Abbattere la disuguaglianza: cominciamo con un tetto alle retribuzioni dei top manager (di Lapo Berti)

Nell’anno 2010 il rapporto tra il compenso percepito da un lavoratore dipendente e un amministratore delegato è stato di uno a ottantasei nel settore del credito (con picchi oltre le cento volte) e di uno a centodieci nell’economia nel suo complesso. Non siamo ai livelli massimi dell’economia mondiale, dove la retribuzione di un top manager può essere 900 volte quella di un lavoratore medio, ma ce n’è abbastanza perché anche qui suoni un campanello d’allarme.

Il 15 marzo scorso le segreterie nazionali delle associazioni del credito hanno inviato al Presidente del consiglio, al Governatore della Banca d’Italia e al Presidente dell’ABI una lettera in cui chiedono che venga posto un limite al divario fra le retribuzioni dei manager del settore bancario e quelle dei semplici dipendenti. Nella lettera, tale limite di “sostenibilità” della disuguaglianza è fissato a 20 volte.

A parte la misura con cui l’attuale governo ha posto il limite di 300.000 alle retribuzione percepite dai manager della Pubblica amministrazione, è la prima volta, per quanto ne so, che si affronta direttamente il problema dell’abnorme disuguaglianza fra i redditi percepiti dai manager delle grandi imprese e quelli dei comuni lavoratori.

Un divario, anche consistente, fra le retribuzioni di queste due categorie c’è sempre stato, naturalmente, ma è solo negli ultimi decenni dominati dalla versione neo-liberale della parola d’ordine “Arricchitevi!”, che esso ha raggiunto il livello di guardia, segnalando che nei nostri sistemi economici c’è qualcosa che non va. Un sistema che produce al proprio interno queste intollerabili, e ingiustificate, differenze di reddito e, quindi, di ricchezza fra coloro che ne fanno parte e che contribuiscono variamente al suo mantenimento, alla fine è destinato a implodere di fronte all’incapacità di mantenere un ordine sociale degno di questo nome. Tutte le statistiche mostrano, infatti, una stretta correlazione fra il livello di disuguaglianza che domina in un certo paese e i problemi sociali che esso si trova ad affrontare: dal basso livello di fiducia alle malattie mentali, dalle aspettative di vita e la mortalità infantile all’obesità, dagli omicidi al numero dei detenuti, dalla riuscita scolastica alla mobilità sociale.

Non basta la ricchezza in sé a risolvere o ad attenuare i problemi sociali. Occorre anche che sia distribuita in maniera sufficientemente egualitaria. E’ quanto ci mostrano le statistiche che mettono costantemente in cima alle classifiche dei paesi che meglio affrontano i problemi sociali quelli che non solo hanno elevati livelli di reddito e di ricchezza, ma li distribuiscono in maniera egualitaria fra le diverse categorie di cittadini. Il drappello dei paesi virtuosi comprende, in ordine, il Giappone, la Finlandia, la Norvegia, la Svezia, la Danimarca, il Belgio, l’Austria, la Germania. Non cercate l’Italia fra questi, perché essa tende a stare con quelli meno virtuosi, in cui la distribuzione del reddito è più disuguale, il Portogallo, gli Stati Uniti, la Grecia, la Nuova Zelanda.

Se ne ricava una morale semplice da enunciare, ma difficile da mettere in pratica, specialmente nei paesi, come il nostro, in cui una politica debole e alla disperata ricerca di consenso non può permettersi scelte drastiche in termini di tassazione. Se si vuole uscire dalla crisi, da questa crisi, e incamminarsi verso un ordine economico e sociale protetto dagli eccessi cui abbiamo assistito, occorre dedicare molta attenzione alla distribuzione del reddito e della ricchezza. La riduzione della disuguaglianza è il modo più efficace e immediato per migliorare la qualità della vita di tutti noi e anche la qualità dell’ambiente sociale in cui viviamo.

Fissare un tetto massimo al divario fra le retribuzioni dei top manager e quelli della media dei lavoratori può essere un primo passo, può essere un segnale, un modo forte di attirare l’attenzione su di un problema che sta dissestando gli equilibri sociali, oltre che ponendo in questione l’efficacia dell’ordinamento democratico delle nostre società. Ma non può essere la soluzione definitiva. Prima di tutto perché non si può affidare alla contrattazione fra parti sociali la fissazione di condizioni e parametri che hanno a che vedere con il bene comune e ne definiscono i contenuti. Una contrattazione fra parti sociali, per quanto animata dalle migliori intenzioni, è sempre esposta al rischio di scambi politici che, per quanto legittimi in ambito sindacale, non lo sono quando si devono fissare le regole che governano una comunità nel suo insieme. Occorre, quindi, aprire una stagione di riflessione collettiva e di dibattito pubblico in cui porre il problema di un nuovo modello economico e sociale e di un nuovo patto sociale che consenta di affrontarlo.

L’iniziativa delle associazioni italiane del credito è, comunque, da salutare con favore e da sostenere con forza, perché pone sul tavolo un problema di fronte al quale nessuna forza politica che aspiri a guidare l’uscita dalla crisi che stiamo attraversando potrà sottrarsi o evitare prese di posizione chiare ed esplicite. Da questa crisi di sistema si esce stabilmente soltanto se riesce a indirizzare l’economia capitalistica entro un sistema di regole che definisca, in primo luogo, i limiti, anche di rango costituzionale, che vanno posti all’esercizio del potere economico in mani private. Il potere economico deve essere strutturalmente separato dagli altri poteri che governano la società e posto in condizione di non interferire con il loro equilibrato esercizio. Il primo passo in questa direzione sta nell’evitare che gli uomini che si trovano a gestire il potere economico privato e pubblico lo sfruttino a fini personali, per creare disuguaglianze che la società non è in grado di tollerare, perché minano le basi della coesione fra gli individui. Il secondo passo, ancora di là da venire, sarà quello di regolare le dimensioni delle imprese economiche in modo da porle in equilibrio con le capacità di governo nazionali e sovranazionali. Non è più tollerabile, infatti, che formazioni economiche private possano accumulare un potere di condizionamento economico e, quindi, anche politico, capace di fronteggiare e, talora, di sovvertire le decisioni dei governi. Sono questi, crediamo, i primi punti nell’agenda politica del nuovo millennio.

Lapo Berti da www.lib21.org

Etica della ricchezza (da un articolo di Maurizio Franzini)

Pubblichiamo stralci di un articolo di Maurizio Franzini tratto da www.eticaeconomia.it. L’articolo offre ampi spunti di riflessione e di approfondimento su un tema cruciale dell’attuale assetto economico-sociale.

“Nel dibattito che ha accompagnato la  vertenza di Mirafiori si è più volte fatto riferimento alla retribuzione percepita da Marchionne. L’opinione pubblica è venuta, così, a conoscenza del fatto che il suo stipendio è pari a oltre 400 volte quello medio di un operaio della Fiat e questo già alto rapporto raggiungerebbe valori strabilianti se si tenesse conto anche di quella forma di retribuzione particolare che sono le stock options.  Lo stipendio di Marchionne offre l’opportunità di fare qualche riflessione sul fenomeno dei super-ricchi.”

“I percettori di redditi elevatissimi non sono, naturalmente, soltanto gli amministratori delegati. Di questo club piuttosto ristretto fanno parte numerosi altri soggetti, molti dei quali derivano – come gli amministratori delegati – il proprio reddito non dal capitale ma dal loro lavoro, per quanto speciale questo lavoro possa essere. Tra i super-ricchi ci sono le cosiddette superstar del mondo dello sport e dello spettacolo, alcuni grandi professionisti e forse – ma sempre meno –  anche qualche grand commis dello stato.”

“Se il lavoro consente di diventare super-ricchi, il possesso del capitale cessa di essere quel discrimine, quasi insuperabile, tra chi ha moltissimo e chi ha poco o pochissimo.”

“La crescente concentrazione del reddito nelle mani del ristretto gruppo dei super-ricchi ha anche contribuito a determinare quel marcato ampliamento nelle disuguaglianze che, come è noto, si è avuto nella quasi totalità dei paesi avanzati.”

“Lo straordinario privilegio di cui godono alcuni appare ancora più straordinario se invece dei redditi si considerano i patrimoni accumulati. Guardiamo i dati che Forbes ha pubblicato sugli italiani con i più consistenti patrimoni, evitando il capogiro che provocherebbe l’esame dei dati relativi ai più ricchi al mondo. In Italia, nel 2010, il patrimonio personale più elevato è risultato essere quello di  Michele Ferrero & famiglia stimato a 17 miliardi di dollari. Questa ingente ricchezza non è, però, sufficiente a salire oltre il 28° posto a livello mondiale. Il secondo italiano più ricco è Leonardo Del Vecchio con un patrimonio di 10,5 miliardi. Al terzo posto c’è Silvio Berlusconi & famiglia con un patrimonio di 9 miliardi, il 74° al mondo.
E’ interessante osservare, in primo luogo, che in tutti questi casi (ma anche per molti di quelli che li seguono nella graduatoria) il patrimonio risulta in sensibilissima crescita tra il 2009 e il 2010: quello di Ferrero è passato dai 9,5 miliardi del 2009 ai 17 miliardi del 2010 (quindi è quasi raddoppiato) e quello di Berlusconi è salito da 6,5 a 9 miliardi  (quindi un aumento del 50% circa). Non sembra che la crisi abbia avuto modo di “occuparsi” di questi patrimoni.”

“Di fronte a questi dati, non è facile evitare di porsi alcune fondamentali domande: cosa consente di remunerare con le somme elevatissime prima ricordate alcune prestazioni lavorative, anche se altamente qualificate? Qual è il processo di generazione delle super-ricchezze e che giudizio possiamo darne? C’è del merito in tutto questo? E’ bene dire subito che non disponiamo di risposte approfondite e interamente convincenti a queste domande.”

“Viene da chiedersi – limitandosi a una battuta su una questione che meriterebbe ben altri approfondimenti – come funzioni un mercato che permette redditi così elevati e così fortemente differenziati malgrado le  differenze nelle abilità (e in altri titoli di merito) dei singoli non sembrino davvero in grado di  spiegare quelle distanze. E non è a prova di logica desumere, come pure spesso si fa, la presenza del talento e del merito dalla altezza delle retribuzioni. Non è propriamente una buona spiegazione quella che attribuisce al mercato virtù tali da poter desumere l’esistenza del merito e del talento dalle retribuzioni che il mercato determina.”

“In realtà le presunte virtù del mercato devono essere provate e deve essere provato che esse tengono nel debito conto il “valore sociale” del contributo lavorativo di ciascuno. E’ forse opportuno ricordare che la legittimazione del mercato a svolgere il ruolo di istituzione principe nell’economia e nella società deriva largamente dal lavoro che gli economisti hanno fatto per dimostrare che esso è in grado di commisurare le remunerazioni al “valore sociale” che ciascuno contribuisce a creare, con le proprie abilità e il proprio impegno. E resta da provare che sia questo lo stesso mercato che assegna le stratosferiche retribuzioni di cui abbiamo parlato, così come è da provare che non siano all’opera, almeno in alcuni casi, le forze sottili del potere che – come è ben noto – dovrebbero essere del tutto assenti in un mercato ben funzionante.”

“In questo contesto, ma da una prospettiva assai diversa, sarebbe utile chiedersi anche quale sia la ricaduta sociale della ricchezza. La tesi a favore della ricchezza più citata è quella racchiusa nel famoso effetto trickle down: i ricchi, in vari modi, trasmetteranno al resto della società – e, in particolare, ai più poveri – parte della loro ricchezza cosicchè essi sarebbero i veicoli di un generalizzato aumento di benessere. Molti elementi, tra cui il persistere delle povertà, porterebbero  a contestare la generale validità di questa tesi. Più di frequente i ricchi generano altri ricchi alimentando un circuito chiuso della ricchezza che definisce una società fortemente segmentata, ben lontana da quella “aperta”, implicata dalla tesi del trickle-down.”

“Da questi ragionamenti appena abbozzati si può, dunque, trarre una conclusione, anche se provvisoria. La (grande) ricchezza – e non soltanto la povertà – può essere un problema sociale. E può esserlo per almeno due motivi: perché prova che il mercato non funziona come dovrebbe per avere piena legittimazione sociale e perché essa altera e distorce i rapporti sociali in un insieme di modi ben più numeroso di quelli a cui qui si è fatto cenno. Porre rimedio alle conseguenze negative della ricchezza eccessiva non è affatto facile. Sia perché si tratta di un problema di per sé molto delicato, sia perché la ricchezza genera anche potere e questo non facilita davvero la ricerca e l’attuazione di soluzioni ragionevoli. Per chi si muove al confine tra l’etica e l’economia non è una bella notizia. Ma la strada dell’approfondimento e della conoscenza resta l’unica percorribile.”

La disuguaglianza: il problema della nostra epoca (di Lapo Berti)

Se ci chiedessimo qual è il problema che più ha colpito e sensibilizzato l’opinione pubblica mondiale dentro gli avvitamenti della crisi, è probabile che la maggior parte di noi risponderebbero: la disuguaglianza. In nessun periodo della storia moderna si è assistito a una così grande, e intollerabile, divaricazione fra ricchi e poveri. I trent’anni di governi dominati dall’influenza di un liberismo cieco e socialmente irresponsabile hanno consentito che fra i più ricchi e i più poveri si creasse una divaricazione che nessuna ragione economica è in grado di giustificare. La ricchezza in mano al 10% più ricco della popolazione si è accresciuta a dismisura, raggiungendo e talora superando il 50% della ricchezza totale, mentre i redditi e la ricchezza posseduta dalla stragrande maggioranza dei cittadini rimanevano immobili o si riducevano. Una teoria sciagurata e manifestamente sbagliata, secondo la quale se si lascia che i ricchi si arricchiscano ulteriormente è l’intera società a beneficiarne perché i soldi, letteralmente, “gocciolano giù” (trickle down) e, prima o poi, arrivano a tutti, ha giustificato e promosso, per tre decenni, una rincorsa sfrenata e indecente degli stipendi concessi ai super manager indipendentemente dai risultati che conseguivano. Non è un’idea nuova. Già J. Fitzgerald Kennedy predicava che “l’alta marea solleva tutte le barche”. Insomma, quello che conta è che il reddito aumenti, non importa com’è distribuito. Ma oggi la disuguaglianza dei redditi ha raggiunto livelli intollerabili moralmente e socialmente e, soprattutto, priva di qualsiasi giustificazione economica. Non è più possibile considerarla un male necessario.

La ricchezza eccessiva minaccia la coesione sociale

Lo spettro dello “sterco del diavolo” è tornato a proiettare la sua ombra inquietante su di una società che, dal lontano Medioevo, non si è mai del tutto liberata di un timore atavico, quasi innato, nei confronti della ricchezza e di coloro che la maneggiano. L’antica e radicata diffidenza nei confronti dell’usura, nei confronti del “denaro che genera denaro” ovvero nei confronti della finanza, tradisce la percezione, forse inconsapevole, ma precisa che vi sono limiti alla disuguaglianza che una società può tollerare senza rischiare di disintegrarsi. Oltre quel limite c’è la dissoluzione del patto sociale, lo sfaldamento della fiducia, che è ciò che consente a una società di esistere rendendo possibile la cooperazione fra estranei, che è un altro modo per dire la civiltà.

A lungo, nel corso dei secoli, si è tentato di porre un limite alla ricchezza eccessiva o, quanto meno, all’esibizione sfrontata del consumo opulento. L’obbligo sociale di devolvere in beneficenza una parte delle proprie ricchezze, quasi una ridistribuzione volontaria del reddito e della ricchezza, come le leggi suntuarie che punteggiano l’evoluzione dei costumi sociali nei secoli che precedono il capitalismo stanno lì a testimoniare della costante preoccupazione per un ordine sociale che vede nella ricchezza esorbitante, nel potere economico di pochi, una minaccia mortale. Poi, il capitalismo arrembante ha cancellato tutte queste preoccupazioni, frutto di una sapienza millenaria, e, all’insegna del motto “Arricchitevi!” ha occultato il problema sociale della ricchezza sotto l’illusione di un benessere economico alla portata di tutti e, soprattutto, senza limiti. Il potere economico privato ha celebrato i suoi trionfi.

Come tante delle cose che hanno segnato la modernità, è negli Stati Uniti che, per la prima volta, ci si è resi conto che, quando il potere economico in mano ai privati raggiunge proporzioni che lo rendono capace di dominare in maniera incontrastata e di sottrarsi alle regole cui tutti obbediscono diventa un pericolo per la democrazie e si rivela incompatibile con qualsiasi ordine sociale. E’ lì che, per la prima volta, si è posto il problema di porre sotto controllo il potere economico per contrastare gli effetti perversi che può produrre sull’ordine sociale.

Nel 1890 è stata creata la prima autorità antitrust cui era affidato il compito di contrastare i tentativi di creare aggregazioni di potere economico in grado di condizionare gli sviluppi della vita sociale e di inquinare o addirittura mettere fuori gioco i meccanismi della democrazia. A distanza di più di un cinquantennio, l’esempio degli Stati Uniti è stato seguito dai maggiori paesi europei e ha trovato finalmente una sua codificazione nel Trattato di Roma che istituiva la Comunità europea. Per tutto un secolo, ci siamo illusi che fosse sufficiente affidare allo stato il compito di sorvegliare il potere economico per impedire che esso producesse effetti devastanti per l’ordine sociale. Si pensava che la disciplina della concorrenza fosse sufficiente a far sì che il potere economico rispettasse le regole che presiedono al buon funzionamento di una società democratica. Abbiamo visto che non è così. Le imprese sono costantemente impegnate, talora con un imponente dispendio di risorse, a contrastare e aggirare i vincoli della concorrenza, favorite, a livello globale, dall’assenza di istituzioni di controllo capaci di agire su scala planetaria. Abbiamo visto che i più poderosi e rovinosi cartelli si sono formati proprio nell’arena globale. A fronte di queste esorbitanti aggregazioni di potere, le autorità antitrust sono spesso disarmate e talora esposte al rischio di essere “catturate” dalle grandi imprese globali che dovrebbero controllare e tenere a freno.

Il “compromesso keynesiano”, che ha dominato la scena economica e politica dagli anni ’30 agli anni ’70 del secolo scorso, è stato forse il tentativo più avanzato, e riuscito, di contemperare le pulsioni socialmente distruttive del capitalismo con le esigenze dell’equità, della giustizia, della piena occupazione, che stanno alla base del patto sociale democratico, tramite estesi programmi di ridistribuzione del reddito. Ma anch’esso non ha retto alla pressione del capitalismo globalizzato e dell’impazzimento della finanza. A partire dagli Stati Uniti, il potere economico senza limiti ha fatto piazza pulita di tutte le regole sociali.

Il problema del potere economico

Il potere economico è una brutta bestia. Non si lascia domare facilmente e usa brutalmente la sua enorme forza per piegare ogni paletto, per travolgere ogni ostacolo che si opponga alla sua illimitata volontà di dominio. Le normative antitrust e le politiche ridistributive, per quanto efficaci, si sono dimostrate, alla fine, impotenti.

Le nostre costituzioni democratiche, figlie del costituzionalismo settecentesco, sono nate per disciplinare una volta per tutte l’esercizio dei poteri da cui dipende il funzionamento della società. I poteri sono stati separati e si sono cercate forme di bilanciamento reciproco. Ma si è trascurato il potere economico, forse perché allora non era così visibile e dirompente. Bisogna colmare quel vuoto.

Il potere economico eccessivo non può essere trattato come una semplice distorsione che si può correggere con qualche norma che lo disciplini. La necessità di sottoporre a controllo il potere economico eccessivo deve entrare a far parte, in maniera esplicita, del patto democratico. Il patto costituzionale che regge e rende possibile la convivenza all’interno di un regime democratico dev’essere riscritto per accogliere una disciplina del potere economico che ne disinneschi il potenziale distruttivo, senza eliminare l’incentivo del guadagno che è parte integrante delle società in cui viviamo. Occorre porre un limite all’accumulazione della ricchezza in mani private e alla concentrazione di potere che ne deriva. E questo limite, lo ripeto, dev’essere inscritto nella legge fondamentale, deve entrare a far parte del patto costituzionale che sta alla base del nostro ordinamento.

E’ questa la prima e principale sfida che dobbiamo affrontare per cominciare a costruire la società del ventunesimo secolo. Solo se si dà una risposta di sistema al problema del potere economico eccessivo si può tentare di dar vita a un nuovo “compromesso keynesiano” che ci consenta di superare la crisi di paradigma in cui siamo immersi.

Lapo Berti da www.lib21.org

La crisi e quattro temi cruciali da affrontare (di Lapo Berti)

Siamo a una di quelle svolte nella storia in cui molti, per non dire tutti, avvertono che qualcosa si è rotto nel meccanismo che per tanto tempo ci ha consentito di abitare il nostro mondo godendo di un costante miglioramento delle nostre condizioni di vita. Il mito del progresso, con la sua apparentemente infinita capacità di attrarre consenso e di rinnovarsi, si è infranto.

Cominciamo a vivere fra i detriti di questa rottura, senza che ancora ne percepiamo tutta la gravità e ineluttabilità. Qualcuno di noi pensa ancora che, dopo tutto, anche questa passerà e si riprenderà il cammino inarrestabile del progresso. Qualcuno avrà perso, qualcun altro avrà guadagnato, come sempre.

La svolta che stiamo vivendo è invece inedita. Lo è per le dimensioni, perché coinvolge il mondo intero e si fa percepire, con maggiore o minore intensità, in tutti i paesi. La crisi finanziaria prima e la recessione economica ora non sono i fenomeni consueti, per quanto rovinosi, che da sempre accompagnano l’evoluzione del capitalismo e ne scandiscono la storia. Sono i sintomi della fine di un ciclo storico, dell’esaurimento di un modello di organizzazione della vita sociale e della sua riproduzione. Se li sappiamo cogliere, se li sappiamo interpretare, possiamo aprire una fase nuova in cui far nascere, dall’interazione di tutti e con il coinvolgimento del maggior numero di persone, un contesto sociale, economico e politico in cui ritrovare il senso delle nostre vite, la capacità e il piacere di stare insieme fra sconosciuti, le regole della democrazia. Se lasciamo passare l’occasione, non avremo certo la fine del mondo, che non siamo ancora in condizione di decretare, ma, certo, il mondo in cui viviamo continuerà a deteriorarsi e le nostre vite a desertificarsi. E’ in gioco la qualità della vita di tutti.

I modelli economici e sociali non si cambiano facilmente, checché ne dicano i politici di mestiere più o meno interessati a vendere la loro ricetta, ma le persone possono, anche singolarmente, cominciare a cambiare i modi della loro interazione, a cambiare le cose che fanno e i modi in cui le fanno, a cambiare le domande che pongono al mondo e ai loro simili. E’ da quest’interazione che nascono i veri cambiamenti, quelli che vanno in profondità, al cuore delle cose. Quello che serve prima di tutto, dunque, è un cambiamento culturale, un mutamento nei comportamenti e negli atteggiamenti delle persone, che dia spazio a nuove risposte, all’esplorazione di modi inusitati e inesplorati di fare le cose.

La politica è, nella sua versione migliore, il luogo in cui le persone che convivono in un determinato spazio collocano i loro sogni, le loro aspettative, i loro progetti di vita, è il luogo a cui rivolgono le domande a cui vorrebbero risposte per orientare le loro vite e costruire la loro felicità. La politica è il luogo che raccoglie e mette in scena l’immaginario sociale che è il frutto, la creazione spontanea di un’infinità di pensieri e di parole che riempiono i flussi della nostra vita quotidiana. E’ nel crogiolo della politica, quando questa mantiene fede alla sua missione, che si forgiano i contorni del presente e si delineano quelli del futuro. La politica, naturalmente, ha elaborato tecniche, procedure, per governare tutto ciò e per tradurlo in scelte concrete, materiali, in pratiche che ci coinvolgono e condizionano tutti, anche quando non ce ne accorgiamo. Ma il senso, la legittimazione della politica stanno in quella proiezione collettiva di senso che abbiamo appena descritto e reggono finché vive quel luogo che la rappresenta.

Quando la politica viene meno, in maniera evidente, irreversibile e irrimediabile, al compito di dare espressione alle fantasie degli uomini alla ricerca della loro felicità terrena, questo è il segno che è tempo di cambiare. Quando questo avviene, come oggi è sotto gli occhi di tutti, non solo nel nostro disgraziato paese, ma anche in Europa, anche in America, dove i politici sembrano aver perso il bandolo della matassa e si avvitano su caroselli di parole che non hanno presa sulle cose, che non sono in grado di guidare i fatti. Anche questo è un segno che siamo a una svolta che non si può evitare.

La seconda modernità, in cui abbiamo vissuto piuttosto confortevolmente fino all’altro ieri e che ora ci sta stritolando nelle spire della sua crisi, ci consegna una manciata di problemi cui dobbiamo assolutamente tentare di dare una risposta, perché dalle risposte che sapremo dare e mettere in pratica dipende il futuro nostro e dei nostri figli.

Il primo tema cruciale è quello del potere economico. La crisi finanziaria del 2008 ci ha mostrato, con tutta evidenza, che per troppo tempo abbiamo lasciato che il potere economico crescesse a dismisura, al di fuori di ogni regola e anche di ogni senso pratico. Ha mostrato, cosa ancora più grave, che le istituzioni democratiche, così come le abbiamo concepite e praticate, non hanno gli strumenti per governare e controllare la formazione di poteri economici esorbitanti, che danno luogo a compensi e a ricchezze inaudite e inaccettabili da qualunque collettività che debba condividere il destino di tutti coloro che ne fanno parte. Le nostre costituzioni regolano il potere legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario, ma hanno trascurato quello economico. Occorre porre rimedio a questa lacuna devastante.

Il secondo tema, strettamente intrecciato al primo, è quello della disuguaglianza economica. Anche qui, la politica e le istituzioni della democrazia si sono dimostrate insufficienti e incapaci di far sì che le disuguaglianze economiche, inevitabili in un sistema economico capitalistico, diventassero intollerabili e generassero condizioni di disuguaglianza e di sofferenza sociale che sono al di fuori del patto che tiene insieme le società democratiche.

Il terzo tema è quello delle dimensioni abnormi che il debito pubblico ha raggiunto in molti paesi senza che nulla e nessuno fosse in grado di porvi un argine, ma, soprattutto, senza che nessuno ne comprendesse il significato e si ponesse il problema di quali debbano essere i limiti che l’indebitamento dei governi può raggiungere e delle caratteristiche che deve avere per essere di sostegno all’economia e non di peso ai cittadini. L’irresponsabilità politica, e non solo, degli uomini di governo nelle cui mani è posto il potere di creare debito pubblico è parte del problema e richiede di essere affrontata.

Il quarto e ultimo dei temi cruciali, il più generale e comprensivo, è quello del ruolo che la mercificazione ha assunto nelle nostre società. Era prevedibile, e per molto tempo è apparso addirittura ovvio e necessario, che, in una società in cui una quota crescente dei beni e servizi in cui s’incarna il nostro benessere sono resi disponibili solo se vi è la prospettiva di un profitto ovvero se possono assumere la forma di una merce, non si ponesse alcun limite al novero delle cose che possono essere sottoposte a questo regime. E così è stato. Un po’ alla volta si è trasformato in merce il lavoro, l’ambiente, il corpo, la cultura, la vita privata, praticamente tutto ciò che compone la nostra civiltà millenaria. Oggi cominciamo a renderci conto che questo gigantesco sovvertimento dell’ordine sociale in cui per millenni si è svolta la vita delle civiltà ha progressivamente svuotato di senso le nostre vite, gli ha sottratto quella valenza culturale che avevamo impiegato millenni per costruire. Non è sensato pensare che quel sovvertimento possa essere ribaltato. Certo va governato, preso in mano. Occorre che si apra una grande discussione collettiva capace di produrre un cambiamento culturale che riporti sotto controllo dell’umanità nel suo insieme il mondo impazzito delle merci.

Lapo Berti da www.lib21.org

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