Povertà e Rapporto Oxfam: un metodo fuorviante

disuguaglianza rapporto oxfam

Che la profezia marxiana sulla progressiva e ineluttabile concentrazione del capitale nelle mani di pochi si stia avverando? Devono averlo pensato in molti, ieri, leggendo i resoconti sul consueto rapporto anti-Davos di Oxfam, significativamente intitolato “Un’economia per il 99 per cento”. La “notizia”, quest’anno, è che nelle mani di otto sole persone si troverebbe altrettanta ricchezza che in quelle di altri 3,75 miliardi individui, ossia la metà più povera dell’umanità. Tutta colpa del neoliberismo, ca va sans dire.

poveri del mondoSe davvero il livello di concentrazione della ricchezza fosse questo, sarebbe stupefacente non vedere gli eserciti dei miliardi di poveri dare l’assedio alle ville stralussuose di un pugno di privilegiati. Fortunatamente, le cose non stanno esattamente in questi termini. Oxfam, infatti, usa una metodologia ardita, che porta a conclusioni davvero bizzarre. Il principale limite del lavoro sta nello strumento scelto per misurare la ricchezza: da un lato la lista dei miliardari della rivista Forbes, dall’altro il Global Wealth Report di Credit Suisse. Entrambi guardano alla “ricchezza netta“, cioè alla differenza tra attività (case, liquidità, azioni e obbligazioni, eccetera) e passività (mutui e altri debiti). E’ un indicatore importante sotto molti profili, ma non necessariamente è una buona misura del patrimonio dei singoli individui. I debiti finanziari, in particolare, non andrebbero confrontati col capitale accumulato, ma col valore attuale netto dei redditi futuri (con cui il debito stesso verrà ripagato). Operazione, ovviamente, impossibile. Ignorare questo aspetto, però, comporta degli autentici paradossi.

disuguaglianza ricchi e poveriQualche esempio: secondo i dati di Credit Suisse ripresi da Oxfam, il numero di adulti con una ricchezza netta inferiore a 10 mila dollari negli Stati Uniti (85 milioni) sarebbe appena più basso di Russia e Brasile (entrambi attorno ai 102 milioni), dove il reddito pro capite è meno della metà. La percentuale di adulti con patrimonio negativo (cioè indebitati) in nord America e in Europa (rispettivamente 9 e 10 per cento) è uguale a quella africana e nettamente superiore a quella cinese (6 per cento). Gli europei che, pur avendo una ricchezza netta positiva, appartengono al quintile più povero (7 per cento) sono gli stessi dell’America Latina e surclassano i cinesi (1 per cento). Gli adulti europei appartenenti al quintile più basso della popolazione mondiale (101 milioni) superano sia i cinesi (72,4 milioni) sia i latinoamericani (69,9 milioni). Secondo questa metrica, il paese coi poveri più poveri (perché hanno una ricchezza netta pericolosamente sbilanciata in campo negativo) è tenetevi forte la Danimarca, dove il 10 per cento più ricco della popolazione avrebbe in mano addirittura il 73,7 per cento della ricchezza netta, contro il 56,6 per cento della Gran Bretagna.

La ragione per cui, in questa peculiare classifica, la neoliberista Londra batte la welfarista Copenaghen sul terreno dell’equità è la stessa per la quale nel 2016 i “super paperoni” che detengono la stessa ricchezza netta della metà più povera della popolazione mondiale sono solo 8, contro i 62 del 2015. Come spiega Credit Suisse, semplicemente, molti, anche nel mondo in via di sviluppo, stanno iniziando a contrarre debiti. Il fatto che individui relativamente poveri facciano un mutuo per comprare casa o avviare un’attività, però, non è un indice di impoverimento, ma un segno di fiducia nel futuro e nella propria stessa capacità di ripagare il dovuto.

globalizzazioneSimmetricamente, Oxfam passa disinvoltamente a seconda dei casi e addirittura a seconda dei Paesi dalla povertà alla diseguaglianza. Povertà e diseguaglianze sono entrambe questioni serie, ma concettualmente molto diverse: una nazione in cui nessuno possiede nulla è povera ma non diseguale; una in cui 1’1 per cento della popolazione è miliardario, e il restante 99 per cento “solo” milionario, è diseguale ma non povera. Ovviamente, nel mondo reale, le due cose si incrociano, ma vanno tenute ben distinte, anche perché non necessariamente le politiche adeguate per curare l’una sono anche adatte per affrontare l’altra.

Nell’ansia di lanciare numeri sconvolgenti (otto individui contro 3,75 miliardi), rimangono in ombra gli enormi progressi compiuti nell’epoca della globalizzazione. Tra il 1990 e il 2010, la quota di persone in condizioni di povertà estrema, a livello globale, è crollata dal 43 al 21 per cento. Anche la diseguaglianza si è significativamente ridotta: uno studio di Tomas Hellebrandt e Paolo Mauro ha mostrato che, tra il 2003 e il 2013, l’indice di Gini a livello globale è calato sistematicamente, e continuerà a farlo. La stessa distribuzione dei redditi a livello globale messa a disposizione assieme a moltissimi altri dati da Max Roser sul suo sito OurWorldinData.org evidenzia una progressiva crescita del ceto medio.

La diseguaglianza non si crea a tavolino

La diseguaglianza è invece spesso cresciuta a livello nazionale (Italia inclusa) e questo interroga sia il nostro modello di sviluppo sia l’efficacia delle nostre politiche. Ma non autorizza a chiudere gli occhi di fronte a un benessere maggiore e più diffuso che mai nella storia dell’umanità. La selettività di Oxfam è funzionale, più che a una descrizione o comprensione dei fenomeni, a una narrazione nella quale tutto cambia (in peggio) tranne il capro espiatorio: il neoliberismo. Si legge nel rapporto: “Un’economia umana combatte il modo in cui la globalizzazione è stata usata per consolidare i principi neoliberisti che mettono i paesi l’uno contro l’altro nella corsa al ribasso su fisco e salari”. Come se l’economia globale fosse una gigantesca quanto cinica partita a Risiko, e come se il mondo non fosse enormemente più complesso della dickensiana favola di Natale.

Carlo Stagnaro tratto da http://www.brunoleoni.it

I super ricchi che aumentano la disuguaglianza

disuguaglianza ricchi e poveri

Il Rapporto Oxfam ogni anno richiama l’attenzione su una realtà dura da accettare: i super ricchi cioè il famoso 1% aumenta ancora la sua ricchezza tanto che oggi 8 persone possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità.

Secondo il Rapporto: “se lasciata senza controllo, la crescente disuguaglianza minaccia di lacerare le nostre società, causa un aumento della criminalità e dell’insicurezza e pregiudica l’esito della lotta alla povertà. Più persone vivono nella paura, meno vivono nella speranza.

finanza denaroDalla Brexit al successo della campagna presidenziale di Donald Trump, da una preoccupante avanzata del razzismo alla sfiducia generalizzata nella classe politica, sono tanti i segnali che indicano come sempre più persone, nei Paesi industrializzati, non siano più disposte a tollerare lo status quo. E del resto perché dovrebbero, se l’esperienza ci dice che lo stato attuale delle cose produce stagnazione dei salari, precarietà del lavoro e un divario sempre più marcato tra abbienti e non abbienti? La sfida del momento è costruire un’alternativa positiva, non una che accresca le divisioni. …

Una cosa è fuori discussione: nella nostra economia globale, a guadagnarci di più è chi sta al vertice della piramide sociale. …. 1.810 miliardari della lista Forbes 2016, 89% dei quali sono uomini, possiedono 6.500 miliardi di dollari: tanto quanto il 70% meno abbiente dell’umanità Invece di sgocciolare verso il basso, reddito e ricchezza sono risucchiati verso il vertice della piramide ad una velocità allarmante. Perché succede questo? Le grandi imprese e i super ricchi hanno un ruolo determinante in questa dinamica.

Le grandi imprese favoriscono chi sta al vertice

Per il “big business” le cose sono andate bene: nel biennio 2015/2016 dieci tra le più grandi multinazionali hanno generato profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche di 180 Paesi del mondo …. Le imprese sono la linfa vitale dell’economia di mercato e, se il loro operato va a vantaggio di tutti, sono di cruciale importanza per creare prosperità ed equità sociale. Ma se, al contrario, operano sempre più a favore dei ricchi, i vantaggi derivanti dalla crescita economica non giungono a coloro che ne hanno maggiore bisogno. Nella loro smania di produrre alti profitti per chi sta al vertice, le grandi imprese spremono sempre più i lavoratori e i produttori e ricorrono a pratiche di elusione fiscale, evitando così di pagare imposte che andrebbero a beneficio di tutti e in particolare dei più poveri.

Lavoratori e produttori sotto pressione

sfruttamento del lavoroMentre i redditi degli alti dirigenti, spesso pagati in azioni, sono aumentati in maniera vertiginosa, le retribuzioni dei lavoratori e produttori hanno registrato incrementi minimi e in alcuni casi sono diminuite. … In casi estremi, per mantenere bassi i costi di produzione si ricorre al lavoro forzato o alla riduzione in schiavitù. … In tutto il mondo le grandi imprese comprimono sempre più il costo del lavoro facendo sì che i lavoratori e produttori lungo le loro filiere ricevano una fetta sempre più sottile della torta: ciò acuisce la disuguaglianza e riduce la domanda.

Abusi fiscali

Uno degli strumenti utilizzati dalle società per massimizzare i profitti consiste nel pagare meno imposte possibili, e vi riescono grazie ai paradisi fiscali o forzando una competizione al ribasso tra Paesi per la concessione di agevolazioni ed esenzioni fiscali o di aliquote più basse. Le aliquote fiscali sugli utili d’impresa si riducono ovunque nel mondo e questo fenomeno, insieme alle sempre più diffuse pratiche di abuso fiscale, minimizza il volume di imposte pagate da molte grandi imprese. … Chi ne soffre maggiormente le conseguenze sono le persone più povere in quanto più dipendenti dai servizi pubblici che questi miliardi perduti avrebbero potuto finanziare ….. Che cosa genera questo comportamento da parte delle imprese? I fattori scatenanti sono due: la ricerca di profitti a breve termine per gli azionisti e l’ascesa del “capitalismo clientelare”.

Un capitalismo azionario ipertrofico

capitalismo finanziarioIn molte regioni del mondo l’attività delle grandi imprese mira ad un unico obiettivo: massimizzare i compensi degli azionisti. Ciò significa non soltanto massimizzare i profitti a breve termine ma anche versare una quota sempre crescente di tali profitti ai proprietari delle imprese stesse. … Ogni dollaro di profitto versato agli azionisti delle società è un dollaro che avrebbe potuto essere impiegato per pagare di più i lavoratori e i produttori o per versare le tasse, oppure investito in infrastrutture o innovazione.

Capitalismo clientelare

Società operanti in vari settori (finanziario, minerario, tessile, farmaceutico ecc.) usano il proprio enorme potere e la propria influenza per far sì che le normative e le politiche nazionali e internazionali siano formulate in modo da garantire loro una redditività costante. …. Le piccole imprese invece lottano per far fronte alla concorrenza e i comuni cittadini finiscono per pagare di più per beni e servizi, perché devono fare i conti con i cartelli e il potere di monopolio delle grandi imprese e con i loro stretti legami con i governi.

Quale alternativa? Un’economia umana

redistribuzioneDobbiamo creare insieme un nuovo senso comune e rovesciare completamente la prospettiva, dando vita a un’economia umana il cui principale obiettivo sia quello di favorire l’interesse del 99% e non quello dell’1%. …

I mercati sono il motore vitale della crescita e della prosperità, ma non possiamo continuare a far finta che sia il motore a guidare la macchina o a decidere qual è la direzione migliore da prendere. I mercati devono essere gestiti in modo oculato e nell’interesse di tutti affinché i proventi della crescita siano equamente distribuiti. ..  Il modello di Economia Umana proposto da Oxfam parte dal presupposto che il mercato da solo non è in grado di rispondere in maniera adeguata ed equa ai bisogni di tutti i cittadini e di rispettare l’ambiente. Pertanto è necessario l’intervento dei Governi per tutelare i diritti di tutti e per salvaguardare il bene comune.”

Qui di seguito i punti essenziali suggeriti nel Rapporto Oxfam.

  1. Governi che si adoperano per arginare l’estrema concentrazione di ricchezza. … Può essere realizzato aumentando le imposte sulla ricchezza e sui redditi più alti e assicurando sistemi fiscali più progressivi che permettano di recuperare risorse da investire in servizi pubblici come sanità e istruzione oltre che in politiche di sostegno al lavoro.
  2. Governi che cooperano, invece di competere in una corsa al ribasso sulle politiche fiscali e sui diritti dei lavoratori. ….
  3. Governi che sostengono modelli di business non orientati alla sola massimizzazione dei profitti, ma attenti al benessere dei propri lavoratori e al contributo che l’azienda porta al bene comune della società …..
  4. Governi attenti a garantire pari opportunità di sviluppo a uomini e donne. ….
  5. Governi che incoraggiano l’innovazione tecnologica a condizione che vada a beneficio di tutti. ….
  6. Governi che promuovono una transizione verso l’uso di energie rinnovabili per il funzionamento della nostra economia. ….
  7. Governi che promuovano lo sviluppo guardando ad una molteplicità di indicatori relativi al benessere dei cittadini e non soltanto alla crescita economica misurata attraverso il PIL.

Il punto di Romano Prodi sulla disuguaglianza

disuguaglianza

Sul sito www.avvenire.it compare un’interessante intervista a Romano Prodi della quale riportiamo una sintesi

La diseguaglianza è il “buco nero” nel quale rischiano di annullarsi gli sforzi per stabilire un ordine mondiale fondato sulla stabilità e sulla cooperazione. Ben più dei conflitti religiosi è questa la causa del degrado di territori dai quali le popolazioni vogliono fuggire e crea le migrazioni di massa che caratterizzano questo periodo storico. In Europa la disuguaglianza rischia di far fallire il compromesso tra Stato, erogatore e garante di politiche pubbliche e di welfare, e mercati basati su una imprenditorialità legata ai territori. Il rischio secondo Prodi, è “di vivere in una società non solo ingiusta ma anche poco dinamica”.

ricchi e poveriLa crescita delle disuguaglianze non nasce oggi, ma risale a circa 35 anni fa. Fino al 1980 le disuguaglianze “sono diminuite, grazie all’effetto delle politiche salariali, all’azione dei sindacati, all’intervento redistributivo dei governi attraverso le imposte. Soprattutto prevaleva una dottrina economica, che possiamo definire keynesiana, per la quale la protezione sociale e l’uguaglianza erano obiettivi condivisi. Poi tutto si è rovesciato. Soprattutto per opera dei governi della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti si è imposta la dottrina economica di ‘non intervento’ basata sui principi di un liberalismo esasperato. Sono diminuite in modo drastico le aliquote fiscali sui redditi maggiori, sono state abolite in molti Paesi le imposte sulle eredità e, anche se non è diminuito nel complesso il carico fiscale, è stato alleviato il peso sui redditi più elevati”.

Non è stato un processo spontaneo, ma “ci sono state scelte politiche che hanno aumentato le differenze tra ceti alti e ceti medio – bassi. A ciò si è accompagnata la finanziarizzazione dell’economia: le strutture della finanza hanno accumulato fortune come non mai prima. Si dice che oggi un terzo delle ricchezze del mondo facciano capo a persone che starebbero tutte in un solo pullman e questo, come viene spiegato da molti economisti, perché il rendimento della finanza è più elevato del rendimento dell’economia produttiva”.

ricchezza Ciò che colpisce è che l’ideologia liberista è penetrata così in profondità che per molto tempo proporre la redistribuzione delle ricchezze attraverso il sistema fiscale significava candidarsi a perdere le elezioni. Tuttavia adesso sta cambiando qualcosa e “siamo arrivati a un fatto prima inconcepibile: un candidato alla primarie americane che si definisce socialista, parola che negli Usa era quasi un crimine di guerra”. Al di là delle possibilità di vittoria di Sanders conta “che una parte cospicua della giovane generazione americana lo sostenga”.

Anche le nuove tecnologie hanno contribuito a cambiare gli equilibri preesistenti distruggendo “una quantità enorme di lavoro nelle classi medie” e frammentandolo. Si è verificata così una polarizzazione tra le fasce più basse (badanti, colf, addetti ai call center) e le fasce alte che (manager, dirigenti). “Il problema è serio soprattutto per Paesi come l’Italia che ha uno scarso ritmo di aumento delle professioni innovative. Se continuiamo a mandare all’estero i nostri cervelli è un suicidio collettivo”.

Il problema per Prodi è riagganciare la ripresa, ma “non lo si può fare senza aumentare la propensione al consumo. Se la ricchezza si accumula solo nelle classi superiori, che consumano rispetto alle altre una percentuale minore del loro reddito, è chiaro che l’economia non si muove. E restiamo in una condizione che non dà sicurezza perché rompe la struttura sociale”.

crescita pilIl grande interrogativo è se l’Europa saprà cambiare strada rispetto a quella battuta nei decenni passati e che ha fallito. Per Prodi “l’Europa può vantare a suo merito l’unica grande invenzione del secolo scorso, il welfare state ma, di fronte ai cambiamenti che ho descritto, ha progressivamente perso la sua anima. La cancelliera Merkel, che pure rischia la sua vita politica per il suo atteggiamento in favore dell’immigrazione, afferma nel contempo che l’Ue, avendo solo il 7% della popolazione e il 20% del Pil mondiale, non può sostenere il 40% del costo globale del welfare. È un discorso che ha una logica, ma 30 anni fa sarebbe stato rovesciato e saremmo partiti dalla necessità di preservare le conquiste sociali. Questa rassegnazione dell’Europa alla perdita del suo patrimonio di solidarietà mi colpisce molto. Tuttavia oggi la battaglia per una maggiore uguaglianza può essere ricominciata, perché c’è una corrente intellettuale robusta che mette in primo piano questi problemi, anche se non si è ancora trasformata in forza politica”.

La crisi Usa che non si vede

crisi Usa

In questi anni i mezzi di informazione ci hanno dato l’idea che mentre gli Stati Uniti dove è nata la crisi ripartivano l’Europa rimaneva nel pantano. La stampa anglofona definisce l’Unione Europea come un sistema non riformabile e considera il nostro welfare insostenibile. Si pensi a Wolfgang Münchau che afferma tutti i giorni che l’euro imploderà domani, sostiene che il sistema pensionistico tedesco collasserà e considera la Francia una Germania dell’Est dei nostri giorni, salvo poi dover ammettere che probabilmente Parigi ha beneficiato dell’euro almeno quanto Berlino. Federico Rampini che da molti anni vive dall’altra parte dell’Oceano afferma che per gli americani l’Europa è una grande repubblica di Weimar, incapace di guarire dai suoi mali. Eppure non sono così sicuro che da un lato vi sia l’America che corre e dall’altro l’Europa che sprofonda. La crisi Usa c’è, ma non si vede. E’ una crisi di città e non di sistema.

crisi Flint UsaDi recente l’Internazionale ha tradotto in italiano un articolo del Time dedicato a Flint, piccolo centro del Michigan alle prese con una drammatica crisi sanitaria. Flint, fondata nel 1908, è nota perché è stata la cittadina in cui è nata la General Motors. Negli anni settanta contava circa 30.000 abitanti, contro i 20.000 attuali. Dal 2011 ben quattro commissari straordinari si sono alternati alla guida della città. Le famiglie più agiate sono andate via, la popolazione della città oggi è a maggioranza afroamericana ed il reddito medio è pari alla metà di quello del Michigan.

Nel 2011 la vicina Detroit, oltre 4 milioni di abitanti, anche lei con una storia legata all’automobile ed anche lei in declino demografico, ha dichiarato default ed ha stralciato 8 dei suoi 20 miliardi di debiti. Oltre a tagliare i servizi pubblici e le pensioni degli ex dipendenti comunali, Detroit ha “ritariffato” i servizi dell’acquedotto di sua proprietà. Il commissario straordinario di Flint ha deciso che la città si sarebbe sganciata dal sistema idrico di Detroit e che Flint avrebbe costruito un suo acquedotto che però non sarà in funzione prima del 2019. E’ stato poi stabilito che Flint nel breve e medio periodo si sarebbe rifornita d’acqua dall’omonimo fiume che l’attraversa la città, scelta discutibile per un centro con una storia industriale.

Detroit abbandonataUn fortunato romanzo di un autore emergente, Philippe Meyer, si intitola Ruggine americana, è ambientato all’inizio del millennio e racconta il declino economico e demografico di una vallata che è stata un tempo un’area industriale: chi può scappa via, chi non può fronteggia non solo problemi economici ma anche problemi sanitari tra cui la depressione. Nel caso di Flint la ruggine non è solo la metafora di una terra che non si è adeguata ai tempi, ma è anche una sostanza che abbonda nell’acqua che esce dai rubinetti. Il già citato articolo racconta che nonostante i molti pareri negativi, che tra l’altro erano anche superflui perché tutti sanno che non è normale che l’acqua abbia odore e colore, per circa due anni è stato detto ai cittadini di evitare di farsi condizionare da allarmi infondati, eppure 87 persone sono state infettate e 10 sono morte.

ruggine americanaUna parte dell’America è profondamente colpita da un declino industriale cominciato molto prima del collasso di Lehman Brothers nel 2008. Nel complesso gli Stati Uniti hanno retto l’urto delle delocalizzazioni verso la Cina ed altri paesi asiatici perché la vecchia base industriale è stata sostituita da una nuova fatta di aziende che negli USA non producono ma conservano le attività ad elevato valore aggiunto; oggetti simbolo di questa nuova base industriale sono gli i-phone e i-pad della Apple che sono prodotti in fabbriche asiatiche, ma sono progettati e commercializzati in uffici americani. Nel libro La nuova geografia del lavoro Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley, racconta che il declino dei tradizionali settori industriali e l’emergere di nuove produzioni ad alto contenuto tecnologico o comunque ad elevato valore aggiunto ha modificato la geografia economica degli Stati Uniti. Da tali dinamiche hanno tratto vantaggio l’area di Seattle, dove ha sede la Microsoft, la Sylicon Valley in California e New York, città del distretto finanziario. Parallelamente altre aree urbane hanno affrontato un inesorabile declino. Alle “Valley” dell’innovazione tecnologica si contrappongono le “Valley” della ruggine.

dollari e disparitàDice Moretti che dagli anni ottanta negli Stati Uniti si è verificata una “grande divergenza” sia in termini di disparità di reddito e di patrimonio (quella di cui si interessano Piketty, Atkinson e Stiglitz) ma anche in termini geografici. Se in Europa infiamma il dibattito sulle divergenze tra la Germania e le sue sorelle minori da un lato ed i paesi mediterranei dall’altro, negli USA la divergenza si misura tra le contee, e può benissimo accadere che in tre ore d’automobile vi siano un cimitero industriale ed un distretto tecnologico. Le disparità geografiche negli Stati Uniti forse sono più graffianti che in Europa, tuttavia sono meno visibili e meno al centro del dibattito politico sia perché si registrano tra contee e non tra Stati, sia perché si registrano in un contesto che a differenza dell’Unione Europea ha concluso la sua fase costituente.

Fonti americane stimano un’aspettativa di vita di 78-79 anni negli Stati Uniti, molti paesi europei fanno meglio. Scrive l’economista Tony Atkinson che non si capisce perché l’aspettativa di vita non sia contemplata tra gli indicatori di performance dei paesi. Tra le altre cose l’aspettativa di vita degli Stati Uniti è il risultato di una media tra contee che si attestano sui livelli dei paesi europei, e contee con un’aspettativa di 67 o 68 anni, più bassa anche rispetto a quella di diversi paesi non annoverati tra le nazioni sviluppate. cibo spazzaturaLascia assai perplesso il fatto che molti economisti liberisti tra cui il già citato Moretti affermino che tali divergenze siano frutto di abitudini alimentari, del fumo e dell’alcool e non di un sistema sanitario privato, che pur corretto con costosissimi programmi pubblici, non riesce a garantire una sanità di qualità per tutti o di comportamenti scellerati come quelli di Flint. Stiglitz afferma che ormai l’aspettativa di vita è in calo anche tra i bianchi poveri.

Altra storia che fa riflettere è quella di Ferguson, piccolo centro del Missouri che rispetto agli anni settanta ha perso un terzo dei suoi abitanti. Questa cittadina di 20.000 abitanti è divenuta luogo simbolo mondiale delle disparità, della segregazione e della protesta sociale, dopo che Michael Brown un giovane afroamericano è stato ucciso da un poliziotto. A Ferguson, a maggioranza afroamericana, il sindaco e quasi tutti i poliziotti sono bianchi. Il reddito medio è bassissimo, molti sono costretti a vivere con 700 dollari al mese e qualcuno finisce in galera per una multa non pagata, salvo poi scoprire, quando lo scarcerano, che la multa è lievitata per interessi e sanzioni nel periodo in cui è stato in prigione. disordini FergusonFerguson come Flint è l’America che è rimasta indietro. Tra le altre cose il fatto che negli Stati Uniti si parli una sola lingua e “la grande divergenza” si manifesti tra contee e non tra Stati implica che la povertà si scarica sull’immigrazione più che in Europa. Questo è un bene per chi può migrare, ma un problema per chi non può farlo e per le tante “valli desolate”.

Vicende come le ricorrenti crisi fiscali della California, paradossalmente uno degli Stati più ricchi degli USA e il default di diverse città e di Puerto Rico fanno ritenere che di fatto anche negli Stati Uniti vi siano situazioni analoghe a quella greca.

Infine ci ricorda Raghuram Rajan, economista indiano che per molti anni ha lavorato negli USA, che le crisi sempre più ricorrenti hanno comportato almeno negli ultimi quindici anni l’allungamento del periodo di tempo che serve agli Stati Uniti dopo uno shock per ritornare ai livelli di occupazione pre-crisi. Ci ricordano invece Stglitz e altri economisti che le continue crisi hanno fortemente ridotto le prospettive pensionistiche di molti americani, paradossalmente gli americani nati negli anni cinquanta e sessanta che sembravano essere la generazione che più di tutte ha avuto dalla vita rischiano una vecchiaia di povertà, inoltre dal 2007 è molto cresciuto l’indebitamento delle famiglie meno abbienti, che spesso per soddisfare i più essenziali bisogni si indebitano a tassi spropositati per esempio con il credito al consumo o fuori dai circuiti tradizionali.

confronto Usa EuropaLa conclusione è che è vero che gli Stati Uniti sono ripartiti più velocemente dell’Europa, ma probabilmente la crisi ha morso anche dall’altra parte dell’Atlantico, i suoi costi sono solo stati distribuiti in modo diverso che in Europa. Ciò ha per esempio comportato che negli Stati Uniti vi siano più PIL e meno aspettativa di vita che in Europa. Rimane l’amarezza perché un’area euro con un governo e con un piano di investimento in ricerca e sviluppo che faccia nascere qualche colosso dell’innovazione potrebbe essere un esempio per molte nazioni e non rischierebbe di essere il fanalino di coda in un mondo che va velocissimo.

Salvatore Sinagra

La grande disuguaglianza

disuguaglianza

Le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e generando un mondo in cui 62 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Il rapporto di ricerca diffuso da Oxfam, evidenzia come l’estrema disuguaglianza tra ricchi e poveri implichi un progressivo indebolimento dei processi democratici a opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza.

poveri del mondoUna situazione che riguarda i paesi sviluppati, oltre quelli in via di sviluppo, dove l’opinione pubblica ha sempre più consapevolezza della concentrazione di potere e privilegi nelle mani di pochissimi. Dai sondaggi che Oxfam ha condotto in India, Sud Africa, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, la maggior parte degli intervistati è convinta che le leggi siano scritte e concepite per favorire i più ricchi.

In Africa le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà; in India il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di politiche fiscali altamente regressive, mentre il paese è tra gli ultimi del mondo se si analizza l’accesso globale a un’alimentazione sana e nutriente. Negli Stati Uniti, il reddito dell’1% della popolazione è aumentato ed è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione. Recenti studi statistici hanno dimostrato che, proprio negli USA, gli interessi della classe benestante sono eccessivamente rappresentati dal governo rispetto a quelli della classe media: in altre parole, le esigenze dei più poveri non hanno impatto sui voti degli eletti.

ricchi e poveri“Il rapporto dimostra, con esempi e dati provenienti da molti paesi, che viviamo in un mondo nel quale le élite che detengono il potere economico hanno ampie opportunità di influenzare i processi politici, rinforzando così un sistema nel quale la ricchezza e il potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto dei cittadini del mondo si spartisce le briciole”, afferma Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International. “Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli”.

Il rapporto di Oxfam evidenzia, ad esempio, come sin dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi sia diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati. Ovvero: in molti paesi, i ricchi non solo guadagnano di più, ma pagano anche meno tasse.

Questa conquista di opportunità dei ricchi a spese delle classi povere e medie ha contribuito a creare una situazione in cui, nel mondo, 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni, e dove l’1% delle famiglie del mondo possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari)

povertà“Se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul concetto di pari opportunità, in favore di un mondo dove vige la regola dell’ ‘asso pigliatutto’, conclude Winnie Byanima.

Negli ultimi anni il tema della disuguaglianza è entrato con forza nell’agenda globale e le disparità di reddito sono considerate come un pericolo per la stabilità sociale e la sicurezza su scala globale. Anche per questo Oxfam chiede ai decision maker politici e istituzionali di assumere un “impegno solenne” volto a:

  • sostenere una tassazione progressiva e contrastare l’evasione fiscale;
  • astenersi dall’utilizzare la propria ricchezza per ottenere favori politici che minano la volontà democratica dei propri concittadini;
  • rendere pubblici tutti gli investimenti nelle aziende e nei fondi di cui sono effettivi beneficiari;
  • esigere che i governi utilizzino le entrate fiscali per fornire assistenza sanitaria, istruzione e previdenza sociale per i cittadini;
  • adottare dei minimi salariali dignitosi in tutte le società che posseggono o che controllano;
  • esortare gli altri membri delle élite economiche a unirsi a questa causa.

evasione fiscale repressioneOxfam chiede inoltre ai governi di affrontare la diseguaglianza reprimendo più severamente la segretezza finanziaria e l’evasione fiscale investendo nell’istruzione universale e nell’assistenza sanitaria.

Oxfam lancia Sfida l’ingiustizia una nuova campagna per agire con urgenza contro l’aumento vertiginoso della disuguaglianza, partendo da un primo passo: la messa al bando dei paradisi fiscali. Il continuo ricorrere da parte di super-ricchi e grandi multinazionali agli investimenti offshore è infatti uno dei fattori che sottrae alle casse degli Stati risorse essenziali per la lotta alla povertà e alla disuguaglianza.

A livello globale gli investimenti offshore dal 2000 al 2014 sono quadruplicati, e si calcola che 7.600 miliardi di dollari di ricchezza di privati individui (una somma equivalente ai tre quarti della ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2015) sia depositato nei paradisi fiscali. Se sul reddito generato da questa ricchezza venissero pagate le tasse, i governi avrebbero a disposizione 190 miliardi di dollari in più ogni anno

Legge di stabilità: l’equilibrio che manca

equilibrio manovra finanziaria

È indubbio che, per come è stata presentata e sul piano della dimensione, la manovra finanziaria del governo è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. Ma sul piano della distribuzione del carico fiscale, e su quello della crescita economica, la valutazione è meno ottimistica

abolizione ImuVi è un pregiudizio sfavorevole verso chi esprime dubbi sull’atteso impatto espansivo della legge di stabilità 2016. Ed esiste un secondo pregiudizio, altrettanto negativo, verso chi si interroga sugli effetti positivi dell’azzeramento delle imposte sulla prima casa, architrave, per le famiglie, dell’attuale manovra finanziaria del governo. Il fatto è che ogni azione di bilancio pubblico va valutata avendo due stelle polari come riferimento: l’impatto sulla crescita economica, da una parte, e la distribuzione e dunque l’equità del carico fiscale dall’altra. È l’ago della manovra posto tra questi due estremi che dà la misura di quanto un intervento di finanza pubblica privilegi l’uno o l’altro capo del binomio, oppure una loro combinazione economicamente e socialmente sostenibile.

Detto ciò, è indubbio che nei termini in cui è stata presentata, la manovra finanziaria è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. È una manovra di complessivi 27 miliardi, di cui 13 incideranno sull’aumento del deficit, da 1,4% al 2,2% del Pil. E potrebbe arrivare a 30 miliardi, se Bruxelles autorizzerà l’anticipo dei 3,2 miliardi della clausola migranti (da utilizzare per ridurre l’Ires già dal 2016). Ma se sul piano della dimensione è formalmente espansiva, su quello della distribuzione del carico fiscale, e dell’impatto complessivo determinato dall’intreccio tra il moltiplicatore dei saldi e la distribuzione del carico, la valutazione è meno ottimistica. Dunque, come valutare?

disuguaglianzaÈ una comune eredità dell’economia del benessere e della politica sociale l’opinione secondo cui entro i limiti del possibile in un mercato i punti di partenza degli individui debbano essere ravvicinati per evitare distorsioni nella disuguaglianza e per scongiurare avvitamenti verso il basso nella crescita economica. Già le recenti pagine di Thomas Piketty su crescita e disuguaglianza hanno contribuito a rilanciare, e chiarire, il ruolo della distribuzione della ricchezza nella crescita. Distribuzione della ricchezza e del reddito, aggiungiamo noi, che – per usare un’immagine di Luigi Einaudi – deve essere governata con equità distributiva attraverso l’abbassamento delle “punte” e l’innalzamento dal “basso”, affinché la produzione di ricchezza ne tragga complessivamente vantaggio. Un tema cioè, quello dell’equità, che coinvolge non solo quello della distribuzione e del contrasto alla povertà, ma anche il tema della crescita economica. Insomma, questioni cruciali che non rappresentano solo il punto di vista delle socialdemocrazie (“Noi non combattiamo la ricchezza, ma la povertà”), ma anche quello di una moderna visione liberale dell’economia e della società.

benefici legge di stabilitàAlla luce di queste considerazioni, quale valutazione possiamo dare dell’attuale legge di stabilità? Come accennato sopra il piatto forte è il taglio di Tasi e Imu sulla prima casa (pari a 3.700 milioni di euro). Certamente, sul piano mediatico, la percezione della riduzione del carico fiscale per le famiglie è immediata se paragonata ad altre forme di riduzione di imposta. Tuttavia, anche secondo la Banca d’Italia, l’eliminazione di Imu e Tasi “potrebbe avere effetti circoscritti sui consumi”, in quanto non contribuisce ad accrescere il reddito disponibile da cui dipendono i medesimi. Non solo. L’abolizione dell’Imu-Tasi sulla prima casa rende esente anche le abitazioni di grande valore e, dunque, i grandi patrimoni a cui afferiscono. Per evitare ciò, si sarebbe potuto valutare una rimodulazione dell’imposta sulla prima casa, che mantenendo la no tax-area per quelle meno pregiate (ed eventualmente i redditi più bassi), e rimodulando l’incidenza sugli immobili di medio valore, avesse lasciato inalterato il contributo “delle punte”.

L’imposta sulla casa è difatti una delle poche forme di imposta patrimoniale effettivamente applicate e ha una sua giustificazione economica molto forte in tema di corrispondenza con i benefici derivanti dalla fornitura dei servizi. È in questo modo che la fiscalità generale dovrebbe agire per spostare risorse verso i servizi universali, dalla sanità all’educazione, all’innovazione. A ciò si aggiunga che in Italia la propensione al risparmio delle famiglie si è fortemente ridotta negli ultimi venti anni (dal 21% al 13% del Pil) e che, quindi, il maggiore reddito disponibile potrebbe essere trasformato dal ceto medio in risparmio, vanificando gli effetti espansivi attesi sulla domanda, mentre quello dei ceti redditualmente più elevati potrebbe avere, come tradizionalmente accade, un impatto molto limitato sui consumi e di conseguenza sulla domanda aggregata.

luci e ombre finanziariaMa l’abolizione dell’imposta sulla prima casa (per un totale di 3 miliardi e 100 milioni) è accompagnata da altre luci e ombre. Si prenda il caso delle attività produttive. Abolire l’Imu sui terreni agricoli (400 milioni) e sugli imbullonati (500 milioni) significa alleggerire il carico fiscale sulle attività produttive e renderle relativamente più competitive. Similmente, effetti positivi sull’economia saranno determinati dalla possibilità per le imprese di portare fino al 140% l’ammortamento degli investimenti effettuati entro il 2016. Infine, l’ipotesi di riduzione dell’Ires al 2017, e se possibile già al 2016, accrescerebbe la redditività. Ma perché non vincolare questi risparmi a nuove forme d’investimento, magari rendendo fiscalmente più favorevoli quelli innovativi e ad alto contenuto tecnologico, per favorire non solo la creazione di ricchezza, ma anche per rilanciare la produttività del lavoro da cui dipende anche il salario?

occupazioneLo spostamento verso l’investimento di risorse della fiscalità potrebbe essere unito al bonus sull’occupazione, che per i contratti firmati entro il 2016 avrà una durata massima di due anni, e per una somma che scende dall’attuale tetto di 8.060 a 3.200 euro. Perché non prevedere che il beneficio fiscale sia ricondotto a forme di riqualificazione del lavoro e alla formazione continua, a spese innovative di processo e di prodotto o a investimenti qualificati? Negli ultimi venti anni in Italia si è assistito a un costante deterioramento della produttività e degli investimenti, alla caduta degli indici di progresso tecnologico, a una perdita di quote di valore aggiunto nel manifatturiero (e particolarmente nei comparti più tecnologicamente avanzati, come la meccanica, che rappresenta il cuore dell’industria italiana). Perché non tracciare già nel quadro complessivo delle spese e delle coperture della legge di stabilità l’impegno per le imprese ad ampliare la loro capacità produttiva e tecnologica, finanziando questa trasformazione attraverso quelle risorse fiscali che la manovra rende disponibili? La competitività internazionale, come il nostro recente mancato sviluppo economico ci insegna, non passa per il costo del lavoro e per la svalutazione interna, ma per la crescita della produttività.

crescita economicaTroppo lunga e dettagliata sarebbe l’analisi complessiva delle misure particolari previste nella manovra (tra cui spicca, per le perplessità che genera, l’innalzamento dell’utilizzo dei contanti fino alla soglia di 3.000 euro). Ma per dare un giudizio equilibrato non basta dire che l’azione economica sarà espansiva in quanto finanziata in deficit. Il sottofinanziamento di settori strategici come la scuola, l’università, la sanità, i deboli segnali sul tema della produttività (che riguarda il cuneo fiscale, ma non i dispositivi atti alla creazione di nuova produttività) lasciano dubbi sulla capacità della manovra di segnare un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. Certamente, la ripresa economica, da cui dipende anche il rispetto degli impegni europei, deve essere sostenuta nell’immediato dall’effetto volano dei maggiori consumi e investimenti interni (anche necessari per compensare il motore internazionale della domanda mondiale attualmente in fase recessiva), ma deve essere principalmente spinta verso l’alto attraverso politiche attive (industriali, del lavoro) che mirino al rilancio stabile del progresso tecnologico e della conoscenza.

È un percorso lungo da avviare ora, senza ulteriori ritardi, per mantenere l’equilibrio dinamico tra crescita economica ed equità fiscale. Il rischio è che manovre finanziarie che non coniughino la crescita con la tassazione e la sua distribuzione, finiscano per ricadere negativamente sulla capacità produttiva del Paese e sulla sostenibilità dei suoi conti pubblici.

Giuseppe Travaglini tratto da www.rassegna.it

Ricchezza degli italiani: chi scende e chi sale

Tra italicum e elezione del Presidente della Repubblica i problemi dell’economia sono relegati in secondo piano. Ad eccezione dell’immissione di nuova moneta da parte della BCE che sarà annunciata oggi che, però, non risolve nulla perché ciò che conta è come saranno impiegati quei soldi.

Così si è dato ben poco rilievo ad una ricerca effettuata dal quotidiano Repubblica su dati di Banca d’Italia. Il tema è la ricchezza delle famiglie italiane e il dato che ne emerge è impressionante anche se già evidenziato più volte negli ultimi anni. Il patrimonio (immobili, denaro liquido e risparmi investiti) di 18 milioni di persone (il 30% più povero degli italiani) era nel 2008 il doppio del patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche del Paese (114 miliardi di euro contro 58 miliardi).

Ebbene nel 2013 la situazione si capovolge: le dieci famiglie più ricche arrivano a 98 miliardi e i 18,1 milioni di più poveri scendono a 96 miliardi. Mentre l’economia cala del 12% le famiglie più ricche vedono crescere la loro ricchezza del 70%.

Se si cerca una risposta alla caduta del mercato interno italiano concausa della crisi economica eccola qui. La poca ricchezza prodotta va tutta a vantaggio di pochi.

Ora bisogna ragionare perché i membri delle dieci famiglie più ricche saranno pure stati bravi e fortunati, ma una distribuzione così diseguale della ricchezza fa male a tutti perché mina l’economia. Non a caso Obama nel suo discorso programmatico di ieri ha detto che aumenterà le tasse per chi ha redditi oltre i 500mila dollari l’anno per dare un bonus fiscale alla classe media.

L’idea che se i ricchi sono sempre più ricchi ci sarà un vantaggio per tutti è una pura illusione perché non è affatto detto che i ricchi investano i loro soldi per espandere o innovare le attività produttive. Al contrario, come accaduto negli ultimi anni, li metteranno nella finanza che è transnazionale e vive al di sopra del mondo reale succhiando risorse e non utilizzandole per lo sviluppo e l’innovazione

Il terrorismo, le nuove guerre e noi europei (di Salvatore Sinagra)

le nuove guerre d'EuropaLa storia non è finita

Il 1989 fu l’anno delle grandi illusioni. Con la caduta del muro di Berlino il mondo diviso in blocchi non fu rimpiazzato da un’alternativa pragmatica e sostenibile. Ben presto la pace liberale sponsorizzata da un unico egemone, gli Stati Uniti, si rivelò insostenibile. Già con la tragedia dei Balcani ci accorgemmo che le cose non stavano andando come fantasticavano dall’altra parte dell’oceano e a Srebrenica noi europei venimmo meno alla promessa fatta nel 1945 che mai più nessuno sarebbe morto per il suo credo religioso.

Con l’11 settembre anche i più ottimisti hanno dovuto prendere atto che non solo la storia non è finita, ma diversamente da ciò che affermava Francis Fukuyama, continua ed è pure una brutta storia. Prima di Charlie Hebdo i fondamentalisti islamici avevano già insanguinato l’Europa diverse volte: nel 2004 191 persone persero la vita a Madrid a causa di un attentato ai treni locali; nel 2005 furono uccisi 52 innocenti nell’attacco alla metropolitana di Londra. E questi sono solo quelli più importanti.

Non tutti i terroristi sono di matrice islamica però. Nel 2011 il terrorista di estrema destra Anders Breivik, nemico giurato dell’Islam, annientò 77 innocenti nei pressi di Oslo.

Non si contano poi attacchi a moschee, sinagoghe o a centri urbani, che da Lione a Stoccolma, passando per Bruxelles, hanno colpito la vecchia Europa

I sentimenti xenofobi sono divenuti sempre più forti anche in paesi molto avanzati sotto il profilo della convivenza come la Svezia, la Francia e la Germania. 7.000 ebrei francesi l’anno scorso si sono trasferiti in Israele  a causa di un nuovo antisemitismo, che fa proseliti sia tra l’estrema destra nostalgica, che tra i sostenitori della causa palestinese e tra gli immigrati di seconda e terza generazione di origini arabe. Nemmeno gli ebrei progressisti, favorevoli allo Stato Palestinese,  appaiono immuni da attacchi antisemiti

guerra contro civiliLe nuove guerre

Dopo il 1989 non solo il numero dei conflitti è drammaticamente cresciuto, ma le guerre hanno cambiato pelle. Sono sempre meno combattute da due o più Stati e sempre più sono conflitti civili, che non colpiscono più in prevalenza militari. Al fianco o in sostituzione dei soldati combattono paramilitari e gruppi criminali. Quindi non solo gruppi islamisti, ma anche le triadi e organizzazioni di narcotrafficanti.

Le nuove guerre sono allo stesso tempo moderne ed antiche. Sono moderne perché sono poste in essere da reti multinazionali se non addirittura globali, utilizzando sistemi di finanziamento avanzati e sistemi di reclutamento che non potrebbero prescindere da internet e dai social network; sono antiche perché puntano al massacro indiscriminato.

Il neologismo glocalizzazione, coniato da Zygmunt Baumann, rappresenta bene le agenzie dei disordini globali che riescono a creare una miscela esplosiva fondendo differenti disagi in ambito locale. Si pensi per esempio ai giovani francesi e tedeschi figli di immigrati provenienti da paesi arabi che vivono un profondo senso di esclusione nel loro paese, che sono fortemente contrariati per le vicissitudini dello Stato palestinese e decidono di abbracciare la causa dell’ISIS andando a combattere in Siria.

disordine globaleIl nuovo disordine globale

La situazione internazionale è complicata anche dal progressivo deteriorasi dei rapporti con la Russia.  Le organizzazioni internazionali che dovrebbero governare la globalizzazione quali l’Onu o il Fondo Monetario Internazionale sono impotenti o delegittimate.

Gli approcci tipici della guerra fredda, che spesso gli Stati occidentali sembrano sposare sono assolutamente superati. Il conflitto con l’Unione Sovietica non si trasformò in una guerra nucleare poiché entrambe le parti erano pienamente consapevoli del rischio della reciproca distruzione. Le testate nucleari e gli arsenali venivano accumulati per acquisire lo status di superpotenza ma nella piena convinzione che non sarebbero mai potute essere utilizzate da nessuna delle due parti in causa. Il collasso dell’Unione Sovietica ha portato ad una maggiore disponibilità di armi di distruzione di massa da parte di stati molto più instabili dei protagonisti della guerra fredda. Si pensi per esempio al Pakistan, paese in possesso di un arsenale nucleare, ma perennemente esposto al rischio di un colpo di Stato. E certamente la deterrenza tipica della guerra fredda non funziona nei confronti del terrorismo.

ruolo europa nel mondoCosa possono fare gli Europei?

Oggi siamo giustamente scossi da un attentato che ha colpito al cuore l’Europa, tuttavia, a causa delle caratteristiche “glocali” della violenza organizzata, anche i morti che fa Boko Haram in Nigeria o i bambini uccisi a Pashawar sono una minaccia alla nostra sicurezza.

Va senza dubbio accolta positivamente la proposta di creare un’intelligence europea, ma occorre fare molto di più.

L’Unione Europea deve compiere un grosso sforzo in politica estera, imponendo uno Stato per i palestinesi e contribuendo in modo attivo a smantellare lo Stato Islamico. Sotto questo profilo non basta certo l’azione militare, occorre isolare i fondamentalisti soprattutto sul piano finanziario. A tal proposito occorrerebbe pretendere azioni concrete dalle monarchie del Golfo e dai sauditi, importanti alleati degli Stati Uniti nel confronto con Mosca almeno dai tempi di Reagan ma sospettati di intrattenere rapporti con l’ISIS.

Un importante campo di azione deve essere poi la lotta alle diseguaglianze, in Europa come nel mondo arabo. I giornali francesi e tedeschi hanno raccontato le storie di molti immigrati di seconda, terza se non addirittura quarta generazione che hanno deciso di abbracciare la guerra del fondamentalismo islamico e di andare a combattere in medio oriente; le vite di molti di loro sono storie di esclusione di giovani che passano il loro tempo tra facebook, palestra e moschea e che spesso si sentono meno europei dei loro genitori nati in Algeria, Turchia o Medio Oriente. Inoltre, come sottolinea l’economista francese Thomas Piketty, in un articolo pubblicato su Libération dal titolo diseguaglianze esplosive, la insostenibile situazione politica di Iraq e Siria è figlia di una  iniqua ripartizione dei proventi delle materie prime, che va a vantaggio di poche petro-dinastie.  Se per rispondere alle diseguaglianze di casa nostra serve un New Deal europeo che crei una crescita che sia messa la servizio della lotta alla povertà, per rispondere alle diseguaglianze ed agli squilibri a sud e ad est dell’Europa serve un’ambiziosa riforma delle istituzioni internazionali a partire da ONU, FMI e WTO

Salvatore Sinagra

La disuguaglianza che pesa sullo sviluppo

disuguaglianzaAncora sul libro di Piketty “Il capitale nel XXI secolo”. La tesi di fondo è che l’accumulo improduttivo di ricchezza cresce più velocemente della produzione di ricchezza. La principale ragione è che il tasso medio di rendimento del capitale oltrepassa durevolmente il tasso di crescita del Pil. Sul lungo periodo, infatti, la crescita del Pil non supera mai di molto l’1-1,5 per cento l’anno mentre la rendita media del capitale è di solito del 4-5 per cento l’anno.

Quindi le disuguaglianze si ampliano, poiché i grandi patrimoni provenienti dal passato si ricapitalizzano più velocemente dell’aumento della produzione e dei redditi. Oltre ai vantaggi delle economie di scala, i grandi patrimoni s’incrementano soprattutto perché hanno una più ampia gamma di opportunità d’investimento rispetto ai piccoli.

Negli Usa oggi il 10 per cento della popolazione possiede circa il 70 per cento di tutto il capitale; la “classe media” cioè un altro 40% della popolazione ne possiede circa un quarto (in gran parte in forma di case); mentre tutti gli altri ovvero la metà della popolazione possiedono circa il 5 per cento della ricchezza totale.

Il fenomeno, però, è globale e sta strangolando la classe media dove c’è o impedendo il suo sviluppo dove è una conquista recente oppure dove si sta ancora formando. Banalmente: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.

I dati ci raccontano qualcosa di incredibile (ma vero) : nel mondo 85 super ricchi possiedono lo stesso patrimonio di 3,5 miliardi di persone. Cioè ognuno vale quanto 41 milioni di poveri.

poveri del mondoMa forse altrettanto incredibile è che l’accumulo di ricchezza è più concentrato ora di quanto non fosse agli inizi del ‘900. Come ricorda in un suo articolo Luca Massacesi (http://www.officineeinstein.eu/index.php/verso-un-nuovo-modello-di-sviluppo/814-rendita-vince-su-lavoro.html) “quando l’economista e sociologo Vilfredo Pareto definì quella che appunto si chiama la “curva di Pareto“ la individuò dimostrando che il 20 per cento della popolazione inglese possedeva l’80 per cento del denaro. Era il 1897. Dopo un secolo e passa di democrazia occidentale, la forma di governo che più delle altre (monarchia, plutocrazia, oligarchia, gerontocrazia) avrebbe dovuto creare una maggiore uguaglianza e giustizia sociale, il rapporto è diventato 14 a 86, ovvero l’86 per cento della ricchezza è in mano al 14 per cento della popolazione”.

Conseguenze? L’accentramento della ricchezza nelle mani di unélite globale che lascia ben poco al resto del mondo continuando a guadagnare anche in tempi di crisi. Nel suo articolo Massacesi elenca alcuni dati anch’essi impressionanti:

  1. distanza ricchi poveriI “paesi meno sviluppati” hanno speso 9 miliardi di dollari per importazioni di alimenti nel 2002. Nel 2008 questa cifra è salita a 23 miliardi di dollari.
  2. Il reddito medio pro-capite nei paesi più poveri dell’Africa è sceso a un quarto negli ultimi venti anni.
  3. Bill Gates ha un patrimonio netto dell’ordine dei 50 miliardi di dollari. Ci sono circa 140 paesi al mondo che hanno un Pil annuo inferiore alla ricchezza di Bill Gates.
  4. Uno studio del World Institute for Development Economics Research (Istituto mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo) evidenzia che la metà inferiore della popolazione mondiale detiene circa l’1 cento della ricchezza globale.
  5. Il 2 per cento delle persone più ricche detiene più della metà di tutto il patrimonio immobiliare globale.
  6. Secondo il più recente “Global Wealth Report” di Credit Suisse, lo 0,5 per cento di persone più ricche controlla più del 35 per cento della ricchezza mondiale.
  7. Oltre 3 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, vive con meno di 2 dollari al giorno.
  8. Si stima che gli Stati Uniti detengano circa il 25 per cento della ricchezza totale del mondo (nel 2010).
  9. Si stima che l’intero continente africano possegga solo l’1 per cento della ricchezza totale del mondo.

Questi dati indicano che l’aumento della disuguaglianza e la finanziarizzazione dell’economia non portano sviluppo perché impediscono la crescita delle forze produttive assorbendo quote crescenti di ricchezza e bloccandola in patrimoni immensi che cercano di moltiplicarsi senza costruire nulla di reale.

Conclusione? Combattere la disuguaglianza e la povertà è la base su cui poggiare lo sviluppo. Fino a che il lavoro di tanti alimenterà solo la ricchezza di pochi non ci sarà speranza di migliorare le cose

C. L.

Le idee di Piketty sull’Italia (di Salvatore Sinagra)

Piketty e l'ItaliaMercoledì 8 ottobre a Milano si è tenuto un incontro pubblico con Thomas Piketty, autore del best seller “Il capitale nel XXI secolo”. Una giornalista italiana ha definito l’economista francese una rock star dell’economia, in effetti quando mi sono presentato all’evento  organizzato alla Bocconi mi sembrava di fare la fila ai cancelli di San Siro per il concerto dell’anno. Non avevo mai visto nulla di simile nei tanti incontri che si sono tenuti a Milano negli ultimi anni con premier, presidenti e commissari europei, con banchieri e imprenditori di successo e con economisti di prestigio internazionale.

Volendo scherzare si potrebbe dire che il libro scritto per denunciare l’ascesa senza fine dei miliardari creerà almeno un miliardario in più: il suo autore.

Comunque davanti ad un’aula magna gremita di gente Piketty ha abbandonato i panni della superstar ed ha vestito quelli dell’accademico; ha commentato slide, citato studi economici, risposto a incalzanti domande dal pubblico.

Nei suoi interventi si è concentrato sulla difficile situazione dell’Italia, un paese in cui la gente comune rischia di rimanere schiacciata tra l’immenso debito pubblico ed una società a misura di ricco.

debito pubblico e patrimoni privatiHa ricordato che l’Italia è l’unico paese del G8 con una differenza negativa (-17% del Pil) tra i beni pubblici e il debito pubblico (in Francia, Germania e Stati Uniti il saldo è prossimo allo zero). Ha definito il nostro paese una “società patrimoniale” ove, soprattutto nelle grandi città, i giovani, anche di successo, hanno limitatissime possibilità di comprare la propria casa di abitazione con i proventi del lavoro e ove, per i nati degli anni settanta ed ottanta, le ricchezze ricevute in eredità equivarranno ad un quarto dei redditi guadagnati lavorando per tutta la vita. Ovviamente tale condizione sarà una vera e propria macchina delle disparità perché non tutti i nati negli anni settanta e ottanta erediteranno un patrimonio. Oggi le ricchezze private degli italiani rappresentano circa il 600% del Pil.

Eppure Piketty ha precisato che il suo vuole essere un messaggio di speranza, perché in Italia la ricchezza privata è cresciuta molto più del debito pubblico e non solo perché una consistente fetta dei titoli di Stato ha prodotto interessi percepiti da una parte degli italiani.

Piketty ha invitato a non rottamare il welfare, perché si tratterebbe a suo parere di una scelta antistorica anche alla luce dei miglioramenti sociali prodotti negli Stati Uniti dalla riforma sanitaria di Obama. Ha affermato che bisogna rilanciare l’istruzione, perché uno Stato che spende molto di più per il debito pubblico che per la scuola, l’università e la ricerca è uno Stato che non ha futuro.

combattere le disuguaglianzeHa rilanciato la proposta contenuta nel suo libro di una profonda revisione del sistema fiscale, che ponga fine al privilegio del capitale ai danni del lavoro. Ha quindi sottolineato che un buon sistema fiscale non è solo una fonte di entrate per lo Stato, ma anche una fonte di informazioni utile per allocare le risorse dove servono. Le tasse possono quindi diventare un database.

Ha poi ricordato che oggi a causa della concorrenza fiscale le multinazionali  sono tassate ad aliquote fiscali molto più basse di quelle delle piccole e medie imprese. Occorre quindi una vera unione fiscale in Europa, basata su scelte concordate e coordinate di tutti i suoi membri e sullo scambio di informazioni.

Piketty ha delineato un quadro puramente federalista, ed ha aggiunto che sarebbe irrealistico pensare che tutto ciò si possa realizzare in un’Unione Europea con 28 Stati. L’Unione Fiscale deve essere un progetto portato avanti nell’area euro, nella consapevolezza che qualcuno dei suoi membri potrebbe non accettare le nuove regole. E non sarebbe un dramma,  se si facesse un’unione che funziona, che qualche stato abbandonasse l’euro.

Dunque un buon economista con una visione politica. Nelle mille pagine del suo libro tanti problemi che parlano dell’Italia di oggi e dei nodi che deve sciogliere per andare avanti: dalla redistribuzione della ricchezza, alla crescita sostenibile nel lungo periodo, dal rapporto tra capitale e lavoro nell’era della rivoluzione tecnologica e informatica al calo demografico, con cui l’occidente, non solo l’Italia, deve misurarsi senza ulteriore indugio.

Salvatore Sinagra

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