L’economia fa paura (di Rossella Rossini)

E’ la crisi, oggi, il primo motore dell’insicurezza degli italiani. Grava sul presente e sugli anni a venire, fino a compromettere, soprattutto fra i giovani, l’idea stessa di futuro. Affiorano dalla dimensione economica le immagini più inquietanti dell’Italia 2012 fotografata dal quinto Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla Sicurezza (“L’insicurezza sociale ed economica in Italia e in Europa”), realizzato da Fondazione Unipolis in collaborazione con Demos&pi e Osservatorio di Pavia.

Nella graduatoria delle paure, le inquietudini collegate al lavoro, ai soldi per vivere, alla pensione, ai risparmi hanno guadagnato la parte alta della lista e colpiscono il 73% degli italiani: sette su dieci, e il dato è cresciuto più di tutti, con un balzo di 10 punti rispetto al 2010. Il senso di insicurezza economica ha dunque assunto una dimensione sociale e l’orizzonte è particolarmente incerto per i giovani, con l’85% del campione che prevede per loro una situazione socioeconomica peggiore rispetto alle generazioni precedenti.

I dati non stupiscono, visto che il 46% degli intervistati si dice direttamente colpito dalla crisi. Nel 19% dei casi, nella propria famiglia è presente almeno una persona che ha perso il lavoro nell’ultimo anno e in più di 1 caso su 3 ha cercato un impiego senza trovarlo; solo il 14% è riuscito a mettere da parte dei soldi, mentre il 56% ha “tirato avanti”. Il 29% ha dovuto spendere i propri risparmi o fare riscorso a prestiti. Il 39% ha ridotto i consumi negli ultimi 10 mesi, dato che sale al 43% tra le famiglie in cui un componente ha perso o ridotto il lavoro. Non meno cupo è il futuro: il 38% prevede un peggioramento del quadro economico nazionale, il 25% si aspetta un peggioramento delle finanze familiari e il 27% un’erosione delle risorse personali. Solo il 18% pensa che il peggio sarà passato entro i prossimi 12 mesi e il 19% che l’Italia ne sarà fuori in 2 anni. Oltre la metà degli italiani teme di finire come in Grecia.

Crescono, al contempo, le diseguaglianze sociali: il 77% degli italiani ha percepito negli ultimi anni un allargamento degli squilibri in termini di ricchezza, al punto che 8 persone su 10 vedono una società spaccata in due: l’Italia di chi ha poco e l’Italia di chi ha molto, un club ristretto, quest’ultimo – appena il 9% degli italiani ritiene di farne parte – e difficilmente accessibile per chi ne è escluso.

Più paura dell’economia fa solo “l’insicurezza globale”, che, pur collocandosi a breve distanza, mantiene il primo posto nella graduatoria. Oggi coinvolge il 76% della popolazione. In testa le preoccupazioni per la distruzione dell’ambiente e della natura (55%), seguite dalla globalizzazione intesa come “l’influenza sulla vita e sull’economia di ciò che capita nel mondo” (46%). Una quota appena inferiore (41%) teme per la sicurezza dei cibi che mangiamo e, in successione, lo scoppio di nuove guerre (33%), terremoti, frane e alluvioni (24%), nuove epidemie (21%).

I dati rilevati nella crescita delle insicurezze sono confermati dalle priorità indicate all’agenda politica: i temi economici per il 68% degli italiani, superato soltanto dalla Spagna con il 90%, tra i cinque paesi coinvolti dal sondaggio. Valori poco distanti per Gran Bretagna (65%) e Francia (64), mentre la Germania si ferma al 48%. Il tema economico è declinato in maniera specifica nelle diverse realtà nazionali. In Italia la disoccupazione si colloca al primo posto: il 36% dei cittadini la indica come il problema più importante da affrontare in questo momento e lo stesso succede in Francia (39%) e, in misura molto maggiore, in Spagna (62%). La graduatoria delle priorità prosegue con la qualità dei servizi, che preoccupa l’11% dei nostri concittadini (ma il 24% delle persone in Germania), la criminalità (4%), l’immigrazione (3%).

Riguardo alle ultime due voci, dal Rapporto emerge che la “paura dello straniero” è calata in misura considerevole. Il 29% accomuna l’immigrazione alla criminalità, contro il 51% del 2007, il 39% del 2008 e il 37% del 2009. Allo stesso tempo, l’immigrato non è visto più come una minaccia per l’occupazione: il dato si ferma al 29% contro il 37% del 2007, il 31% del 2008 e il 35% del 2009. E’ invece in ascesa la paura della criminalità, un fenomeno in aumento per l’85% degli intervistati. Nella scala delle insicurezze, quella legata alla criminalità si colloca al terzo posto, dopo l’insicurezza globale e quella economica, con un valore del 43%, in crescita di 10 punti rispetto al 2010. Si ha paura di essere vittima di un furto, soprattutto in casa o del proprio mezzo di trasporto, di scippi e borseggi, aggressioni e rapine, di un incidente stradale o sul lavoro. I ricercatori collegano l’allarme per la criminalità, tornato ai valori della “grande paura” rilevata tra il 2007 e il 2008, all’aumento dell’insicurezza sociale complessiva e alla “passione criminale” che domina i media, soprattutto televisivi.

La televisione italiana si è accorta tardi della crisi. Non intercetta il senso di insicurezza economica della popolazione. Continua a raccontare, come negli anni passati, il romanzo criminale che sembra tanto piacere ai telespettatori. Lo dimostra, con dovizia di dati, la rilevazione condotta su alcune emittenti italiane e di altri paesi Ue dall’Osservatorio di Pavia. Anche se i Tg non sono tutti uguali, con Rai 1 che svetta ai vertici delle classifiche europee, con una media di 3 notizie al giorno legate alla criminalità: 1.173 nel 2011, un valore ben superiore a quelli di Tve (444), France 2 (353), Bbc One (316), Ard (19). Quanto all’attenzione dedicata alle emergenze economiche, Tg3 e TgLa7 hanno dedicato a questi temi circa la metà delle informazioni nell’edizione di prima serata, allineandosi ai principali Tg europei. Diversi i valori di Tg1 e Tg5, fermi al 16%, con Studio Aperto fermo al 7%.

Commentando il Rapporto, Ilvo Diamanti, direttore scientifico di Demos, ha affermato che “il significato della Sicurezza, e del suo reciproco: l’insicurezza, si sono reinseriti nei confini sociali. Un significato – ha aggiunto – principalmente riassunto dall’incertezza economica, dalle paure legate al lavoro, al risparmio, al reddito familiare, al costo della vita e alla pressione fiscale”. La sicurezza, dunque – ha concluso Diamanti – “è tornata ad essere, com’era un tempo, pre-videnza sociale: possibilità di affrontare le incertezze e la precarietà della condizione personale, familiare e sociale, oggi e domani”.

Rossella Rossini da www.lib21.org

La crisi e le proposte di un cittadino attivo (di Aldo Cerulli)

Siamo cittadini attivi e vogliamo provare a cambiare le cose.

Considerata la situazione internazionale è difficile sfuggire all’idea che siamo tutti sottomessi allo strapotere della finanza che si esprime con la crisi dei sistemi bancari che si sono dedicati alla speculazione invece che al loro mestiere. Gli Stati hanno l’acqua alla gola perché si sono caricati di una immensa mole di prestiti e adesso i governi pensano che la via d’uscita sia spremere i cittadini per far pagare a loro il conto della crisi con misure che sono un affronto alla moralità, all’equilibrio sociale oltre che essere un palese disincentivo alla crescita economica.

E’ infatti evidente che le categorie “forti” che sanno come difendersi possono trovare molti modi per non pagare la crisi. Invece, quando si mette il limite di 486 Euro per la rivalutazione piena in base all’inflazione delle pensioni si sta togliendo qualcosa di essenziale per chi è debole.

Io dico che così, forse l’Italia riuscirà a non fallire, ma a prezzo del fallimento dello Stato sociale!

Gli sprechi del passato non ci sono stati per “il buon cuore” dei governi come ha detto Monti giorni fa, ma per le tante scelte che hanno scaricato sulle casse dello Stato privilegi ed errori. Fra i privilegi ovviamente non si possono non mettere quelli dei politici e dei partiti che hanno goduto in silenzio di guadagni e finanziamenti ingiustificabili e ora vorrebbero far valere i diritti acquisiti. Proprio ciò che è negato alle persone comuni che dovranno restare al lavoro per altri 6-7 anni prima di andare in pensione. Va bene, ma ci si è chiesti cosa significherà avere tanti ultrasessantenni al lavoro? Sicuramente ci rimetteranno sia l’efficienza che la produttività, la gente starà a lavorare quegli anni in più di malavoglia, cercando più che altro di stare in parcheggio, di tirare avanti fino al gran giorno, nervosa e con acciacchi dovuti all’età. Per non parlare di quelli che saranno licenziati e a 60 anni dovranno mettersi a cercare un lavoro. Un dramma vero. A me non sembra che così si salvi l’economia.

E veniamo alla questione del “posto fisso”, battuta poco felice di Monti, ma problema reale. Intanto è ovvio che oggi il giovane cerca un posto di lavoro innanzitutto.

Vediamo che la discussione sul lavoro che manca si ferma troppo sull’art. 18. Al riguardo la penso così: già in un non lontano passato si era cercato di abolirlo perché ritenuto disincentivante alle assunzioni da parte di piccole imprese con organico di 15 dipendenti e le OOSS barattarono il suo mantenimento con il consenso alle assunzioni a termine (un tempo consentite solo per carichi stagionali di lavoro)…da qui iniziarono a proliferare le società di “lavoro in affitto” …un mero appalto di mano d’opera…anche esso un tempo vietato dalle normative sul lavoro; i più fortunati, si fa per dire, invece vennero assunti con contratti Co.Co.Co., poi diventati Co.Co.Pro. quando partirono i primi ricorsi contro le assunzioni simulate.

Tutti sanno che questi “precari del lavoro” (nel settore privato e in quello pubblico), non potranno mai chiedere un mutuo ad una banca per acquistare una casa…in quanto non possono presentare un “cedolino paga” che presenta la dizione “assunzione a tempo indeterminato”. Quindi la condizione di precario non può durare a lungo a meno che non cambino anche tante altre regole (come quelle delle banche per esempio).

La vera tutela è quella contro le discriminazioni mentre, invece, è giusto che si possa allontanare chi sfrutta il lavoro degli altri, chi si assenta con presunte malattie strategiche, chi crea danni all’azienda, insomma chi…credendo di aver conquistato a vita il posto di lavoro…non sa mantenerselo e lo leva a chi potrebbe meritarlo veramente.

L’Art. 18 è allora per me solo un falso problema che può anche fare da alibi a chi governa mascherando l’incapacità di combattere la disoccupazione giovanile.

Tutela contro le discriminazioni significa che:

  1. al personale femminile in attesa di prole dovrà essere garantito il posto di lavoro  per la durata di almeno tre anni dalla nascita del figlio e nell’ipotesi, dopo tale data, di licenziamento effettuato in assenza  di giusta causa o giustificato motivo diritto ad un indennizzo e al trattamento di disoccupazione (in parte a carico del datore di lavoro) per almeno due anni.
  2. ai rappresentanti interni del Sindacato viene garantito il posto di lavoro e durante l’espletamento del loro mandato non possono essere soggetti a licenziamento se non per giusta causa, giustificato motivo o per riduzione collettiva del lavoro; in caso di violazione di tale norma si dovrà corrispondere un indennizzo equivalente a tre annualità di stipendio.
  3. A tutti i licenziati lo Stato, con il concorso del datore di lavoro, dovrà garantire adeguati ammortizzatori sociali e frequenza a corso di riqualificazione finalizzati al ritorno al lavoro.
  4. abolizione di tutte le forme di lavoro a termine e di assunzioni anomale;
  5. bonus fiscali (sei mesi di retribuzione) per chi assume persone fino a 35 anni di età;
  6. due anni di sgravi fiscali al datore di lavoro che assume ultra quarantenni che hanno perso il posto di lavoro.
  7. Modifiche alle norme sul processo di lavoro che ne abbattano la durata fino a sei mesi per il primo grado.

Queste sono proposte ed ipotesi che ho elaborato da semplice cittadino attivo. Invito anche altri a fare lo stesso. Soltanto un’intelligenza collettiva potrà farci fare un passo in avanti.

Aldo Cerulli

Il mercato del lavoro come la cruna di un ago (di Rossella Aprea)

Lavorare oggi è diventato difficile come passare attraverso la cruna di un ago. La situazione è cambiata, soprattutto, negli ultimi 5-6 anni. Una improvvisa e considerevole riduzione delle opportunità nel mercato del lavoro ha determinato un significativo aumento di coloro che cercano lavoro e un netto innalzamento dell’ età media degli aspiranti precari. Tante le ragioni: la crisi delle imprese, la sofferenza del mercato, il distacco tra la formazione universitaria e il mondo del lavoro, l’inserimento degli immigrati. Parla, raccontandoci la sua esperienza diretta, un impiegato di un Centro Orientamento Lavoro, che dal suo osservatorio particolare ci rivela le numerose ombre che oscurano il mercato del lavoro oggi in Italia.

“Ho iniziato a lavorare al C.O.L.”, mi dice G.R., “attraverso un tirocinio gratuito di 15 mesi. Successivamente mi è stato garantito un primo contratto di collaborazione coordinata e continuativa a 600 euro al mese e poi, alla fine, siccome eravamo tanti nella medesima condizione, l’Amministrazione per la quale lavoro ha bandito un concorso e così ho avuto un contratto a tempo determinato. Oggi posso dire che, innanzitutto, ho avuto la possibilità di rimanere un anno e mezzo circa in attesa perché avevo delle condizioni economiche che me lo consentivano e un’età – 29 anni – in cui non avvertivo ancora l’urgenza di un impiego stabile. Tra l’altro parliamo di anni (2000-2002), in cui c’erano infinitamente più possibilità rispetto ad oggi, anche se già all’epoca si parlava di generazione falciata e bagno di sangue. Eppure niente a che vedere con la situazione attuale. Di fatto oggi, se la mia Amministrazione avesse diverse decine di impiegati a tempo determinato da collocare stabilmente, anche se queste garantissero il mantenimento e l’efficienza del servizio, non potrebbe più farlo, non lo farebbe più. Troppo oneroso economicamente. Poi, tieni presente,che oggi se hai avuto un contratto a tempo determinato, hai già un potere contrattuale, se sei un precario, non hai alcuna tutela. In effetti tra contratto a tempo determinato e contratto a tempo indeterminato, oggi cambia poco o niente, perché svolgi lo stesso tipo di lavoro, hai tutele analoghe, vieni remunerato in maniera simile. Cambia solo la natura del contratto ed il fatto che esiste una scadenza e la necessità del rinnovo. Ma solo quello, il resto è sostanzialmente lo stesso. Però, prima i contratti a tempo determinato venivano quasi automaticamente rinnovati, oggi non c’è più questa tacita garanzia.”

Gli domando, a suo avviso, quali sono gli elementi che ha osservato e che hanno profondamente mutato la situazione. Mi risponde in modo pacato, ma senza alcuna incertezza.

“Basterebbe osservare solo questo, che oggi a noi si rivolgono persone, anche quarantenni, che chiedono con insistenza non “un lavoro”, ma almeno “un tirocinio” pagato. Questo per garantirsi anche solo 500 euro al mese per un breve periodo di tempo, pur con la consapevolezza che quell’esperienza non gli offrirà probabilmente alcuna prospettiva futura di impiego. Queste situazioni non sarebbero mai esistite, non si sarebbero mai verificate appena cinque, sei anni fa. C’è stato un peggioramento improvviso, netto, una caduta verticale per tante ragioni, una su tutte di natura macro-economica, rappresentata dalla chiusura di molte imprese. Fino a pochi anni fa erano molte le persone che vivevano nel precariato, ma vivevano. Adesso il lavoro precario è un miraggio, è la meta. C’è stato un radicale mutamento della situazione. Il dato di fatto più impressionante, poi, è sicuramente l’innalzamento dell’età, nel senso che sono i quarantenni ad aspirare al lavoro precario. Negli ultimi anni e in questo momento, in particolare, è evidente lo stato di sofferenza del mercato, che ha determinato un calo della domanda, soprattutto, di lavoratori qualificati.”

Mentre G.R. parla, cerco di ragionare come un giovane che deve scegliere di intraprendere degli studi o una formazione che gli possa offrire delle prospettive per il futuro, così gli domando senza mezzi termini, a suo avviso, su cosa converrebbe puntare, su quali professioni o mestieri.

La formazione che consiglierei a chiunque è senza dubbio quella per esercitare le professioni contabili. Un bravo ragioniere a vent’anni, ancora oggi, ha buone chance di trovare lavoro, prima era matematicamente certo. I diplomati in ragioneria o i laureati in economia e commercio, che però hanno deciso di disinteressarsi di macroeconomia e di marketing e che si sono dedicati alla gestione, hanno molte possibilità di impiego, perché le aziende hanno un bisogno spaventoso di persone che si occupino di contabilità sia normale che fiscale, diventata complicata da seguire. In questo senso il lavoro c’è, soprattutto se queste persone sanno usare i software di contabilità. Ci sono delle professioni non completamente in crisi, come la professione di architetto, ad esempio, anche se costoro sono costretti, però, a mandare giù a tempo indeterminato delle condizioni di lavoro da free lance. Quello che ti ricatta oggi è il mercato. Anche gli informatici che fino a 10 anni fa avevano delle ottime prospettive di occupazione, oggi hanno serie difficoltà. Nell’ambito della grafica web, con l’ingresso sul mercato di software che hanno permesso a tutti di usare l’html senza conoscerlo, la richiesta di personale qualificato è calata notevolmente. Parte della professione, infatti, è stata bruciata dai software stessi. Nell’ambito della programmazione, la situazione è un po’ diversa, qualcuno ancora resiste, però le aziende che si occupano di produzione software fanno sempre più spesso gare al ribasso, e quindi le paghe si sono molto ridimensionate. Si tratta di un mondo in cui non c’è più molta speranza, oltre ad essere durissimo (sia per coloro che fanno programmazione, sia per i sistemisti). Si tratta di un mondo sottoposto ad una rapida obsolescenza in cui ogni 3, 4 anni bisogna riprendere i libri e studiare i manuali prevalentemente in lingua inglese e con condizioni contrattuali di gran lunga inferiori a quelle di una decina di anni fa. Da lasciar perdere, purtroppo, anche le attività nell’ambito dei settori culturali. In passato, io pensavo, ingenuamente, che il settore delle biblioteche, in cui cercava impiego mia moglie, offriva delle chance, visto che solo a Roma ce ne sono circa 350 tra pubbliche e private. Purtroppo, la maggioranza sono pubbliche e per entrare nelle strutture pubbliche bisogna partecipare ai concorsi e i concorsi non vengono banditi da anni. Nel privato la situazione è ancora più critica, perché le strutture culturali di questo tipo sono poche, strapiene e prese d’assalto.”

Inevitabilmente mi viene in mente la frase dell’ex Ministro, Tremonti “con la cultura non si mangia”, o almeno oggi non si riesce più a mangiare. Mi sembra una realtà drammatica per un Paese che dovrebbe e potrebbe vivere “di cultura”. Quanto abbiamo dissipato! Una naturale vocazione alla cultura, all’arte, al turismo fatta a brandelli, al punto tale da non offrire più alcuna chance a chi si volesse dedicare alle professioni ad essa collegate. Intanto, G.R. prosegue inesorabile nella sua analisi.

“Un’altra cosa che non ha aiutato per niente i giovani, o quelli più o meno giovani, è lo scollamento tra università e mondo del lavoro. Le università negli ultimi anni hanno promosso moltissimi corsi di laurea, che sulla carta avrebbero dovuto offrire delle prospettive, ma che in realtà non ne avevano, rendendo la separazione dal mercato del lavoro ancora più netta. Oggi si trova lavoro per conoscenza, ma non sempre i raccomandati sono incapaci, spesso sono bravi, ma se non fossero segnalati, non andrebbero da nessuna parte, come capita a molti altri, che non riescono ad emergere. Oltre al problema dell’Università, aggiungici tutta una serie di speculazioni sulle possibilità di impiego. Ti faccio un esempio, molti ragazzi, soprattutto stranieri, hanno conseguito una sorta di diploma come installatori di pannelli fotovoltaici, con la speranza di impiegarsi in un settore in espansione. Purtroppo, sono stati venduti quasi più corsi che pannelli fotovoltaici, e non ci sono prospettive per loro. Come faccio a spiegarglielo quando con aria sorpresa e avvilita, mi chiedono come mai non riescono a trovare lavoro? Tu capisci che il vero business è stato organizzare quei corsi. Un’altra macroscopica beffa è stata rappresentata dai master in Risorse umane in voga 5/6 anni fa. Corsi costosissimi, più o meno intensi, con una frequenza richiesta che oscillava dai 5 giorni a settimana al weekend, per un settore lavorativo che qualsiasi analisi di mercato seria avrebbe indicato come saturo. Sono state create spesso aspettative su professioni che di fatto non avevano prospettive.”

Da quello che mi dice, comincio ad avere la sensazione che oggi c’è troppa offerta di lavoro qualificato. E lui mi conferma.

“In effetti si è creato un collo di bottiglia, una strettoia. Non più le professioni, ma meglio i mestieri, dunque. Purtroppo, c’è una differenza sostanziale, che chi ha una formazione qualificata e volesse proporsi per un lavoro meno qualificato non verrebbe preso in considerazione lo stesso“.

Mentre lui continua a parlare mi viene in mente la risposta che anch’io qualche volta ho ricevuto all’invio del curriculum. “Mi dispiace ma è troppo qualificata”.

“Se tu e mia moglie, faccio un esempio, voleste andare a fare le segretarie non vi prenderebbero. Troppo qualificate, e questo cosa vuol dire? Che pensano che alla prima occasione utile, li salutereste e non hanno intenzione di rischiare. Li capisco, anch’io se stessi dall’altra parte, mi farei due conti. Lo capisci da te che una persona che ha fatto un percorso di studi per cui ha speso 15 anni della propria vita, se fa la segretaria è evidentemente per ripiego. Oggi anche per fare lavori di segreteria si cominciano a preferire gli stranieri, perché se hanno un medesimo livello culturale, una laurea, la conoscenza di un paio di lingue straniere (che è più facile trovare negli stranieri che negli italiani) ti danno maggiori garanzie degli Italiani. La ragazza rumena è molto più vincolata, meno protetta, più disponibile ad accettare condizioni scomode di un’italiana. Alcuni tipi di lavoro, però, oggi, sono preclusi agli italiani, ad esempio i lavori di giardinaggio. Nessuno impiegherebbe più un italiano, ma un pakistano. Questo perché i datori di lavoro si sono talmente abituati ad una sperequazione, che preferiscono avere l’immigrato di 36/40 anni che deve mandare i soldi alla propria famiglia, piuttosto che un italiano con maggiori pretese, esigenze ed eventuali tutele.”

Comincio a domandarmi se siano gli italiani a non voler più fare certi mestieri o se, pur volendoli fare, non possono.

“Non è che oggi non vogliono, è che si è innescato un meccanismo e quando si parla del mercato del lavoro non si possono fare generalizzazioni. Faccio un esempio: consideriamo la raccolta del latte, se i sikh da domani scioperassero, nessuno mungerebbe più le mucche, perché l’attività di mungitura nel centro-nord è gestita dai sikh. Non dico nemmeno indiani, ma sikh, cioè una particolare etnia, che si è ricavata una nicchia nel mercato del lavoro, legata alla floricoltura e alla mungitura. Questa situazione, va detto, è sicuramente iniziata perché molti italiani hanno cominciato a rifiutarsi di svolgere questi lavori. L’idea di alzarsi alle quattro del mattino con il freddo e andare nelle stalle per mungere le mucche, non era entusiasmante. Eppure se, oggi, per necessità un italiano si presentasse per fare questo tipo di lavoro, non sarebbe preso in considerazione, perché fuori da quel circuito, che è fatto e gestito dai sikh.

In effetti si sono innescati dei meccanismi che si sono autoalimentati, e non si può più tornare indietro. Fare il lavoro umile per un italiano, sarebbe difficile.

Ci sono meccanismi “mafiosi” legittimi, cioè la comunità sikh italiana, che si è appropriata di due, tre comparti lavorativi, non te li concede più, ed è naturale che sia così. Sarebbe bastato guardare a quello che era successo nei Paesi con economie molto più avanzate delle nostre, per sapere in anticipo cosa sarebbe successo, senza scoprirlo adesso. Infatti, è quasi impossibile a New York trovare un tassista newyorchese, perché i tassisti lì sono o indiani o messicani. La ristorazione di qualità nell’East cost americana è tutta italiana perché 50/60 anni fa, gli italiani sono entrati in quei ristoranti e in quell’attività, come lavapiatti e poi, hanno occupato quasi “militarmente” le cucine. L’italiano veniva pagato meno. Con il passare del tempo quegli italiani con i loro risparmi sono riusciti a comprarsi il ristorante dove avevano cominciato a lavorare come lavapiatti. Mutatis mutandis, la stessa cosa sta accadendo in Italia. Per esempio, cominciano a comparire benzinai, gestori di pompe di benzina ceylonesi. Anche loro hanno cominciato in silenzio 10/15 anni fa, lavorando alle pompe di benzina di notte, per rimediare qualche mancia. Poi hanno conosciuto il benzinaio e quando questi è andato in pensione, non sapendo a chi lasciare la sua attività, avrà trovato giusto lasciarla a quel ragazzo bangla, che metteva la benzina e che era già conosciuto nel quartiere. Tutto questo è normale e giusto. Non c’è da stupirsi. Certo, come hanno fatto vedere le Jene in una loro trasmissione, se un italiano tentasse di notte di andare al self-service sotto casa per guadagnarsi quei dieci euro di mance, mettendo la benzina agli automobilisti, avrebbe serie difficoltà a non essere minacciato da chi svolge già prima di lui quell’attività. Questi sono diventati comparti occupazionali preclusi agli italiani.”

Si è fatto tardi, presi dalla vivace conversazione, non ci siamo resi conto di aver superato quasi l’ora di cena, interrompiamo così bruscamente la nostra chiacchierata, ma le considerazioni di G.R. sono state sufficienti a farmi capire, che è dalla scuola che bisogna ripartire per modificare le prospettive di lavoro. La formazione non può prescindere totalmente dalle considerazioni sulle reali condizioni del mercato del lavoro, pena la creazione di eserciti di disoccupati o precari a vita. Va, inoltre, senza dubbio rilanciata l’economia, favorita la crescita del Paese, in modo che nuove o vecchie opportunità di impiego si creino o si riaprano. Va ricordata e recuperata la vocazione culturale dell’Italia, in modo da incrementare le possibilità di lavoro in un settore che dovrebbe essere per noi sempre e solo in attivo. Va considerato, per concludere, che stiamo diventando un Paese multietnico in cui non credo che una separazione etnica dei comparti lavorativi sia da auspicarsi, anche se oggi sicuramente da comprendere e giustificare, ma la vera integrazione tra italiani e altre popolazioni dovrebbe tradursi nelle medesime opportunità per tutti di svolgere il lavoro che si preferisce – intellettuale o un mestiere – a cui venga riconosciuta medesima dignità. A chi piacerebbe una società basata su tristi e vergognose separazioni in caste?

Rossella Aprea da www.lib21.org

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

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