Il Problema Lavoro: intervista a Francesco Giubileo

Francesco Giubileo è un sociologo del lavoro autore del libro “Una possibilità per tutti, proposta per un nuovo welfare”.

D: In Italia, quando si parla di mercato del lavoro, si fa riferimento solo all’articolo 18, ma dai miei pochi ricordi di diritto del lavoro mi pare ci sia molto di più, come mai non si parla anche d’altro?

R: Ciò avviene essenzialmente per due motivi: anzitutto l’articolo 18 ha assunto grande rilevanza politica per ragioni storiche e culturali, inoltre l’attenzione del pubblico è spesso asimmetrica, un diritto che si perde fa più notizia di uno guadagnato. Certo le preoccupazioni dei lavoratori non sono sempre insensate, poiché anche nei paesi con una flexsecurity  iper-inflazionata chi perde il lavoro, soprattutto se non è giovanissimo, fa fatica  a trovarne un altro.

D: A destra affermano che l’articolo 18 causa il precariato: non potersi liberare dei lavoratori improduttivi scoraggia  i datori di lavoro ad assumere  a tempo indeterminato. L’articolo 18 è veramente un freno per la crescita? I piccoli imprenditori e Confindustria dicono di sì.

 R: Il mercato del lavoro italiano in entrata è tra i più flessibili al mondo, anzi è tra i più precari al mondo. L’Italia rischia di fare la fine della Spagna, dove i giovani hanno iniziato con Aznar con un contratto atipico e oggi, se sono fortunati, si trovano non più giovani e con in mano un contratto ancora atipico. Comunque, il modo più semplice ed efficace per ridurre l’utilizzo di contratti atipici è quello di renderli più costosi. Le imprese, soprattutto quelle piccole,  fanno grande ricorso a contratti a termine perché costano meno; renderli più costosi potrebbe incentivare il sommerso, tuttavia oggi la capacità di effettuare controlli dell’Agenzia delle Entrate, dell’INPS e degli enti locali è notevolmente cresciuta.

D: La disciplina del mercato del lavoro avrà pure in Italia i suoi elementi di rigidità, eppure l’Italia è anche un paese in cui abbondano precariato, lavoro in nero, dimissioni in bianco, finte partite iva (esempio tirocinanti). Qual è il livello di protezione effettiva del lavoratore in Italia?

R: La riforma Fornero ha introdotto alcuni strumenti contro le dimissioni in bianco, e sono stati positivi (anche se non pienamente condivisibili) gli interventi contro le finte partite iva. Gravissimo è invece il fatto che sia stata abolita la causale dei contratti a termine, infine una grossa carenza che permane è la mancanza di un obbligo di pagare una exit free nel caso in cui venga lasciato a casa un apprendista, ovvero chi non garantisce la stabilizzazione a chi termina l’apprendistato dovrebbe pagare una penale. L’apprendistato oggi è un contratto assolutamente indeterminato, che non impone al datore di lavoro alcun obbligo di assunzione.

D: Quanto è cambiato l’art. 18 con la riforma Fornero? Qualcuno dice che non c’è stata alcuna modifica sostanziale.

R: In linea con quanto avviene negli altri paesi europei, la riforma spinge verso la conciliazione, che può risultare una soluzione soddisfacente per il datore di lavoro, ma anche per il lavoratore. Statisticamente il numero di reintegri è molto limitato, anche perché sovente il lavoratore, anche con sentenza favorevole, preferisce il risarcimento. Spesso il lavoratore reintegrato viene inserito in una black list e lasciato a casa alla prima ristrutturazione ed in questo caso non c’è articolo 18 che tenga.

D: Esistono in altri paesi europei meccanismi di reintegro del lavoratore licenziato? Non pochi affermano che la Germania cresce perché è più facile licenziare. Forse la disciplina dei licenziamenti tedesca è estremamente flessibile?

R: I meccanismi di reintegro esistono anche in Europa e in Germania licenziare è più difficile che in Italia. L’obbligo di reintegro scatta dopo il periodo di prova (al massimo sei mesi) e vige in tutte le imprese con oltre dieci dipendenti, anche se vi sono significativi incentivi alla conciliazione. L’unico caso in cui è escluso il diritto al reintegro è la chiusura  del reparto del lavoratore licenziato. Inoltre le regole dei licenziamenti collettivi sono molto rigide e tutelano i lavoratori più anziani e con carichi di famiglia.

D: Ma se è più difficile licenziare in Germania che da noi che valore ha la correlazione tra la nostra scarsa crescita e la regolamentazione del mercato del lavoro? Per inciso l’Ocse ha verificato che la difficoltà di licenziare in Italia risulta essere inferiore a quella dei paesi  scandinavi e della Germania.

R: Non esistono robuste analisi statistiche o di correlazione che dimostrino un legame univoco tra la deregolamentazione del mercato del lavoro e la crescita del Pil. In Olanda, per esempio, licenziare non è difficile, ma c’è un controllo preliminare sulla legittimità e poi contano molto la forte spinta verso il part time, un sistema di servizi per l’impiego tra i più efficienti al mondo e un sistema economico che regge la crisi.

 D: In Italia si parla tanto di Flexsecurity, è vero che il paese che l’ha inventata, la Danimarca, l’ha già abbandonata?

R: La flexsecurity si basa un welfare generoso e sullo sviluppo del capitale umano. In Danimarca attorno al 2000 si è rilevata l’esplosione del numero di persone che hanno deciso di smettere di cercare lavoro, si è assistito a veri fenomeni “parassitari del sistema” (la cosidetta Carovana dei benefici) e tra l’altro i risultati dello sviluppo del capitale umano sono stati quasi nulli, deludenti in relazione alle ingenti risorse investite. Il welfare a favore dei licenziati non è stato abolito, ma ridotto.

D: Al di là della disciplina del licenziamento, ovvero della protezione del posto di lavoro, esiste anche la protezione del lavoratore e del cittadino. Qual è la relazione tra politiche attive del lavoro, sistema di sussidi e normativa dei licenziamenti? E’ possibile pensare di rendere più facile licenziare magari potenziando i sussidi? Sarebbe auspicabile?

R: La Commissione Onofri, una commissione parlamentare incaricata nel 1997 dal governo Prodi di formulare proposte per la revisione della spesa sociale e che ha fatto importanti analisi in merito all’esclusione sociale, proponeva l’introduzione di un reddito minimo garantito. Oggi tuttavia percorrere tale strada non è per nulla facile; anche con un significativo programma di riqualificazione e ricollocamento si rischia di produrre un esercito di sussidiati per via della strutturale carenza di domanda di lavoro. Se da un lato potenziare i sussidi potrebbe rendere possibile snellire l’articolo 18, dall’altro un’impennata dei licenziamenti potrebbe rendere insostenibile il sistema dei sussidi. Vi sono almeno tre tipologie di strumenti per attenuare il problema della disoccupazione: il salario minimo, il reddito minimo e il sussidio di disoccupazione. Tuttavia oggi in Italia tutte queste strade sono difficili da percorrere, soprattutto perché vi sono aree in cui la disoccupazione è troppo alta e il sistema diverrebbe insostenibile.

 D: Cosa si intende per politiche attive  del lavoro?  Quanto spende l’Italia rispetto ad altri paesi europei e quanto sono efficaci le sue politiche attive?

R: Si tratta di programmi di riqualificazione e di ricollocamento per i disoccupati: formazione, orientamento, accompagnamento all’inserimento. Per tali attività in Italia si spende pochissimo, meno di mezzo punto di PIL, ma sulla  loro efficienza non ci sono studi affidabili, quei pochi studi che esistono non portano a conclusioni confortanti. C’è un significativo opportunismo da parte dei privati che gestiscono tali servizi. Spesso vengono erogate prestazioni di formazione nell’interesse di chi le fornisce e non di chi cerca lavoro e infine le prestazioni di collocamento sono quasi inesistenti.

D: Certe formule come la job rotation hanno senso in Italia? Ha senso dalle nostre parti parlare di formazione continua? Come si può mettere al centro del mercato del lavoro la formazione?

R: La formazione pagata dalle aziende solitamente funziona. La job rotation, insieme ai contratti di solidarietà, è alla base del miracolo tedesco di questi anni, dove, anche a fronte della riduzione del PIL, non vi è stata una crescita significativa della disoccupazione. Sono questi gli strumenti su cui deve puntare il legislatore italiano.

(Intervista a cura di Salvatore Sinagra)

Reddito minimo garantito, non un’utopia (di Toni Castellano)

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista  a Luca Santini presidente del Bin Italia (Basic Income Networking) che riunisce sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori che da anni studiano, progettano e promuovono l’introduzione di un reddito minimo garantito. L’intervista è tratta da www.lib21.org

Cosa si intende per Reddito minimo garantito?

Si tratta di una dotazione di risorse, erogata sia in termini monetari, sia con prestazioni di servizi, che si propone di dotare l’individuo che ne sia privo di un ammontare di risorse sufficienti a garantirne la partecipazione alla vita pubblica o comunque a fronteggiare le condizioni di maggiore privazione. Il reddito minimo garantito mira ad assicurare la persona dal rischio di esclusione sociale, sempre più diffuso nelle società contemporanee.

Quanto costerebbe metterlo in pratica nel nostro Paese?

La stima sui costi di una misura del genere è uno degli esercizi di scienza delle finanze più complessi che esistano, perché la predisposizione di stime accurate si scontra con l’indisponibilità di dati certi sui redditi degli italiani e perché soprattutto il costo complessivo della misura dipende da una quantità di variabili demandate alla decisione politica.

Ipotizzando però una misura di sostegno in linea con le indicazioni europee (cioè pari al 60% del reddito mediano) destinata a tutte le persone prive di altri redditi, si può immaginare un impegno per le finanze pubbliche nella misura di 35 miliardi di euro. Questo costo lordo non tiene conto dei risparmi che ci si possono attendere dal riassorbimento di misure assistenziali che non avrebbero più ragione di esistere (gli assegni sociali, i sostegni ai nuclei familiari numerosi, alcune prestazioni di invalidità), né dei ritorni in termini di maggiori entrate dovuti all’aumento dei consumi (e della produzione).

Più che di veri e propri costi, si dovrebbe parlare di redistribuzione delle ricchezze esistenti. E’ bene comunque ricordare che l’Agenzia delle Entrate ha stimato di recente in 120 miliardi l’ammontare annuo dell’evasione fiscale nel nostro Paese, e che secondo la Corte dei Conti ammonta a 60 miliardi ogni anno il costo della corruzione nel settore pubblico. Dunque l’ordine di grandezza indicato pone la proposta del reddito minimo garantito su un piano di concretezza e di praticabilità, anche se ovviamente non ci si può nascondere che si tratterebbe di una riforma economico-sociale di vasta portata, che potrebbe richiedere un tempo abbastanza lungo per la sua completa attualizzazione.

Quali “scogli” si trova a fronteggiare il vostro movimento? Quali sono gli argomenti di chi avversa l’introduzione di un Reddito minimo garantito nel nostro Paese e come ribattete a queste critiche?

L’ostacolo principale all’introduzione di una misura di garanzia del reddito è dipeso in passato da una sorta di “ideologia del lavoro” che accomunava le principali forze politiche e sociali del Paese. Si pensava (e talvolta si sostiene ancora oggi) che l’unico modo “degno” di partecipazione alla vita pubblica dipendesse da una mediazione con il lavoro, e che tutto ciò che fosse fuori da questa sfera della produzione meritasse l’epiteto di “assistenzialismo”. Di fronte alla falcidia di posti di lavoro che la crisi economica internazionale sta provocando, e ancor prima di fronte all’emergere di una precarizzazione di massa del lavoro, queste posizioni conservatrici paiono destinare a cedere.

Si fa strada sempre più ampiamente la consapevolezza che alle vecchie tutele “del lavoro”, occorre associare delle nuove tutele “del cittadino lavoratore”, del soggetto cioè inserito nel mondo produttivo, anche se spesso in condizioni di inattività forzata, oppure di autoimpiego, oppure ancora in continua transizione da un impiego all’altro.

Oggi in verità l’ostacolo più impervio all’introduzione o al rafforzamento degli schemi di reddito minimo è dato dal vento di austerità che si è abbattuto sull’Italia e sull’Europa. Le politiche restrittive attualmente in auge rischiano di vedere sacrificati i diritti sociali sull’altare della competitività. A questo ritorno di fiamma del neoliberismo va contrapposta un’opzione forte per la difesa del modello sociale europeo, che ha fatto della tutela della persona e della sua dignità uno dei punti qualificanti del suo successo.

Quali sono i vantaggi di questo sistema di sostegno per chi si ritrova senza reddito? In che modo l’introduzione del reddito minimo garantito potrebbe essere motore di una nuova forma di partecipazione alla res pubblica?

Il reddito minimo è una misura a favore della cittadinanza attiva. La sua introduzione rafforzerebbe il senso di appartenenza alla collettività (che non può ridursi a un fatto meramente psicologico). Determinerebbe inoltre un allentamento della presa del lavoro sull’esistenza e favorirebbe la nascita o il consolidamento di modalità alternative di produrre e di vivere. Si instaurerebbe un clima sociale meno esasperato, meno competitivo, più disponibile alla cooperazione.

Guardando al panorama europeo, dove il reddito minimo garantito è molto diffuso, sebbene con formulazioni differenti, quale ritenete sia “esportabile” in Italia?
Non esiste probabilmente un modello europeo direttamente esportabile in Italia. L’Italia avrà ampia possibilità di orientarsi al fine di prescegliere una strada originale, forte anche dell’esperienza altrui.

La nuova questione sociale che minaccia il futuro

Tre domande a Lapo Berti economista e animatore del sito www.lib21.org sulla nuova questione sociale che lascia milioni di giovani senza lavoro e senza stabilità e che minaccia la stessa convivenza civile

Cosa vuol dire parlare di una questione sociale? Quando e perché comparve questa definizione?

Nella prima metà dell’Ottocento, quando gli effetti sociali della prima ondata d’industrializzazione cominciarono a palesarsi in maniera incontrovertibile, si pose quella che allora fu chiamata la “questione sociale”.

La questione sociale nasceva da uno scandalo, dalla percezione che c’era qualcosa di fondamentalmente sbagliato e, quindi, moralmente inaccettabile in un ordine sociale che, nel momento in cui si era scoperto e realizzato il modo di produrre ricchezza su di una scala mai vista, produceva miseria e sofferenza per un numero crescente di persone tutti riconducibili ad un’unica categoria: i salariati.

Sullo sfondo di questo scandalo, c’era il timore che le classi create dal nuovo ordine industriale, sfuggissero al controllo delle istituzioni e si abbandonassero a reazioni violente nei confronti del sistema che condannava i loro membri alla miseria. In ballo c’era, come sempre c’è, quando si parla di questione sociale, il tema cruciale della coesione.

Fu questa la spinta che dette origine a una serie di interventi che hanno disegnato il panorama sociale in cui ancora viviamo in cui i lavoratori sono diventati il fulcro della democrazia e, soprattutto, il fulcro del sistema economico fondato sui consumi di massa. Lo stato sociale, che è la più grande conquista di civiltà dell’ultimo secolo e mezzo, è il frutto delle lotte e della pressione esercitata da loro (le antiche classi pericolose) ed è, nel contempo, il compromesso che per decenni ha garantito un equilibrio fra l’espansione del sistema capitalistico e la coesione sociale. I salariati, quindi, sono diventati lavoratori e poi, soprattutto, consumatori. Hanno ottenuto il riconoscimento del loro diritto a forme di assicurazione, assistenza e previdenza universali. Questo è il lascito della prima “questione sociale”.

Questo per il passato. Ma oggi come si presenta la nuova questione sociale?

Oggi, nuove forme di vulnerabilità di massa, di precarietà tornano ad affacciarsi sullo scenario sociale. Come quelle antiche, sono il portato di trasformazioni profonde del sistema economico capitalistico, ma hanno tratti diversi, anche se non meno devastanti. Ancora una volta, il fulcro intorno a cui ruota la creazione di condizioni di disagio, di sofferenza, di miseria è il rapporto con il lavoro, con un lavoro che non c’è e crea disoccupazione o, se c’è, è precario, incerto, provvisorio. La precarietà economica si coniuga con l’instabilità sociale, mettendo in questione la coesione della società.

La nuova questione sociale ha i connotati della disoccupazione di massa, nasce dalla precarizzazione delle condizioni di lavoro e dall’inadeguatezza dei sistemi classici di protezione a coprire queste situazioni. E’ plasticamente rappresentata dalla moltiplicazione degli individui condannati a una condizione di precarietà lavorativa, dalla drastica riduzione dello spazio dei diritti inalienabili. Due milioni e mezzo di disoccupati (2.506.000, dati ISTAT marzo 2012), pari a un tasso percentuale del 9,8%, con la disoccupazione giovanile (15-24enni) al 35,9%; più di 2.200.000 giovani fra i 15 e i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione (dati Bankitalia 2010); circa quattro milioni di lavoratori precari, per l’esattezza 3.941.400 (dati CGIA di Mestre, 2011); un numero imprecisato di finte partite IVA (si parla di circa 400.000). nel totale circa 9 milioni di persone, per lo più nelle fasce d’età inferiori, che vivono una situazione di disagio rispetto a prospettive d’inserimento nel mercato del lavoro che non ci sono affatto o promettono solo redditi di sussistenza. Ecco le dimensioni della nuova questione sociale. Non comprendo come fanno tutti coloro che hanno responsabilità politiche in questo paese a non vedere una “questione sociale” di queste dimensioni? Come si fa a non vedere o anche solo a rinviare l’urgenza di affrontare il problema che ne sta alla base e che ci dice di una società che sta perdendo la capacità di avere e di dare un futuro?

Non sarebbe compito della politica prevedere e prevenire o delineare soluzioni ai problemi che nascono nella società e nell’economia?

Infatti se c’è una cosa che dice, quasi grida, la crisi radicale della politica italiana e di partiti diventati comitati di affari, questa è l’incapacità di cogliere e rappresentare i sintomi e le domande di una nuova questione sociale che qualsiasi occhio non offuscato dall’attaccamento al potere è in grado di vedere con tutta nitidezza. Stupiscono i tentativi patetici dei partiti di esorcizzare l’ingombrante presenza di problemi come la dilatazione estrema delle disuguaglianze, il consolidamento della disoccupazione di quote elevate della popolazione in età lavorativa come dato permanente, la crescente esclusione dei giovani dal mondo del lavoro, la progressiva erosione della sicurezza sociale. La nuova questione sociale è sotto gli occhi di tutti, masse crescenti di cittadini ne avvertono il morso sulla propria pelle, ma i partiti neppure la scorgono. Non si rendono conto che gli eventi e le politiche dell’ultimo trentennio hanno sottoposto la coesione sociale a una tensione che si sta facendo insopportabile e chiede, esige, il passaggio di una metamorfosi di sistema perché la questione sociale sembra che si collochi ai margini della vita sociale, ma in realtà mette in discussione l’insieme della società (il modo di produzione, le istituzioni ecc).

Si può immaginare una via d’uscita a questa situazione? Ovvero: cambiare è possibile?

Sì si può, ma occorre un grande sforzo collettivo per ripensare e ricreare un ordine sociale che consenta a tutti di perseguire il proprio progetto di vita. Non è utopia e non vi sono molte strade percorribili se non quelle che portano a un capitalismo sostenibile. So che a molti lettori questo sembrerà un ossimoro perché per molti “il capitalismo lo si abbatte, non lo si riforma”. Ma so anche che la carica utopica di cui si nutre questa convinzione ha generato in passato due soli esiti: l’inconcludenza parolaia e l’immobilismo di fatto, quando non il sostegno inconsapevole alla conservazione, o la scelta di metodi violenti per imporre un cambiamento che, da sola, la società non è mai stata in grado, o non ha voluto, esprimere e realizzare compiutamente. Ne ho ricavato la convinzione che è socialmente più sano ed economicamente più produttivo pensare ai cambiamenti che è possibile avviare qui e oggi, semplicemente perché rientrano nella sfera di possibilità delle persone che li concepiscono e li condividono. Bisogna uscire dalla prospettiva, tipica del pensiero politico-sociale della prima modernità, figlio della visione escatologica propria del cristianesimo, secondo cui l’azione politica deve essere orientata alla realizzazione del “paradiso in terra”. In realtà l’unica possibilità concreta che abbiamo è di creare le condizioni per una trasformazione di sistema che renda il capitalismo sostenibile rimettendolo su nuove basi.

In primo luogo, impegnarsi a realizzare un utilizzo non predatorio delle risorse, sia fisiche che umane. Non è un impegno facile da far rispettare, perché da sempre esiste un impulso umano, che il capitalismo ha esaltato, ad appropriarsi del maggior numero di risorse possibili per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri, senza tener conto dell’impatto che ciò ha sull’ambiente fisico e su quello sociale. Occorre, dunque, circondare il lavoro e le risorse fisiche di tutele che impegnino l’intera collettività.

In secondo luogo, ci vuole un’infrastruttura istituzionale che impedisca un’accumulazione eccessiva di potere economico in mani private e che, comunque, impedisca al potere economico di condizionare, sotto qualsiasi forma e attraverso qualsiasi mezzo, il potere legislativo e quello giudiziario. In altre parole, il potere economico privato va costituzionalizzato, per sottoporlo a limiti e assicurarne la separazione rispetto agli altri poteri. L’inevitabile corollario è un drastico abbattimento della disuguaglianza economica, premessa necessaria di un nuovo welfare.

In terzo luogo, ed è forse la cosa più difficile, occorre fare in modo che il capitalismo dei flussi che percorrono il globo s’incroci con il capitalismo a base territoriale. In altre parole, bisogna provare ad addomesticare la globalizzazione. Bisogna costringere il capitalismo globalizzato a venire a patto con le esigenze dei territori.

Tre punti che implicano un rinnovato ruolo dello stato come promotore di un nuovo patto sociale. E qui c’imbattiamo in un’ulteriore difficoltà che si tratta di superare. La questione sociale che abbiamo di fronte è certamente il prodotto di dinamiche capitalistiche non controllate, ma se questo controllo non c’è stato o è stato inadeguato la responsabilità è anche di un sistema della rappresentanza democratica che da tempo ha cessato di funzionare nell’interesse dei cittadini e si è allontanato dalla loro volontà e dalle loro aspettative. Ma la prospettiva di un capitalismo sostenibile può essere perseguita credibilmente solo sulla base di un sistema della rappresentanza e del governo della cosa pubblica che renda efficace la partecipazione di tutti e, soprattutto, renda possibile il controllo di ciò che viene fatto in nome di un, abusato, bene comune.

La disperazione dei giovani calabresi. Lettera aperta a Mario Monti (di Francesca Lagatta)

Egregio Presidente del Consiglio Mario Monti,

sono una giovane donna calabrese di 26 anni, a volte orgogliosa della sua terra, a volte costretta a vergognarsene. Non è la prima volta che Le scrivo, ma le mail che Le ho inviato non hanno mai avuto risposta. Ragion per cui Le scrivo una lettera aperta e pubblica sperando di agitare le coscienze di molti.

In Italia la situazione è disastrosa, ma in Calabria è anche peggio. Non c’è lavoro, non ce n’è mai stato, non c’è istruzione, non c’è divertimento, non c’è speranza. Ora la politica ci ha tolto anche gli ospedali, non possiamo permetterci neanche il lusso di stare male. Neanche quello più. I piani di rientro sanitari, sono stati attuati in ogni regione d’Italia, ma mentre in altri posti i Tar, le sentenze e soprattutto alcuni politici hanno fatto giustizia, qua in Calabria non si è potuto far altro che metter in pratica ciò che i “potenti” (così amo definire i politici) avevano già deciso per tutti.

L’Alto Tirreno Cosentino in particolare, dove io vivo, è solo una lingua di terra che costeggia il Tirreno e nient’altro. E’ terra di nessuno, se non di politici in cerca di voti durante le campagne elettorali provinciali e regionali, che spariscono immediatamente il giorno stesso delle elezioni. Nessuno ci ascolta, nessuno ci difende, nessuno ci rappresenta. Siamo abbandonati a noi stessi e alla nostra sorte. La mia gente non ha neanche voglia più di lottare perché sa già che è una battaglia persa.

Questa Repubblica sta cadendo a pezzi, qui, in Calabria come in qualsiasi parte d’Italia, non c’è niente che funzioni. In altri tempi sarebbe già scoppiata una rivolta, oggi invece siamo nell’era dell’individualismo arido e sterile, dove ognuno pensa per sé, dove ognuno si fa i fatti suoi (solo quando è il momento di agire e non certo quello di parlare) e nessuno si sente parte di niente. Un popolo unito e arrabbiato avrebbe fatto la differenza ma così non è e me ne dispiaccio molto.

C’è da dire però che molto spesso la gente non si ribella perché ha paura e mi chiedo quante colpe abbia la politica in tutto questo. Non si può scioperare perché si rischia il licenziamento, non si possono occupare i luoghi pubblici per protesta perché si rischia la galera, non si può dire tutta la verità perché nel migliore dei casi si rischia la censura. Ma è questo il ruolo della politica? E’ questo il vostro ruolo da politici, quello di metterci tutti a tacere e renderci tutti succubi di una politica malata e meschina che ci rende schiavi di una sopravvivenza forzata diventata ormai insopportabile?

Mi rivolgo a Lei Presidente, mi rivolgo a Lei che è la massima espressione politica in Italia insieme al Presidente della Repubblica: mi dice come facciamo a credere che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro se il lavoro è pericolosamente messo a rischio da un sistema politico tale da rendere gli stipendi dei lavoratori italiani tra i più bassi d’Europa, tassati fino all’osso, quando ci sono ricchi e politici che dichiarano al fisco poco più della soglia di povertà e girano in yacht e Ferrari e non svolgono neanche le loro mansioni?

Era necessario Presidente, fare una manovra economica che ha prosciugato gli spiccioli nelle tasche degli onesti lavoratori italiani e assistere poi a così tanti suicidi come ci raccontano le cronache di questi ultimi mesi? Le chiedo Presidente, di prendere dei seri provvedimenti in relazione a quanto sta accadendo intorno a noi, nel nostro Paese. Quando hanno annunciato che sarebbe stato Lei il nuovo Presidente del Consiglio, mi ero illusa che potesse essere l’uomo che avrebbe risollevato l’Italia, che ci avrebbe condotto fuori dal baratro in cui ci troviamo e invece no, purtroppo.

Prelevare soldi laddove non ce ne sono non è stata una scelta saggia. Non é servito né all’economia, né al popolo. Un buon imprenditore sa che i soldi vanno investiti, non prosciugati. Questa manovra è servita solo a diminuire i consumi, a frenare il PIL e a gettare nello sconforto un popolo che è già stanco e provato da tempo, costretto oramai alla sopravvivenza e impossibilitato a vivere una vita libera e dignitosa, che uno Stato invece dovrebbe garantire. Questa condizione non farà altro che allungare la lunga lista dei gesti folli a cui le persone sono costrette, non farà altro che rafforzare la malavita e il malcontento generale. “Ci troviamo in un momento di forte crisi economica mondiale”, ripetono i telegiornali ormai da anni, ma io non ne sono troppo sicura. Ho come l’impressione che i soldi siano solo gestiti male. Mi chiedo ancora Presidente, se è così difficile provare ad attuare soluzioni meno estreme e più efficaci che sono sotto gli occhi di tutti.

Provi per esempio a dimezzare il numero dei Parlamentari, a dimezzare anche il numero dei consiglieri regionali e provinciali. Provi ad eliminare di sana pianta le auto blu, visto e considerato che con quello che percepite, potete tranquillamente comperare un’auto privatamente. Provi a ridurre un po’ anche gli stipendi e le pensioni d’oro perché se tanti di noi riescono a sopravvivere con 800 Euro al mese e anche meno, voi anche con “soli” 10.000 euro campereste egregiamente. Provi anche a togliere definitivamente i soldi ai partiti, perché, se qualcuno vuole farsi campagna elettorale, se la faccia con i soldi propri. Provi a comprare meno aerei da guerra e a venderne qualcuno di quelli già in possesso dello Stato, perché francamente ancora non ho capito a cosa servono centinaia di aerei da guerra. E in ultimo e non per importanza, provi a prelevare i soldi a quei ricchi evasori fiscali che dichiarano redditi che sfiorano la soglia di povertà o a quei milionari che per sfuggire alle tasse portano i loro patrimoni su conti correnti fuori dall’Italia.

Come vede, anche io sarei capace di fare una manovra economica, con la differenza che la mia non tocca le tasche dei lavoratori onesti e per di più economicamente vale, forse, più della sua.

E se in questo momento si starà chiedendo chi sono io per dirLe cosa dovrebbe o non dovrebbe fare, Le rispondo che sono la voce di quei milioni di persone che Lei rappresenta, ma che non ascolta abbastanza, quella voce di milioni di persone che vorrebbero farLe sapere che non ce la fanno più ma non sanno come fare.

Confido in un suo immediato riscontro e nel frattempo colgo l’occasione per inviarLe i saluti più cordiali dalla mia tanto amata Calabria, nella speranza che qualcosa, un giorno, possa cambiare.

Francesca Lagatta

Un punto di vista civico sulla riforma del lavoro (di Claudio Lombardi)

Esiste la possibilità di un punto di vista civico sulla riforma del lavoro?

Ne parlano i sindacati, ne parlano i partiti, protagonista è il Governo. E i cittadini? Risposta ovvia: i lavoratori sono cittadini e sono i sindacati a rappresentarli insieme ai partiti. Replica (forse meno ovvia): tutti i cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbero essere interessati alla disciplina del lavoro e non tutti sono per forza rappresentati dai sindacati o si riconoscono in un partito. Su tutti, però, agiscono le norme di legge quelle che il Parlamento comunque approva sia che si presentino come decreto-legge, sia come legge delega, sia come disegno di legge. Quindi ricordiamoci che, finchè non ci sarà una legge approvata definitivamente, ci si trova di fronte a proposte o progetti e non a pacchetti “prendere o lasciare”.

I toni in questi giorni, dopo la presentazione della proposta di riforma da parte del Governo, si sono fatti molto accesi; qualcuno ha parlato di “massacro dei diritti dei lavoratori”, la CGIL promette una lotta dura per contrastare il cammino della riforma, altri immaginano un ingresso massiccio di investitori esteri grazie allo “sblocco” del mercato del lavoro. Ci sono pure quelli (per fortuna) che hanno usato toni più pacati mettendo in luce le parti positive e innovative rispetto alla situazione attuale e quelle più critiche che avrebbero bisogno di modifiche migliorative.

Ma torniamo al punto di vista del cittadino. Di cosa si avverte il bisogno? Sicuramente di strumenti e interventi per le due fasi critiche del percorso lavorativo: la ricerca del lavoro in giovane età e il sostegno negli anni che precedono la pensione ( nel caso in cui si dovesse perdere il lavoro). In entrambe le situazioni occorre un intervento pubblico che aiuti concretamente con erogazioni di denaro, che assista e che predisponga la cornice normativa entro la quale la ricerca del lavoro si svolge e si conclude con la stipula di un contratto o con la sua rescissione.

Nel caso del giovane che cerca lavoro oggi non vi è nulla che aiuti e sostenga ovvero non c’è alcuna forma di sostegno perché inizi a formarsi un reddito autonomo. Come è noto le famiglie suppliscono a questa mancanza (come avviene, d’altronde, anche per l’assistenza agli anziani). Non vi è nemmeno una cornice normativa adeguata che indirizzi e supporti lo svolgimento del rapporto di lavoro. Tanto è vero che i lavori precari dei tipi più svariati e in buona parte anche “in nero” e, comunque, sempre sottopagati, sono quelli più diffusi fra i giovani.

Di cosa hanno bisogno allora i cittadini che vogliono iniziare a lavorare? Hanno bisogno di indennità di sostegno cioè di un reddito minimo di avvio al lavoro, di servizi per l’impiego e ispettivi, di norme che fissino le tipologie contrattuali con modalità precise che scoraggino i raggiri, le truffe e i ricatti.

Tutto ciò c’è nella proposta del Governo? In parte, solo in parte. Manca un disegno complessivo che affronti questa fase della vita delle persone. Alcuni interventi sono previsti (misure per scoraggiare i rapporti precari), ma mancano misure di sostegno e le “famose” politiche attive del lavoro delle quali molto si è parlato. È prevista una mini indennità di disoccupazione che si attiva con requisiti ridotti rispetto a quella “piena”, ma comunque si rivolge a chi ha già avuto un lavoro.

Quindi appuntiamoci le modifiche necessarie con al primo posto un salario sociale o indennità per i giovani.  Costa? Sì certo. Dobbiamo abituarci che per alcune politiche bisogna spendere, per altre no.

Nel caso del lavoratore che si avvia al pensionamento aumentano i rischi di licenziamenti mirati ad una sostituzione con personale più giovane e anche meno costoso. In questo caso occorre innanzitutto una norma che scoraggi il datore di lavoro rendendo difficile e oneroso il licenziamento e occorrono forme di sostegno per il lavoratore nel caso in cui il licenziamento si verifichi lo stesso. L’art. 18 serve a fronteggiare la prima eventualità ed il Governo lo vuole modificare;  nel secondo dovrebbe intervenire l’indennità di disoccupazione (ASPI) più un Fondo di solidarietà per i lavoratori anziani finanziato dalle imprese proprio per accompagnare i lavoratori alla pensione in caso di licenziamento. Oggi l’art. 18 garantisce una copertura piena solo a chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti e le casse integrazioni sono ben tre e possono durare diversi anni, ma non si applicano a tutti i lavoratori.

La proposta del Governo, invece, intende estendere la disciplina dei licenziamenti a tutti i lavoratori e la stessa cosa vuole fare con la Cassa integrazione ordinaria e con l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI).

Tuttavia, la modifica dell’art. 18 rende più facili i licenziamenti per motivi economici che darebbero diritto solo ad un’indennità (se riconosciuti illegittimi, attenzione!), ma non al reintegro che, invece, rimane per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari (qui a discrezione del magistrato). È facile dedurre che rendere più facili i licenziamenti andrebbe a colpire innanzitutto i lavoratori più anziani, e sarebbe uno strumento in più per un datore di lavoro che volesse liberarsi di un dipendente sapendo che al massimo pagherà una somma di denaro.

Un punto di vista civico non può prescindere dalla dignità delle persone e dalla necessità di un reddito adeguato per assicurarla (articoli 4 e 36 della Costituzione). Bisogna ricordare che quei due articoli della Costituzione pongono obiettivi politici che la Repubblica deve perseguire e introducono diritti per i lavoratori che, quindi, non possono essere lasciati soli. Questo è il motivo per cui il licenziamento deve rientrare in determinate forme giuridiche e non può essere assolutamente libero.

Un punto di vista civico deve anche rilevare che la coesione sociale è un valore di primaria importanza (e una condizione di sviluppo economico) e che l’intervento pubblico deve mettere particolare cura nel sostegno ai lavoratori che perdono il lavoro sia con la quantità e la durata di Cassa integrazione e Aspi, sia con politiche del lavoro che si traducano in servizi per l’impiego e in politiche (industriali, ambientali, dei servizi ecc) di sviluppo del Paese.

Segniamo anche questi punti che potranno essere modificati e migliorati  nell’esame parlamentare possibilmente in un clima disteso privo di esasperazioni ideologiche inutili e dannose da qualunque parte provengano.

In ogni caso la dimensione della riforma non si misura solo sulle norme proposte, ma chiama in causa tutti gli aspetti del programma del Governo che possono incidere sull’andamento dell’economia e dell’occupazione. In realtà il vero completamento della riforma si avrà solo se cresceranno le occasioni di lavoro di buona qualità e ben retribuito e se ciò conseguirà ad un percorso di formazione che deve avere la sua base nella scuola e nelle università. Per questo investire in istruzione e formazione significa investire per lo sviluppo futuro. Anche la cura dell’ambiente e del territorio non è un capitolo da inserire nei programmi di governo ed elettorali per ossequio allo spirito dei tempi, ma è un altro investimento per lo sviluppo dell’economia. La cultura, poi, per l’Italia dovrebbe essere un settore ad elevata intensità di lavoro e di investimenti perché è congeniale alla storia e al patrimonio nazionale e perché può generare sviluppo forse, ben più del settore automobilistico (per dirne uno che ci preoccupa tanto) o di quello edilizio per il quale non c’è più territorio disponibile.

Soprattutto un punto di vista civico deve assumere l’intervento dello Stato e la gestione delle sue risorse come beni comuni dei quali discutere fra cittadini e non riservati a tecnici e addetti ai lavori. Bisogna superare l’ossessione della spesa pubblica perché gli obiettivi di cui si è parlato non si perseguono a costo zero, ma possono sicuramente arricchire il Paese ben più di quanto costano.

Per superare quell’ossessione ci vogliono tre condizioni: 1. Se ne deve convincere l’Europa perché le politiche di sviluppo funzionano a quel livello e sono più efficaci se integrate e perché i vincoli alle finanze pubbliche sono diventati il principale ostacolo allo sviluppo; 2. Bisogna rinnovare la politica, la rappresentanza e le forme che fanno vivere la democrazia perché la corruzione, l’assalto ai soldi pubblici e l’incapacità dei gruppi dirigenti manderebbero a monte qualunque progetto di crescita; 3. Ci vuole una nuova cultura civile perché i cittadini devono mettersi nelle condizioni di elaborare la loro capacità di governo elevandosi al di sopra degli interessi di categoria e cercando di avere una visione politica e programmatica in quanto cittadini. Ciò farebbe bene allo Stato e a tutte le associazioni che si impegnano nell’attività politica.

Le tre condizioni vanno insieme, ma la terza è quella su cui lavorare di più perché è la base sulla quale fondare la rinascita dell’Italia.

Claudio Lombardi

Liberare i tempi della città, creare lavoro (di Lapo Berti)

Quando si parla di liberalizzazioni, l’abbiamo visto anche in queste settimane, al centro dell’attenzione ci sono sempre le rumorose minoranze che dall’apertura dei rispettivi mercati, dall’eliminazione dei lacci e lacciuoli, di cui parlava Guido Carli tanti anni fa, si aspettano una riduzione se non l’azzeramento dei loro privilegi, delle loro rendite, dei loro vantaggi. Quasi mai si parla di coloro che dalle liberalizzazioni potrebbero ottenere vantaggi e miglioramenti delle loro condizioni di vita, i cittadini in quanto consumatori e utenti; pressoché mai si dà loro la parola.

A colmare questa lacuna, giunge ora un libretto fresco non solo di stampa, ma anche di idee e di scrittura: “Liberalizzaci dal male. Orari, mercato del lavoro, trasporti-reti: come, quando, chi, dove e perché”, Rubbettino editore (2012). L’autrice, Benedetta Cosmi, una giovane scrittrice, non ancora trentenne, esperta di comunicazione e con già alle spalle un breve ma vivace curriculum, ci mostra, in maniera accattivante e convincente, come, con un po’ di fantasia e con il coraggio di uscire “dal contingente, dall’emergenza, dall’eccezione, dal fatta la legge trovato l’inganno, da due pesi e due misure”, un po’ più di libertà e flessibilità nell’organizzazione degli spazi e dei movimenti potrebbe creare posti di lavoro e rendere più ricca e meno faticosa la vita dei cittadini. La Cosmi vorrebbe che, per una volta, fossero i lavoratori, i cittadini, gli utenti, i turisti, a scrivere l’agenda delle riforme e delle liberalizzazioni, a partire dalle loro esigenze.

Un tema su tutti: gli orari delle città, quasi sempre assurdi, quasi mai dettati per adeguarsi alle esigenze dei cittadini e agevolarne la vita. Tanti luoghi, come le biblioteche, i musei, le banche o gli uffici pubblici sono aperti quando chi avrebbe bisogno di andarci è al lavoro. Quanto costano alle aziende e ai lavoratori tutti i permessi richiesti per poter accedere a quei luoghi, per eseguire operazioni o seguire pratiche, le quali, sia detto di passaggio, in molti casi potrebbero essere affidate a servizi on-line e lo sono ancora in misura spaventosamente limitata?

Ma questo è il paese in cui un comune può emettere un’ordinanza per imporre a barbieri e parrucchieri di tenere aperto solo la mattina. La Cosmi cita in proposito la lettera aperta di un gruppo di giovani barbieri e parrucchieri che chiedono la libertà di tenere aperti i propri esercizi in nome di un principio sacrosanto che nel nostro paese è sistematicamente ignorato: “Noi dobbiamo ascoltare la gente, esserci quando il cliente ce lo chiede, e invece ad oggi fare questo vuol dire essere fuori legge”. In Italia, come tutti sappiamo, vengono prima gli interessi delle lobby, dei gruppi, anche di lavoratori, che sanno farsi valere, specialmente nel mondo dei servizi, e buon ultimi, oltraggiati e sbeffeggiati da tutti, i cittadini.

E’ uno schema da cui bisogna uscire. Occorre affrontare la pianificazione strategica degli orari delle città, per fare in modo che lo spazio urbano sia fruibile sulla base delle nuove abitudini di chi la abita permanentemente, i residenti, o transitoriamente, i turisti. Nell’era del turismo low cost, fatto di soggiorni fugaci, è impensabile ed economicamente masochistico che si debba impiegare un giorno per accedere a un museo. Ma anche i cittadini che escono dagli uffici e trovano i negozi chiusi soffrono per la stessa miopia commerciale e regolamentare.

Un ripensamento degli orari della città che riconosca e generalizzi abitudini e comportamenti che già esistono, argomenta fiduciosa la Cosmi, non solo renderebbe la vita migliore, ma offrirebbe opportunità di lavoro ai tanti che oggi invano lo attendono, magari con qualche sacrificio nell’organizzazione del proprio tempo, ma sarebbe comunque l’avvio di un processo di recupero al lavoro di fasce ampie di giovani oggi senza futuro.

I giovani, la loro condizione, il loro futuro, sono al centro delle riflessioni della Cosmi. Il suo libro è un solo appassionato pamphlet in difesa dei giovani e del loro diritto ad avere un futuro, ma è anche, inevitabilmente, una critica feroce dell’immobilismo che caratterizza il nostro paese a tutti i livelli, dell’egoismo che infetta tutti fino al punto che gli stessi genitori non si rendono conto che la difesa a oltranza dei diritti acquisiti e delle rendite di posizione di cui magari godono condanna i figli alla resa e all’inattività. E’, inevitabilmente, un paese che non trova motivazioni sufficienti per investire nel sapere dei giovani, per accrescere il loro capitale umano. Il nostro paese è “L’unico paese che non ha luoghi di cultura aperti, nelle ore dei giovani!”.

In fondo, il punto della Cosmi è semplice, come sempre sono semplici le proposte rivoluzionarie. Si tratta, molto banalmente, di mettere d’accordo una domanda di servizi e di spazi fruibili, che va ben oltre gli orari canonici, con un’offerta di lavoro, specialmente giovanile, che stenta a trovare le vie dell’occupazione nella foresta pietrificata del nostro mercato del lavoro. I giovani sono disposti a lavorare in orari “scomodi”, se a questo si accompagna una maniera tutta nuova e più libera di vivere gli spazi della città, finalmente aperti alle loro esigenze. Ma, come tutte le cose semplici, questa rivoluzione è più facile a dirsi che a farsi. Contro di essa si ergono le barriere di un consolidato sistema d’interessi, che spacca anche il mondo del lavoro e, soprattutto, ha creato un modo di pensare che è pregiudizialmente ostile al cambiamento, all’apertura dei mercati, alla competizione e, spesso, si nasconde dietro la giusta, sacrosanta tutela dei diritti dei lavoratori per proteggere vantaggi e rendite di ogni genere.

Lapo Berti da www.lib21.org

Un tempo per esserci e io ci sto! Appello ai precari (di Rossella Aprea)

Riproponiamo dal sito www.lib21.org il primo di una serie di articoli dedicati a precari. Che le persone svolgano un lavoro dignitoso e che dia i mezzi per vivere non è solo un affare privato dei singoli individui, ma è un fondamento della nostra Repubblica. Per questo il lavoro è uno dei caratteri essenziali della condizione di cittadino. Il lavoro non è un tema da economisti, sindacalisti o esperti di politica. Il lavoro è un tema per cittadini.

Noi non ci siamo e nessuno perde occasione per approfittarne, per utilizzarlo a proprio vantaggio. Non ci siamo, anche se siamo tanti. Milioni. Non ci siamo, eppure gran parte dell’economia di questo Paese si regge su di noi. Non ci siamo, anche se saremo noi il futuro di questo Paese. Non ci siamo, siamo solo dei figli, a cui nessuno concede il diritto e il rispetto di diventare grandi. Non ci siamo per l’economia, per il governo, per gli altri, per chi un lavoro ce l’ha, forse persino per i nostri genitori, che ci mantengono. Non ci siamo né come singoli, né come entità, come categoria. Non ci siamo quando si parla di diritti e di tutele e non ci siamo nemmeno quando si parla di abusi e sfruttamento. Assistiamo alla nostra realtà immersi in una serie di assenze che dovremmo percepire come intollerabili, ma delle quali non siamo ormai neanche più consapevoli. Assenze, mentre questo è un tempo per esserci. Assenza di fiducia, assenza di futuro, assenza di opportunità, assenza di rispetto, assenza di cultura, assenza di civiltà. Assenza di vita. E in tutta questa assenza ci sentiamo soli. Noi siamo soli. Così, soli e confusi, ancor più rassegnati, ci accontentiamo di sopravvivere e non di vivere, ci accontentiamo del poco che ci viene concesso senza pretendere, senza costruire per ottenere di più di quello che ci permettono in questa vita.

E invece quanto mi piacerebbe smentire, sorprendere, far ammutolire quanti hanno saputo usare solo parole critiche e offensive nei nostri confronti, specie in questi giorni. Quanto mi piacerebbe vederli cambiare atteggiamento passando dalle offese alle blandizie, perché siamo diventati degli interlocutori reali, forti e risoluti. Quanto mi piacerebbe che tutti noi ci rendessimo conto di quanto sia insensato e stupido perseguire solo i nostri piccoli interessi, lasciando che sopravvivano particolarismi e frammentazioni, che ci rendono solo deboli e inconsistenti. E quanto mi piacerebbe non sentirmi più così sola, ed essere parte di un grande movimento collettivo, che riaccenda la speranza nel presente e nel futuro. Come mi piacerebbe, perciò, che ogni singolo precario, e tutta la miriade di organizzazioni settoriali di precari, grandi e piccole, rispondessero a questo appello con una sola frase. IO CI STO! Ecco, questo diventerebbe il nostro tempo per esserci, e non saremmo più soli, confusi, avviliti, derisi e sfruttati, ma ci saremmo anche noi in questa società. Un grande movimento sociale, che potrebbe cominciare a cambiare la realtà. Ci si salva solo a patto che lo si faccia insieme, io non vedo altro. E dalle labbra di coloro che pronunciano solo prevedibili parole di sfiducia, vorrei potessero venire parole come quelle di Aldo Capitini: “Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto” e ancora convincersi e convincere gli altri che “Non è detto che sia immutabile la realtà dove il pesce grande mangia il pesce piccolo”. Chi accetta questo mondo, non ne diviene forse responsabile? Io non lo accetto e voglio esserci. Questo è il mio tempo e tutto comincia da ciascuno di noi, perciò prima di chiedere a voi, comincio io a rispondere a questo appello, per creare una grande rete di uomini e donne precari, che sfruttando la rete virtuale, riescano finalmente a costruire insieme iniziative concrete per cambiare. IO CI STO! E tu?

Una precaria

L’economia fa paura (di Rossella Rossini)

E’ la crisi, oggi, il primo motore dell’insicurezza degli italiani. Grava sul presente e sugli anni a venire, fino a compromettere, soprattutto fra i giovani, l’idea stessa di futuro. Affiorano dalla dimensione economica le immagini più inquietanti dell’Italia 2012 fotografata dal quinto Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla Sicurezza (“L’insicurezza sociale ed economica in Italia e in Europa”), realizzato da Fondazione Unipolis in collaborazione con Demos&pi e Osservatorio di Pavia.

Nella graduatoria delle paure, le inquietudini collegate al lavoro, ai soldi per vivere, alla pensione, ai risparmi hanno guadagnato la parte alta della lista e colpiscono il 73% degli italiani: sette su dieci, e il dato è cresciuto più di tutti, con un balzo di 10 punti rispetto al 2010. Il senso di insicurezza economica ha dunque assunto una dimensione sociale e l’orizzonte è particolarmente incerto per i giovani, con l’85% del campione che prevede per loro una situazione socioeconomica peggiore rispetto alle generazioni precedenti.

I dati non stupiscono, visto che il 46% degli intervistati si dice direttamente colpito dalla crisi. Nel 19% dei casi, nella propria famiglia è presente almeno una persona che ha perso il lavoro nell’ultimo anno e in più di 1 caso su 3 ha cercato un impiego senza trovarlo; solo il 14% è riuscito a mettere da parte dei soldi, mentre il 56% ha “tirato avanti”. Il 29% ha dovuto spendere i propri risparmi o fare riscorso a prestiti. Il 39% ha ridotto i consumi negli ultimi 10 mesi, dato che sale al 43% tra le famiglie in cui un componente ha perso o ridotto il lavoro. Non meno cupo è il futuro: il 38% prevede un peggioramento del quadro economico nazionale, il 25% si aspetta un peggioramento delle finanze familiari e il 27% un’erosione delle risorse personali. Solo il 18% pensa che il peggio sarà passato entro i prossimi 12 mesi e il 19% che l’Italia ne sarà fuori in 2 anni. Oltre la metà degli italiani teme di finire come in Grecia.

Crescono, al contempo, le diseguaglianze sociali: il 77% degli italiani ha percepito negli ultimi anni un allargamento degli squilibri in termini di ricchezza, al punto che 8 persone su 10 vedono una società spaccata in due: l’Italia di chi ha poco e l’Italia di chi ha molto, un club ristretto, quest’ultimo – appena il 9% degli italiani ritiene di farne parte – e difficilmente accessibile per chi ne è escluso.

Più paura dell’economia fa solo “l’insicurezza globale”, che, pur collocandosi a breve distanza, mantiene il primo posto nella graduatoria. Oggi coinvolge il 76% della popolazione. In testa le preoccupazioni per la distruzione dell’ambiente e della natura (55%), seguite dalla globalizzazione intesa come “l’influenza sulla vita e sull’economia di ciò che capita nel mondo” (46%). Una quota appena inferiore (41%) teme per la sicurezza dei cibi che mangiamo e, in successione, lo scoppio di nuove guerre (33%), terremoti, frane e alluvioni (24%), nuove epidemie (21%).

I dati rilevati nella crescita delle insicurezze sono confermati dalle priorità indicate all’agenda politica: i temi economici per il 68% degli italiani, superato soltanto dalla Spagna con il 90%, tra i cinque paesi coinvolti dal sondaggio. Valori poco distanti per Gran Bretagna (65%) e Francia (64), mentre la Germania si ferma al 48%. Il tema economico è declinato in maniera specifica nelle diverse realtà nazionali. In Italia la disoccupazione si colloca al primo posto: il 36% dei cittadini la indica come il problema più importante da affrontare in questo momento e lo stesso succede in Francia (39%) e, in misura molto maggiore, in Spagna (62%). La graduatoria delle priorità prosegue con la qualità dei servizi, che preoccupa l’11% dei nostri concittadini (ma il 24% delle persone in Germania), la criminalità (4%), l’immigrazione (3%).

Riguardo alle ultime due voci, dal Rapporto emerge che la “paura dello straniero” è calata in misura considerevole. Il 29% accomuna l’immigrazione alla criminalità, contro il 51% del 2007, il 39% del 2008 e il 37% del 2009. Allo stesso tempo, l’immigrato non è visto più come una minaccia per l’occupazione: il dato si ferma al 29% contro il 37% del 2007, il 31% del 2008 e il 35% del 2009. E’ invece in ascesa la paura della criminalità, un fenomeno in aumento per l’85% degli intervistati. Nella scala delle insicurezze, quella legata alla criminalità si colloca al terzo posto, dopo l’insicurezza globale e quella economica, con un valore del 43%, in crescita di 10 punti rispetto al 2010. Si ha paura di essere vittima di un furto, soprattutto in casa o del proprio mezzo di trasporto, di scippi e borseggi, aggressioni e rapine, di un incidente stradale o sul lavoro. I ricercatori collegano l’allarme per la criminalità, tornato ai valori della “grande paura” rilevata tra il 2007 e il 2008, all’aumento dell’insicurezza sociale complessiva e alla “passione criminale” che domina i media, soprattutto televisivi.

La televisione italiana si è accorta tardi della crisi. Non intercetta il senso di insicurezza economica della popolazione. Continua a raccontare, come negli anni passati, il romanzo criminale che sembra tanto piacere ai telespettatori. Lo dimostra, con dovizia di dati, la rilevazione condotta su alcune emittenti italiane e di altri paesi Ue dall’Osservatorio di Pavia. Anche se i Tg non sono tutti uguali, con Rai 1 che svetta ai vertici delle classifiche europee, con una media di 3 notizie al giorno legate alla criminalità: 1.173 nel 2011, un valore ben superiore a quelli di Tve (444), France 2 (353), Bbc One (316), Ard (19). Quanto all’attenzione dedicata alle emergenze economiche, Tg3 e TgLa7 hanno dedicato a questi temi circa la metà delle informazioni nell’edizione di prima serata, allineandosi ai principali Tg europei. Diversi i valori di Tg1 e Tg5, fermi al 16%, con Studio Aperto fermo al 7%.

Commentando il Rapporto, Ilvo Diamanti, direttore scientifico di Demos, ha affermato che “il significato della Sicurezza, e del suo reciproco: l’insicurezza, si sono reinseriti nei confini sociali. Un significato – ha aggiunto – principalmente riassunto dall’incertezza economica, dalle paure legate al lavoro, al risparmio, al reddito familiare, al costo della vita e alla pressione fiscale”. La sicurezza, dunque – ha concluso Diamanti – “è tornata ad essere, com’era un tempo, pre-videnza sociale: possibilità di affrontare le incertezze e la precarietà della condizione personale, familiare e sociale, oggi e domani”.

Rossella Rossini da www.lib21.org

La crisi e le proposte di un cittadino attivo (di Aldo Cerulli)

Siamo cittadini attivi e vogliamo provare a cambiare le cose.

Considerata la situazione internazionale è difficile sfuggire all’idea che siamo tutti sottomessi allo strapotere della finanza che si esprime con la crisi dei sistemi bancari che si sono dedicati alla speculazione invece che al loro mestiere. Gli Stati hanno l’acqua alla gola perché si sono caricati di una immensa mole di prestiti e adesso i governi pensano che la via d’uscita sia spremere i cittadini per far pagare a loro il conto della crisi con misure che sono un affronto alla moralità, all’equilibrio sociale oltre che essere un palese disincentivo alla crescita economica.

E’ infatti evidente che le categorie “forti” che sanno come difendersi possono trovare molti modi per non pagare la crisi. Invece, quando si mette il limite di 486 Euro per la rivalutazione piena in base all’inflazione delle pensioni si sta togliendo qualcosa di essenziale per chi è debole.

Io dico che così, forse l’Italia riuscirà a non fallire, ma a prezzo del fallimento dello Stato sociale!

Gli sprechi del passato non ci sono stati per “il buon cuore” dei governi come ha detto Monti giorni fa, ma per le tante scelte che hanno scaricato sulle casse dello Stato privilegi ed errori. Fra i privilegi ovviamente non si possono non mettere quelli dei politici e dei partiti che hanno goduto in silenzio di guadagni e finanziamenti ingiustificabili e ora vorrebbero far valere i diritti acquisiti. Proprio ciò che è negato alle persone comuni che dovranno restare al lavoro per altri 6-7 anni prima di andare in pensione. Va bene, ma ci si è chiesti cosa significherà avere tanti ultrasessantenni al lavoro? Sicuramente ci rimetteranno sia l’efficienza che la produttività, la gente starà a lavorare quegli anni in più di malavoglia, cercando più che altro di stare in parcheggio, di tirare avanti fino al gran giorno, nervosa e con acciacchi dovuti all’età. Per non parlare di quelli che saranno licenziati e a 60 anni dovranno mettersi a cercare un lavoro. Un dramma vero. A me non sembra che così si salvi l’economia.

E veniamo alla questione del “posto fisso”, battuta poco felice di Monti, ma problema reale. Intanto è ovvio che oggi il giovane cerca un posto di lavoro innanzitutto.

Vediamo che la discussione sul lavoro che manca si ferma troppo sull’art. 18. Al riguardo la penso così: già in un non lontano passato si era cercato di abolirlo perché ritenuto disincentivante alle assunzioni da parte di piccole imprese con organico di 15 dipendenti e le OOSS barattarono il suo mantenimento con il consenso alle assunzioni a termine (un tempo consentite solo per carichi stagionali di lavoro)…da qui iniziarono a proliferare le società di “lavoro in affitto” …un mero appalto di mano d’opera…anche esso un tempo vietato dalle normative sul lavoro; i più fortunati, si fa per dire, invece vennero assunti con contratti Co.Co.Co., poi diventati Co.Co.Pro. quando partirono i primi ricorsi contro le assunzioni simulate.

Tutti sanno che questi “precari del lavoro” (nel settore privato e in quello pubblico), non potranno mai chiedere un mutuo ad una banca per acquistare una casa…in quanto non possono presentare un “cedolino paga” che presenta la dizione “assunzione a tempo indeterminato”. Quindi la condizione di precario non può durare a lungo a meno che non cambino anche tante altre regole (come quelle delle banche per esempio).

La vera tutela è quella contro le discriminazioni mentre, invece, è giusto che si possa allontanare chi sfrutta il lavoro degli altri, chi si assenta con presunte malattie strategiche, chi crea danni all’azienda, insomma chi…credendo di aver conquistato a vita il posto di lavoro…non sa mantenerselo e lo leva a chi potrebbe meritarlo veramente.

L’Art. 18 è allora per me solo un falso problema che può anche fare da alibi a chi governa mascherando l’incapacità di combattere la disoccupazione giovanile.

Tutela contro le discriminazioni significa che:

  1. al personale femminile in attesa di prole dovrà essere garantito il posto di lavoro  per la durata di almeno tre anni dalla nascita del figlio e nell’ipotesi, dopo tale data, di licenziamento effettuato in assenza  di giusta causa o giustificato motivo diritto ad un indennizzo e al trattamento di disoccupazione (in parte a carico del datore di lavoro) per almeno due anni.
  2. ai rappresentanti interni del Sindacato viene garantito il posto di lavoro e durante l’espletamento del loro mandato non possono essere soggetti a licenziamento se non per giusta causa, giustificato motivo o per riduzione collettiva del lavoro; in caso di violazione di tale norma si dovrà corrispondere un indennizzo equivalente a tre annualità di stipendio.
  3. A tutti i licenziati lo Stato, con il concorso del datore di lavoro, dovrà garantire adeguati ammortizzatori sociali e frequenza a corso di riqualificazione finalizzati al ritorno al lavoro.
  4. abolizione di tutte le forme di lavoro a termine e di assunzioni anomale;
  5. bonus fiscali (sei mesi di retribuzione) per chi assume persone fino a 35 anni di età;
  6. due anni di sgravi fiscali al datore di lavoro che assume ultra quarantenni che hanno perso il posto di lavoro.
  7. Modifiche alle norme sul processo di lavoro che ne abbattano la durata fino a sei mesi per il primo grado.

Queste sono proposte ed ipotesi che ho elaborato da semplice cittadino attivo. Invito anche altri a fare lo stesso. Soltanto un’intelligenza collettiva potrà farci fare un passo in avanti.

Aldo Cerulli

Il mercato del lavoro come la cruna di un ago (di Rossella Aprea)

Lavorare oggi è diventato difficile come passare attraverso la cruna di un ago. La situazione è cambiata, soprattutto, negli ultimi 5-6 anni. Una improvvisa e considerevole riduzione delle opportunità nel mercato del lavoro ha determinato un significativo aumento di coloro che cercano lavoro e un netto innalzamento dell’ età media degli aspiranti precari. Tante le ragioni: la crisi delle imprese, la sofferenza del mercato, il distacco tra la formazione universitaria e il mondo del lavoro, l’inserimento degli immigrati. Parla, raccontandoci la sua esperienza diretta, un impiegato di un Centro Orientamento Lavoro, che dal suo osservatorio particolare ci rivela le numerose ombre che oscurano il mercato del lavoro oggi in Italia.

“Ho iniziato a lavorare al C.O.L.”, mi dice G.R., “attraverso un tirocinio gratuito di 15 mesi. Successivamente mi è stato garantito un primo contratto di collaborazione coordinata e continuativa a 600 euro al mese e poi, alla fine, siccome eravamo tanti nella medesima condizione, l’Amministrazione per la quale lavoro ha bandito un concorso e così ho avuto un contratto a tempo determinato. Oggi posso dire che, innanzitutto, ho avuto la possibilità di rimanere un anno e mezzo circa in attesa perché avevo delle condizioni economiche che me lo consentivano e un’età – 29 anni – in cui non avvertivo ancora l’urgenza di un impiego stabile. Tra l’altro parliamo di anni (2000-2002), in cui c’erano infinitamente più possibilità rispetto ad oggi, anche se già all’epoca si parlava di generazione falciata e bagno di sangue. Eppure niente a che vedere con la situazione attuale. Di fatto oggi, se la mia Amministrazione avesse diverse decine di impiegati a tempo determinato da collocare stabilmente, anche se queste garantissero il mantenimento e l’efficienza del servizio, non potrebbe più farlo, non lo farebbe più. Troppo oneroso economicamente. Poi, tieni presente,che oggi se hai avuto un contratto a tempo determinato, hai già un potere contrattuale, se sei un precario, non hai alcuna tutela. In effetti tra contratto a tempo determinato e contratto a tempo indeterminato, oggi cambia poco o niente, perché svolgi lo stesso tipo di lavoro, hai tutele analoghe, vieni remunerato in maniera simile. Cambia solo la natura del contratto ed il fatto che esiste una scadenza e la necessità del rinnovo. Ma solo quello, il resto è sostanzialmente lo stesso. Però, prima i contratti a tempo determinato venivano quasi automaticamente rinnovati, oggi non c’è più questa tacita garanzia.”

Gli domando, a suo avviso, quali sono gli elementi che ha osservato e che hanno profondamente mutato la situazione. Mi risponde in modo pacato, ma senza alcuna incertezza.

“Basterebbe osservare solo questo, che oggi a noi si rivolgono persone, anche quarantenni, che chiedono con insistenza non “un lavoro”, ma almeno “un tirocinio” pagato. Questo per garantirsi anche solo 500 euro al mese per un breve periodo di tempo, pur con la consapevolezza che quell’esperienza non gli offrirà probabilmente alcuna prospettiva futura di impiego. Queste situazioni non sarebbero mai esistite, non si sarebbero mai verificate appena cinque, sei anni fa. C’è stato un peggioramento improvviso, netto, una caduta verticale per tante ragioni, una su tutte di natura macro-economica, rappresentata dalla chiusura di molte imprese. Fino a pochi anni fa erano molte le persone che vivevano nel precariato, ma vivevano. Adesso il lavoro precario è un miraggio, è la meta. C’è stato un radicale mutamento della situazione. Il dato di fatto più impressionante, poi, è sicuramente l’innalzamento dell’età, nel senso che sono i quarantenni ad aspirare al lavoro precario. Negli ultimi anni e in questo momento, in particolare, è evidente lo stato di sofferenza del mercato, che ha determinato un calo della domanda, soprattutto, di lavoratori qualificati.”

Mentre G.R. parla, cerco di ragionare come un giovane che deve scegliere di intraprendere degli studi o una formazione che gli possa offrire delle prospettive per il futuro, così gli domando senza mezzi termini, a suo avviso, su cosa converrebbe puntare, su quali professioni o mestieri.

La formazione che consiglierei a chiunque è senza dubbio quella per esercitare le professioni contabili. Un bravo ragioniere a vent’anni, ancora oggi, ha buone chance di trovare lavoro, prima era matematicamente certo. I diplomati in ragioneria o i laureati in economia e commercio, che però hanno deciso di disinteressarsi di macroeconomia e di marketing e che si sono dedicati alla gestione, hanno molte possibilità di impiego, perché le aziende hanno un bisogno spaventoso di persone che si occupino di contabilità sia normale che fiscale, diventata complicata da seguire. In questo senso il lavoro c’è, soprattutto se queste persone sanno usare i software di contabilità. Ci sono delle professioni non completamente in crisi, come la professione di architetto, ad esempio, anche se costoro sono costretti, però, a mandare giù a tempo indeterminato delle condizioni di lavoro da free lance. Quello che ti ricatta oggi è il mercato. Anche gli informatici che fino a 10 anni fa avevano delle ottime prospettive di occupazione, oggi hanno serie difficoltà. Nell’ambito della grafica web, con l’ingresso sul mercato di software che hanno permesso a tutti di usare l’html senza conoscerlo, la richiesta di personale qualificato è calata notevolmente. Parte della professione, infatti, è stata bruciata dai software stessi. Nell’ambito della programmazione, la situazione è un po’ diversa, qualcuno ancora resiste, però le aziende che si occupano di produzione software fanno sempre più spesso gare al ribasso, e quindi le paghe si sono molto ridimensionate. Si tratta di un mondo in cui non c’è più molta speranza, oltre ad essere durissimo (sia per coloro che fanno programmazione, sia per i sistemisti). Si tratta di un mondo sottoposto ad una rapida obsolescenza in cui ogni 3, 4 anni bisogna riprendere i libri e studiare i manuali prevalentemente in lingua inglese e con condizioni contrattuali di gran lunga inferiori a quelle di una decina di anni fa. Da lasciar perdere, purtroppo, anche le attività nell’ambito dei settori culturali. In passato, io pensavo, ingenuamente, che il settore delle biblioteche, in cui cercava impiego mia moglie, offriva delle chance, visto che solo a Roma ce ne sono circa 350 tra pubbliche e private. Purtroppo, la maggioranza sono pubbliche e per entrare nelle strutture pubbliche bisogna partecipare ai concorsi e i concorsi non vengono banditi da anni. Nel privato la situazione è ancora più critica, perché le strutture culturali di questo tipo sono poche, strapiene e prese d’assalto.”

Inevitabilmente mi viene in mente la frase dell’ex Ministro, Tremonti “con la cultura non si mangia”, o almeno oggi non si riesce più a mangiare. Mi sembra una realtà drammatica per un Paese che dovrebbe e potrebbe vivere “di cultura”. Quanto abbiamo dissipato! Una naturale vocazione alla cultura, all’arte, al turismo fatta a brandelli, al punto tale da non offrire più alcuna chance a chi si volesse dedicare alle professioni ad essa collegate. Intanto, G.R. prosegue inesorabile nella sua analisi.

“Un’altra cosa che non ha aiutato per niente i giovani, o quelli più o meno giovani, è lo scollamento tra università e mondo del lavoro. Le università negli ultimi anni hanno promosso moltissimi corsi di laurea, che sulla carta avrebbero dovuto offrire delle prospettive, ma che in realtà non ne avevano, rendendo la separazione dal mercato del lavoro ancora più netta. Oggi si trova lavoro per conoscenza, ma non sempre i raccomandati sono incapaci, spesso sono bravi, ma se non fossero segnalati, non andrebbero da nessuna parte, come capita a molti altri, che non riescono ad emergere. Oltre al problema dell’Università, aggiungici tutta una serie di speculazioni sulle possibilità di impiego. Ti faccio un esempio, molti ragazzi, soprattutto stranieri, hanno conseguito una sorta di diploma come installatori di pannelli fotovoltaici, con la speranza di impiegarsi in un settore in espansione. Purtroppo, sono stati venduti quasi più corsi che pannelli fotovoltaici, e non ci sono prospettive per loro. Come faccio a spiegarglielo quando con aria sorpresa e avvilita, mi chiedono come mai non riescono a trovare lavoro? Tu capisci che il vero business è stato organizzare quei corsi. Un’altra macroscopica beffa è stata rappresentata dai master in Risorse umane in voga 5/6 anni fa. Corsi costosissimi, più o meno intensi, con una frequenza richiesta che oscillava dai 5 giorni a settimana al weekend, per un settore lavorativo che qualsiasi analisi di mercato seria avrebbe indicato come saturo. Sono state create spesso aspettative su professioni che di fatto non avevano prospettive.”

Da quello che mi dice, comincio ad avere la sensazione che oggi c’è troppa offerta di lavoro qualificato. E lui mi conferma.

“In effetti si è creato un collo di bottiglia, una strettoia. Non più le professioni, ma meglio i mestieri, dunque. Purtroppo, c’è una differenza sostanziale, che chi ha una formazione qualificata e volesse proporsi per un lavoro meno qualificato non verrebbe preso in considerazione lo stesso“.

Mentre lui continua a parlare mi viene in mente la risposta che anch’io qualche volta ho ricevuto all’invio del curriculum. “Mi dispiace ma è troppo qualificata”.

“Se tu e mia moglie, faccio un esempio, voleste andare a fare le segretarie non vi prenderebbero. Troppo qualificate, e questo cosa vuol dire? Che pensano che alla prima occasione utile, li salutereste e non hanno intenzione di rischiare. Li capisco, anch’io se stessi dall’altra parte, mi farei due conti. Lo capisci da te che una persona che ha fatto un percorso di studi per cui ha speso 15 anni della propria vita, se fa la segretaria è evidentemente per ripiego. Oggi anche per fare lavori di segreteria si cominciano a preferire gli stranieri, perché se hanno un medesimo livello culturale, una laurea, la conoscenza di un paio di lingue straniere (che è più facile trovare negli stranieri che negli italiani) ti danno maggiori garanzie degli Italiani. La ragazza rumena è molto più vincolata, meno protetta, più disponibile ad accettare condizioni scomode di un’italiana. Alcuni tipi di lavoro, però, oggi, sono preclusi agli italiani, ad esempio i lavori di giardinaggio. Nessuno impiegherebbe più un italiano, ma un pakistano. Questo perché i datori di lavoro si sono talmente abituati ad una sperequazione, che preferiscono avere l’immigrato di 36/40 anni che deve mandare i soldi alla propria famiglia, piuttosto che un italiano con maggiori pretese, esigenze ed eventuali tutele.”

Comincio a domandarmi se siano gli italiani a non voler più fare certi mestieri o se, pur volendoli fare, non possono.

“Non è che oggi non vogliono, è che si è innescato un meccanismo e quando si parla del mercato del lavoro non si possono fare generalizzazioni. Faccio un esempio: consideriamo la raccolta del latte, se i sikh da domani scioperassero, nessuno mungerebbe più le mucche, perché l’attività di mungitura nel centro-nord è gestita dai sikh. Non dico nemmeno indiani, ma sikh, cioè una particolare etnia, che si è ricavata una nicchia nel mercato del lavoro, legata alla floricoltura e alla mungitura. Questa situazione, va detto, è sicuramente iniziata perché molti italiani hanno cominciato a rifiutarsi di svolgere questi lavori. L’idea di alzarsi alle quattro del mattino con il freddo e andare nelle stalle per mungere le mucche, non era entusiasmante. Eppure se, oggi, per necessità un italiano si presentasse per fare questo tipo di lavoro, non sarebbe preso in considerazione, perché fuori da quel circuito, che è fatto e gestito dai sikh.

In effetti si sono innescati dei meccanismi che si sono autoalimentati, e non si può più tornare indietro. Fare il lavoro umile per un italiano, sarebbe difficile.

Ci sono meccanismi “mafiosi” legittimi, cioè la comunità sikh italiana, che si è appropriata di due, tre comparti lavorativi, non te li concede più, ed è naturale che sia così. Sarebbe bastato guardare a quello che era successo nei Paesi con economie molto più avanzate delle nostre, per sapere in anticipo cosa sarebbe successo, senza scoprirlo adesso. Infatti, è quasi impossibile a New York trovare un tassista newyorchese, perché i tassisti lì sono o indiani o messicani. La ristorazione di qualità nell’East cost americana è tutta italiana perché 50/60 anni fa, gli italiani sono entrati in quei ristoranti e in quell’attività, come lavapiatti e poi, hanno occupato quasi “militarmente” le cucine. L’italiano veniva pagato meno. Con il passare del tempo quegli italiani con i loro risparmi sono riusciti a comprarsi il ristorante dove avevano cominciato a lavorare come lavapiatti. Mutatis mutandis, la stessa cosa sta accadendo in Italia. Per esempio, cominciano a comparire benzinai, gestori di pompe di benzina ceylonesi. Anche loro hanno cominciato in silenzio 10/15 anni fa, lavorando alle pompe di benzina di notte, per rimediare qualche mancia. Poi hanno conosciuto il benzinaio e quando questi è andato in pensione, non sapendo a chi lasciare la sua attività, avrà trovato giusto lasciarla a quel ragazzo bangla, che metteva la benzina e che era già conosciuto nel quartiere. Tutto questo è normale e giusto. Non c’è da stupirsi. Certo, come hanno fatto vedere le Jene in una loro trasmissione, se un italiano tentasse di notte di andare al self-service sotto casa per guadagnarsi quei dieci euro di mance, mettendo la benzina agli automobilisti, avrebbe serie difficoltà a non essere minacciato da chi svolge già prima di lui quell’attività. Questi sono diventati comparti occupazionali preclusi agli italiani.”

Si è fatto tardi, presi dalla vivace conversazione, non ci siamo resi conto di aver superato quasi l’ora di cena, interrompiamo così bruscamente la nostra chiacchierata, ma le considerazioni di G.R. sono state sufficienti a farmi capire, che è dalla scuola che bisogna ripartire per modificare le prospettive di lavoro. La formazione non può prescindere totalmente dalle considerazioni sulle reali condizioni del mercato del lavoro, pena la creazione di eserciti di disoccupati o precari a vita. Va, inoltre, senza dubbio rilanciata l’economia, favorita la crescita del Paese, in modo che nuove o vecchie opportunità di impiego si creino o si riaprano. Va ricordata e recuperata la vocazione culturale dell’Italia, in modo da incrementare le possibilità di lavoro in un settore che dovrebbe essere per noi sempre e solo in attivo. Va considerato, per concludere, che stiamo diventando un Paese multietnico in cui non credo che una separazione etnica dei comparti lavorativi sia da auspicarsi, anche se oggi sicuramente da comprendere e giustificare, ma la vera integrazione tra italiani e altre popolazioni dovrebbe tradursi nelle medesime opportunità per tutti di svolgere il lavoro che si preferisce – intellettuale o un mestiere – a cui venga riconosciuta medesima dignità. A chi piacerebbe una società basata su tristi e vergognose separazioni in caste?

Rossella Aprea da www.lib21.org

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