qualificato, riconosciuta a livello mondiale. L’ambiente era piacevole e giovanile, stimolante e intellettualmente appagante. Ma è arrivato il ridimensionamento aziendale e sono stata mandata via. Faccio presente che in tutte le mie precedenti esperienze avevo un regolare contratto a tempo indeterminato… compresa quest’ultima, in cui è stato utilizzato l’espediente dei sei mesi di prova per poter concludere il rapporto di lavoro. Niente indennità di disoccupazione. E così eccomi a 34 anni, ricco curriculum professionale, ma disoccupata. Dovrei ricominciare daccapo magari rifare quello che avrei potuto fare a 18 anni subito dopo il diploma. E questo nella migliore delle ipotesi, dal momento che per molte agenzie di somministrazione vengo definita “troppo qualificata” e pertanto non idonea. Tutto ciò non deve impedirci di continuare ad inseguire il nostro sogno… quello per cui abbiamo investito tanto, anima e mente. Spero di non dover cambiare mai idea”.

Angela Masi 

Una voce dalla Gran Bretagna contro il neoliberismo

Da un articolo di George Monbiot pubblicato dal Guardian.

“Come il neoliberismo ha cestinato la tua vita, ma ha reso i super-ricchi ancora più ricchi.”

ricchezza1Come devono essere addolorate per noi. Nel 2012, le 100 persone più ricche del mondo sono diventate più ricche di 241 miliardi dollari. Esse ora detengono un valore di 1.900 miliardi dollari: solo un pò meno del PIL del Regno Unito. Ma questo non è certo un caso. Le sorti sempre migliori dei super-ricchi sono il risultato diretto delle politiche dei governi tra cui ne cito solo alcune: la riduzione delle aliquote fiscali per gli alti redditi, il rifiuto dei governi di recuperare una quota decente di ricavi da minerali e terreni, la privatizzazione dei beni pubblici, la liberalizzazione dei salari e la distruzione di contrattazione collettiva.

La politica che ha creato questi “sovrani globali” così ricchi è quella di spremere tutti gli altri. Questo non è ciò che la teoria neoliberista aveva previsto. Friedrich Hayek, Milton Friedman e loro discepoli – sparsi in migliaia di scuole di business, nell’ FMI, nella Banca mondiale, nell’OCSE e presenti in quasi ogni governo – hanno sostenuto che riducendo le imposte dei ricchi, le tutele dei lavoratori e la redistribuzione di ricchezza, tutti sarebbero stati economicamente meglio. Ogni tentativo di ridurre le disuguaglianze avrebbe danneggiato l’efficienza del mercato, impedendo il diffondersi del benessere. Gli apostoli di queste teorie hanno condotto 30 anni di esperimenti globali ed i risultati sono ora il fallimento totale.

Prima di andare avanti, vorrei sottolineare che io non credo che la crescita economica perpetua sia sostenibile o auspicabile. Ma se la crescita è il tuo obiettivo – un obiettivo che  ogni governo sottoscrive – non si poteva fare un pasticcio più grande che quello di liberare i super-ricchi dai vincoli della democrazia.

reagan thatcher1La relazione annuale dello scorso anno da parte della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo avrebbe dovuto essere un necrologio per il modello neoliberista sviluppato da Hayek e Friedman e dei loro discepoli. Essa mostra in modo inequivocabile che le loro politiche hanno creato i risultati opposti a quelli che avevano previsto. Poiché le politiche neoliberiste (tagliare le tasse per i ricchi privatizzando beni dello Stato, deregolamentando il lavoro e riducendo la sicurezza sociale), hanno iniziato a farsi sentire dal 1980 in poi, da quel momento i tassi di crescita hanno cominciato a cadere mentre saliva la disoccupazione.

La notevole crescita nelle nazioni ricche nel corso degli anni 50, ’60 e ’70 è stata resa possibile dalla distruzione della ricchezza e del potere delle élite, a causa della depressione e della seconda guerra mondiale. Il loro declino ha dato al restante 99% una possibilità senza precedenti per chiedere la redistribuzione con la spesa pubblica e la sicurezza sociale, le quali hanno stimolato la domanda.

Il neoliberismo è stato un tentativo di tornare indietro rispetto a questo. Generosamente finanziato da milionari, i suoi sostenitori hanno avuto un incredibile successo politico. Ma economicamente hanno fatto flop.

In tutti i paesi OCSE, l’imposizione fiscale è diventata più regressiva: i ricchi pagano di meno, sono i poveri a pagare di più. Il risultato, secondo i neoliberisti, sarebbe dovuto essere che l’efficienza economica e gli investimenti avrebbero dovuto aumentare, arricchendo tutti. E’ successo il contrario:  le imposte sui ricchi e sulle imprese sono diminuite, si è perciò ridotta, la capacità di spesa sia dello Stato che delle persone più povere ed è caduta la domanda. Il risultato è stato che i tassi di investimento sono diminuiti  al passo con le aspettative di crescita delle imprese.

I neoliberisti hanno anche insistito sul fatto che la disuguaglianza sfrenata dei redditi e i salari flessibili avrebbero ridotto la disoccupazione. Ma in tutto il mondo ricco, sia la disuguaglianza che la disoccupazione sono salite alle stelle. La recente impennata della disoccupazione nei paesi più sviluppati – peggio che in qualsiasi precedente recessione degli ultimi tre decenni – è stata preceduta dal il più basso livello dei salari in percentuale del PIL, dopo la seconda guerra mondiale. La teoria è saltata. Per un’ovvia ragione: i bassi salari deprimono la domanda, che deprime l’occupazione.povertà

In una fase di stagnazione dei salari, le persone cercano di integrare i loro redditi indebitandosi. L’aumento del debito ha alimentato le banche non regolamentate e ha portato alle conseguenze che vediamo. La disuguaglianza è diventata maggiore. Le politiche con cui i governi neoliberali cercano di ridurre i loro deficit e stimolare le loro economie sono controproducenti.

Come ho detto, non voglio esprimere opinioni sulla crescita, se non la convinzione che nessuno, in questo mare di ricchezze, dovrebbe essere povero. Ma fissando interdetto ciò che accade in Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti, mi sembra che l’intera struttura del pensiero neoliberista sia una frode. Le esigenze degli ultra-ricchi sono stati rivestite da una sofisticata teoria economica applicata indipendentemente dal risultato. Il completo fallimento di questo esperimento su scala mondiale rischia purtroppo di ricevere il nulla osta per la sua ripetizione. Ma questo non ha nulla a che fare con l’economia. Ha tutto a che fare con il potere.

Il Problema Lavoro: intervista a Francesco Giubileo

Francesco Giubileo è un sociologo del lavoro autore del libro “Una possibilità per tutti, proposta per un nuovo welfare”.

D: In Italia, quando si parla di mercato del lavoro, si fa riferimento solo all’articolo 18, ma dai miei pochi ricordi di diritto del lavoro mi pare ci sia molto di più, come mai non si parla anche d’altro?

R: Ciò avviene essenzialmente per due motivi: anzitutto l’articolo 18 ha assunto grande rilevanza politica per ragioni storiche e culturali, inoltre l’attenzione del pubblico è spesso asimmetrica, un diritto che si perde fa più notizia di uno guadagnato. Certo le preoccupazioni dei lavoratori non sono sempre insensate, poiché anche nei paesi con una flexsecurity  iper-inflazionata chi perde il lavoro, soprattutto se non è giovanissimo, fa fatica  a trovarne un altro.

D: A destra affermano che l’articolo 18 causa il precariato: non potersi liberare dei lavoratori improduttivi scoraggia  i datori di lavoro ad assumere  a tempo indeterminato. L’articolo 18 è veramente un freno per la crescita? I piccoli imprenditori e Confindustria dicono di sì.

 R: Il mercato del lavoro italiano in entrata è tra i più flessibili al mondo, anzi è tra i più precari al mondo. L’Italia rischia di fare la fine della Spagna, dove i giovani hanno iniziato con Aznar con un contratto atipico e oggi, se sono fortunati, si trovano non più giovani e con in mano un contratto ancora atipico. Comunque, il modo più semplice ed efficace per ridurre l’utilizzo di contratti atipici è quello di renderli più costosi. Le imprese, soprattutto quelle piccole,  fanno grande ricorso a contratti a termine perché costano meno; renderli più costosi potrebbe incentivare il sommerso, tuttavia oggi la capacità di effettuare controlli dell’Agenzia delle Entrate, dell’INPS e degli enti locali è notevolmente cresciuta.

D: La disciplina del mercato del lavoro avrà pure in Italia i suoi elementi di rigidità, eppure l’Italia è anche un paese in cui abbondano precariato, lavoro in nero, dimissioni in bianco, finte partite iva (esempio tirocinanti). Qual è il livello di protezione effettiva del lavoratore in Italia?

R: La riforma Fornero ha introdotto alcuni strumenti contro le dimissioni in bianco, e sono stati positivi (anche se non pienamente condivisibili) gli interventi contro le finte partite iva. Gravissimo è invece il fatto che sia stata abolita la causale dei contratti a termine, infine una grossa carenza che permane è la mancanza di un obbligo di pagare una exit free nel caso in cui venga lasciato a casa un apprendista, ovvero chi non garantisce la stabilizzazione a chi termina l’apprendistato dovrebbe pagare una penale. L’apprendistato oggi è un contratto assolutamente indeterminato, che non impone al datore di lavoro alcun obbligo di assunzione.

D: Quanto è cambiato l’art. 18 con la riforma Fornero? Qualcuno dice che non c’è stata alcuna modifica sostanziale.

R: In linea con quanto avviene negli altri paesi europei, la riforma spinge verso la conciliazione, che può risultare una soluzione soddisfacente per il datore di lavoro, ma anche per il lavoratore. Statisticamente il numero di reintegri è molto limitato, anche perché sovente il lavoratore, anche con sentenza favorevole, preferisce il risarcimento. Spesso il lavoratore reintegrato viene inserito in una black list e lasciato a casa alla prima ristrutturazione ed in questo caso non c’è articolo 18 che tenga.

D: Esistono in altri paesi europei meccanismi di reintegro del lavoratore licenziato? Non pochi affermano che la Germania cresce perché è più facile licenziare. Forse la disciplina dei licenziamenti tedesca è estremamente flessibile?

R: I meccanismi di reintegro esistono anche in Europa e in Germania licenziare è più difficile che in Italia. L’obbligo di reintegro scatta dopo il periodo di prova (al massimo sei mesi) e vige in tutte le imprese con oltre dieci dipendenti, anche se vi sono significativi incentivi alla conciliazione. L’unico caso in cui è escluso il diritto al reintegro è la chiusura  del reparto del lavoratore licenziato. Inoltre le regole dei licenziamenti collettivi sono molto rigide e tutelano i lavoratori più anziani e con carichi di famiglia.

D: Ma se è più difficile licenziare in Germania che da noi che valore ha la correlazione tra la nostra scarsa crescita e la regolamentazione del mercato del lavoro? Per inciso l’Ocse ha verificato che la difficoltà di licenziare in Italia risulta essere inferiore a quella dei paesi  scandinavi e della Germania.

R: Non esistono robuste analisi statistiche o di correlazione che dimostrino un legame univoco tra la deregolamentazione del mercato del lavoro e la crescita del Pil. In Olanda, per esempio, licenziare non è difficile, ma c’è un controllo preliminare sulla legittimità e poi contano molto la forte spinta verso il part time, un sistema di servizi per l’impiego tra i più efficienti al mondo e un sistema economico che regge la crisi.

 D: In Italia si parla tanto di Flexsecurity, è vero che il paese che l’ha inventata, la Danimarca, l’ha già abbandonata?

R: La flexsecurity si basa un welfare generoso e sullo sviluppo del capitale umano. In Danimarca attorno al 2000 si è rilevata l’esplosione del numero di persone che hanno deciso di smettere di cercare lavoro, si è assistito a veri fenomeni “parassitari del sistema” (la cosidetta Carovana dei benefici) e tra l’altro i risultati dello sviluppo del capitale umano sono stati quasi nulli, deludenti in relazione alle ingenti risorse investite. Il welfare a favore dei licenziati non è stato abolito, ma ridotto.

D: Al di là della disciplina del licenziamento, ovvero della protezione del posto di lavoro, esiste anche la protezione del lavoratore e del cittadino. Qual è la relazione tra politiche attive del lavoro, sistema di sussidi e normativa dei licenziamenti? E’ possibile pensare di rendere più facile licenziare magari potenziando i sussidi? Sarebbe auspicabile?

R: La Commissione Onofri, una commissione parlamentare incaricata nel 1997 dal governo Prodi di formulare proposte per la revisione della spesa sociale e che ha fatto importanti analisi in merito all’esclusione sociale, proponeva l’introduzione di un reddito minimo garantito. Oggi tuttavia percorrere tale strada non è per nulla facile; anche con un significativo programma di riqualificazione e ricollocamento si rischia di produrre un esercito di sussidiati per via della strutturale carenza di domanda di lavoro. Se da un lato potenziare i sussidi potrebbe rendere possibile snellire l’articolo 18, dall’altro un’impennata dei licenziamenti potrebbe rendere insostenibile il sistema dei sussidi. Vi sono almeno tre tipologie di strumenti per attenuare il problema della disoccupazione: il salario minimo, il reddito minimo e il sussidio di disoccupazione. Tuttavia oggi in Italia tutte queste strade sono difficili da percorrere, soprattutto perché vi sono aree in cui la disoccupazione è troppo alta e il sistema diverrebbe insostenibile.

 D: Cosa si intende per politiche attive  del lavoro?  Quanto spende l’Italia rispetto ad altri paesi europei e quanto sono efficaci le sue politiche attive?

R: Si tratta di programmi di riqualificazione e di ricollocamento per i disoccupati: formazione, orientamento, accompagnamento all’inserimento. Per tali attività in Italia si spende pochissimo, meno di mezzo punto di PIL, ma sulla  loro efficienza non ci sono studi affidabili, quei pochi studi che esistono non portano a conclusioni confortanti. C’è un significativo opportunismo da parte dei privati che gestiscono tali servizi. Spesso vengono erogate prestazioni di formazione nell’interesse di chi le fornisce e non di chi cerca lavoro e infine le prestazioni di collocamento sono quasi inesistenti.

D: Certe formule come la job rotation hanno senso in Italia? Ha senso dalle nostre parti parlare di formazione continua? Come si può mettere al centro del mercato del lavoro la formazione?

R: La formazione pagata dalle aziende solitamente funziona. La job rotation, insieme ai contratti di solidarietà, è alla base del miracolo tedesco di questi anni, dove, anche a fronte della riduzione del PIL, non vi è stata una crescita significativa della disoccupazione. Sono questi gli strumenti su cui deve puntare il legislatore italiano.

(Intervista a cura di Salvatore Sinagra)

Reddito minimo garantito, non un’utopia (di Toni Castellano)

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista  a Luca Santini presidente del Bin Italia (Basic Income Networking) che riunisce sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori che da anni studiano, progettano e promuovono l’introduzione di un reddito minimo garantito. L’intervista è tratta da www.lib21.org

Cosa si intende per Reddito minimo garantito?

Si tratta di una dotazione di risorse, erogata sia in termini monetari, sia con prestazioni di servizi, che si propone di dotare l’individuo che ne sia privo di un ammontare di risorse sufficienti a garantirne la partecipazione alla vita pubblica o comunque a fronteggiare le condizioni di maggiore privazione. Il reddito minimo garantito mira ad assicurare la persona dal rischio di esclusione sociale, sempre più diffuso nelle società contemporanee.

Quanto costerebbe metterlo in pratica nel nostro Paese?

La stima sui costi di una misura del genere è uno degli esercizi di scienza delle finanze più complessi che esistano, perché la predisposizione di stime accurate si scontra con l’indisponibilità di dati certi sui redditi degli italiani e perché soprattutto il costo complessivo della misura dipende da una quantità di variabili demandate alla decisione politica.

Ipotizzando però una misura di sostegno in linea con le indicazioni europee (cioè pari al 60% del reddito mediano) destinata a tutte le persone prive di altri redditi, si può immaginare un impegno per le finanze pubbliche nella misura di 35 miliardi di euro. Questo costo lordo non tiene conto dei risparmi che ci si possono attendere dal riassorbimento di misure assistenziali che non avrebbero più ragione di esistere (gli assegni sociali, i sostegni ai nuclei familiari numerosi, alcune prestazioni di invalidità), né dei ritorni in termini di maggiori entrate dovuti all’aumento dei consumi (e della produzione).

Più che di veri e propri costi, si dovrebbe parlare di redistribuzione delle ricchezze esistenti. E’ bene comunque ricordare che l’Agenzia delle Entrate ha stimato di recente in 120 miliardi l’ammontare annuo dell’evasione fiscale nel nostro Paese, e che secondo la Corte dei Conti ammonta a 60 miliardi ogni anno il costo della corruzione nel settore pubblico. Dunque l’ordine di grandezza indicato pone la proposta del reddito minimo garantito su un piano di concretezza e di praticabilità, anche se ovviamente non ci si può nascondere che si tratterebbe di una riforma economico-sociale di vasta portata, che potrebbe richiedere un tempo abbastanza lungo per la sua completa attualizzazione.

Quali “scogli” si trova a fronteggiare il vostro movimento? Quali sono gli argomenti di chi avversa l’introduzione di un Reddito minimo garantito nel nostro Paese e come ribattete a queste critiche?

L’ostacolo principale all’introduzione di una misura di garanzia del reddito è dipeso in passato da una sorta di “ideologia del lavoro” che accomunava le principali forze politiche e sociali del Paese. Si pensava (e talvolta si sostiene ancora oggi) che l’unico modo “degno” di partecipazione alla vita pubblica dipendesse da una mediazione con il lavoro, e che tutto ciò che fosse fuori da questa sfera della produzione meritasse l’epiteto di “assistenzialismo”. Di fronte alla falcidia di posti di lavoro che la crisi economica internazionale sta provocando, e ancor prima di fronte all’emergere di una precarizzazione di massa del lavoro, queste posizioni conservatrici paiono destinare a cedere.

Si fa strada sempre più ampiamente la consapevolezza che alle vecchie tutele “del lavoro”, occorre associare delle nuove tutele “del cittadino lavoratore”, del soggetto cioè inserito nel mondo produttivo, anche se spesso in condizioni di inattività forzata, oppure di autoimpiego, oppure ancora in continua transizione da un impiego all’altro.

Oggi in verità l’ostacolo più impervio all’introduzione o al rafforzamento degli schemi di reddito minimo è dato dal vento di austerità che si è abbattuto sull’Italia e sull’Europa. Le politiche restrittive attualmente in auge rischiano di vedere sacrificati i diritti sociali sull’altare della competitività. A questo ritorno di fiamma del neoliberismo va contrapposta un’opzione forte per la difesa del modello sociale europeo, che ha fatto della tutela della persona e della sua dignità uno dei punti qualificanti del suo successo.

Quali sono i vantaggi di questo sistema di sostegno per chi si ritrova senza reddito? In che modo l’introduzione del reddito minimo garantito potrebbe essere motore di una nuova forma di partecipazione alla res pubblica?

Il reddito minimo è una misura a favore della cittadinanza attiva. La sua introduzione rafforzerebbe il senso di appartenenza alla collettività (che non può ridursi a un fatto meramente psicologico). Determinerebbe inoltre un allentamento della presa del lavoro sull’esistenza e favorirebbe la nascita o il consolidamento di modalità alternative di produrre e di vivere. Si instaurerebbe un clima sociale meno esasperato, meno competitivo, più disponibile alla cooperazione.

Guardando al panorama europeo, dove il reddito minimo garantito è molto diffuso, sebbene con formulazioni differenti, quale ritenete sia “esportabile” in Italia?
Non esiste probabilmente un modello europeo direttamente esportabile in Italia. L’Italia avrà ampia possibilità di orientarsi al fine di prescegliere una strada originale, forte anche dell’esperienza altrui.

La nuova questione sociale che minaccia il futuro

Tre domande a Lapo Berti economista e animatore del sito www.lib21.org sulla nuova questione sociale che lascia milioni di giovani senza lavoro e senza stabilità e che minaccia la stessa convivenza civile

Cosa vuol dire parlare di una questione sociale? Quando e perché comparve questa definizione?

Nella prima metà dell’Ottocento, quando gli effetti sociali della prima ondata d’industrializzazione cominciarono a palesarsi in maniera incontrovertibile, si pose quella che allora fu chiamata la “questione sociale”.

La questione sociale nasceva da uno scandalo, dalla percezione che c’era qualcosa di fondamentalmente sbagliato e, quindi, moralmente inaccettabile in un ordine sociale che, nel momento in cui si era scoperto e realizzato il modo di produrre ricchezza su di una scala mai vista, produceva miseria e sofferenza per un numero crescente di persone tutti riconducibili ad un’unica categoria: i salariati.

Sullo sfondo di questo scandalo, c’era il timore che le classi create dal nuovo ordine industriale, sfuggissero al controllo delle istituzioni e si abbandonassero a reazioni violente nei confronti del sistema che condannava i loro membri alla miseria. In ballo c’era, come sempre c’è, quando si parla di questione sociale, il tema cruciale della coesione.

Fu questa la spinta che dette origine a una serie di interventi che hanno disegnato il panorama sociale in cui ancora viviamo in cui i lavoratori sono diventati il fulcro della democrazia e, soprattutto, il fulcro del sistema economico fondato sui consumi di massa. Lo stato sociale, che è la più grande conquista di civiltà dell’ultimo secolo e mezzo, è il frutto delle lotte e della pressione esercitata da loro (le antiche classi pericolose) ed è, nel contempo, il compromesso che per decenni ha garantito un equilibrio fra l’espansione del sistema capitalistico e la coesione sociale. I salariati, quindi, sono diventati lavoratori e poi, soprattutto, consumatori. Hanno ottenuto il riconoscimento del loro diritto a forme di assicurazione, assistenza e previdenza universali. Questo è il lascito della prima “questione sociale”.

Questo per il passato. Ma oggi come si presenta la nuova questione sociale?

Oggi, nuove forme di vulnerabilità di massa, di precarietà tornano ad affacciarsi sullo scenario sociale. Come quelle antiche, sono il portato di trasformazioni profonde del sistema economico capitalistico, ma hanno tratti diversi, anche se non meno devastanti. Ancora una volta, il fulcro intorno a cui ruota la creazione di condizioni di disagio, di sofferenza, di miseria è il rapporto con il lavoro, con un lavoro che non c’è e crea disoccupazione o, se c’è, è precario, incerto, provvisorio. La precarietà economica si coniuga con l’instabilità sociale, mettendo in questione la coesione della società.

La nuova questione sociale ha i connotati della disoccupazione di massa, nasce dalla precarizzazione delle condizioni di lavoro e dall’inadeguatezza dei sistemi classici di protezione a coprire queste situazioni. E’ plasticamente rappresentata dalla moltiplicazione degli individui condannati a una condizione di precarietà lavorativa, dalla drastica riduzione dello spazio dei diritti inalienabili. Due milioni e mezzo di disoccupati (2.506.000, dati ISTAT marzo 2012), pari a un tasso percentuale del 9,8%, con la disoccupazione giovanile (15-24enni) al 35,9%; più di 2.200.000 giovani fra i 15 e i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione (dati Bankitalia 2010); circa quattro milioni di lavoratori precari, per l’esattezza 3.941.400 (dati CGIA di Mestre, 2011); un numero imprecisato di finte partite IVA (si parla di circa 400.000). nel totale circa 9 milioni di persone, per lo più nelle fasce d’età inferiori, che vivono una situazione di disagio rispetto a prospettive d’inserimento nel mercato del lavoro che non ci sono affatto o promettono solo redditi di sussistenza. Ecco le dimensioni della nuova questione sociale. Non comprendo come fanno tutti coloro che hanno responsabilità politiche in questo paese a non vedere una “questione sociale” di queste dimensioni? Come si fa a non vedere o anche solo a rinviare l’urgenza di affrontare il problema che ne sta alla base e che ci dice di una società che sta perdendo la capacità di avere e di dare un futuro?

Non sarebbe compito della politica prevedere e prevenire o delineare soluzioni ai problemi che nascono nella società e nell’economia?

Infatti se c’è una cosa che dice, quasi grida, la crisi radicale della politica italiana e di partiti diventati comitati di affari, questa è l’incapacità di cogliere e rappresentare i sintomi e le domande di una nuova questione sociale che qualsiasi occhio non offuscato dall’attaccamento al potere è in grado di vedere con tutta nitidezza. Stupiscono i tentativi patetici dei partiti di esorcizzare l’ingombrante presenza di problemi come la dilatazione estrema delle disuguaglianze, il consolidamento della disoccupazione di quote elevate della popolazione in età lavorativa come dato permanente, la crescente esclusione dei giovani dal mondo del lavoro, la progressiva erosione della sicurezza sociale. La nuova questione sociale è sotto gli occhi di tutti, masse crescenti di cittadini ne avvertono il morso sulla propria pelle, ma i partiti neppure la scorgono. Non si rendono conto che gli eventi e le politiche dell’ultimo trentennio hanno sottoposto la coesione sociale a una tensione che si sta facendo insopportabile e chiede, esige, il passaggio di una metamorfosi di sistema perché la questione sociale sembra che si collochi ai margini della vita sociale, ma in realtà mette in discussione l’insieme della società (il modo di produzione, le istituzioni ecc).

Si può immaginare una via d’uscita a questa situazione? Ovvero: cambiare è possibile?

Sì si può, ma occorre un grande sforzo collettivo per ripensare e ricreare un ordine sociale che consenta a tutti di perseguire il proprio progetto di vita. Non è utopia e non vi sono molte strade percorribili se non quelle che portano a un capitalismo sostenibile. So che a molti lettori questo sembrerà un ossimoro perché per molti “il capitalismo lo si abbatte, non lo si riforma”. Ma so anche che la carica utopica di cui si nutre questa convinzione ha generato in passato due soli esiti: l’inconcludenza parolaia e l’immobilismo di fatto, quando non il sostegno inconsapevole alla conservazione, o la scelta di metodi violenti per imporre un cambiamento che, da sola, la società non è mai stata in grado, o non ha voluto, esprimere e realizzare compiutamente. Ne ho ricavato la convinzione che è socialmente più sano ed economicamente più produttivo pensare ai cambiamenti che è possibile avviare qui e oggi, semplicemente perché rientrano nella sfera di possibilità delle persone che li concepiscono e li condividono. Bisogna uscire dalla prospettiva, tipica del pensiero politico-sociale della prima modernità, figlio della visione escatologica propria del cristianesimo, secondo cui l’azione politica deve essere orientata alla realizzazione del “paradiso in terra”. In realtà l’unica possibilità concreta che abbiamo è di creare le condizioni per una trasformazione di sistema che renda il capitalismo sostenibile rimettendolo su nuove basi.

In primo luogo, impegnarsi a realizzare un utilizzo non predatorio delle risorse, sia fisiche che umane. Non è un impegno facile da far rispettare, perché da sempre esiste un impulso umano, che il capitalismo ha esaltato, ad appropriarsi del maggior numero di risorse possibili per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri, senza tener conto dell’impatto che ciò ha sull’ambiente fisico e su quello sociale. Occorre, dunque, circondare il lavoro e le risorse fisiche di tutele che impegnino l’intera collettività.

In secondo luogo, ci vuole un’infrastruttura istituzionale che impedisca un’accumulazione eccessiva di potere economico in mani private e che, comunque, impedisca al potere economico di condizionare, sotto qualsiasi forma e attraverso qualsiasi mezzo, il potere legislativo e quello giudiziario. In altre parole, il potere economico privato va costituzionalizzato, per sottoporlo a limiti e assicurarne la separazione rispetto agli altri poteri. L’inevitabile corollario è un drastico abbattimento della disuguaglianza economica, premessa necessaria di un nuovo welfare.

In terzo luogo, ed è forse la cosa più difficile, occorre fare in modo che il capitalismo dei flussi che percorrono il globo s’incroci con il capitalismo a base territoriale. In altre parole, bisogna provare ad addomesticare la globalizzazione. Bisogna costringere il capitalismo globalizzato a venire a patto con le esigenze dei territori.

Tre punti che implicano un rinnovato ruolo dello stato come promotore di un nuovo patto sociale. E qui c’imbattiamo in un’ulteriore difficoltà che si tratta di superare. La questione sociale che abbiamo di fronte è certamente il prodotto di dinamiche capitalistiche non controllate, ma se questo controllo non c’è stato o è stato inadeguato la responsabilità è anche di un sistema della rappresentanza democratica che da tempo ha cessato di funzionare nell’interesse dei cittadini e si è allontanato dalla loro volontà e dalle loro aspettative. Ma la prospettiva di un capitalismo sostenibile può essere perseguita credibilmente solo sulla base di un sistema della rappresentanza e del governo della cosa pubblica che renda efficace la partecipazione di tutti e, soprattutto, renda possibile il controllo di ciò che viene fatto in nome di un, abusato, bene comune.

La disperazione dei giovani calabresi. Lettera aperta a Mario Monti (di Francesca Lagatta)

Egregio Presidente del Consiglio Mario Monti,

sono una giovane donna calabrese di 26 anni, a volte orgogliosa della sua terra, a volte costretta a vergognarsene. Non è la prima volta che Le scrivo, ma le mail che Le ho inviato non hanno mai avuto risposta. Ragion per cui Le scrivo una lettera aperta e pubblica sperando di agitare le coscienze di molti.

In Italia la situazione è disastrosa, ma in Calabria è anche peggio. Non c’è lavoro, non ce n’è mai stato, non c’è istruzione, non c’è divertimento, non c’è speranza. Ora la politica ci ha tolto anche gli ospedali, non possiamo permetterci neanche il lusso di stare male. Neanche quello più. I piani di rientro sanitari, sono stati attuati in ogni regione d’Italia, ma mentre in altri posti i Tar, le sentenze e soprattutto alcuni politici hanno fatto giustizia, qua in Calabria non si è potuto far altro che metter in pratica ciò che i “potenti” (così amo definire i politici) avevano già deciso per tutti.

L’Alto Tirreno Cosentino in particolare, dove io vivo, è solo una lingua di terra che costeggia il Tirreno e nient’altro. E’ terra di nessuno, se non di politici in cerca di voti durante le campagne elettorali provinciali e regionali, che spariscono immediatamente il giorno stesso delle elezioni. Nessuno ci ascolta, nessuno ci difende, nessuno ci rappresenta. Siamo abbandonati a noi stessi e alla nostra sorte. La mia gente non ha neanche voglia più di lottare perché sa già che è una battaglia persa.

Questa Repubblica sta cadendo a pezzi, qui, in Calabria come in qualsiasi parte d’Italia, non c’è niente che funzioni. In altri tempi sarebbe già scoppiata una rivolta, oggi invece siamo nell’era dell’individualismo arido e sterile, dove ognuno pensa per sé, dove ognuno si fa i fatti suoi (solo quando è il momento di agire e non certo quello di parlare) e nessuno si sente parte di niente. Un popolo unito e arrabbiato avrebbe fatto la differenza ma così non è e me ne dispiaccio molto.

C’è da dire però che molto spesso la gente non si ribella perché ha paura e mi chiedo quante colpe abbia la politica in tutto questo. Non si può scioperare perché si rischia il licenziamento, non si possono occupare i luoghi pubblici per protesta perché si rischia la galera, non si può dire tutta la verità perché nel migliore dei casi si rischia la censura. Ma è questo il ruolo della politica? E’ questo il vostro ruolo da politici, quello di metterci tutti a tacere e renderci tutti succubi di una politica malata e meschina che ci rende schiavi di una sopravvivenza forzata diventata ormai insopportabile?

Mi rivolgo a Lei Presidente, mi rivolgo a Lei che è la massima espressione politica in Italia insieme al Presidente della Repubblica: mi dice come facciamo a credere che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro se il lavoro è pericolosamente messo a rischio da un sistema politico tale da rendere gli stipendi dei lavoratori italiani tra i più bassi d’Europa, tassati fino all’osso, quando ci sono ricchi e politici che dichiarano al fisco poco più della soglia di povertà e girano in yacht e Ferrari e non svolgono neanche le loro mansioni?

Era necessario Presidente, fare una manovra economica che ha prosciugato gli spiccioli nelle tasche degli onesti lavoratori italiani e assistere poi a così tanti suicidi come ci raccontano le cronache di questi ultimi mesi? Le chiedo Presidente, di prendere dei seri provvedimenti in relazione a quanto sta accadendo intorno a noi, nel nostro Paese. Quando hanno annunciato che sarebbe stato Lei il nuovo Presidente del Consiglio, mi ero illusa che potesse essere l’uomo che avrebbe risollevato l’Italia, che ci avrebbe condotto fuori dal baratro in cui ci troviamo e invece no, purtroppo.

Prelevare soldi laddove non ce ne sono non è stata una scelta saggia. Non é servito né all’economia, né al popolo. Un buon imprenditore sa che i soldi vanno investiti, non prosciugati. Questa manovra è servita solo a diminuire i consumi, a frenare il PIL e a gettare nello sconforto un popolo che è già stanco e provato da tempo, costretto oramai alla sopravvivenza e impossibilitato a vivere una vita libera e dignitosa, che uno Stato invece dovrebbe garantire. Questa condizione non farà altro che allungare la lunga lista dei gesti folli a cui le persone sono costrette, non farà altro che rafforzare la malavita e il malcontento generale. “Ci troviamo in un momento di forte crisi economica mondiale”, ripetono i telegiornali ormai da anni, ma io non ne sono troppo sicura. Ho come l’impressione che i soldi siano solo gestiti male. Mi chiedo ancora Presidente, se è così difficile provare ad attuare soluzioni meno estreme e più efficaci che sono sotto gli occhi di tutti.

Provi per esempio a dimezzare il numero dei Parlamentari, a dimezzare anche il numero dei consiglieri regionali e provinciali. Provi ad eliminare di sana pianta le auto blu, visto e considerato che con quello che percepite, potete tranquillamente comperare un’auto privatamente. Provi a ridurre un po’ anche gli stipendi e le pensioni d’oro perché se tanti di noi riescono a sopravvivere con 800 Euro al mese e anche meno, voi anche con “soli” 10.000 euro campereste egregiamente. Provi anche a togliere definitivamente i soldi ai partiti, perché, se qualcuno vuole farsi campagna elettorale, se la faccia con i soldi propri. Provi a comprare meno aerei da guerra e a venderne qualcuno di quelli già in possesso dello Stato, perché francamente ancora non ho capito a cosa servono centinaia di aerei da guerra. E in ultimo e non per importanza, provi a prelevare i soldi a quei ricchi evasori fiscali che dichiarano redditi che sfiorano la soglia di povertà o a quei milionari che per sfuggire alle tasse portano i loro patrimoni su conti correnti fuori dall’Italia.

Come vede, anche io sarei capace di fare una manovra economica, con la differenza che la mia non tocca le tasche dei lavoratori onesti e per di più economicamente vale, forse, più della sua.

E se in questo momento si starà chiedendo chi sono io per dirLe cosa dovrebbe o non dovrebbe fare, Le rispondo che sono la voce di quei milioni di persone che Lei rappresenta, ma che non ascolta abbastanza, quella voce di milioni di persone che vorrebbero farLe sapere che non ce la fanno più ma non sanno come fare.

Confido in un suo immediato riscontro e nel frattempo colgo l’occasione per inviarLe i saluti più cordiali dalla mia tanto amata Calabria, nella speranza che qualcosa, un giorno, possa cambiare.

Francesca Lagatta

Un punto di vista civico sulla riforma del lavoro (di Claudio Lombardi)

Esiste la possibilità di un punto di vista civico sulla riforma del lavoro?

Ne parlano i sindacati, ne parlano i partiti, protagonista è il Governo. E i cittadini? Risposta ovvia: i lavoratori sono cittadini e sono i sindacati a rappresentarli insieme ai partiti. Replica (forse meno ovvia): tutti i cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbero essere interessati alla disciplina del lavoro e non tutti sono per forza rappresentati dai sindacati o si riconoscono in un partito. Su tutti, però, agiscono le norme di legge quelle che il Parlamento comunque approva sia che si presentino come decreto-legge, sia come legge delega, sia come disegno di legge. Quindi ricordiamoci che, finchè non ci sarà una legge approvata definitivamente, ci si trova di fronte a proposte o progetti e non a pacchetti “prendere o lasciare”.

I toni in questi giorni, dopo la presentazione della proposta di riforma da parte del Governo, si sono fatti molto accesi; qualcuno ha parlato di “massacro dei diritti dei lavoratori”, la CGIL promette una lotta dura per contrastare il cammino della riforma, altri immaginano un ingresso massiccio di investitori esteri grazie allo “sblocco” del mercato del lavoro. Ci sono pure quelli (per fortuna) che hanno usato toni più pacati mettendo in luce le parti positive e innovative rispetto alla situazione attuale e quelle più critiche che avrebbero bisogno di modifiche migliorative.

Ma torniamo al punto di vista del cittadino. Di cosa si avverte il bisogno? Sicuramente di strumenti e interventi per le due fasi critiche del percorso lavorativo: la ricerca del lavoro in giovane età e il sostegno negli anni che precedono la pensione ( nel caso in cui si dovesse perdere il lavoro). In entrambe le situazioni occorre un intervento pubblico che aiuti concretamente con erogazioni di denaro, che assista e che predisponga la cornice normativa entro la quale la ricerca del lavoro si svolge e si conclude con la stipula di un contratto o con la sua rescissione.

Nel caso del giovane che cerca lavoro oggi non vi è nulla che aiuti e sostenga ovvero non c’è alcuna forma di sostegno perché inizi a formarsi un reddito autonomo. Come è noto le famiglie suppliscono a questa mancanza (come avviene, d’altronde, anche per l’assistenza agli anziani). Non vi è nemmeno una cornice normativa adeguata che indirizzi e supporti lo svolgimento del rapporto di lavoro. Tanto è vero che i lavori precari dei tipi più svariati e in buona parte anche “in nero” e, comunque, sempre sottopagati, sono quelli più diffusi fra i giovani.

Di cosa hanno bisogno allora i cittadini che vogliono iniziare a lavorare? Hanno bisogno di indennità di sostegno cioè di un reddito minimo di avvio al lavoro, di servizi per l’impiego e ispettivi, di norme che fissino le tipologie contrattuali con modalità precise che scoraggino i raggiri, le truffe e i ricatti.

Tutto ciò c’è nella proposta del Governo? In parte, solo in parte. Manca un disegno complessivo che affronti questa fase della vita delle persone. Alcuni interventi sono previsti (misure per scoraggiare i rapporti precari), ma mancano misure di sostegno e le “famose” politiche attive del lavoro delle quali molto si è parlato. È prevista una mini indennità di disoccupazione che si attiva con requisiti ridotti rispetto a quella “piena”, ma comunque si rivolge a chi ha già avuto un lavoro.

Quindi appuntiamoci le modifiche necessarie con al primo posto un salario sociale o indennità per i giovani.  Costa? Sì certo. Dobbiamo abituarci che per alcune politiche bisogna spendere, per altre no.

Nel caso del lavoratore che si avvia al pensionamento aumentano i rischi di licenziamenti mirati ad una sostituzione con personale più giovane e anche meno costoso. In questo caso occorre innanzitutto una norma che scoraggi il datore di lavoro rendendo difficile e oneroso il licenziamento e occorrono forme di sostegno per il lavoratore nel caso in cui il licenziamento si verifichi lo stesso. L’art. 18 serve a fronteggiare la prima eventualità ed il Governo lo vuole modificare;  nel secondo dovrebbe intervenire l’indennità di disoccupazione (ASPI) più un Fondo di solidarietà per i lavoratori anziani finanziato dalle imprese proprio per accompagnare i lavoratori alla pensione in caso di licenziamento. Oggi l’art. 18 garantisce una copertura piena solo a chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti e le casse integrazioni sono ben tre e possono durare diversi anni, ma non si applicano a tutti i lavoratori.

La proposta del Governo, invece, intende estendere la disciplina dei licenziamenti a tutti i lavoratori e la stessa cosa vuole fare con la Cassa integrazione ordinaria e con l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI).

Tuttavia, la modifica dell’art. 18 rende più facili i licenziamenti per motivi economici che darebbero diritto solo ad un’indennità (se riconosciuti illegittimi, attenzione!), ma non al reintegro che, invece, rimane per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari (qui a discrezione del magistrato). È facile dedurre che rendere più facili i licenziamenti andrebbe a colpire innanzitutto i lavoratori più anziani, e sarebbe uno strumento in più per un datore di lavoro che volesse liberarsi di un dipendente sapendo che al massimo pagherà una somma di denaro.

Un punto di vista civico non può prescindere dalla dignità delle persone e dalla necessità di un reddito adeguato per assicurarla (articoli 4 e 36 della Costituzione). Bisogna ricordare che quei due articoli della Costituzione pongono obiettivi politici che la Repubblica deve perseguire e introducono diritti per i lavoratori che, quindi, non possono essere lasciati soli. Questo è il motivo per cui il licenziamento deve rientrare in determinate forme giuridiche e non può essere assolutamente libero.

Un punto di vista civico deve anche rilevare che la coesione sociale è un valore di primaria importanza (e una condizione di sviluppo economico) e che l’intervento pubblico deve mettere particolare cura nel sostegno ai lavoratori che perdono il lavoro sia con la quantità e la durata di Cassa integrazione e Aspi, sia con politiche del lavoro che si traducano in servizi per l’impiego e in politiche (industriali, ambientali, dei servizi ecc) di sviluppo del Paese.

Segniamo anche questi punti che potranno essere modificati e migliorati  nell’esame parlamentare possibilmente in un clima disteso privo di esasperazioni ideologiche inutili e dannose da qualunque parte provengano.

In ogni caso la dimensione della riforma non si misura solo sulle norme proposte, ma chiama in causa tutti gli aspetti del programma del Governo che possono incidere sull’andamento dell’economia e dell’occupazione. In realtà il vero completamento della riforma si avrà solo se cresceranno le occasioni di lavoro di buona qualità e ben retribuito e se ciò conseguirà ad un percorso di formazione che deve avere la sua base nella scuola e nelle università. Per questo investire in istruzione e formazione significa investire per lo sviluppo futuro. Anche la cura dell’ambiente e del territorio non è un capitolo da inserire nei programmi di governo ed elettorali per ossequio allo spirito dei tempi, ma è un altro investimento per lo sviluppo dell’economia. La cultura, poi, per l’Italia dovrebbe essere un settore ad elevata intensità di lavoro e di investimenti perché è congeniale alla storia e al patrimonio nazionale e perché può generare sviluppo forse, ben più del settore automobilistico (per dirne uno che ci preoccupa tanto) o di quello edilizio per il quale non c’è più territorio disponibile.

Soprattutto un punto di vista civico deve assumere l’intervento dello Stato e la gestione delle sue risorse come beni comuni dei quali discutere fra cittadini e non riservati a tecnici e addetti ai lavori. Bisogna superare l’ossessione della spesa pubblica perché gli obiettivi di cui si è parlato non si perseguono a costo zero, ma possono sicuramente arricchire il Paese ben più di quanto costano.

Per superare quell’ossessione ci vogliono tre condizioni: 1. Se ne deve convincere l’Europa perché le politiche di sviluppo funzionano a quel livello e sono più efficaci se integrate e perché i vincoli alle finanze pubbliche sono diventati il principale ostacolo allo sviluppo; 2. Bisogna rinnovare la politica, la rappresentanza e le forme che fanno vivere la democrazia perché la corruzione, l’assalto ai soldi pubblici e l’incapacità dei gruppi dirigenti manderebbero a monte qualunque progetto di crescita; 3. Ci vuole una nuova cultura civile perché i cittadini devono mettersi nelle condizioni di elaborare la loro capacità di governo elevandosi al di sopra degli interessi di categoria e cercando di avere una visione politica e programmatica in quanto cittadini. Ciò farebbe bene allo Stato e a tutte le associazioni che si impegnano nell’attività politica.

Le tre condizioni vanno insieme, ma la terza è quella su cui lavorare di più perché è la base sulla quale fondare la rinascita dell’Italia.

Claudio Lombardi

Liberare i tempi della città, creare lavoro (di Lapo Berti)

Quando si parla di liberalizzazioni, l’abbiamo visto anche in queste settimane, al centro dell’attenzione ci sono sempre le rumorose minoranze che dall’apertura dei rispettivi mercati, dall’eliminazione dei lacci e lacciuoli, di cui parlava Guido Carli tanti anni fa, si aspettano una riduzione se non l’azzeramento dei loro privilegi, delle loro rendite, dei loro vantaggi. Quasi mai si parla di coloro che dalle liberalizzazioni potrebbero ottenere vantaggi e miglioramenti delle loro condizioni di vita, i cittadini in quanto consumatori e utenti; pressoché mai si dà loro la parola.

A colmare questa lacuna, giunge ora un libretto fresco non solo di stampa, ma anche di idee e di scrittura: “Liberalizzaci dal male. Orari, mercato del lavoro, trasporti-reti: come, quando, chi, dove e perché”, Rubbettino editore (2012). L’autrice, Benedetta Cosmi, una giovane scrittrice, non ancora trentenne, esperta di comunicazione e con già alle spalle un breve ma vivace curriculum, ci mostra, in maniera accattivante e convincente, come, con un po’ di fantasia e con il coraggio di uscire “dal contingente, dall’emergenza, dall’eccezione, dal fatta la legge trovato l’inganno, da due pesi e due misure”, un po’ più di libertà e flessibilità nell’organizzazione degli spazi e dei movimenti potrebbe creare posti di lavoro e rendere più ricca e meno faticosa la vita dei cittadini. La Cosmi vorrebbe che, per una volta, fossero i lavoratori, i cittadini, gli utenti, i turisti, a scrivere l’agenda delle riforme e delle liberalizzazioni, a partire dalle loro esigenze.

Un tema su tutti: gli orari delle città, quasi sempre assurdi, quasi mai dettati per adeguarsi alle esigenze dei cittadini e agevolarne la vita. Tanti luoghi, come le biblioteche, i musei, le banche o gli uffici pubblici sono aperti quando chi avrebbe bisogno di andarci è al lavoro. Quanto costano alle aziende e ai lavoratori tutti i permessi richiesti per poter accedere a quei luoghi, per eseguire operazioni o seguire pratiche, le quali, sia detto di passaggio, in molti casi potrebbero essere affidate a servizi on-line e lo sono ancora in misura spaventosamente limitata?

Ma questo è il paese in cui un comune può emettere un’ordinanza per imporre a barbieri e parrucchieri di tenere aperto solo la mattina. La Cosmi cita in proposito la lettera aperta di un gruppo di giovani barbieri e parrucchieri che chiedono la libertà di tenere aperti i propri esercizi in nome di un principio sacrosanto che nel nostro paese è sistematicamente ignorato: “Noi dobbiamo ascoltare la gente, esserci quando il cliente ce lo chiede, e invece ad oggi fare questo vuol dire essere fuori legge”. In Italia, come tutti sappiamo, vengono prima gli interessi delle lobby, dei gruppi, anche di lavoratori, che sanno farsi valere, specialmente nel mondo dei servizi, e buon ultimi, oltraggiati e sbeffeggiati da tutti, i cittadini.

E’ uno schema da cui bisogna uscire. Occorre affrontare la pianificazione strategica degli orari delle città, per fare in modo che lo spazio urbano sia fruibile sulla base delle nuove abitudini di chi la abita permanentemente, i residenti, o transitoriamente, i turisti. Nell’era del turismo low cost, fatto di soggiorni fugaci, è impensabile ed economicamente masochistico che si debba impiegare un giorno per accedere a un museo. Ma anche i cittadini che escono dagli uffici e trovano i negozi chiusi soffrono per la stessa miopia commerciale e regolamentare.

Un ripensamento degli orari della città che riconosca e generalizzi abitudini e comportamenti che già esistono, argomenta fiduciosa la Cosmi, non solo renderebbe la vita migliore, ma offrirebbe opportunità di lavoro ai tanti che oggi invano lo attendono, magari con qualche sacrificio nell’organizzazione del proprio tempo, ma sarebbe comunque l’avvio di un processo di recupero al lavoro di fasce ampie di giovani oggi senza futuro.

I giovani, la loro condizione, il loro futuro, sono al centro delle riflessioni della Cosmi. Il suo libro è un solo appassionato pamphlet in difesa dei giovani e del loro diritto ad avere un futuro, ma è anche, inevitabilmente, una critica feroce dell’immobilismo che caratterizza il nostro paese a tutti i livelli, dell’egoismo che infetta tutti fino al punto che gli stessi genitori non si rendono conto che la difesa a oltranza dei diritti acquisiti e delle rendite di posizione di cui magari godono condanna i figli alla resa e all’inattività. E’, inevitabilmente, un paese che non trova motivazioni sufficienti per investire nel sapere dei giovani, per accrescere il loro capitale umano. Il nostro paese è “L’unico paese che non ha luoghi di cultura aperti, nelle ore dei giovani!”.

In fondo, il punto della Cosmi è semplice, come sempre sono semplici le proposte rivoluzionarie. Si tratta, molto banalmente, di mettere d’accordo una domanda di servizi e di spazi fruibili, che va ben oltre gli orari canonici, con un’offerta di lavoro, specialmente giovanile, che stenta a trovare le vie dell’occupazione nella foresta pietrificata del nostro mercato del lavoro. I giovani sono disposti a lavorare in orari “scomodi”, se a questo si accompagna una maniera tutta nuova e più libera di vivere gli spazi della città, finalmente aperti alle loro esigenze. Ma, come tutte le cose semplici, questa rivoluzione è più facile a dirsi che a farsi. Contro di essa si ergono le barriere di un consolidato sistema d’interessi, che spacca anche il mondo del lavoro e, soprattutto, ha creato un modo di pensare che è pregiudizialmente ostile al cambiamento, all’apertura dei mercati, alla competizione e, spesso, si nasconde dietro la giusta, sacrosanta tutela dei diritti dei lavoratori per proteggere vantaggi e rendite di ogni genere.

Lapo Berti da www.lib21.org

Un tempo per esserci e io ci sto! Appello ai precari (di Rossella Aprea)

Riproponiamo dal sito www.lib21.org il primo di una serie di articoli dedicati a precari. Che le persone svolgano un lavoro dignitoso e che dia i mezzi per vivere non è solo un affare privato dei singoli individui, ma è un fondamento della nostra Repubblica. Per questo il lavoro è uno dei caratteri essenziali della condizione di cittadino. Il lavoro non è un tema da economisti, sindacalisti o esperti di politica. Il lavoro è un tema per cittadini.

Noi non ci siamo e nessuno perde occasione per approfittarne, per utilizzarlo a proprio vantaggio. Non ci siamo, anche se siamo tanti. Milioni. Non ci siamo, eppure gran parte dell’economia di questo Paese si regge su di noi. Non ci siamo, anche se saremo noi il futuro di questo Paese. Non ci siamo, siamo solo dei figli, a cui nessuno concede il diritto e il rispetto di diventare grandi. Non ci siamo per l’economia, per il governo, per gli altri, per chi un lavoro ce l’ha, forse persino per i nostri genitori, che ci mantengono. Non ci siamo né come singoli, né come entità, come categoria. Non ci siamo quando si parla di diritti e di tutele e non ci siamo nemmeno quando si parla di abusi e sfruttamento. Assistiamo alla nostra realtà immersi in una serie di assenze che dovremmo percepire come intollerabili, ma delle quali non siamo ormai neanche più consapevoli. Assenze, mentre questo è un tempo per esserci. Assenza di fiducia, assenza di futuro, assenza di opportunità, assenza di rispetto, assenza di cultura, assenza di civiltà. Assenza di vita. E in tutta questa assenza ci sentiamo soli. Noi siamo soli. Così, soli e confusi, ancor più rassegnati, ci accontentiamo di sopravvivere e non di vivere, ci accontentiamo del poco che ci viene concesso senza pretendere, senza costruire per ottenere di più di quello che ci permettono in questa vita.

E invece quanto mi piacerebbe smentire, sorprendere, far ammutolire quanti hanno saputo usare solo parole critiche e offensive nei nostri confronti, specie in questi giorni. Quanto mi piacerebbe vederli cambiare atteggiamento passando dalle offese alle blandizie, perché siamo diventati degli interlocutori reali, forti e risoluti. Quanto mi piacerebbe che tutti noi ci rendessimo conto di quanto sia insensato e stupido perseguire solo i nostri piccoli interessi, lasciando che sopravvivano particolarismi e frammentazioni, che ci rendono solo deboli e inconsistenti. E quanto mi piacerebbe non sentirmi più così sola, ed essere parte di un grande movimento collettivo, che riaccenda la speranza nel presente e nel futuro. Come mi piacerebbe, perciò, che ogni singolo precario, e tutta la miriade di organizzazioni settoriali di precari, grandi e piccole, rispondessero a questo appello con una sola frase. IO CI STO! Ecco, questo diventerebbe il nostro tempo per esserci, e non saremmo più soli, confusi, avviliti, derisi e sfruttati, ma ci saremmo anche noi in questa società. Un grande movimento sociale, che potrebbe cominciare a cambiare la realtà. Ci si salva solo a patto che lo si faccia insieme, io non vedo altro. E dalle labbra di coloro che pronunciano solo prevedibili parole di sfiducia, vorrei potessero venire parole come quelle di Aldo Capitini: “Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto” e ancora convincersi e convincere gli altri che “Non è detto che sia immutabile la realtà dove il pesce grande mangia il pesce piccolo”. Chi accetta questo mondo, non ne diviene forse responsabile? Io non lo accetto e voglio esserci. Questo è il mio tempo e tutto comincia da ciascuno di noi, perciò prima di chiedere a voi, comincio io a rispondere a questo appello, per creare una grande rete di uomini e donne precari, che sfruttando la rete virtuale, riescano finalmente a costruire insieme iniziative concrete per cambiare. IO CI STO! E tu?

Una precaria

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