Intervista a Calenda: capire la realtà

Da anni ci si interroga sulla crisi delle sinistre e, in particolare, di quelle che hanno scelto la cosiddetta terza via. In un’intervista pubblica di qualche giorno fa condotta da Claudio Cerasa direttore de Il Foglio Carlo Calenda espone il suo punto di vista che si inserisce nel dibattito seguito alla perdita di voti del Pd nelle recenti elezioni. La critica di Calenda si appunta sul rapporto tra politica e realtà e, in particolare, su quella che egli definisce “politica motivazionale” che, in sostanza, significa diffondere ottimismo e fiducia anche contro le evidenze della realtà. La crisi del renzismo sembra rientrare perfettamente in questo schema. Ma vediamo per sintesi e con stralci come viene svolto il ragionamento.

Comprendere il progresso

Secondo Calenda “lo iato che c’è oggi tra la capacità di comprendere e la velocità dell’innovazione è talmente enorme che rende l’innovazione spaventosa. Il lavoro che va fatto per dare i mezzi culturali e conoscitivi, e direi anche esistenziali, per comprendere il progresso è la grande sfida della politica”.

L’inevitabilità della globalizzazione e la gestione della transizione

Io sono convinto che la parola “inevitabile” abbia ucciso la società liberale: quando noi cominciamo a descrivere i fenomeni come inevitabili, la gente si urta notevolmente. E, normalmente, quando cominciamo a parlare di cose inevitabili, è perché non siamo in grado di giustificarne la positività. Quindi se c’è una cosa che dobbiamo cancellare, è l’idea che quando si parla di globalizzazione o di innovazione tecnologica noi diciamo che è inevitabile. (…) Cosa vuol dire questo? Che accade, certo che accade, ma le forme in cui accade possono essere molto diverse. E c’è un tema che è centrale, per i progressisti in particolare: la gestione delle transizioni. Pensate a questo paradosso: tutta la retorica progressista, dal 1989 in avanti, è stata la seguente: il futuro è un posto meraviglioso, la globalizzazione e l’innovazione tecnologica vanno linearmente verso un futuro che schiude enormi opportunità per tutti. Questi processi sono sostanzialmente semplici, perché lineari, e dunque il compito della politica qual è? Motivare la gente ad arrivare al futuro. Devo spiegare alla gente quanto è importante arrivare a questo futuro. Pensate invece alla retorica populista: non ha mai un riferimento al futuro, solo un riferimento all’oggi. C’è un’ingiustizia, ti dico che ti proteggerò. Te lo dico in modo sbagliato, ti illudo, però mi prendo cura dell’oggi. La politica non può non prendersi cura dell’oggi, perché una politica deve essere in grado di gestire le transizioni verso il futuro…( …) I progressisti sono stati per moltissimi anni dei promoter dell’innovazione e dei fenomeni della modernità, ma bisogna che cominciamo a essere dei gestori delle transizioni che portano alla modernità, che è molto più complesso, e che implica il lavoro sulle persone, perché in una società liberale le persone scelgono e scegliendo fanno la differenza su come si muove l’insieme della società.

Progressista: la tecnica o l’uomo?

Per me, progressista è colui che vuole che l’uomo, e non i fenomeni che sono messi in moto dall’uomo, cresca e abbia la possibilità, attraverso la cultura e la conoscenza, di gestire quei fenomeni. A differenza di quello conservatore, il pensiero progressista è fortemente umanistico. Non è un pensiero economico e non è un pensiero tecnico: ripeto, è un pensiero umanistico. Questa dimensione dei progressisti è una dimensione che si è andata via via affievolendo. Se uno rilegge oggi un libro che è stato molto importante per i progressisti – si intitolava “La terza via”, conteneva l’idea del superamento della socialdemocrazia classica ed è quello che è stato poi interpretato da Blair e Clinton – capisce che quella roba lì non aveva niente a che fare con l’idea che c’era dietro alla terza via. In realtà ne sono stati presi i pezzi più facili, l’idea che lo stato dovesse rimpicciolirsi enormemente, l’idea che il mercato in qualunque condizione avrebbe portato dei benefici, che peraltro ha anche portato in larga parte al mondo. Il pezzo che non c’è in nessun programma è l’avanzamento umano e l’attenzione per la capacità dell’uomo di reggere una società liberale. Perché una società tradizionale è una società molto più semplice, una società in cui tu hai un dogma è una società molto più comprensibile.

La fatica di dover scegliere

La ragione per cui oggi le autocrazie vincono sulle democrazie come modelli, è che sono molto più rassicuranti, non solo perché proteggono, ma perché il cittadino è messo dentro una serie di schemi entro i quali può agire e deve agire. Noi siamo una società in cui (…) sono caduti per il progresso economico e anche per la globalizzazione tutti gli schemi nei quali ci siamo riconosciuti: lo stato, la nazione si sono indeboliti. Che cosa serve per reggere il peso di una società del genere, che è molto più spaventosa? Serve la capacità culturale e conoscitiva dell’uomo, che è rimasta immensamente indietro, perché noi abbiamo pensato fondamentalmente che, costruendo un meccanismo economico liberale, l’uomo automaticamente avrebbe raggiunto gli strumenti che servono per sostenere il peso di questa società liberale. Non è così. Non funziona così. E questo mi spiace ma è un compito dello stato.

Non esiste il progresso lineare

In una società liberale, se lo stato non dà i mezzi al cittadino per sostenerla, le democrazie cadono. E’ già successo. L’idea di non poter tornare indietro è un’assurdità. L’illuminismo, che aveva questa idea di progresso lineare, forte, ha suscitato il romanticismo, e il nazionalismo come conseguenza del romanticismo. E non per ragioni economiche o di potenza, ma per ragioni di identità. Perché la cultura dà un senso alle persone. Allora se gli devi dare un senso diverso, devi trovare gli strumenti per farglielo trovare. La società liberale da questo punto di vista è la società più complicata in cui trovare un senso”.

Morte della politica motivazionale

Secondo Calendanoi siamo stati totalmente ciechi nel non vedere che una pagina si era chiusa e che l’epoca della politica motivazionale era finita. E quando tu raccontavi e racconti alle persone che va tutto bene, dobbiamo andare avanti, il futuro è meraviglioso, non vi preoccupate, ci siamo noi, saremo più forti della Germania, la crisi è conclusa… questo crea un’alienazione gigantesca”.

Rappresentanza o competenza?

Insieme alla politica motivazionale è morta anche “la politica della competenza opposta alla politica dell’identità. La politica da quando nasce è rappresentanza, non è competenza e gestione della teoria economica. Non c’entra niente. Questo è stato un abbaglio per 25 anni. E’ finita. Nessuno elegge un’altra persona perché conosce perfettamente le teorie della Scuola di Chicago o il funzionamento dell’Europa. (…) Quelle paure bisogna recuperarle comprendendole. Riconoscendo gli elementi di verità. (….)  E solo se diamo cittadinanza e legittimità alle paure, poi possiamo affrontarle con calma, un pezzo per volta, dicendo anche, quando le cose non le sappiamo, “non lo sappiamo”. Io non posso garantire a nessuno che l’innovazione tecnologica sarà positiva per l’Italia. E chiunque oggi dica che è sicuro di poterlo fare sta prendendo in giro i cittadini. Perché non lo sappiamo. Però gli possiamo dire che ci prenderemo cura di gestire le transizioni”.

Troppa informazione fa male

C’è poi la questione dell’informazione altra causa di disorientamento perché non si può dare per scontato che l’accesso a un universo di informazioni sia di per sé un dato positivo. E, invece, “non è vero che se hai maggiore accesso alle informazioni diventi più colto e più intelligente. E’ il contrario. Se hai più accesso alle informazioni, ti senti più disperato, meno capace di leggerle, sei più disorientato, sei molto più influenzabile da chi ti dà una soluzione semplice”. Di qui l’affermazione dei guru carismatici come Grillo che mantengono la loro presa fino a che non sono messi di fronte ai problemi reali e sono chiamati a scegliere.

In conclusione un ragionamento ampio e chiaro che è utile per orientarsi e capire oltre le polemiche e le schermaglie politiche, oltre gli slogan che mantengono accese le tifoserie senza mai andare oltre la superficie. Bisogna invece sperare che sempre più persone vogliano farlo

L’intervista completa su www.ilfoglio.it

A cura di Claudio Lombardi

Le camaleontiche mutazioni del M5S

Dal blog Phastidio.net pubblichiamo un intervento di Mario Seminerio che parla della mutazione del M5S col suo stile graffiante e ironico.

Dal primo giro di consultazioni del capo dello Stato, per quadrare il cerchio e dare agli italiani un governo che li deluderà profondamente, a causa di aspettative patologicamente gonfiate, emerge soprattutto un riscontro: il M5S è in continuo divenire, diciamo così. Letteralmente scorre. E in questo scorrere, guardato da molti commentatori politici con sguardo che varia dall’incuriosito al benevolo, si rischia di trovare oggi posizioni ben differenti da quelle di ieri e di domani. Ma dietro c’è un disegno superiore.

Non è per essere naÏf, sia chiaro: la politica è l’arte del possibile, eccetera. La coerenza non è di questo mondo né men che mai di questo paese, come noto. Può quindi accadere che il giovane unto dal Popolo, al secolo Luigi Di Maio, ed i suoi colleghi/compagni/amici ci straccino le gonadi per anni con suggestioni anti-Ue ed anti-euro, vagheggiando un referendum consultivo che da subito appariva uno spettacolare lancio di lemming dalla scogliera, e pressoché nessuno (a parte pochi perditempo solitari) faccia notare la vastità della stronzata. Ora è tutto archiviato.

Quello che conta è impossessarsi dell’agenda politica e del chiacchiericcio mediatico, quello grazie al quale moltitudini di editorialisti pagano le bollette e le rate del mutuo, mentre esplicano la loro fondamentale funzione di mediatori culturali tra i poteri assai poco forti di questo paese. Quindi il M5S ha vinto, pilotando l’agenda psichedelica della politica, quella per la quale la realtà è un optional, e la coerenza un decadente vizio.

Poi vennero le elezioni, l’eclatante 32% del 72% di votanti, la mistica convinzione che l’Italia intera abbia chiesto ai pentastellati di farsi prendere per mano da loro, i veti a tutto e a chiunque tenti di frapporsi tra Di Maio e Palazzo Chigi, le elucubrazioni sul contratto “alla tedesca” (che, se fossi un patriota e non il rinnegato che sono, mi girerebbero i cabbasisi non poco) che non è chiaro che minkia sia, se non “noi governiamo, voi aderite”, come si fa per un contratto di luce e gas.

C’è (anzi, c’era) anche il momento palingenetico, quello del “chi ha fallito, lasci”, con chiamata nominativa ai due ultimi Grandi Falliti della storia patria, Berlusconi e Renzi. Resta il problema di fondo: come conciliare queste visioni di calvinismo estremo in salsa pomiglianese col fatto che persistono ampie porzioni di cittadinanza che hanno continuato a votare per Berlusconi (circa il 14% dei votanti) e per Renzi (circa il 18%) resta un mistero, che forse si risolve col pesare i voti, anziché contarli. Un po’ come dire che i memorabili “cappotti” del M5S nelle regioni del Sud, quelli stessi che un tempo erano appannaggio del centrodestra, non sono (più) figli del controllo della volontà popolare da parte della criminalità organizzata bensì di una epocale sollevazione civica.

Ieri, all’uscita dal colloquio con Sergio Mattarella, Di Maio è apparso in tutto il suo fulgore di giovane statista occidentale: sì all’Europa (senza neppure specificare “ma non così”), sì all’euro, sì alla Nato, con grande scorno dei descamisados de sinistra che hanno votato il Mo’ViMento anche per porre fine alle sopraffazioni yanqui e nel glorioso ricordo di Sigonella, dove si fece il patriottismo levantino della Nazione.

Ma Di Maio ed il Mo’ViMento notoriamente non sono di destra né di sinistra. E infatti, almeno per qualche ora, paiono aver dismesso persino l’ipotesi di chiedere l’ostracismo di Matteo Renzi e la sua consegna al cassonetto dell’umido della Storia:

«Non ho mai chiesto una scissione interna, e se mi rivolgo al Pd, mi rivolgo a quel partito nella sua interezza»

Quindi Renzi incluso, par di capire. Ma perché insistere in questo ozioso passatempo di cercare la coerenza oraria nelle posizioni pentastellate? In fondo, come ci segnala il direttore del Fatto, Marco Travaglio, il Mo’ViMento è “cambiato profondamente”, negli ultimi tempi. Le sparate referendarie su euro, Ue e Nato erano solo momenti di brainstorming movimentista, dopo tutto. E se ve lo dice la persona che da sempre dedica la sua esistenza e le sue energie a trovare contraddizioni tra e nei politici, potete crederci: il mutamento è davvero epocale e genuino. E ove mai si giungesse ad un “contratto” col Pd-incluso-Renzi, siamo certi che Travaglio troverebbe il Bene anche in quell’evento, forse proprio la redenzione del parolaio di Rignano, che ad oggi nel suo partito è l’unico soggetto dotato di una visione politica, nel bene e nel male, e della spina dorsale per perseguirla. Pd “derenzizzato”? No, se Di Maio non vuole. Ma i piddini non vogliono redimersi, sigh.

Non è incoerenza, approssimazione, improvvisazione: è il potente Disvelamento della Storia, che insuffla di sé questi meravigliosi ragazzi che cercano di guadare il Mar Rosso portandosi sulle spalle gli inconsapevoli e gli ignavi, per il loro Bene. Non sono camaleonti con brame di entrare nella stanza dei bottoni e farsi gli affari propri: questo vale per chiunque altro, anche di fronte a “revisioni” di posizione meno frequenti e radicali. Per il Mo’ViMento, che tiene sulle proprie spalle la Nazione, proprio come Atlante faceva con la Terra, è aguzzare lo sguardo. Da lassù si ha la prospettiva che manca a chi è impantanato nella quotidianità; si scruta l’orizzonte della Storia e l’approdo. E chi non riesce a capirlo è un mafioso, un ladro e un farabutto.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Il PD dopo le elezioni e la voce che manca

Il PD ha perso le elezioni, non c’è il minimo dubbio. Ma rischia di perdere anche la faccia e forse anche altro, se non esce dall’angolo nel quale si è rintanato e dimostra al Paese la sua utilità attuale, che potrebbe essere ancora molto alta.

Il M5S e la coalizione di destra hanno avuto indubbiamente un notevole successo elettorale, ma non hanno vinto, e non sono in condizione di governare: da soli non hanno i numeri, ed è altamente improbabile che riescano a mettersi insieme. In primo luogo perchè i 5 stelle, che, come primo partito in Parlamento dovrebbero indicare la rotta da seguire discutendola pubblicamente con gli eventuali alleati, continuano a indicare il nome di Di Maio come possibile Presidente del Consiglio (che raccoglie solo il loro consenso) e non dicono nulla di apprezzabile su un possibile programma di governo, che non può essere la replica del loro programma elettorale, infarcito di promesse demagogiche. In secondo luogo perchè pare che la coalizione di destra abbia più motivi per dividersi che per stare insieme: è a trazione Lega, e Salvini è quello che più appare, ma Forza Italia, che è totalmente indigeribile per i Cinquestelle, intende giocare una partita in proprio a favore del Berlusconi politico e imprenditore. Infatti alle consultazioni da Mattarella non andrà la coalizione, ma i singoli partiti.

Del resto l’attuale legge elettorale, prevalentemente proporzionale, enfatizza il ruolo dei singoli partiti e deprime quello delle coalizioni. Così inspiegabilmente la volle la vecchia maggioranza guidata da Renzi.

Non si sta delineando all’orizzonte quindi nessuna nuova maggioranza, fino ad oggi. L’elezione dei presidenti delle Camere e di tutte le altre cariche istituzionali non comporta accordi nella logica dei rapporti tra maggioranze e opposizioni, quindi non fa testo. Balza all’occhio comunque la bulimia di M5S e Lega, che induce a pensare che sia in atto una pessima occupazione delle istituzioni, persino peggiore di quella del vecchio ceto politico, il che sta a indicare una debolezza politica pericolosa per il Paese, a causa degli squilibri che sta generando.

Ma balza all’occhio anche la decisione del PD di ritrarsi da qualsiasi discussione sul futuro dell’Italia, come se non contasse nulla il fatto che è il secondo partito uscito dalle urne. “Noi siamo all’opposizione”, hanno detto immediatamente, mostrando, senza che fosse richiesto, tutte le ferite elettorali di un gruppo dirigente bloccato e depresso, più che offeso dai continui insulti ricevuti.

All’opposizione di chi, di che cosa, visto che una maggioranza ancora non c’è e probabilmente non ci sarà?

Non hanno nemmeno fatto un’analisi seria del voto, quindi ufficialmente non sanno nulla del Paese emerso dalle urne, di un Paese con divisioni territoriali profonde e pericolose, preda di inaccettabili ingiustizie e diseguaglianze, di rabbia e paure troppo enfatizzate, che oscurano completamente la condizione di oggettivo privilegio nella quale ancora si trova (sarebbe consigliabile consultare un recentissimo studio di Bankitalia su PIL, sviluppo demografico, andamento dell’occupazione, immigrazione) in un mondo pieno di tensioni reali, di guerre, e di carestie rovinose.

E hanno già detto, con pochi distinguo e solo a mezza bocca, “noi siamo all’opposizione”.

All’opposizione di chi, di che cosa, torno a ripetere. Non si rendono conto dei ridicoli paradossi nei quali si sono cacciati? Siccome una maggioranza non c’è, l’idea che diffondono è quella di avere la speranza che si formi l’unica maggioranza possibile senza il PD: una maggioranza di Cinquestelle e Lega, con l’aggiunta di qualcun altro della destra, una maggioranza di blocchi contrapposti, che non stanno insieme nemmeno col vinavil, e che sarebbe esiziale per tutte le persone che hanno un po’ di buon senso, come ce ne sono ancora in Italia e in Europa. E’ questa la speranza dei dirigenti del PD? Leggo sui giornali che il capogruppo del PD al Senato Andrea Marcucci avrebbe espresso il seguente pensiero: “Non vedo l’ora che giuri un governo Di Maio – Salvini”. Caspita! Ma dove vanno a prenderli simili brillanti pensatori? Sull’ineffabile Facebook? La speranza che si affermi il “tanto peggio, tanto meglio”, vale a dire che ciò che sarebbe il peggio per l’Italia sarebbe il meglio per il PD. Se è questa la loro speranza – e se non lo è, sarebbe consigliabile che lo dichiarassero invitando Marcucci a ripassarsi la lezione – avrebbero deciso di mettersi contro l’interesse reale Paese, che dicono invece di avere a cuore. E non si trincerino dietro la volontà dell’elettorato. L’elettorato non ha dato a nessuno maggioranze precostituite, quindi niente alibi.

Non è il momento di stare sulla riva del fiume in attesa dei cadaveri dei nemici, come sembra volere l’inscalfibile blocco renziano alla ricerca di rivincite per sé, solo per sè: un gioco che si compie sulla pelle di quella parte del Paese che si aspetta che il secondo suo partito si comporti come una forza adulta in grado di avanzare proposte di governo, meglio delle altre forze che sono state elette in Parlamento, e di costruire le condizioni perchè vengano accettate. Sbloccarsi insomma, uscire dall’inferno della depressione, dei veti e dei ricatti al proprio interno, uscire dalla sindrome degli ‘incompresi e stizziti’.

Infatti la logica stringente della politica dice, anzi urla, proprio questo al secondo partito d’Italia: o vi liberate al vostro interno dai condizionamenti perniciosi di chi vi ha portato alla sconfitta elettorale, portando al partito aria e linfa nuove, e facendo emergere un po’ di coraggio e generosità, o il Paese si libererà di voi, come se foste ciabatte inutili, venendo a scovarvi ovunque, anche se vi nasconderete all’opposizione. Forse il peggio deve ancora arrivare, se qualcuno pensa ad altre elezioni ravvicinate.

E noi democratici, che abbiamo ancora un qualche orizzonte comune davanti agli occhi, e vorremmo raggiungerlo senza metterci nelle mani dei populisti, di destra o di sinistra, dovremo per forza ripartire dall’anno zero.

 

Lanfranco Scalvenzi

Il voto meridionale e la rabbia sociale

Nel precedente articolo di riflessione sull’esito elettorale ho usato il termine secessione per definire un fenomeno di distacco radicale di parti maggioritarie del nostro paese dallo Stato e dalla politica che lo aveva guidato dopo il collasso del berlusconismo travolto dalla crisi del debito sovrano. Il progetto politico che è stato respinto dall’elettorato era basato su un intreccio tra europeismo, rigore finanziario, e, soprattutto con Renzi, riformismo di matrice liberal-socialista (crescita, riforma del welfare e diritti civili).

Ha vinto un altro intreccio impersonato dai due vincitori delle elezioni, Salvini e Di Maio: sovranismo, antieuropeismo/euroscetticismo, statalismo/assistenzialismo (quest’ultimo nel M5S combinato con una visione anti industrialista). Al sud questo intreccio ha raccolto la rabbia sociale scaturita dalla crisi. Al nord la paura di chi si sente minacciato dai migranti e dalle tasse, percepite sempre come altissime.

Che nel voto meridionale ci sia prevalentemente la rabbia contro l’impoverimento dei ceti medio – bassi è indubbio: il Sud, ha perso tra il 2008 e il 2013 il 15% del reddito procapite medio mentre il nord solo il 5%; la disoccupazione giovanile è quasi tutta al sud e i fenomeni di frattura della coesione sociale si presentano in quelle regioni enfatizzati. Di fatto il Mezzogiorno è diventato come la Grecia, mentre il nord e soprattutto il suo nuovo triangolo avanzato – Milano/Varese, Bologna, Veneto meridionale – come la Baviera.

A questa voragine territoriale le politiche del PD non hanno offerto una alternativa visibile e tangibile, nonostante che tra il 2016 e il 2017 il Pil delle regioni meridionali sia cresciuto come e più del Nord, le start up si siano moltiplicate e dall’Europa sia arrivato un fiume di risorse (purtroppo dissipate o mal gestite da classi politiche locali complessivamente di modesto livello se non proprio clientelari e corrotte). Di Maio è stato l’imprenditore politico di questa rabbia – un pò come Tsipras in Grecia o Podemos in Spagna – intrecciando l’urlo contro il potere della casta con la tradizionale garanzia che le pratiche sociali più diffuse per difendersi dalla insicurezza sociale e proteggere condizioni di vita seppur modeste, non sarebbero state attaccate. In questo modo ha tenuto insieme l’ideologia de “lo stato ci ha lasciati soli” a quella del rigurgito antistatale neoborbonista e alla rivolta plebea contro il potere (forconi). Possiamo dire che ancora una volta ha vinto un NO contro un SI, come è già accaduto nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Non è la prima volta che il sud dice No: lo aveva detto nel ’46 votando monarchia contro la repubblica e poi con il monarchico Lauro a Napoli; lo aveva detto nel 1994 votando Berlusconi (vinse in tutti i 61 collegi in Sicilia).

Questo successo mette in luce la gravità dello scollamento tra questa parte del paese e la sinistra riformista. Uno scollamento di lunga durata che non solo non è stato medicato, ma soprattutto non è stato affrontato in termini di cultura politica: l’ottimismo renziano che spinge a guardare al futuro qui non ha funzionato. Al riformismo – al netto dei suoi errori – serve tempo e nel sud di tempo non ce n’era più, anche perchè ha prevalso nella comunicazione giornalistica e mediatica una narrazione “vittimista” del Mezzogiorno, che stimola le pulsioni più negative presenti nell’antropologia delle popolazioni meridionali, la prima delle quali è la sfiducia che il mondo possa cambiare e che la politica sia lo strumento per farlo. Se anche il PD è governato da cacicchi, se è un insieme di piccoli gruppi autoreferenziali che si spartiscono poteri in chiave familistica, se non hanno idee e non stanno più in mezzo alle persone per favorire il loro impegno e una ripresa di fiducia, il risucchio verso le due alternative storiche – clientelismo statalista e Masaniello – diventa un’onda di piena irresistibile. Certo quest’onda di piena non si supera vagheggiando il ritorno all’età della Cassa del Mezzogiorno, nè impedendo l’espianto degli ulivi per fare passare un gasdotto. Ma anche il programma riformista va indubbiamente ripensato: ci vuole una strategia d’urto molto forte, senza la quale rimarrà forza minoritaria. Certo ci vuole anche quel “lanciafiamme” che Renzi non ha utilizzato fermando la rottamazione ai confini del Lazio. E quel mancato impegno ora gli si rivolta contro, anche in presenza di buone politiche che nei fatti non hanno alternative perchè il reddito individuale garantito non vedrà mai la luce nè altre soluzioni assistenzialistico/parassitarie potranno essere realizzate sia dentro che fuori dall’Europa. Resta da domandarsi cosa hanno fatto i poteri forti del Sud, compresi quelli criminali, che muovono cospicui pacchetti di voti in questa circostanza elettorale: non casualmente nessuno ne parla, ma il consenso stratosferico del M5S nelle zone a più altra intensità camorristica o mafiosa, meriterebbe una riflessione.

Alberto De Bernardi

Dopo le elezioni una domanda sull’Europa

Le elezioni ci hanno consegnato due possibili candidati alla presidenza del Consiglio: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ma finora entrambi hanno lasciato irrisolta una questione centrale: il ruolo dell’Italia in Europa e nella moneta unica.

Di Maio e Salvini aspiranti premier

Le elezioni hanno portato al centro-destra la maggioranza relativa dei seggi tra le coalizioni: 265 seggi su 630, pari al 42 per cento del totale alla Camera, e 137 seggi su 315, il 43,5 per cento del totale al Senato. Tra i partiti, la maggioranza relativa dei seggi è andata al Movimento 5 stelle, con 227 seggi alla Camera (il 36 per cento del totale) e 112 seggi al Senato (il 36 per cento del totale). È dunque probabile che il presidente Mattarella attribuisca un incarico – esplorativo o pieno – per la formazione del governo a un rappresentante di questi gruppi politici, presumibilmente a Matteo Salvini (il leader della Lega, il partito con la maggioranza dei consensi nel centro-destra) o a Luigi Di Maio.

Leggendone i programmi, ci si accorge che, alla fine di una campagna elettorale piena di proposte molto ambiziose o inverosimili, i partiti hanno in realtà lasciato irrisolte alcune domande fondamentali. Una di queste riguarda il ruolo dell’Italia in Europa e nella moneta unica. Vale la pena di tornarci sopra.

L’euro, una valuta cattiva per Salvini

Nella sua prima conferenza stampa dopo le elezioni, Salvini ha parlato dell’euro come di una “valuta cattiva”. Ora, nessuno può negare che l’architettura istituzionale dell’euro – un esperimento privo di precedenti – debba ancora essere completata. Ma l’euro c’è, è oggi in buona salute e, anzi, i lavori in corso sono in vista del suo consolidamento. In Europa si parla (e ci si divide) su temi come l’assicurazione europea sui depositi, le regole di vigilanza bancaria e l’introduzione di vincoli alla quantità di titoli pubblici detenuta nei bilanci bancari. Si ragiona cioè in modo operativo su come completare l’unione bancaria (ad esempio, ne ha discusso su questo sito Angelo Baglioni). In modo meno operativo, si parla anche dell’adozione di un bilancio comune a sostegno dell’euro – un meccanismo che svolga più pienamente la funzione assicurativa giocata da un governo centrale in una nazione – o almeno di uno schema europeo di indennità di disoccupazione (ha recentemente ripreso l’idea Andrea Boitani) per dare ai disoccupati europei un supporto di reddito svincolato dalle condizioni del loro paese di provenienza.

Sono tutte misure di perfezionamento dell’architettura dell’euro, visto come una valuta che è qui per rimanere: semplificando, chi prova a migliorarne il funzionamento pensa all’euro come a una valuta “buona”, non a una valuta cattiva di cui sbarazzarsi.
Se dunque l’Europa e i paesi europei diversi dall’Italia si stanno attrezzando per continuare a convivere nell’euro, sarebbe utile avere qualche chiarimento al riguardo dagli aspiranti premier italiani.

Ci sono due possibilità. La prima è che anche l’Italia attraverso il suo prossimo governo partecipi alla predisposizione delle nuove regole, cercando di influire sul risultato, ma sapendo fin dall’inizio che gli esiti potrebbero non essere del tutto favorevoli ai nostri interessi nazionali. Nei negoziati si porta a casa qualcosa ma non tutto. Oppure si può concludere che, essendo l’euro una valuta cattiva e constatata l’impossibilità di ottenere la “revisione dei trattati europei” auspicata al punto 3 nel cosiddetto “programma del centro-destra”, l’Italia farà i preparativi per andarsene dalla moneta unica. Sapendo che “andarsene” vuol dire andarsene da soli, con le conseguenze e le difficoltà di attuazione che ciò comporta, sia nella transizione che a regime.

Anche Di Maio è ambiguo sull’euro

Da parte sua, il M5s sembra aver abbandonato la prospettiva dell’uscita dall’euro, ma in passato le dichiarazioni del candidato presidente del Consiglio Luigi Di Maio erano state ondivaghe sul punto. Di recente, nella trasmissione Porta a Porta, la conclusione è stata che “Ora non è più il momento di uscire dall’euro”. Intendendo che, finiti i tempi dell’asse privilegiato franco-tedesco, in Europa si sarebbero aperti margini per una gestione più collegiale e quindi anche per una revisione dei trattati europei come il Fiscal Compact e – chissà – gli altri trattati fondativi della moneta unica. Il che però lascia aperta la stessa questione che si pone per la Lega: e se l’asse franco-tedesco si rinsalda (qualcosa di più di una congettura accademica) e l’Europa risponde picche alle richieste di revisione dei trattati, cosa si fa? Si esce in solitaria? Se sì, come?

A ben vedere, dunque, ambedue gli aspiranti presidenti del Consiglio hanno finora lasciato irrisolta – con un po’ di voluta ambiguità strategica – una questione di grande importanza. In fondo, la vera domanda è se su questi temi ci sia spazio per le ambiguità, soprattutto per un paese con il 133 per cento di rapporto debito-Pil. Un’alternativa semplice all’ambiguità c’è: il governo italiano potrebbe dichiarare che, pur concorrendo alla discussione per cambiarle, si impegna a rispettare le regole esistenti, in particolare quelle relative agli obblighi derivanti dalla permanenza nella moneta unica, a cominciare dal Fiscal Compact. Ma non è quello che Di Maio e Salvini hanno promesso ai loro elettori in campagna elettorale.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Elezioni: la secessione degli italiani

La domanda è: cos’è accaduto alle elezioni domenica 4 marzo? Forse il termine più appropriato è secessione. Una gigantesca secessione di parti cospicue del corpo sociale dallo Stato e dalla classe dirigente riformista che si era assunta l’onere di guidare il Paese fuori dalla crisi che il berlusconismo non era stato in grado di affrontare.

Oltre il 55% degli italiani (senza contare gli astenuti) hanno scelto forze antisistema per esprimere una secessione da ogni progetto politico che avesse al suo centro l’Europa, i diritti civili, il rigore finanziario, la cultura, la difesa del patrimonio artistico e ambientale e l’inclusione sociale. Di fronte alla scelta tra futuro e rabbia/paura la maggioranza degli italiani ha scelto questa seconda via che però Lega, FdI e M5S declinano in maniera diversa.
Ci sono due secessioni: quella del nord e quella del sud che vanno lette con lenti diverse.

Quella del sud va interpretata confrontando Pil e distribuzione del voto. Nel sud più è basso il primo più i voti si orientano in direzione dei 5S: la secessione qui dunque affonda le sue radici nel progressivo approfondirsi della “questione meridionale” che né i governi locali di centro sinistra, né i governi nazionali di Renzi e di Gentiloni hanno saputo affrontare facendone uno dei problemi centrali della ripresa economica. Ciò non significa che in questi territori non sia accaduto nulla, perché molte zone del Meridione si sono agganciate alla ripresa e stanno crescendo anche se non come il resto dell’Italia. Ma la ricaduta sociale è stata inferiore e poco percepita perché si è scontrata con tare storiche del sud, la prima delle quali è costituita da un’amministrazione pubblica inefficiente, combinata con una classe politica totalmente inadeguata: clientelismo e cacicchi (basta guardare Emiliano per capirlo) in sintesi che hanno allargato il solco che separa le due Italie. Una che sta nell’Europa che cresce, dalla Toscana alla Danimarca; l’altra che sta con quella arretrata, dalla Sicilia alla Grecia, ai Balcani, all’est europeo. Come in altre circostanze della storia italiana recente il sud rabbioso che si sente emarginato e costretto in una condizione sempre più periferica sceglie un intreccio tra ribellismo antistatalista, aspettative assistenzialiste, finte rivoluzioni fideistiche, conservatorismo antiriformista per incanalare la propria protesta: basta ricordarsi Lauro, fino ai sindaci “arancione” o il movimento dei forconi.

Oggi è l’ora del populismo del M5S che ha promesso mari e monti e soprattutto quel reddito garantito che ha convinto molti. Ma soprattutto è stato scelto perché tutti sanno che lascerà che le vecchie pratiche clientelari, la distribuzione di risorse assistenziali, l’evasione delle tasse locali, il nero nelle attività economiche rimarranno fonte di reddito supplementare. E’ una secessione che va a destra contro la quale il messaggio europeista e riformista del Pd, raccontato da classi politiche locali screditate e divise, non ha avuto nessuna possibilità di essere recepito. Neanche evocare la vecchia ricetta socialdemocratica però ha avuto successo, come testimonia l’eclisse di D’Alema. Come è ovvio questa scelta non risolverà nessuno dei problemi del Mezzogiorno, ma intanto ha consentito di mettere da parte programmi ritenuti minacciosi – i controlli fiscali, la lotta contro l’abusivismo “di necessità”- a favore del ritorno della spesa pubblica erogata a difesa dei redditi, piuttosto che per progetti di sviluppo a lunga durata. In sintesi bisogna ripensare al Sud come si fece negli anni 60, o alla fine del secolo scorso: in grande e con una visione strategica.

La marginalità dei 5S al nord è la conferma che il populismo assistenzialista e statalista si ferma “a Eboli” potremmo dire. Al nord trionfano invece gli imprenditori della paura non della rabbia raccogliendo il consenso dei ceti medi in declino a cui l’Europa non ha saputo dare risposte convincenti sul bisogno di sicurezza e per un’integrazione degli immigrati governata dai poteri pubblici. La Lega di Salvini sta con l’Europa di Visegrad, sovranista ed euroscettica, che sta vincendo in molte altre parti d’Europa e nei confronti della quale la sinistra riformista è poco competitiva. Almeno fino a quando l’Europa non sarà in grado di uscire dalle secche dell’asfissia rigorista e lanciare un grande piano di sviluppo espansivo e socialmente sostenibile.

Questa è la partita che sta di fronte alla discussione interna nel Pd, che resta comunque una forza del 20%, tra le più forti d’Europa: non una rotta dunque, ma un grave battuta d’arresto che impone un salto di qualità profondo della sua proposta politica. Certo che se tutto si riduce a discutere se appoggiare un governo 5S, vuol dire che la crisi del Pd non si risolverà.

Alberto De Bernardi

Due o tre pensieri sulle elezioni 2018

Un bel rimescolamento di carte queste elezioni 2018. I numeri che contano sono 70, 4,5 e 18,7. La prima cifra è la somma dei voti di M5S e centrodestra; la seconda quelli delle sinistre extra Pd; l’ultimo la percentuale presa dal Pd.

Pur essendo stato dato su programmi diversi non vi è dubbio che quel 70% esprime una protesta contro le politiche che hanno segnato la stabilità italiana che, nel rispetto dei vincoli di bilancio, ha portato a diversi positivi risultati di governo (economia, lavoro, diritti). Sia nella versione Lega che in quella di Forza Italia o di FdI e in quella del M5S il tratto che le accomuna è la spinta a fuoriuscire dalle compatibilità finanziarie con un taglio di tasse e un’espansione della spesa pubblica. La stragrande maggioranza dei votanti ha detto quindi che è stufa di sentirsi dire “non si può fare perché dobbiamo stare nei limiti”. Di fronte alle promesse di un radicale taglio di imposte con la flat tax non è stata tanto a guardare per il sottile se convenisse veramente e a chi, ma ha detto sì. Stessa reazione per il cavallo di battaglia dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza. Significativo che il messaggio del taglio è passato nelle zone più sviluppate e quello dell’assistenzialismo in quelle meno sviluppate. Ciò che conta però è il duplice messaggio che è arrivato agli elettori: superiamo i vincoli, torniamo a spendere.

Anche sulla questione migranti la scelta è stata di rottura e le due componenti che si dividono il 70% l’hanno rappresentata. Come ampiamente annunciato dai tanti episodi di protesta l’immigrazione caotica non gestita dai poteri pubblici e l’accoglienza in stile emergenziale con i suoi scandali, i suoi sprechi e soprattutto la sua insensatezza (immigrati parcheggiati a caro prezzo e poi lasciati liberi di vagare alla ricerca di fortuna nel territorio nazionale con l’effetto di ingrossare le file dei lavoratori sfruttati fino al limite dello schiavismo e quelle della microcriminalità) ha prodotto una ribellione di massa. Lo si era detto: gli appelli alla solidarietà hanno un limite superato il quale o si accetta di sopportare un peggioramento della propria vita o ci si ribella. Tanti italiani hanno scelto quest’ultima strada. Ovviamente superfluo ripetere che a sopportare le conseguenze di un’immigrazione disordinata e di una gestione fuori controllo sono state le periferie e le zone popolari già messe sotto pressione per conto loro. C’è da dire che solo con il governo Gentiloni e grazie al ministro Minniti è cambiato qualcosa e questo gli italiani l’hanno ricordato.

C’erano però altre liste che diffondevano un messaggio di ribellione ai vincoli europei e di espansione della spesa pubblica: LeU e Potere al Popolo. Insieme non sono arrivati nemmeno al 5% dei voti. Erano liste chiaramente di sinistra che contestavano il moderatismo del Pd e si presentavano con toni radicali. Niente da fare, gli elettori non le hanno seguite. Alcuni grandi nomi – da Bersani a D’Alema a Grasso – non sono serviti ad attirare maggiori consensi. Sarà la connotazione di sinistra che non convince più con buona pace di quelli che insistono ad indicare la necessità di un’unità delle sinistre come un obiettivo prioritario. Deve essere proprio così perché le due liste coprivano un arco di posizioni molto ampio dal riformismo tranquillo di un Bersani con LeU alla vera e propria rivolta dei centri sociali con Potere al Popolo. Dopo queste elezioni sarà difficile tornare ad invocare l’unità della sinistra. Ormai l’etichetta è corrosa dal tempo e andrebbe ristampata.

Il Pd ha pagato non tanto gli errori di Renzi quanto l’incapacità di completare la costruzione di un partito nuovo che andasse oltre la matrice dalla quale è nato. Si parlò all’epoca di fusione fredda tra gruppi dirigenti ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani. L’impressione è che da allora non si sia andati molto più in là. Renzi ha avuto il merito di cercare una strada originale con le sue Leopolde e lo slogan della rottamazione, ma non è stato capace di dare una base analitica e strategica solida al partito. Una cultura politica che ha puntato troppo sull’effervescenza, sul giovanilismo, sull’ottimismo edulcorato, sul decisionismo frettoloso. In definitiva una cultura politica basata più sulle intuizioni, ma di scarso spessore. Quindi un merito di Renzi sì, ma anche la responsabilità di aver strattonato un partito confuso e desideroso di identità, ma ancora immaturo. Troppi traumi in pochi anni. Oltre Renzi urge comunque una riflessione molto ampia che non sia piagnisteo o autocoscienza, ma slancio per capire in che mondo si vive e cosa ci si sta a fare e contatto con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Sapendo che la politica non è accettare supinamente ciò che ci si trova davanti, ma capacità di immaginare il futuro costruendolo giorno per giorno.

Ora si tratta di capire cosa faranno i partiti perché i risultati non permettono nessuna maggioranza già definita. Non è cosa che si chiarirà in pochi giorni. Difficile pensare all’alleanza stabile di Pd e M5S anche se parrebbe l’unica via d’uscita da una situazione bloccata. Il Pd oggi non se lo può permettere e non lo può permettere un minimo di ragionevolezza. I rispettivi programmi sono alternativi e non conciliabili. Il Pd deve pensare ad altro. Deve risolvere la sua crisi, chiarirsi le idee, ridefinire la linea politica, radicarsi di più nella società. L’unica strada oggi è quella di un governo istituzionale di durata limitata; potrebbe servire a far decantare la situazione e a far emergere proprio quella convergenza programmatica tra forze diverse sulla quale impiantare un governo di legislatura. Quali forze? Lo si vedrà strada facendo. Di fatto il voto di protesta si è concentrato sul M5S e sulla Lega, dunque…. Se ci si riesce, bene; sennò si torna a votare. Un percorso difficile, ma ci si può provare

Claudio Lombardi

Campagna elettorale e segni dei tempi

C’è qualcosa che unisce le promesse esagerate di questa campagna elettorale, la recrudescenza di gruppi neofascisti, l’esasperazione che si percepisce nei toni e nelle argomentazioni con le quali molti persone descrivono la situazione del Paese, gli episodi di violenze nelle scuole da parte di studenti e genitori contro gli insegnanti, l’isteria di massa nei confronti della presenza di immigrati.

Non è facile definire cosa sia, ma si ha come l’impressione che sia saltato il collegamento con la realtà e insieme il senso del limite. L’aggressività si scatena con poco, la ricerca di scorciatoie e semplificazioni la alimenta.

Immigrati. Non c’è dubbio alcuno che l’arrivo in massa e in pochi anni degli immigrati sia stato un acceleratore di contraddizioni e di problemi formidabile che ha pesato quasi soltanto sui ceti popolari. Gli immigrati regolari perché hanno fatto concorrenza al ribasso per i posti di lavoro meno qualificati. Quelli irregolari perché ospitati per periodi lunghissimi in centri di permanenza fatiscenti, ma costosi per le casse dello Stato. Oppure dispersi sul territorio a caccia di soldi e finiti nella piccola delinquenza e nello spaccio di droghe.

È anche vero, però, che spesso ne basta qualche decina per scatenare la collera degli abitanti di un paese, di una borgata, di un quartiere. Immediatamente questi vengono accusati per ogni disagio, per ogni disfunzione anche se preesistenti alla loro presenza. La propria frustrazione personale trova in loro una spiegazione e una valvola di sfogo. Spesso sono i giovani delle zone più popolari a ribellarsi. Sospesi tra una formazione insufficiente e un lavoro dequalificato e poco retribuito, ma spinti verso modelli di consumo superiori alle loro possibilità e privi di strumenti culturali per comprendere la realtà che li circonda individuano negli immigrati una spiegazione semplice ai loro problemi.

Nelle scuole si è diffuso un clima di intimidazione nei confronti degli insegnanti. La presenza invadente dei genitori – eredità degenerata di un’antica stagione di partecipazione – si è troppe volte tradotta nel fiancheggiamento di studenti insofferenti alla disciplina e all’impegno nello studio. Un residuo culturale delle lotte studentesche del passato ha fatto passare il messaggio che lo studente sia portatore di una soggettività superiore a quella che la scuola può consentire nell’ambito delle sue regole di funzionamento. D’altra parte il rito delle occupazioni si manifesta ormai come una grottesca finzione utile solo a slatentizzare le pulsioni anarcoidi degli adolescenti. Di qui all’aggressione fisica dei docenti il passo è stato breve e gli episodi si ripetono con preoccupante frequenza. Bisognerebbe ristabilire una gerarchia nelle scuole ripristinando la distinzione dei ruoli. Gerarchia non come ossequio ad un formalismo fine a se stesso, ma come rispetto della funzione che ognuno ha per il funzionamento del più importante e delicato servizio pubblico del Paese. E gerarchia come espressione del rispetto delle regole che dovrebbe essere la base di ogni educazione alla vita. Certo, bisognerebbe anche ricreare una selezione degli insegnanti migliori mettendo fine alla giostra dei precari entrati nella scuola spesso nessuna verifica le capacità. Nella scuola si è ormai creato un groviglio che soltanto un governo forte può provare a districare. L’aggressività verso i docenti è un segnale di debolezza della scuola che non va sottovalutato.

La presenza di gruppi neofascisti non è certo una novità di questi tempi. Dalla fine della guerra c’è sempre stata e i fascisti sono stati protagonisti della stagione del terrorismo e delle stragi. Oggi rispolverano il loro volto sociale predicando nelle zone degradate e popolari una palingenesi basata sul nazionalismo e sull’espulsione degli elementi estranei alla comunità e mettendo in atto una pratica di appoggio all’illegalità e di conquista fisica del territorio.

Finora non hanno trovato una risposta repressiva all’altezza della sfida che lanciano alla democrazia. Come è spesso accaduto i violenti usano la libertà per tentare di prendere il sopravvento sugli altri. C’è un problema di educazione che dovrebbe partire dalle scuole, c’è un problema di degrado che è tanto sociale quanto individuale e culturale che rende disponibili molte persone alle scorciatoie violente proposte dai neofascisti, ma c’è anche un problema di mettere dei limiti alla forzatura dei valori e delle regole. In Italia la libertà è stata conquistata con una lotta armata combattuta durante una guerra mondiale scatenata dal nazismo e dal fascismo. Fascismo e antifascismo pari non  sono e non bisognerebbe mai dimenticarselo. Il fascismo deve essere represso perché è inaccettabile che si tenti di farlo rinascere. Ci vuole la battaglia culturale, ci vuole il rifiuto popolare e ci vuole la sacrosanta repressione. Senza timidezze.

Infine le promesse elettorali. Se i partiti pensano di conquistare il consenso con promesse che sono fuori dalla realtà stanno truffando i cittadini perché delle due l’una: o vengono mantenute e si scassano i conti dello Stato aprendo la strada a scenari di rottura con l’Eurozona che per l’Italia sarebbero davvero tragici; oppure le promesse serviranno solo ad acquistare il voto degli elettori e saranno abbandonate subito dopo.

La questione di fondo allora è solo una ed è discriminante: dire la verità e prendere impegni che siano credibili. La prima verità è che l’Italia non aderisce all’euro e non sta in Europa per fare un favore alla finanza mondiale, alla Germania o alle banche. L’Italia deve stare in Europa e nell’euro perché se sta da sola affonda in un debito pubblico impazzito e in una competizione europea e mondiale senza protezioni e senza regole. Chi crede a Salvini e ai neofascisti, ma anche al M5S (che adesso ha nascosto l’idea di spingere verso l’uscita dall’euro, ma la tiene sempre di riserva), fa del male a se stesso e al Paese.

Molti italiani descrivono la situazione nazionale come se fossimo ridotti allo stremo. Non vogliono vedere i passi avanti che sono stati fatti in ogni campo sociale, economico e dei diritti civili. Se questo serve come presa di coscienza collettiva per fare di più e meglio è un bene.  Ma deve essere accompagnato dall’impegno individuale e dall’assunzione di responsabilità. Se, invece, serve come giustificazione per continuare a fare il proprio comodo allora è la manifestazione del tipico individualismo anarcoide che è uno dei pesi che gravano sul sistema Italia. Purtroppo ci sono forze politiche come il M5S e la Lega che hanno suscitato la rabbia ottenendo quest’ultimo risultato. È difficile pensare che in tal modo riusciranno a governare bene il Paese.

In queste elezioni ci giochiamo molto perché dopo anni di crisi abbiamo raggiunto una discreta stabilità, l’economia è in netta ripresa, salari e stipendi ricominciano a crescere. L’unica proposta sensata è continuare così. Meglio un leggero e costante progresso che un salto in alto e una rovinosa caduta guidata da avventurieri e incompetenti

Claudio Lombardi

Un elettorato disinteressato ed egoista?

A poco più di un mese dal voto il primo partito resta quello dell’astensione. Tanti gli appelli – dal Presidente della Repubblica alla Chiesa – ai cittadini perché vadano a votare. Argomentazioni assolutamente fondate sull’importanza del voto e della partecipazione alle scelte politiche vengono ripetute con parole convincenti. Eppure la sensazione è che questi appelli non tocchino il cuore e la mente di milioni di italiani.

Scrive Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera che oggi prevale il disinteresse perché “vince una componente né politica né culturale, ma antropologica: abbiamo di fronte un elettorato vagotonico (…) indifferente a quel che avviene nella vita comunitaria, appiattito sulle proprie scelte personali, quasi prigioniero di un sopore difficile da smuovere: un elettorato senza condivisione di sentimenti collettivi”.

Ora, più che il riferimento alla patologia medica, è condivisibile che l’indifferenza e il ripiegamento sui propri interessi personali siano molto diffusi. E non soltanto in occasione delle elezioni, bensì ogni volta che la vita quotidiana di tanta gente si incontra con regole di comportamento corretto e responsabile.

Oggi. E prima? Se parliamo di concentrazione sui propri interessi personali non sembra che la situazione sia così diversa da quella già conosciuta in epoche passate quando la partecipazione al voto era costantemente sopra all’80%. Non è che in quegli anni i cittadini fossero esempi di virtù civiche. Tante piccole discariche a cielo aperto erano disseminate nelle vie delle città o appena fuori dai centri abitati, le frodi erano molto diffuse così come l’uso sfacciato di ogni possibile beneficio a favore dei lavoratori dipendenti e gli autonomi godevano, di fatto, di un regime fiscale diverso da quello legale. Molti problemi personali si potevano affrontare grazie alla corruzione e, se si guarda al mondo delle imprese, il ricorso all’uso anomalo di risorse pubbliche era molto frequente (finanziamenti e agevolazioni, Cassa del Mezzogiorno).

Gli anni della massiccia partecipazione al voto sono stati anni di inflazione a due cifre, di ricorso sistematico al debito pubblico per coprire qualunque spreco, di corruzione diffusa, di invadenza della politica in ogni settore della vita sociale, di privilegi e di abusi concessi a chiunque avesse una qualche forma di protezione individuale (raccomandazioni) o collettiva (sindacalismo).

Erano, però, anche anni nei quali la presenza di partiti di massa trasmetteva agli italiani l’impressione che a loro spettasse inevitabilmente la gestione del potere che aveva l’ambito nazionale come confine riconosciuto. La scelta di campo occidentale non si discuteva, ma poi la sostanza del potere (moneta, finanza) stava tutta all’interno.

Non è che allora non ci fossero le caste. C’erano ben più di oggi ed erano intoccabili perché il potere era nelle loro mani e lo usavano per cementare un blocco sociale nel quale ognuno poteva sperare di avere qualche vantaggio (dalla casa popolare, alla pensione di invalidità, al finanziamento a fondo perduto). C’era anche una diffusa consapevolezza che la dimensione collettiva portasse vantaggi per intere categorie di persone e che la politica fosse lo strumento per arrivarci.

Oggi, il rancore sociale poggia sulla delegittimazione della classe dirigente, l’indignazione sulla caduta del potere nazionale e l’enorme diffusione dei centri di produzione di informazione e di opinione (ogni account facebook lo è) ha portato allo sgretolamento delle gerarchie basate sulle competenze e al disorientamento. L’aggressività individualista di oggi, tuttavia, non può certo eguagliare l’aggressività organizzata dei movimenti di protesta o delle trame eversive del passato.

Oggi prevale la sfiducia nella politica perché non appare più l’unico ambito nel quale si concentra il potere. Di conseguenza i partiti sono stati delegittimati e sono avvertiti come ingombranti ed inutili.

In realtà il moralismo dilagante (sono tutti uguali, sono tutti venduti) segnala solo la rabbia perché si avverte la debolezza del potere che non è più in grado di distribuire compensi per acquisire il consenso. Il Censis ha individuato nella categoria del rancore la caratteristica diffusa di questi anni.

Ricorda De Rita che le campagne elettorali degli ultimi quindici anni non sono state condizionate dalle proposte sull’Europa o sui conti pubblici, bensì dalla strumentalizzazione politica dei sentimenti dell’elettorato. D’altra parte cosa fu il voto del 2013 se non un’espressione del rancore collettivo? Anzi, di tanti rancori diversi.

Molti non voteranno sui programmi, ma solo sul sentimento che alcune proposte riusciranno a trasmettere (flat tax, reddito di cittadinanza, rottura dei vincoli europei). L’unica possibilità per chi non vuole imboccare questa strada è un continuo tentativo di ragionare sulla realtà. Ragionare insieme come introduzione ad un nuovo andamento della democrazia che si apra alla partecipazione dal basso. Ascoltare, dialogare, accogliere idee e suggerimenti. I politici che riusciranno a farlo alla lunga saranno premiati

Claudio Lombardi

Inizia la campagna elettorale

Eccoci in campagna elettorale. Si parla di liste e di programmi. Ad oggi si conoscono i 20 punti del Movimento 5 Stelle e i 10 punti del centrodestra. Niente a che vedere con certi programmi del passato (caso estremo le 285 pagine dell’Unione che sostenne Prodi nel 2006). Oggi l’opinione pubblica vuole la sintesi e vuole sentire un messaggio chiaro. E così si semplifica e si cura l’impatto emotivo, cioè si fa pubblicità. Importante è che scatti il meccanismo dell’identificazione: “sì loro dicono proprio quello che penso io”, “finalmente qualcuno che lo dice”, “questo si chiama parlar chiaro, bisogna dirgliele in faccia le cose e senza peli sulla lingua”. Se si riesce a suscitare questi pensieri negli elettori non occorre altro, il più è fatto. Poco interessano concetti come fattibilità e compatibilità. Quelli sono affare dei politici una volta eletti. La gente li giudicherà dai fatti cioè dall’impatto sulle vite di ognuno.

Da questo punto di vista i partiti di governo sono svantaggiati perché per loro è più difficile svolazzare nel regno della fantasia. Sono incatenati a ciò che hanno realizzato. L’elettore non concede sconti a chi ha governato. E poi gli obiettivi, spesso parziali e frutto di compromessi, vengono acquisiti rapidamente e anche dimenticati. Per sognare, invece, prendiamo qualche esempio dei dieci e dei venti punti.

Centrodestra.

Aliquota unica per famiglie e imprese (flat tax), eliminazione delle imposte sulle donazioni, sulle successioni e sulla prima casa (ma non è così già oggi?). Eliminazione delle tasse sui risparmi (quali? Conti correnti, azioni, obbligazioni, titoli di Stato?). Pace fiscale per tutti i piccoli contribuenti che si trovano in condizioni di difficoltà economica (che vuol dire?). Con le risorse liberate dalla flat tax, stimolo agli investimenti pubblici e privati (quali risorse se la flat tax costerà decine di miliardi di euro?).

Sull’Europa. No alle politiche di austerità (quali? come?). No alle regolamentazioni eccessive (detto al bar ha un senso, ma solo lì però). Revisione dei trattati europei (in che senso?). Più politica e meno burocrazia (siamo di nuovo al bar).

Passiamo ad altro. Azzeramento della povertà assoluta, estensione delle prestazioni sanitarie e poi il colpo da maestri dell’azzeramento della legge Fornero (ecco il messaggio che colpisce!) che andrebbe sostituita da una nuova riforma previdenziale economicamente e socialmente sostenibile (questo riguarda il dopo voto e lascia aperte tutte le possibilità, basta che non si chiamino Fornero). Quando si arriva alla proposta di un codice dei diritti degli animali domestici non si sa se piangere o ridere.

Il programma del M5S non sfigura al cospetto di quello del centrodestra. Anche qui si vede l’impegno a mettere nero su bianco le migliori idee che possano impressionare l’elettore. Ovviamente nessun accenno alle compatibilità e alla fattibilità. Si crede nei poteri taumaturgici della parola. Accanto all’ovvio reddito di cittadinanza abbiamo anche la pensione di cittadinanza per poi passare alla magica parola investimenti. Siamo al top quando si quantifica in 50 miliardi l’effetto dei tagli agli sprechi e ai costi della politica, si indica in 200 mila posti di lavoro l’effetto del riciclo dei rifiuti e ci si propone il taglio del 40% del debito pubblico in dieci anni.

La stranezza è che, in alcuni punti, se si volesse analizzare il senso delle parole, ci si troverebbe nel solco della prosecuzione di alcune politiche dei governi Renzi e Gentiloni. Il problema è che qui si presenta agli elettori una bella vetrina di pasticceria nella quale ci sono i disegnini di dolci buonissimi, ma non si sa se esiste il forno per cuocerli e nemmeno il pasticcere per prepararli.

Scrivere un programma elettorale non è semplice. L’elettore cerca innanzitutto l’empatia con un partito. E poi non ha gli strumenti per valutare nel dettaglio le singole proposte. Una forza politica che si mostra da subito responsabile senza comunicare innanzitutto il senso e la finalità di ciò che propone (chiamiamoli ideali o progetto o narrazione) è condannata.

L’esempio della vittoria di Macron in Francia dimostra che si può essere concreti e responsabili nell’ambito di una forte idealità che non prescinde dalla realtà, ma che si propone di trasformarla. Quando, invece, si racconta agli elettori che tutto è possibile siamo nel campo della pura presa in giro. Mentre da noi è partita una campagna elettorale nella quale si cerca di far sognare gli italiani con proposte fuori dalla realtà Francia e Germania stanno lavorando ad un nuovo assetto dell’Eurozona cioè dell’ambito sovranazionale del quale il nostro Paese per sua decisione e per convenienza ha scelto di far parte. Centrodestra e Movimento 5 Stelle giocano con la fantasia, ma se dovessero prendere i voti veri sulla base delle loro proposte dove porterebbero l’Italia?

Claudio Lombardi