Investire sulla scuola o condannarsi all’ignoranza

Nel dibattito pubblico italiano quanto spazio è dato ai problemi reali del Paese? Poco. Per fortuna ci sono commentatori che non si fanno distrarre e cercano di occuparsene. Due articoli comparsi di recente (Giovanni Bitetto su https://thevision.com e Francesco Cancellato su www.linkiesta.it) richiamano la nostra attenzione sull’istruzione. Un tema serio e strategico per il futuro degli italiani. Ne siamo consapevoli?

Giovanni Bitetto parte dalla constatazione che le condizioni fatiscenti del sistema scolastico italiano sono ormai diventate esperienza di vita degli studenti e di chi nella scuola lavora. Potrebbe sembrare normale se non fosse che in molti altri paesi europei non è così (e il programma Erasmus ci aiuta a saperlo).

È così: l’Italia, nel campo dell’istruzione, è arretrata rispetto al resto d’Europa. Il primo dato è il nostro Paese spende in questo campo meno degli altri. Il 3,8% (in diminuzione al 3,5% per il 2019) del Pil. La media europea, invece, si aggira intorno al 4,9% del Pil con punte di eccellenza della Danimarca (7%), Svezia (6,5%), e Belgio (6,4%). Solo Romania e Irlanda fanno peggio dell’Italia. Non si tratta, comunque, solo di percentuali, ma anche di cifre assolute. Per esempio la Germania spende il 4,3% del Pil che ammonta in miliardi al doppio della spesa italiana. Comunque nel rapporto tra spesa pubblica e spesa per l’istruzione  il nostro Paese occupa l’ultimo posto nella classifica europea.

Sono numeri che, però, si traducono in fatti reali. È noto che gli stipendi dei docenti sono più bassi rispetto a quelli di stati UE simili a noi. Così come è ben conosciuto il problema della sicurezza degli edifici scolastici (Rapporto sulla sicurezza degli edifici scolastici su www.cittadinanzattiva.it), del loro arredo e delle dotazioni da quelle tecnologiche alla carta igienica nei bagni.

Nel problema generale ce n’è poi un altro più specifico perché le maggiori carenze si registrano nelle regioni del Centro e del Sud a conferma di un ritardo strutturale tutto italiano.

La questione tocca, ovviamente, anche le università. Mancano i fondi e le rette sono fra le più alte. Il confronto con Germania, Spagna, Francia, Danimarca, Finlandia e Svezia è impietoso (borse di studio, tasse inesistenti o basse, aiuti agli studenti).

In Italia i fondi sono gestiti male e non si fa niente per invertire la tendenza. Chi se ne preoccupa? Forse il governo? Non pare proprio.

Per Francesco Cancellato la scuola al sud è un’emergenza sociale che stiamo facendo finta di non vedere. Lo attesta ogni anno  il rapporto sui test Invalsi dal quale veniamo a sapere che il ritardo di molti studenti del sud è tale che si affronta l’esame di terza media con competenze da scuola elementare. È rimbalzato sui giornali quel dato: il 35% dei bambini di alcune regioni del sud arriva in quinta elementare senza essere in grado di comprendere un testo. Ma in quel Rapporto ce n’è per tutti, maturandi compresi, per i quali un semplice testo di inglese è incomprensibile alla stragrande maggioranza di loro.

È un’emergenza o no? Se la scuola non funziona, produce ignoranza e allarga le disuguaglianze (chi può pagare si forma meglio) pensiamo che sia meno importante dell’ultima stupidaggine detta da Salvini? Mai come in questo caso è appropriato dire che in gioco è il futuro. Gli studenti di oggi saranno i lavoratori, i cittadini, gli adulti di domani. E come faranno senza formazione ad affrontare un mondo che è sicuramente molto più complesso di quanto loro possano immaginarlo? Cancellato è drastico: un Sud con una scuola del genere, è un Sud senza alcuna speranza di salvezza. Ma il problema non è solo del Sud. Se non si formano le giovani generazioni non ci sarà reddito di cittadinanza in grado di contrastare un disastro annunciato. E non servirà a nulla la protesta sociale nel momento in cui l’opera sarà compiuta. Non si recuperano facilmente generazioni di ignoranti privi degli strumenti per affrontare il loro cammino nella vita. I sovranisti dicono: chiudiamoci in casa nostra, non entri più nessuno e facciamo alla vecchia maniera così non ci tocca la competizione con gli altri. Ma è un’illusione da disperati che ci condanna all’emarginazione. L’Italia non può escludersi dal mondo per paura. Ne sarebbe travolta.

E poi: lo vogliamo capire che tutto ciò è in relazione diretta con la crescita del Pil? Non sono le Quote 100, i redditi di cittadinanza, gli 80 euro, la flat tax, i condoni la via giusta per affrontare i limiti strutturali dell’Italia. Quelli sono palliativi o prese in giro buone per arrivare alle prossime elezioni illudendo la gente. E rendendola più cattiva perché ignorante, disinformata e illusa che il problema sia solo quello di stampare tanti bei soldi da distribuire a tutti. E chi non li vuol stampare è un nemico.

Se ci fossero forze politiche serie dovrebbero dire la verità agli italiani e investire sull’istruzione: edifici scolastici nuovi di zecca, tempo pieno ovunque, insegnanti più preparati e motivati, lotta senza quartiere all’abbandono scolastico. Non ci sono zecche di Stato capaci di regalare il futuro che solo gli italiani con il loro lavoro possono costruire

Claudio Lombardi

Investire in istruzione: cominciamo dalla sicurezza (di Adriana Bizzarri)

La sicurezza nelle scuole. Sembra un tema minore in tempi di scandali, di malaffare, di crisi dei modelli di sviluppo e dei sistemi di governo delle società occidentali e dell’Europa in particolare. Sembra, perché, forse, c’è una vecchia abitudine a considerare la scuola come un momento inevitabile nei percorsi di vita delle persone destinato, però, a diventare presto un ricordo. Chi se l’è lasciata alle spalle la pensa con simpatia e con nostalgia, ma non c’è la percezione diffusa della sua essenzialità. In pratica non la si considera un settore nel quale si fanno investimenti. Così della scuola si parla quando ogni anno si diffondono le proteste studentesche o quando l’attenzione dei giornali è catturata dallo stato di profondo disagio in cui versa l’istruzione pubblica. Oppure se ne parla quando qualche edificio casca a pezzi. Ma sempre con l’atteggiamento di chi non vede l’ora di chiudere il discorso. All’indomani dell’evacuazione dei 450 studenti della scuola primaria L. Sciascia a Villa Bonelli di Roma, lo scorso 18 settembre, per il cedimento di un pilone al piano terra della scuola, un consigliere del XV Municipio di Roma ha dichiarato, ad un noto organo di stampa, in risposta alla preoccupazione manifestata dalle famiglie degli alunni: “E’ solo allarmismo. E’ tutto sotto controllo”. Davvero?

Il crollo della trave portante nella scuola elementare di Cordenons prima dell’apertura dell’anno scolastico e l’ingresso dei 400 bambini (11 settembre), il cedimento di un pilone della scuola di Villa Bonelli a Roma (18 settembre), l’esplosione della caldaia della succursale dell’Istituto Tecnico Matteucci di Roma con il ferimento del tecnico e di una bidella e l’allontanamento degli studenti (24 settembre), sono solo gli ultimi tre episodi in ordine di tempo di cui si ha notizia, riguardanti lo stato di precarietà, di pericolo, di degrado in cui versano almeno un terzo delle scuole del nostro paese. Al nord, come al centro, come al sud.

Il X° Rapporto di Cittadinanzattiva sulla “Sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici” fotografa la situazione e lo fa con gli occhi di chi la scuola la frequenta perché ci lavora, perché ci studia, perché ha i suoi figli lì dentro e non può pensare di metterli fra quattro mura insicure.

Trattandosi del X° Rapporto si poteva sperare che mostrasse segnali concreti di miglioramento. Sarebbe stato bello e giusto poter annunciare qualche buona notizia per la risoluzione di questa gravissima emergenza nazionale: dieci anni sono tanti e non si può sempre denunciare senza veder risolti i problemi.

Così non è stato perché di segnali tangibili che indichino un serio cambio di tendenza non se ne sono visti. Se a questo aggiungiamo lo scaricabarile delle responsabilità tra enti, la lentezza della burocrazia nell’erogazione e nell’utilizzo dei fondi, la mancanza di dati analitici sullo stato delle scuole da parte di molte istituzioni pubbliche competenti in materia di sicurezza (Comuni, Province, Regioni, Miur) il quadro di un decennio sprecato dalle amministrazioni pubbliche e dai politici appare abbastanza chiaro.

Eppure qualcosa sta cambiando.

Sta cambiando la percezione della gravità della sicurezza delle scuole da parte di genitori e studenti se, come dicono alcuni sondaggi nazionali, il 94% dei genitori la considera tale e gli studenti ritengono che, dopo la digitalizzazione, quello dell’edilizia sia il secondo grande ambito della scuola italiana sul quale occorra intervenire.

Sta cambiando la percezione comune della scuola come bene comune, come bene da preservare se sono sempre di più coloro che, soprattutto tra i genitori, si impegnano direttamente al reperimento di risorse economiche e materiali, mettono a disposizione competenze tecniche e tempo per la manutenzione degli ambienti e per il miglioramento della struttura scolastica.

E’ cambiata anche la modalità di intervento sugli edifici scolastici da parte delle istituzioni pubbliche in caso di gravi calamità naturali, come dimostrano l’Abruzzo prima e l’Emilia Romagna poi, che, in pochi mesi dal sisma, hanno verificato le condizioni delle scuole, cominciato gli interventi di ristrutturazione, ove possibile, nonchè la costruzione di prefabbricati o l’individuazioni di altre soluzioni temporanee atte a garantire la ripresa del servizio scolastico.

E allora, in aggiunta al piano di lavoro delineato dalle proposte concrete di Cittadinanzattiva contenute nel X° Rapporto sulla sicurezza delle scuole (anagrafe dell’edilizia nominativa e pubblica, piccola manutenzione affidata direttamente alle scuole, 8X1000 al patrimonio scolastico per la quota parte destinata allo Stato, programmazione almeno quinquennale dei fondi pubblici disponibili, allentamento dei limiti imposti dal patto di stabilità per comuni e province che investono su edilizia scolastica, revisione dell’artt. 64 della legge 133/2008 per impedire il formarsi di aule troppo numerose che mettono in pericolo sia l’incolumità che le condizioni di salubrità e di apprendimento di molte classi) ne indico due che rivestono particolare importanza.

Primo, selezionare, alle prossime elezioni, gli amministratori locali e nazionali sulla base del loro impegno verso la scuola: dall’edilizia scolastica, alla creazione e ammodernamento dei servizi didattici, alla digitalizzazione delle scuole, alla manutenzione ordinaria, alla cura per l’effettiva erogazione di servizi primari a costi calmierati, all’apertura e all’utilizzo pomeridiano delle scuole.

Secondo, pretendere (democraticamente) che le nostre amministrazioni locali e nazionali rendano ordinarie le procedure sperimentate durante i recenti terremoti, almeno per quanto riguarda il controllo ordinario e periodico delle strutture scolastiche e gli interventi più urgenti legati alla manutenzione ordinaria e straordinaria per fare in modo che la situazione torni ad essere “sotto controllo”.

“Facciamo finta”: è la frase magica usata dai nostri bambini quando, volando alto rispetto alla realtà che li circonda, la trasformano e tutto diventa armonia, colore, musica, bellezza.

Proviamo ad imitarli. “Facciamo finta” che tutte le scuole italiane diventino antisismiche, sicure, manutenute, ben arredate, colorate, belle, digitalizzate, ecosostenibili…

Sognare può forse aiutarci a non perdere la speranza, a rafforzare l’impegno di tutti, ad orientare energie e risorse perché le nostre scuole diventino un bel posto dove imparare e crescere.

Adriana Bizzarri, Coordinatrice nazionale della Scuola di cittadinanza attiva

La scuola dove gli studenti dipingono le aule: intervista alla Preside del “Tacito”

Abbiamo già parlato della singolare esperienza del Tacito a Roma dove gli studenti, nel corso di una settimana di occupazione dell’istituto, hanno deciso di dipingere alcune aule con il contributo economico sia dell’istituto scolastico che dei cittadini. Azione esemplare senza dubbio che si aggiunge ai tanti casi nei quali altri studenti e le stesse famiglie sono stati costretti ad intervenire direttamente per riparare porte e finestre e per imbiancare i locali.

1. La prima domanda alla professoressa Giuliana Mori, Preside dell’istituto Tacito, è scontata: come giudica questi interventi di sostegno alla scuola e come li vive nella veste di dirigente scolastico?

Li giudico in modo positivo ovviamente. E’ evidente che questo gesto esprime un forte senso di appartenenza alla scuola da parte degli studenti; vogliono collaborare e migliorare il luogo e l’ istituzione nella quale si trovano a vivere, vogliono sentirsi parte attiva, soggetti in grado di scegliere, decidere e agire in modo responsabile. In veste di dirigente scolastico ho apprezzato molto questo gesto di generosità e maturità, una novità ed un esempio per tutti. D’altra parte mi dispiace pensare che una società civile debba ricorrere a dei minorenni per risolvere i problemi non risolti degli adulti. È vero che la bravura di un dirigente consiste nel trovare risorse, economiche ed umane ad ampio raggio, d’ altra parte è vero pure che tutto questo deve avvenire senza calpestare i diritti delle persone. In questo caso non sono stati calpestati perché c’era la loro volontà, la loro determinazione, la loro voglia di contare, ma non si può approfittare della loro disponibilità. È necessario garantire sempre qualità e sicurezza. 

2. Sappiamo che la scuola pubblica vive grandi difficoltà economiche. Vogliamo dire di che si tratta? Cosa è cambiato rispetto al passato, dove mancano le risorse e chi ce le deve mettere?

Più che di difficoltà economiche vorrei parlare di emergenze. L’ edilizia scolastica è una di queste, affidata agli enti locali, i cui fondi sono scarsi e comunque non sufficienti a coprire le gravi necessità. La gestione finanziaria degli Istituti scolastici è un’ altra emergenza; nel momento in cui cessa, come è successo lo scorso anno, o si riduce il flusso dei finanziamenti per il funzionamento scolastico dal Ministero alle scuole o si tagliano alcune voci di bilancio quali funzioni superiori, ore eccedenti, visite mediche, tassa sui rifiuti, diventa inevitabile attingere, anche per la gestione quotidiana, ai soldi versati volontariamente dalle famiglie. Rispetto al passato, ora vengono distribuite minori risorse finanziarie e tutto questo grava sia sugli aspetti organizzativi, ad esempio la mancanza di copertura, anche per brevi periodi di assenza di un insegnante, con conseguente non rispetto del diritto allo studio, sia sugli aspetti didattici, difficoltà nell’ organizzare attività alternative all’ I.R.C. o attività di recupero o attività di tutoraggio per lo studio pomeridiano, sia sugli aspetti finanziari, ad esempio la mancanza di voci di bilancio per retribuire l’ impegno dei docenti, nei viaggi di istruzione o con buoni pasto nei casi in cui le attività coprano l’ intera giornata, come ad esempio quando siano programmati consigli di classe e collegi dei docenti. Non conosco l’ ammontare dei flussi finanziari dal Ministero dell’economia al Ministero dell’istruzione, agli Uffici Scolastici Regionali ed alle Regioni, sicuramente andrebbero rivisti e resi più chiari e trasparenti nei criteri di distribuzione.

3. Questa situazione come incide sulla didattica? Diamo tutti per scontato che la scuola pubblica è un investimento a lunghissima scadenza i cui frutti saranno raccolti dai singoli studenti e dalla società tutta. Ma se la scuola è considerata un peso per lo Stato e se i costi di funzionamento devono essere ridotti all’osso si riesce lo stesso a raggiungere i risultati che un sistema di istruzione pubblica dovrebbe avere?

Manca un principio di fondo posto a caposaldo di tutta la struttura del sistema. L’ istruzione, la formazione e la ricerca sono diritti della persona sanciti dalla Costituzione oltre ad essere indicatori di sviluppo, innovazione e proiezione nel futuro di un Paese. Nel momento in cui i meccanismi di funzionamento si inceppano per scarsità di risorse o perché non si riesce a misurare la qualità del sistema, in particolare nei risultati di apprendimento,  o perché non si è in grado di progettare un nuovo sistema scuola, con tagli agli sprechi, ma anche con investimenti per l’ innovazione, quale può essere la formazione dei docenti su nuovi metodi di apprendimento anche con l’ utilizzo di tecnologie e misurazione dei risultati di questa formazione, è chiaro che tutto il sistema procede per automatismi e incertezze non risolte. Per cui i risultati della formazione e dell’ istruzione, svolti in modo tradizionale e senza una reale significatività, appaiono scarni, superficiali, privi di obiettivi, che non siano quelli di percorsi obbligati senza alcun collegamento con il futuro e la professione della persona,  senza alcuna crescita reale per il Paese in termini di benessere, coesistenza pacifica, identità.

Intervista a cura di Claudio Lombardi

Preghiera per la scuola pubblica che muore (di Aldo Cerulli)

Padri, uomini d’ordine e formatori d’opinione, voi che applaudite al 5 in condotta e gridate al bullo e al vandalo a ogni occasione, sempre più indignati dei comportamenti della nostra gioventù, voi che confezionate servizi giornalistici e televisivi con l’esperto, il prete e lo psicologo, anche se talvolta voi stessi non sapete che pesci pigliare, quando capita a voi di essere in difficoltà nel rapporto con il vostro figliolo, mi domando se in sincerità pensate davvero che avere 33 anziché al massimo 20 studenti per classe come auspichiamo possa giovare alla causa di una gioventù più serena, più dialogante e meno incline alla violenza nelle parole e nelle azioni contro persone, cose e ambienti ( in compenso sarà difficile trovare una scuola privata con classi con più di 20 alunni).

E voi cittadini che amate la nazione e vi date pensiero del suo futuro, voi che siete consapevoli del ruolo primario dell’istruzione e contenti che si parli di insegnamento di cittadinanza e costituzione a scuola, propedeutico alla formazione di buoni cittadini, voi che già da tempo vi stupite dello scarso livello di preparazione di tanti studenti e non riuscite a capire il perché di questo scollamento tra giovani e sapere, non pensate che dai nuovi regolamenti in merito alla formazione delle classi deriva un ulteriore abbassamento culturale, oppure pensate che quei livelli di servizio e di qualità di istruzione, che la scuola non riesce a garantire oggi, potrà garantirli domani con meno insegnanti e più studenti per classe?

E voi politici e governanti, voi che dichiarate di volere conciliare la buona amministrazione con il risparmio nelle spese, avete pensato ai costi che comporterà un peggioramento della didattica in classi superaffollate? Ad esempio per un aumentato bisogno di corsi di recupero? D’accordo, i corsi di recupero non si faranno comunque per mancanza di soldi, però si faranno al mattino sottraendo 2 o 3 settimane o anche 4 se sarà necessario all’attività didattica curricolare. E però le bocciature aumenteranno, a meno di non promuovere a prescindere dal profitto, cosa che voi che siete per una scuola più seria certo non auspicate, e quanto costerà allora da un punto di vista strettamente economico l’allungamento di 1 o 2 o 3 anni della permanenza nella scuola di tanti studenti a causa di bocciature più frequenti?

E voi dirigenti scolastici che siete chiamati a tradurre in pratica i disegni del governo li condividiate o meno, diventando talvolta per eccesso di zelo più realisti del re, avete riflettuto sul fatto che siete voi che vi troverete tra le mani la patata bollente, voi che dovrete garantire la sicurezza già compromessa da stabili fatiscenti non a norma e per carenza di fondi privi di qualsiasi intervento di manutenzione sia ordinaria che straordinaria, come testimoniano i crolli e gli incidenti quotidiani in una parte o l’altra dell’Italia? Voi già adesso faticate a garantire la sorveglianza e in caso di assenza di un insegnate lasciate le classi scoperte perché le supplenze sono diventate impossibili, sia perché non ci sono i soldi per pagarle sia perché con tutte le cattedre a 18 ore gli insegnanti dell’istituto non hanno più ore a disposizione, eppure facilmente imponete pretestuose deroghe e fate accettare a studenti e docenti classi numerose che violano le misure previste dalla legge. Ma non pensate che realizzare classi di 33 alunni vorrà dire esporre sempre più la popolazione scolastica a rischi, col pericolo di andarci di mezzo legalmente anche voi, che avrete imposto questo stato di cose pur sapendo di non potervi far fronte?

E voi esperti, pedagogisti e psicologi che lavorate nelle scuole e avete quotidianamente un quadro del disagio giovanile, ci vivete a stretto contatto e ne conoscete le cause e le conseguenze, voi che siete al corrente del cambiamento dei tempi e delle accelerazioni delle trasformazioni, che sapete squadrare le tematiche dello sfaldamento della famiglia e del venir meno dei modelli di riferimento, pensate di trovare meno disagio in aule più affollate, dove i meccanismi dell’attenzione e dell’apprendimento saranno messi a dura prova e dove inevitabilmente si restringeranno gli spazi di relazione interpersonale e le possibilità dell’adulto docente di essere figura di riferimento e fattore di mediazione?

Ma soprattutto voi mamme che desiderate il meglio per il vostro figliolo, che si trovi bene a scuola e che abbia il posto migliore in classe, che abbia una buona relazione con l’insegnante e che l’insegnante si prenda cura di lui, sappia cogliere i suoi bisogni e le sue esigenze e predisponga per lui una didattica differenziata e personalizzata per rendere più pieno il suo successo scolastico, sapete cosa vorrà dire avere 33 alunni per classe? Che alla fine del primo quadrimestre gli insegnanti che hanno 1 o 2 o 3 ore di lezione la settimana non è detto nemmeno che conosceranno il nome di vostro figlio né è detto che lo sapranno distinguere da una massa urlante, altro che sicurezza, relazione e didattica personalizzata!

Alcuni di voi studenti forse pensano che qualcosa da guadagnare l’avranno, in una scuola dove crescerà il casino alcuni di voi potranno più facilmente farla franca in caso di qualche bravata, nascondendo lo zampino nella massa, però nello stesso tempo considerate: più sarete sfrenati voi, più nervosi saranno gli insegnanti. Non si conteranno le note, le sospensioni, le convocazioni delle famiglie, forse anche i 5 in condotta, dimenticavo. E certamente sarete anche sottoposti meno a verifiche, ché non si potranno fare 2 o 3 interrogazioni a quadrimestre per 33 studenti, le prove diventeranno quindi meno frequenti e meno accurate, sia quelle scritte come le orali, e questo potrebbe anche andarvi bene, tutta fatica in meno, ma il fatto è che diventeranno tutte quante prove di necessità brevi, il cui esito dipenderà molto più di oggi dal caso, il che sarà enormemente demotivante, come si fa infatti a preparasi accuratamente, quando si decide tutto in pochi minuti come in un quiz televisivo?

E infine voi docenti che amate il vostro lavoro,   a cui ho sentito dire tante volte in momenti di sconforto che siete insegnanti e non domatori di belve inferocite, voi che nonostante gli studi, il sapere e la passione avete difficoltà a ottenere rispetto e attenzione dai vostri studenti e che per questo vi deprimete e state male, perché nonostante tutto l’insegnamento vi sta a cuore e ritenete che non è un mestiere come un altro ma il più bel mestiere del mondo, voi pensate che potrete ancora perfezionare la vostra didattica e sperimentare le metodologie più appropriate alla situazione della classe, quando a causa di aule superaffollate faticherete persino a far notare la vostra presenza e l’unico vostro obiettivo sarà riuscire a sopravvivere a scuola, mentre i dirigenti scolastici sempre meno si interessano di didattica e il sistema non si cura di fornirvi strumenti adeguati a svolgere il vostro lavoro nelle mutate condizioni? Cosa farete oltre ad aspettare il suono della campanella per tirare un sospiro di sollievo e abbandonare l’aula incolumi dopo il vostro orario di lezione?

  

Dal corrente anno le classi prime e terze delle scuole superiori saranno costituite con almeno 27 studenti per classe,   per arrivare anche a 30,  e con l’incremento del 10%,   si potrebbe arrivare tranquillamente a 33 studenti per classe. Addio diritto allo studio e sicurezza nelle aule!

 La partenza della pseudo-riforma delle superiori è prevista per l’a.s. 2010/2011 e questo comporterà il taglio di 14.000 posti. Non perderanno il posto solo i docenti precari, ma anche quelli di ruolo sono a rischio, infatti lo stesso Regolamento approvato il 27 febbraio 2009 contiene tutta la procedura per la messa in mobilità del personale in esubero assunto con contratto a tempo indeterminato.

Anche il personale ATA sarà ridotto, 45.000 unità in meno in tre anni, 15.000 a partire dal corrente anno, di questi almeno 10.000 saranno collaboratori scolastici. 

Aldo Cerulli segretario Cittadinanzattiva Abruzzo