E ora guardiamo avanti, ad una nuova Italia (di Claudio Lombardi)

“Tuttavia è la vigilia. Accogliamo ogni influsso di vigore e di reale tenerezza. E all’aurora, armati di pazienza ardente, entreremo nelle splendide città”

È una visione poetica che interpreta e descrive gli stati d’animo, quelli che muovono le persone e che precedono decisioni e azioni. Lo stato d’animo è quello di una vigilia che precede un evento tanto atteso che si intravede e già si realizza anche se soltanto in parte. Però si avverte che l’evento è vicino, che è diventato reale e allora si è disposti a percorrere un altro tratto ormai sicuri che ci si arriverà.

Per questo si è ben disposti e si sente il bisogno di aprirsi per accogliere tutto ciò che può dare vigore, ma lo si fa con la tenerezza di chi sente di essere nel giusto e di non essere solo. E, infatti l’arrivo alla meta, all’alba, si farà armati solo di una pazienza ardente, la stessa che si è coltivata per tanto tempo nel lungo tempo dell’attesa; non vi è traccia di violenza perché la pazienza ardente si alimenta di vigore e tenerezza.

Queste parole di Arthur Rimbaud restituiscono, forse meglio di tante analisi, il senso di ciò che sta accadendo nel nostro Paese, dalle elezioni amministrative ai risultati, straordinari, dei referendum del 12-13 giugno. Il senso che in tanti avvertiamo dentro di noi e che si trasforma in decisione e determinazione.

I protagonisti sono i cittadini comuni, non gli apparati di partito, non i professionisti della politica. Eppure c’è tanta politica in quello che sta accadendo, c’è tanta professionalità e ci sono pure militanti e dirigenti dei partiti. E allora che sta succedendo?

Semplice: la politica si sta diffondendo, sta diventando una funzione (e un potere) sociale; ogni cittadino sente di poter valutare la situazione e decidere le azioni che ritiene più appropriate organizzandosi e utilizzando gli strumenti che ha a disposizione o creandone di nuovi. Internet si sta rivelando – dovunque riesce ad affermarsi – come uno strumento, forse il più potente, di comunicazione e di socializzazione che supera l’ignoranza e l’isolamento. Uno strumento che non rimane fine a sé stesso, ma si trasforma in azioni concrete e in nuove forme di incontro e condivisione. E che diventa tanto più potente quanto più viene condiviso tra gruppi organizzati che assumono il punto di vista dell’interesse generale.

Le forze politiche che hanno capito le novità si sono mossi con scioltezza e rapidità e con chiarezza. Niente formule astruse, niente manovre di palazzo, ma proposte e iniziative nette che mettono tutti di fronte ad un sì o ad un no.

Magari non sarà sempre così, ma, per ora, basta con i sotterfugi e i mezzucci che hanno costellato la vita di tanti partiti che si ritenevano interpreti predestinati della volontà popolare. E basta anche con la politica in mano alle bande di disonesti e di approfittatori, ladri e farabutti, amici e complici di mafiosi e camorristi. Basta con l’inefficienza di chi occupa le istituzioni per il proprio tornaconto personale e così facendo impoverisce il Paese.

Basta per ora, ma se vogliamo che sia anche per domani e per sempre (o quasi) dobbiamo imparare la lezione e tenerci ben stretta la nostra “pazienza ardente” e anche il “vigore” e la “reale tenerezza”.

La rete che si è creata in questi mesi si deve consolidare. È flessibile, si adatta alle situazioni, non vive solo nei computer e nei cellulari, ma diventa reale presenza fisica in una miriade di associazioni, movimenti, comitati e gruppi in collegamento fra di loro.

Di questa presenza c’è bisogno ed è fondamentale perché la democrazia, le istituzioni, la politica non possono più sembrare parole vuote che si ascoltano con diffidenza. E la grande riforma che ci vuole per l’Italia non è di tecnica istituzionale o di meccanismi finanziari, ma deve essere quella di consolidare la sua base popolare e di riconoscersi come realtà nazionale fondata sui tratti dell’identità che incomincia a delinearsi con più chiarezza adesso: libertà, partecipazione, pluralismo, responsabilità, serietà, condivisione, solidarietà, accoglienza e poi, certo, anche vigore e tenerezza.

Se le persone che vivono nel nostro Paese sapranno riconoscersi in questi caratteri e se sentiranno che le istituzioni per prime li rappresentano e li condividono anzi, che ne sono l’emblema, allora sarà più facile affrontare e risolvere i problemi dell’economia e dello Stato perché sapremo di essere una collettività unita da qualcosa e scopriremo di avere una forza e una ricchezza che non immaginavamo.

Claudio Lombardi

Ballottaggio a Napoli: voto di protesta o defezione di protesta? (di Fabio Pascapè)

Concluse le elezioni amministrative a Napoli facciamo due conti e qualche riflessione. Il risultato, definito dai più clamoroso, consacra sindaco Luigi De Magistris con il 65,38% a fronte di un Lettieri che si attesta sul 34,62%. E’ un risultato che stupisce non tanto per l’esito quanto per le dimensioni del distacco. Nella migliore delle ipotesi si poteva immaginare un’affermazione di uno o due punti. L’affermazione di De Magistris è stata invece schiacciante. La maggior parte degli analisti sin dal primo momento ha parlato di un voto sostanzialmente di protesta. Effettivamente una serie di indicatori sembrano deporre in direzione del fatto che una consistente parte dei consensi a De Magistris siano stati connotati in tal senso come già argomentato in un precedente articolo (Elezioni amministrative a Napoli: un’istantanea tra primo turno e ballottaggio di F.Pascapè – su CIVICOLAB  http://www.civicolab.it/?p=1195 )

Senza ripercorrere per intero l’analisi svolta è il caso di ricordare il dato relativo ai voti conferiti al ”solo sindaco”  senza espressione di preferenza di lista che, al primo turno, come appare dallo schema seguente, sono stati per De Magistris ben il 27,32% .

I turno

Voti

% sui votanti

voti solo
sindaco

% sui voti/candidato

LETTIERI GIOVANNI

179.575

38,52

9.676

5,39%

PASQUINO RAIMONDO

45.449

9,75

2.829

6,22%

MORCONE MARIO

89.280

19,15

6.166

6,91%

de MAGISTRIS LUIGI

128.303

27,52

35.050

27,32%

Una protesta forte ed indirizzata in maniera evidente all’operato della coalizione di centro sinistra in esito ad un percorso durato 18 anni. Una protesta che non è stata neanche minimamente intaccata dalla prospettiva di ridimensionamento del numero di consiglieri del PD e dell’UDC che si sarebbe avuto con l’affermazione di De Magistris come si evince dallo schema che segue e che rappresenta i due scenari possibili in esito al ballottaggio per quel che concerne il numero di consiglieri eletti.

coalizioni


Lettieri

De Magistris

Morcone

Pasquino

Vittoria Lettieri

29

6

9

4

Vittoria De Magistris

29

11

6

2

Una componente del voto certamente non protestataria e che depone nel senso di una continuità è stata determinata dal patto PD IDV alle Municipalità nelle quali le coalizioni a sostegno di Morcone e quella a sostegno di De Magistris si sono presentate insieme in nove casi su dieci.

Coalizione

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando De Magistris/Morcone
2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino De Magistris/Morcone
3 Stella – S.Carlo all’Arena De Magistris/Morcone
4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale De Magistris/Morcone
5 Arenella – Vomero De Magistris/Morcone
6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio De Magistris/Morcone
7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano De Magistris/Morcone
8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia Liste distinte
9 Pianura – Soccavo De Magistris/Morcone
10 Bagnoli – Fuorigrotta De Magistris/Morcone

In esito al voto di ballottaggio i numeri arricchiscono ulteriormente la visione facendo innanzitutto emergere la caduta verticale della partecipazione al voto.

Aventi diritto

votanti

%

Amministrative 2006

828.496

552.100

66,64%

Amministrative 2011
primo turno

812.450

490.142

60,33%

-61.958

differenza 2006
I turno 2011

Ballottaggio

410.907

50,58%

-79.235

differenza I turno
ballottaggio 2011

Differenza

-16.046

-141.193

Come si vede dallo schema, tra le ultime consultazioni comparabili (amministrative 2006) e il primo turno hanno votato 61.958 persone in meno. Al ballottaggio, poi, hanno votato  79.235 persone in meno rispetto al primo turno.  In buona sostanza un napoletano su due ha deciso di non andare a votare ed è questo un dato che in termini di disaffezione si commenta da sé. In complesso la flessione rispetto alle amministrative 2006 è di 141.193 elettori. Il dato è complessivamente inquietante ma ancora più inquietante è la flessione tra primo turno e ballottaggio. Inizia a delinearsi uno scenario che vede contrapporsi al voto di protesta una vera e propria defezione di protesta con la caratteristica, comune ad entrambe, di essere interne ai rispettivi schieramenti. Il voto di protesta è, infatti, interno e connesso agli esiti dei 18 anni di governo di centrosinistra mentre la defezione di protesta sembra essere interna e connessa alle scelte elettorali dello schieramento di centrodestra.

Questa ipotesi trova un ulteriore conforto nel dato che segue:

Lettieri

%

De Magistris

%

I turno

179.575

38,52

128.303

27,52

Ballottaggio

140.203

34,62

264.730

65,38

Differenza

-39.372

+136.427

Al ballottaggio Lettieri registra una flessione di 39.372 voti a fronte di De Magistris che invece letteralmente raddoppia i consensi. Difficile pensare ad un candidato che al primo turno consegue il maggior numero di voti e che, non dico li incrementi, ma almeno li conservi. I commenti post ballottaggio hanno evidenziato, infatti, come a Lettieri non sia stato dato (dalla sua stessa coalizione) lo stesso tipo di sostegno che gli era stato dato a ridosso del I turno elettorale quando si eleggevano anche i presidenti ed i consiglieri municipali ed i consiglieri comunali.

L’ipotesi della defezione di protesta trova conforto anche nel dato che segue:

risultati I turno

risultati Ballottaggio

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando

Lettieri

De Magistris

2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino

De Magistris/Morcone

De Magistris

3 Stella – S.Carlo all’Arena

De Magistris/Morcone

De Magistris

4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale

Lettieri

De Magistris

5 Arenella – Vomero

De Magistris/Morcone

De Magistris

6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio

De Magistris/Morcone

De Magistris

7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano

Lettieri

De Magistris

8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia

Lettieri

De Magistris

9 Pianura – Soccavo

Lettieri

De Magistris

10 Bagnoli – Fuorigrotta

De Magistris/Morcone

De Magistris

In esito al primo turno le coalizioni contrapposte avevano raggiunto un risultato paritario conseguendo la presidenza rispettiva di cinque municipalità. Al ballottaggio Lettieri ha ricevuto un numero di consensi inferiore a De Magistris in tutte e dieci le municipalità, comprese, quindi, quelle nelle quali il Presidente era stato eletto nello schieramento di centro-destra.

Altri interessanti indizi che fanno pensare ad una defezione di protesta li ricaviamo proprio dall’analisi dell’astensione su base municipale.

risultati I turno

risultati
Ballottaggio

votanti

6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio

De Magistris/Morcone

De Magistris

-13.680

7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano

Lettieri

De Magistris

-10.873

8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia

Lettieri

De Magistris

-10.375

9 Pianura – Soccavo

Lettieri

De Magistris

-8.278

4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale

Lettieri

De Magistris

-8.214

3 Stella – S.Carlo all’Arena

De Magistris/Morcone

De Magistris

-8.064

2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino

De Magistris/Morcone

De Magistris

-6.109

10 Bagnoli – Fuorigrotta

De Magistris/Morcone

De Magistris

-5.477

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando

Lettieri

De Magistris

-4.085

5 Arenella – Vomero

De Magistris/Morcone

De Magistris

-3.964

Fatta eccezione per la I Municipalità che (unica) già nel 2006 registrò l’affermazione del centro-destra e che ha potuto contare su un elettorato fidelizzato (anche se poi non ha confermato il voto espresso al primo turno), le maggiori defezioni al voto si sono registrate in netta maggioranza nelle municipalità nelle quali al primo turno il centro destra aveva conseguito la presidenza.

Una lettura delle analisi apparse sulla stampa nei giorni successivi al ballottaggio sembrerebbe confermare un appoggio calante a Lettieri tra il primo ed il secondo turno che, secondo alcuni commentatori, sarebbe ascrivibile proprio all’area che non ha mai visto di buon occhio il ruolo all’interno del PDL della corrente dei cosentiniani. Supposizioni? Non è facile dirlo. Quello che resta sono i numeri che nel loro insieme ci restituiscono un’immagine che, sotto il profilo della valutazione civica, appare quanto mai inquietante. In buona sostanza sia a destra che a sinistra il voto è servito innanzitutto ad esprimere disagio e protesta interni ai rispettivi schieramenti. Questa è una vittoria sotto il profilo della democrazia perché, comunque vada, il sistema delle nostre istituzioni resta flessibile al punto da consentirne comunque l’espressione compensando in tal modo eventuali irrigidimenti strutturali. Occorre avere il coraggio di dire con forza, però, che le elezioni amministrative servono ad esprimere degli amministratori in grado di governare una città difficile, tormentata ed in profonda crisi e non a veicolare protesta e malessere che non hanno trovato altra via costruttiva per esprimersi. Questo va detto senza nulla levare al neoeletto sindaco e senza entrare nel merito delle scelte fatte dall’elettorato.

Da un simile quadro si evince in maniera inequivocabile che la società civile e la cittadinanza attiva a Napoli devono assumere compiti di primaria importanza come quello di restituire la politica ai cittadini, di ricostituire un rapporto costruttivo con le istituzioni e soprattutto di ripristinare eo creare ex novo punti di ascolto, elaborazione ed azione civica che permettano al cittadino di tornare a partecipare alla definizione delle politiche che lo interessano, alla scelta effettiva dei propri amministratori e che consentano ai consensi ed ai dissensi di confluire in una dialettica civica da tempo negata e, tuttavia,  indispensabile alla vita della nostra città.

La sfida e, insieme, l’obiettivo è il recupero della fiducia in un voto che serva effettivamente a scegliere in maniera oculata i propri amministratori, rendendo disponibili una batteria di strumenti di partecipazione che consentano al cittadino di esprimere e vedere accolto e realizzato il proprio punto di vista. In futuro auspichiamo meno voti o defezioni di protesta e più cittadini responsabili, attivi e partecipi alle scelte dei propri amministratori.

Il compito di De Magistris non è affatto semplice ma la forte investitura ricevuta gli ha conferito una marcia in più. Tutti ci auguriamo che sappia sfruttarla al meglio. La competizione elettorale si è conclusa e non resta altro da fare che rimboccarsi le maniche. Questo vale sia per chi ha sostenuto De Magistris che per chi non lo ha sostenuto. Questo vale per tutti i cittadini che abbiano veramente a cuore la propria città.

Napoli non può più attendere.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva NAPOLICENTRO

I cittadini hanno votato e hanno scelto (di Claudio Lombardi)

I cittadini hanno votato e hanno scelto. Tutto adesso appare molto più semplice, più chiaro e anche più impegnativo.

Semplice perché si è dimostrato che la democrazia è viva, che non è fatta di masse inerti stregate dai messaggi pubblicitari e che la delega al Capo, unico depositario della volontà popolare,  ha un limite oltre il quale scatta una reazione di rifiuto. Nonostante o, meglio, grazie alla crisi dei partiti, sono nate forme nuove di partecipazione, di formazione e di scambio delle idee, di espressione del consenso e del dissenso. La politica, come funzione sociale di governo della collettività, è la nuova speranza che ha mosso milioni di italiani stufi di apparati di potere, di cricche, di inettitudine e di complicità prosperati all’ombra di partiti che stavano costruendo lo Stato antidemocratico delle oligarchie.

La creazione e la circolazione delle idee, la capacità di analizzare la realtà per verificarne la fondatezza, la decisione di azioni concrete e l’iniziativa politica sono state condotte e realizzate autonomamente in gran parte al di fuori degli stessi partiti di opposizione da gruppi di cittadini che hanno così iniziato a sperimentare concretamente la possibilità di influire sul corso delle cose.

È un fenomeno di nascita della cittadinanza attiva ancora non abbastanza conosciuto fatto di una miriade di gruppi di collegamento e di iniziativa che hanno in gran parte superato la divisione tra radicamento nel territorio ed “evanescenza” della pura presenza virtuale su internet. Si è dimostrato anzi, proprio in queste elezioni, che la vitalità democratica e la forza della partecipazione hanno portato all’incontro dei mondi del radicamento territoriale e dello spazio di internet che si supponevano diversi ed in antitesi. In tanti hanno sperimentato la forza che deriva dall’appartenere ad entrambi e ne hanno tratto maggiore conoscenza, capacità di azione e la possibilità di costruire reti di rapporti molto più grandi del passato. Le forze politiche che hanno capito queste novità sono state premiate, ma non sono state loro il quartier generale che ha mosso le persone secondo uno schema classico della politica; piuttosto sono andate bene perché hanno condiviso e non hanno preteso di imporre giochi di partito o formule da professionisti della politica.

La sorpresa dei risultati elettorali c’è stata, inoltre, anche perché questi sviluppi si sono realizzati in maniera non appariscente. Anche quando sono state organizzate manifestazioni memorabili nate da gruppi informali pensate, decise e pubblicizzate prima con canali diretti (passaparola, internet) e poi su giornali e televisioni non è stata colta la qualità e la profondità del cambiamento che si stava verificando.

Ora appare semplice che i cittadini discutano, decidano e cambino il corso delle cose. Ricordiamoci di come si è costruita questa svolta e non accettiamo che nessun partito dica: è merito mio, date a me la delega e ci penso io a guidarvi. Piuttosto siano i partiti a dimostrare di saper costruire o, meglio, condividere forme nuove di espressione politica se ne sono capaci. Altrimenti accettino di essere superati da altri che sapranno farlo.

Chiaro perché è caduto (non completamente ancora però) il velo che nascondeva la realtà di quello che veramente stava accadendo in Italia. Ben pochi ormai credono alla rappresentazione finta che è stata costruita nel corso degli anni a sostegno di una classe dirigente imbastardita perché dedita agli interessi privati di ognuno dei suoi componenti e inerte di fronte allo spreco di risorse e allo sfascio delle istituzioni.

Il velo è caduto perché si è alzato il vento della crisi economica e gli italiani si sono resi conto di essere più poveri e in balia dell’arbitrio di chiunque detenesse il potere di dettare ed imporre agli altri le proprie condizioni (dall’ultimo dei call center alle istituzioni della Repubblica). A questo punto hanno guardato in alto, al vertice del potere, e hanno visto con occhi diversi la verità delle persone che lo avevano preso. Se i politici di opposizione non hanno insistito abbastanza sul collegamento fra affari delle cricche (Bertolaso, Anemone ecc ecc), sfascio delle istituzioni e impoverimento del Paese, le persone hanno cominciato ad imprimerselo bene in mente. E ogni volta che ascoltavano la decisione di tagliare qualche servizio o qualche stipendio hanno rinnovato quel collegamento e giudicato.

Non è un caso se uno dei caratteri forti di questo voto è che i cittadini hanno fatto di testa loro scegliendo le persone che ritenevano più adatte e non quelle indicate dagli apparati dei partiti. La circolazione “sotterranea” delle idee e la formazione dei punti di vista si è allargata e ha prodotto fatti, non solo clic sui computer. Anzi, i clic sui computer sono diventati vita reale e la situazione è apparsa più chiara; drammatica per lo stato dell’economia e della società, ma chiara.

Impegnativo perché adesso non si può tornare indietro. La situazione dell’Italia è troppo seria perché si possa consentire ad un Governo incapace a capo di una maggioranza parlamentare inconsistente (non nei numeri, ma nella capacità di guidare il Paese) di continuare a gestire le istituzioni. E non è nemmeno possibile pensare che basti e che sia decisivo un mero cambio di partiti al vertice perché questo significherebbe illudersi e non sarebbe il cambiamento profondo del quale, invece, c’è bisogno. Il punto di partenza lo abbiamo visto e su quella strada bisogna camminare : il protagonismo dei cittadini, la loro partecipazione politica non per contendersi il potere, ma per costruire le decisioni e per accompagnare le istituzioni e gli apparati nella loro applicazione e nel controllo sull’efficacia.

Qualità è la grande richiesta che viene dagli italiani. Non è più possibile tollerare che risorse e beni preziosi siano dilapidati senza ritegno e senza produrre risultati buoni per la collettività e per i singoli cittadini. Tutto ciò che è stato ostaggio delle cricche e di chi ha occupato le istituzioni per farsi gli affari suoi deve tornare ad essere visibile e controllato. Chi ha commesso reati deve pagare senza sconti per nessuno ed essere messo da parte. I problemi devono essere affrontati per risolverli con i mezzi enormi di cui dispone un paese ricco come l’Italia; un paese che è riuscito a spendere a vuoto decine di miliardi di euro dai rifiuti in Campania, al ponte sullo stretto, ai lavori della Protezione civile, ai fondi europei saccheggiati e dilapidati senza risolvere nulla, senza crescita, senza costruire niente.

Adesso le cose devono cambiare: è il tempo della concretezza e della cittadinanza attiva che deve partecipare e dare vita a una nuova politica.

Claudio Lombardi

Dalle elezioni al referendum e oltre: una svolta necessaria (di Anna Lisa Mandorino)

A due giorni dal voto di ballottaggio per le amministrative, non è possibile aggiungere molto, rispetto al merito dei risultati, al tanto che si è già detto sul primo turno di elezioni: si è trattato di un buon risultato per chi spera in una svolta.

Né ha grande senso soffermarsi ad anticipare sensazioni e pronostici sul ballottaggio stesso: in questo momento, si può semplicemente sperare che l’esito favorisca un cambiamento.

Ha molto senso, invece, continuare a lavorare affinché, al referendum del 12 e del 13 giugno prossimi, si raggiunga il quorum necessario: ne ha riguardo al contenuto delle questioni per le quali i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi; ne ha, forse perfino di più, riguardo a un istituto, come quello referendario, che, altrimenti, sarebbe definitivamente condannato all’inefficacia e che, invece, rappresenta ad oggi uno dei pochissimi strumenti di partecipazione politica ancora concessi alla cittadinanza. La vittoria dei sì al referendum sarebbe senz’altro un ulteriore importante passo per la svolta che ci vuole in questo Paese.

La svolta a cui ci si riferisce qui, però, non è soltanto un cambio di governo.

Intendiamoci: al di là della propria appartenenza politica, un cambio di governo è oggi indispensabile. Ieri notte, nella ormai prevedibile, per scelta di tempi e modalità, apparizione del premier a Porta a Porta, emergevano i tratti di un governo cicisbeo, impomatato, manierato anche se non di buone maniere, scoperto nel suo ciarlare di elenchi, contratti, piani sempre rivolti a presagire il futuro e mai a dare conto del passato, paradossale nell’attribuire i risultati del  voto a mezzi di informazione malevoli proprio il giorno dopo aver ricevuto una multa dall’Autorità garante delle comunicazioni per sovraesposizione e abuso di quegli stessi mezzi di informazione. Un cambio di governo oggi è indispensabile chiunque i cittadini chiamino a guidare tale cambiamento, semplicemente perché la situazione odierna è ormai tanto degenerata quanto stagnante e così non si può andare avanti.

E, ancora al di là della propria appartenenza politica, dal punto di vista della cittadinanza organizzata non è privo di significato il fatto che ad avere la meglio nel primo turno delle elezioni siano stati candidati outsider o quelli che, pur parte dell’establishment della politica, la politica tradizionale non ha sostenuto, perché questo indica che i cittadini non hanno perso il dono dell’indignazione né la consapevolezza del potere che il diritto di voto implica rispetto al mutamento della realtà, non sono apatici né rassegnati e neanche hanno fatto il callo proprio a tutto.

Detto questo, la svolta necessaria è un’altra: infatti, non ci farà fare molti passi avanti che cambi il governo di questo paese, fra qualche mese o più, se contemporaneamente l’Italia e chi la dirige non si attiveranno per cambiare la sua governance.

Non ci sarà svolta vera, né ora né mai, se la classe dirigente, di qualunque colore sia, non accetterà e favorirà l’idea che non è più in grado, indipendentemente dalle sue qualità – e, tanto più, se non ne ha – di detenere in solitaria, in virtù di un maleinterpretato senso della delega, la guida del Paese.

Non ci sarà svolta vera se non subentrerà, nel senso comune e nella pratica, la coscienza che tra i soggetti legittimati a operare per l’idea stessa della politica come per la gestione delle politiche, un ruolo tocca, secondo Costituzione, proprio alla cittadinanza attiva, ai cittadini singoli o associati quando compiono iniziative di interesse generale.

Non ci sarà svolta vera se questa partecipazione diffusa, questa sussidiarietà virtuosa i cittadini non cominceranno a praticare diffusamente e le istituzioni a sostenere e favorire.

Se poi, procedendo nel ragionamento, si volesse provare a declinare il concetto di partecipazione, si potrebbe dire che partecipare alla cura dei beni comuni vuol dire almeno cinque cose, che i cittadini possono fare e le istituzioni facilitare.

Vuol dire attivarsi innanzitutto, vale a dire poter mettere in campo capacità e interesse per essere presenti nel governo e nella gestione della propria comunità, per assistere e sostenere, attraverso attività di tutela, altri cittadini in difficoltà, per animare dibattiti, campagne e progetti di interesse generale, poiché è dimostrato che, laddove istituzioni e società civile operano insieme per i beni comuni, questi sono garantiti e tutti sono messi in grado di goderne.

Vuol dire poter produrre informazione e valutare il funzionamento e la gestione di tutti i servizi di uso pubblico, raccogliendo dati oggettivi, non propagandistici, non sensazionalistici, ma, invece, monitorati ed elaborati con il punto di vista e secondo i bisogni e le priorità dei cittadini, e sapere che quelle informazioni saranno utilizzate per rendere quei servizi migliori e più efficaci.

Vuol dire poter comunicare e diffondere conoscenza e senso critico sui temi di interesse per i cittadini, sostenere il dialogo, il confronto delle posizioni, senza viziare l’informazione con l’ideologia, e consentire che circoli e si radichi anche nel sentire comune quello che la cittadinanza attiva fa, ogni giorno, in tanti modi, per il bene del Paese.

Vuol dire poter avere rappresentanza e rilevanza, cioè possibilità di essere presenti, da padroni di casa non da ospiti mal tollerati, in tutti i luoghi in cui è prevista la partecipazione dei cittadini, non essere esautorati nelle funzioni di controllo e di terzietà da classi politiche onnivore, e sapere che sulle politiche pubbliche la voce dei cittadini sarà percepita come autorevole perché nessuno conosce i problemi più di chi li vive.

Vuol dire, infine, poter operare per il rafforzamento della dimensione civica, per la crescita dell’ambiente civico, per le alleanze fra organizzazioni di cittadini, con il fine che la cittadinanza attiva si consolidi e si compatti, che faccia fronte comune per azioni più efficaci e risorse meglio condivise, che non venga divisa e frammentata al fine di controllarne meglio le velleità.

Sono ragionamenti, idee, intuizioni su cui in altri paesi si stanno cercando strade nuove anche sperimentando soluzioni che coinvolgano e responsabilizzino i cittadini con la consapevolezza che non è più possibile governare società avanzate e complesse solo con la pratica del comando e dell’egoismo sociale. Alcuni decenni di storia dell’occidente si stanno chiudendo con la ricerca di altri modelli di governance ed anche nei paesi arabi si fa strada l’esigenza di un cambiamento che dia speranza di vita e di benessere alle nuove generazioni.

In Italia le condizioni di vita della maggior parte delle persone peggiorano, il modello di governance che si è affermato alla metà degli anni ’90 non funziona più e risorse immense sono state dilapidate per far funzionare un sistema di potere ora giunto alla sua fase finale che non ha nemmeno prodotto sviluppo e risposte alle esigenze del Paese, i giovani si accorgono di non poter sperare in un futuro migliore di quello dei loro genitori.

È veramente tempo di un cambiamento. Perché non sia finto occorre la partecipazione dei cittadini.

Anna Lisa Mandorino vicesegretario di Cittadinanzattiva

Elezioni: come scegliere? I programmi non bastano (di Claudio Lombardi)

Domenica si vota e così si chiuderà questa tornata elettorale. La campagna elettorale è stata (ed è ancora) intensa soprattutto per le città più importanti che ancora devono scegliere: Milano e Napoli.

Scorrendo i programmi elettorali dei candidati si rimane frastornati per la quantità di proposte e di impegni ognuno dei quali andrebbe messo a confronto con quello del competitore ed approfondito per coglierne tutte le implicazioni. C’è da dubitare che questo esercizio sia stato fatto da molti elettori anche perché poi mica basta prendere i singoli punti dei programmi e confrontarli: bisogna vedere che effetto fanno nel loro insieme e, infine, misurarli su quello che è stato effettivamente fatto da chi ha governato fino ad ora. Insomma un esercizio difficile e complicato.

Sappiamo, però, che basta molto meno ai cittadini per fare la propria scelta. Per esempio confrontare alcuni punti dei programmi, quelli che danno il senso di una proposta complessiva. O valutare dai comportamenti e dai discorsi per capire che cultura esprime un candidato. Considerare lo schieramento politico nel quale egli si riconosce per vedere se ci si può fidare sulla base anche dei comportamenti di quelli che vengono riconosciuti come punti di riferimento o come leader a livello nazionale. In definitiva si giunge al voto per vie diverse.

Vediamo di ragionarci un po’.

I programmi. Non tutti i punti sono uguali: ce ne sono alcuni che rivelano di più del progetto del candidato e che valgono più degli altri.

Per esempio: se nel programma di Letizia Moratti si propone un cimitero per i cani e i gatti e l’azzeramento dei campi Rom irregolari oltre alla riduzione di quelli regolari non si tratta di proposte di pari valore. La prima può essere utile, ma non rivela granchè della direzione di marcia del futuro sindaco. Le seconde dicono che un problema sociale non viene affrontato per quello che è, ma viene visto come ostacolo per la vita della città. E la soluzione proposta lo aggraverà sicuramente aumentando l’instabilità e l’insicurezza, perché non è una soluzione, ma una dichiarazione di ostilità.

Pisapia propone nel suo programma di coinvolgere i cittadini in un sistema di controllo sulla qualità, efficacia e rendimento dei servizi pubblici attuando una legge che esiste dal 2007 e rimasta finora inattuata (comma 461 della legge 244/2007). Propone anche di dare una sistemazione ai luoghi di culto della principale religione che viene praticata in città dopo quella cattolica , quella islamica. Affronta in chiave costruttiva il problema dei Rom e, con la massima apertura e concretezza, quello degli immigrati. Mette al centro la lotta per i diritti e contro la corruzione. Non si tratta di proposte come le altre, ma di elementi che dichiarano che tipo di città e di collettività civica si vuole costruire.

Passiamo a Napoli. Abbiamo visto un duro confronto fra i due candidati, Lettieri e De Magistris, sulla questione rifiuti. Mentre il primo insiste sulla costruzione di un inceneritore non dimenticando anche la raccolta differenziata e le stazioni di compostaggio, il secondo non lo vuole proprio l’inceneritore. Come succede con vari termini della nostra lingua conta dove cade l’accento. Si scrive pesca e pesca, ma nella pronuncia si dice pèsca e pésca per intendere due cose molto diverse. Nel caso dei rifiuti napoletani dove cade l’accento? Se sull’inceneritore si può essere certi che si intende mettere in movimento grandi capitali su cui la criminalità organizzata ha la quasi certezza di mettere le mani. Come già accaduto con l’inceneritore di Acerra che non ha risolto alcun problema, però è costato tanti soldi. La storia dell’emergenza rifiuti a Napoli è stata già trattata su civicolab con due articoli lunghi e pieni di informazioni da Walter Ganapini e Paolo Miggiano, vale la pena di leggerli. Comunque su questo esistono migliaia di pagine per documentarsi. Il fatto certo è che a Napoli e in Campania la camorra c’è e che chiunque voglia amministrare deve innanzitutto dire e dimostrare di schierarsi e voler agire contro e stare lontano dai politici “in odore” di camorra. Fatto questo possiamo anche interessarci alle “fioriere che si vogliono mettere nelle strade” cioè alle proposte di minor peso. Altrimenti significa che qualcuno ci vuole far fessi.

De Magistris intende costituire un consiglio comunale allargato dove comitati, movimenti e associazioni possano esprimere il loro punto di vista e poter votare sulle politiche dei beni comuni. Non è la stessa cosa che ispirarsi ad una generica partecipazione dei cittadini che, se non incardinata in luoghi e procedure, diventa un artificio retorico e nulla più.

Chi appoggia chi e come. Ancora non si è placata la discussione sulla trasmissione contemporanea su diverse reti televisive di una finta intervista a Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio, ma anche candidato coinvolto nelle elezioni del consiglio comunale di Milano nonché capo indiscusso del PDL. Abbiamo ascoltato i suoi “argomentati” giudizi su chi vota il candidato dello schieramento avverso al suo (“senza cervello chi vota contro di noi”). Si tratta di comportamenti inammissibili in una democrazia che rivelano una pulsione dittatoriale e una mancanza di scrupoli che dovrebbe preoccupare tutti gli italiani. Conosciamo bene Silvio Berlusconi per i suoi comportamenti, per i reati di cui è accusato, per il continuo tentativo di attentare alla legalità e alla stabilità istituzionale, per i legami con la mafia che hanno segnato la sua affermazione imprenditoriale. Lo conosciamo anche, però, come capo di governi che hanno governato male. Se l’Italia (stabilità dei conti pubblici a parte pagata con tagli ai servizi e agli investimenti) sta andando sempre peggio lo si deve a questo “avventuriero” che ha usato e usa la politica per farsi gli affari suoi. E lo si deve a tutti quelli che lo hanno seguito, magari credendoci all’inizio, ma poi continuando per vigliaccheria e per fare i propri interessi personali.

Grazie al berlusconismo l’Italia della partitocrazia, che sembrava finita con la stagione di mani pulite, ha conosciuto molti altri anni di prosperità nel corso dei quali tanti si sono arricchiti a spese della decadenza di un Paese intero. Si può dire che hanno sfasciato lo Stato e calpestato la legalità con i mezzi della politica cioè della democrazia tentando di instaurare un regime autoritario personale capeggiato da Berlusconi, ma imitato e sostenuto da tanti altri capi, capetti e portaborse.

Ecco perché non è possibile sostenere quelli per i quali si schiera Silvio Berlusconi. L’Italia non ripartirà finchè non sarà sconfitto il regime fondato sul potere personale e sulla concezione proprietaria dello Stato.

Sì possiamo mettere le fioriere nelle strade e fare il cimitero degli animali, ma nessuna propaganda può nascondere che per amministrare bene le città bisogna tornare alla legalità e mettere al centro gli interessi generali.

Per fare questo è inevitabile sconfiggere il berlusconismo a cominciare dal voto di domenica.

Claudio Lombardi

Dalle elezioni ai referendum, un mutamento in corso (di Claudio Lombardi)

[Ora che si conoscono i risultati elettorali possiamo dire che la riflessione che segue è ancora più necessaria. Il nuovo protagonismo dei cittadini (attenzione: non solo elettori chiamati a delegare altri) è parte della rinascita e del rinnovamento della democrazia italiana che speriamo si sia messa in moto. Ben più che l’affermazione di uno o più partiti (comunque un punto di partenza necessario per il ricambio) è questa la posta in gioco per il futuro se vogliamo liberarci dei limiti e dei problemi di un passato che va molto oltre il periodo berlusconiano.]

La campagna elettorale è terminata e lo scrutinio dei voti è ancora in corso. È il momento per una riflessione libera dai giudizi, doverosi e inevitabili tra poche ore, sui risultati elettorali e concentrata solo sulle elezioni come strumento di rilevazione della volontà popolare.

Che sia stata una vera campagna elettorale per il rinnovo dei sindaci e delle amministrazioni locali non lo si può proprio dire. Tutti abbiamo assistito al consueto “spettacolo” di un confronto a tratti esasperato, sempre molto polemico e aggressivo, disorientante per chi volesse stare al tema, quello delle proposte di governo di città grandi e piccole raffrontate con ciò che è stato fatto concretamente negli anni precedenti da chi ha avuto in mano il governo degli enti locali.

Non ci meravigliamo di ciò perché si tratta di uno “spettacolo” al quale siamo ormai abituati. Quando urgono problemi concreti che sollecitano scelte innovative, originali e anche coraggiose basate sulla chiarezza di idee, sulla trasparenza e sulla lealtà nei confronti delle istituzioni e delle regole che le governano troppo spesso, tanti che detengono l’iniziativa politica (al Governo, in Parlamento, nelle Regioni, negli enti locali o nei partiti), rispondono con slogan e con manovre diversive che nascondono la realtà di ciò che veramente si fa e di ciò che si vuole.

L’elettore o, meglio, il cittadino non sa come stanno le cose ed assiste alla rappresentazione di qualcosa che lo porta fuori strada e lo trasforma in spettatore passivo che non può giudicare sia perché non gli vengono dati gli strumenti per farlo, sia perché non viene coinvolto nei processi decisionali e nell’attuazione delle decisioni.

In uno scritto recente Habermas osserva che “oggi la politica in generale sembra degenerare verso una condizione che è quella della rinuncia a guardare al futuro con una volontà costruttiva. La crescente complessità delle materie da regolamentare costringe i politici a reazioni di breve respiro” che li inducono al “copione opportunistico di un pragmatismo del potere, guidato dalle rilevazioni demoscopiche”. In questo modo “la politica condiziona tutto il suo agire all’imperativo di trovarsi in sintonia con gli umori del pubblico, rincorrendoli da un’elezione all’altra”. Così la democrazia perde di significato perché “il senso del voto democratico non è quello di fotografare la gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di formazione dell’opinione”.

Ed ecco il centro del ragionamento di Habermas: “il voto espresso nella cabina elettorale acquista il peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione ad opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi”.

Esattamente ciò che avviene in misura così ridotta in Italia, attraverso l’opera di un gran numero di associazioni e comitati ed anche di qualche organizzazione di base di partito, da non essere nemmeno riconosciuto come partecipazione alla politica degna di essere portata come esempio dai mezzi di comunicazione di massa.

Sappiamo che la situazione nostra è ancora più grave poiché da molti anni le decisioni che contano vengono prese in sedi nelle quali agisce una ristretta oligarchia che pensa prima di tutto ai suoi interessi e che si guarda bene dal far trasparire la verità sulle motivazioni e sugli effetti delle sue decisioni. La cosa non riguarda solo la politica, ma anche chi, grazie alla politica, vede avallati e difesi i suoi comportamenti nel vasto mondo degli apparati istituzionali e amministrativi nonché nelle tante aziende dove la proprietà pubblica delle azioni dà un potere sufficiente per una diffusione di usi e costumi deleteri.

A fronte di questa realtà sta la rappresentazione di ciò che viene proposto al “grande pubblico”. L’esempio più eclatante è quello della giustizia presa “per i capelli” e portata in giro in base agli interessi del Presidente del Consiglio e delle imputazioni per le quali viene chiamato in giudizio. Il “grande pubblico” viene distratto con la sceneggiata dei “giudici comunisti” e gli si nasconde la verità che è fatta di una feroce lotta di potere per avere le mani libere sullo Stato e sulle risorse pubbliche con la licenza di violare le leggi e commettere reati.

Per tornare allo scritto di Habermas, vi si rileva l’assenza di motivazioni per cui “non si riesce più a riconoscere un obiettivo, a capire quale sia la posta in gioco al di là del prossimo successo elettorale. I cittadini si rendono conto che questa politica svuotata di contenuti normativi li sta defraudando”.

Sì bisogna riconoscere che è così. Per questo speriamo che il risultato delle elezioni inizi a modificare questa realtà e segni l’ingresso di un nuovo protagonista sulla scena politica: il cittadino padrone di casa della Repubblica. Attenzione, non è uno slogan: è una strategia, un programma che richiede molteplici azioni per realizzarsi e un mutamento di cultura civica.

Ce la possiamo fare con piccoli passi e momenti cruciali come sono queste elezioni e, tra un mese, i referendum.

Claudio Lombardi