Lo scandalo della diseguaglianza

“Lo scandalo della diseguaglianza”…. Così lo chiamava Norberto Bobbio. Un dibattito aperto da anni a livello mondiale che non stanca, anzi brucia. Ottantacinque (85!) persone detengono un patrimonio complessivo di 1,7 trilioni di dollari. Vale a dire lo stesso di tre miliardi e mezzo di persone (3mila e 500 milioni) messe insieme. Lo dice il rapporto dell’associazione Oxfam. L’1 per cento dei terrestri possiede collettivamente 110 trilioni di dollari, pari a metà della ricchezza mondiale.

Quando se ne parla si pensa che il problema sia del Capitalismo mondiale e delle politiche neo-liberiste degli ultimi trent’anni come se fossero entità astratte e lontane e come se gli Stati fossero esenti da responsabilità. Eppure, il dato mondiale si compone di tanti dati nazionali…. Il nostro, per esempio, dice (Rapporto ISTAT 2012) che il 29,9% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale. Un rischio di 5,1 punti percentuali più elevato rispetto a quello medio europeo (pari al 24,8%) come conseguenza della più elevata diffusione della severa deprivazione (14,5% contro una media del 9,9%) e del rischio di povertà vera e propria (19,4% contro 16,9%).

Una differenza insostenibile di redditi e, quindi, di possibilità di costruirsi il futuro. Un problema determinato da un sistema economico e di governo che, specie nell’ultimo decennio, ha favorito i ricchi e fatto pagare il conto della crisi ai ceti medi e bassi. Certo così non si può continuare altrimenti la situazione diventa esplosiva: occorre una scossa e una inversione di tendenza. Riforme sì, ma non quelle che spremono i ceti medi e i poveri bensì quelle che danno loro la possibilità di risollevarsi. Per esempio rimettiamo l’istruzione pubblica al primo posto (il più naturale ascensore sociale) e facciamo pagare le tasse ai ricchi. Pensiamo che i 2 miliardi di euro evasi da quella vergogna dell’Italia che si chiama Angiola Armellini (1243 case su cui non ha mai pagato imposte) sono l’equivalente di una manovra finanziaria

La crescita passa solo per la lotta alla povertà (di Romano Prodi)

poveri mensaDa qualche mese assistiamo ad uno spettacolo straordinario: un giorno comincia la ripresa e il giorno dopo ė già finita. Ed il terzo giorno ci riteniamo soddisfatti perché navighiamo attorno alla crescita zero. Il che, per un paese che in sei anni di crisi ha già perso oltre l’otto per cento del suo PIL , non mi sembra una bella notizia.

Quando poi andiamo a esaminare questo fenomeno nei dettagli, troviamo che l’essere arrivati almeno intorno allo zero è dovuto essenzialmente all’aumento delle esportazioni. La domanda interna continua ad essere negativa.

Se poi ci prendiamo la briga di vedere che cosa è più debole in questa domanda interna, dobbiamo constatare che va peggio la domanda dei beni essenziali che quella dei beni di lusso.

consumo di pastaCala perfino il consumo della pasta, con il connesso consumo della conserva di pomodoro.

Tutto questo trova la controprova nei dati ufficiali sull’aumento della povertà assoluta e nell’esperienza quotidiana delle strutture caritative dedicate a fornire cibo e altri beni essenziali ai più poveri. Il numero delle persone assistite aumenta ogni giorno. A differenza del passato vi sono più italiani che stranieri, mentre aumenta costantemente il numero delle famiglie che da un reddito medio-basso precipitano nella miseria.

ricchiQueste conseguenze della disuguaglianza non sono purtroppo una sorpresa. Non voglio tuttavia tornare ad approfondire le ragioni che hanno causato il suo aumento e, di conseguenza, l’aumento della povertà assoluta. Mi limito oggi a constatare che la riduzione dei consumi della povera gente è anche uno dei maggiori ostacoli alla ripresa economica.

Un’ osservazione ovvia e quasi banale ma che contrasta con quanto la dottrina economica prevalente ha continuato a ripetere, che cioè l’aumento della disuguaglianza può essere riprovevole dal punto di vista etico ma, aiutando la crescita del sistema, finisce con l’essere vantaggioso per tutti.

disuguaglianzaLe più recenti ricerche degli economisti rovesciano questo stereotipo e riportano scientificamente in auge il buon senso, che ci dice che l’economia può crescere solo se arrivano i soldi nelle tasche di chi vorrebbe consumare, ma non ne ha i mezzi.

A questa revisione nel campo della scienza economica stanno seguendo, anche se in modo lento e non sistematico, decisioni politiche dedicate ad attenuare le disuguaglianze.

L’unico aspetto innovativo della nuova coalizione di governo tedesca consiste infatti nell’aumento del salario minimo, mentre negli Stati Uniti il nuovo sindaco di New York ha vinto a mani basse le elezioni con una piattaforma non solo in favore del salario minimo ma tutta proiettata verso quella che è stata definita la politica di Robin Hood, avendo promesso un aumento delle tasse per coloro che hanno un reddito di oltre 500.000 dollari all’anno ( che a New York sono molti e influenti ) in modo da sollevare le condizioni di vita e migliorare le strutture scolastiche dei quartieri più poveri.

Papa FrancescoIl dibattito americano, che ha trovato alimento nel cinquantesimo anniversario del programma di lotta alla povertà del presidente Johnson, offre aspetti del tutto inediti. Esso non è limitato all’interno del Partito Democratico ma coinvolge tutto il panorama politico, compresa la sua parte più conservatrice.

Ancora più interessante è notare che al centro di questo dibattito sono soprattutto le parole di Papa Francesco che, come nota con una certa sorpresa il New York Times, non solo ha catturato il mondo con un messaggio di giustizia e tolleranza ma, “pur partendo dal Vaticano che è 4.500 miglia lontano”, è ora al centro di tutto il dibattito politico di Washington.

La sorpresa è ancora maggiore quando leggiamo che il riferimento specifico al richiamo del Papa viene condiviso e ripetuto non solo dai politici cattolici ma, con uguale intensità, da ebrei e protestanti.

disparitàE’ evidente che non tutti saranno disposti a tradurre le parole di Papa Francesco in coerenti provvedimenti legislativi, ma produce una certa sorpresa sentire Newt Gingrich, ex presidente della Camera e uno dei più autorevoli rappresentanti dell’ala conservatrice dichiarare che ” ogni Repubblicano dovrebbe condividere la critica fondamentale del Papa quando ammonisce che “non si può vivere in un pianeta composto di miliardari e di gente che muore di fame”. Ed aggiunge che ” il Papa ha cominciato a toccare quest’argomento proprio nel momento in cui il Partito Repubblicano ne aveva bisogno”.

Non mi illudo certo che i mutamenti di pensiero nel campo scientifico e politico e il fiorire di tutti questi buoni sentimenti si traducano in un cammino verso la giustizia universale, anche perché vedo che le disparità proseguono come prima e non noto cambiamenti significativi dei comportamenti dominanti del mondo economico e finanziario.

Non mi sento tuttavia di sottovalutare l’ipotesi che, di fronte a una nuova spinta di carattere economico, etico e religioso, si facciano sforzi maggiormente condivisi per cominciare a operare i cambiamenti idonei ad attivare una crescita fondata su una maggiore giustizia.

Per tornare al caso italiano ritengo assolutamente necessario dirottare subito almeno una decina di miliardi di Euro per alleviare la povertà assoluta e sollevare i redditi più bassi. Gli strumenti possibili e compatibili con lo stato delle nostre finanze sono già stati discussi a lungo.

Anche tenendo conto dei nostri vincoli si deve almeno evitare che le spese sociali continuino a calare, si deve operare subito sul cuneo fiscale per i lavoratori a più basso reddito e si deve accelerare il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, mettendo in atto con maggiore velocità i provvedimenti già decisi in materia.

La nuova riflessione sul rapporto fra crescita e uguaglianza non può infatti fermarsi a Washington. Visto che è partita da Roma è bene che ritorni a Roma. In fondo deve solo attraversare il Tevere.

Romano Prodi tratto da www.romanoprodi.it

Compensi Tv: polemiche e un copione già visto (di MoveOn)

fazioLe polemiche sui compensi di Fazio e Crozza ripetono un copione già visto che non incide minimamente sui veri problemi delle televisioni e della Rai. Di compensi esagerati se ne possono trovare dovunque nei gruppi che detengono il potere in aziende pubbliche e private e in quelle potenze finanziarie e bancarie a cui sono purtroppo legate, non per destino, ma per scelte politiche, le economie di mezzo mondo. Compensi esagerati, smodati e anche immeritati che evidenziano l’enorme aumento delle disuguaglianze tra la stragrande maggioranza che ha poco e chi affoga nella ricchezza.

disparitàIn Italia abbiamo esempi sia del primo tipo che del secondo e, se chi ha scatenato la polemica sui compensi di Fazio e Crozza (Brunetta del Pdl) volesse fare qualcosa di buono, troverebbe scandalose ingiustizie contro cui scagliarsi. Aspettiamo che lo faccia, altrimenti dovremo pensare che sono altri gli scopi per i quali ha parlato e dovremo sospettare che lo ha fatto non per ansia di equità, ma per difendere gli interessi dei principali concorrenti della Rai che poi sarebbe Mediaset di proprietà di Silvio Berlusconi.

Il tema delle televisioni è troppo serio per perdersi dietro ad un fuoco di paglia su compensi comunque legati ad un equilibrio fra costi e ricavi. Da molti anni è sul tappeto una riforma delle televisioni e della Rai in particolare che le porti fuori dal monopolio gestito da due aziende che sono pure state controllate dalla stessa persona per molto tempo.

televisioniPer la libertà dell’informazione questo è il vero scandalo perché all’ombra del duopolio le risorse sono state piegate alle esigenze di chi controllava le regole del gioco. Nella Rai, in particolare, il clientelismo ha prodotto spese elevate, moltiplicazioni di posti, stipendi elevati dei dirigenti, costi spropositati per l’acquisto di prodotti all’esterno. La mortificazione delle professionalità interne è stata la logica conseguenza della tenaglia fra clientelismo e distribuzione dei soldi in base ad esigenze politiche.

MoveOn nasce come movimento che vuole riformare la Rai riportandola sotto il controllo dei suoi legittimi proprietari, i cittadini che pagano il canone e le tasse con le quali la Rai si mantiene.

Per questo è stato avviato un Tavolo di lavoro tra rappresentanti dei cittadini e parlamentari che dovranno scrivere la riforma della Rai e che inizierà i suoi lavori il 7 novembre. Questa è la via giusta per arrivare ad un assetto più trasparente e con meno sperequazioni sottoposto al controllo e al giudizio dei cittadini.

MoveOn Italia

Solo la classe media può salvare l’economia (di Riccardo Staglianò)

famiglia mediaTra i tanti numeri che illuminano il disastro, uno risplende su tutti. Circa il 70 per cento dell’economia americana (ma non solo quella) si basa sugli acquisti della classe media. Sono i nostri soldi a far girare il mondo. Spesi per comprare casa, cibo, vestiti e il resto. Se quel fiume si prosciuga, si ferma tutto. Il concetto, apparentemente elusivo nelle situation room della troika europea, non sfugge invece a Robert Reich. Il docente di politiche pubbliche all’università di Berkeley, ex ministro del lavoro di Clinton e public servant già ai tempi di Ford, lo declina in ogni modo in Inequality for All. Il documentario, che ha già vinto il premio speciale della giuria al Sundance, potrebbe fare per la diseguaglianza economica ciò che “Una verità scomoda” ha fatto per il riscaldamento climatico. Ovvero accendere la consapevolezza dell’opinione pubblica. Non ancora una soluzione, però un inizio.

famiglia americanaIl confronto rispetto al film con Al Gore è inevitabile. Anche qui si tratta di una lezione arricchita, smussata e tirata a lucido negli anni. Molto densa, ma non per questo meno chiara. E se il protagonista di ieri assestava un’unica battuta memorabile («ero solito presentarmi come il prossimo presidente degli Stati uniti»), quello di oggi ne inanella a raffica, dal «sospettavo da tempo di essere nella shortlist dell’Amministrazione» a «volete dire che vi do l’idea del Big government?!? E dai» (Reich, affetto dalla malattia di Fairbank, è alto 1 metro e 48). La sua autoironia si propaga per il film, scaldando una materia che rischiava di risultare gelida, oltre che oggettivamente deprimente. Riassumibile così: perché, dalla fine degli anni 70 a oggi, abbiamo cominciato a stare peggio tutti tranne l’1 per cento più ricco della popolazione? La domanda ultima alla quale il professor Reich si incarica di rispondere. In tre atti.

capitalistaPrimo atto: cos’è successo? La polarizzazione tra (sempre più) ricchi e (sempre più) poveri è una malattia raccontata per sintomi. Per cominciare, i 400 americani più ricchi hanno da soli un patrimonio pari a quello della metà più povera della nazione. L’unica altra volta in cui l’1 per cento deteneva il 23 per cento della ricchezza era il 1928. L’anno dopo è arrivata la Grande Depressione. E in Germania ha coinciso con l’ascesa di Hitler. Se credete ai ricorsi vichiani della storia, c’è poco da stare tranquilli. Dopo i grafici, le storie. Tipo quella della famiglia Vaclav, lei cassiera alla catena Costco, con giusto 25 dollari sul conto. Sono middle class piena, quelli che prendono tra i 25 e 75 mila dollari l’anno, prima una garanzia ora un pianto. Mentre Nick Hanauer, industriale e venture capitalist, è il campione anomalo dell’1 per cento (dai 380 mila dollari in su), con un imponibile variabile tra i 10 e i 60 milioni di dollari. Mostra le sue auto, la sua bella casa, ma poi si arrende: «I ricchi, per quanto spendono, non possono farlo abbastanza per tutti. Così i loro soldi in eccesso finiscono nei fondi, alimentando la domanda di investimenti sempre più complessi». E pericolosi. Che vanno a gonfiare quelle bolle che, quando poi scoppiano, le pagano soprattutto i contribuenti. Nella paradossale versione di un capitalismo vizioso che privatizza i guadagni e socializza le perdite. Quello che il Nobel Joseph Stiglitz ha battezzato «socialismo per ricchi».

Secondo atto: perché è successo? La data dello strappo, il momento in cui gli aumenti dei salari hanno cominciato a non stare più al passo con quelli della produttività, è il 1979. Reich ne spiega le cause. Le industrie hanno scoperto la delocalizzazione: abbassano i costi fissi andando a produrre in Cina. La deregulation reaganiana non solo glielo lascia fare, ma ingaggia una lotta dura contro i sindacati (tristemente celebre la precettazione degli uomini radar). Meno sindacati uguale stipendi più bassi.

fabbrica cineseMa i motivi principali della divergenza restano globalizzazione e tecnologia. Il professore mostra un grafico del valore di un iPhone, orgogliosamente concepito in California: solo il 6 per cento resta negli Stati uniti, il 3 per cento va in Cina (per l’assemblaggio) mentre i bocconi più grossi finiscono in Giappone e Germania, fornitori di componenti importanti. Per quanto riguarda la new economy, la discontinuità rispetto al passato è profonda. Amazon, con tutti i suoi automatismi informatici, impiega 60 mila persone per generare un fatturato da 70 miliardi di dollari. Fosse stata un’azienda tradizionale avrebbe avuto bisogno di 600 mila persone per produrre altrettanta ricchezza. «Non andare alle casse self-service», rivendica Reich, «è un gesto politico» perché sancisce la non dispensabilità dell’essere umano che prima faceva i conti e vi dava il resto. In competizione con i robot, un addetto ai macelli che prendeva 40 mila dollari ora si deve accontentare di 24mila.

ricchi e poveriTerzo atto: come se ne esce? Dagli anni ‘80, complici le crisi energetiche, investire nelle industrie diventa meno sexy. Chi ha capitali li sposta sulla roulette finanziaria: soldi che producono soldi. Ancora una volta la politica favorisce il trasferimento, detassando i capital gain. Più vanno giù le tasse, tipico strumento di ridistribuzione, più cresce la diseguaglianza. Una lunga caduta che va dall’aliquota svedese di Eisenowher (90 per cento), al 77 di Nixon, al 50 e poi 28 di Reagan, sino alla timida risalita (35) di Obama. Che però non evita il paradosso denunciato da Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo: «Io pago il 17 per cento, mentre la mia segretaria Debbie il doppio. Non è giusto». Gli danno del comunista per questa necessaria constatazione. Non lo è affatto, e neanche Reich, che lo ripete da decenni: «Io sono rimasto un moderato, è lo sfondo politico che si è spostato». Una confessione che tanti, anche da noi, sottoscriverebbero.

L’ultima nota è sul fattore istruzione. Negli anni 60 Berkeley era gratuita. Ora costa circa 15 mila euro all’anno (ed è una delle più economiche). Più la gente è istruita, più l’ineguaglianza scende. Però più costa l’università, meno la gente la frequenta. E l’unico modo per tenere basse le rette è sussidiarle con le tasse. Che da Reagan a Berlusconi sono la bestia nera di ogni populismo. Un calcolo sbagliato, prima ancora che cinico. «La società» ricorda Reich «non è un gioco a somma zero. Anche i ricchi stanno meglio quando i meno ricchi comprano». Dimenticate l’austerity. Fate studiare i figli della classe media. Fate spendere i loro padri. Costi quel che costi.

Riccardo Staglianò da http://stagliano.blogautore.repubblica.it

Il costo della disuguaglianza ( di Joseph Stiglitz)

La disuguaglianza è un fenomeno che sta frenando lo sviluppo economico e che negli ultimi anni è cresciuto enormemente soprattutto negli Stati Uniti.disparità

Nella ‘terra delle opportunità’ per tutti, infatti, le iniquità sociali stanno mutando profondamente lo scenario economico. Oggi la qualità della vita dei bambini dipende sempre di più dal livello di istruzione e di reddito dei loro genitori. Negli Stati Uniti, in pratica, le possibilità di migliorare le proprie condizioni economico-sociali sono inferiori rispetto, per esempio, alla Scandinavia. Tutto ciò non è il risultato inevitabile della globalizzazione dell’economia e, quindi, dell’incremento della competizione tra i mercati. I Paesi del Nord Europa, infatti, giocano alle stesse nostre regole, ma le loro economie crescono più rapidamente e con maggior equità sociale. Sebbene dunque le forze che muovono i mercati sono globali, gli effetti sulle singole economie locali producono risultati marcatamente differenti.
È anche vero che in alcuni Paesi, specie quelli emergenti, le disparità si stanno assottigliando, ma si deve fare di più. Il Brasile è un esempio calzante di come nel giro di 20 anni le differenze sociali si sono ridotte drasticamente attraverso politiche di sviluppo bipartisan che hanno privilegiato gli investimenti nell’istruzione, nel welfare, nella sanità e nella nutrizione per tutti. (…)

Oggi i costi altissimi della disuguaglianza dipendono in gran parte dal modo in cui questa viene generata. Un tempo si pensava che guadagnava di più chi meritava di più e in questo modo le iniquità venivano giustificate moralmente e considerate addirittura necessarie per incentivare le persone a fare meglio. Così la politica economica adottata da molti Governi negli ultimi 20 anni invece di ‘ampliare la torta dell’economia’, ha spinto le persone a competere tra di loro per accaparrarsi la fetta più grande: un processo involutivo che ha distrutto benessere. (….)
La diagnosi è che la politica è alla radice del problema, perché è il posto in cui le regole del gioco vengono stabilite. Quando il settore finanziario viene lasciato libero di fare predatory lending (ovvero pratiche abusive di esercizio del credito, che colpiscono soprattutto le fasce della popolazione meno preparate e più povere) si crea una relazione permanente tra disuguaglianza e instabilità economica. (…)salario

È quanto accade in particolare negli Stati Uniti, dove attualmente la crescita del reddito pro capite riguarda una cerchia sempre più ristretta di persone: i salari dei lavoratori a tempo pieno – che un tempo rappresentavano la classe media americana – sono inferiori in termini di potere di acquisto rispetto a quelli del 1968. Per questo mi preme molto ritornare sul tema dell’istruzione, che rappresenta la sola porta d’ingresso verso un futuro di maggior prosperità per tutti i cittadini. (…)

Solo l’8% degli studenti che frequentano i migliori college americani provengono da classi meno abbienti. Questo significa che la società americana sta sprecando una delle sue risorse più importanti: quella umana. Finora alla globalizzazione abbiamo risposto riducendo i salari e tagliando i benefici sociali: il risultato è stato fallimentare perché ci siamo impoveriti. La mia visione invece – che è finalizzata alla costruzione di un futuro meno iniquo – guarda al periodo che va dalla seconda guerra mondiale agli anni Ottanta, quando tutta la popolazione americana ha beneficiato della crescita economica. Il mio auspicio è che si possa vivere un nuovo periodo come questo, seppur in un contesto radicalmente diverso. Ma per fare in modo che il nostro sistema diventi più dinamico e resiliente, l’obiettivo primario da perseguire è quello della crescita del benessere per tutti.

tratto dall’intervento di Joseph Stiglitz – vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 2001 – al World Economic Forum 2013 di Davos (Svizzera)

Da www.greenbusinessweb.it

L’Italia disuguale, invisibile alla politica (di Mario Pianta)

Il prodotto dell’economia si distribuisce in tre parti: quella che va al lavoro come salari, quella che va alle imprese come profitti e quella che va alla finanza come interessi e rendite. Secondo Eurostat, nei 17 paesi dell’eurozona la quota dei profitti e delle rendite nel 2010 è del 40%, mentre ai salari va il 60% del reddito. In Italia la fetta dei profitti nel 2010 era del 45%, con la quota dei salari al 55%. I profitti sono cresciuti in Italia del 3% in media l’anno tra il 1993 e il 2000, e dello 0,6% tra il 2000 e il 2007. La “fetta” dei salari è cresciuta dello 0,8 negli anni novanta e dell’1,8% l’anno negli anni duemila. Ma se consideriamo i salari medi per lavoratore, troviamo che sono diminuiti di oltre lo 0,1% in media l’anno per due decenni.

distribuzione redditiQuesta è la distribuzione tra le classi sociali. E quella tra gli individui? Due rapporti dell’Ocse hanno analizzato i redditi degli individui, trovando un aumento generalizzato delle disuguaglianze in quasi tutti i paesi tra gli anni ottanta e oggi. Nel 2008 il reddito familiare disponibile medio degli italiani di età lavorativa era di 19.400 euro; per il 10% più ricco era di 49.300 euro, per il rimanente 90% era di 16.000 euro, per il 10% più povero di appena 4.900 euro.

Tra la metà degli anni ottanta e la fine degli anni duemila il reddito disponibile (in termini reali) per la popolazione in età di lavoro è aumentato di 126 miliardi di euro: è stato questo l’aumento della “torta” delle possibilità di spesa. Il 10% dei più ricchi se ne è preso un terzo, 42 miliardi, pari a 11 mila euro in più per individuo. Al 10% dei più poveri sono andate solo le briciole, 8 miliardi, pari a 200 euro di aumento pro capite. Il risultato è che oggi, secondo l’Ocse, la disuguaglianza nei redditi di mercato in Italia – sulla base di diverse misure – è superiore alla media dell’Europa, ed è superata solo da Portogallo e Gran Bretagna.

Guardiamo più da vicino il vertice della piramide. L’1% più ricco degli italiani – 380 mila persone in età di lavoro – ha una fetta del reddito totale di quasi il 10% nel 2008, contro il 7% degli anni ottanta. Ancora più in alto, i 38 mila che sono lo 0,1% più ricco degli italiani hanno una quota di reddito passata dall’1,8 al 2,6% del totale del paese: 19 miliardi, oltre 500 mila euro l’anno per ciascuno. Lo stesso ammontare se lo deve dividere oggi in Italia il 10% più povero della popolazione in età di lavoro: 38 mila persone possono spendere come 3 milioni e 800 mila, ogni ricco ha il reddito di cento poveri.

disparitàPoi c’è lo stock di ricchezza da considerare. Nel 2010 la ricchezza netta totale degli italiani era stimata in 9.500 miliardi di euro, ed è cresciuta moltissimo: oggi (a prezzi costanti) è sette volte e mezza in più del 1965; il tasso di crescita è stato del 4,7% l’anno, un record a confronto con il ristagno del reddito complessivo. Il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza totale, mentre riceve il 27% del reddito. Il 50% delle famiglie più povere dispone di appena il 10% della ricchezza totale. All’estremo vertice della piramide, ciascuno dei dieci individui più ricchi d’Italia ha una ricchezza pari a quella di trecentomila italiani poveri. Un dato da paese feudale.

È possibile che questa realtà sia stata completamente invisibile nelle elezioni dello scorso febbraio? Il peso del debito pubblico, l’obbligo dell’austerità, i “vincoli posti dall’Europa”, la riduzione delle tasse sono i temi che hanno occupato lo spazio della politica e dato forma ai programmi elettorali. Il centro sinistra si è presentato all’insegna dell’”Italia bene comune” e dell’”Italia giusta”: riferimenti opportuni, ma rimasti privi di contenuti quando si passava alle proposte politiche. Di quali fossero le ingiustizie dell’Italia non si è parlato in campagna elettorale. Meno ancora di come porvi rimedio.

Oggi l’ingiustizia più grande del paese non sono le tasse, non è la precarietà, non è la disoccupazione provocata dalla crisi, non è nemmeno la “casta” dei politici: è la disuguaglianza. È questa l’ingiustizia in cui confluiscono tutte le precedenti, il fenomeno che indebolisce l’economia, frammenta la società, snatura la politica. È il risultato del cambiamento, a partire dagli anni ottanta, nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, degli effetti di globalizzazione, nuove tecnologie e strategie d’impresa che hanno distrutto posti di lavoro, delle conseguenze di politiche che hanno ridotto tutele e diritti, fermato la redistribuzione, protetto i privilegi e lasciato crescere la povertà. Da qui viene l’impoverimento di nove italiani su dieci e la concentrazione di reddito e ricchezza nelle mani del 10% di privilegiati: una realtà rimasta fuori dai riflettori della campagna elettorale e difficile da comprendere anche per molti cittadini.

Alcuni hanno percepito come ingiustizia l’imposizione dell’Imu e il carico fiscale – e questo ha portato all’impropria convergenza nelle urne tra l’élite dei veri privilegiati e classi medie impoverite aggrappate alle loro proprietà, alle opportunità di condoni ed evasione fiscale. Si è consolidato in questo modo quel 29% di elettorato restato fedele a Berlusconi e alla Lega. Altri hanno percepito come ingiustizia la perdita di lavoro, reddito e diritti provocata dalla crisi e dalle politiche di austerità. L’assenza di una prospettiva politica capace di intervenire su questi fattori di disagio sociale ha alimentato il consenso elettorale del Movimento Cinque Stelle, sottraendo voti a un centro sinistra che in questi decenni non ha visto il problema delle disuguaglianze e non è intervenuto per limitarle.

Se la politica tradizionale è sorda e impotente di fronte al peggioramento delle condizioni di vita di nove italiani su dieci, allora il tasche vuoteconsenso va a chi offre un rifiuto radicale di quella politica. Oppure si estende l’astensione dal voto. In entrambi i casi, il comportamento elettorale diventa l’espressione diretta di una particolare condizione individuale. E questo orizzonte esclusivamente individuale è esso stesso alla base della diffusa accettazione, negli ultimi decenni, di disuguaglianze crescenti. È cresciuta la “tolleranza” sociale per i superstipendi di manager e calciatori, come per il crescente numero dei senza casa; è mancata la protesta contro l’aumento delle disparità; l’uguaglianza è stata ridotta alle pari opportunità.

Di fronte alla profondità della crisi economica e sociale, e alla gravità dello sconvolgimento politico avvenuto col voto di febbraio, è essenziale mettere al centro la questione della disuguaglianza: capire come si può cambiare una distribuzione del reddito così ingiusta, come si può ricomporre la frammentazione sociale, come si possono dare risposte alla frustrazione politica.

Tratto da www.sbilanciamoci.info

Contro la speculazione e la disuguaglianza (di Claudio Lombardi)

Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena va inquadrato da diversi punti di vista. Quello meno evidenziato nelle polemiche di questi giorni è l’irresponsabilità e il grande potere sul denaro che hanno i vertici delle aziende. Non è una novità ovviamente e non è un fenomeno che riguarda solo il Monte dei Paschi o solo le banche; sono anni se non decenni che assistiamo increduli alla crescita della quota delle ricchezze aziendali che i grandi manager si auto attribuiscono nella generale passività. Chiamarli guadagni non si può perché non c’è un lavoro che meriti di essere pagato decine di milioni di dollari o di euro. Eppure è ciò che è accaduto da quando l’occidente è stato preso dalla “febbre” del neoliberismo che ha svincolato la ricerca del guadagno da ogni logica di interesse collettivo. Così una quota importante del valore prodotto dalle aziende è finito nelle tasche di chi siede al vertice.

Si va dalla buonuscita di 4 milioni di euro corrisposta all’ex Direttore Generale di Monte Paschi alla fine del 2011, a quella stratosferica (16,65 milioni di euro) data a Cesare Geronzi dopo appena un anno di presidenza delle Generali a quella assurda (11,2 milioni di extra bonus) concessa dai famigerati Ligresti a Fausto Marchionni amministratore delegato di Fonsai azienda distrutta da una gestione truffaldina fatta pagare ai piccoli azionisti che hanno perso il 90% del valore delle azioni.

Gli esempi sono tanti in Italia e all’estero perché il fenomeno è mondiale e si è imposto come un fatto indiscutibile derivante dalle regole del mercato. In realtà il mercato non c’entra niente, ma c’entra moltissimo la disuguaglianza che sempre più viene esibita come un esempio verso cui tendere.

La manifestazione più evidente è la disparità dei redditi che si è acuita sia fra i lavoratori autonomi che fra quelli dipendenti e soltanto l’intervento del welfare ha potuto mitigarne in piccola parte gli effetti. Un intervento che oggi è seriamente messo in discussione dalla crisi delle finanze pubbliche.

La combinazione di disuguaglianza salariale crescente e aumenti molto contenuti dei salari medi ha fatto in modo che i redditi più bassi abbiano determinato la creazione di nuove forme di povertà non più legate all’assenza di lavoro. Di contro anche in Italia si è verificata quella polarizzazione dei redditi e dei patrimoni che ha visto la netta crescita di una ristretta minoranza che possiede la gran parte delle ricchezze a scapito della quota di reddito della grande maggioranza della popolazione (meno del 10% delle famiglie possiede il 50% della ricchezza, mentre il 50% ne possiede il 10%).

La disuguaglianza, inoltre, si trasmette fra le generazioni cancellando le opportunità di crescita e la mobilità sociale che erano una caratteristica dell’occidente capitalistico uscito dalla 2° guerra mondiale.

Possiamo pensare che le disparità evidenziate dai guadagni di una piccola minoranza siano il prodotto dell’equilibrio fra la domanda e l’offerta sul mercato del lavoro? Evidentemente no.

Possiamo affermare che quei livelli retributivi derivano da meriti eccezionali? Anche qui la risposta è no perché si tratta di persone i cui guadagni sono spesso svincolati dai risultati raggiunti nel loro lavoro e perché le loro competenze professionali  derivano più dalla rete di collegamenti nella quale sono inseriti che dalle superlative capacità di cui sarebbero (e non sono) dotati.

Mettere in discussione quei guadagni non è facile perché si tirano in ballo idee ben radicate nella nostra cultura.

Per esempio l’idea di libertà. Si dice che quei guadagni sono decisi dal libero mercato, ma non è vero perché il mercato non è in grado di valutare i meriti e i talenti di ognuno senza farsi influenzare da fattori che con la libertà dei mercati c’entrano poco. Il primo di questi fattori è il potere. Lo possiamo constata tre nelle vicende di questi giorni che riguardano l’estrema facilità dei vertici del MPS di eludere i controlli e di disporre del patrimonio della banca impegnandone i guadagni futuri fino ai limiti del crollo senza incontrare una seria resistenza né nei controlli, né nelle sanzioni.

In questo modo sono proprio i principi del libero mercato che vengono stravolti e piegati ad uso e consumo di élite di affaristi annidati in diversi settori dell’economia e fortemente intrecciati con la politica che governa le istituzioni pubbliche.

La crisi delle economie occidentali contagiate da una speculazione finanziaria senza freni è la conferma che non esiste libertà dei mercati senza una forte regolazione imposta dai poteri pubblici nazionali e internazionali. Di fronte all’aggressione di minoranze determinate ad impossessarsi delle ricchezze della società il mercato fallisce e diventa uno strumento di oppressione dei pochi sui tanti. Nel chiuso di mondi paralleli le nuove caste costruiscono un feudalesimo planetario che non si articola più per domini territoriali, ma vive nella simulazione di ricchezze che non esistono realmente facendosi forte del rispetto delle regole che tutti gli altri osservano. Il derivato più assurdo infatti sarà sempre considerato un contratto e, come tale, rispettato.

Tutto ciò costituisce un rischio per le libertà di tutti e per gli equilibri sociali. La reazione non può che esserci attraverso gli stati e le unioni di stati perché di fronte ai nuovi poteri finanziari i singoli stati da soli possono fare ben poco. Quindi c’è bisogno di Europa è inutile girarci intorno. E c’è bisogno della politica che va riportata, attraverso la trasparenza e la partecipazione, ai cittadini che ne sono i legittimi titolari. La risposta migliore però non potrà darla l’Italia da sola, ma dovrà essere una risposta europea. Per questo la prossima legislatura dovrà segnare anche un nuovo inizio per l’Unione Europea.

Claudio Lombardi

Disuguaglianza, altro che meritocrazia! (di Samanta Di Persio)

Pubblichiamo uno degli interventi all’incontro organizzato dal gruppo VotiamoliVia a Napoli sulla condizione delle donne al Sud

Mi sono laureata nel 2004 all’età di 24 anni, l’anno dopo ho conseguito un master in statistica. Ho sempre lavorato e studiato perché a casa mia le cose funzionavano così ed anch’io ritenevo giusto non gravare completamente sui miei genitori.

Al primo superiore scoprii che la meritocrazia non esisteva. La professoressa di lettere mi interrogò insieme ad un altro compagno. Il pomeriggio precedente l’avevo trascorso a studiare, il risultato fu un 6 e mezzo per me e 7 e mezzo per il mio compagno. Scoppiai a piangere perché non ritenevo giusto quel voto, ricordo che si avvicinò Andrea e mi chiese: “Perché piangi?” “Ho studiato tutto il pomeriggio” risposi e lui aggiunse: “Ma lui è il nipote della Prof”. Diventai una furia, mi sentivo presa in giro. Dagli adulti avevo sentito ogni tanto pronunciare la parola lavoro accanto a quella raccomandazione, ma si erano dimenticati della scuola. Forse da quel momento ho iniziato ad avere repulsione per tutte le ingiustizie, prepotenze ed ingerenze. Capii che per essere appetibile nel mondo del lavoro avrei dovuto accelerare i tempi negli studi, così ho fatto.

Ma forse nel frattempo mi ero illusa che con la sola meritocrazia potessi fare grandi cose… nel 2006 passai una preselezione per l’Istituto San Paolo, ma sulla comunicazione c’era scritto: il fatto di aver superato la prova non mi dava diritto l’accesso alla prova successiva. Insomma, senza raccomandazioni non avrei trovato nemmeno il lavoretto da barista che mi ha permesso di pagarmi in parte gli studi.

Non serve un Ministro per dirmi che appartengo ad una generazione persa. Questa società l’ho trovata così, ma mentre si arrivava a questo punto io avevo 10 anni, il Premier Monti & co. erano già adulti, insegnavano, governavano, erano già in posti chiave, cos’hanno fatto per contrastare la disfatta politica, economica e sociale di questo Paese? Cos’hanno fatto per far restare i laureati della mia classe e delle successive in Italia? Nulla! Anzi, hanno partecipato a cene e banchetti offerti dai poteri forti, dalle lobby ed oggi sono stati chiamati, in base a quei rapporti coltivati nel tempo, a porre rimedio a qualcosa di irreparabile.

Mi ritengo fortunata perché almeno ho potuto realizzare il mio sogno, scrivere, parlare delle storture di questo Paese, dar voce a coloro che vengono considerati invisibili dai rappresentati che eleggiamo. Il distacco fra cittadino e politica ha creato un vuoto, questo vuoto è la causa delle generazioni perse perché i figli di papà possono studiare in scuole di prestigio, possono entrare in politica, in un consiglio di amministrazione o in aziende prestigiose, possono comperarsi un pezzo di carta (se proprio sono somari), quindi i genitori/governanti non possono nemmeno immaginare quali siano i problemi reali delle giovani generazioni (ma anche dei padri che perdono il lavoro). Devono essere contenti che non siamo una generazione violenta, perché abbiamo i nostri genitori che fungono da ammortizzatori sociali, ma quando anche loro verranno licenziati o la pensione diventerà sempre più irraggiungibile, le generazioni perse saranno diverse.

Se non pronunciamo più la parola futuro non è perché non ci piace, è perché ce l’hanno tolto ed i provvedimenti che stanno prendendo non fanno sperare nulla di buono. Alla fine: la Chiesa non paga l’Imu, gli uomini più ricchi d’Italia non pagano tasse in base al loro reddito, non è stato vietato il cumulo degli incarichi pubblici, non sono stati toccati coloro che gestiscono beni pubblici in concessione. Come potrebbe un Vescovo, un Befera o un trota sentirsi parte di una generazione persa? Al massimo potrebbero perdersi in Transatlantico! Allora chiamateci con il nostro nome: generazione indotta all’incazzatura causa disuguaglianze.

Marta Di Persio

I giovani: una generazione perduta? (di Luca Aterini)

«Impegnamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre di generazioni perdute». Nell’intervista rilasciata a Sette, Mario Monti spiega che tra le qualità che gli piacerebbe avere rientra «la spontaneità», ma talvolta la esercita con fin troppo vigore. La realtà che accomuna una fetta sempre più grande dei giovani italiani è certamente allarmante; non serve ricorrere alle opinioni per averne conferma quando, una volta tanto, basta osservare i numeri. I dati più recenti prodotti dall’Istat parlano di un tasso di disoccupazione giovanile giunto al 36,2%, un record. Fossimo davvero in un «percorso di guerra», questo sarebbe un bagno di sangue.

Se la libertà di stampa, come suggeriva Orwell, consiste nel diritto di poter dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire, è opportuno che il premier rimarchi la drammaticità della situazione. Un conto, però, è dire che sì, i giovani sono tra le prime vittime della crisi, ma che comunque la società tutta saprà impegnarsi per garantire loro un futuro (che è il futuro stesso della società); un altro paio di maniche è invece affermare che «la verità purtroppo non bella da dire, è che messaggi di speranza – nel senso della trasformazione e del miglioramento del sistema – possono essere dati ai giovani che verranno tra qualche anno. Ma esiste un aspetto di “generazione perduta” purtroppo. Più che attenuare il fenomeno con parole buone credo che chi in qualche modo partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni».

«Limitare i danni» è urgente, ma non sufficiente. Tolta anche la speranza, davvero non rimane più nulla, e questo non possiamo permettercelo: resterebbe l’accanimento terapeutico, e staccare la spina al paziente esangue sarebbe allora un attimo. Questa forma di rassegnazione ben si inserisce nella corrente che – da decenni, ormai – spinge la maggioranza dei Paesi occidentali, i cosiddetti “paesi civili”, a produrre ambienti sociali caratterizzati dalla disuguaglianza, che è l’unica cosa che cresce in questi tempi di magra economia.

Secondo dati Ocse, nel 2008 il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta. Ecco che le proteste di strada dei movimenti Occupy contro l’1% della popolazione ricca, contrapposta al restante 99%, nelle loro estremizzazioni ne nascondono un’altra, di “verità purtroppo non bella da dire”: come scrive Leopoldo Fabiani per La Repubblica, citando i dati proposti dal Nobel Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro, The Price of Inequality: addirittura negli Stati Uniti «accade che sei persone (gli eredi della famiglia Walton che controlla l’impero commerciale Wal-Mart) dispongano di una ricchezza di 90 miliardi dollari, equivalente a quella dell’intero 30% della popolazione americana.

La disuguaglianza tra la parte più ricca e quella più povera della società, diventata clamorosamente evidente in questi anni di recessione e di impoverimento generale, ha radici che vanno indietro nel tempo».

La nostra stessa Carta costituzionale afferma, all’articolo 3, che «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Un principio di uguaglianza sostanziale, che il presidente del Consiglio non può liquidare affermando soltanto la volontà di «limitare i danni» della crisi per le nuove generazioni.

Rifacendosi alla definizione stessa di sviluppo sostenibile, stilata nel 1987 nel rapporto Brundtland della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, quello desiderato è «uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni». Non c’è spazio per limitazioni dei danni, quanto per la volontà propositiva di cambiare modello di sviluppo, un compito per le quali le giovani generazioni – che abiteranno il pianeta negli anni a venire – hanno un ruolo centrale.

Riscoprendosi progressista, nella stessa intervista Monti afferma che «non bisogna più avere paura, come è stato per venti-trent’anni dopo l’inizio di Reagan e Thatcher, di parlare di politiche contro le eccessive disuguaglianze e di fiscalità progressiva». Bene, cominciamo dunque a parlarne da subito, riguardo al presente e non solo ad un futuro indefinito.

Luca Aterini da www.greenreport.it

Welfare, uguaglianza, crescita: ecco la Svezia senza crisi

Da un articolo di Gabriele Catania tratto da www.linkiesta.it

Un lungo articolo che si può leggere in versione integrale su www.linkiesta.it ci mostra una faccia diversa dell’Europa in crisi, quella della Svezia. “Nel 2010 è stata l’economia che è cresciuta di più in tutta Europa. Il welfare è un modello, i servizi efficienti, l’università gratuita. Le tasse sono alte, ma lo Stato usa bene i soldi dei contribuenti e l’idea è che le disuguaglianze siano ridotte il più possibile. Il paese è aperto ad innovazione e concordia fra le parti sociali. Qualche problema c’è, ma la Svezia è un modello. Da imitare.”

Il tratto che caratterizza la società svedese è una maggiore uguaglianza rispetto all’Italia e agli altri paesi europei. Ciò non significa che manchino i ricchi né che il contesto e le tendenze generali non abbiano prodotto maggiori differenze sociali rispetto al passato, ma “sia chiaro: la Svezia non è una giungla liberista….. In un mondo dove il divario tra ricchi e poveri si allarga, la classe media svedese regge.”

Oggi gli equilibri politici sono cambiati e, invece dei socialdemocratici, Primo ministro è un conservatore “i giovani tornano a usare il “voi” con gli estranei, e la popolazione urbana conduce uno stile di vita sempre più “americano”. “Gli svedesi credono ancora in valori come l’uguaglianza e la solidarietà. Tuttavia li coniugano, più che in passato, con maggior efficienza e dinamismo economici. I risultati si vedono. Nel 2010 la nazione dell’Unione Europea con il miglior tasso di crescita non è stata la Germania (+3,6%). O la Finlandia (+3,6%). Neanche la Slovacchia (+4%) o la Polonia (+3,8%). No. L’economia che ha fatto meglio di tutte è stata la Svezia: +5,7%. “ A ciò va aggiunto che “tra il 2003 e il 2008……. la crescita media annuale del Pil svedese è stata pari al 2,8%. Più della Germania (+1,8%), del Regno Unito (+2,2%) o degli Stati Uniti (+2,4%). Sono dati che, oggettivamente, colpiscono. «La Svezia mette al primo posto la sua gente». A dirlo è Eric Maskin, Nobel dell’economia 2007.

Nell’articolo si precisa che ha funzionato la rete di sicurezza sociale “impedendo che la distruzione di posti di lavoro riducesse i consumi.” Questo è un punto cruciale dello scontro in atto in Europa che divide gli appassionati del rigore dei conti da chi ricorda che, strozzando i consumi di milioni di persone, si uccide l’economia. Infatti in Svezia la crescita è continuata nel 2011 e così sarà anche nel 2012 pur con tassi (ma positivi) in diminuzione.

“I mercati si fidano della Svezia: lo spread tra titoli di stato decennali svedesi e bund di analoga durata si colloca intorno allo zero.” Nell’articolo si ricorda l’esperienza di chi vive e lavora lì e che giudica simile a quello italiano il livello dei prezzi (e delle tasse), ma a fronte di stipendi molto superiori. Non solo, ma si ricorda che “a Stoccolma ci sono cantieri ovunque: dall’ampliamento della metropolitana alla costruzione di un nuovo polo ospedaliero, qui gli investimenti si fanno. E i consumi vanno, la gente è ottimista, i servizi sono davvero validi».

Quindi “un Paese con un’economia competitiva e un buon welfare” che, “malgrado i tagli e le riforme, resta generoso. Contribuendo a fare della Svezia uno dei luoghi migliori al mondo dove vivere.” “La Svezia investe in istruzione il 6,6% del proprio Pil, oltre un punto e mezzo in più dell’eurozona. L’università è gratis, non solo per gli svedesi, ma per tutti i cittadini europei. È il quarto miglior posto al mondo dove essere madri, l’aspettativa di vita è tra le più alte del pianeta, le infrastrutture sanitarie sono ottime.” E “la vita dei genitori, in Svezia, sembra essere meno difficile che altrove.” Quindi tasso di fecondità che sfiora i 2 figli per donna, contro gli 1,4 dell’Italia o della Germania.

Altro primato: la condizione delle donne perché “la Svezia è la quarta nazione al mondo più amica del sesso femminile.” E ciò si traduce in un tasso di occupazione femminile tra i più alti d’Europa (70,3% contro il 46,1% dell’Italia e il 66,1% della Germania). “Gli svedesi sembrano essere giunti alla conclusione che nell’ambito dei rapporti tra i sessi (così come in altri ambiti), politiche serie a favore dell’uguaglianza rendano più competitivo il Paese.”

Una sanità generalmente di buon livello. Scuole ben finanziate. Sostegno alla famiglia e ai giovani. Il welfare svedese non piace solo alla piccola e media borghesia. Riscuote un certo consenso persino tra i più abbienti”. Ma costa molto. “E infatti le tasse, in Svezia, sono tra le più alte del mondo. Nel 2009 le entrate fiscali hanno rappresentato il 46,4% del PIL, un dato inferiore solo a quello della Danimarca (48,2%) ma superiore a quello dell’Italia (43,5%). Eppure i contribuenti svedesi non si lamentano troppo. Perché lo Stato chiede molto, ma in cambio offre altrettanto.”

Tutto ciò non ha evitato periodi di crisi che sono stati affrontati, però, senza distruggere i cardini del modello svedese. L’economia adesso è solida, orientata all’esportazione e fondata sul più ampio uso delle tecnologie avanzate. La banda larga è diffusissima e internet è usato perfino dai più anziani e c’è un computer per ogni abitante.

“Dietro il successo svedese, però, non ci sono solo aziende che esportano e tanta tecnologia. Ci sono buone infrastrutture. Un forte rispetto dei contratti. Una burocrazia trasparente, amica delle imprese e dei cittadini. Un mercato del lavoro flessibile. E appunto un welfare valido. Che forgia cittadini istruiti, dal forte senso civico e, soprattutto, capaci di guardare alle sfide del futuro senza troppo timore. Grazie alla consapevolezza di poter contare sul sostegno dello Stato.”

Quindi niente posizioni ultra-liberiste nemmeno da parte dei conservatori al governo dal 2006 e niente corruzione. Inoltre “rispetto ad altri Paesi europei c’è meno conflittualità, politica, ma anche sociale.”

In definitiva vincono i pilastri del modello svedese: Solidarietà. Merito. Consenso. Partecipazione.

E se il segreto fosse proprio  che «la Svezia mette al primo posto la sua gente»?

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